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Posts Tagged ‘eruzioni’

Eruzioni nel mondo, presentata la prima stima globale delle probabilità

Posted by fidest press agency su lunedì, 25 marzo 2019

Un recente studio curato da un team di ricercatori dell’INGV e dell’Università Federico II di Napoli ha presentato una stima della probabilità del verificarsi delle eruzioni vulcaniche in un arco temporale che va da uno a centomila anni, considerando sia eventi piccoli che le grandi eruzioni esplosive, comunemente definite “super-eruzioni”
I risultati oggetto di questo perspective paper, frutto del lavoro di Paolo Papale, ricercatore dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), e Warner Marzocchi, dell’Università Federico II, offrono per la prima volta una stima globale della probabilità del verificarsi di una eruzione vulcanica. Il lavoro si basa sulle informazioni relative ad eruzioni vulcaniche avvenute in tutto il mondo e prende in considerazione la distribuzione temporale di eventi di ogni dimensione: grazie a questi dati, frutto di lavori precedenti, Papale e Marzocchi hanno potuto calcolare la probabilità che si verifichi una eruzione di ciascuna taglia, e hanno quindi potuto confrontare queste probabilità con quelle associate ad altri eventi avversi, come l’impatto di asteroidi o il verificarsi di incidenti in centrali nucleari.“Non esistono piani per affrontare le conseguenze di una eruzione di dimensioni cataclismatiche, in grado di colpire profondamente la società su scala planetaria”, spiega il ricercatore INGV Papale, “tuttavia, tali eruzioni sono avvenute molte volte in passato, certamente avverranno ancora in futuro e la probabilità che ciò accada è dieci volte maggiore della massima probabilità di fusione del nucleo, un rischio considerato accettabile per il funzionamento di una centrale nucleare”.
Non solo: gli effetti di una super-eruzione avrebbero un impatto ben maggiore di quello di un incidente nucleare. Anche se in epoca storica non si è ancora assistito a una eruzione di tali proporzioni, è possibile comprenderne gli effetti grazie alle ricostruzioni geologiche, ai modelli fisici e matematici e alle estrapolazioni dalle osservazioni effettuate su eruzioni di scala minore. Nell’insieme, le conseguenze di una super-eruzione vengono considerate dai vulcanologi tali da mettere in discussione la sopravvivenza della stessa civiltà come la conosciamo oggi: basti pensare, ad esempio, all’eruzione del vulcano Tambora, in Indonesia, avvenuta nel 1815 che, pur essendo stata decine di volte più piccola di una potenziale super-eruzione, causò in Europa quello che venne definito “l’anno senza estate”.Una super-eruzione che avvenisse da qualche parte nel mondo, dunque, potrebbe causare mesi, forse anni, di chiusura del traffico aereo su gran parte del globo a causa della concentrazione di ceneri vulcaniche nell’atmosfera, in grado di provocare il blocco dei motori a reazione. I cambiamenti climatici, dovuti principalmente alle ceneri vulcaniche e ancor più alla formazione di aerosol negli strati alti dell’atmosfera, potrebbero protrarsi per molti anni con effetti sull’agricoltura in tutto il pianeta.
“La società globale investe grandi risorse per difendersi dalle severe conseguenze del possibile impatto con un asteroide di dimensioni chilometriche, nonostante questo evento abbia una probabilità di verificarsi almeno dieci volte minore rispetto a una super-eruzione”, conclude Papale, “sarebbe quindi opportuno, allo stesso modo, investire nella definizione di piani di resilienza da eruzioni di grandissime dimensioni così da dotare l’umanità di una strategia che consenta la salvaguardia degli elementi critici necessari per il mantenimento del livello di progresso e civilizzazione così faticosamente conseguito”.Lo studio di Papale e Marzocchi, “Volcanic threats to global society”, è stato pubblicato sulla rivista Science. Lo studio rispecchia le opinioni dei suoi autori.

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Individuata la sorgente magmatica dell’Etna

Posted by fidest press agency su mercoledì, 7 febbraio 2018

etna1.pngPotrebbe essere la Scarpata di Malta, la sorgente dei magmi che alimenta le eruzioni dell’Etna e che, in passato, ha dato vita ai vulcani dei Monti Iblei, oggi estinti. A svelarlo, lo studio, Etnean and Hyblean volcanism shifted away from the Malta Escarpment by crustal stresses, condotto da un team di ricercatori dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), German Centre for Geosciences (GFZ) di Potsdam, Università degli Studi Roma Tre e di Catania. I risultati della ricerca sono stati pubblicati su Earth & Planetary Science Letters, Elsevier B.V.
“Eruzioni e terremoti sono parenti stretti”, spiega Marco Neri, primo ricercatore dell’Osservatorio Etneo-INGV. “Come facce opposte della stessa medaglia, entrambi i fenomeni accadono soprattutto lungo i margini delle placche tettoniche che segmentano la superficie della Terra. Esistono, però, vulcani che non seguono questa regola, perché si sviluppano all’interno delle placche tettoniche e non sui bordi. Si tratta di un vulcanismo che i geologi definiscono di tipo “intraplacca”, proprio come i vulcani che da milioni di anni eruttano lungo la Sicilia orientale”.Sebbene da cinquecentomila anni ad oggi è l’Etna ad essere molto attivo, in precedenza e per milioni di anni sono stati i Monti Iblei (un altopiano montuoso localizzato nella parte sud-orientale della Sicilia) a dominare la scena, ospitando numerosi vulcani distribuiti da Capo Passero alla Piana di Catania e da Siracusa a Grammichele.Ma qual è la sorgente che alimenta le eruzioni dell’Etna? E da dove provengono i magmi che hanno dato vita ai vulcani iblei?“Abbiamo simulato al computer i percorsi di propagazione del magma al di sotto dei vulcani iblei ed etnei fino al limite crosta-mantello, a circa 30 km di profondità”, prosegue Neri. “Nei calcoli abbiamo considerato i diversi regimi tettonici che si sono alternati in Sicilia orientale negli ultimi dieci milioni di anni. In quest’area la crosta terrestre è stata compressa oppure dilatata con diverse direzioni di estensione e compressione che hanno, a loro volta, favorito o contrastato la risalita dei magmi dal mantello verso la superficie. Il modello ha anche messo in luce la progressiva evoluzione delle faglie della Scarpata di Malta, che nel tempo si sono approfondite, aumentando il carico litostatico indotto dalle masse di roccia in deformazione”, aggiunge il ricercatore dell’OE-INGV.Gli scienziati hanno, così, scoperto che le traiettorie seguite dal magma lungo la risalita dal mantello terrestre verso la superficie non sono verticali, bensì variamente curve.“Le traiettorie del magma confluiscono, verso il basso, sia per l’Etna sia per i vulcani degli Iblei, in una stessa zona, sottostante la cosiddetta Scarpata di Malta”, afferma Neri. “Si tratta di una struttura tettonica che apre la crosta terrestre in Sicilia orientale e permette la risalita dei magmi dal mantello. Ma la Scarpata di Malta è anche un imponente sistema di faglie “sismogenetiche” situate poco al largo delle coste orientali siciliane sotto il Mare Ionio e capaci di generare terremoti. Le sue faglie si allungano per oltre trecento chilometri producendo, nel fondale marino, una scarpata profonda fino a tremila metri”.E sarebbe stata proprio la Scarpata di Malta ad aver generato, l’11 gennaio del 1693, nella Val di Noto, il sisma più violento accaduto negli ultimi mille anni in Italia: Magnitudo Mw7.4, cinquantaquattromila vittime e un devastante tsunami indotto dallo scuotimento del fondale marino.“Lo studio dimostra che anche in Sicilia orientale vulcani e faglie sismogenetiche sono espressione di un unico contesto vulcano-tettonico attivo da milioni di anni e che evolve nel tempo, spiegando perché i vulcani iblei sono oggi estinti, mentre l’Etna è ancora molto attivo. Individuare la zona di provenienza dei magmi consente anche di vincolare i modelli geochimici che indagano sul perché si formano i magmi”, conclude Marco Neri.

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Napoli-Aquila: Ospedali che crollano

Posted by fidest press agency su giovedì, 9 aprile 2009

Intervento della senatrice Donatella Poretti parlamentare Radicali – Partito Democratico, segretaria della Commissione Sanità a proposito degli ospedali che crollano: “Terremoti, eruzioni vulcaniche. Ospedali che crollano o che devono essere evacuati nel momento del massimo rischio e dell’emergenza. E’ il caso dell’ospedale de L’Aquila. Occorrerà chiarire come era stato costruito l’ospedale crollato e individuare i responsabili, ma per prevenire situazioni simili sarà bene monitorare anche gli edifici pubblici di altre zone a rischio. La considerazione, che puo’ sembrare banale, in realtà non lo e’! Valga per tutti il caso dell’Ospedale del Mare di Napoli. Un fiore all’occhiello da 190 milioni di euro, 450 posti letto, costruito nella zona gialla (quella da evacuare in caso di eruzione -a pericolosità differita, in gergo tecnico) al limite della zona rossa a soli 100 metri (quella a rischio eruzione). In materia ho depositato una interrogazione parlamentare fin dall’avvio della legislatura. Nella risposta fornita nella passata legislatura ci si limito’ a spiegarci come tecnici, vulcanologi ed esperti avevano valutato come realizzare le zone rosse e gialle, ma nulla fu detto sulla scelta dell’ubicazione del nuovo Ospedale. Scelta da subito fortemente criticata e decisamente sconsigliata da un gruppo di professori dell’Università Federico II di Napoli con acclarata esperienza in vulcanologia, riconosciuta a livello nazionale e internazionale, che senza mezzi termini paventano uno scenario di grave tragedia in caso di una prossima eruzione del Vesuvio”.

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