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Posts Tagged ‘escalation’

Venti di guerra o escalation controllata?

Posted by fidest press agency su giovedì, 9 gennaio 2020

Neanche una settimana nella nuova decade e i mercati sono già sull’altalena. La notizia che ha colpito il mondo è sicuramente l’azione militare con cui gli Usa hanno ucciso il generale Qasem Soleimani. Soleimani era un alto ufficiale iraniano, regista della strategia politica e militare di Teheran nel Medio Oriente e figura estremamente popolare, non solo in Iran.L’escalation è stata una vampata: il 27 dicembre una base militare irachena, in cui operavano contractor americani, è stata attaccata con dei razzi da un gruppo paramilitare riferibile all’Iran. Nell’attacco – da quanto riportato dalle autorità americane – ha perso la vita un cittadino americano e numerosi altri sarebbero rimasti feriti (negli ultimi sei mesi gli attacchi a persone e strutture americane sono stati oltre 10).In risposta, il 29 dicembre gli Stati Uniti hanno colpito con degli attacchi aerei in Siria, Iraq e Libano alcune formazioni paramilitari appoggiate dall’Iran. Il primo gennaio alcune migliaia di persone hanno accerchiato in protesta l’ambasciata americana di Baghdad. Infine, l’attacco aereo della settimana vicino a un aeroporto di Baghdad, in cui un drone Usa ha colpito il convoglio in cui viaggiava il generale Soleimani identificato come il regista delle operazioni militari “per procura” (ovvero messe in atto supportando formazioni paramilitari terze) di cui viene accusato il regime di Teheran.L’escalation ha colto di sorpresa i mercati finanziari che hanno inizialmente reagito con perdite generalizzate (poi in parte recuperate prima della chiusura), mentre il petrolio si è apprezzato di oltre il 4% sulla scia di timori su possibili ripercussioni lato offerta.
Lasciando da parte valutazioni del contesto geopolitico in cui è maturato il conflitto e giudizi morali che non ci competono in questa sede, è importante provare a capire quali sono le effettive possibilità di un’escalation armata, visto che le relazioni tra Usa e Iran sono ormai da mesi ai minimi storici.Negli ultimi anni molti osservatori hanno criticato la Casa Bianca per la mancanza di una strategia precisa per quanto riguarda il Medio Oriente. In realtà, l’azione americana sembra essere stata improntata, almeno fino ad ora, da alcune caratteristiche distintive, sia da un punto di vista strategico sia da un punto di vista operativo. In continuità con quanto stabilito dall’amministrazione Obama, Trump ha, almeno a parole e nelle intenzioni, predicato la politica del disimpegno diretto, cercando di evitare per quanto possibile il coinvolgimento con un gran numero di truppe sul campo e favorire un maggior protagonismo degli alleati. Tuttavia, a differenza dell’amministrazione precedente, ha individuando in modo chiaro l’Iran come una minaccia con cui non è utile dialogare. In breve tempo Trump ha recesso dall’accordo di non-proliferazione nucleare firmato dal suo predecessore e ristabilito le sanzioni economiche verso Teheran.
Un’altra caratteristica della politica estera di Trump è stata quella di non avere paura di agire con azioni mirate anche molto decise in casi di escalation come deterrente. Una sorta di escalation ‘controllata’ dei conflitti con l’obiettivo di mostrarsi pronto a ogni soluzione e scoraggiare ulteriori azioni da parte dei propri avversari. Questa strategia di “escalation controllata” è molto rischiosa (e crea una buona dose di incertezza) ma ha funzionato, anche con una certa efficacia, contro la Nord Corea e contro Assad in Siria.Lo scontro con l’Iran potrebbe avere obiettivi, o perlomeno esiti, diversi. L’azione questa volta va a colpire direttamente una delle figure più importanti dell’establishment di un Paese sovrano, ostile all’occidente ma non in aperto conflitto con esso.Ragionevolmente l’Iran prenderà delle contromisure anche se al momento l’amministrazione Usa continua a ritenere che non sia nell’interesse di Teheran scatenare un conflitto armato su larga scala. Prevedibilmente l’Iran coglierà l’occasione per accrescere la propria influenza in Paesi confinanti, ma in questo momento è complesso da prevedere.Le truppe americane si stanno, comunque, mobilitando per prepararsi ad ogni evenienza e Trump ha già annunciato una reazione “sproporzionata”, restando fedele al suo approccio. La situazione resta fluida e aperta a molteplici possibilità, non necessariamente si risolverà nelle prossime ore, ma potrebbe restare un tema ricorrente anche per i mercati nei prossimi mesi.

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Escalation delle tensioni in Medio Oriente

Posted by fidest press agency su sabato, 4 gennaio 2020

«La complessa questione mediorientale, in cui si innesta la rivalità tra Iran e Arabia Saudita, non merita tifoserie da stadio ma necessita di grande attenzione. Una escalation delle tensioni in Medio Oriente (con possibili ripercussioni anche in Libia) non è nell’interesse dell’Italia perché rischia di acuire il problema immigrazione, alimentare il terrorismo e danneggiare ulteriormente l’economia europea. In questo quadro esprimo la più ferma condanna al gravissimo assalto all’ambasciata statunitense in Iraq e una forte preoccupazione per le conseguenze della reazione americana che ne è seguita. L’Italia e l’Unione Europea dovrebbero fare tutto il possibile per favorire un percorso di pacificazione dell’area che garantisca la sicurezza di Israele ma anche la lotta senza indugi agli integralisti islamici dell’ISIS, e non solo, che hanno insanguinato il Medio Oriente e fatto strage delle minoranze etniche e religiose, soprattutto cristiane. La mia principale preoccupazione va oggi ai nostri soldati presenti sul campo che senza una celere e chiara presa di posizione dell’Italia sulla strategia da tenere, rischiano di essere messi in una situazione molto difficile». Lo dichiara il presidente di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni.

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Fermare escalation violenza negli ospedali

Posted by fidest press agency su giovedì, 12 aprile 2018

“Gli ospedali e addirittura le sale operatorie sono diventate delle trincee, medici, chirurghi e personale ospedaliero dei bersagli da colpire. Nella sola giornata di ieri ci sono state altre due violente aggressioni a Napoli e Palermo, una addirittura appena fuori la sala operatoria. Esprimo a nome di tutta la categoria la massima solidarieta’, in particolare alla collega donna afferrata alla gola. Le aggressioni ai danni dei chirurghi aumentano di anno in anno per numero e per pericolosita’. Cos’altro deve accadere perche’ si prendano provvedimenti per garantire la sicurezza dei chirurghi negli ospedali? I chirurghi hanno l’obbligo di dare informazioni relative all’intervento ai pazienti ed ai loro familiari, anche quando queste sono drammatiche per chi le da’ e soprattutto per chi le riceve, ma non si puo’ certamente tollerare che cio’ si trasformi un un ulteriore rischio professionale. Tra il problema del contenzioso medico-legale e l’aumento della violenza fisica, rischiamo, in tempi brevi,di non avere piu’ chirurghi italiani”. Lo afferma Pierluigi Marini, presidente dell’Acoi, Associazione Chirurghi Ospedalieri Italiani.

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Export italiano gennaio 2018 +9,5%

Posted by fidest press agency su giovedì, 22 marzo 2018

A gennaio l’export italiano ha iniziato bene con un balzo del +9,5%.Buone prospettive per tutto l’anno? Come va l’export nei diversi settori e nei diversi Paesi? Per Alessandro Terzulli, Capo Economista di SACE (Gruppo CDP): “Replicare la performance del 2017 sarà difficile – ha commentato Alessandro Terzulli, Capo Economista di SACE (Gruppo CDP) -. Tuttavia l’export italiano potrà beneficiare nel 2018, al netto di un’eventuale brusca escalation protezionistica, della crescita prevista degli scambi commerciali che si attesterà intorno al 4-5%. La Cina continua a fare da traino per l’export Made in Italy; +10,6% nel mese di gennaio, con meccanica strumentale e abbigliamento fra i settori più dinamici. In lieve flessione invece le esportazioni verso gli USA (-1,4%), sebbene vi siano settori in controtendenza, quali alimentari, autoveicoli e farmaceutica. Tra i settori best performer di gennaio si segnalano: la metallurgia (+17,1%), trainata dalle buone vendite in Cina, India, UK e Spagna, oltre a chimica (+14,4%), gomma e plastica (+11%) e i mobili e gioielli (+13,4%)”.

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L’escalation di violenza nella Repubblica Centrafricana costringe alla fuga 88mila persone

Posted by fidest press agency su mercoledì, 31 maggio 2017

congoL’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) segnala l’urgente necessità di maggiori fondi per aiutare più di 88mila persone che sono state costrette a fuggire dall’escalation di violenza nella Repubblica Centrafricana.Da quando nel mese di maggio sono ripresi i combattimenti tra i ribelli, più di 68mila persone sono fuggite dalle proprie abitazioni all’interno della Repubblica Centrafricana, mentre in quasi 20mila hanno cercato rifugio nella Repubblica Democratica del Congo.Per aiutare le persone recentemente sfollate, l’UNHCR chiede un sostegno urgente in risposta al suo appello per un finanziamento pari a 209,2 milioni di dollari statunitensi per la situazione della Repubblica Centrafricana, che è finanziata solo per il 6 per cento.Una significativa attività da parte dei ribelli nelle città lungo il confine con la Repubblica Democratica del Congo e le voci di possibili attacchi spingono le persone a fuggire nelle prefetture di Haute Kotto e Mbomou all’interno della Repubblica Centrafricana.Nelle ultime settimane, gli attacchi di gruppi armati hanno provocato numerosi casi di spostamenti forzati all’interno delle tre prefetture di Bria, Bangassou e Basse-Kotto. Solo a Bria, più di 41mila persone sono state sfollate. Inoltre, sono stati uccisi centinaia di civili. Gli sfollati dormono per lo più all’addiaccio o in alloggi improvvisati.In molte di queste aree l’accesso da parte degli operatori umanitari continua a essere gravemente limitato a causa delle condizioni di sicurezza. L’UNHCR è stato comunque in grado di fornire, attraverso una risposta congiunta da parte di più agenzie, aiuti umanitari per i nuovi sfollati a Bria. L’Agenzia intende distribuire ulteriori aiuti, tra cui tende per le famiglie, materassi e coperte per le famiglie più vulnerabili.Con le scorte disponibili a Bria, l’UNHCR invierà ulteriori beni di prima necessità da Bangui, poiché il nostro team sta valutando l’entità di questi spostamenti di persone a Bria e ne individua i bisogni.Il recente aumento della violenza sta anche spingendo le persone ad attraversare il confine nelle province di Bas Uele e Ubangi della Repubblica Democratica del Congo. Nelle ultime due settimane si stima che circa 20.575 cittadini centrafricani siano fuggiti. I team dell’UNHCR hanno incontrato alcuni dei nuovi arrivati, mentre altri sono stati segnalati alle autorità locali.I cittadini centrafricani continuano ad arrivare nella Repubblica Democratica del Congo, riferendo dei loro timori di nuovi episodi di violenza. La maggior parte dei nuovi arrivati si sono insediati vicini ai fiumi – Mbomou e Ubangi – che tracciano il confine tra i due Paesi, nella speranza di poter attraversare rapidamente il confine e far ritorno alle loro case una volta stabilizzatasi la situazione.L’UNHCR esprime forte preoccupazione per la situazione dei richiedenti asilo nella zona vicino alla piccola città di Ndu, proprio di fronte al fiume Mbomou. Le persone sono arrivate lì senza portare quasi nulla con sé e alcuni di essi sono feriti e necessitano di cure. Tuttavia, l’area è così remota che l’UNHCR non ha potuto portare assistenza via terra e sta valutando possibilità alternative per raggiungere Ndu.Altre aree, in particolare nella provincia del Nord Ubangi della Repubblica Democratica del Congo, sono più facili da raggiungere. I nuovi arrivati ​​si stabiliscono lungo le rive del fiume e nella maggior parte dei casi hanno trovato rifugio presso famiglie locali. L’UNHCR sta collaborando con i partner umanitari per fornire ulteriori aiuti.Ci sono 503.600 sfollati interni nella Repubblica Centrafricana. Prima dell’ultimo afflusso, nella Repubblica Democratica del Congo sono stati registrati 102.600 rifugiati della Repubblica Centrafricana.

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Terrorismo: “L’escalation di violenza di questi ultimi giorni ci lascia allibiti

Posted by fidest press agency su lunedì, 9 gennaio 2017

gerusalemme-porta-dei-leoniSolo nelle ultime ore si sono verificati tre episodi terribili: l’attentato a Gerusalemme, a Baghdad e l’autobomba alle porte di Damasco. Alle popolazioni di Israele, Iraq e Siria siamo vicini e continueremo con loro a combattere un nemico comune. A dirlo è Paolo Alli, Capogruppo Area Popolare in Commissione Affari Esteri e Presidente dell’Assemblea Parlamentare della Nato.”Ormai – aggiunge – è un bollettino di guerra quotidiano dal quale dobbiamo liberarci senza cedere alla paura e alla rassegnazione. L’Isis va annientato in ogni sua forma. Deve vincere la civiltà, la tolleranza e il dialogo sul cieco odio e sul terrore. Al tempo stesso deve crescere in noi la consapevolezza che più ci avviciniamo alla fine di Daesh più le loro vendetta saranno efferate e disperate”.

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Escalation del terrorismo palestinese in Israele

Posted by fidest press agency su giovedì, 15 ottobre 2015

terrorismoIl terrorismo antisraeliano sale pericolosamente di un altro gradino: questa mattina una donna palestinese ha fatto detonare un ordigno a bordo della propria auto a un checkpoint ferendo leggermente un poliziotto israeliano. La donna fermata per un controllo era scesa dall’auto gridando “Allah u akbar”, innescando l’ordigno e rimanendo seriamente ferita. L’attentato è avvenuto a Malee Adumim, nei pressi di Gerusalemme.
Secondo una prima ricostruzione dei fatti fornita dalla polizia, l’agente aveva fermato l’auto per un controllo dopo essersi insospettito dalla guida della donna. La palestinese e’ quindi uscita dall’auto e ha fatto esplodere un ordigno che era a bordo della sua macchina. Secondo il Jerusalem Post, l’attentatrice e’ stata poi trasportata in ospedale a Gerusalemme “con bruciature sull’intero corpo”. L’agente ha riportato ferite leggere sulla parte superiore del corpo ed e’ stato anche lui trasferito in ospedale. L’auto conteneva un’altra bombola di gas che miracolosamente la terrorista non è riuscita a far esplodere.
In serata nuovo accoltellamento di due israeliani assaliti da un palestinese ad Hadera, a nord di Tel Aviv. L’aggressore è stato poi bloccato mentre uno dei feriti sarebbe in gravi condizioni. Inoltre durante la scorsa notte un missile Grad è stato lanciato contro la città di Ashkelon ma è stato fortunatamente intercettato dal sistema anti-missile Iron Dome. A seguito di questo attacco aerei israeliani hanno colpito due fabbriche di armi di Hamas nel Nord della Striscia di Gaza. In un caso l’esplosione ha fatto crollare una casa adiacente, causando la morte di una donna di 30 anni incinta e della figlia di 4 anni. (Fonte: Ansa) (foto: terrorismo)

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Nuova crisi in Medioriente

Posted by fidest press agency su lunedì, 12 ottobre 2015

unicefDichiarazione del Direttore generale dell’UNICEF Anthony Lake.“Chiunque abbia a cuore il migliore interesse della popolazione palestinese e israeliano deve essere sempre più allarmato per l’escalation di violenza nell’area”.”Allarmato in primo luogo per le vite distrutte o spezzate. La violenza attuale ha lasciato almeno otto morti e dozzine di feriti, tra cui uno studente palestinese colpito da uno sparo e ucciso e un bambino israeliano accoltellato e ferito” (dato aggiornato a ieri, ndr).“E allarmato anche perché il ciclo di escalation di violenza sembra essere fuori controllo, minacciando la vita o il futuro di molti bambini e famiglie innocenti”.”L’abbiamo già visto accadere prima. L’ultima Intifada palestinese scoppiata nel 2000 è continuata per anni, causando migliaia di morti, feriti e giovani vite segnate dall’odio e dalla paura. Questa esperienza rende ancora più urgente per tutte le parti di fare un passo indietro e dare prova di moderazione, per prevenire ulteriori attacchi e contrattacchi e per tenere i bambini lontano dai pericoli”.”In caso contrario, al di là delle nuove tragedie individuali, vedremo un’altra generazione crescere con la convinzione che tale violenza sia in qualche modo normale e che rappresenti una soluzione ai loro problemi. Loro stessi perpetreranno più facilmente tali violenze. Un ciclo intergenerazionale di distruzione che non aiuta nessuno e danneggia tutti”. “Per il bene dei bambini la cui vita e il futuro sono in gioco, questo ciclo non deve ripetersi. Per il bene di tutti noi”.

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900 nuovi arrivi di rifugiati provenienti dallo Yemen

Posted by fidest press agency su lunedì, 13 aprile 2015

Con l’escalation del conflitto di Yemen, l’UNHCR ha registrato un aumento del numero di persone che fuggono via mare, attraverso il Golfo di Aden, alla volta dei paesi del Corno d’Africa – una rotta storicamente percorsa da rifugiati e migranti diretti in direzione opposta, cioè dal Corno d’Africa verso lo Yemen. Negli ultimi dieci giorni, 317 profughi yemeniti sono arrivati ​​a Obock, in Djibouti. Nella regione somala del Puntland, al porto di Bossaso, e nel Somaliland, nei porti di Berbera e Lughaya (circa 200 km a ovest di Berbera), sono stati registrati 582 arrivi, in gran parte somali ma anche yemeniti e un piccolo gruppo di cittadini etiopi e di Djibouti. Tutti hanno ricevuto cibo e acqua e sono stati sottoposti a controlli sanitari e medici al momento del loro arrivo.Secondo quanto testimoniato dai rifugiati, ci sarebbero molte altre persone che stanno cercando di lasciare lo Yemen, ma che sono bloccati a causa della scarsità di carburante e degli elevati costi del viaggio. Le informazioni disponibili parlano di porti chiusi e di barche a cui viene negato il permesso di salpare. Un uomo somalo che è stato separato dalla moglie e dalla figlia mentre fuggiva da un attacco nel distretto di Basatin, nella città di Aden, ha affermato di essere rimasto nascosto per tre giorni nel porto prima di riuscire ad imbarcarsi per partire in cerca di sicurezza. Durante il viaggio in barca, durato 24 ore, insieme a lui c’erano una donna etiope, riconosciuta come rifugiata in Yemen nel 2002, e i suoi tre figli. La donna ha dichiarato di non aver dovuto aspettare per imbarcarsi, dal momento che i trafficanti danno la priorità a donne e bambini, ma che suo marito era ancora ad Aden in attesa di trovare un posto su una barca.L’UNHCR esprime grave preoccupazione per i pericoli fronteggiati da chiunque tenti di fuggire attraverso il Mar Rosso e il Golfo di Aden, dove non sono previste operazioni di ricerca e soccorso. L’anno scorso 246 persone sono morte nel tentativo di raggiungere lo Yemen via mare. L’Agenzia fa appello a tutte le navi nella zona affinché rimangano vigili e prestino assistenza ad eventuali imbarcazioni in difficoltà. L’UNHCR chiede inoltre che i paesi che possiedono imbarcazioni nelle acque vicino allo Yemen – comprese le navi di sorveglianza e anti-pirateria – istruiscano i propri equipaggi affinché possano aiutare nelle operazioni di salvataggio. Con l’aumento della richieste di partenza, infatti, le barche potrebbero diventare più affollate e i costi di un passaggio più elevati.A Djibouti, i rifugiati appena arrivati ​​sono stati registrati presso il centro di transito temporaneo di Al-Rahma, vicino Obock, dove hanno ricevuto cibo, acqua, cure mediche e altra assistenza. Le autorità hanno individuato un sito dove allestire un campo profughi, a quattro chilometri da Markazi. Djibouti accoglie già quasi 15.000 rifugiati, in gran parte provenienti dalla Somalia. Molti di loro vivono in due campi d’accoglienza nel sud del paese. L’Agenzia sta predisponendo dei piani di emergenza per essere in grado di ricevere fino a 30.000 rifugiati a Djibouti nel corso dei prossimi sei mesi.Nel Somaliland e nella regione somala del Puntland, l’Agenzia sta ristrutturando due edifici che potranno essere adibiti a centri di accoglienza e transito per i rifugiati provenienti dallo Yemen e per i somali che potrebbero tornare a casa a causa della crisi. L’UNHCR, di concerto con i propri partner, ha avviato i preparativi per riuscire ad accogliere fino a 100.000 persone nell’arco di sei mesi.

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Il conflitto con gli Uiguri in Cina rischia l’escalation

Posted by fidest press agency su giovedì, 18 settembre 2014

uiguriL’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) ha accusato le autorità giudiziarie cinesi di voler mettere a tacere l’attivista per i diritti umani uiguro e professore di economia Ilham Tohti con un procedimento giudiziario assurdo. Con accuse inventate e stravaganti si vuole mettere a tacere una voce critica nei confronti della politica cinese verso le minoranze. Il processo è ridicolo, ma le conseguenze saranno drammatiche. Questo processo implica infatti un rifiuto di qualsiasi dialogo con gli Uiguri moderati. Il deliberato tentativo di criminalizzare il professor Tohti, è un affronto a tutti Uiguri. Chi manovra politicamente questo processo, vuole ancora più violenza e nessuna forma di dialogo. Si inaugura a Urumchi il processo all’ex professore di economia dell’Università delle nazionalità di Pechino. Tohti è accusato dalle autorità di “separatismo” e per quest’accusa è prevista la pena di morte. Se il giudice lo riterrà colpevole “solo” di istigazione al separatismo, rischia una pena detentiva da cinque a quindici anni. L’illustre professore è stato arrestato nel gennaio 2014, dopo sei mesi di indagini da parte delle autorità, insieme a sette dei suoi studenti. Nonostante le massicce intimidazioni e minacce da parte delle autorità Tohti aveva sempre promosso un dialogo tra gli Uiguri e la popolazione maggioritaria di cinesi Han; inoltre aveva costruito diversi siti web in lingua cinese per spiegare ai cinesi Han retroscena e storia della rivolta della comunità musulmana.
Nulla indica che le autorità giudiziarie cinesi vogliano un processo giusto. Così Tohti durante la detenzione preventiva è stato oggetto di trattamenti inumani e degradanti. Le guardie lo hanno maltrattato e hanno anche incoraggiato gli altri detenuti della sua cella a umiliarlo. Quando ha tentato di difendersi, è stato lasciato per settimane con mani e piedi in catene. A sua moglie è stata negata ogni visita al carcere.Le accuse sollevate dal procuratore della Repubblica sono assurde, perché Tohti non ha mai messo in discussione la sovranità della Cina in Xinjiang / Turkestan orientale. Tra la leadership di intellettuali uiguri la voce di Tohti è la più moderata. Tohti è un costruttore di ponti tra le due culture in conflitto. La Cina ha bisogno di lui oggi più che mai, per prevenire ulteriori violenze. Ora si vuole spegnere la sua voce con qualsiasi mezzo, perché con le sue critiche alle politiche per le nazionalità della Cina, ha guadagnato molto credito tra giornalisti stranieri e diplomatici.

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Confartigianato Palermo, escalation di cancellazione degli iscritti

Posted by fidest press agency su venerdì, 23 marzo 2012

Settecento nuove imprese iscritte nel 2011, ma 1800 hanno richiesto la cancellazione. Questi i dati che emergono da un’analisi condotta da Confartigianato Palermo, che calcola anche la cancellazione di 230 artigiani a partire dal 31 dicembre 2011 e la richiesta della stessa da parte di altri ottanta. Una situazione che preoccupa il presidente di Confartigianato Palermo, che vede nel fenomeno il rischio di un ulteriore aumento degli abusivi e quindi, di evasori delle tasse. “Nella qualità di componente della giunta della Camera di Commercio e di presidente di Confartigianato provinciale – dichiara Nunzio Reina – ritengo questi dati molto allarmanti. Son preoccupanti per la situazione economica della città, perché uno dei motivi principali che spinge un iscritto alla cancellazione è quello di evitare la tassazione. Molti di loro, infatti, preferiscono addirittura chiudere la propria attività e continuare a lavorare in nero: l’accesso al credito è spesso impossibile. Per questo chiedo a tutti i deputati regionali di impegnarsi a rimpinguare le casse della CRIAS (La Cassa Regionale dell’Artigianato Siciliano) per rispondere alle esigenze del commerciante, perché la crisi riguarda l’intero comparto degli artigiani, per i quali confrontarsi con l’abusivismo e la concorrenza sleale, sta diventando impossibile.

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On the conflict in Sudan

Posted by fidest press agency su sabato, 18 giugno 2011

It is the height of the hunger season in Sudan and the violence that has engulfed South Kordofan is hindering WFP’s efforts to reach hundreds of thousands of people in need of food assistance. As the security situation in South Kordofan state deteriorates, I would like to echo the UN Secretary General’s deep concern about the escalation in the conflict. WFP has delivered food to more than 26,000 people who have fled the most recent violence in South Kordofan, but I am deeply concerned that any further escalation in the conflict may undermine our efforts to reach the 400,000 people we were feeding in Kordofan before this latest outbreak of fighting. More than 60,000 people are reported to be on the move in remote and inaccessible areas. Many are vulnerable women and children, who will bear the brunt of the violent upheavals. The precarious security situation is preventing us from distributing food to where it is needed most. For humanitarians it is of grave concern that we have the food, but we cannot get it out to those whose lives depend on it. If we are to reach the most vulnerable in the coming days, it is vital that we have the secure and unhindered humanitarian access that is essential for our life-saving work delivering food to the hungry..

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Libia: Save the Children

Posted by fidest press agency su sabato, 26 febbraio 2011

Save the Children è fortemente preoccupata per la sorte dei bambini in Libia che potrebbero   essere tra le vittime delle violente repressioni in atto da parte delle forze di sicurezza contro le proteste anti-governative. Decine di migliaia potrebbero inoltre essere sfollati se gli scontri  dovessero moltiplicarsi nell’escalation in corso. Testimoni oculari interpellati dai media hanno dichiarato che bambini sono stati uccisi nelle violenze in atto nella città orientale di Bengasi.Save the Children sta mobilitando un team di emergenza  per portare  i primi soccorsi ai rifugiati che raggiungono i paesi confinanti con la Libia. L’Organizzazione sottolinea che se le violenze in atto non dovessero cessare sarebbero migliaia le famiglie costrette a lasciare le loro case con un grave pericolo per i bambini coinvolti. In questi casi i bambini corrono enormi rischi di ritrovarsi separati dalle propri cari, divenire vittime di violenza o sfruttamento, e interrompere per un lungo periodo o anche definitivamente il percorso scolastico. A questo si aggiungono le conseguenze psicologiche legate al trauma e alla perdita della casa, dei famigliari e dei coetanei In Italia, Save the Children sta predisponendo il potenziamento dello staff impegnato da settimane nelle attività di supporto e protezione dei minori arrivati dalla Tunisia con gli sbarchi a Lampedusa e poi trasferiti nelle strutture di accoglienza in Sicilia e Puglia. Qualora flussi migratori massicci dovessero riprendere è fondamentale intervenire tempestivamente per garantire che nessun minore rimanga senza protezione o diventi “invisibile”. Infatti, secondo Save the Children, già molti dei 160 minori tunisini non accompagnati collocati nelle comunità di accoglienza in Sicilia nei giorni scorsi sono fuggiti. Da una prima rilevazione dell’organizzazione, sono 34 i minori che si sono allontanati e tutti avevano dichiarato agli operatori delle comunità di voler raggiungere in qualche modo i parenti in Francia. Per quanto riguarda la Puglia, su 20 minori non accompagnati collocati sono 6 quelli che si sono allontanati. Ancora nessuna traccia dei 6 minori scomparsi il 13 febbraio dal Centro per Migranti di Bari ancor prima di essere collocati.

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Calabria: Solidarietà al Presidente Soluri

Posted by fidest press agency su lunedì, 2 agosto 2010

Sono molto vicino al Presidente dell’Ordine dei giornalisti calabresi per le minacce ricevute che vogliono sicuramente creare un clima di paura e di incertezze che, in questo momento, potrebbe significare minare dalle fondamenta la nostra società civile.  L’escalation criminale di questi ultimi mesi che non sta risparmiando nessuno, dai  giornalisti, agli imprenditori,  ai tantissimi esponenti politici ed istituzionali cì deve far riflettere  perchè questa perversa strategia mira ad impedire che tantissimi uomini e donne, impegnati nella nostra Società,  esercitino il loro ruolo con diligenza ed altruismo. Le Istituzioni preposte devono, oggi più di ieri, intensificare i loro sforzi per smascherare questi soggetti che vogliono vivere creando un clima di intimidazioni e di paure.  A Soluri e a tutto l’Ordine dei Giornalisti voglio esprimere la mia vicinanza assoluta e un invito a non farsi intimidire, oggi la Calabria ha bisogno assoluto dell’opera tranquilla e serena di tutti coloro i quali sono impegnati  in questo strategico settore, i Calabresi non possono abbandonare l’idea e la speranza di un riscatto. A Soluri giunga  il mio incoraggiamento sincero e  sono sicuro che tutti insieme potremo continuare  in questa grande battaglia di civiltà per la rinascita della nostra Regione.  (Salvatore Lucà)

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Farmaci: Contraffazione e informazione

Posted by fidest press agency su sabato, 20 febbraio 2010

“Il sequestro di farmaci contraffatti avvenuto a Roma conferma che questi fenomeni stanno stringendo d’assedio l’Unione Europea” dice Andrea Mandelli, Presidente della Federazione degli Ordini dei Farmacisti Italiani “ma dimostra anche l’efficienza e l’efficacia dell’azione delle autorità italiane”. La Federazione degli Ordini ha individuato da tempo quello della contraffazione e della vendita illegale dei farmaci come un problema rilevante per la tutela della salute dei cittadini ed è da tempo impegnata in un’opera di sensibilizzazione. “E’ evidente che il servizio farmaceutico italiano e la filiera del farmaco sono stati finora impenetrabili ai prodotti irregolari” prosegue Mandelli. “Ma è evidente che di fronte a questa escalation anche tecnologica dei contraffattori occorre essere sempre almeno un passo avanti. Durante la nostra audizione alla Commissione Igiene e Sanità del Senato, lo scorso settembre, sul fenomeno della contraffazione e dell’e-commerce farmaceutico abbiamo anche presentato una serie di proposte, a cominciare dalla disponibilità dei farmacisti a tenere corsi nelle scuole sul corretto uso dei farmaci e sui pericoli insiti nel ricorso ai canali illegali”. La Federazione degli Ordini in quell’occasione ha proposto anche di ampliare l’attività di monitoraggio del settore attraverso indagini e controlli anche su segnalazioni spontanee da parte di operatori sanitari, cittadini e associazioni, come la progettazione di sistemi per la tracciatura dei farmaci, in grado di verificare in tempo reale l’autenticità di un medicinale. “Mi sembra che gli eventi confermino la rilevanza di queste proposte che renderebbero più semplice il non facile compito delle forze dell’Ordine” conclude il Presidente della FOFI.

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Possibili attentati terroristici in Italia?

Posted by fidest press agency su martedì, 16 febbraio 2010

“La durissima presa di posizione del Governo Italiano – è detto in un comunicato emesso dal Ceas – nei confronti dell’Iran con richiesta di forti sanzioni e la reazione del Governo iraniano che ha favorito direttamente o indirettamente il gravissimo assalto all’Ambasciata Italiana a Teheran contenuta in parte dalle forze dell’ordine testimoniano delle crescenti tensioni non solo tra i due Paesi ma anche nei confronti di Francia, Germania e Olanda che hanno mantenuto fortemente  la richiesta di assecondare una serie di misure di embargo per fermare la corsa all’armamento atomico. I recenti attentati terroristici che hanno colpito con maggior frequenza gli italiani non sono singole azioni circoscritte nel territorio afghano, ma “seguono con regolarità una precisa escalation che continuerà nei prossimi mesi”. Non è sfuggito, ad esempio, che l’esplosivo usato contro la caserma di Milano sia lo stesso usato nell’attento di Londra. Non è sfuggito che la frequenza delle aggressioni agli italiani sia cresciuta notevolmente in corrispondenza della variazione nella politica estera del nostro Paese. E non sfugge neanche che le dichiarazioni del Presidente del Consiglio, giuste e giustificate, oggettivamente pongono l’Italia in una condizione di più alto rischio terrorismo; sebbene si ritiene che un attentato eclatante sia stato in qualche modo programmato e che quanto avvenuto ai contingenti militari negli ultimi mesi non sia che una preparazione generale spontanea”.  “Spesso – afferma il sen. Maurizio Calvi, presidente del Ce.A.S. Centro Alti Studi per la lotta al terrorismo e alla violenza politica – non sono state collegate le motivazioni di un attentato con la sua effettiva esplosione perché i terroristi islamici operano con una lentezza non programmabile. Nella nostra tradizionale percezione politica c’è uno sfasamento temporale tra le dichiarazioni  e le azioni militanti. Forse quindi non avremmo una aggressione domani mattina, ma è bene alzare la guardia prima di tutto nei luoghi di grande transito (come ad esempio nelle stazioni delle grandi aree metropolitane) e poi nei siti strategici istituzionali; anche se il terrorismo stragista si rivolge raramente ai simboli politici quanto più ai simboli sociali per propagare un panico incontrollato tra la popolazione civile”. Con ciò non si vuole procurare un allarme incontrollato”. (Il Presidente Sen. Maurizio Calvi del Ce.A.S. Centro Alti Studi per la lotta al terrorismo e alla violenza politica).

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Attentato alla caserma S. Barbara

Posted by fidest press agency su mercoledì, 14 ottobre 2009

Milano. Dopo le prime notizie che tendevano ad accreditare il gesto ad uno sprovveduto ed esaltato libico ora si sta presentando uno scenario più complesso e inquietante. Risulta agli investigatori che Mohamed Game ha avuto dei complici, ma questo non sembra essere il punto più importante. Noi ci troviamo al cospetto di un immigrato che si è ben integrato a Milano, ha goduto della stima dei suoi vicini e del suo datore di lavoro. E’ sposato con figli. Risulta un moderato nella comunità islamica milanese e non sembra avesse collegamenti con le organizzazioni legate al Jihad eppure si è reso protagonista di un’azione terroristica che se non è andata per il verso desiderato dal kamikaze fa, comunque, alzare il livello di attenzione dei nostri servizi segreti. Lo è poiché si tratta di una “cellula dormiente” di cui non si hanno informazioni di alcun genere e potrebbe spingere gli investigatori a condurre una caccia alle streghe che può fare più vittime tra gli innocenti che tra i colpevoli o presunti tali e a risvegliare negli italiani nuovi rigurgiti xenofobi. Analizzando la dinamica dell’attentato l’impressione è che si sia trattato più di un “avviso” che di una volontà di fare vittime o anche per provare la capacità di reazione dei nostri investigatori. Il materiale utilizzato, infatti, non era idoneo a determinare un’esplosione devastante. Non solo. Nel corso delle indagini sono stati sequestrati 120 chilogrammi di nitrato di ammonio, sostanza in vendita come fertilizzante agricolo ma che può essere utilizzata anche per il confezionamento di ordigni. Quindi tutto è stato fatto in casa.  D’altro canto il gesto non lo possiamo confrontare con quello degli attentati di Spagna e Londra dove esistevano cellule eversive ben strutturate e con un’ampia rete di connivenze. Qui la tecnica appare diversa e l’iniziativa diventa più il gesto del singolo che di gruppi. Se il tutto dobbiamo far risalire al nostro impegno militare in Afghanistan e al malessere esistente nella comunità islamica italiana per questa nostra presenza dobbiamo chiederci se il messaggio non tenda solo a spingere l’opinione pubblica italiana a chiedere con più insistenza e determinazione alla sua classe politica che si lasci l’Afghanistan. E il momento è davvero importante. Negli Usa è aperto il dibattito tra chi vorrebbe il ritiro delle truppe Usa e chi per un rafforzamento del contingente e nel chiedere agli alleati di fare altrettanto. Questa escalation del conflitto potrebbe segnare l’inizio di una lotta più cruenta e a dilatarsi in occidente dove i punti sensibili e incontrollati sono tantissimi e anche senza tante bombe si possono fare danni e vittime enormi. Ora gli italiani sono avvisati. E poi non dimentichiamo la nazionalità dell’attentatore. Perché un libico? Può avere una spiegazione logica? (n.r.)

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Caritas to assist the people of North Korea

Posted by fidest press agency su giovedì, 18 giugno 2009

Caritas says alleviating the acute suffering of the poor in North Korea (DPRK) rather than military action must be key component to ending the current crisis. Caritas Internationalis members from Asia, North America and Europe met in China last week to discuss the situation on the Korea peninsula amid growing tensions there.  UN sanctions have been imposed on North Korea after the government in Pyongyang conducted nuclear weapon tests and vowed to strengthen its arms programme. Caritas is calling for denuclearisation of the region if peaceful development is to be sustained.  Caritas is urging for peace talks with practical solutions for vulnerable North Koreans as the best way to prevent any escalation into military action. Caritas says resorting to armed confrontation will have devastating consequences for the poor in North Korea and destabilise the region. The humanitarian crisis in North Korea is still present. At least 8.7 million people in North Korea need food assistance (out of a population of 23 million). The number actually receiving aid is much lower and aid is being cut further due to lack of funding. In many areas, health and education infrastructure is close to collapse.  Caritas Internationalis Secretary-General Lesley-Anne Knight was at the Beijing meeting. She said, “Armed intervention in response to North Korea’s belligerent actions will only cause further human tragedy and compound the suffering of the people there.  Caritas is giving priority through its programmes to children, women and older people who are the most affected. For several years, Caritas has been providing humanitarian assistance to the poorest in North Korea. It will continue to mobilise support and implement effective programmes in the areas of food distribution, health and education, together with local and regional partners. The global Caritas network works through its member, Caritas Korea, in coordinating all activities. Caritas sees humanitarian aid to the people of North Korea as a critical part of a long-term engagement with the country. Caritas has a vital role to play and invites other international organisations and Church initiatives to join efforts to assist the people of North Korea.

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