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Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 259

Posts Tagged ‘esegesi’

Intervento di Roberto Benigni al festival di Sanremo e la sua esegesi e lettura della Cantica biblica

Posted by fidest press agency su lunedì, 10 febbraio 2020

La performance dell’attore ha suscitato reazioni diverse, ma di sicuro è un evento che non può essere ignorato. Non era mai accaduto che un libro della Bibbia facesse un’irruzione così potente in un mondanissimo e frequentatissimo festival della canzone, in base all’esile appiglio del suo titolo, il Cantico dei Cantici, che tradotto in inglese, ha spiegato Benigni, “Song of Songs”, suona come “la canzone delle canzoni”.Ma quale canzone! Aveva detto il rabbi Aquiba nel Sinodo di Iamnia, nel I secolo, che il mondo intero non vale il giorno in cui il Cantico dei Cantici fu dato ad Israele, perché “tutte le Scritture sono sante ma il Cantico dei Cantici è il santo dei santi”. Nella Cantica l’amore anche fisico non è spiritualizzato ed estenuato ma potenziato dall’essere preso a parabola dell’amore di Dio, e ciò che è rilevante è che l’iniziativa e il desiderio d’amore sono perfettamente reciproci, della sposa e dello sposo: ambedue sono figure di Dio. lo sposo e anche la sposa, perciò la Cantica sembra scritta dalla parte delle donne.L’idea di Benigni di portare un compendio di queste pagine millenarie tra le luci e i lustrini di Sanremo è stata geniale, e per quaranta minuti l’evento televisivo è diventato un’altra cosa. Benigni ha giocato tutta la sua lettura sul registro del canto di amore, nel senso anche più fisico e disinibito del termine, proponendo una versione del testo più antica di quella accolta nel canone delle Scritture, precedente perciò a ogni adattamento e censura, una versione in cui abbondano riferimenti puntuali ed espliciti al sesso, ai suoi organi ed alle sue espressioni anche più intensamente erotiche. Per questa operazione esegetica l’artista ha detto di essersi affidato ad alte competenze letterarie e bibliche, compreso il cardinale Ravasi, e di certo gli esperti avranno di che discuterne. In ogni caso ciò ha permesso a Benigni di insistere sull’apparente paradosso della presenza nella Bibbia di questo libro d’amore, in cui Dio è nominato una sola volta, contro la tradizione sessuofobica della letteratura religiosa (non senza rilevanti eccezioni, basta pensare a san Bernardo e ai suoi nove sermoni sul bacio) e contro secoli di morale cattolica in cui l’amore sessuale, sub specie del “De sexto” (il sesto comandamento) è stato girato e rigirato in tutti i modi come peccato. L’effetto è stato dirompente, e drastica è stata da parte di Benigni la liquidazione dell’attribuzione assolutoria del testo a Salomone, come delle interpretazioni allegoriche e spiritualistiche, ricorrenti nei Padri della Chiesa e nell’apologetica anche moderna, che hanno cercato di disinnescare il verismo del dialogo amoroso leggendovi l’amore incorporeo e trascendente di Dio, prima verso Israele e poi, con la buona notizia portata da Gesù, verso l’umanità tutta senza distinzioni tra Giudeo e Greco. In tal modo Benigni ha fatto un duplice svelamento; ha svelato agli spiritualisti la carica erotica del Cantico, e ha svelato ai cantanti e agli spettatori di Sanremo di che cosa parlano davvero, al di là delle cautele perbeniste, le loro canzoni d’amore.Non si può negare che la presentazione di Benigni abbia avuto una forte, anche se nascosta, intenzionalità religiosa, per nulla dissacrante, ed anzi questo amore – forse addirittura scritto da una donna, ha ipotizzato Benigni – è stato definito “santissimo”. Perché tutto portava, pur nella crudezza del linguaggio, a far emergere la natura di infinitezza, di mistero svelato, di assoluto, di necessario dell’amore umano in tutte le sue forme.Benigni ha chiamato in causa tutti, dicendo che tutti, nell’amore, hanno vissuto i loro momenti di immortalità. Sarebbe stato bello se avesse reso più esplicito il perché un libro così profano, così umano, così terreno, ha preso posto incontestato nella Bibbia, ossia in quella che la Chiesa proclama ogni giorno come “parola di Dio”. Certo, perché quell’amore là, per la sua profondità, intensità ed estasi, è un simbolo potente dell’amore di Dio per le sue creature. Ma anche, e ancora di più, oltre il simbolo, perché un Dio che, come diceva l’epistola agli Ebrei delle letture di domenica scorsa, ha condiviso in Cristo “il sangue e la carne” che i figli hanno in comune, condivide anche il loro amore nella carne e nel sangue, ed è “tipo” di ogni autentico amore umano; nella tradizione biblica egli è infatti padre (“padre nostro”) ma altresì madre (“come una madre consola suo figlio così Io…”), e anche negli amori più tormentati è figura di chi ama (“amerò non-Amata dice il Signore…”), e anzi il rapporto stesso prende il nome di Dio, come scriveva Dietrich Bonhoeffer dal carcere di Tegel: “Anche il rivedersi è un Dio”. (fonte: http://www.chiesadituttichiesadeipoveri.it)

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Esegesi virgiliana antica e interpretazioni dell’Eneide: Seminari di Antichistica

Posted by fidest press agency su lunedì, 13 marzo 2017

Roma Venerdì 17 Marzo 2017, ore 15:00 Dipartimento di Studi Umanistici, Aula Paolo Radiciotti Via Ostiense 234/236 la Prof.ssa Maria Luisa Delvigo (Università di Udine) terrà un Seminario sul tema: Esegesi virgiliana antica e interpretazioni dell’Eneide. I Penati di Troia.

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“Glossatori de natura, più che Irnerio: per un’esegesi del ‘Pasticciaccio’”

Posted by fidest press agency su domenica, 29 aprile 2012

Carlo Emilio Gadda

Carlo Emilio Gadda (Photo credit: Wikipedia)

Università di Basilea, 9-11 maggio 2012 Alte Aula Augustinergasse 2 / Basel L’Istituto di Italianistica dell’Università di Basilea, in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura di Zurigo, il Fondo Nazionale Svizzero per la Ricerca Scientifica, la Freiwillige Akademische Gesellschaft di Basilea e la Fondazione Max Geldner di Basilea, organizza un convegno internazionale di studi sul tema:
“… glossatori de natura, più che Irnerio: per un’esegesi del ‘Pasticciaccio’” Il convegno vedrà la partecipazione di autorità e illustri studiosi, fra cui: Manuela Bertone, (Université de Nice), Federico Bertoni (Università di Bologna), Monica Bianco (Universität Basel), Giuseppe Bonifacino (Università di Bari), Franco Contorbia (Università di Genova), rancesca Latini (Universität Basel), Mario Lavagetto (Università di Bologna), Luigi Matt Università di Sassari), Federica Pedriali (University of Edinburgh), Giorgio Pinotti (Edizioni Adelphi), Lisa Poretti (Universität Basel), Enrico Roggia (Université de Genève), aria Antonietta Terzoli (Universität Basel), Cosetta Veronese (Universität Basel), Vincenzo Vitale (Universität Basel). Il convegno sarà aperto da un discorso dell’Ambasciatore d’Italia in Svizzera Giuseppe Deodato. Comitato Scientifico: Prof. Dr. Maria Antonietta Terzoli, Dr. Monica Bianco, Dr. Cosetta Veronese, Vincenzo Vitale. Carlo Emilio Gadda è probabilmente il più grande narratore italiano del Novecento dopo (o insieme) a Italo Svevo, ma ha avuto relativamente non grande fortuna fuori d’Italia e particolarmente nei Paesi di lingua tedesca (dove è ben poco conosciuto); una non grande fortuna essenzialmente dovuta all’estrema difficoltà di tradurre in altre lingue – o di trovare in altre lingue gli equivalenti approssimativi – del complesso, raffinato, polisemantico e affascinante impasto espressivo dell’autore. La Svizzera ha una tradizione di studi gaddiani di altissimo livello, a partire dal magistero di Gianfranco Contini, illustre docente all’Università di Friburgo dal 1938 al 1952 e fra i primi in Italia ad apprezzare e studiare Gadda, per passare poi a Dante Isella, docente al Politecnico Federale di Zurigo dal 1977 al 1988, che a Gadda ha dedicato fondamentali lavori, oltre ad avere diretto e curato, insieme ad altri studiosi, la migliore edizione critica esistente di tutta l’opera gaddiana.

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Questioni aperte nell’esegesi michelangiolesca

Posted by fidest press agency su lunedì, 23 agosto 2010

E’ il titolo  di un lavoro  dei prof. Adriano Prosperi e Antonio Forcellino pubblicato tempo fa negli “Atti dell’Accademia Nazionale dei Lincei, Classe di Scienze morali, storiche e filologiche”. La domanda che si posero e ci pongono i due autori è di che genere fosse stato l’atteggiamento di Michelangelo, pittore, scultore, architetto, poeta e dotato di una grande sensibilità religiosa, posto di fronte alla sua età che fu anche di Savonarola, Lutero, del Concilio di Trento e dell’Inquisizione. Fu, senza dubbio, uno scontro tra le diverse interpretazioni del cristianesimo sfocate nella costruzione di diverse chiese e nella fine dell’unità della Chiesa cristiana d’Occidente. Fu anche il tempo della scoperta dell’America e dell’espansione missionaria europea. Tutto questo mentre si maturavano le indelebili e magistrali opere dalla Pietà al Giudizio universale. Un pennello ed una scultura che taluni vollero vedere il tormento dell’uomo, della sua religiosità tra le forme statuarie che esaltano la grandezza dell’essere umano, la sua dignità, la sua aspirazione alla liberazione dai vincoli del male e della morte, e la sua ricerca della salvezza. Se da una parte non sembra realistico che possa essere sfuggito alla sensibilità dell’artista e dell’uomo di Fede questa battaglia delle Chiese divise e in lotta, dall’altra è possibile dall’analisi del linguaggio artistico intravedere questo trauma esistenziale? Tali segnali, sia pure impercettibili, possono essere scaturiti dai riti della Sistina, dove il Cristo di Michelangelo ha presieduto a tutte le elezioni papali dei secoli successivi. E si chiede Prosperi c’è dunque un legame storico fra l’arte di Michelangelo e l’universo religioso del cattolicesimo del suo tempo? Ed ancora quali furono le scelte di Michelangelo all’interno di un cristianesimo così diviso e attraversato da profondi contrasti? E questa lettura fu percepita in qualche modo dai suoi contemporanei? Una chiave di lettura significativa per Prosperi è data dall’immagine del Crocefisso eseguita da Michelangelo per Vittoria Colonna tra il 1538 ed il 1541. Fu il punto d’incontro tra i due ma anche la conferma della centralità del tema di Cristo crocefisso e del misticismo della Redenzione in ambienti significativi della vita culturale e religiosa italiana intorno alla metà del ‘500. Non dimentichiamo che Michelangelo realizzò  una immagine nuova della passione di Cristo. “Non l’uomo di dolori della tradizione, ma un uomo divino, visto nella torsione di un corpo atletico e integro, teso in una sofferenza tutta interiore, che ricorda il movimento di Lacoonte, in lotta con gli invisibili mostri del male e della morte.” Un altro segno rilevato è quella della meditazione michelangiolesca sul tema della pietà e l’opera dell’artista per la tomba di Giulio II. Vittoria Colonna, per i suoi tempi non fu certo una figura di secondo piano nel mondo culturale della Roma laica e religiosa. Essa divenne l’interlocutrice e la mediatrice mistica di un gruppo  che si riuniva per coltivare una pietà speciale, fatta di mediazioni, di illuminazioni e di una auto-elezione al di sopra dei comuni cristiani. La nobildonna amava circondarsi di una piccola ma raffinata aristocrazia di alti prelati, poeti, scrittori e artisti. Passava per l’essere la mediatrice del gruppo e Michelangelo, proprio suo tramite, godeva tra costoro di illimitata ammirazione e di grande amicizia spirituale.

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Identità e l’ubicazione del monte Sinai

Posted by fidest press agency su martedì, 25 maggio 2010

Vicenza (Italia) 28 maggio 2010 con inizio alle ore 20.30 presso la Sala Accademica del Seminario Teologico (Nuovo), borgo S.Lucia, 51 presentazione di due libri del prof. Emmanuel Anati che escono in contemporanea per la casa editrice Messaggero che  affrontano e cercano di risolvere uno dei grandi problemi della geografia e dell’esegesi biblica: l’identità e l’ubicazione del monte Sinai.  La tradizione ha proposto la montagna sacra del monoteismo accanto al monastero di S.Caterina nel sud della penisola del Sinai ma un’attenta lettura del Pentateuco sembra smentire questa ubicazione, infatti tutte le descrizioni della Bibbia fanno pensare che il monte Sinai si trovi al nord e non al sud della penisola, sulla strada che conduce dalla terra di Goshen alla terra promessa. I libri di Anati sono, una guida ai siti archeologici da lui scoperti ad Har Karkom, e l’altro una esposizione delle ragioni che lo hanno condotto a proporre Har Karkom come la montagna biblica del Sinai. L’ipotesi ha già affrontato numerose critiche ed opposizioni e questo affascinante dibattito si è esteso a livello mondiale. Le spedizioni di Anati hanno messo in luce una scoperta eccezionale di una montagna sacra con altari, santuari ed altri luoghi di culto circondata ai suoi piedi da innumerevoli insediamenti riferibili all’età del bronzo, nel cuore del deserto dell’Esodo. I libri presentati propongono un nuovo tipo di analisi multi disciplinare che fa convergere archeologia, antropologia culturale, sociologia, topografia all’esegesi teologico-biblica. E’ questa la montagna alla quale la Bibbia si riferisce? Il libro espone le argomentazioni di carattere esegetico, archeologico, topografico e storico che conducono alla rivoluzionaria proposta di ricollocare il monte Sinai di circa 200 km più a nord di quello che finora si era pensato e studiato. Il due libri che vengono ora presentati faranno certamente discutere e risvegliare le ricerche sui messaggi e sulle prospettive che la lettura biblica può contribuire alla cultura contemporanea. Il problema essenziale è quello di presentare una credibile sinergia tra reperti archeologici, testi biblici e l’antica letteratura del Vicino Oriente per comprendere i fatti che celano dietro la narrazione. Contestualmente a queste due pubblicazioni è stato stampato anche il rapporto scientifico dei ritrovamenti presso Har Karkom nel deserto del Negev in Israele.

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Questioni aperte nell’esegesi michelangiolesca

Posted by fidest press agency su lunedì, 28 dicembre 2009

E’ il titolo  di un lavoro  dei prof. Adriano Prosperi e Antonio Forcellino pubblicato qualche anno fa negli “Atti dell’Accademia Nazionale dei Lincei, Classe di Scienze morali, storiche e filologiche”. La domanda che si posero e ci pongono i due autori è di che genere fosse stato l’atteggiamento di Michelangelo, pittore, scultore, architetto, poeta e dotato di una grande sensibilità religiosa, posto di fronte alla sua età che fu anche di Savonarola, Lutero, del Concilio di Trento e dell’Inquisizione. Fu, senza dubbio, uno scontro tra le diverse interpretazioni del cristianesimo sfocate nella costruzione di diverse chiese e nella fine dell’unità della Chiesa cristiana d’Occidente. Fu anche il tempo della scoperta dell’America e dell’espansione missionaria europea. Tutto questo mentre si maturavano le indelebili e magistrali opere dalla Pietà al Giudizio universale. Un pennello ed una scultura che taluni vollero vedere il tormento dell’uomo, della sua religiosità tra le forme statuarie che esaltano la grandezza dell’essere umano, la sua dignità, la sua aspirazione alla liberazione dai vincoli del male e della morte, e la sua ricerca della salvezza. Se da una parte non sembra realistico che possa essere sfuggito alla sensibilità dell’artista e dell’uomo di Fede questa battaglia delle Chiese divise e in lotta, dall’altra è possibile dall’analisi del linguaggio artistico intravedere questo trauma esistenziale? Tali segnali, sia pure impercettibili, possono essere scaturiti dai riti della Sistina, dove il Cristo di Michelangelo ha presieduto a tutte le elezioni papali dei secoli successivi. E si chiede Prosperi c’è dunque un legame storico fra l’arte di Michelangelo e l’universo religioso del cattolicesimo del suo tempo? Ed ancora quali furono le scelte di Michelangelo all’interno di un cristianesimo così diviso e attraversato da profondi contrasti? E questa lettura fu percepita in qualche modo dai suoi contemporanei? Una chiave di lettura significativa per Prosperi è data dall’immagine del Crocefisso eseguita da Michelangelo per Vittoria Colonna tra il 1538 ed il 1541. Fu il punto d’incontro tra i due ma anche la conferma della centralità del tema di Cristo crocefisso e del misticismo della Redenzione in ambienti significativi della vita culturale e religiosa italiana intorno alla metà del ‘500. Non dimentichiamo che Michelangelo realizzò  una immagine nuova della passione di Cristo. “Non l’uomo di dolori della tradizione, ma un uomo divino, visto nella torsione di un corpo atletico e integro, teso in una sofferenza tutta interiore, che ricorda il movimento di Laocoonte, in lotta con gli invisibili mostri del male e della morte.” Un altro segno rilevato è quella della meditazione michelangiolesca sul tema della pietà e l’opera dell’artista per la tomba di Giulio II. Vittoria Colonna, per i suoi tempi non fu certo una figura di secondo piano nel mondo culturale della Roma laica e religiosa. Essa divenne l’interlocutrice e la mediatrice mistica di un gruppo  che si riuniva per coltivare una pietà speciale, fatta di mediazioni, di illuminazioni e di una auto-elezione al di sopra dei comuni cristiani. La nobildonna amava circondarsi di una piccola ma raffinata aristocrazia di alti prelati, poeti, scrittori e artisti. Passava per l’essere la mediatrice del gruppo e Michelangelo, proprio suo tramite, godeva tra costoro di illimitata ammirazione e di grande amicizia spirituale.

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