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Posts Tagged ‘etiopi’

Migliaia di etiopi cercano asilo nello stato sudanese del Nilo Azzurro

Posted by fidest press agency su venerdì, 26 febbraio 2021

Diverse migliaia di persone in fuga dall’escalation di violenza nella regione etiope del Benishangul Gumuz hanno cercato sicurezza nello Stato sudanese del Nilo Azzurro nell’ultimo mese.Le tensioni sono alte nella zona di Metekel dal 2019, con diverse segnalazioni di attacchi intercomunitari nella regione. La situazione si è rapidamente aggravata negli ultimi tre mesi. Il governo federale etiope ha dichiarato lo stato di emergenza nella zona il 21 gennaio 2021.L’UNHCR, Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, sta lavorando a stretto contatto con le autorità e i partner sudanesi per valutare la situazione e rispondere ai bisogni umanitari dei nuovi arrivati, molti dei quali si trovano in luoghi difficili da raggiungere lungo il confine.La regione del Benishangul Gumuz si trova nell’Etiopia occidentale. Questo esodo non è direttamente collegato al conflitto nella regione settentrionale del Tigray, che ha spinto più di 61.000 persone a cercare sicurezza in Sudan negli ultimi mesi.Delle 7.000 persone che si stima siano arrivate nello Stato del Nilo Azzurro, quasi 3.000 sono state registrate. Questo numero è destinato ad aumentare man mano che le verifiche continuano in tutte le località in cui i rifugiati sono accolti.Nelle scorse settimane, l’UNHCR e i partner hanno già fornito assistenza umanitaria a quasi 1.000 rifugiati a Yabatcher, al confine tra Sudan ed Etiopia. I rifugiati hanno ricevuto cibo, accesso a strutture sanitarie, idriche e igieniche, e forniture di beni di prima necessità.La maggior parte di questi richiedenti asilo è ospitata nella comunità sudanese che continua ad accogliere le persone in cerca di sicurezza. L’UNHCR e i partner continueranno a rafforzare la risposta per sostenere il governo nella sua risposta.

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Etiopia: Rifugiati dall’Eritrea hanno bisogno di protezione

Posted by fidest press agency su sabato, 6 febbraio 2021

L’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) chiede una protezione efficace per i circa 100.000 rifugiati eritrei in Etiopia. Bisogna urgentemente fare luce sulla distruzione sistematica di due campi con 26.000 rifugiati nel nord dello stato del Tigray e i campi devono essere ricostruiti, ha dichiarato l’organizzazione per i diritti umani. I rifugiati dall’Eritrea non devono diventare un danno collaterale della guerra in Tigray. Sono fuggiti da crimini contro l’umanità in Eritrea e hanno bisogno di protezione. Se i campi sono stati deliberatamente distrutti, come suggeriscono le immagini satellitari, questa sarebbe una violazione del diritto internazionale. I responsabili devono essere ritenuti responsabili. Gli analisti del gruppo di ricerca britannico DX Open Network hanno valutato le immagini satellitari di entrambi i campi, prese tra la fine di novembre 2020 e la fine di gennaio 2021. Secondo loro, le foto suggeriscono la distruzione sistematica di entrambi i campi con il fuoco e i bombardamenti. Gli analisti affermano che gli incendi sono stati registrati simultaneamente in diversi luoghi del campo di Shimelba, distruggendo 721 edifici o altre abitazioni. Sono state bruciate anche strutture appartenenti a organizzazioni umanitarie, il Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite e un ospedale. A Camp Hitsats, gli analisti hanno potuto registrare 531 edifici distrutti, compresi quelli appartenenti alle agenzie di aiuto umanitario. Le foto mostrano i crateri causati dal fuoco dell’artiglieria e dai veicoli militari. Ancora oggi non è chiaro chi abbia commesso questi presunti crimini di guerra. La violenza potrebbe provenire da soldati etiopi o eritrei alleati, così come dalle milizie. Anche il destino delle 26.000 persone che vivevano nei campi non è chiaro. Anche l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati, Filippo Grandi, ha espresso grande preoccupazione per il loro destino dopo una visita in Etiopia la scorsa settimana. A Grandi non è stato permesso di visitare i resti di nessuno dei due campi, e ha potuto visitare solo altri due campi nel Tigray meridionale.

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Il numero dei rifugiati etiopi in Sudan supera le 40.000 unità

Posted by fidest press agency su venerdì, 27 novembre 2020

Il numero di rifugiati etiopi che si stanno riversando nel Sudan orientale ha ormai superato le 40.000 unità dallo scoppio della crisi, facendo registrare oltre 5.000 donne, bambini e uomini fuggiti dagli scontri in corso nel Tigrè nel corso del fine settimana.L’UNHCR, Agenzia ONU per i Rifugiati, e i partner hanno potuto consegnare e distribuire aiuti salvavita, compresi alimenti, a un numero ulteriore di persone. Ma le attività di risposta umanitaria continuano a misurarsi con criticità logistiche e a essere messe a dura prova. Non vi è sufficiente capacità di alloggi per soddisfare le crescenti esigenze.Integratori alimentari e alimenti terapeutici sono attualmente assicurati a circa 300 bambini malnutriti, donne incinte e madri che allattano. Il personale dell’Agenzia ha potuto identificare le persone più vulnerabili e inviarle ai servizi competenti. Continuano a essere assicurati pasti caldi e sono stati installati ulteriori punti di distribuzione dell’acqua e latrine.L’Agenzia continua a trasferire lontano dal confine i rifugiati – con criticità legate alla logistica e alle distanze che limitano il numero di persone che possono essere trasportate all’insediamento di Um Rakuba – 70 km nell’entroterra sudanese. Al 23 novembre, risultavano trasferite poco più di 8.000 persone. Per quanto riguarda la situazione interna all’Etiopia, l’UNHCR continua a esprimere preoccupazione per i civili, tra cui popolazioni sfollate e operatori umanitari presenti nel Tigrè. L’Agenzia si unisce ai partner ONU nell’esortare tutte le parti in conflitto ad adempiere gli obblighi internazionali che prevedono di proteggere i civili. L’UNHCR rinnova l’appello ad assicurare agli attori umanitari accesso incondizionato, sicuro e senza impedimenti affinché possano garantire assistenza a quanti ne hanno necessità. Visto il perdurare del conflitto in corso in Etiopia, l’Agenzia esprime crescente apprensione in merito ai 100.000 rifugiati eritrei presenti sul territorio. L’assenza di accesso umanitario genera enorme preoccupazione in relazione all’erogazione di servizi fondamentali, quali acqua, farmaci essenziali e derrate alimentari, le cui scorte a disposizione della popolazione rifugiata si esauriranno nel giro di una settimana. L’Alto Commissariato rilancia l’appello a tutte le parti in conflitto ad assicurare libertà di circolazione in condizioni sicure a beneficio di quanti sono in cerca di sicurezza e assistenza, siano essi fuggiti oltre frontiera o all’interno dei confini nazionali, indipendentemente dalla loro origine etnica.

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Necessario supporto urgente per aiutare i rifugiati etiopi diretti in Sudan

Posted by fidest press agency su martedì, 24 novembre 2020

Mentre il numero di persone in fuga verso il Sudan orientale dalla regione etiope del Tigrè ora supera le 33.000 unità, l’UNHCR, Agenzia ONU per i Rifugiati, lavora senza sosta per assicurare assistenza vitale a donne, bambini e uomini estremamente bisognosi.Il personale presente ai varchi di confine di Hamdayet, nello Stato di Kassala, e di Lugdi, nello Stato di Gadaref, continua a registrare migliaia di nuovi arrivi ogni giorno.I rifugiati hanno raccontato al personale dell’UNHCR come siano stati colti nel mezzo delle loro attività quotidiane dallo scoppio improvviso degli scontri. Il personale ha incontrato insegnanti, infermieri, impiegati d’ufficio, agricoltori e studenti colti completamente di sorpresa. Molti sono dovuti fuggire senza poter portare i propri effetti personali e hanno dovuto camminare per ore e attraversare un fiume per mettersi in salvo in Sudan.I rifugiati arrivano in aree remote dotate di pochissime infrastrutture. Sono necessarie almeno sei ore per raggiungere Hamdayat da Kassala e per arrivare al Villaggio 8, un altro sito che accoglie temporaneamente i rifugiati. Il personale al confine è costretto a imbarcarsi su un traghetto che può trasportare al massimo quattro veicoli oppure fare una deviazione di tre ore via terra.Le esigenze complessive sono enormi, ma sono stati compiuti progressi nell’assicurare una risposta, dato che un numero maggiore di aiuti è ora in grado di raggiungere il confine. Continuano a essere assicurati pasti caldi e acqua potabile. L’UNHCR ha dispiegato personale per identificare le persone più vulnerabili portatrici di esigenze specifiche. Un numero ulteriore di forniture mediche è stato inviato alle cliniche, tra cui alimenti terapeutici e supplementari per il consumo immediato.Oltre 5.000 rifugiati sono stati traferiti dal confine all’insediamento di Um Raquba, a 70 km in direzione dell’entroterra.L’UNHCR ha bisogno del supporto immediato dei donatori per poter continuare ad assistere il crescente numero di rifugiati.In Etiopia, il numero di sfollati interni è in continuo aumento dopo quasi due settimane di conflitto. La difficoltà di accedere a quanti necessitano di aiuto, sommata all’impossibilità di far entrare aiuti nella regione, continuano a costituire un serio ostacolo. L’Agenzia esprime crescente preoccupazione per l’incolumità e la sicurezza di tutti i civili nel Tigrè, compresi i 100.000 rifugiati eritrei accolti in quattro campi. L’UNHCR non ha notizie del proprio personale da lunedì ed esprime profonda preoccupazione a riguardo.I rifugiati eritrei nel Tigrè dipendevano totalmente dagli aiuti, compresi cibo e acqua, prima che scoppiasse il conflitto, e vi sono seri motivi di preoccupazione che le ostilità in corso possano condizionare drasticamente l’erogazione di servizi nei campi. Le razioni alimentari sono assicurate fino alla fine di novembre, pertanto è di importanza fondamentale che gli operatori umanitari possano tornare ad avere accesso e a distribuire cibo supplementare prima che i rifugiati restino senza. L’UNHCR si unisce alle altre agenzie delle Nazioni Unite nell’appello a tutte le parti in conflitto a proteggere i civili sfollati e a garantire l’incolumità degli operatori umanitari, assicurare un cessate il fuoco temporaneo con effetto immediato che consenta di attivare corridoi umanitari, e sollecita a garantire accesso umanitario incondizionato e immediato che permetta di prestare assistenza a quanti ne hanno bisogno nelle aree sotto il controllo di ciascuna parte belligerante.

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Nuove imprenditrici Etiopi: una ricchezza da valorizzare per l’emancipazione del Paese

Posted by fidest press agency su giovedì, 22 ottobre 2015

imprenditrici EtiopiRidurre le differenze di genere, migliorare il livello di educazione e dare più spazio alle donne nel mondo del lavoro sono gli obiettivi da raggiungere per ottenere una crescita in cui le donne rappresentino una parte sostanziale del settore imprenditoriale Etiope. L’Organizzazione delle Nazione Unite per lo Sviluppo Industriale, UNIDO, nell’ambito del progetto “Productive work for Youth and Women in Ethiopia” ha assistito e intervistato 12 donne Etiopi di successo, che hanno fondato aziende e sono riuscite a superare i tradizionali ostacoli che normalmente impediscono alla maggior parte di loro di diventare imprenditrici. Tra questi, la mancanza di opportunità sociali rispetto agli uomini rappresenta una forte limitazione: spesso le donne sono frenate da obblighi famigliari e retaggi culturali, che non lasciano loro il tempo di dedicarsi alle attività sociali ed imprenditoriali. Pertanto UNIDO per sensibilizzare l’opinione pubblica e all’interno dello spazio ‘We Women for EXPO’, ha dato la possibilità a cinque imprenditrici Etiope di raccontare la propria esperienza durante la presentazione “Rafforzare il ruolo delle donne nel settore della sicurezza agroalimentare in Etiopia” avvenuta in EXPO Milano lo scorso 15 ottobre.
C’è da dire che in Etiopia il 60% delle piccole e micro imprese sono guidate da donne, operanti principalmente nel settore agroalimentare. Le stime prevedono che l’Etiopia in fase di forte crescita economica, entrerà a far parte dei Paesi a medio reddito entro il 2025. Pertanto in questo processo il ruolo delle donne imprenditrici dovrebbe essere il fulcro del Paese per permettere allo stesso, di incrementare le proprie potenzialità di sviluppo e di benessere.Una funzione importante nel processo di integrazione delle donne è svolta dalle associazioni femminili, sostenute sia dal governo che da privati, in quanto supportano la condivisione di esperienze, promuovono assistenza e la diffusione di conoscenze tecniche. In questo contesto, le relatrici operanti nel settore agroalimentare hanno intrapreso l’attivitàimprenditrici Etiopi1 imprenditoriale spinte da un denominatore comune: la necessità.
Ad esempio la storia di Embet Mekonnen, dirigente di un’azienda lattiero casearia, è iniziata con l’inaugurazione di una pizzeria in seguito alla perdita del marito in un incidente d’auto, spinta dalla necessità di mantenere le sue tre figlie. Dopo essersi resa conto della mancanza di formaggio per pizza, ha deciso di iniziare a produrlo autonomamente. In quattro anni, è passata dal processare 40 a 1000 litri di latte al giorno. Embet intende diversificare la produzione, includendo yoghurt e gelato, con lo scopo di espandere il suo business e creare nuovi posti di lavoro, soprattutto per altre donne.Un altro esempio vittorioso è rappresentato da Almaz Ayele che dopo la morte del marito e la nazionalizzazione del suo ristorante, si è rimessa in gioco partendo dall’apertura di un piccolo locale nel centro di Debrezeit. Essendosi resa conto dell’alta richiesta in particolare di pollo fritto, decise di allevare galline nel retro del ristorante riuscendo a realizzare un consistente allevamento di polli. L’azienda era arrivata ad impiegare 80 persone, quando nel 2000 l’influenza aviaria portò Almaz a perdere nuovamente tutto e la costrinse a fermarsi per un anno. L’imprenditrice è ripartita da zero non perdendo le speranze: al momento possiede 5000 polli e ha in programma di implementare la produzione lattiero casearia.
Sara Yirga si è invece dedicata ad un settore tipicamente maschile in Etiopia, quello della tostatura del caffè. L’imprenditrice, che vuole puntare sulla qualità del prodotto è ancora nella fase sperimentale e con la collaborazione del marito che ha frequentato un corso di tostatura del caffè offerto dal governo, sta cercando di raffinare il prodotto finale per aumentare il valore aggiunto. Sara ha iniziato affittando un piccolo spazio nella periferia di Addis Ababa, ma il suo progetto punta ad espandersi, aprendo un caffè e esportando il prodotto. È inoltre consapevole di quanto sia importante preservare le qualità del prodotto attraverso il packaging, per questo se riuscirà ad ottenere i finanziamenti richiesti, intende investire nel confezionamento del caffè.
Questi sono alcuni esempi di donne che hanno posto le basi per un sistema volto a valorizzare l’imprenditoria femminile attraverso l’aiuto del governo Etiope. Infatti l’implementazione delle politiche di supporto è fondamentale per permettere alle donne imprenditrici di offrire il proprio contributo finalizzato alla diminuzione della povertà e allo sviluppo sostenibile del Paese. (foto: imprenditrici Etiopi)

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Gli Etiopi dipendono dagli aiuti alimentari

Posted by fidest press agency su giovedì, 29 ottobre 2009

L’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) accusa il governo etiope e la sua politica agraria di aver aggravato pesantemente la carestia nel Corno d’Africa. Invece di dare priorità assoluta alla produzione di alimenti per il consumo interno, il governo ha puntato sulla coltivazione intensiva di fiori e la produzione di biodiesel per l’esportazione. Per la realizzazione di questo obiettivo e l’allestimento delle piantagioni necessarie i piccoli produttori contadini e le popolazioni nomadi vengano cacciati dalle loro terre o spinti a venderle a prezzi irrisori, perlopiù a investitori stranieri. L’Etiopia è già provata da una lunga siccità e dalle esigue piogge delle ultime due stagioni delle piogge, ma le conseguenze del cambio climatico vengono ulteriormente aggravate dalla politica del governo orientata principalmente all’esportazione e dalle violente aggressioni dell’esercito etiope alle popolazioni somale della regione orientale di Ogaden. Solo la scorsa settimana il governo etiope ha chiesto alla comunità internazionale urgenti aiuti alimentari per 6,2 milioni di persone. Con 85 piantagioni di fiori, l’Etiopia è il secondo produttore di fiori in Africa. Dall’inizio della produzione di fiori nel 2000, centinaia di contadini del gruppo etnico degli Oromo hanno perso la loro terra nelle vicinanze della capitale Addis Abeba senza aver ottenuto in cambio un risarcimento adeguato. In molti casi i contadini, che con la loro terra erano in grado di nutrire intere famiglie allargate, sono stati spinti alla vendita da incaricati governativi. In Etiopia l’85% della popolazione sopravvive grazie all’agricoltura in proprio. In cambio della terra il governo aveva promesso ai contadini lavoro nelle nuove piantagioni, ma i salari nelle piantagioni spesso non raggiungono l’euro al giorno, con cui certamente non è possibile nutrire la famiglia. Inoltre il massiccio utilizzo di pesticidi si riflette sulla salute dei lavoratori e l’alto fabbisogno di acqua delle piantagioni viene a sottrarre acqua alla produzione alimentare nella regione. Le conseguenze del boom del biodiesel sono ancora più catastrofiche. Nonostante milioni di Etiopi soffrano la fame, il governo intende affittare 2,7 milioni di ettari di terreno a investitori stranieri che vorrebbero coltivare la pianta di jatropa, palme da olio, ricino e canna da zucchero. Più di 2.000 aziende provenienti dalla Cina, India, Arabia Saudita e da altri paesi ancora hanno già investito in Etiopia. Per la creazione delle piantagioni vengono sacrificate enormi aree boschive andando così ad aggravare la situazione climatica, la fertilità dei terreni e in ultima analisi la situazione della popolazione, in particolare del gruppo etnico degli Oromo, principali vittime della politica governativa.. Almeno 330.000 ettari di terreno localizzati nell’Etiopia centrale, meridionale e occidentale sono già stati dati in affitto per la realizzazione di progetti di produzione di biodiesel nonostante si tratti proprio delle aree in cui maggiore è la carestia.

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