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Posts Tagged ‘etiopia’

Priyanka Chopra Jonas in missione in Etiopia tra i bambini rifugiati

Posted by fidest press agency su martedì, 28 maggio 2019

Questa settimana la Goodwill Ambassador dell’UNICEF Priyanka Chopra Jonas ha effettuato una missione sul campo in Etiopia con l’UNICEF per incontrare i bambini rifugiati fuggiti dai propri paesi a causa di conflitti e crisi umanitarie.
Durante la missione, Chopra Jonas ha incontrato bambini e giovani che vivono nel campo di rifugiati di Bambasi, dove si trovano circa 17.000 rifugiati provenienti principalmente dal Sudan, e nei campi di Hitsats e Adi-Harush, dove vivono 55.000 rifugiati dall’Eritrea.”I bambini sradicati dalle loro case a causa della guerra e delle catastrofi subiscono i maggiori disagi nella loro vita”, ha detto Chopra Jonas. “Mancano di istruzione, assistenza sanitaria e stabilità, il che li rende estremamente vulnerabili alla violenza, agli abusi o allo sfruttamento”.L’Etiopia ospita circa 900.000 rifugiati – la seconda popolazione rifugiata più ampia in Africa. La maggior parte è stata costretta a lasciare le proprie case in Somalia, Sud Sudan, Eritrea, Sudan e Yemen. Molti erano alla ricerca di pace o di una vita migliore, hanno dovuto affrontare pericoli e discriminazioni lungo il percorso.Presso la scuola primaria per rifugiati a Bambasi, Chopra Jonas ha incontrato Zulfa Ata Ey, di 8 anni, uno dei 6.000 studenti iscritti alla scuola. Come in molte altre scuole per rifugiati in Etiopia, a Bambasi c’è una grave carenza di classi, insegnanti e libri di testo.Sia a Hitsats sia a Adi-Harush i campi, le scuole, i centri sanitari e altri servizi essenziali sono integrati e sono utilizzati sia da etiopi che da rifugiati eritrei. Al campo di Adi-Harush Chopra Jonas ha visitato un centro per il monitoraggio nutrizionale gestito dal governo e il vicino ospedale MayTserbi, entrambi utili sia per i rifugiati sia per i membri delle comunità ospitanti. Lì i bambini hanno accesso a cure per la malnutrizione e le madri ricevono le cure mediche necessarie.
L’UNICEF chiede ai governi di difendere i rifugiati e i richiedenti asilo adottando politiche che affrontino le cause per cui i bambini vengono sradicati dalle loro case, aiutino i bambini ad andare a scuola e a stare in salute, tengano le famiglie unite e dare ai bambini uno status legale, pongano fine alla detenzione di bambini rifugiati, combattano la xenofobia e le discriminazioni, e proteggano i bambini sradicati da sfruttamento e violenza.

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Priyanka Chopra Jonas in missione in Etiopia tra i bambini rifugiati

Posted by fidest press agency su lunedì, 27 maggio 2019

Questa settimana la Goodwill Ambassador dell’UNICEF Priyanka Chopra Jonas ha effettuato una missione sul campo in Etiopia con l’UNICEF per incontrare i bambini rifugiati fuggiti dai propri paesi a causa di conflitti e crisi umanitarie.
Durante la missione, Chopra Jonas ha incontrato bambini e giovani che vivono nel campo di rifugiati di Bambasi, dove si trovano circa 17.000 rifugiati provenienti principalmente dal Sudan, e nei campi di Hitsats e Adi-Harush, dove vivono 55.000 rifugiati dall’Eritrea.”I bambini sradicati dalle loro case a causa della guerra e delle catastrofi subiscono i maggiori disagi nella loro vita”, ha detto Chopra Jonas. “Mancano di istruzione, assistenza sanitaria e stabilità, il che li rende estremamente vulnerabili alla violenza, agli abusi o allo sfruttamento”.L’Etiopia ospita circa 900.000 rifugiati – la seconda popolazione rifugiata più ampia in Africa. La maggior parte è stata costretta a lasciare le proprie case in Somalia, Sud Sudan, Eritrea, Sudan e Yemen. Molti erano alla ricerca di pace o di una vita migliore, hanno dovuto affrontare pericoli e discriminazioni lungo il percorso.Presso la scuola primaria per rifugiati a Bambasi, Chopra Jonas ha incontrato Zulfa Ata Ey, di 8 anni, uno dei 6.000 studenti iscritti alla scuola. Come in molte altre scuole per rifugiati in Etiopia, a Bambasi c’è una grave carenza di classi, insegnanti e libri di testo.Sia a Hitsats sia a Adi-Harush i campi, le scuole, i centri sanitari e altri servizi essenziali sono integrati e sono utilizzati sia da etiopi che da rifugiati eritrei. Al campo di Adi-Harush Chopra Jonas ha visitato un centro per il monitoraggio nutrizionale gestito dal governo e il vicino ospedale MayTserbi, entrambi utili sia per i rifugiati sia per i membri delle comunità ospitanti. Lì i bambini hanno accesso a cure per la malnutrizione e le madri ricevono le cure mediche necessarie.
L’UNICEF chiede ai governi di difendere i rifugiati e i richiedenti asilo adottando politiche che affrontino le cause per cui i bambini vengono sradicati dalle loro case, aiutino i bambini ad andare a scuola e a stare in salute, tengano le famiglie unite e dare ai bambini uno status legale, pongano fine alla detenzione di bambini rifugiati, combattano la xenofobia e le discriminazioni, e proteggano i bambini sradicati da sfruttamento e violenza.

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Etiopia: l’UNHCR accoglie con favore la legge che riconosce maggiori diritti ai rifugiati

Posted by fidest press agency su lunedì, 21 gennaio 2019

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, accoglie con favore la nuova storica legge in materia di rifugiati approvata dall’Etiopia che consentirà ora a questi ultimi di ottenere permessi per motivi di lavoro e patenti di guida, di accedere all’istruzione primaria, di registrare legalmente eventi quali nascite e matrimoni, e di usufruire di servizi finanziari nazionali, quali quelli del settore creditizio.Il parlamento etiope ha adottato alcune revisioni alla legge già in vigore in materia di rifugiati giovedi 17 gennaio 2019, rendendola una delle più progressiste in Africa.
“L’adozione di questa storica legge rappresenta una pietra miliare significativa nella lunga storia di accoglienza di rifugiati da parte dell’Etiopia, giunti per decenni da tutta la regione”, ha dichiarato Filippo Grandi, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati. “Creando le condizioni affinché i rifugiati possano meglio integrarsi nella società, l’Etiopia non solo onora i propri obblighi internazionali in materia, ma funge da modello per le altre nazioni che ospitano rifugiati nel resto del mondo”.La revisione del testo della legge è avvenuta proprio a poche settimane dall’approvazione del Global Compact sui Rifugiati da parte dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 17 dicembre 2018. Alla base di questo quadro innovativo vi è una risposta più strutturata e completa alle migrazioni forzate che prevede che i rifugiati siano inclusi nei servizi nazionali, quali assistenza sanitaria e istruzione, invece di istituire per essi sistemi paralleli. La strategia prevede, inoltre, che i rifugiati abbiano l’opportunità di divenire autosufficienti e contribuire alle economie locali in modo tale che anche le comunità di accoglienza possano beneficiarne.In Etiopia l’UNHCR ha preso parte alla stesura del testo nel processo di revisione della legge in materia di rifugiati, condotta dall’Agenzia etiope per gli affari inerenti ai rifugiati e ai rimpatriati (Agency for Refugee and Returnee Affairs/ARRA). La legge sostituisce la Proclamazione in materia di rifugiati (Refugee Proclamation) del 2004: anch’essa rispettava i principi fondamentali della Convenzione sui rifugiati del 1951, nonché la Convezione dell’Organizzazione dell’Unità Africana (OAU/OAU) del 1969, che limitava alcuni dei diritti dei rifugiati, fra cui la libertà di movimento e l’accesso all’istruzione, e non faceva alcuna menzione del concetto di integrazione.Attualmente l’Etiopia accoglie oltre 900.000 rifugiati provenienti principalmente da Paesi confinanti quali Sud Sudan, Somalia, Sudan ed Eritrea, e, in numeri minori, rifugiati da Yemen e Siria.

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Palermo chiama Etiopia. Ed Etiopia risponde

Posted by fidest press agency su lunedì, 19 novembre 2018

Palermo 28 novembre 2018 ore 9,00 Università Palermo scienze politiche. In nome della collaborazione, della conoscenza reciproca e dello sviluppo degli scambi commerciali internazionali presenti e futuri. Ha il fine di lanciare un occhio verso l’Africa e la sua economia più sviluppata “Ethiopia at the crossroads between past and future challenges”, l’incontro che coinvolgerà gli studenti dell’Università degli studi di Palermo, con particolare riguardo a quelli iscritti alla laurea magistrale interamente in lingua inglese di International. L’evento, organizzato dal professore Salvatore Casabona, docente di Diritto comparato e scambi internazionali dell’Università di Palermo, vedrà intervenire numerose personalità che porteranno un tema legato al mondo economico etiope.
Così, il professore Yonas Birmeta Adinew dean of School of Law University of Addis Ababa parlerà di “Salient Features of Ethiopian Legal System”. Eyasu Gizaw Wolde, lecturer of Department of Political Science and International Relations University of Addis Ababa, porterà una relazione sul tema “Ethiopia: the challenges to political reform and stability”. Sisay Regassa, associate Dean for Graduate Programs of the College of Business and Economics University of Addis Ababa, tratterà di “Special economic zones (Industrial Parks), investment opportunities, and policies in Ethiopia”. Con loro anche Salvatore Mancuso, Honorary professor of African law, Xiangtan University, su “The new Ethiopian-Eritrean relations: perspectives and challenges in the legal field”. «Questo incontro – dice il professore Salvatore Casabona – avvia una importante stagione di mobilità internazionale e ricerca, grazie alla quale gli studenti del corso di laurea internazionale in “International Trade” avranno la possibilità di svolgere tirocini formativi in importanti player economici in Etiopia e di integrare il loro percorso di studi con conoscenze specialistiche relative al continente africano». La partecipazione all’incontro è aperto al pubblico.

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Si sta avviando un percorso di pace tra l’Etiopia e l’Eritrea

Posted by fidest press agency su giovedì, 28 giugno 2018

È un’opportunità di eccezionale importanza dal momento che nel corso degli anni ogni tentativo di riappacificazione è risultato vano. Eppure, nonostante questa unicità e questa notizia di grande rilievo per il nostro Paese, il Governo italiano non si è pronunciato.
Ho presentato un’apposita interrogazione perché ritengo che favorire con ogni mezzo questo processo di pace, debba essere una priorità sia per l’Italia che per l’Unione Europea, perché ciò consentirebbe di sviluppare una politica efficace in loco e frenare i flussi di immigrazione.Consentirebbe inoltre lo sviluppo di condizioni migliori in tutta l’area e permettere di fronteggiare meglio il fondamentalismo islamico e aiutare la lotta contro il terrorismo” È quanto dichiarato dal Senatore di Fratelli d’Italia Adolfo Urso, intervenuto in aula ad inizio seduta per chiedere una informativa urgente del Governo in merito. Richiesta a cui si è subito associato il Senatore Casini.”Il Governo italiano deve attivarsi per facilitare e supportare questa fase assolutamente strategica per i nostri interessi nazionali. Non può essere assente in questa fase.
Per l’Italia il Corno d’Africa rappresenta da sempre un teatro importante per ragioni storiche, culturali, politiche ed economiche deve essere protagonista in questo momento attivandosi in sede UE affinché le istituzioni comunitarie intervengano nelle forme più opportune per sostenere questa azione pacificatrice tra i due Paesi, anche attraverso un piano straordinario di sostegno economico e sociale.Non sono poi da sottovalutare le conseguenze positive di questo riavvicinamento storico. Come la stabilizzazione della Somalia, dove non si riescono a fronteggiare gli attacchi delle organizzazioni terroristiche islamiche, del confinante Sudan, ancora dilaniato dai conflitti etnici, e del vicino Yemen in cui si sta realizzando una catastrofe umanitaria nel silenzio preoccupante dell’Occidente. L’Italia deve far sentire la propria voce”. Conclude il Senatore Urso, capogruppo in Commissione Affari Esteri.

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Etiopia: proclamato lo stato d’emergenza

Posted by fidest press agency su martedì, 20 febbraio 2018

In seguito alla proclamazione dello stato d’emergenza in tutto il paese, l’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) ha messo in guardia la comunità internazionale sul pericolo di un intensificarsi delle persecuzioni e della repressione in Etiopia. Secondo l’APM, il nuovo stato di emergenza, proclamato a pochi mesi dalla fine del precedente stato di emergenza nella regione dell’Oromia, non servirà a garantire la pace e la stabilità, come sostiene il governo etiope, ma rischia di innescare solo ulteriori violenze. Durante i dieci mesi di stato di emergenza valido solo per la regione dell’Oromia e terminato nell’agosto del 2017 le forze di sicurezza hanno arrestato arbitrariamente più di 22.000 persone appartenenti al gruppo degli Oromo, di cui molti sono ancora in carcere.Il paese segnato da gravi violazioni dei diritti umani e da continua violenza non ha bisogno di un nuovo stato di emergenza ma di riforme, di diritto e di reale democrazia. L’APM si appella anche all’Unione Europea affinché condanni questa nuova limitazione dei diritti umani e continui, come fatto finora, a voltarsi dall’altra parte. Durante i 10 mesi di stato di emergenza terminato lo scorso agosto (ottobre 2016 – agosto 2017), l’UE ha fatto finta di non vedere il grave peggioramento della situazione dei diritti umani e sembra essersi accorta di quanto succedeva nel paese africano solamente nel febbraio 2018 quando grazie ad un’amnistia sono stati liberati centinaia di prigionieri politici. Lunedì 12 febbraio la cancelliera tedesca Angela Merkel ha sentito telefonicamente l’allora premier etiope Hailemariam Desalegn per congratularsi per la liberazione dei prigionieri politici e auspicando maggiori riforme. A meno di una settimana si temono ora nuove limitazioni della libertà di movimento, nell’uso di internet, dei social media e della telefonia mobile e nuovi arresti arbitrari.Lo scorso 15 febbraio il premier etiope Hailemariam Desalegn, in carica fin dal 2012, ha improvvisamente e a sorpresa rassegnato le dimissioni. Poco prima le forze di sicurezza del suo governo avevano represso nel sangue lo sciopero generale proclamato nello stato federale dell’Oromia causando almeno dieci morti e tredici feriti. Nonostante la politica di brutale repressione di ogni protesta, dal 2014 si susseguono le proteste di massa di Oromo e Amhara. Più di 2.000 persone sono morte durante le proteste e diverse migliaia di persone sono state arrestate arbitrariamente. Migliaia di persone risultano ancora arbitrariamente detenute nonostante la recente amnistia.La recente storia etiope è segnata da decenni di impunità, arresti arbitrari, tortura, massacri e omicidi politici. Se il paese intende veramente intraprendere la strada della pace duratura deve fare luce sul proprio passato e dare spazio alle organizzazioni per i diritti umani che finora sono state sistematicamente messe a tacere. Senza delle riforme che garantiscano lo stato di diritto e i fondamentali diritti umani continuerà anche la fuga in massa di persone appartenenti ai gruppi degli Oromo e degli Amhara. I 42 milioni di Oromo costituiscono il maggiore gruppo etnico dell’Etiopia ma subiscono da decenni una repressione sistematica che li spoglia dei loro diritti e priva della loro base esistenziale. Il malessere diffuso riguarda anche gli Amhara nel nord del paese e altri piccoli gruppi nel sud dell’Etiopia.

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Etiopia: una crisi alimentare che sta peggiorando

Posted by fidest press agency su domenica, 10 settembre 2017

etiopiaADDIS ABEBA – Al termine della loro visita di quattro giorni in Etiopia, che ha incluso anche la Regione dei Somali colpita dalla siccità, i capi delle agenzie del polo agroalimentare delle Nazioni Unite hanno fatto un appello congiunto affinchè si aumentino gli investimenti nelle attività a lungo termine che rafforzino la resilienza della popolazioni alla siccità e alle conseguenze degli shock climatici.José Graziano da Silva, Direttore Generale dell’Organizzazione per l’Alimentazione e l’Agricoltura delle Nazioni Unite (FAO), Gilbert F. Houngbo, Presidente del Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo (IFAD) e David Beasley, Direttore Esecutivo del World Food Programme (WFP), hanno lanciato un appello dopo aver visitato progetti per la cura delle mandrie in diminuzione limitando ulteriori decessi nel bestiame e dopo aver incontrato le persone colpite dalla siccità che stanno ricevendo le razioni di cibo.
Le siccità che si sono susseguite una dopo l’altra hanno lasciato almeno 8,5 milioni di persone in Etiopia bisognose di aiuti alimentari. E’ il terzo anno consecutivo che non piove nella Regione dei Somali. La morte di molti capi di bestiame ha causato un collasso nei mezzi di sostentamento rurali, contribuendo a peggiorare i livelli di fame e incrementando in modo allarmante i tassi di malnutrizione. Sebbene la risposta del Governo abbia iniziato a stabilizzare la situazione, sono necessarie ulteriori risorse per evitare che le condizioni peggiorino ulteriormente. “E’ fondamentale investire nella preparazione e nel fornire agli agricoltori e alle comunità rurali gli strumenti per salvaguardare loro stessi e i loro mezzi di sussistenza. Abbiamo visto, qui, che salvare i mezzi di sussistenza significa salvare vite – questa è la miglior difesa delle persone contro la siccità”, ha affermato Graziano da Silva, Direttore Generale della FAO, l’organizzazione che sta fornendo sostegno d’emergenza nei mezzi di sostentamento per i proprietari di bestiame e agricoltori colpiti dalla siccità, oltre al supporto nella stabilizzazione della resilienza a lungo termine delle comunità. “Qui in Etiopia abbiamo potuto vedere chiaramente come, lavorando assieme, le tre agenzie del polo agroalimentare delle Nazioni Unite possano realizzare molto di più che da sole,” ha affermato Beasley, Direttore Esecutivo del WFP, l’agenzia che sta fornendo assistenza salvavita a 3,3 milioni di persone nella Regione dei Somali, epicentro di tre anni di siccità.
L’impatto dei progetti di sviluppo a lungo termine, effettuati dalle tre agenzie del polo agroalimentare delle Nazioni Unite, è stato evidente nella Regione del Tigray, dove i capi delle tre agenzie hanno potuto vedere come sistemi d’irrigazione, vivai di frutta e centri sanitari stiano aumentando la produttività, incrementando i guadagni e migliorando la nutrizione dando la possibilità alle persone che vivono nelle zone rurali di resistere meglio a shock esterni come la siccità. Le tre agenzie del polo agroalimentare delle Nazioni Unite stanno lavorando a stretto contatto con il Governo dell’Etiopia per eliminare la fame nel paese. Nel corso degli incontri con il Vice Primo Ministro, Demeke Mekonnen, e altri rappresentanti governativi di alto livello, i capi di FAO, IFAD e WFP hanno discusso della necessità di una maggiore collaborazione e di maggiori investimenti nella resilienza.

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Etiopia: indagine indipendente per il massacro degli Oromo

Posted by fidest press agency su domenica, 4 dicembre 2016

etiopiaA due mesi dalla terribile strage compiuta durante la festa di Irreechaa lo scorso 2 ottobre, l’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) accusa il governo etiope di voler nascondere il vero numero delle vittime nonché lo svolgersi delle circostanze che hanno portato alla loro morte e chiede che venga finalmente autorizzata l’indagine indipendente chiesta anche dalle Nazioni Unite.Dopo aver analizzato le dichiarazioni dei numerosi testimoni, l’APM non solo nutre grossi dubbi sulla veridicità del rapporto ufficiale rispetto allo svolgimento dei fatti ma è anche convinta che il numero dei morti durante il raduno religioso sia notevolmente maggiore dei 56 morti dichiarati ufficialmente dalle autorità etiope. Secondo le stime avanzate dalle organizzazioni per i diritti umani locali e da rappresentanti del popolo degli Oromo, durante la festa di Irreechaa sono morte almeno 678 persone quando le forze di sicurezza hanno iniziato ad attaccare i due milioni di pellegrini presenti. Centinaia di famiglie sono ancora in attesa di avere notizie dei loro cari scomparsi durante il raduno religioso e vi sono parecchie testimonianze considerate affidabili che raccontano di oltre 100 cadaveri trovati lungo le rive del lago Hora a Bishoftu poco dopo la strage. E’ proprio verso il lago che la gente scappava in fuga dalla polizia quando in seguito all’intervento delle forze dell’ordine è scoppiato il panico tra la massa e molti sono evidentemente morti annegati nel lago.Finora le autorità si sono rifiutate di rispondere alle molte domande dei familiari delle vittime. La strage di Bishoftu rappresenta un pericoloso spartiacque nella politica del paese africano che ha ulteriormente scatenato l’ira degli Oromo, già pesantemente vittime della politica economica del paese sostenuta peraltro dalla cosiddetta cooperazione allo sviluppo europea, e che ora accusano il governo di essere il principale responsabile della morte di tante persone innocenti.Secondo le dichiarazioni dei testimoni oculari, la festa religiosa si è svolta per molto tempo in modo del tutto pacifico fin quando dei rappresentanti governativi sono saliti sul palco al posto dei responsabili Gadaa che per tradizione si occupano dell’organizzazione dell’evento. Di fronte ai cori dei presenti intonati per impedire ai rappresentanti governativi di tenere un comizio durante la festa religiosa, la polizia ha innescato una reazione di panico di massa lanciando gas lacrimogeni e sparando sulla folla.Per l’APM è del tutto fuorviante parlare di uno “spiacevole e tragico incidente” ma è evidente che la strage sia da imputare alla reazione spropositata e fuori luogo delle forze di sicurezza. Nella già difficile situazione etiope, questa strage insieme al rifiuto di un’indagine indipendente rischiano di inasprire ulteriormente le violenze nel paese. L’APM chiede quindi che il governo etiope acconsenta all’indagine indipendente chiesta anche dalle Nazioni Unite.

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Etiopia: almeno 678 morti durante la fine settimana

Posted by fidest press agency su mercoledì, 5 ottobre 2016

etiopiaSecondo l’Oromo Federalist Congress (OFC), il maggiore partito di rappresentanza del popolo Oromo in Etiopia, almeno 678 persone sono morte questa fine settimana a Bishoftu in Etiopia in seguito al panico scatenato dalle forze dell’ordine durante un festival religioso. Circa due milioni di persone hanno partecipato domenica 2 ottobre alla festa di Irreechaa, forse la maggiore festa religiosa degli Oromo in cui si ringrazia per il raccolto ottenuto e si celebra l’inizio della primavera.Per l’Associazione per i popoli minacciati (APM) la responsabilità diretta delle morti è da ricondurre a una deliberata provocazione delle istituzioni governative. Nonostante gli organizzatori abbiano fermamente sottolineato il carattere religioso e culturale dell’evento in cui nessun atto di tipo politico avrebbe dovuto interferire, le istituzioni hanno preteso l’intervento dei rappresentanti ufficiali e, nonostante l’evidente impossibilità del proposito, avrebbero chiesto persino la registrazione nominativa di tutti i partecipanti. Quando quindi alcuni politici vicini al governo hanno voluto tenere un discorso davanti alla moltitudine, la folla ha reagito scandendo slogan antigovernativi e chiedendo democrazia e giustizia. In tutta risposta le forze dell’ordine hanno iniziato a sparare e lanciare gas lacrimogeni sulle persone. Nel panico scatenato dall’intervento militare centinaia di persone sono state calpestate e sono rimaste schiacciate.Mentre il governo finora parla di 55 morti, l’OFC conta almeno 678 vittime ma ricorda che il numero dei morti è molto probabilmente destinato a salire poiché altre 400 persone gravemente ferite risultano ricoverate negli ospedali. Mulatu Gemechu, vicepresidente dell’OFC, inoltre riporta almeno altri 900 feriti lievi.La strage di domenica rappresenta un pericoloso spartiacque nella politica del paese africano. Già da tempo l’APM chiede all’Europa di non continuare a ignorare le violenze e la repressione delle autorità etiopi contro gli Oromo e altre etnie presenti nel paese, ora però teme che nel paese si scateni un’ondata di proteste che verosimilmente rischiano anch’esse di farsi violente. Un ulteriore inasprimento delle politiche repressive causerebbe certamente anche l’intensificarsi del flusso di persone in fuga e in cerca di salvezza in Europa. Continuare con la politica del fare finta di niente non può che incoraggiare il governo etiope a rispondere alle proteste con ancora maggiore arbitrarietà e violenza.
Le prime reazioni alla strage si sono avute il giorno dopo con le proteste spontanee svolte nelle città di Ambo, Shashamene, Bishoftu, Arsi Negele, Zway, Gimbi e Meta Robi durante le quali sono morte altre persone e molti Oromo sono stati arrestati. I manifestanti inferociti hanno lanciato sassi, bloccato strade e dato fuoco a una stazione di servizio della polizia.

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Etiopia: forze dell’ordine uccidono 104 persone

Posted by fidest press agency su venerdì, 12 agosto 2016

etiopiaIn seguito al bagno di sangue commesso dalle forze dell’ordine etiopi durante una protesta pacifica, l’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) è indignata per il totale silenzio dell’Unione Europea di fronte alle gravi violenze e accusa l’Europa di rendersi in tal modo complice delle violenze e di istigare così nuove gravi violazioni dei diritti umani. Per l’APM, è vergognoso che a quattro giorni dal massacro compiuto in Etiopia l’Europa non si sia ancora espressa in merito ed è evidente che il rispetto dei diritti umani è per l’Europa una questione molto relativa e variamente adattabile. I molti interessi europei in Etiopia, a partire dagli interessi strategici, di politica economica e dello sviluppo e di controllo dei migranti non possono giustificare un silenzio che per il governo e le autorità etiopi equivale a un lasciapassare per altre e ulteriori violenze nei confronti delle minoranze e dei manifestanti.Lo scorso fine settimana migliaia di persone erano scese in piazza nelle regioni di Oromia e Amara per protestare contro la corruzione del governo e gli espropri forzati di terra e per chiedere riforme politiche, uno stato di diritto e la liberazione dei prigionieri politici. La maggior parte dei manifestanti erano persone appartenenti ai popoli degli Oromo e degli Amhara. Le forze di sicurezza etiopi hanno risposto alle proteste con estrema violenza, almeno 67 Oromo sono stati uccisi in 49 città delle regione di Oromo, 30 Amhara sono stati uccisi nella città di Bahir Dar e altri sette sono morti durante le proteste a Gonder. Centinaia di persone sono rimaste ferite. Fino a stamattina, 10 agosto, a quattro giorni dalle violenze, il Consiglio per gli Affari Esteri dell’Unione Europea non ha ancora reagito ufficialmente al bagno di sangue commesso nel paese africano.L’APM chiede all’Alto Commissariato per i Diritti Umani dell’ONU di indagare sulle molte testimonianze oculari secondo cui a molti feriti è stato negato l’accesso agli ospedali e l’utilizzo come carceri illegali di magazzini di proprietà statale nella capitale Addis Abeba. Inoltre si chiede di indagare sulle ondate di arresti arbitrari avvenuti prima e soprattutto dopo le proteste nella regione di Oromo. In alcune città come ad esempio ad Ambo la polizia ha perquisito sistematicamente tutte le case di interi quartieri della città arrestando presunti manifestanti.Da novembre 2015 ad oggi più di 20.000 persone appartenenti al popolo degli Oromo sono state arrestate per motivi politici. La maggior parte delle persone arrestate sono state poste in isolamento e senza alcun contatto con il mondo esterno in isolati magazzini militari. Da anni l’Etiopia è accusata di utilizzare con regolarità carceri illegali in cui non è possibile avere alcun controllo sul trattamento e lo stato di salute dei detenuti. Per una triste ironia della sorte, gli Oromo arrestati potrebbero risultare detenuti in magazzini usati come carceri illegali costruiti proprio su terreni che erano stati loro espropriati per avviare grandi cantieri industriali. L’APM chiede con urgenza all’Europa di rivedere i termini della sua cooperazione economica con il paese africano.

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Siccità e alluvioni. Le terre dell’Etiopia da cui migrare

Posted by fidest press agency su mercoledì, 20 luglio 2016

etiopiaSi stima che oltre 60 milioni di persone nel mondo – di cui circa 40 milioni solo nell’Africa orientale e meridionale – versino in condizioni di insicurezza alimentare causata dagli effetti del fenomeno climatico El Niño. Di questa grave situazione di instabilità l’Etiopia è uno degli esempi più evidenti. La carenza di piogge ha raggiunto proporzioni tanto vaste da causare la peggiore siccità degli ultimi 30 anni. Ha messo in ginocchio 10 milioni di abitanti. A peggiorare una situazione già critica, un ulteriore mutamento del clima, che si è abbattuto sul Paese con piogge devastanti. Le alluvioni iniziate in marzo e gli allagamenti associati hanno spinto 237.000 persone a lasciare le loro case. Sono soprattutto giovani. Queste migrazioni forzate creano problemi di accoglienza nelle città e minacciano il successo dei programmi nelle zone colpite. Il caldo torrido di El Niño prima e le pioggie torrenziali poi hanno inoltre causato la morte di migliaia di capi di bestiame (400 mila solo nella zona Nord del Paese) e consegnato all’Etiopia migliaia di ettari di terreno incoltivabile. L’emergenza ha colpito in particolare le regioni dell’Afar, dell’Ogaden, del Tigray orientale, dell’Oromiya (in particolare Centro ed Est), i bassipiani intorno alla Rift Valley e l’Amhara Orientale.Nonostante la forte crescita del PIL, che nell’ultimo decennio ha superato il 10% annuo, l’Etiopia appare dunque come un gigante dai piedi d’argilla, ancora in balia di problemi strutturali come le emergenze alimentari cicliche. Secondo il Governo Etiope sono necessari oltre 1,5 miliardi di dollari per rispondere all’emergenza umanitaria del 2016, di questi, almeno 703 milioni occorrono per intervenire rispetto ai bisogni immediati.In risposta all’emergenza e per avviare attività preventive, che consentano di dotare il sistema degli strumenti per reagire prontamente anche a squilibri futuri, sono scese in campo Amref ed ActionAid. L’intervento si concentra nel Nord del Paese, nell’area di Amhara, North Shewa Zone.
etiopia1In questi luoghi, Amref Health Africa si concentrerà sulla creazione di tutte le infrastrutture idriche funzionali alla gestione dell’acquae si dedicherà anche alla formazione delle comunità sulla gestione e manutenzione degli impianti, nonché sulla prevenzione delle malattie legate all’acqua. “Il progetto che abbiamo inaugurato- spiega Roberta Rughetti, Resposabile Programmi Africa di Amref- è ambizioso. In un periodo di 10 mesi si propone di migliorare le condizioni di vita dei migranti potenziali, fornendo loro i servizi igienico-sanitari essenziali. Le attività sul campo contribuiranno inoltre ad arricchire le conoscenze in merito al fenomeno migratorio nelle aree di intervento”.”L’Etiopia è una priorità nel quadro degli interventi della cooperazione italiana, perché questa terra ha la possibilità di coltivare e far crescere le capacità del suo popolo. L’empowerment delle popolazioni locali e il potenziamento delle loro abilità genera uno sviluppo sostenibile. – ha sottolineato Letizia Ginevra, Direttrice dell’Ufficio della Cooperazione Italiana allo Sviluppo di Addis Abeba – Lo sviluppo delle comunità locali è la risposta alla migrazione. Riuscire a mitigare gli effetti di siccità e carestia prima e delle alluvioni incontrollate attraverso un intervento di food protection e gestione delle risorse idriche permetterà di affrontare le conseguenze dell’emergenza”.Parallelamente al lavoro di Amref, ActionAid si occuperà del supporto alle attività agricole e generatrici di reddito intorno all’acqua e indirizzate alla tutela ambientale. “Porteremo avanti una serie di interventi a sostegno del ripopolamento del bestiame e punteremo a rafforzare le conoscenze delle comunità in merito alle tecniche di coltivazione più efficaci”, ha riferito Alberto Petralia, coordinatore del progetto di Action Aid. (foto:etiopia)

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Etiopia: la siccità ruba il futuro

Posted by fidest press agency su martedì, 1 marzo 2016

pastoriNella zona di Asgita, nella vasta regione etiope dell’Afar, a pochi metri dalla stretta e a volte dissestata arteria che lungo quasi 900 chilometri collega il porto di Djibouti e la capitale Addis Abeba, da 5 mesi sono fortunosamente accampate 500 famiglie di pastori che a causa della siccità hanno perso gran parte delle loro bestie e hanno dovuto lasciare le loro terre in cerca di assistenza.
Le loro capanne sono fatte con quanto l’arida natura circostante ha permesso e le poche cose che si sono potuti portare fin lì. Si sono sistemati lungo la strada, a 7 chilometri dal piccolo agglomerato di Gewane perché vi hanno trovato una fonte d’acqua che permette un minimo di approvvigionamento per loro stessi e i pochi animali che gli restano e – semplicemente – perché non avevano alternative. Qui l’acqua copiosa ha creato un’ampia palude che si distende a vista d’occhio nell’arido territorio del nord dell’Etiopia.
Le regioni dell’Afar e del Tigre stanno patendo gli effetti della peggiore siccità degli ultimi decenni: in alcune zone i raccolti sono meno della metà della norma, in altre non hanno prodotto niente; e probabilmente centinaia di migliaia di capre, pecore, vacche e cammelli sono già periti. Tra i mesi di giugno e ottobre, la stima del numero di persone che in Etiopia patiscono gli effetti della siccità era già raddoppiata, toccando la cifra di 8,2 milioni. Oggi si parla di dieci milioni di persone a rischio e, a seconda dell’andamento del clima, da qui ai prossimi 4 mesi questa cifra potrà raggiungere i 15 milioni di persone – su di totale di 100 milioni di etiopi.Patiscono i contadini, patiscono i pastori, e patisce chi vive nelle città, perché la carenza di derrate alimentari, di carne e di latte sta provocando una forte inflazione anche nelle zone urbane. Ad Agita, Ahmed, uno degli anziani, mi ha detto di aver perso 55 capre e 30 vacche e di avere ancora solo 6 capre e 2 vacche, troppo poco per far tirare avanti la famiglia, visto che da sempre gli Afar dipendono dal latte delle proprie bestie; oggi, insieme agli altri sfollati della zona, dipende in tutto e per tutto dal governo, che fornisce ai bisognosi farina ed olio. Essendo nato e vissuto nomade ed indipendente, ad Ahmed questo dover contare sugli aiuti governativi pesa parecchio, e potendo ne farebbe a meno, ma deve restare per evitare di perdere quanto gli rimane e di mettere a rischio la vita di tutta la famiglia. (foto: pastori)

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Etiopia: oltre 4,6 milioni di bambini rischiano la fame per una carestia senza precedenti

Posted by fidest press agency su sabato, 24 ottobre 2015

etiopiaQuasi 5 milioni di bambini rischiano di soffrire la fame a causa del peggioramento della crisi alimentare in Etiopia, carestia dovuta a una forte siccità che ha colpito zone del paese normalmente verdi e fertili. Un disastro senza precedenti nella storia recente.Secondo Save the Children, l’Organizzazione internazionale che dal 1919 lotta per salvare i bambini e tutelarne i diritti, 350 mila bambini sono già gravemente malnutriti e rischiano, se non curati, di avere, ritardi mentali e fisici o addirittura morire.La siccità di quest’anno, causata da una forma particolarmente violenta del fenomeno El Nino, ha colpito direttamente più di 8,2 milioni di etiopi in un’area geografica molto vasta, paragonabile all’Italia, creando insicurezza alimentare o dipendenza per l’approvvigionamento dal Governo o dalle associazioni umanitarie internazionali. Inoltre, i miglioramenti significativi ottenuti negli ultimi anni in merito alla sicurezza alimentare, all’educazione e alla sanità rischiano di essere completamente vanificati a causa di questo evento climatico estremo.
“L’assenza delle piogge all’inizio dell’anno, così come quelle estive, ha avuto un impatto devastante sui raccolti in Etiopia: intere famiglie hanno perso il proprio reddito e le proprie scorte di cibo, e la vita di milioni di persone, in particolare quelle dei bambini, è in bilico”, ha dichiarato John Graham, Direttore per l’Etiopia di Save the Children. Il governo Etiope ha stanziato una somma senza precedenti pari a 192 milioni di dollari come parte di un’enorme mobilitazione nazionale per combattere la crisi e ridurre gli effetti della siccità. Tuttavia, c’è bisogno di un maggiore sostegno da parte dei donatori e un maggiore sforzo da parte della comunità internazionale per impedire il peggioramento della situazione. “Stiamo fronteggiamo gli effetti di un raccolto scarso in tutto il paese, e il prossimo, molto scarso, è atteso non prima del giugno 2016”, aggiunge Graham. “Il Governo dell’Etiopia sta facendo quello che può per fronteggiare la situazione, riallocando risorse economiche dalla costruzione di strade e da altri progetti. Ma i donatori internazionali devono fornire maggiore aiuti ora, per portare sostegno alla popolazione e soprattutto ai bambini prima che sia troppo tardi”. Save the Children è presente in oltre il 70% dei distretti più colpiti. Fornisce cibo, acqua, medicine e sostegno di base alle famiglie che hanno perso il reddito. L’Organizzazione sta inoltre formando operatori sanitari in loco per trattare i casi di malnutrizione e per aiutare le famiglie che hanno perso averi e bestiame attraverso programmi cash-for-work.

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L’Organizzazione delle Nazioni Unite per lo Sviluppo Industriale (UNIDO)

Posted by fidest press agency su sabato, 10 ottobre 2015

Onu palaceMilano il 15 ottobre 2015 nell’ambito del progetto We-Women for EXPO, si terrà la presentazione “Rafforzare il ruolo delle donne nel settore della sicurezza agroalimentare in Etiopia” presso lo spazio dedicato a “ME and WE-Women for Expo” (Cardo nord-ovest, primo piano) di Expo Milano. In Africa le donne rappresentano la spina dorsale della produzione alimentare, fornendo fino all’80% del lavoro agricolo. In particolare in Etiopia il 60% delle micro e piccole imprese di trasformazione alimentare sono gestite da donne, questi dati dimostrano che riducendo le disuguaglianze di genere il Prodotto Interno Lordo (PIL) annuo Etiope potrebbe aumentare di 1,9 punti percentuali. Pertanto UNIDO riconosce che l’empowerment femminile e l’uguaglianza di genere ricoprono un significativo impatto sulla crescita economica inclusiva e sostenibile attraverso uno sviluppo industriale del Paese. In questo contesto, UNIDO ha investigato su quelli che sono gli ostacoli che impediscono alle donne etiopi di diventare imprenditrici di successo, pertanto i temi che verranno affrontati durante la presentazione sono l’accesso al credito, la tecnologia nella sicurezza alimentare, l’assenza di provvedimenti politici per ridurre le disparità di genere nel settore privato, la scarsa disponibilità di dati delle imprese locali e la mancanza di personale qualificato. Questi temi sono fondamentali al fine di favorire lo sviluppo socio-economico dell’Etiopia, creare nuovi posti di lavoro e contribuire alla diversificazione dell’economia.Inoltre durante la conferenza si avrà modo di assistere alla testimonianza di alcune donne di successo che, attraverso la loro esperienza, sono riuscite a superare i principali ostacoli che frequentemente impediscono loro di intraprendere una carriera imprenditoriale. Programma dell’evento:
Moderatore della conferenza il dott. Matteo Landi, UNIDO Development Industrial and Youth Employment Expert
11:00 Discorso di benvenuto della dott.ssa Monica Carco’, Chief, Investment and Technology Unit, UNIDO;
11:10 Proiezione video: “Il ruolo delle donne nel settore della sicurezza alimentare in Etiopia”;
11.20 Presentazione del Report “WOMEN: adding value to value chains” della dott.ssa Rossella Belli, esperta di genere, Cooperazione Italiana allo Sviluppo;
11:30 – 12:00 Testimonianza diretta delle imprenditrici etiopi di successo: Ms. Almaz Ayele – settore pollame, Ms. Muluemebet Gebeyehu Fentie – settore miele, Ms. Emebet Mekonnen – settore industria casearia, Ms. Yordanos Goushe Girmay – settore cosmetici da colture oleaginose, Ms. Sara Yirga Woldegerima – settore caffè.

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Etiopia: il Ramadan termina con proteste e arresti di massa

Posted by fidest press agency su venerdì, 9 agosto 2013

L’Associazione per i Popoli Minacciati A(PM) accusa il governo etiope di violare la libertà di culto della popolazione di fede musulmana e di criminalizzare arbitrariamente i manifestanti musulmani. Secondo l’APM, gli arresti di massa di manifestanti musulmani e le condanne in base a una più che discutibile legge antiterrorismo non fanno altro che generare violenza. L’APM chiede quindi alle autorità etiopi di rilasciare immediatamente tutti i manifestanti arrestati unicamente per aver partecipato a una manifestazione pacifica pubblica.In questi giorni in tutto il paese africano la polizia ha aggredito e arrestato centinaia di manifestanti musulmani che avevano colto la fine del mese sacro di Ramadan per protestare pacificamente contro la decisione del governo di imporre per via governativa i leader religiosi musulmani. I manifestanti inoltre protestavano per i processi giudiziari iniqui avviati contro 28 persone, tutte di fede musulmana, la cui colpa sarebbe quella di aver organizzato le proteste delle loro comunità religiose. Secondo i dati forniti dalle stesse autorità etiopi dal 1 agosto ad oggi sarebbero morte tre persone durante le manifestazioni. Secondo le testimonianze oculari e i rappresentanti di diverse organizzazioni per i diritti umani locali la polizia avrebbe sparato e ucciso almeno 16 persone nel solo distretto di Kofele nella parte sudoccidentale della regione di Oromia.I leader religiosi musulmani in Etiopia accusano il governo di Addis Abeba di intromettersi nelle questioni prettamente religiose della comunità musulmana. Il governo infatti ha convocato diverse personalità vicine al governo per l’Alto Consiglio dell’Etiopia per le questioni Islamiche. I 28 leader religiosi arrestati avrebbero organizzato manifestazioni per chiedere la destituzione di queste personalità. Le autorità hanno reagito arrestando i 28 leader che dal 22 gennaio 2013 affrontano un processo a porte chiuse. Tra i 28 arrestati risultano anche nove membri su 17 del gruppo di rappresentanza formato da musulmani il cui compito sarebbe di chiarire con il governo le controversie riguardanti lo status dei musulmani nel paese. Gli imputati vengono tenuti isolati dal mondo esterno, vengono limitati i contatti con i loro avvocati e lamentano abusi e maltrattamenti da parte delle forze di sicurezza. L’APM sospetta che le autorità mirino a lunghe condanne detentive con le quali spaventare e intimorire l’intera comunità musulmana del paese. Ufficialmente circa il 33% della popolazione etiope è di fede musulmana, in realtà il loro numero dovrebbe essere più alto e avvicinarsi al 50% circa. La maggior parte dei fedeli musulmani dell’Etiopia appartiene al gruppo etnico degli Oromo che da tempo ormai è vittima di pesanti discriminazioni.

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No al progetto Gibe III in Etiopia

Posted by fidest press agency su mercoledì, 16 giugno 2010

Roma. Si intende contestare il possibile finanziamento di 250 milioni di euro della Cooperazione italiana al controverso progetto Gibe III in Etiopia.  La protesta è promossa da una coalizione internazionale che raccoglie Ong dall’Europa e dall’Africa e dai singoli cittadini firmatari della Campagna Stop Gibe 3. L’iniziativa è diretta a fermare la costruzione di una mastodontica diga che rischia di provocare ingenti danni ambientali e di minare la stessa sopravvivenza della popolazione della valle del fiume Omo, al confine tra Etiopia e Kenya. La campagna, infatti, in un breve lasso di tempo, è riuscita a ricevere l’adesione di centinaia di organizzazioni non governative in tutto il mondo e di migliaia di singoli. Nelle settimane scorse, inoltre, è stata indirizzata al governo italiano e al ministro Frattini una lettera ufficiale sottoscritta dalle maggiori Ong italiane per richiedere lo stop al finanziamento del progetto.  Sono molti i punti oggetto della contestazione, a partire dalla mancanza di trasparenza nei processi di assegnazione degli appalti, alla scarso beneficio che si avrà con la costruzione degli impianti, per finire con le ripercussioni che una struttura di questa portata avrà sul territorio e sulle popolazioni che vivono nella valle dell’Omo.“In un momento in cui il governo italiano azzera i fondi per la cooperazione e vara una manovra di pesanti tagli alla spesa pubblica, il possibile finanziamento di 250 milioni di euro per un’opera così controversa come Gibe III appare del tutto incomprensibile” ha dichiarato Caterina Amicucci della CRBM. “Ci auguriamo che alla fine prevalga la ragione, e il nostro ministero degli Esteri decida di non sostenere quest’opera dai nefasti impatti socio-ambientali” ha concluso la Amicucci.

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Etiopia: impianto idroelettrico di Gibe II

Posted by fidest press agency su venerdì, 15 gennaio 2010

In occasione dell’inaugurazione da parte del ministro degli Esteri Franco Frattini dell’impianto idroelettrico di Gibe II in Etiopia, la CRBM contesta senza mezzi termini il sostegno garantito dalla nostra cooperazione al progetto. Per il tunnel di 26 chilometri per la generazione di energia elettrica atto a sfruttare la differenza di altitudine tra il bacino creato dalla diga di Gilgel Gibe I e il fiume Gibe, nel 2004 il governo italiano ha concesso un finanziamento di 220 milioni di euro, il più ingente mai accordato nella storia del fondo rotativo della cooperazione.  Questo nonostante l’accordo tra l’esecutivo etiope e l’impresa di costruzione Salini sia stato firmato tramite trattativa diretta, in assenza di gara d’appalto internazionale, come invece prevedevano le procedure del ministero delle Finanze e dello Sviluppo Economico locale. I lavori di costruzione dell’impianto sono iniziati in assenza di uno studio di fattibilità, di adeguate indagini geologiche e del permesso ambientale dell’Environmental Protection Authority, necessario, in Etiopia, per l’avvio dei lavori di qualsiasi opera infrastrutturale. Il permesso è arrivato solo successivamente e in maniera funzionale all’ottenimento di un prestito di 50 milioni di euro dalla Banca Europea per gli Investimenti.  E’ molto probabile che con la sua presenza in Etiopia il nostro ministro si impegni a elargire ulteriori 250 milioni di euro, sempre in nome dello sviluppo e sempre a favore della stessa società italiana, la Salini, per completare la costruzione della mega-diga Gilgel Gibe III. Una cifra di poco inferiore all’intero stanziamento previsto nella finanziaria 2010 per la cooperazione italiana (323 milioni). Ma in questo caso, oltre a dare il ben servito ai contribuenti italiani ed etiopi, il progetto metterà a rischio la sicurezza alimentare di mezzo milione di persone e stravolgerà per sempre la bassa valle dell’Omo, una delle regioni con la più alta diversità biologica e culturale al mondo. La vita di centinaia di migliaia di persone lungo le rive dell’Omo in Etiopia dipende da un’agricoltura tradizionale basata sulle piene naturali del fiume. In Kenya, il livello del  Lago Turkana si abbasserà di 7-10 metri e l’aumento della concentrazione salina dell’acqua comprometterà la pesca, che da sola garantisce cibo a 100.000 persone, l’allevamento e l’accesso all’acqua potabile.  In realtà questo progetto si inserisce in un programma più ampio di sottrazione delle terre e delle risorse naturali alle popolazioni indigene. Lo scorso novembre il Governo Etiope ha infatti reso noto di voler cedere 180mila ettari di terra della valle dell’Omo ad investitori stranieri per progetti di agricoltura irrigua di larga scala.  “C’è ben poco da festeggiare per l’inaugurazione di Gibe II” ha dichiarato Caterina Amicucci della CRBM. “ma piuttosto c’è da preoccuparsi per il coinvolgimento italiano nella terza diga. Gibe III è un progetto devastante ed obsoleto. Quest’anno l’Etiopia ha dovuto affrontare una terribile siccità e tutti i bacini idroelettrici sono rimasti vuoti. L’Africa ha bisogno di altri progetti che sfruttino l’enorme potenziale di energia rinnovabile a disposizione e che tengano conto dell’adattamento al cambiamento climatico. Questo progetto non ha niente a che vedere con lo sviluppo e va assolutamente fermato” ha concluso la Amicucci.

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