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La guerra a volte unisce e non accentua le diversità etniche

Posted by fidest press agency su mercoledì, 30 ottobre 2019

Basta pensare al miracolo operato da Tito in Jugoslavia e dai guasti, per controprova, che derivarono il giorno dopo la sua dipartita. Il resto, si può dire, è storia dei nostri giorni. Forse più cronaca che storia, per il modo come la stiamo vivendo e per le passioni e le ambiguità che vi riversiamo.
D’altra parte ci volle una guerra mondiale per porre fine alle dittature di “destra” che volevano assicurare un diverso equilibrio mondiale, con una grande Europa dai Pirenei agli Urali, e ridimensionare lo stesso ruolo degli U.S.A. Il seguito mostrò una inevitabile divisione dell’Europa con l’Urss ed i suoi alleati, da una parte, e gli occidentali e gli Stati Uniti dall’altra.
Così incominciammo a gestire il secondo dopo guerra del XX secolo. In entrambi i casi dovemmo prendere coscienza degli orrori di una guerra e alle ragioni che si posero alla loro origine. La risposta, nel primo caso, la diedero le folle che gremirono le piazze di Parigi, Londra e Roma durante la visita del presidente americano Woodrow Wilson.
Tutti fremevano di gioia nella speranza che lo slogan, la “guerra per finire la guerra” sarebbe diventato vero e dal caos di sangue e di lacrime dalla più crudele delle guerre fino ad allora conosciute sarebbe sorta un’era nuova, un’era di nazioni libere, almeno dal timore di essere aggredite. Non più “les jours de glorie”. Quei giorni erano passati per sempre. La stessa parola “gloria” sembrava vuota e retorica o addirittura ipocrita e falsa. Qualcosa come il rhum che si dà ai soldati prima dell’ordine di saltare dalle trincee. Sopra le folle ancora ieri ebbre di guerra, un sogno di ragione apriva le sue ali iridate contro un cielo sereno. Wilson incarnava quello slancio popolare. In uno dei quattordici punti del suo messaggio, nella sessione unita delle camere del Congresso americano, il giorno 8 gennaio del 1918, egli diceva, tra l’altro: “Bisogna costruire una società generale delle nazioni in conformità a patti specifici nell’intento di assicurare agli stati tutti, piccoli e grandi, la loro indipendenza politica e integrità territoriale”. Wilson in questo senso fu un profeta sfortunato. Prima di tutto perché le sue formule risultarono, alla prova dei fatti, vaghe e inadattabili, a certe situazioni, e dando luogo a interpretazioni contraddittorie e che nessuno cercò di correggerle o almeno tentare di farlo. (Riccardo Alfonso)

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