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Quotidiano di informazione – Anno 34 n° 316

Posts Tagged ‘euro’

Prezzi come nel 1984. Meno male che c’è l’euro

Posted by fidest press agency su martedì, 6 settembre 2022

Inflazione, dati preliminari Istat per agosto: tutto in crescita, sia rispetto ad un mese fa e, soprattutto, rispetto ad un anno (+8,4%); tra i vari confronti, colpisce il “carrello della spesa” a +9,7, una percentuale che per ritrovarla bisogna tornare al 1984. Scontato che tutto dipenda dai prodotti energetici (+44,9% rispetto ad un mese fa), crescita mitigata dai carburanti su cui grava l’intervento del governo per tenerli bassi. Ma non potrebbe essere altrimenti: stupirsi e pretendere che i prezzi diminuiscano per l’intervento del governo, costi quel che costi, pur se accattivante da un punto di vista mediatico, non si capisce dove dovrebbe portarci, come tutta la scia di contributi e facilitazioni continue che ci siamo abituati dal covid in poi.Il governo ancora in carica è impegnato e il consiglio dei ministri Ue sull’energia del 9 settembre è già convocato e pieno di aspettative e proposte, a partire dal cosiddetto price cap (tetto al prezzo di acquisto del gas). Noi crediamo che in questo momento, oltre alle dovute pressioni verso le istituzioni perché agiscano il meglio possibile senza creare voragini di problemi per risolvere i buchi di oggi, occorre che i consumatori si impegnino per farsi meno male, soprattutto per denunciare ed evitare che le categorie/corporazioni più forti ne approfittino… non perché non sia legittimo aumentare i prezzi, ma perché senza armonia e comprensione di produttori/venditori e consumatori/clienti, ci si fa solo male.Un’occasione d’oro ce l’abbiamo il 25 settembre. Prima di tutto partecipando al voto, e facendolo con cognizione di causa/effetto di chi chiede consenso, ricordandoci che le dentiere per tutti non crescono su alberi selvaggi… la cui presenza sarebbe anche difficile nelle nostre città inquinate e che i cestini di monete d’oro non esistono neanche ai piedi dell’arcobaleno. Ricordando soprattutto: meno male che c’è l’euro e premiando chi si è impegnato perché ci fosse, ci sia e si rafforzi. Vincenzo Donvito Maxia http://www.aduc.it

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Parità Euro-Dollaro. Prospettive diverse, stesso prezzo

Posted by fidest press agency su sabato, 23 luglio 2022

A cura di Richard Flax, Chief Investment Officer, Moneyfarm Per la prima volta in vent’anni, l’Euro ha raggiunto la parità con il Dollaro. La guerra in Ucraina e la conseguente interruzione della fornitura di energia, combinate con un’inflazione già elevata e un rallentamento dell’economia, hanno visto l’Euro scivolare a livelli mai visti da quando la valuta comune muoveva i primi passi. Sebbene i titoli dei giornali siano allarmanti, Moneyfarm non è ancora convinta che sia necessario intraprendere un’azione significativa sui suoi portafogli e ritiene che il movimento potrebbe persino avvantaggiare gli investitori. L’Eurozona deve affrontare una lunga lista di problemi. L’inflazione (8,6% annualizzato a giugno) è ai massimi dal lancio della moneta unica, la fiducia di imprese e consumatori è in calo. Mentre alcuni di questi problemi possono essere attribuiti alla difficoltà di rilanciare l’economia dopo la chiusura indotta dal Covid, il conflitto in Ucraina e la rottura delle relazioni con la Russia hanno versato petrolio (ora molto costoso) sul fuoco. L’Europa è molto dipendente dalla Russia sul fronte dell’energia e questo potrebbe portare all’“inverno del nostro scontento” in Europa, con l’aumento dei prezzi dell’energia che si ripercuote sui consumatori, aumentando ulteriormente i timori di inflazione e, in definitiva, mantenendo un’elevata pressione ribassista sull’Euro.Un Euro in calo segnala anche la crescente mancanza di fiducia nella forza economica europea e nel progetto europeo nel suo insieme. In questo senso, non solo le aspettative di crescita per il blocco sono state costantemente riviste al ribasso da inizio anno, ma l’atteggiamento aggressivo della BCE ha fatto salire i differenziali di rendimento tra i paesi “centrali” e quelli “periferici”, sollevando noti timori sul progetto della moneta unica e, quindi, il deprezzamento dell’Euro nei confronti delle altre valute.La Federal Reserve quest’anno ha iniziato ad agire per combattere l’inflazione. Data la relativa forza economica degli Stati Uniti, la Fed è stata in grado di aumentare rapidamente i tassi (quest’anno già saliti da 0 – 0,25% a 1.50 – 1,75%). A titolo di confronto, la Banca d’Inghilterra (BoE) ha iniziato ad aumentare i tassi prima della Fed, ma l’economia più debole del Regno Unito ha costretto la BoE a un percorso più moderato di rialzi, mentre la BCE deve ancora aumentarli, ma ha comunicato che comincerà proprio nel mese di luglio. I mercati hanno accolto positivamente questa decisione della Fed e il Dollaro USA si è rafforzato quest’anno.Insomma, gli investitori sembrano credere che la Federal Reserve sia in grado di controllare meglio l’inflazione rispetto alle altre principali banche centrali, portando così un numero maggiore di investitori a cercare “riparo” nel Dollaro o nelle attività denominate in dollari. Anche se è probabile che nel lungo termine il Dollaro rinunci ad alcuni di questi primati, le altre banche centrali normalizzino i tassi di interesse e l’inflazione scenda, per il momento gli investitori stanno estendendo un voto di fiducia alla Fed, ma non alla BCE o alla BoE. (abstract)

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La Commissione avvia una consultazione sull’euro digitale

Posted by fidest press agency su domenica, 10 aprile 2022

La Commissione europea ha avviato oggi una consultazione mirata sull’euro digitale. L’euro digitale è la forma digitale di moneta della banca centrale direttamente accessibile agli utenti, che integra il contante. L’euro digitale potrebbe offrire soluzioni transfrontaliere per i pagamenti e la diffusione dei pagamenti istantanei. Potrebbe favorire l’innovazione e la concorrenza nei pagamenti e rafforzare l’autonomia strategica aperta dell’UE. Potrebbe inoltre rispondere alle nuove necessità relative ai pagamenti dell’industria 4.0.La Banca centrale europea (BCE) e la Commissione esaminano congiuntamente, a livello tecnico, un’ampia gamma di questioni politiche, giuridiche e tecniche relative all’eventuale introduzione dell’euro digitale. La Commissione desidera raccogliere le opinioni delle parti interessate su bisogni e aspettative degli utilizzatori riguardo all’euro digitale e su come renderlo disponibile per il commercio al dettaglio, preservando allo stesso tempo il corso legale del contante. La consultazione mira inoltre a raccogliere opinioni sul ruolo dell’euro digitale nei pagamenti al dettaglio e nell’economia digitale dell’UE, sul suo impatto sul settore finanziario e sulla stabilità finanziaria, nonché sugli aspetti relativi alle norme antiriciclaggio e alla protezione dei dati.La consultazione mirata integra la consultazione pubblica condotta dalla BCE tra ottobre 2020 e gennaio 2021. Si inserisce inoltre nel contesto delle strategie della Commissione in materia di finanza digitale e pagamenti al dettaglio del settembre 2020, che sostenevano soluzioni di pagamento paneuropee competitive e l’ideazione dell’euro digitale, continuando nel contempo a preservare lo status di moneta a corso legale dell’euro in contanti.

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La Commissione europea approva la valutazione preliminare positiva della richiesta italiana di erogazione di 21 miliardi di euro

Posted by fidest press agency su lunedì, 28 febbraio 2022

La Commissione europea ha approvato oggi la valutazione preliminare positiva della richiesta italiana di pagamento di 21 miliardi di €, di cui 10 miliardi di € di sovvenzioni e 11 miliardi di € di prestiti nell’ambito del dispositivo per la ripresa e la resilienza (RRF), lo strumento chiave al centro di NextGenerationEU. Il 30 dicembre 2021 l’Italia ha presentato alla Commissione una richiesta di pagamento fondata sui 51 traguardi e obiettivi selezionati nella decisione di esecuzione del Consiglio per la prima rata. Tali traguardi e obiettivi riguardano riforme nei settori della pubblica amministrazione, degli appalti pubblici, della giustizia, del quadro di revisione della spesa pubblica, dell’istruzione terziaria, delle politiche attive del mercato del lavoro e della legge quadro volta a rafforzare l’autonomia delle persone con disabilità. Riguardano inoltre importanti investimenti nel campo della digitalizzazione delle imprese (“Transizione 4.0”), dell’efficienza energetica e della ristrutturazione degli edifici residenziali. Le autorità italiane hanno corredato la richiesta di elementi dettagliati ed esaurienti a dimostrazione del conseguimento soddisfacente dei 51 traguardi e obiettivi. La Commissione ha ora trasmesso al comitato economico e finanziario, chiedendone il parere, la valutazione preliminare positiva del conseguimento da parte dell’Italia dei traguardi e obiettivi necessari per il pagamento. Una volta acquisito il parere del comitato economico e finanziario, la Commissione adotterà la decisione definitiva sull’erogazione del contributo finanziario, in seguito alla quale verrà effettuata l’erogazione all’Italia.

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Il caso del tema del debito pubblico durante la crisi dell’euro è emblematico

Posted by fidest press agency su giovedì, 3 febbraio 2022

Purtroppo la memoria collettiva, specialmente in Italia, è particolarmente flebile. Poco dopo la grande crisi finanziaria del 2008 (causata essenzialmente dal debito privato USA che ha gonfiato la bolla immobiliare) in Europa per molti anni è stata creduta la follia in base alla quale i debiti di alcuni stati europei potessero non essere sostenibili. Una nazione, la Grecia, ha anche pagato un prezzo salatissimo all’altare di questa follia ideologica nel momento in cui è stata strumentalizzata dalla politica.Per anni si è scritto che il fatto che le banche centrali “stampassero” denaro avrebbe provocato prima o poi inflazione nei beni reali.Questo è semplicemente falso. Solo chi non conosce i meccanismi tecnici del cosiddetto quantitative easing (chiamato dai giornali “stampa di denaro”) può scrivere tali sciocchezze e purtroppo sono in molti. La dinamica dell’inflazione è influenzata da diversi fattori, ne elenchiamo i principali: 1. Produttività. Nel breve termine (trimestri) l’incremento della capacità produttiva (produrre più beni e servizi a parità di lavoro) può variare relativamente poco, nello spazio di anni è fortemente influenzata dalla tecnologia ed è la variabile chiave. A parità di altri fattori, maggiore è la capacità produttiva, minore sarà l’inflazione. 2. La propensione al consumo. Tendenzialmente, più invecchia la popolazione e minore è la propensione al consumo. A parità di altri fattori, ovviamente, minore è la propensione al consumo e minore sarà l’inflazione. 3. Quantità di denaro disponibile nell’economia reale. Nel breve termine, la disponibilità di denaro è fortemente influenzata dalla spesa pubblica e dalla capacità degli operatori di fare debito (per le regole attuali, il debito è il modo principale con il quale si crea denaro). A parità di altri fattori, maggiore denaro è in circolazione nell’economia reale, maggiore sarà l’inflazione. 4. Dinamica dei salari. La crescita dei salari è il principale fattore che può innescare una spirale inflazionistica. Se c’è un eccesso di denaro in circolazione per un periodo relativamente breve di tempo, i prezzi si adeguano per ricreare l’equilibrio fra i beni e servizi che un’economia è in grado di produrre e la quantità di denaro che circola, ma dopo poco i prezzi tornano stabili. Se invece i salari crescono di più della capacità produttiva, questo innesca una spirale inflazionistica che può durare anche per molti anni. 5. Anomalie nelle disponibilità e/o nei prezzi delle materie prime. Le normali variazioni dei prezzi delle materie prime sono facilmente assorbite dalle dinamiche complessive dell’economia, ma se queste sono eccessive e riguardano beni – come il petrolio – direttamente o indirettamente coinvolti praticamente nella produzione di quasi tutti i beni fisici, allora si può generare uno shock economico come quello che avvenne negli anni ‘70 che di fatto determinò la fine delle dominio culturale del pensiero keynesiano. Cosa sta generando l’inflazione attuale? Non v’è dubbio che da un paio di trimestri stiamo vivendo, specialmente negli USA ed in misura leggermente inferiore in Europa, un accentuarsi dell’inflazione. Nel periodo precedente, le banche centrali temevano il problema opposto, ovvero la diminuzione dei prezzi o l’eccessivo immobilismo. Un moderato aumento dei prezzi (sotto, ma nei pressi, del 2%) agevola l’economia complessiva. Una diminuzione è un problema molto grande e ben peggiore di un’inflazione sostenuta ma comunque non fuori controllo. Per molto tempo le banche centrali, da sole, non sono state in grado di stimolare la dinamica dei prezzi, essenzialmente perché i primi due fattori elencati nel paragrafo precedente, che sono forze di lungo termine, nelle economie sviluppate sono potentemente antinflazionistiche. La popolazione invecchia comprimendo la propensione al consumo e la tecnologia sta donando all’umanità una capacità produttiva senza precedenti in continua accelerazione. Al momento niente lascia pensare alla possibilità che nei paesi occidentali si presenti una dinamica inflattiva fuori controllo. Parliamo, per capirci, di un’inflazione a due cifre per un periodo prolungato. Nel 1973 in Italia l’inflazione superò il 10% e rimase sopra il 10% fino al 1984 toccando punte del 20%. Le condizioni oggi sono completamente diverse da allora ed è francamente irragionevole attendersi una cosa del genere. Il principale fattore deflazionistico che l’umanità sta preparando è quello relativo alla produzione dell’energia. Per quanto, nel breve termine, il prezzo del petrolio possa spaventare, nel lungo termine la sua veste di regina delle materie prime ha gli anni contati. Lo si diceva, con troppo anticipo, fin dagli anni ‘70, in particolare con i lavori del Club di Roma sui limiti fisici allo sviluppo economico. Parte di quelle tesi si sono rivelate discutibili (soprattutto nella metodologia), ma oggi la fine dell’era del petrolio, oltre ad essere una indiscutibile necessità per ragioni ecologiche è prima di tutto una questione economica. Potrebbe presentarsi una dinamica inflattiva nell’intorno del 5% all’anno per un numero abbastanza prolungato di tempo? Questa è un’ipotesi che ha scarse possibilità di realizzarsi, ma non praticamente nulle come la precedente. Essenzialmente dipenderà dalla volontà delle banche centrali e dalla capacità dei governi di non cedere alla spirale dei salari. Nello spazio di qualche trimestre, l’inflazione può fare qualche “fiammata” come ha fatto con l’ultimo dato negli USA e la banca centrale ed i governi possono aver bisogno di tempo per dosare le cure affinché non siano eccessive, penalizzando l’economia e l’occupazione, ma dopo poco tempo la fine degli aiuti di stato e l’aumento dei tassi d’interesse riporteranno i prezzi a crescere a ritmi più contenuti. Se, da un punto di vista economico in generale, il problema è molto minore di quanto sia riportato sui giornali, dal punto di vista finanziario il problema è rilevante perché andiamo incontro ad anni nei quali i portafogli prudenti faranno una fatica enorme a battere l’inflazione ed al tempo stesso le componenti volatili del portafoglio, nel breve termine, potrebbero dare più preoccupazioni che soddisfazioni, proprio per l’aumento di tassi d’interesse e l’interruzione delle politiche monetarie espansive da parte della banche centrali. Purtroppo non ci sono soluzioni “magiche”. Andiamo incontro ad anni finanziariamente difficili nei quali sarà particolarmente importante essere pienamente consapevoli delle difficoltà del periodo che sarà comunque transitorio. Fondamentale non farsi prendere dalla paura o dall’avidità, alla ricerca di soluzioni semplici al problema della protezione dei risparmi dall’erosione dell’inflazione. Non ci sono soluzioni semplici. In conclusione, l’affacciarsi di un’inflazione consistente nell’economia cambia profondamente lo scenario finanziario di medio periodo anche se economicamente non è così preoccupante. Se sei un investitore che non ha ancora un piano d’investimento, oggi è ancora più importante di sempre iniziare a costruirlo. Se sei uno dei pochi investitori che ha già un piano, questi sono i momenti nei quali è fondamentale essere disciplinati e coerenti. I movimenti attuali delle principali variabili finanziarie non sono tali da prendere in considerazione l’idea di cambiare un qualsiasi piano finanziario che sia stato realizzato in modo sufficientemente razionale. Se sono fatti bene, i piani finanziari si cambiano quando cambiano le necessità di vita dell’investitore, non perché salgono o scendono i tassi o i prezzi delle azioni. (abstract) Alessandro Pedone, responsabile Aduc Tutela del Risparmio

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La sfida dell’Euro digitale

Posted by fidest press agency su mercoledì, 9 dicembre 2020

By Mario Lettieri e Paolo Raimondi E’ in arrivo l’euro digitale. La Banca centrale europea da tempo sta lavorando per studiarne il metodo di emissione e di gestione, In merito ha recentemente pubblicato un rapporto preliminare. In vari paesi europei si stanno portando avanti dei test per verificare la complessità dell’operazione. Nel vecchio continente si preparano anche i sistemi di “instant payment”, cioè di pagamenti istantanei con disponibilità immediata dei fondi trasferiti, che dovrebbe entrare in funzione entro la fine del 2021. Vari passi e consultazioni pubbliche sono stati fatti per ridefinire le regole, i controlli e tutta la relativa legislazione. Anche per attestare alla Bce il potere di sottoporre a controlli i cosiddetti “technology providers”, coloro che immettono nel sistema le nuove tecnologie fintech relative ai pagamenti e a tutte le altre operazioni finanziarie digitali.Del resto non si può ignorare il fenomeno della digitalizzazione del sistema dei pagamenti, a cominciare da quelle degli acquisti dei privati. Nel 2019 le persone adulte della zona euro, in media, hanno compiuto due pagamenti al giorno. In un anno il mondo del retail europeo ha registrato 213 miliardi di operazioni di pagamento per un valore stimato in 164.000 miliardi di euro. Il 73% di tutte le transazioni è stato fatto in cash, pari al 48% del valore in euro, in calo rispetto al 2016, quando i due rapporti erano rispettivamente del 79% e del 54%. Il resto, intorno al 24% del volume e al 41% del valore, è stato fatto con carte di credito. Due grandi istituti di servizi finanziari e di emissione di carte di credito, VISA e Mastercard, entrambe con sedi negli Stati Uniti, hanno gestito due terzi di tutti i pagamenti con carte di credito nell’Ue. Le due, più la società americana PayPal, che offre servizi di pagamento digitale e di trasferimento di denaro tramite internet, dominano completamente il sistema dei pagamenti online in Europa. Appare, perciò, doveroso per la Bce e per il Sistema europeo delle banche centrali entrare in campo direttamente nei settori dei pagamenti digitali. Stare alla finestra e guardare come il digitale sta rivoluzionando il mondo dei pagamenti e, in generale della finanza, vorrebbe dire rimanere all’ultimo posto della fila, buono soltanto a gestire eventuali danni e crisi provocate dai grandi operatori finanziari internazionali.L’euro digitale sarebbe il primo passo, forse il più importante. Con esso l’Eurosystem assicurerebbe ai cittadini europei l’accesso a soluzioni efficienti di pagamento, garantendo al tempo stesso che le transazioni siano sicure. Esso affiancherebbe l’euro, nella forma tradizionale di moneta, mantenendo inalterata la sovranità monetaria. Si ricordi che le banche centrali di tutti i paesi del mondo stanno creando delle proprie monete digitali, o già operano con esse, In ogni caso l’Europa ne verrebbe invasa e fortemente influenzata e destabilizzata. Questi movimenti monetari digitali internazionali rischierebbero di rendere vani tutti gli strumenti di controllo e di regole costruiti dalla Bce. Soprattutto perché gli istituti, che dominano il sistema dei pagamenti digitali, sono i leader mondiali nello sviluppo di queste tecnologie e stanno diventando anche i primi operatori dei finanziamenti e del credito. Ciò renderebbe l’Europa vulnerabile e dipendente in un settore tecnologico chiave e sarebbe incapace di gestire moneta e credito, che fino a oggi avviene attraverso il sistema delle banche tradizionali. Si tenga presente che oggigiorno la quantità di banconote in circolazione nell’area euro ammonta a circa €3.000 pro capite, per un totale di 1.200 miliardi. Si ipotizza una cifra simile di euro digitali che la Bce potrebbe mettere a disposizione, soltanto come mezzo di pagamento, praticamente a costo zero. La Bce deve, però, “studiare” come evitare che esso diventi una forma d’investimento in concorrenza con altri strumenti finanziari. La Banca centrale non vorrebbe, pare, acquisire depositi in euro digitali. E’ tutto in discussione. E’ anche da definire se i pagamenti con la moneta digitale saranno fatti attraverso i conti tenuti presso la banca centrale oppure in altri modi, direttamente tra chi paga e chi riceve.L’euro digitale potrebbe diventare accessibile anche fuori dall’eurozona. D’altra parte, si ricordi che già nel 2016 il 30% di tutto il cash in euro circolante era detenuto fuori dai confini europei. Uno degli aspetti rilevanti dell’operazione riguarda anche il futuro delle banche e del sistema bancario europeo. Un effetto evidente sarebbe la diminuzione dei depositi dei cittadini e delle imprese e quindi la riduzione di tutta una serie di attività a essi correlate. Ci si chiede, tra l’altro, se la Bce dovrà continuare, oltre i tempi di ripresa dalla Grande Crisi e dal Covid, con le varie operazioni di quantitative easing per sopperire alla mancanza di asset da parte delle banche. Inevitabilmente la discussione riguarda anche l’infrastruttura e i principi su cui si basano le banche centrali, come la definizione dei tassi di interesse e dei livelli di moneta in circolazione. L’euro digitale, così come le altre monete digitali create dalle banche centrali, avrebbe un valore fisso, sarebbe accessibile universalmente e sarebbe uno strumento valido e legale in tutte le transazioni. Caratteristiche che lo rendono completamente differente rispetto alle monete virtuali create da enti privati. E, naturalmente, manterrebbe la sovranità monetaria dell’Unione europea. Tutte scelte non facili ma il cammino sembra tracciato. Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e Paolo Raimondi economista.

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I retroscena della storia dell’euro in “Alex, un giallo valutario”

Posted by fidest press agency su venerdì, 6 novembre 2020

Rivela importanti retroscena della storia dell’euro, in forma di thriller. Il nuovo libro, appena uscito su Amazon, si chiama Alex- un giallo valutario, e promette di svelare la natura del denaro e i fondamenti della finanza. A questo scopo non si serve dell’esposizione di teorie monetarie, ma conduce il lettore attraverso un percorso narrativo, abitato da personaggi affascinanti, che faranno di tutto per sedurlo.Un giallo, con un sottotesto economico-politico che ha per oggetto l’euro, l’Europa e le guerre imperialiste per il petrolio e la supremazia valutaria.Una storia dall’intreccio avvincente, che arriva fino a Roma e Parigi, partendo dalla City di Francoforte.Tutto parte da un gruppo di amici dallo stile di vita libero e non convenzionale, che denuncia a un commissario di polizia la scomparsa del maschio alfa, ovvero Alex, un tecnico petrolifero di origine italiana, appena rientrato dalla guerra in Iraq.Il commissario è inizialmente scettico, ma finisce per subire il fascino degli amici di Alex e presto diventa uno di loro. Le indagini lo porteranno fino a Roma, ove la strana morte di un extracomunitario insospettisce alcuni agenti antiterrorismo della polizia italiana.Riusciranno i personaggi a fare luce sui veri motivi della scomparsa di Alex? A scoprire i segreti del suo lavoro, e che cosa aveva a che fare con l’unione monetaria e con l’euro? Riusciranno a capire chi era Alex veramente? In un finale a sorpresa, il lettore si troverà di fronte a interrogativi universali, legati alla natura del denaro e all’identità dell’individuo nell’era della globalizzazione.La storia è un’opera di chiara ispirazione europeista, sottolineata dalla varietà dei luoghi e dalle diverse nazionalità dei personaggi.L’autrice Patrizia Vigiani, originaria di Firenze, si è già distinta per il suo manuale “Forex Trading per Comuni Mortali”, e per il suo impegno contro le truffe online.Per saperne di più sul libro consigliamo la visita al sito internet http://www.alex-un-giallo-valutario.de, e alla pagina Facebook http://www.facebook.com/AlexMoneyThriller. “Alex – un giallo valutario” è disponibile in formato ebook e cartaceo su Amazon.it all’indirizzo http://www.amazon.it/dp/B08L2J33KR.

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Via libera ai primi 400 mila euro per le imprese

Posted by fidest press agency su lunedì, 30 marzo 2020

La giunta ha varato il “Bando per il credito straordinario Covid” per abbattere le spese sostenute per le commissioni di garanzia sui finanziamenti richiesti dalle imprese per far fronte alle difficoltà del momento. La giunta della Camera di Commercio di Pordenone-Udine vara il “Bando credito straordinario Covid”. Per sostenere le imprese favorendo l’accesso al credito, in collaborazione con i Consorzi Garanzia Fidi, l’ente ha dunque dato il via libera, nella seduta di oggi pomeriggio (venerdì 27 marzo) a un primo stanziamento di urgenza di 400 mila euro. L’intervento economico viene garantito tramite l’abbattimento delle commissioni di garanzia rilasciate da Confidi o fondi pubblici di garanzia che le aziende richiedano per ottenere un credito straordinario necessario ad affrontare l’emergenza.L’agevolazione concedibile per ciascuna impresa consiste in un contributo a fondo perduto, in conto capitale nella percentuale del 100%, delle spese sostenute. Il contributo massimo è pari a mille euro per richiedente. Le domande saranno presentabili a partire dal 31 marzo e fino al 31 luglio.“Si tratta di piccoli contributi, ma sono subito a disposizione delle imprese e speriamo possano essere d’aiuto – ha spiegato il presidente Giovanni Da Pozzo –. Ci siamo adoperati, assieme agli uffici, per rendere più agevole possibile la presentazione delle domande da parte delle imprese, semplificando al massimo il carico burocratico”. Le aziende dovranno infatti presentare solo le delibere di ottenimento del finanziamento e della garanzia, con l’attestazione del pagamento. Il bando sarà pubblicato nei prossimi giorni e il plafond è stato ricavato in via urgenza grazie alla revisione di alcune poste del bilancio camerale e a risparmi di spesa. “In giunta abbiamo fatto questo primo passo, ma sicuramente ne seguiranno altri nelle prossime settimane – ha confermato Da Pozzo –: siamo di fronte a una situazione eccezionale e di grandissima complessità, ma saremo in prima linea. Siamo tutti impegnati, assieme al nostro personale, per riorganizzare il lavoro in modo da essere di maggior servizio possibile alle imprese che si rivolgeranno a noi, anche rendendo rapide tutte le liquidazioni”.

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“I parlamentari diano i loro stipendi alla sanità pubblica e trattengano solo 600 euro”

Posted by fidest press agency su giovedì, 26 marzo 2020

“Parlamentari e consiglieri regionali, in questo momento di emergenza coronovirus, non possono svolgere il loro lavoro, ma potrebbero rendersi utili donando i loro stipendi alla sanità pubblica e trattenendo per sé 600 euro, tanto quanto è stato destinato ai detentori di partita Iva”. L’idea è di Franco Calderone, responsabile in Sicilia del Movimento 24 Agosto per l’Equità Territoriale, movimento fondato dal giornalista e scrittore meridionalista, Pino Aprile.
“Continuano ad essere pagati con soldi pubblici, nonostante il blocco totale che interessa il Paese e, quindi, anche loro. Cosa aspettano a dimostrare che sono sempre al servizio degli italiani? Questo è l’unico modo in cui possono dimostrarlo: sostenere il sistema sanitario pubblico che è al collasso. Se 600 euro è una cifra ritenuta sufficente per la sopravvivenza di chi ha la partita Iva, lo sarà anche loro. Non parlo – sottolinea Calderone – di azioni individuali, né di beneficenza privata: tutti i rappresentati dei consigli regionali, dalla Calabria alla Valle d’Aosta, quelli del Parlamento siciliano e quelli del Parlamento nazionale, dovrebbero immediatamente farsi carico di questa esigenza, magari guardando ai propri territori di provenienza, perché non ha senso che intaschino i soldi dei cittadini mentre i cittadini hanno il disperato bisogno che i loro ospedali siano dotati di tutto il necessario. Dovrebbero farlo e comunicarlo a tutti, mentre chi non la fa, dovrà spiegarlo ai suoi elettori”.
“Verrà il giorno- osserva il responsabile siciliano del Movimento per l’Equità Territoriale – in cui dovranno occuparsi della sanità dagli scranni istituzionali: va rivisto tutto il sistema sanitario italiano che, alla prima seria difficoltà, si è dimostrato del tutto inadeguato. A dire il vero, in molte regioni, lo era già da prima. Verrà il giorno in cui non potranno più girare la testa dall’altra parte e lasciare che si macelli la sanità pubblica come hanno fatto finora. Ma non è questo il momento. Adesso possono solo dimostrare che i cittadini non stanno sprecando i loro soldi pagando politici che stanno a casa, mentre negli ospedali manca di tutto”.
“Va da sé – chiosa Calderone- che l’appello vale in particolar modo per i parlamentari meridionali: la nostra sanità è, infatti, quella che ha pagato il prezzo più alto alle politiche liberiste selvagge avallate dai governi nazionali su input dell’Unione europea. Non possiamo neanche sperare nella beneficenza di qualche milionario, perché questo non esenterebbe i parlamentari dalle loro responsabilità dinnanzi ai propri elettori, Inoltre i milionari, finora, hanno versato soldi alle strutture del Nord, addirittura a quelle private come ha fatto uno nota coppia italiana, che, praticamente, ha dato soldi a chi già ce li ha”.

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Euro NCAP ha valutato 55 modelli di auto

Posted by fidest press agency su giovedì, 9 gennaio 2020

Nel corso del 2019, Euro NCAP ha valutato 55 modelli di auto: ben 41 hanno ottenuto il punteggio massimo di 5 stelle. Il 2019, quindi, è risultato uno degli anni migliori da quando Euro NCAP – il progetto internazionale di valutazione degli standard di sicurezza delle auto nuove, del quale è partner l’Automobile Club d’Italia – ha iniziato a valutare la sicurezza degli autoveicoli in vendita in Europa.
Mercedes-Benz CLA (Small Family Cars), Tesla Model 3 & BMW serie 3 (Large Family Cars), Subaru Forester (Small Off-Road/MPV), Tesla Model X (Large Off-Roader), Audi A1 & Renault Clio (Supermini), Tesla Model 3 (Hybrid & Electric), sono gli 8 modelli vincitori – nelle diverse categorie – dei test Euro NCAP 2019.Mercedes-Benz ha riguadagnato la corona nella categoria delle piccole familiari, con il modello CLA, l’alternativa sportiva alla berlina di classe A, vincitrice del Best in Class dell’anno 2018. La CLA si è distinta per aver ottenuto il miglior punteggio complessivo dell’anno, con valutazioni superiori al 90 per cento in tre delle quattro aree di valutazione. La Casa tedesca nel 2019 ha presentato altri cinque modelli, tutti valutati con il massimo punteggio, con ottime prestazioni delle tecnologie ADAS di assistenza alla guida.
La Tesla Model 3 è in cima alla categoria dei veicoli familiari “grandi”, ex aequo con la Serie 3 della BMW. La tedesca è risultata migliore nella protezione dei pedoni, mentre l’americana, complessivamente, per i sistemi ADAS. In questa categoria, risulta seconda classificata la nuova Škoda Octavia.Nella classe piccoli Suv vince la nuova Subaru Forester, con eccellenti prestazioni in tutte le prove. Secondo posto ex aequo per Mazda CX-30 e VW T-Cross. La giapponese si è messa in evidenza anche con il modello Mazda 3, che ha ottenuto ottime performance nella protezione degli occupanti “adulti”, conquistando il secondo posto nella categoria piccole familiari, dietro alla superstar Mercedes-Benz CLA.Anche nella classe delle Supermini si registra un ex aequo tra la sportiva Audi A1 e la Renault Clio (entrambe nell’ultima versione presentata nel 2019), da anni tra le berline più popolari e vendute in Europa. Bene anche la nuova arrivata Ford Puma, seconda in classifica. Menzione speciale alla BMW Z4 per le ottime prestazioni, unica roadster testata nel 2019, che ha fissato un nuovo punto di riferimento in questo segmento, per quanto riguarda la sicurezza.Altra nota di merito per la Tesla, prima e seconda classificata nella categoria “elettriche e ibride”, rispettivamente con i modelli 3 e X. Quest’ultimo modello risulta, anche, vincitore nella categoria Suv di grandi dimensioni. Secondo posto per la SEAT Tarraco.“Tre modelli su 4 valutati nel 2019 da Euro NCAP hanno ottenuto 5 stelle, un risultato che testimonia l’impegno dei costruttori ad investire in sicurezza – ha dichiarato il presidente dell’ACI Angelo Sticchi Damiani. Nota di merito anche per le ottime performance dei modelli del segmento delle Supermini, con livelli di sicurezza equivalenti a quelli delle autovetture più grandi e costose”.

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Per l’Italia 36 miliardi di euro destinati all’agricoltura, 43 miliardi per la coesione

Posted by fidest press agency su sabato, 30 novembre 2019

Nel prossimo quadro finanziario pluriennale dell’UE per il periodo 2021-2027 i fondi destinati a settori considerati prioritari e ad alto valore aggiunto europeo potrebbero aumentare di circa 200 miliardi di euro mentre quelli a favore della politica agricola comune (PAC) e della politica di coesione dovrebbero subire una riduzione. In questo scenario l’Italia potrebbe beneficiare di circa 36,3 miliardi di euro per la politica agricola, diventando il quarto Paese beneficiario dei fondi PAC, dopo Francia, Spagna e Germania. Sul fronte della politica di coesione le risorse a disposizione dell’Italia salirebbero a 43 miliardi di euro rispetto alla dotazione di 34 miliardi del periodo 2014-2020. Questi sono alcuni dei dati emersi oggi a Matera nel corso convegno “NON SPRECHIAMO L’EUROPA – Fondi europei, opportunità di sviluppo e ruolo del dottore commercialista”, organizzato dalla Cassa Dottori Commercialisti (CNPADC).
L’incontro, che rientra nel programma “Previdenza in tour” della CNPADC, giunto alla sua ottava edizione, si è focalizzato sui fondi europei, sulle opportunità che offrono per lo sviluppo del sistema economico nazionale e sul ruolo che i dottori commercialisti possono svolgere nel supportare aziende e professionisti in questo percorso. Sul fronte nazionale si registra, infatti, una carenza nella gestione dell’accesso a queste opportunità per imprese e professionisti, che si traduce in una bassa capacità di spesa dei fondi. Per recuperare terreno diventa quindi strategico il ruolo che professionisti e istituzioni possono ricoprire nel facilitare l’accesso e la gestione da parte delle imprese italiane e degli Enti interessati di questi importanti motori di crescita economica.Con riferimento al prossimo quadro finanziario pluriennale 2021-2027 la Commissione europea ha proposto di innalzare le risorse per settori quali ricerca, innovazione e agenda digitale, giovani, migrazione e gestione delle frontiere, difesa e sicurezza interna, azione esterna, clima e ambiente. Al contempo si prevede che verranno ridotti finanziamenti destinati alla politica agricola comune (PAC) e alle politiche di coesione verso le quali sono rivolti gli strumenti finanziari di supporto, come il Fondo di Coesione, il Fondo di Sviluppo Regionale (FESR) e il Fondo Sociale europeo+ (FSE+).
Per l’Italia questo si traduce in una riduzione di circa 4,7 miliardi di euro di fondi per la politica agricola comune rispetto agli oltre 41 miliardi della PAC 2014-2020. Con 36,3 miliardi di euro, tuttavia, il nostro Paese sarebbe quarto per risorse totali dopo Francia (62,3 miliardi), Spagna (43,7 miliardi) e Germania (40,9 miliardi).L’Italia sarebbe in controtendenza per quanto riguarda la politica di coesione, con un aumento da 34 a 43 miliardi di euro circa rispetto alla dotazione 2014-2020, potendo destinare tali risorse a quelle che l’UE, nella futura programmazione, definisce regioni meno sviluppate (Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia, Sardegna e Molise), regioni in transizione (Abruzzo, Marche e Umbria) e regioni più sviluppate (Valle d’Aosta, Piemonte, Lombardia, Liguria, Veneto, provincia di Bolzano, provincia di Trento, Friuli Venezia-Giulia, Emilia Romagna, Toscana e Lazio).

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Piano Juncker: mobilitati investimenti per 433 miliardi di euro in tutta l’UE

Posted by fidest press agency su sabato, 21 settembre 2019

A settembre 2019 gli accordi approvati nel quadro del piano Juncker ammontano a 79,7 miliardi di euro di finanziamenti e riguardano tutti e 28 gli Stati membri. Secondo le previsioni, circa 972.000 start-up e piccole e medie imprese (PMI) beneficeranno di un accesso agevolato ai finanziamenti. Attualmente, i primi cinque paesi in classifica per quanto riguarda gli investimenti previsti in rapporto al PIL sono la Grecia, l’Estonia, il Portogallo, la Bulgaria e la Lettonia. La BEI ha approvato finanziamenti per 57,8 miliardi di euro a favore di progetti infrastrutturali e innovativi, che dovrebbero generare a loro volta 262,6 miliardi di euro di investimenti aggiuntivi. Il Fondo europeo per gli investimenti, che fa parte del gruppo BEI, ha approvato accordi per 21,9 miliardi di euro con banche intermediarie e fondi per finanziare le PMI, che dovrebbero a loro volta generare 170,6 miliardi di euro di investimenti aggiuntivi.

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Intervento del Presidente Tajani alla cerimonia per il ventesimo anniversario dell’euro

Posted by fidest press agency su mercoledì, 16 gennaio 2019

Strasburgo.“Oggi celebriamo l’anniversario dei 20 anni della nostra moneta.L’Euro è utilizzato da 340 milioni di cittadini europei, ed è la seconda moneta più importante al mondo. Secondo l’ultimo sondaggio Eurobarometro, tre europei su quattro danno un giudizio positivo sulla moneta unica. L’Euro ha reso più trasparente e competitivo il nostro mercato interno, facilitando le transazioni, gli spostamenti, il commercio, il turismo. Durante la crisi economica, anche grazie al Quantitative Easing deciso dalla BCE, la moneta comune ha svolto una funzione di scudo, evitando il collasso delle economie più deboli.Tuttavia, la crisi ha anche evidenziato l’incompletezza dell’edificio dell’Euro e alcuni errori compiuti nella gestione del problema dei debiti sovrani. Va riconosciuto che non tutti sono convinti del buon funzionamento della moneta unica. Anche in quest’Aula, vi sono colleghi che criticano la costruzione dell’euro, e che considerano l’Unione Monetaria e gli eccessi di austerità come un freno alla crescita e all’occupazione.Personalmente, resto convinto della bontà del progetto dell’Euro. Ma l’euro non è fine a sé stesso. Deve essere uno strumento per realizzare un’economia sociale di mercato, con l’obiettivo di portare prosperità e lavoro a tutti cittadini.È, dunque, imperativo finire l’edifico che abbiamo cominciato costruire. L’Unione Bancaria e il Mercato dei Capitali vanno completati al più presto, così come vanno portate avanti l’Unione Fiscale e quella Economica. Non possiamo rimanere in mezzo al guado, dove rischiamo di essere travolti da una nuova crisi.I dati più recenti indicano un deciso rallentamento della crescita e della produzione industriale, con il rischio di una nuova recessione in alcuni Paesi europei. Crescono le disparità economiche e sociali tra i diversi territori dell’eurozona e, in alcune regioni, un giovane su due non trova lavoro.È evidente che mancano ancora strumenti efficaci per rilanciare gli investimenti, sostenere l’economia reale, creare lavoro e stimolare la convergenza sociale e regionale.È, dunque, urgente dare seguito alla richiesta di questo Parlamento di un bilancio adeguato a queste sfide.Il mio appello è che quella di oggi non sia una mera celebrazione, dove ci culliamo sugli allori, ma una presa d’atto dei problemi ancora aperti. Chiedo un’assunzione di responsabilità ai leader europei per avviare urgentemente quei cambiamenti necessari per rafforzare l’euro e rilanciare crescita e occupazione”.

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Cerimonia per i vent’anni dell’euro

Posted by fidest press agency su sabato, 12 gennaio 2019

Strasburgo. Il 1° gennaio 1999 è stato lanciato l’euro. Per commemorare i 20 anni della sua esistenza, la plenaria ospiterà una cerimonia martedì alle 11.30. cerimonia solenne, martedì 15 gennaio, 11.30.
La cerimonia sarà aperta dal Presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani, seguito dal Presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, dal Presidente della Banca centrale europea Mario Draghi, dal Presidente dell’Eurogruppo Mário Centeno, il Presidente della commissione per i problemi economici Roberto Gualtieri e dall’ex Presidente della Banca centrale europea Jean-Claude Trichet.Sarà inoltre allestita una mostra sull’euro nei locali del Parlamento europeo a Strasburgo.

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Da aprile 2019 solo 40 euro di aumenti lordi per 3,3 milioni di dipendenti pubblici

Posted by fidest press agency su domenica, 11 novembre 2018

Si rivela davvero poco produttivo lo stanziamento dei fondi previsti dal DEF, ai fini dell’incremento stipendiale degli statali, tra cui 1,2 milioni di docenti e Ata: 1.1 miliardi di euro per il 2019, 1.425 per il 2020 e 1.775 a partire dal 2021, porteranno nelle loro buste paga appena 500 euro annui. I compensi, in realtà, non sono veri e propri aumenti, ma coprono solo l’indennità di vacanza contrattuale, meno della metà del rinnovo approvato nel 2019 dopo quasi dieci anni di blocco. La quota, peraltro, non è nemmeno aggiornata. Secondo Marcello Pacifico (Anief-Cisal) con un impegno annuo che si aggira sul miliardo e mezzo di euro, in pratica, si vuole far passare il concetto che ci stiamo avvicinando agli stipendi degli insegnanti europei. Mentre per colmare davvero questo divario servirebbe uno stanziamento finanziario dieci volte tanto. Per questo, Anief ribadisce l’esigenza di avviare la vertenza giudiziaria per il recupero dei crediti, ricorrendo per il conferimento dell’indennità di vacanza contrattuale per il periodo 2015-2018, in modo da recuperare almeno il 50% del tasso IPCA non aggiornato nell’ultimo triennio. Chi non ricorre al giudice rischia di subire quello che ha appena registrato l’Aran per il periodo 2001-2016, con i compensi annui addirittura in discesa.

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Euro: come la Germania ha fregato l’Italia

Posted by fidest press agency su martedì, 6 novembre 2018

By Mirco Galbuser. La moneta unica è il mezzo che giustifica il fine dei tedeschi: vessare gli italiani per rientrare dai debiti. Ci raccontano un sacco di balle per farci sottostare alle “regole” di Bruxelles. Prima della nascita dell’euro, la Germania era considerata la “malata d’Europa”. Il Pil tedesco cresceva meno di quello italiano, il debito di Berlino in rapporto alla ricchezza privata era più alto di quello italiano e la ricchezza delle famiglie tedesche, super indebitate dopo la riunificazione, era di 1.790 miliardi di euro contro gli oltre 2.200 delle famiglie italiane. Nel 1998, il rating attribuito da Standard & Poor’s all’Italia era AA, mentre oggi, dopo quasi 15 anni di moneta unica, di parametri di Maastricht, di austerity, ecc. il rating tricolore è a un passo dal livello spazzatura. Con i rendimenti dei titoli di stato che, però, sono ai minimi storici. Sembra non ci si capisca più nulla e si fatichi a trovare una correlazione fra le due economie. Cosa è successo? L’euro, quando il fine giustifica i mezzi E’ successo che è stato introdotto l’euro, questa camicia di forza, che ha imbrigliato il nostro paese in un rigido schema finanziario che la Germania ha architettato ad arte per rientrare dai sui debiti derivanti dalla seconda guerra mondiale. Il fine giustifica i mezzi, diceva Machiavelli nel XVI° secolo, e la moneta unica non si è rivelato altro che il mezzo per raggiungere uno scopo ben preciso della Germania: il controllo dell’economia continentale assoggettando i paesi periferici ai diktat tedeschi con la scusa dei debiti troppo alti. Poi la nomenclatura di Bruxelles, i mezzi d’informazione, l’ideologia della moneta forte per combattere l’inflazione, l’abbattimento delle barriere doganali hanno fatto il resto. Così quello a cui tutti hanno creduto in Italia è che le riforme di inizio secolo abbiano reso grande la Germania e che la malata d’Europa fosse l’Italia. Certo le riforme sul mercato del lavoro hanno dato un contributo notevole all’economia tedesca, ma hanno giocato un ruolo minimo. Il driver vincente di Berlino è stato l’euro e oggi la Germania può dettare legge in Europa. Lo si apprende soprattutto dai dati sul surplus commerciale verso i principali paesi del sud Europa, Grecia compresa, che sfiora i 900 miliardi di euro con una posizione finanziaria che nel 2013 toccava il 42% del Pil. Non solo. Prima dell’avvento dell’euro, la Germania aveva un deficit commerciale con i paesi in via di sviluppo di 15 miliardi di dollari, inferiore a quello dell’Italia, mentre oggi gode di un surplus commerciale di 12 miliardi, come l’Italia. Tutti scrivono e raccontano che è l’effetto della “globalizzazione”, ma non è così. E’ solo grazie all’euro che la Germania sta facendo affari con l’estero. La moneta forte (ma solo per i tedeschi, per gli altri non è così) ha anche aumentato l’importazione di prodotti, semilavorati e manufatti dalla Cina a discapito dell’Italia, dove invece le industrie tedesche chiudono dopo che Bruxelles ci ha propinato un fisco asfissiante (tutto orchestrato, naturalmente). Debito pubblico cresciuto per aiutare le banche tedesche [fumettoforumright]. Ma grazie all’euro, la Germania è riuscita anche a farsi finanziare il proprio debito pubblico e soprattutto quello delle banche tedesche che avevano prestato soldi ai paesi più deboli d’Europa. Quando scoppiò la crisi nel 2008 e la Grecia era sull’orlo del default, le banche tedesche, insieme a quelle francesi, erano esposte verso Atene per circa 100 miliardi di euro, mentre quelle italiane lo erano solo per 5 miliardi. Per salvare la Grecia (e l’euro), si ricorse alla ciambella del fondo salva stati (EFSM) che in pratica prevedeva il contributo economico di ogni singolo membro della Ue, non già in base alle somme investiste in Grecia, ma in base al peso specifico del loro Pil nell’Eurozona. Così l’Italia pagò e sta ancora pagando in misura eccessiva il salvataggio dei paesi colpiti dalla crisi (Grecia, Portogallo, Irlanda): ben 44 miliardi di euro, contro i 50 della Francia e i 67 della Germania. Secondo Eurostat, il contributo dell’Italia ai pacchetti di aiuti per i paesi dell’eurozona in difficoltà pesa il 2,8% del Pil e va a incidere sul debito pubblico. Poi a noi si racconta che il problema sono le mancanze di riforme, la burocrazia che non funziona, ecc. e per sostenere il debito pubblico interno è necessario imporre tasse e balzelli a più non posso. Tutti problemi che c’erano anche prima dell’introduzione dell’euro e prima della crisi del 2008. Né più, né meno. In Italia, pressione fiscale record per pagare i debiti dei tedeschi. Ma la Germania non ha solo sottratto ingenti risorse finanziarie all’Italia con la politica dell’austerity e grazie all’euro, sta anche sostenendo i costi del proprio debito pubblico con le tasse degli italiani. Come? Imponendo sacrifici per mantenere il debito/Pil al di sotto del 3%. Altra stupenda invenzione dei tecnocrati tedeschi! Intanto la Germania paga una sciocchezza per sostenere il debito pubblico tedesco (meno dello 0,7% per un Bund decennale) che va pure riducendosi, mentre noi italiani paghiamo il 2%. La differenza, cioè lo spread, questo altro maledetto feticcio introdotto dai tecnocrati, si è tradotto in un aumento record della pressione fiscale in Italia (oltre il 43%). Eppure, solo due anni e mezzo prima l’Italia era stato l’unico paese dell’Eurozona a tenere in ordine i conti durante la crisi scoppiata nel 2008. Prova ne è che a fine 2010 Roma poteva vantare il miglior bilancio statale primario dell’Eurozona, pari al +0,1% del Pil, dopo quello dell’Estonia (+0,3%), mentre la Germania era al -1,6%, la Francia al -4,7%, la Grecia al -4,9%, il Portogallo al -7%, la Spagna al -7,7% e l’Irlanda al -27,5%. In più, il debito pubblico italiano figurava tra quelli cresciuti di meno in termini monetari tra il 2008 e il 2010: +180 miliardi di euro. Più di tutti era però cresciuto il debito pubblico tedesco, di ben 405 miliardi. Se poi si va a vedere il debito privato, l’Italia era quella messa meglio a livello europeo mentre la Germania annaspava ancora per i costi della riunificazione. Così, è indubbio che nel 2011 il Bel Paese, al di là delle problematiche interne non meno gravi di quelle di altre piazze europee, dovesse entrare nell’occhio del ciclone. E da lì partì l’attacco programmato ai titoli di stato con tutta la storia legata allo spread. Perché la Germania dice no agli Eurobond E i tanto invocati eurobond dell’allora ministro dell’Economia Giulio Tremonti sono finiti nel dimenticatoio. L’unica efficace soluzione al problema dei debiti dell’Europa, la più naturale e condivisibile in un mercato finanziario unificato, è stata abbandonata per non compromettere le finanze di Berlino. Si diceva che la Germania non volesse farsi garante dei debiti altrui (altra bella trovata propagandistica), ma perché mai l’Italia dovrebbe sacrificarsi per quelli dei tedeschi o dei greci allora? E ora non sarà certo la Bce a risollevare le sorti di un’economia finita ormai in disgrazia, attraverso il quantitative easing, dato che alla fine i debiti dei singoli stati dovranno essere onorati dagli stessi stati che li hanno emessi. Diverso, invece, sarebbe se i se i debiti dei singoli stati fossero spalmati su tutta la piazza con le garanzie dell’Unione Europea. Ma, in questo modo, la Germania non riuscirebbe più a finanziarsi a costi così bassi, quasi assurdi, mentre l’Italia ci guadagnerebbe. Ma così non va bene e lo scopo della moneta unica verrebbe meno. (fonte: https://www.investireoggi.it/obbligazioni/euro-ecco-come-la-germania-ha-fregato-litalia/ e Nuove Direzioni)

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L’euro in un mondo multipolare

Posted by fidest press agency su sabato, 22 settembre 2018

Il recente sullo stato dell’Unione europea tenuto dal presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, di fronte al Parlamento di Strasburgo contiene un messaggio di grande importanza geopolitica. Non lo si può ignorare. “L’euro, ha detto, deve avere un ruolo internazionale. E’ già usato in vario modo da più di 60 paesi. E’ tempo che diventi lo strumento monetario di una nuova e più sovrana Europa.” Correttamente ha aggiunto:“ E’ assurdo che l’Europa paghi in dollari l’80% della sua bolletta energetica, cioè circa 300 miliardi di dollari l’anno, quando le nostre importazioni di energia dagli Usa sono pari soltanto al 2% del totale. E’ altrettanto assurdo che le imprese europee comprino aeroplani europei pagando in dollari invece che in euro”. E’ una forte sottolineatura.
Certamente si può dire che, durante il suo mandato, Juncker non è stato il miglior pilota dell’Ue, né il più audace e coerente. Possono, quindi, esserci critiche legittime e giustificate. Tuttavia, con le sue recenti parole lascia un’eredità pesante che il prossimo presidente del governo europeo non può né deve ignorare. Lo stesso dicasi per il futuro Parlamento europeo.L’euro, rinforzato dai necessari miglioramenti di sistema e sostenuto da una più forte e più integrata economia europea, potrebbe diventare la “leva” per una riforma multipolare del sistema monetario internazionale.
In questo modo affiancherebbe con più efficacia le politiche del gruppo dei paesi BRICS per cambiare nel profondo la governance economica e monetaria del mondo, ancora troppo dominata dal dollaro. I BRICS, infatti, tra loro già operano con le rispettive monete nazionali. Sanno, però, che, senza una fattiva alleanza con l’Europa e senza l’euro, vi sono scarse possibilità di modificare il sistema. Intanto, è da rilevare che i continui conflitti commerciali, combinati con l’unilateralismo monetario della Federal Reserve, rischiano di mettere in ginocchio molte economie emergenti. Stanno già provocando legittime importanti reazioni in tutti i continenti, accelerando la “dedollarizzazione” dell’economia mondiale.
La Cina, per esempio, oltre al progressivo uso dello yuan in molti accordi commerciali internazionali, opera per bypassare sempre più il dollaro nel settore dell’energia. La Borsa internazionale di Shanghai ha lanciato future sul greggio denominati in yuan. In solo 6 mesi la quota di affari conclusi in yuan ha raggiunto il 10% del totale.
Persino la più importante banca d’affari americana, la Goldman Sachs, ritiene che si sta verificando un brusco passaggio degli investimenti stranieri dai titoli di stato americani ai titoli cinesi denominati in yuan. Si calcola che nei prossimi 5 anni saranno collocati titoli cinesi per un valore superiore al trilione di dollari, a discapito ovviamente dei titoli di stato USA.Di fatto tutti i paesi, che sono stati colpiti dalle sanzioni di Washington, stanno cercando un’alternativa alla moneta americana. L’Iran e l’Iraq hanno eliminato il dollaro come valuta principale nel loro commercio bilaterale. Bagdad afferma che intende operare con il rial iraniano, il dinaro iracheno e l’euro. Nel commercio petrolifero, Teheran sta abbandonando la valuta statunitense per fare i pagamenti internazionali in euro. Anche l’India paga il petrolio iraniano in euro. All’Iran, suo terzo fornitore di petrolio, New Delhi ha anche proposto di pagare in rupie. Anche il presidente turco Erdogan ha invitato a rifiutare la valuta americana nelle transazioni commerciali. La Turchia si appresta a passare ai pagamenti in valuta nazionale con i suoi principali partner commerciali come la Cina, la Russia, l’Iran e l’Ucraina.
E’ un processo oggettivo che prescinde da chi oggi è al governo di questi paesi.
Da parte sua, la Russia nota che il dollaro sta diventando uno strumento di pressione non solo sugli avversari geopolitici, ma anche sui suoi alleati. Mosca fa sapere che le sue imprese industriali utilizzeranno le valute nazionali per i pagamenti delle forniture alla Turchia.
Nel frattempo, i paesi petroliferi del Golfo stanno discutendo di nuovo l’idea di introdurre una moneta unica. Indubbiamente è per loro difficile allontanarsi dal dollaro da soli. Ma se decidessero di farlo insieme, l’intera regione potrebbe giocare un ruolo prominente nell’economica mondiale.Oggi, il maggiore ostacolo alla “dedollarizzazione” è l’instabilità dei cambi valutari. La forte svalutazione delle valute di molti paesi in via di sviluppo rispetto al dollaro e all’euro opera ancora come un potente freno.Contemporaneamente, però, i comportamenti protezionistici di Washington spingono inevitabilmente il resto del mondo alla ricerca di vie alternative al dollaro. Recentemente lo ha evidenziato anche il più importante giornale economico della Svizzera, la Neu Zuercher Zeitung.Di conseguenza, persino gli economisti della Banca Mondiale dichiarano che ormai il processo di “dedollarizzazione” nel mondo è stato avviato e non può essere fermato. Affermano che ancora oggi il 70% di tutte le transazioni nel commercio mondiale è fatto in dollari, il 20% in euro e il resto è diviso tra le valute asiatiche, in particolare lo yuan cinese. Finora il commercio di petrolio e di altre materie prime è fatto quasi solo in valuta americana Ma non sarà così a lungo.L’Europa non può stare alla finestra a guardare. Oggettivamente pensiamo che per l’Europa possa aprirsi “un’autostrada” se c’è adeguata volontà politica.(Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e Paolo Raimondi economista)

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Deutsche Bank, fuori dall’indice Euro Stoxx 50

Posted by fidest press agency su sabato, 8 settembre 2018

Dichiarazione dell’onorevole Claudia Porchietto (Forza Italia): Deutsche Bank, la più grande banca tedesca, uscirà il prossimo 24 settembre dall’indice delle blue chip europee, l’Euro Stoxx 50, a seguito del crollo della sua capitalizzazione di mercato che quest’anno è scesa del 38% a 20,2 miliardi di euro. Lo ha confermato la stessa banca di Francoforte per la quale si tratta dell’ultimo contraccolpo di quello che è già stato un 2018 molto difficile. In un comunicato Deutsche Bank si è affrettata a precisare che il suo impegno per la ristrutturazione e il miglioramento della redditività “non sono influenzati dall’annuncio del fornitore dell’indice, promettendo che aumenterà la capitalizzazione. La competitività dell’economia tedesca si conferma non essere immune dai contraccolpi del mercato, così come periodicamente riemergono le accuse contro le politiche economiche della Merkel di essere responsabili della debolezza dell’Eurozona. La Deutsche Bank fuori dall’indice Euro Stoxx 50 che rispecchia le 50 principali blue chip europee è un segnale coincidente con l’eccedenza commerciale tedesca che spinge ulteriormente le esportazioni e rallenta le importazioni. Le lamentele sui livelli di produttività e risparmio in Germania non trovano ascolto a Berlino. La cancelliera tedesca Angela Merkel non ha tempo per fare speculazioni su quale dovrebbe essere il tasso di cambio d’equilibrio dell’euro, o per spiegare a certi politici europei perché le aziende del loro Paese se la cavano relativamente male. Invece di lamentarsi della capacità di esportazione delle aziende tedesche, gli europei farebbero meglio a preoccuparsi per il futuro delle esportazioni tedesche, che sembrano mostrare segnali di difficoltà. I dati relativi al primo trimestre del 2018 mostrano che i flussi dell’export sono calati dell’1 per cento, per la prima volta in otto anni. Se confermato il recente calo delle esportazioni tedesche non è un problema reale per la Germania. Potrebbe comportare tuttavia problemi per il resto dell’Ue, o perché le aziende tedesche dedicheranno maggiore attenzione al mercato interno, mettendo fuori gioco i rivali esteri, o perché sarebbe il segnale di tensioni nei commerci mondiali, che rendono vulnerabili molti Paesi Ue. Un saldo commerciale più basso della Germania non porterebbe benefici alle aziende dell’area Ue. Questo richiama l’attenzione su una lezione fondamentale, che molti policymakers europei rifiutano cocciutamente di recepire: un andamento positivo dell’economia tedesca è una buona notizia per quelli che sono nella posizione di soddisfare la domanda tedesca; eventuali problemi della Germania, invece, si trasformano rapidamente in una sfida per il resto dell’Unione: una sfida che molti Paesi sono incapaci di raccogliere, e ancor meno di volgere a proprio vantaggio. Lo afferma in una nota l’on. Claudia Porchietto di FI(fonte: Macchioni Communications Carpe Diem Srl)

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Milioni di euro a Veneto agricoltura da Bruxelles

Posted by fidest press agency su mercoledì, 1 agosto 2018

L’Unione Europea approva due nuovi importanti progetti INTERREG che vedono protagonista l’Agenzia regionale. Il primo (ITACA, 1,8 mln/euro) per rafforzare e rendere più sostenibile il settore della pesca del pesce azzurro nell’Adriatico; il secondo (GREVISLIN, 2,9 mln/euro) sviluppa le infrastrutture verdi, monitora le acque e la biodiversità degli habitat fluviali (come il basso Livenza) a Nord-est e in Slovenia.Veneto Agricoltura ancora una volta ha fatto bingo, ma sia ben chiaro che la fortuna qui non c’entra. L’Agenzia regionale si è infatti aggiudicata questa settimana due nuovi progetti europei, gli ultimi in ordine di tempo di una lunga serie (una decina solo nell’ultimo anno): un INTERREG Italia-Croazia (ITACA) e un INTERREG Italia-Slovenia approvati dall’Unione Europea per la loro valenza innovativa.Obiettivo di ITACA è quello di mettere a punto delle strategie e strumenti innovativi capaci a rafforzare la competitività e la sostenibilità della pesca del pesce azzurro nel Mare Adriatico italiano e croato. Il progetto, che vede quale capofila proprio Veneto Agricoltura, coinvolge altri soggetti partner italiani e croati quali il CNR, l’Istituto Agronomico Mediterraneo di Bari, la Confcoop Triveneto, l’Istituto croato per l’Oceanografia e la Pesca, l’Agenzia per lo Sviluppo rurale di Pazin.ITACA, che avrà una dotazione di quasi 1,8 milioni di euro, punta dunque a creare un vantaggio competitivo nel settore della pesca pelagica di piccole dimensioni (pesce azzurro) sulle due sponde dell’Adriatico, potenziando e rafforzando la capacità innovativa e imprenditoriale e individuando nuove soluzioni tecnologiche a supporto delle aziendale italiane e croate del comparto.In altre parole, come ha riconosciuto l’UE, si tratta di un progetto che combina ricerca e innovazione per fornire ai pescatori dell’Adriatico strumenti in grado di garantire attività di pesca sostenibili, consentendo così alla flotta peschereccia di pescare solo la quantità necessaria di risorse, in base alla domanda del mercato, evitando le eccedenze. ITACA, infine, intende stimolare le relazioni di collaborazione tra i diversi attori del settore della pesca delle due sponde dell’Adriatico.GREVISLIN, il secondo progetto approvato questa settimana dall’UE, vede Veneto Agricoltura coinvolta come soggetto partner (capofila é l’Agenzia per lo Sviluppo Regionale di Nova Gorica). Il progetto intende stabilire una pianificazione strategica transfrontaliera a lungo termine finalizzata a sviluppare e tutelare le infrastrutture verdi, monitorare le acque e la biodiversità degli habitat (in particolare nelle aree del bacino dell’Isonzo, del Vipacco e del basso Livenza), implementare attività pilota e investimenti per la creazione di infrastrutture verdi nelle aree Natura 2000 e sensibilizzare i gruppi target (comunità locali, operatori agricoli e visitatori) sull’importanza e sull’efficienza dei servizi ecosistemici e sulla sostenibilità delle risorse idriche delle aree protette e dei territori forestali e agricoli. In sostanza, GREVISLIN punta a rafforzare la gestione integrata degli ecosistemi transfrontalieri per uno sviluppo sostenibile dell’area italo-slovena, promuovendo i valori naturali e migliorando l’attrattività del territorio, anche sotto il profilo dello sviluppo turistico. Il progetto, che vede la partecipazione di ben 14 partner sloveni e italiani, avrà una dotazione di bilancio di 2,9 milioni di euro.

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Non dimentichiamo cosa ha significato l’introduzione dell’euro nei paesi dell’eurosistema

Posted by fidest press agency su domenica, 29 luglio 2018

Sono implicazioni riassumibili nel modo seguente:
• Commerciale/marketing: il primo aspetto è stato di rivedere i listini prezzi per conformarsi alla concorrenza e al rapporto moneta nazionale/euro, al cambio che sarà poi fissato. Già questo controllo ha coinvolto tutto il core business nel rivedere i costi unitari e generali di produzione e d’esercizio. Sarebbe stato, a questo punto, più opportuno quotare da subito i prezzi in euro e in lire e fornire informazioni sulla propria politica e dare particolare supporto alla forza vendita. E’ stata, altresì, rivista la figura del fornitore in quanto, non essendoci più rischi di cambio, resta solo la condizione che fosse disposto a fatturare in Euro.
• Personale. Si tratta di capire l’impatto che è derivato dal pagamento con i costi di conversione aziendale, degli stipendi e dei contributi versati in euro, modificando, di conseguenza, tutta la modulistica. Ricordo, in proposito, che l’Italia ha avuto un problema logistico in più. La lira non era divisibile in centesimi per cui i suoi sistemi elaborativi non sono predisposti per i decimali.
• Finanza. I rischi di cambio non scomparvero subito. Tanto per cominciare furono valutati quelli che potrebbero sussistere nel periodo antecedente la fissazione del cambio delle valute nazionali contro l’Euro. Quest’aspetto andò di là del maggio del 1988 quando fu annunciata la metodologia di calcolo del cambio. Si poterono verificare ancora movimenti sui mercati, nei successivi otto mesi, fino al gennaio 1999, data ufficiale dell’inizio. Furono poi aggiunte quelle operazioni di copertura del rischio di cambio a medio lungo termine in itinere che furono smontate o verificate se si trattava di operazioni in prodotti derivati o in cambi a termine con data di scadenza successiva all’introduzione della moneta unica. D’altra parte il rischio di cambio restò tra l’Euro e tutte le valute non comprese in questa moneta (dollaro, yen, ecc.). Le implicazioni avrebbero potuto riguardare eventuali finanziamenti a medio e lungo termine a tasso fisso sia con le monete che poi sono state trasformate in Euro, che con le altre.
• Contabilità. Fu pianificata la conversione dei conti bancari, dei sistemi contabili aziendali e dei dati storici da convertire. Un’operazione che fu fatta fra il 1999 e il 2002, ma diventò ancora più urgente per le aziende che svolgevano un’attività produttiva o distributiva all’estero. Per contro le imprese a carattere locale e regionale, con una forte percentuale di fatturato in denaro contante, convertirono il loro sistema il più tardi possibile per evitare le difficoltà derivanti da una contabilità doppia.
• Legale. Riguardava tutta la contrattualistica in atto con controparti nazionali ed estere dopo l’introduzione della moneta unica. Furono, poi, esaminati taluni aspetti societari come la conversione del valore nominale del capitale sociale. In ogni caso fu necessario convocare l’assemblea degli azionisti per apportare le modifiche statutarie del caso.
• Aziendale. Furono riviste le strategie aziendali e commerciali. Si considerò che il commercio, all’interno dei paesi con la stessa moneta, avrebbe potuto aumentare notevolmente e con esso la concorrenza. Il primo confronto è stato con i prezzi praticati. In Germania i listini prezzi dal 1999 furono solo in Euro. Ciò significò che potevano essere facilmente confrontati con quelli degli altri fabbricanti. Per alcune aziende fu necessario rivedere l’attuale strategia commerciale. Per altre si trattò di un riposizionamento a medio termine, sul mercato, del proprio prodotto o a un cambiamento della gamma dei prodotti.
Nel riportare tutte queste note informative non ho inteso solo fare una carrellata su quanto è accaduto e le implicazioni di ordine finanziario, economico, politico e sociali che derivassero, ma per dimostrare come l’errore più grave d’addebitare all’Europa comunitaria fosse stato quello di aver voluto solo incentrare la sua opera a un’operazione di “cambio valuta”. (Riccardo Alfonso)

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