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Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 15

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Euro NCAP ha valutato 55 modelli di auto

Posted by fidest press agency su giovedì, 9 gennaio 2020

Nel corso del 2019, Euro NCAP ha valutato 55 modelli di auto: ben 41 hanno ottenuto il punteggio massimo di 5 stelle. Il 2019, quindi, è risultato uno degli anni migliori da quando Euro NCAP – il progetto internazionale di valutazione degli standard di sicurezza delle auto nuove, del quale è partner l’Automobile Club d’Italia – ha iniziato a valutare la sicurezza degli autoveicoli in vendita in Europa.
Mercedes-Benz CLA (Small Family Cars), Tesla Model 3 & BMW serie 3 (Large Family Cars), Subaru Forester (Small Off-Road/MPV), Tesla Model X (Large Off-Roader), Audi A1 & Renault Clio (Supermini), Tesla Model 3 (Hybrid & Electric), sono gli 8 modelli vincitori – nelle diverse categorie – dei test Euro NCAP 2019.Mercedes-Benz ha riguadagnato la corona nella categoria delle piccole familiari, con il modello CLA, l’alternativa sportiva alla berlina di classe A, vincitrice del Best in Class dell’anno 2018. La CLA si è distinta per aver ottenuto il miglior punteggio complessivo dell’anno, con valutazioni superiori al 90 per cento in tre delle quattro aree di valutazione. La Casa tedesca nel 2019 ha presentato altri cinque modelli, tutti valutati con il massimo punteggio, con ottime prestazioni delle tecnologie ADAS di assistenza alla guida.
La Tesla Model 3 è in cima alla categoria dei veicoli familiari “grandi”, ex aequo con la Serie 3 della BMW. La tedesca è risultata migliore nella protezione dei pedoni, mentre l’americana, complessivamente, per i sistemi ADAS. In questa categoria, risulta seconda classificata la nuova Škoda Octavia.Nella classe piccoli Suv vince la nuova Subaru Forester, con eccellenti prestazioni in tutte le prove. Secondo posto ex aequo per Mazda CX-30 e VW T-Cross. La giapponese si è messa in evidenza anche con il modello Mazda 3, che ha ottenuto ottime performance nella protezione degli occupanti “adulti”, conquistando il secondo posto nella categoria piccole familiari, dietro alla superstar Mercedes-Benz CLA.Anche nella classe delle Supermini si registra un ex aequo tra la sportiva Audi A1 e la Renault Clio (entrambe nell’ultima versione presentata nel 2019), da anni tra le berline più popolari e vendute in Europa. Bene anche la nuova arrivata Ford Puma, seconda in classifica. Menzione speciale alla BMW Z4 per le ottime prestazioni, unica roadster testata nel 2019, che ha fissato un nuovo punto di riferimento in questo segmento, per quanto riguarda la sicurezza.Altra nota di merito per la Tesla, prima e seconda classificata nella categoria “elettriche e ibride”, rispettivamente con i modelli 3 e X. Quest’ultimo modello risulta, anche, vincitore nella categoria Suv di grandi dimensioni. Secondo posto per la SEAT Tarraco.“Tre modelli su 4 valutati nel 2019 da Euro NCAP hanno ottenuto 5 stelle, un risultato che testimonia l’impegno dei costruttori ad investire in sicurezza – ha dichiarato il presidente dell’ACI Angelo Sticchi Damiani. Nota di merito anche per le ottime performance dei modelli del segmento delle Supermini, con livelli di sicurezza equivalenti a quelli delle autovetture più grandi e costose”.

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Per l’Italia 36 miliardi di euro destinati all’agricoltura, 43 miliardi per la coesione

Posted by fidest press agency su sabato, 30 novembre 2019

Nel prossimo quadro finanziario pluriennale dell’UE per il periodo 2021-2027 i fondi destinati a settori considerati prioritari e ad alto valore aggiunto europeo potrebbero aumentare di circa 200 miliardi di euro mentre quelli a favore della politica agricola comune (PAC) e della politica di coesione dovrebbero subire una riduzione. In questo scenario l’Italia potrebbe beneficiare di circa 36,3 miliardi di euro per la politica agricola, diventando il quarto Paese beneficiario dei fondi PAC, dopo Francia, Spagna e Germania. Sul fronte della politica di coesione le risorse a disposizione dell’Italia salirebbero a 43 miliardi di euro rispetto alla dotazione di 34 miliardi del periodo 2014-2020. Questi sono alcuni dei dati emersi oggi a Matera nel corso convegno “NON SPRECHIAMO L’EUROPA – Fondi europei, opportunità di sviluppo e ruolo del dottore commercialista”, organizzato dalla Cassa Dottori Commercialisti (CNPADC).
L’incontro, che rientra nel programma “Previdenza in tour” della CNPADC, giunto alla sua ottava edizione, si è focalizzato sui fondi europei, sulle opportunità che offrono per lo sviluppo del sistema economico nazionale e sul ruolo che i dottori commercialisti possono svolgere nel supportare aziende e professionisti in questo percorso. Sul fronte nazionale si registra, infatti, una carenza nella gestione dell’accesso a queste opportunità per imprese e professionisti, che si traduce in una bassa capacità di spesa dei fondi. Per recuperare terreno diventa quindi strategico il ruolo che professionisti e istituzioni possono ricoprire nel facilitare l’accesso e la gestione da parte delle imprese italiane e degli Enti interessati di questi importanti motori di crescita economica.Con riferimento al prossimo quadro finanziario pluriennale 2021-2027 la Commissione europea ha proposto di innalzare le risorse per settori quali ricerca, innovazione e agenda digitale, giovani, migrazione e gestione delle frontiere, difesa e sicurezza interna, azione esterna, clima e ambiente. Al contempo si prevede che verranno ridotti finanziamenti destinati alla politica agricola comune (PAC) e alle politiche di coesione verso le quali sono rivolti gli strumenti finanziari di supporto, come il Fondo di Coesione, il Fondo di Sviluppo Regionale (FESR) e il Fondo Sociale europeo+ (FSE+).
Per l’Italia questo si traduce in una riduzione di circa 4,7 miliardi di euro di fondi per la politica agricola comune rispetto agli oltre 41 miliardi della PAC 2014-2020. Con 36,3 miliardi di euro, tuttavia, il nostro Paese sarebbe quarto per risorse totali dopo Francia (62,3 miliardi), Spagna (43,7 miliardi) e Germania (40,9 miliardi).L’Italia sarebbe in controtendenza per quanto riguarda la politica di coesione, con un aumento da 34 a 43 miliardi di euro circa rispetto alla dotazione 2014-2020, potendo destinare tali risorse a quelle che l’UE, nella futura programmazione, definisce regioni meno sviluppate (Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia, Sardegna e Molise), regioni in transizione (Abruzzo, Marche e Umbria) e regioni più sviluppate (Valle d’Aosta, Piemonte, Lombardia, Liguria, Veneto, provincia di Bolzano, provincia di Trento, Friuli Venezia-Giulia, Emilia Romagna, Toscana e Lazio).

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Piano Juncker: mobilitati investimenti per 433 miliardi di euro in tutta l’UE

Posted by fidest press agency su sabato, 21 settembre 2019

A settembre 2019 gli accordi approvati nel quadro del piano Juncker ammontano a 79,7 miliardi di euro di finanziamenti e riguardano tutti e 28 gli Stati membri. Secondo le previsioni, circa 972.000 start-up e piccole e medie imprese (PMI) beneficeranno di un accesso agevolato ai finanziamenti. Attualmente, i primi cinque paesi in classifica per quanto riguarda gli investimenti previsti in rapporto al PIL sono la Grecia, l’Estonia, il Portogallo, la Bulgaria e la Lettonia. La BEI ha approvato finanziamenti per 57,8 miliardi di euro a favore di progetti infrastrutturali e innovativi, che dovrebbero generare a loro volta 262,6 miliardi di euro di investimenti aggiuntivi. Il Fondo europeo per gli investimenti, che fa parte del gruppo BEI, ha approvato accordi per 21,9 miliardi di euro con banche intermediarie e fondi per finanziare le PMI, che dovrebbero a loro volta generare 170,6 miliardi di euro di investimenti aggiuntivi.

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Intervento del Presidente Tajani alla cerimonia per il ventesimo anniversario dell’euro

Posted by fidest press agency su mercoledì, 16 gennaio 2019

Strasburgo.“Oggi celebriamo l’anniversario dei 20 anni della nostra moneta.L’Euro è utilizzato da 340 milioni di cittadini europei, ed è la seconda moneta più importante al mondo. Secondo l’ultimo sondaggio Eurobarometro, tre europei su quattro danno un giudizio positivo sulla moneta unica. L’Euro ha reso più trasparente e competitivo il nostro mercato interno, facilitando le transazioni, gli spostamenti, il commercio, il turismo. Durante la crisi economica, anche grazie al Quantitative Easing deciso dalla BCE, la moneta comune ha svolto una funzione di scudo, evitando il collasso delle economie più deboli.Tuttavia, la crisi ha anche evidenziato l’incompletezza dell’edificio dell’Euro e alcuni errori compiuti nella gestione del problema dei debiti sovrani. Va riconosciuto che non tutti sono convinti del buon funzionamento della moneta unica. Anche in quest’Aula, vi sono colleghi che criticano la costruzione dell’euro, e che considerano l’Unione Monetaria e gli eccessi di austerità come un freno alla crescita e all’occupazione.Personalmente, resto convinto della bontà del progetto dell’Euro. Ma l’euro non è fine a sé stesso. Deve essere uno strumento per realizzare un’economia sociale di mercato, con l’obiettivo di portare prosperità e lavoro a tutti cittadini.È, dunque, imperativo finire l’edifico che abbiamo cominciato costruire. L’Unione Bancaria e il Mercato dei Capitali vanno completati al più presto, così come vanno portate avanti l’Unione Fiscale e quella Economica. Non possiamo rimanere in mezzo al guado, dove rischiamo di essere travolti da una nuova crisi.I dati più recenti indicano un deciso rallentamento della crescita e della produzione industriale, con il rischio di una nuova recessione in alcuni Paesi europei. Crescono le disparità economiche e sociali tra i diversi territori dell’eurozona e, in alcune regioni, un giovane su due non trova lavoro.È evidente che mancano ancora strumenti efficaci per rilanciare gli investimenti, sostenere l’economia reale, creare lavoro e stimolare la convergenza sociale e regionale.È, dunque, urgente dare seguito alla richiesta di questo Parlamento di un bilancio adeguato a queste sfide.Il mio appello è che quella di oggi non sia una mera celebrazione, dove ci culliamo sugli allori, ma una presa d’atto dei problemi ancora aperti. Chiedo un’assunzione di responsabilità ai leader europei per avviare urgentemente quei cambiamenti necessari per rafforzare l’euro e rilanciare crescita e occupazione”.

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Cerimonia per i vent’anni dell’euro

Posted by fidest press agency su sabato, 12 gennaio 2019

Strasburgo. Il 1° gennaio 1999 è stato lanciato l’euro. Per commemorare i 20 anni della sua esistenza, la plenaria ospiterà una cerimonia martedì alle 11.30. cerimonia solenne, martedì 15 gennaio, 11.30.
La cerimonia sarà aperta dal Presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani, seguito dal Presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, dal Presidente della Banca centrale europea Mario Draghi, dal Presidente dell’Eurogruppo Mário Centeno, il Presidente della commissione per i problemi economici Roberto Gualtieri e dall’ex Presidente della Banca centrale europea Jean-Claude Trichet.Sarà inoltre allestita una mostra sull’euro nei locali del Parlamento europeo a Strasburgo.

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Da aprile 2019 solo 40 euro di aumenti lordi per 3,3 milioni di dipendenti pubblici

Posted by fidest press agency su domenica, 11 novembre 2018

Si rivela davvero poco produttivo lo stanziamento dei fondi previsti dal DEF, ai fini dell’incremento stipendiale degli statali, tra cui 1,2 milioni di docenti e Ata: 1.1 miliardi di euro per il 2019, 1.425 per il 2020 e 1.775 a partire dal 2021, porteranno nelle loro buste paga appena 500 euro annui. I compensi, in realtà, non sono veri e propri aumenti, ma coprono solo l’indennità di vacanza contrattuale, meno della metà del rinnovo approvato nel 2019 dopo quasi dieci anni di blocco. La quota, peraltro, non è nemmeno aggiornata. Secondo Marcello Pacifico (Anief-Cisal) con un impegno annuo che si aggira sul miliardo e mezzo di euro, in pratica, si vuole far passare il concetto che ci stiamo avvicinando agli stipendi degli insegnanti europei. Mentre per colmare davvero questo divario servirebbe uno stanziamento finanziario dieci volte tanto. Per questo, Anief ribadisce l’esigenza di avviare la vertenza giudiziaria per il recupero dei crediti, ricorrendo per il conferimento dell’indennità di vacanza contrattuale per il periodo 2015-2018, in modo da recuperare almeno il 50% del tasso IPCA non aggiornato nell’ultimo triennio. Chi non ricorre al giudice rischia di subire quello che ha appena registrato l’Aran per il periodo 2001-2016, con i compensi annui addirittura in discesa.

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Euro: come la Germania ha fregato l’Italia

Posted by fidest press agency su martedì, 6 novembre 2018

By Mirco Galbuser. La moneta unica è il mezzo che giustifica il fine dei tedeschi: vessare gli italiani per rientrare dai debiti. Ci raccontano un sacco di balle per farci sottostare alle “regole” di Bruxelles. Prima della nascita dell’euro, la Germania era considerata la “malata d’Europa”. Il Pil tedesco cresceva meno di quello italiano, il debito di Berlino in rapporto alla ricchezza privata era più alto di quello italiano e la ricchezza delle famiglie tedesche, super indebitate dopo la riunificazione, era di 1.790 miliardi di euro contro gli oltre 2.200 delle famiglie italiane. Nel 1998, il rating attribuito da Standard & Poor’s all’Italia era AA, mentre oggi, dopo quasi 15 anni di moneta unica, di parametri di Maastricht, di austerity, ecc. il rating tricolore è a un passo dal livello spazzatura. Con i rendimenti dei titoli di stato che, però, sono ai minimi storici. Sembra non ci si capisca più nulla e si fatichi a trovare una correlazione fra le due economie. Cosa è successo? L’euro, quando il fine giustifica i mezzi E’ successo che è stato introdotto l’euro, questa camicia di forza, che ha imbrigliato il nostro paese in un rigido schema finanziario che la Germania ha architettato ad arte per rientrare dai sui debiti derivanti dalla seconda guerra mondiale. Il fine giustifica i mezzi, diceva Machiavelli nel XVI° secolo, e la moneta unica non si è rivelato altro che il mezzo per raggiungere uno scopo ben preciso della Germania: il controllo dell’economia continentale assoggettando i paesi periferici ai diktat tedeschi con la scusa dei debiti troppo alti. Poi la nomenclatura di Bruxelles, i mezzi d’informazione, l’ideologia della moneta forte per combattere l’inflazione, l’abbattimento delle barriere doganali hanno fatto il resto. Così quello a cui tutti hanno creduto in Italia è che le riforme di inizio secolo abbiano reso grande la Germania e che la malata d’Europa fosse l’Italia. Certo le riforme sul mercato del lavoro hanno dato un contributo notevole all’economia tedesca, ma hanno giocato un ruolo minimo. Il driver vincente di Berlino è stato l’euro e oggi la Germania può dettare legge in Europa. Lo si apprende soprattutto dai dati sul surplus commerciale verso i principali paesi del sud Europa, Grecia compresa, che sfiora i 900 miliardi di euro con una posizione finanziaria che nel 2013 toccava il 42% del Pil. Non solo. Prima dell’avvento dell’euro, la Germania aveva un deficit commerciale con i paesi in via di sviluppo di 15 miliardi di dollari, inferiore a quello dell’Italia, mentre oggi gode di un surplus commerciale di 12 miliardi, come l’Italia. Tutti scrivono e raccontano che è l’effetto della “globalizzazione”, ma non è così. E’ solo grazie all’euro che la Germania sta facendo affari con l’estero. La moneta forte (ma solo per i tedeschi, per gli altri non è così) ha anche aumentato l’importazione di prodotti, semilavorati e manufatti dalla Cina a discapito dell’Italia, dove invece le industrie tedesche chiudono dopo che Bruxelles ci ha propinato un fisco asfissiante (tutto orchestrato, naturalmente). Debito pubblico cresciuto per aiutare le banche tedesche [fumettoforumright]. Ma grazie all’euro, la Germania è riuscita anche a farsi finanziare il proprio debito pubblico e soprattutto quello delle banche tedesche che avevano prestato soldi ai paesi più deboli d’Europa. Quando scoppiò la crisi nel 2008 e la Grecia era sull’orlo del default, le banche tedesche, insieme a quelle francesi, erano esposte verso Atene per circa 100 miliardi di euro, mentre quelle italiane lo erano solo per 5 miliardi. Per salvare la Grecia (e l’euro), si ricorse alla ciambella del fondo salva stati (EFSM) che in pratica prevedeva il contributo economico di ogni singolo membro della Ue, non già in base alle somme investiste in Grecia, ma in base al peso specifico del loro Pil nell’Eurozona. Così l’Italia pagò e sta ancora pagando in misura eccessiva il salvataggio dei paesi colpiti dalla crisi (Grecia, Portogallo, Irlanda): ben 44 miliardi di euro, contro i 50 della Francia e i 67 della Germania. Secondo Eurostat, il contributo dell’Italia ai pacchetti di aiuti per i paesi dell’eurozona in difficoltà pesa il 2,8% del Pil e va a incidere sul debito pubblico. Poi a noi si racconta che il problema sono le mancanze di riforme, la burocrazia che non funziona, ecc. e per sostenere il debito pubblico interno è necessario imporre tasse e balzelli a più non posso. Tutti problemi che c’erano anche prima dell’introduzione dell’euro e prima della crisi del 2008. Né più, né meno. In Italia, pressione fiscale record per pagare i debiti dei tedeschi. Ma la Germania non ha solo sottratto ingenti risorse finanziarie all’Italia con la politica dell’austerity e grazie all’euro, sta anche sostenendo i costi del proprio debito pubblico con le tasse degli italiani. Come? Imponendo sacrifici per mantenere il debito/Pil al di sotto del 3%. Altra stupenda invenzione dei tecnocrati tedeschi! Intanto la Germania paga una sciocchezza per sostenere il debito pubblico tedesco (meno dello 0,7% per un Bund decennale) che va pure riducendosi, mentre noi italiani paghiamo il 2%. La differenza, cioè lo spread, questo altro maledetto feticcio introdotto dai tecnocrati, si è tradotto in un aumento record della pressione fiscale in Italia (oltre il 43%). Eppure, solo due anni e mezzo prima l’Italia era stato l’unico paese dell’Eurozona a tenere in ordine i conti durante la crisi scoppiata nel 2008. Prova ne è che a fine 2010 Roma poteva vantare il miglior bilancio statale primario dell’Eurozona, pari al +0,1% del Pil, dopo quello dell’Estonia (+0,3%), mentre la Germania era al -1,6%, la Francia al -4,7%, la Grecia al -4,9%, il Portogallo al -7%, la Spagna al -7,7% e l’Irlanda al -27,5%. In più, il debito pubblico italiano figurava tra quelli cresciuti di meno in termini monetari tra il 2008 e il 2010: +180 miliardi di euro. Più di tutti era però cresciuto il debito pubblico tedesco, di ben 405 miliardi. Se poi si va a vedere il debito privato, l’Italia era quella messa meglio a livello europeo mentre la Germania annaspava ancora per i costi della riunificazione. Così, è indubbio che nel 2011 il Bel Paese, al di là delle problematiche interne non meno gravi di quelle di altre piazze europee, dovesse entrare nell’occhio del ciclone. E da lì partì l’attacco programmato ai titoli di stato con tutta la storia legata allo spread. Perché la Germania dice no agli Eurobond E i tanto invocati eurobond dell’allora ministro dell’Economia Giulio Tremonti sono finiti nel dimenticatoio. L’unica efficace soluzione al problema dei debiti dell’Europa, la più naturale e condivisibile in un mercato finanziario unificato, è stata abbandonata per non compromettere le finanze di Berlino. Si diceva che la Germania non volesse farsi garante dei debiti altrui (altra bella trovata propagandistica), ma perché mai l’Italia dovrebbe sacrificarsi per quelli dei tedeschi o dei greci allora? E ora non sarà certo la Bce a risollevare le sorti di un’economia finita ormai in disgrazia, attraverso il quantitative easing, dato che alla fine i debiti dei singoli stati dovranno essere onorati dagli stessi stati che li hanno emessi. Diverso, invece, sarebbe se i se i debiti dei singoli stati fossero spalmati su tutta la piazza con le garanzie dell’Unione Europea. Ma, in questo modo, la Germania non riuscirebbe più a finanziarsi a costi così bassi, quasi assurdi, mentre l’Italia ci guadagnerebbe. Ma così non va bene e lo scopo della moneta unica verrebbe meno. (fonte: https://www.investireoggi.it/obbligazioni/euro-ecco-come-la-germania-ha-fregato-litalia/ e Nuove Direzioni)

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L’euro in un mondo multipolare

Posted by fidest press agency su sabato, 22 settembre 2018

Il recente sullo stato dell’Unione europea tenuto dal presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, di fronte al Parlamento di Strasburgo contiene un messaggio di grande importanza geopolitica. Non lo si può ignorare. “L’euro, ha detto, deve avere un ruolo internazionale. E’ già usato in vario modo da più di 60 paesi. E’ tempo che diventi lo strumento monetario di una nuova e più sovrana Europa.” Correttamente ha aggiunto:“ E’ assurdo che l’Europa paghi in dollari l’80% della sua bolletta energetica, cioè circa 300 miliardi di dollari l’anno, quando le nostre importazioni di energia dagli Usa sono pari soltanto al 2% del totale. E’ altrettanto assurdo che le imprese europee comprino aeroplani europei pagando in dollari invece che in euro”. E’ una forte sottolineatura.
Certamente si può dire che, durante il suo mandato, Juncker non è stato il miglior pilota dell’Ue, né il più audace e coerente. Possono, quindi, esserci critiche legittime e giustificate. Tuttavia, con le sue recenti parole lascia un’eredità pesante che il prossimo presidente del governo europeo non può né deve ignorare. Lo stesso dicasi per il futuro Parlamento europeo.L’euro, rinforzato dai necessari miglioramenti di sistema e sostenuto da una più forte e più integrata economia europea, potrebbe diventare la “leva” per una riforma multipolare del sistema monetario internazionale.
In questo modo affiancherebbe con più efficacia le politiche del gruppo dei paesi BRICS per cambiare nel profondo la governance economica e monetaria del mondo, ancora troppo dominata dal dollaro. I BRICS, infatti, tra loro già operano con le rispettive monete nazionali. Sanno, però, che, senza una fattiva alleanza con l’Europa e senza l’euro, vi sono scarse possibilità di modificare il sistema. Intanto, è da rilevare che i continui conflitti commerciali, combinati con l’unilateralismo monetario della Federal Reserve, rischiano di mettere in ginocchio molte economie emergenti. Stanno già provocando legittime importanti reazioni in tutti i continenti, accelerando la “dedollarizzazione” dell’economia mondiale.
La Cina, per esempio, oltre al progressivo uso dello yuan in molti accordi commerciali internazionali, opera per bypassare sempre più il dollaro nel settore dell’energia. La Borsa internazionale di Shanghai ha lanciato future sul greggio denominati in yuan. In solo 6 mesi la quota di affari conclusi in yuan ha raggiunto il 10% del totale.
Persino la più importante banca d’affari americana, la Goldman Sachs, ritiene che si sta verificando un brusco passaggio degli investimenti stranieri dai titoli di stato americani ai titoli cinesi denominati in yuan. Si calcola che nei prossimi 5 anni saranno collocati titoli cinesi per un valore superiore al trilione di dollari, a discapito ovviamente dei titoli di stato USA.Di fatto tutti i paesi, che sono stati colpiti dalle sanzioni di Washington, stanno cercando un’alternativa alla moneta americana. L’Iran e l’Iraq hanno eliminato il dollaro come valuta principale nel loro commercio bilaterale. Bagdad afferma che intende operare con il rial iraniano, il dinaro iracheno e l’euro. Nel commercio petrolifero, Teheran sta abbandonando la valuta statunitense per fare i pagamenti internazionali in euro. Anche l’India paga il petrolio iraniano in euro. All’Iran, suo terzo fornitore di petrolio, New Delhi ha anche proposto di pagare in rupie. Anche il presidente turco Erdogan ha invitato a rifiutare la valuta americana nelle transazioni commerciali. La Turchia si appresta a passare ai pagamenti in valuta nazionale con i suoi principali partner commerciali come la Cina, la Russia, l’Iran e l’Ucraina.
E’ un processo oggettivo che prescinde da chi oggi è al governo di questi paesi.
Da parte sua, la Russia nota che il dollaro sta diventando uno strumento di pressione non solo sugli avversari geopolitici, ma anche sui suoi alleati. Mosca fa sapere che le sue imprese industriali utilizzeranno le valute nazionali per i pagamenti delle forniture alla Turchia.
Nel frattempo, i paesi petroliferi del Golfo stanno discutendo di nuovo l’idea di introdurre una moneta unica. Indubbiamente è per loro difficile allontanarsi dal dollaro da soli. Ma se decidessero di farlo insieme, l’intera regione potrebbe giocare un ruolo prominente nell’economica mondiale.Oggi, il maggiore ostacolo alla “dedollarizzazione” è l’instabilità dei cambi valutari. La forte svalutazione delle valute di molti paesi in via di sviluppo rispetto al dollaro e all’euro opera ancora come un potente freno.Contemporaneamente, però, i comportamenti protezionistici di Washington spingono inevitabilmente il resto del mondo alla ricerca di vie alternative al dollaro. Recentemente lo ha evidenziato anche il più importante giornale economico della Svizzera, la Neu Zuercher Zeitung.Di conseguenza, persino gli economisti della Banca Mondiale dichiarano che ormai il processo di “dedollarizzazione” nel mondo è stato avviato e non può essere fermato. Affermano che ancora oggi il 70% di tutte le transazioni nel commercio mondiale è fatto in dollari, il 20% in euro e il resto è diviso tra le valute asiatiche, in particolare lo yuan cinese. Finora il commercio di petrolio e di altre materie prime è fatto quasi solo in valuta americana Ma non sarà così a lungo.L’Europa non può stare alla finestra a guardare. Oggettivamente pensiamo che per l’Europa possa aprirsi “un’autostrada” se c’è adeguata volontà politica.(Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e Paolo Raimondi economista)

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Deutsche Bank, fuori dall’indice Euro Stoxx 50

Posted by fidest press agency su sabato, 8 settembre 2018

Dichiarazione dell’onorevole Claudia Porchietto (Forza Italia): Deutsche Bank, la più grande banca tedesca, uscirà il prossimo 24 settembre dall’indice delle blue chip europee, l’Euro Stoxx 50, a seguito del crollo della sua capitalizzazione di mercato che quest’anno è scesa del 38% a 20,2 miliardi di euro. Lo ha confermato la stessa banca di Francoforte per la quale si tratta dell’ultimo contraccolpo di quello che è già stato un 2018 molto difficile. In un comunicato Deutsche Bank si è affrettata a precisare che il suo impegno per la ristrutturazione e il miglioramento della redditività “non sono influenzati dall’annuncio del fornitore dell’indice, promettendo che aumenterà la capitalizzazione. La competitività dell’economia tedesca si conferma non essere immune dai contraccolpi del mercato, così come periodicamente riemergono le accuse contro le politiche economiche della Merkel di essere responsabili della debolezza dell’Eurozona. La Deutsche Bank fuori dall’indice Euro Stoxx 50 che rispecchia le 50 principali blue chip europee è un segnale coincidente con l’eccedenza commerciale tedesca che spinge ulteriormente le esportazioni e rallenta le importazioni. Le lamentele sui livelli di produttività e risparmio in Germania non trovano ascolto a Berlino. La cancelliera tedesca Angela Merkel non ha tempo per fare speculazioni su quale dovrebbe essere il tasso di cambio d’equilibrio dell’euro, o per spiegare a certi politici europei perché le aziende del loro Paese se la cavano relativamente male. Invece di lamentarsi della capacità di esportazione delle aziende tedesche, gli europei farebbero meglio a preoccuparsi per il futuro delle esportazioni tedesche, che sembrano mostrare segnali di difficoltà. I dati relativi al primo trimestre del 2018 mostrano che i flussi dell’export sono calati dell’1 per cento, per la prima volta in otto anni. Se confermato il recente calo delle esportazioni tedesche non è un problema reale per la Germania. Potrebbe comportare tuttavia problemi per il resto dell’Ue, o perché le aziende tedesche dedicheranno maggiore attenzione al mercato interno, mettendo fuori gioco i rivali esteri, o perché sarebbe il segnale di tensioni nei commerci mondiali, che rendono vulnerabili molti Paesi Ue. Un saldo commerciale più basso della Germania non porterebbe benefici alle aziende dell’area Ue. Questo richiama l’attenzione su una lezione fondamentale, che molti policymakers europei rifiutano cocciutamente di recepire: un andamento positivo dell’economia tedesca è una buona notizia per quelli che sono nella posizione di soddisfare la domanda tedesca; eventuali problemi della Germania, invece, si trasformano rapidamente in una sfida per il resto dell’Unione: una sfida che molti Paesi sono incapaci di raccogliere, e ancor meno di volgere a proprio vantaggio. Lo afferma in una nota l’on. Claudia Porchietto di FI(fonte: Macchioni Communications Carpe Diem Srl)

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Milioni di euro a Veneto agricoltura da Bruxelles

Posted by fidest press agency su mercoledì, 1 agosto 2018

L’Unione Europea approva due nuovi importanti progetti INTERREG che vedono protagonista l’Agenzia regionale. Il primo (ITACA, 1,8 mln/euro) per rafforzare e rendere più sostenibile il settore della pesca del pesce azzurro nell’Adriatico; il secondo (GREVISLIN, 2,9 mln/euro) sviluppa le infrastrutture verdi, monitora le acque e la biodiversità degli habitat fluviali (come il basso Livenza) a Nord-est e in Slovenia.Veneto Agricoltura ancora una volta ha fatto bingo, ma sia ben chiaro che la fortuna qui non c’entra. L’Agenzia regionale si è infatti aggiudicata questa settimana due nuovi progetti europei, gli ultimi in ordine di tempo di una lunga serie (una decina solo nell’ultimo anno): un INTERREG Italia-Croazia (ITACA) e un INTERREG Italia-Slovenia approvati dall’Unione Europea per la loro valenza innovativa.Obiettivo di ITACA è quello di mettere a punto delle strategie e strumenti innovativi capaci a rafforzare la competitività e la sostenibilità della pesca del pesce azzurro nel Mare Adriatico italiano e croato. Il progetto, che vede quale capofila proprio Veneto Agricoltura, coinvolge altri soggetti partner italiani e croati quali il CNR, l’Istituto Agronomico Mediterraneo di Bari, la Confcoop Triveneto, l’Istituto croato per l’Oceanografia e la Pesca, l’Agenzia per lo Sviluppo rurale di Pazin.ITACA, che avrà una dotazione di quasi 1,8 milioni di euro, punta dunque a creare un vantaggio competitivo nel settore della pesca pelagica di piccole dimensioni (pesce azzurro) sulle due sponde dell’Adriatico, potenziando e rafforzando la capacità innovativa e imprenditoriale e individuando nuove soluzioni tecnologiche a supporto delle aziendale italiane e croate del comparto.In altre parole, come ha riconosciuto l’UE, si tratta di un progetto che combina ricerca e innovazione per fornire ai pescatori dell’Adriatico strumenti in grado di garantire attività di pesca sostenibili, consentendo così alla flotta peschereccia di pescare solo la quantità necessaria di risorse, in base alla domanda del mercato, evitando le eccedenze. ITACA, infine, intende stimolare le relazioni di collaborazione tra i diversi attori del settore della pesca delle due sponde dell’Adriatico.GREVISLIN, il secondo progetto approvato questa settimana dall’UE, vede Veneto Agricoltura coinvolta come soggetto partner (capofila é l’Agenzia per lo Sviluppo Regionale di Nova Gorica). Il progetto intende stabilire una pianificazione strategica transfrontaliera a lungo termine finalizzata a sviluppare e tutelare le infrastrutture verdi, monitorare le acque e la biodiversità degli habitat (in particolare nelle aree del bacino dell’Isonzo, del Vipacco e del basso Livenza), implementare attività pilota e investimenti per la creazione di infrastrutture verdi nelle aree Natura 2000 e sensibilizzare i gruppi target (comunità locali, operatori agricoli e visitatori) sull’importanza e sull’efficienza dei servizi ecosistemici e sulla sostenibilità delle risorse idriche delle aree protette e dei territori forestali e agricoli. In sostanza, GREVISLIN punta a rafforzare la gestione integrata degli ecosistemi transfrontalieri per uno sviluppo sostenibile dell’area italo-slovena, promuovendo i valori naturali e migliorando l’attrattività del territorio, anche sotto il profilo dello sviluppo turistico. Il progetto, che vede la partecipazione di ben 14 partner sloveni e italiani, avrà una dotazione di bilancio di 2,9 milioni di euro.

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Non dimentichiamo cosa ha significato l’introduzione dell’euro nei paesi dell’eurosistema

Posted by fidest press agency su domenica, 29 luglio 2018

Sono implicazioni riassumibili nel modo seguente:
• Commerciale/marketing: il primo aspetto è stato di rivedere i listini prezzi per conformarsi alla concorrenza e al rapporto moneta nazionale/euro, al cambio che sarà poi fissato. Già questo controllo ha coinvolto tutto il core business nel rivedere i costi unitari e generali di produzione e d’esercizio. Sarebbe stato, a questo punto, più opportuno quotare da subito i prezzi in euro e in lire e fornire informazioni sulla propria politica e dare particolare supporto alla forza vendita. E’ stata, altresì, rivista la figura del fornitore in quanto, non essendoci più rischi di cambio, resta solo la condizione che fosse disposto a fatturare in Euro.
• Personale. Si tratta di capire l’impatto che è derivato dal pagamento con i costi di conversione aziendale, degli stipendi e dei contributi versati in euro, modificando, di conseguenza, tutta la modulistica. Ricordo, in proposito, che l’Italia ha avuto un problema logistico in più. La lira non era divisibile in centesimi per cui i suoi sistemi elaborativi non sono predisposti per i decimali.
• Finanza. I rischi di cambio non scomparvero subito. Tanto per cominciare furono valutati quelli che potrebbero sussistere nel periodo antecedente la fissazione del cambio delle valute nazionali contro l’Euro. Quest’aspetto andò di là del maggio del 1988 quando fu annunciata la metodologia di calcolo del cambio. Si poterono verificare ancora movimenti sui mercati, nei successivi otto mesi, fino al gennaio 1999, data ufficiale dell’inizio. Furono poi aggiunte quelle operazioni di copertura del rischio di cambio a medio lungo termine in itinere che furono smontate o verificate se si trattava di operazioni in prodotti derivati o in cambi a termine con data di scadenza successiva all’introduzione della moneta unica. D’altra parte il rischio di cambio restò tra l’Euro e tutte le valute non comprese in questa moneta (dollaro, yen, ecc.). Le implicazioni avrebbero potuto riguardare eventuali finanziamenti a medio e lungo termine a tasso fisso sia con le monete che poi sono state trasformate in Euro, che con le altre.
• Contabilità. Fu pianificata la conversione dei conti bancari, dei sistemi contabili aziendali e dei dati storici da convertire. Un’operazione che fu fatta fra il 1999 e il 2002, ma diventò ancora più urgente per le aziende che svolgevano un’attività produttiva o distributiva all’estero. Per contro le imprese a carattere locale e regionale, con una forte percentuale di fatturato in denaro contante, convertirono il loro sistema il più tardi possibile per evitare le difficoltà derivanti da una contabilità doppia.
• Legale. Riguardava tutta la contrattualistica in atto con controparti nazionali ed estere dopo l’introduzione della moneta unica. Furono, poi, esaminati taluni aspetti societari come la conversione del valore nominale del capitale sociale. In ogni caso fu necessario convocare l’assemblea degli azionisti per apportare le modifiche statutarie del caso.
• Aziendale. Furono riviste le strategie aziendali e commerciali. Si considerò che il commercio, all’interno dei paesi con la stessa moneta, avrebbe potuto aumentare notevolmente e con esso la concorrenza. Il primo confronto è stato con i prezzi praticati. In Germania i listini prezzi dal 1999 furono solo in Euro. Ciò significò che potevano essere facilmente confrontati con quelli degli altri fabbricanti. Per alcune aziende fu necessario rivedere l’attuale strategia commerciale. Per altre si trattò di un riposizionamento a medio termine, sul mercato, del proprio prodotto o a un cambiamento della gamma dei prodotti.
Nel riportare tutte queste note informative non ho inteso solo fare una carrellata su quanto è accaduto e le implicazioni di ordine finanziario, economico, politico e sociali che derivassero, ma per dimostrare come l’errore più grave d’addebitare all’Europa comunitaria fosse stato quello di aver voluto solo incentrare la sua opera a un’operazione di “cambio valuta”. (Riccardo Alfonso)

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25 Anni di Europa per i consumatori

Posted by fidest press agency su venerdì, 11 maggio 2018

Quest’anno il Mercato europeo celebra il suo 25° anniversario. Dal 1993 i cittadini europei hanno visto i loro diritti evolversi giorno dopo giorno: un diritto di recesso uniforme in caso di acquisti online, un periodo di garanzia legale di due anni in tutta Europa, una serie di tutele quando si viaggia in aereo, treno, autobus o nave. In occasione della festa dell’Europa la rete dei Centri Europei dei Consumatori (ECC-Net) passa in rassegna alcuni dei cambiamenti più significativi avvenuti in un quarto di secolo in materia di consumo.
L’Euro è la prova più tangibile dell’integrazione europea. È la moneta unica di 19 Paesi su 28 ovvero di 338,6 milioni di persone in Europa. Viaggiare in Europa senza la necessità di cambiare la valuta, confrontare i prezzi dei prodotti o acquistare online da siti web senza necessità di convertire il prezzo: tutto questo è possibile sin da gennaio 2002.
È stato risolto il dilemma di sapere quanto tempo abbiamo per restituire un ordine che non ci soddisfa. Dal 13 giugno 2014 il termine entro cui restituire un prodotto acquistato a distanza, online o in una vendita porta a porta è lo stesso in tutta Europa ed è di 14 giorni.
Un regolamento europeo per ogni tipo di trasporto tutela i passeggeri che viaggiano in aereo, in treno, in autobus o in nave: prevedendo il rimborso del biglietto, la riprotezione verso la destinazione finale, la compensazione pecuniaria, l’Europa ha garantito una serie di diritti in caso di disservizi per tutte le modalità di trasporto.
Perchè i cittadini siano informati sui loro diritti e ricevano assistenza in caso di controversie contro professionisti che hanno sede in un Paese europeo diverso dal proprio, nel 2005 la Commissione europea ha creato la rete dei Centri Europei dei Consumatori (ECC-Net). Esiste un Centro in ogni Paese dell’Unione Europea, in Islanda e in Norvegia. In Italia il Centro ha due sedi: a Roma e a Bolzano.

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100mila euro investiti a sua insaputa?

Posted by fidest press agency su sabato, 17 marzo 2018

Artigiano di Specchia (Le) sporge denuncia ai carabinieri nei confronti di un istituto di credito primario. E non sarebbe un caso isolato. Lo “Sportello dei Diritti”: controllare quotidianamente il proprio saldo di conto corrente può ridurre o addirittura evitare conseguenze pregiudizievoli. Una sorpresa un po’ amara quando è andato a verificare il saldo del conto corrente. Ben 100mila euro in meno investiti senza che ne sapesse nulla, tanto che aveva pensato ad un errore contabile da parte della filiale del suo paese di un istituto di credito primario. Così era corso presso l’agenzia rivolgendosi al direttore e si era sentito dire che l’ingente somma era stata “regolarmente” investita “in azioni di sicav ed in quote fondi comuni TR FLEX” e che comunque «tutto si sarebbe aggiustato». «“Regolamente” un corno» ha ben pensato il risparmiatore di Specchia (Le) che ha negato prontamente di aver sottoscritto alcun contratto d’investimento relativo all’importo che sarebbe stato indebitamente prelevato dal suo conto e che, in tutta probabilità, per l’eventuale disinvestimento avrebbe comportato spese ed oneri a suo carico. Date le circostanze, l’utente di poco più di quarant’anni d’età, che di professione fa l’artigiano, non se l’è sentita scendere e assistito dall’avvocato Ivan Mangiullo ha sporto denuncia presso la stazione dei carabinieri del suo paese noto, fra l’altro, per essere incluso nella lista dei “Borghi più belli d’Italia”. Il fatto ha destato immediatamente un rapido passaparola tanto che si sarebbe diffusa la notizia, non si sa ancora se giusta o sbagliata, che l’evento non fosse isolato e che altri utenti avrebbero subìto analogo trattamento. Ovviamente, rileva Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti” ci auguriamo che la vicenda sia riconducibile ad un mero errore, ma purtroppo non è la prima volta che si sentono storie analoghe che continuano inevitabilmente a sorprendere perché accadono con una frequenza impressionante e possono riguardare, purtroppo, tutta l’utenza bancaria indipendentemente dall’età, status e condizione sociale. Ecco perché invitiamo e inviteremo sempre a prestare la massima attenzione, se possibile quotidianamente, al proprio saldo contabile ed alle uscite che si verificano sui nostri conti correnti come ha fatto l’accorto artigiano salentino.

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Euro più lira: Una bufala

Posted by fidest press agency su domenica, 22 ottobre 2017

liraeuro-areaL’idea era venuta anni fa alla Lega: due monete nel nostro Paese, il tallero e la lira. Come è andata a finire è noto. La Lega, ora, propone l’uscita dall’euro.In questi giorni Silvio Berlusconi (Forza Italia) ripropone le due monete: euro più lira. E’ un tentativo di venire incontro alle richieste della Lega, che ha subito risposto picche.Da ricordare che l’unica moneta che ha corso legale nell’Europa dell’euro è, appunto, l’euro, e che l’Italia ha il terzo debito pubblico mondiale che rimarrebbe espresso in euro. Come si pagherebbe il debito pubblico? E, vista la globalizzazione dei commerci, chi accetterebbe il pagamento in lire? Nessuno ovviamente! Berlusconi accetterebbe il pagamento in lire per le proprie attività? (Primo Mastrantoni, Segretario Nazionale Aduc)

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Farmacie italiane, un mercato da 25 miliardi di euro

Posted by fidest press agency su sabato, 21 ottobre 2017

farmaciaRidurre il debito delle farmacie grazie a check-up finanziario e a nuovo ruolo di Credifarma, ottimizzazione delle risorse di Promofarma per avere un sistema omogeneo di gestione aziendale e di digitalizzazione di tutte le farmacie, inclusione di tutti i soggetti della filiera distributiva, nuovi servizi a standard omogenei che garantiscano la competitività e la sostenibilità economica delle farmacie (Ecg, Holter cardiaci e pressori, diagnosi in tempo reale, screening, aderenza terapeutica). Queste le quattro direttrici della strategia organizzativa e di marketing della “Rete di protezione”, progetto di aggregazione nazionale, col cappello di Federfarma nazionale e Federfarma Servizi, che sarà definito e presentato fra 16 settimane all’assemblea nazionale del sindacato. È quanto è emerso nel corso dell’assemblea dei titolari svoltasi a Palermo, che tra le altre cose, ha esaminato le criticità della legge 124 che «espone la proprietà delle farmacie, un mercato che vale 25 miliardi di euro, all’aggressione di società di capitali». Nel corso dell’evento, Roberto Tobia, tesoriere nazionale e presidente di Federfarma Palermo, ha sottolineato come i titolari vengano «tempestati da telefonate, pressioni e offerte da parte di presunti rappresentanti di fondi d’investimento e società di capitali». E ha lanciato un appello: «Aspettate questi quattro mesi necessari a costruire la “Rete di protezione”, resistete alla tentazione di vendere, significherebbe svendere la farmacia e la vostra professionalità». E ha aggiunto: «Lo scenario peggiore che apre la legge 124 è una farmacia posseduta al 100% da non farmacisti e, come lavoratore dipendente, un farmacista con l’incarico di direttore, verosimilmente costretto, esattamente come avviene nei punti vendita delle catene, a eseguire le indicazioni della proprietà sul sostenere un farmaco rispetto ad un altro». È fondamentale, ha detto Marco Cossolo presidente nazionale di Federfarma, «dimostrare alle istituzioni la reale capacità delle farmacie di fornire servizi utili per il Ssn» e creare «una nuova cultura. Ci opponiamo ai capitali che creeranno concentrazioni di farmacie. Il farmacista che vuole restare indipendente ha una sola via: aderire alla Rete nazionale di protezione. Ciò gli consentirà di tornare al banco per seguire esclusivamente il rapporto col cliente sapendo che alle questioni organizzative e burocratiche ci pensa alle sue spalle un sistema nazionale capace di farlo bene in una logica manageriale che garantisca il posizionamento strategico della farmacia nel mercato senza svilirne la libertà, i valori e la centralità della salute del paziente». E l’impatto della legge 124 rischi di ricadere anche sulle farmacie rurali: «Se da un lato non saranno oggetto d’attenzione dei capitali speculativi perché non redditizie» ha osservato Silvia Pagliacci, presidente nazionale del Sunifar «dall’altro vedranno i propri clienti attratti e fagocitati dalla concorrenza delle promozioni lanciate dalle concentrazioni di farmacie nei grandi centri abitati. Di questo passo saremo costretti a consegnare le chiavi ai sindaci». (Simona Zazzetta) (fonte farmacista33)

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Il potere e la forza dell’euro: Esperienze da consumatore e utente

Posted by fidest press agency su sabato, 9 settembre 2017

euro-areaLe diatribe su euro SI’ ed euro NO sembra che si siano attenuate, anche da parte dei piu’ accesi sostenitori di un’uscita dalla moneta unica, anche se -probabilmente per poter giocare, come si dice, in più scarpe- questi ultimi continuano a non escludere il ricorso ad un referendum.
La politica, quella con la “p” minuscola, e’ fatta di questi elementi: enunciare alcune proprie opinioni ed idee, presentandole come “sentimento diffuso” (la famosa “opinione pubblica”), ed evocare rimedi con metodi -popolari, per carita’- inesistenti e impraticabili: il referendum, per l’appunto, che, stante l’attuale normativa, non puo’ essere fatto in materia. Questo per capire meglio il contesto in cui si svolge questo tipo di confronto. Che, sinceramente, con la mia limitata esperienza di osservatore e protagonista del quotidiano grazie ad un’associazione come Aduc, non mi e’ mai sembrato di percepire come ostile alla moneta unica. Anzi. Sara’ il fatto che io -ed Aduc-, nella mia politica civica, non ho da vendere nulla, ma solo da offrire servizi, consigli e aiuti. Quindi l’euro ha un valore e ci serve? E lo stanno capendo anche i piu’ recalcitranti? Sembra di si’, ma andiamoci coi piedi di piombo e non molliamo nello spiegarci e spiegare come e perche’ sarebbe un disastro un’Italia senza euro. Quindi senza Unione Europea. Pur coi limiti, i difetti e tutto quello che dovrebbe servire per renderla ancora migliore, nella prospettiva -come sostengono i troppo pochi che in qualche modo la pensano come me- degli Stati Uniti d’Europa.
Esempi in merito ce ne sono a iosa. Nella economia e politica nazionale, in quelle comunitarie e in quelle internazionali. Qui ne facciamo alcuni con la logica della “borsa della spesa” del consumatore e utente, non precisi al centesimo, ma esplicativi del quotidiano.
In termini di cosiddetta macroeconomia cito soltanto la vicenda della sterlina britannica. Moneta sempre forte per definizione e fatti, su cui noi italiani abbiamo sempre avuto una certa sottomissione, tragica quando c’era la lira italiana, meno tragica da quando c’e’ l’euro. Da quando i britannici hanno deciso di uscire dalla Ue (Brexit) e’ successo che la sterlina ha quotidianamente perso valore rispetto all’euro. Nei listini ufficiali di cambio c’e’ ancora una certa differenza: mentre scriviamo il cambio e’ 1 sterlina = 0,92 euro. Solo qualche mese fa 1 sterlina era intorno a 0,75 euro. Nel quotidiano londinese, invece, ci risulta che la parita’ euro-sterlina sia nei fatti, e si osserva e percepisce anche quando si va in vacanza. Ve l’immaginate le performance che avrebbe fatto la lira se oggi l’Italia non facesse parte della zona euro? Cioe’ una valuta che avrebbe dovuto considerare solo la nostra economia nazionale nei confronti della Gran Bretagna, e non anche quelle -per esempio- francese, tedesca, olandese e belga?
In termini di cosiddetta microeconomia mi limito a descrivere alcune recenti esperienze internazionali di un consumatore e utente in vacanza, alle prese col quotidiano. Facciamo l’esempio del Giappone. E’ risaputo che sia un Paese molto costoso (soprattutto la capitale Tokyo), ma e’ un “risaputo” che, a nostro avviso, e’ incrostato sul passato, quando non c’era l’euro e la lira era la nostra moneta. Un passato che, come tutti i fenomeni culturali anche se collegati all’economia, ha bisogno di tempo per diventare solo storia. Per 1 euro, al cambio di oggi, ci vogliono circa 130 yen. Quindi per 1.000 yen ci vogliono 7,70 euro. Se si va oggi a Tokyo, con 1.000 yen ci si rende conto che si puo’ comprare quello che da noi si compra con 10 euro. Qualcuno ha l’ardire di dire che potrebbe essere altrettanto se, a Tokyo, avremmo dovuto utilizzare la lira per fare le nostre operazioni di cambio e di acquisto e consumo? Piu’ articolato sarebbe il discorso nei confronti del dollaro Usa, che pero’ ci porterebbe a risultati simili… ma lo faremo in un’altra occasione.
Questo significa avere una moneta forte. L’euro: frutto di una mediazione tra le varie economie dei Paesi comunitari e della forza dell’economia comunitaria in se’. Ed e’ questo che ci consente, nell’esempio delle vacanze e non solo, di poter affrontare la nostra quotidianita’ con forza e certezze che, altrimenti, la nostra sola economia nazionale non sarebbe capace di darci. (Vincenzo Donvito, presidente Aduc)

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Piano Juncker: 80 milioni di euro per le PMI italiane

Posted by fidest press agency su giovedì, 18 maggio 2017

lavori in corsoIl piano Juncker ha garantito il proprio sostegno a un accordo del Fondo europeo per gli investimenti (FEI) con la Banca Popolare Pugliese (un intermediario finanziario), che prevede l’erogazione di 80 milioni di EUR in finanziamenti innovativi a piccole e medie imprese (PMI) e a piccole imprese a media capitalizzazione nell’arco dei prossimi due anni. Il Fondo europeo per gli investimenti strategici (FEIS), pilastro centrale del piano Juncker, è stato un fattore determinante nel rendere possibile tale accordo di prestito.
Il Vicepresidente della Commissione europea Jyrki Katainen, responsabile per l’Occupazione, la crescita, gli investimenti e la competitività, ha dichiarato: “Il piano di investimenti ha già dimostrato di essere un successo, e l’Italia ne è tra i principali beneficiari. Sono lieto del fatto che, che grazie all’accordo odierno, un numero ancora maggiore di piccole e medie imprese italiane otterrà accesso ai finanziamenti di cui le imprese hanno bisogno per innovare, crescere, assumere nuovo personale ed espandere le proprie attività.” In base alle previsioni più attuali (vedere qui le schede per ogni paese), il piano Juncker dovrebbe stimolare investimenti per oltre 31 miliardi di EUR in Italia, e per 183,5 miliardi di euro in tutta Europa. Un comunicato stampa integrale è disponibile qui. (foto: lavori in corso)

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The multi-billion-euro exit charge that could sink Brexit talks

Posted by fidest press agency su martedì, 14 febbraio 2017

brexit-talksTHE mother of parliaments has spoken. On February 8th a large majority of MPs backed a bill authorising the government to begin Britain’s withdrawal from the European Union by triggering Article 50 of the EU treaty. (A few dissenters were told off for singing “Ode to Joy”, the EU’s anthem, in the chamber.) After approval from the Lords, it should become law in March. But a different sort of Brexit bill is approaching, and will be harder to manage. It could yet scupper the whole process. Before Britain’s referendum last June, Leave campaigners promised voters that Brexit would save the taxpayer £350m ($440m) a week. That pledge was always tendentious. But officials in Brussels are drawing up a bill for departure that could mean Britain’s contributions remain close to its membership dues for several years after it leaves. In a new report for the Centre for European Reform, a think-tank, Alex Barker, a Financial Times correspondent, puts the figure at anything between €24.5bn ($26.1bn) and €72.8bn.
The bill comprises three main elements. All, in Brussels’s view, derive from the legal obligations implied by Britain’s EU membership. The first, and largest, covers the gap between payments made in the EU’s annual budget and the larger “commitments” made under its seven-year budgetary framework, approved by Britain and the 27 other EU governments. This overhang has been steadily growing. Britain’s share of what Eurocrats call the reste à liquider (or amount yet to be paid) would be around €29.2bn, Mr Barker estimates.
The second element covers investment commitments to be executed after Britain leaves the EU in 2019. Most of this is “cohesion” funding for poorer countries (think motorways in Poland). Mr Barker reckons Britain’s share could amount to €17.4bn. The government will struggle to explain why voters should be on the hook for payments made after Brexit. But the European Commission will argue that Britain’s approval of the current budget, which runs until 2020, obliges it to cough up.Pensions make up the third component. The liabilities for the EU’s unfunded scheme stand at over €60bn. Britain may be prepared to cover its own nationals. But European officials insist that all liabilities are a joint responsibility, as Eurocrats work for the EU, not their national governments. This may be the fiercest row of all. Brussels’s demand will combine these three elements with a few miscellaneous items, and may adjust for Britain’s share of EU assets, its budget rebate and payments it is due from the EU (see chart). (by The Economist) (photo: Brexit talks)

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Se crolla l’Euro, viene giù l’Unione Europea

Posted by fidest press agency su giovedì, 9 febbraio 2017

banca centrale europeaL’Unione Europea non sopravviverà alla fine dell’Euro, ha avvertito Mario Draghi, presidente della Banca Centrale Europea. Un timore dal contenuto piuttosto ovvio e intuitivo. Ma nell’epoca in cui viviamo, il rischio concretissimo di buttare al macero settant’anni di grandissimi progressi sociali, economici e di pace non fa più paura. Equiparare l’UE all’Unione Sovietica o la Germania di oggi al Terzo Reich fa tendenza e attira scrosci di applausi. E alla fine una buona parte dell’opinione pubblica ha finito per crederci davvero. Un’epoca che verrà studiata come un manifesto alla scarsa qualità del nostro sistema d’istruzione, che non solo insegna male a leggere e scrivere, ma tratta la storia solo come fredda nozionistica e ignora del tutto l’educazione civica.
Nulla è tabù, per carità, nulla vieta che si decida di sfasciare tutto. Trattandosi di un esperimento umano che cerca di ricomporre secoli e di guerre e frammentazione, l’UE e l’Euro sono imperfetti e necessitano di continui aggiustamenti, anche drastici, su cui faticano a mettersi d’accordo decine di capi di Governo. Col senno di poi, avremmo potuto e dovuto evitare molti errori, a cui ora devono far fronte Istituzioni europee deboli e sotto continuo attacco, e Paesi membri dove dilagano forze politiche sovraniste.
Ma non per questo si possono prendere in giro gli elettori, invitandoli ad uscire dall’Euro per “salvare” l’UE, come continuano a ripeterci i populisti nostrani. Più sinceri e onesti i populisti d’Oltralpe, che almeno la dicono tutta ai propri elettori: uscire dall’Euro e dall’UE, dalla Nato e, perché no, anche dal ventunesimo secolo. (Pietro Moretti, vicepresidente Aduc)

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“L’Italia potrebbe uscire dalla zona euro”

Posted by fidest press agency su martedì, 3 gennaio 2017

euro-areaA sostenerlo a 15 anni dall’addio alla lira non è un politico bensì il presidente dell’istituto tedesco di ricerca economica (Ifo) Clemens Fuest. Secondo il presidente dell’istituto tedesco di ricerca economica l’eventualità non è così remota. In 15 anni molti rincari. In un’intervista rilasciata al quotidiano tedesco “Tagesspiegel”, Fuest ha rimarcato come a partire dal 2000 la qualità di vita in Italia sia rimasta immutata. “Se non dovessero esserci dei cambiamenti, gli italiani finiranno per dire di non voler più far parte dell’eurozona”. Fuest ha pure aggiunto che se il Parlamento tedesco dovesse dare luce verde a un piano di aiuti finanziari all’Italia, farebbe pesare sui contribuenti germanici dei rischi “dei quali ignora l’esistenza e che non sarebbe in grado di controllare”. “I deputati non dovrebbero dare il via libera a un simile piano, ha ammonito. In questo momento l’Italia non ha chiesto nessun piano di salvataggio all’Europa”. Intanto i dati del NENS (Nuova Economia Nuova Società, la fondazione che fa capo a Pierluigi Bersani) hanno fornito un termine di paragone fra i prezzi attuali e quelli di 15 anni fa. Il caffè al bar è passato da 900 lire a 90 centesimi, la pizza margherita da 6’500 lire (3,36 a euro) agli attuali 7,5 euro. Un rincaro del 123%. Ma la lista dei rialzi è lunga. Per l’elettricità, nel 2002 si spendevano 647mila lire (circa 334 euro), mentre oggi si parla di una spesa di 498 euro (+50% circa). Il gas ha avuto un rincaro del 16%, la benzina è passata da circa 2’000 lire per un litro agli 1,5 euro attuali (+45%). Un’eventualità, questa, osserva Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, molto dibattuta negli scorsi anni in particolare da quelle forze politiche più “euroscettiche”. Un bene per l’Italia.

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