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Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 289

Posts Tagged ‘europa’

Sarà l’Europa il motore della trasformazione verde e socialmente giusta?

Posted by fidest press agency su venerdì, 18 settembre 2020

Bruxelles. 23 settembre alle ore 16:00 si svolgerà il secondo incontro virtuale del ciclo di dialoghi pubblici – Idee per un nuovo mondo – promossi dal Presidente del Parlamento europeo David Sassoli con filosofi, scrittori, economisti, esponenti della società civile europea, rappresentanti del mondo del lavoro. L’obiettivo di questi dialoghi è quello di ragionare insieme su un’Europa più utile e più vicina ai suoi cittadini in un momento che richiede immaginazione, azione e coraggio politico per abbandonare le ricette del passato e affrontare le sfide del presente con strumenti nuovi.
Il titolo di questo secondo dialogo è “Sarà l’Europa il motore della trasformazione verde e socialmente giusta?” e si focalizzerà sulle potenzialità della transizione ambientale, economica e sociale dell’Europa post Covid.Parteciperanno Beppe Grillo e Gunter Pauli.
Gunter Pauli (Anversa, 1956) è un imprenditore e uomo d’affari belga a cui piace definirsi un catalizzatore, qualcuno che fa accadere le cose.Pioniere dello sviluppo sostenibile e fautore della nozione di zero rifiuti e zero emissioni, è l’ideatore dell’economia blu, un modello economico ispirato alla natura e agli ecosistemi, all’uso locale delle risorse e alla valorizzazione dei rifiuti, che va oltre l’economia circolare e verde. È anche il fondatore di ZERI (Zero Emissions Research and Initiatives), un network globale che riunisce più di tremila ricercatori e mille aziende da tutto il mondo, che lavorano nella ricerca di soluzioni sostenibili, da cui ha promosso decine di progetti.
Beppe Grillo è un comico, cabarettista, politico, blogger e attore italiano. Lanciato nel mondo della televisione nel 1977, raggiunse in pochi anni una grande popolarità, che nel decennio successivo gli valse la partecipazione come protagonista in alcuni film commedia. A partire dagli anni novanta si è dedicato prevalentemente agli spettacoli dal vivo, monologhi sull’attualità spesso di taglio ambientalista o legati all’economia. Il blog beppegrillo.it, aperto nel 2005, ed è tra i più frequentati siti web italiani e uno dei blog più visitati al mondo. Tramite la nutrita community di lettori del blog, Grillo ha promosso iniziative di grande impatto mediatico. Nel 2009 con la collaborazione dell’imprenditore Gianroberto Casaleggio, ha dato vita al movimento politico, il Movimento 5 Stelle.

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Il premio LUX verrà assegnato congiuntamente dal Parlamento europeo e dall’European Film Academy

Posted by fidest press agency su domenica, 13 settembre 2020

Il premio LUX d’ora in avanti sarà assegnato insieme alla European Film Academy. Il vincitore sarà deciso dal pubblico e dai deputati europei. I tre film finalisti saranno annunciati a dicembre a Reykjavik Il vincitore sarà annunciato il 28 aprile 2021 durante la seduta plenaria del Parlamento europeo. Il formato di questa edizione sarà limitato a causa del COVID-19
“Fino ad ora – ha affermato Sabine Verheyen (PPE, DE) – i film del Premio LUX hanno fatto da eco emotivo al nostro lavoro politico sull’ambiente, le migrazioni, la lotta alla povertà e alle disuguaglianze, nonché sulla democrazia e il pluralismo. Ora, continueremo questo lavoro con partner influenti e straordinari per portare il Premio ad un livello ancora superiore”.La Presidente della Commissione Cultura e istruzione ha aggiunto che in seguito alla pandemia da COVID-19 questi sono stati “tempi difficili per l’ambiente audiovisivo e cinematografico” e ha sottolineato che il premio rappresenta un’opportunità per “unirsi nella costruzione di un più forte senso di comunità e di appartenenza nella difesa del cinema e della cultura”.Il cinema – ha affermato David Sassoli, Presidente del Parlamento Europeo, nel suo video discorso al pubblico della Mostra del cinema di Venezia – è uno strumento che non ha mai smesso di descrivere e narrare la nostra complessa società, è uno dei modi fondamentali per intendere la realtà in cui viviamo”.Il Premio LUX, fino a poco tempo fa organizzato e assegnato solo dal Parlamento europeo, sarà d’ora in poi assegnato anche dalla European Film Academy, in collaborazione con la Commissione europea ed Europa Cinemas.
Si chiamerà formalmente “LUX – Premio del cinema del pubblico europeo del Parlamento europeo e della European Film Academy”, abbreviato a “LUX – Premio del pubblico per il cinema europeo”.Il presidente della European Film Academy sarà presidente onorario della giuria del Premio LUX.Fino ad ora, solo i membri del Parlamento europeo potevano votare i film in concorso. Con il nuovo premio, il vincitore sarà selezionato in base ai voti dei deputati e del pubblico, ciascuno dei quali peserà per il 50%.I tre film europei che comporranno la selezione del Premio LUX 2021 saranno selezionati da una giuria di professionisti del cinema.
Il 22 giugno, la Commissione Cultura del Parlamento europeo ha approvato la formazione della giuria, aggiungendo quattro nuovi membri:
– Teona Strugar Mitevska, regista macedone che l’anno scorso ha vinto il Premio LUX con il film “Dio è donna e il suo nome è Petrunya”;
– Fatima Djoumer, responsabile delle relazioni internazionali di Europa Cinemas
– Vanessa Henneman, talent agent olandese e avvocato specializzato nei diritti di proprietà intellettuale e copyright, membro anche dell’European Film Academy Board;
– Maria Silvia Gatta, responsabile delle politiche della Commissione europea, che fungerà da osservatore.
I tre film finalisti per quest’edizione saranno svelati durante gli European Film Awards a Reykyavik, in Islanda, il 12 dicembre.
Fino ad aprile, questi tre film saranno sottotitolati nelle 24 lingue ufficiali dell’Unione europea e proiettati in tutta Europa. Il pubblico avrà la possibilità di esprimere il proprio voto classificando i finalisti su una scala da uno a cinque. Il pubblico e i deputati europei esprimeranno, ognuno, il 50% dei voti.Il 28 aprile 2021 il vincitore sarà annunciato durante la cerimonia di premiazione nella plenaria del Parlamento europeo.
Nel nuovo formato ogni anno saranno cinque i film a sfidarsi per il Premio e ad essere sottotitolati nelle 24 lingue ufficiali dell’Unione europea, tuttavia, a causa dell’impatto del COVID-19 sul mercato dell’industria cinematografica, il numero di film in corsa per il Premio nell’edizione 2021 sarà eccezionalmente limitato a tre.

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Lavoro e sanità in cima alle priorità quando si pensa all’Europa

Posted by fidest press agency su sabato, 12 settembre 2020

Milano. Libera circolazione, mercato comune e difesa dei consumatori sono gli ambiti su cui i milanesi ritengono che l’Unione europea abbia avuto un impatto positivo rispetto alla propria vita. Il dato emerge dal sondaggio che l’Ufficio del Parlamento europeo a Milano ha proposto a chi vive, lavora e frequenta la città. Su 1250 partecipanti, ben 1068 pensano ad esempio che l’UE abbia permesso loro di andare in vacanza senza code alle frontiere e a lavorare in un altro paese senza problemi. Meno rilevanti sarebbero il ruolo dell’Unione nella propria formazione o l’impatto della promozione della produzione agricola e la difesa dei prodotti tipici.Il sondaggio ha esplorato anche la conoscenza da parte dei milanesi dei progetti nati dall’investimento dell’UE sulla città. I più popolari sono risultati “CLEVER CITIES/MILANOCLEVER”, il progetto dedicato alla rigenerazione urbana tramite soluzioni nature-based e “PON METRO”, il programma di sviluppo urbano sostenibile focalizzato sulla riprogettazione di Milano secondo il modello “Smart City” e sull’inclusione della popolazione più fragile.Per quanto riguarda la gestione della crisi legata a COVID-19, i cittadini si ritengono mediamente soddisfatti. Su una scala da “1” (del tutto insufficiente) a “5” (ottimo), 471 cittadini hanno dato “3”, la sufficienza (37,6%). I giudizi molto positivi (“4” e “5”) raggiungono insieme il 31,3%. Dovendo invece ordinare le priorità di intervento dell’UE, che ha proposto di stanziare 1.850 miliardi per rilanciare l’Europa dopo il COVID-19 e rafforzare l’Unione da qui al 2027, i milanesi mettono ai primi posti: “Sostegno alle imprese e all’occupazione”, “Sanità” e “Ricerca e istruzione”. Tra le parole più usate nei suggerimenti facoltativi finali spiccano per frequenza: “sostegno”, “diritti”, “fiscale”, “immigrazione”, “mobilità” e “cultura”.I quesiti sono stati online la prima settimana di settembre. Circa il 90% dei partecipanti è nato o vive a Milano. Il sondaggio, che non ha valore statistico, è stato organizzato dall’Ufficio del Parlamento europeo a Milano per coinvolgere i cittadini in vista del discorso sullo stato dell’Unione (SOTEU) che la presidente della Commissione Ursula von der Leyen terrà a Bruxelles il 16 settembre e ha avuto il sostegno del Comune di Milano, della Regione Lombardia, dello Europe Direct Lombardia e della Rappresentanza a Milano della Commissione europea. Alla presentazione online dei risultati hanno partecipato anche gli eurodeputati: Eleonora Evi (Movimento 5 Stelle – Gruppo Non iscritti), Pierfrancesco Majorino (Partito Democratico – Gruppo S&D) e Silvia Sardone (Lega- Gruppo Identità e Democrazia).

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I migliori siti web d’Europa

Posted by fidest press agency su sabato, 12 settembre 2020

Saranno 15 i portali presenti al Gran Gala del 18 Novembre a Bruxelles, su oltre 1000 candidati in gara. Un concorso arrivato alla sua settima edizione e progettato per riconoscere ogni anno i migliori siti web in cinque categorie dinamiche. visititaly.eu è l’unico portale italiano in finale ai eu Web Awards 2020, la più importante competizione dedicata alle eccellenze del web in Europa.I vincitori, uno per ciascuna categoria, otterranno una campagna pubblicitaria di tre mesi presso l’aeroporto internazionale di Bruxelles, oltre naturalmente al trofeo ufficiale degli Awards 2020.“Siamo onorati di poter rappresentare l’Italia a Bruxelles, in un momento così delicato come quello che il settore turistico sta attraversando, vincere quest’edizione assumerebbe un significato ancora più grande” affermano Ruben Santopietro e Paolo Landi, tra i fondatori di Visit Italy, affiancati dalla software house Wiplab. Un progetto, quello di Visit Italy, partito da 3 anni fa e che oggi conta oltre 1 milione di followers sui social e la community più grande al mondo dedicata alla destinazione Italia. Un movimento di valorizzazione ad alto impatto sociale, i cui risultati sono frutto di precise strategie di digital marketing turistico.

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Il ricatto diplomatico dell’Europa a Serbia e Kosovo: No alle ambasciate a Gerusalemme

Posted by fidest press agency su mercoledì, 9 settembre 2020

Cambiano gli attori, ma la politica dell’Unione Europea non manca mai di mostrare il suo vero volto quando si parla dello stato di Israele: pochi giorni fa alla Casa Bianca si è fatta la storia, con l’accordo tra Serbia e Kosovo per la normalizzazione dei loro rappporti, e contestualmente i due stati hanno annunciato anche di voler stabilire le proprie ambasciate a Gerusalemme, capitale dello stato di Israele. Non si è fatta attendere la reazione da parte di Bruxelles, che ha “ammonito” Serbia e Kosovo, affermando che la decisione di aprire ambasciate a Gerusalemme può compromettere la loro candidatura di adesione all’UE: “Qualsiasi passo diplomatico che possa mettere in discussione la posizione comune dell’Unione Europea su Gerusalemme – ha detto lunedì ai giornalisti a Bruxelles il portavoce dell’Unione Europea per gli affari esteri, Peter Stano – è motivo di grave preoccupazione e rammarico”, aggiungendo poi che tutti gli stati membri UE dovrebbero evitare iniziative simili “nel rispetto delle leggi internazionali e della soluzione dei due stati”.Ancora una volta quindi l’Europa non perde occasione per esprimere il proprio unilateralismo nella questione israelo-palestinese, mentre anche parte del mondo arabo sembra aver finalmente compreso come i continui dinieghi da parte palestinese a qualsiasi proposta volta a normalizzare i rapporti con lo Stato ebraico sia un freno al progresso e alla pace.Un “ammonimento” quello dell’Europa che assomiglia molto ad un ricatto.

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Sondaggio U.E. per i milanesi: che Europa vuoi?

Posted by fidest press agency su martedì, 1 settembre 2020

Fino al 7 settembre i cittadini che vivono e lavorano a Milano e nell’area metropolitana milanese sono invitati a rispondere a un sondaggio su cosa vorrebbero che l’Unione europea facesse per la città. Dalla formazione alla viabilità, dalla difesa dei diritti all’ambiente, si chiede in quali campi l’Europa si è mossa meglio e come dovrebbe essere più efficace. I risultati saranno presentati nel corso di una conferenza stampa online l’11 settembre alle ore 11. Nel sondaggio, voluto e realizzato dall’Ufficio del Parlamento europeo a Milano col sostegno del Comune di Milano, della Regione Lombardia, dello Europe Direct Lombardia e della Rappresentanza a Milano della Commissione europea, si ricordano anche alcuni progetti messi in campo per Milano e per la Regione Lombardia finanziati con fondi europei.L’iniziativa, che non vuole avere un valore statistico, rientra in una serie di attività organizzate dagli uffici del Parlamento europeo nei 27 Stati membri per coinvolgere i cittadini in vista del discorso sullo stato dell’Unione (SOTEU) che la presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen terrà nell’emiciclo di Strasburgo il 16 settembre. Il discorso è un evento annuale che permette di fare il punto su cosa è stato fatto e andrà fatto nel prossimo anno.

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L’Europa e i divari istituzionali tra Stati

Posted by fidest press agency su venerdì, 28 agosto 2020

L’Europa comunitaria costituita da tanti e diversi schemi nazionali tende ad accentuare i divari istituzionali, economici e sociali e ad accrescere lo stato di conflitto e i distinguo. Su tre ministeri oggi è, invece, possibile operare un cambiamento. Parliamo del ministero degli affari esteri, della difesa e dell’istruzione. Se diventassero di competenza europea noi potremmo avere una politica estera, un sistema di difesa e un’istruzione sovranazionale unificati con significativi vantaggi sia in termini economici sia logistici e funzionali. D’altra parte un dibattito serio è stato già avviato per passare a una politica estera che veda l’U.E., muoversi con una sola testa e a un parlamento europeo che possa ritrovarsi con poteri più ampi in materie d’interesse generale. La stessa difesa con l’attuale allarga-mento dei confini di “sicurezza” dei singoli stati sarebbe più credibile nei confronti di potenziali nemici esterni di quanto non possa fare un singolo Stato costretto, per giunta, a mantenere e aggiornare il proprio potenziale bellico e con spazi di bilancio limitati. L’istruzione, infine, permetterebbe ai giovani di trovare meno ostacoli alla loro mobilità e impiego avendo la possibilità di costruire la propria conoscenza su un modello unitario di accesso allo studio e ai conseguenti titoli professionali e accademici.
L’Italia per la sua vocazione europeistica, per essere tra le prime nazioni che hanno creduto in un’Europa comunitaria, dovrebbe farsi promotrice di questa evoluzione istituzionale dell’Europa e in un contesto nel quale sempre di più si punta su un mondo globalizzato e dove le realtà tendono a superare il frazionamento nazionale per esprimersi a livello continentale. (Riccardo Alfonso)

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La mia Europa: non per amore ma per interesse

Posted by fidest press agency su martedì, 11 agosto 2020

Il caso dei migranti che affollano le spiagge siciliane e l’incapacità dell’Europa di dare una risposta unitaria a questa incontrollata invasione di campo mi fa riflettere. La prima impressione che ne traggo è che per troppa fretta di allargare i confini dell’Unione Europea abbiamo finito con l’imbarcare anche Stati poco convinti sul piano istituzionale e più interessati ai benefici economici e di mercato che potevano derivarne. Non solo. Le autorità comunitarie oggi non sono più capaci di tenere nascoste le forti divergenze interne che di fatto bloccano il normale funzionamento dell’intero apparato. Si è pensato ad un ammortizzatore social-economico con una guida autoritaria attraverso la “dittatura economica e finanziaria” dei grandi gruppi bancari e industriali. Avrebbero potuto mettere in ginocchio ogni sia pur modesto tentativo di opposizione. In questo modo, e non troppo inconsapevolmente, si è dato vita a una comunità dove i partner non si amano ma sono uniti per interesse e ben consapevoli che se osano distaccarsi saranno crocifissi dalle fronde economiche e finanziarie che lo stato guida è capace di scatenare contro. E da qui emerge la convinzione che chi comanda è solo uno Stato, quello, guarda caso, economicamente più in salute e che ha tutto l’interesse di coltivare le debolezze altrui nella logica del divide et impera. In questo modo si diventa sudditi nella gerarchia imperiale dei vassalli, valvassori e valvassini. A questo punto una Europa che non si ama o si ama sempre meno ci farà perdere quell’idea romantica e nostalgica di un’Europa unita e solidale dai Pirenei agli Urali. È diventata un’Europa autarchica senza anima e sarà destinata prima o poi a implodere. Intanto ci teniamo i nostri piccoli, meschini interessi di bottega. Un domani sarà probabilmente un’altra storia. Ed è una storia che non cambia con l’apparente generosità mostrata in questi giorni con l’elargizione di duecento e passa miliardi di euro. Salvare l’Italia è una necessità per la sopravvivenza dell’Europa dei banchieri e degli affaristi e non per la bella faccia degli italiani. Non dimentichiamolo. (Riccardo Alfonso)

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Che Europa aspettarsi?

Posted by fidest press agency su sabato, 1 agosto 2020

A cura di Andrea Delitala, Head of Euro Multi Asset di Pictet Asset Management. Gli ultimi anni per il continente europeo sono stati caratterizzati dalla dominanza delle forze centripete su quelle aggreganti. La diffusione di movimenti politici di stampo populistico e anti-europeista, che spesso cavalcavano il malumore dei cittadini dei vari Stati membri nei confronti dell’UE per guadagnare consenso, ha portato più volte la già fragile unione tra i Paesi del Vecchio Continente molto vicina al punto di rottura definitivo.Frenata dalla congenita lentezza dei meccanismi comunitari, la reazione iniziale a sostegno delle economie duramente colpite dalla pandemia era stata quantomeno timida: l’intervento fiscale era stato di fatto interamente delegato ai singoli Paesi e alle loro possibilità di spesa, temporaneamente affrancati dai vincoli di bilancio imposti dal Patto di Stabilità. E se le misure di emergenza di SURE, BEI e MES, ratificate ad aprile, avevano già dimostrato l’intenzione di fare di più, è solo a fine maggio con l’accordo tra Merkel e Macron sul Recovery Fund che il vero passo in avanti è stato compiuto. Un passo reso ufficiale dall’accordo raggiunto nella notte di martedì 21 luglio tra i 27 leader europei, dopo serrate negoziazioni andate avanti per oltre 4 giorni.Quella del pacchetto fiscale Next Generation EU non è la sola notizia positiva per l’Europa. I dati macroeconomici, infatti, continuano a mostrare un trend di deciso recupero: per il momento, lo scenario a V sembra quindi proseguire seguendo il percorso previsto, anche con qualche sorpresa in positivo negli indicatori economici. In Germania, l’attività dei servizi, il settore più pesantemente colpito dalla pandemia, è tornata addirittura al di sopra dei livelli pre-Covid e una dinamica simile si riscontra anche nelle altre economie della regione.In tal senso, è risultata determinante la rigidità con cui i Paesi europei hanno adottato le misure di distanziamento sociale nel tentativo di contenere i contagi. Osservando quanto sta succedendo negli USA, dove la gestione del virus è stata sinora disomogenea e alquanto inefficace, appare evidente come un approccio più morbido presenti delle controindicazioni pericolose: se da un lato, infatti, evitando il blocco totale dell’attività si riduce la profondità della recessione economica, dall’altro in questo modo la si prolunga per un tempo indefinito, con danni strutturali all’economia potenzialmente maggiori.Ma tornando all’accordo raggiunto in settimana sul Recovery Fund, questo, per quanto in parte modificativo rispetto alla proposta originale, rappresenta una duplice rivoluzione epocale per la struttura politica ed economica dell’UE.In primo luogo, sdogana l’utilizzo della politica fiscale comunitaria per fini congiunturali, volta quindi a rispondere al calo della domanda aggregata, un’ipotesi sempre vanificata in passato dall’opposizione della Germania che attribuiva alle politiche centrali un carattere esclusivamente strutturale. La stessa Germania che, nell’intesa raggiunta con la Francia a maggio, è diventata uno dei principali sponsor del nuovo corso dell’Unione.In secondo luogo, il pacchetto Next Generation EU vede per la prima volta la creazione di debito europeo: tale politica fiscale congiunturale, infatti, viene finanziata a debito, una scelta che porterà velocemente l’UE ad essere uno dei principali emittenti obbligazionari al mondo, con un fabbisogno stimato per i prossimi anni di circa 1’000 miliardi di euro (tale importo comprende anche le somme potenzialmente destinate al SURE, il programma contro la disoccupazione, a cui finora i singoli Stati non hanno ancora fatto ricorso).Questi due elementi, mai messi in discussione nel corso delle prolungate negoziazioni, rappresentano dei veri e propri punti di svolta per l’assetto comunitario, in grado di eclissare le modifiche al pacchetto di stimoli volute dai Paesi frugali.Il nuovo accordo, in particolare, ha svuotato le politiche comunitarie atte a creare beni pubblici europei, andando ad impinguare per compenso i trasferimenti agli Stati membri: le risorse destinate alla Recovery and Resilience Facility sono infatti aumentate da €560 miliardi a €672,5 miliardi, con gran parte dell’importo aggiuntivo rappresentato da prestiti a basso costo (i €672,5 miliardi sono così ripartiti secondo il nuovo schema: €360 miliardi di prestiti e €312,5 miliardi di sovvenzioni; nel complesso, per effetto del depotenziamento delle politiche pubbliche comunitarie, sui €750 miliardi totali la quota di sovvenzioni è scesa da €500 miliardi a €390 miliardi).Nella sua forma attuale, quindi, il piano ha perso in parte il carattere di accordo comunitario, per rientrare nello schema più tradizionale di un accordo intergovernativo, basato sul trasferimento di risorse agli Stati membri, ma restano di assoluta predominanza le due rivoluzioni strutturali suesposte.Con questo pacchetto, pari al 5% del PIL della regione, l’Europa si pone in vetta al mondo in termini di stimoli fiscali adottati per sostenere l’economia: considerando anche quanto fatto dai singoli Paese, si arriva infatti ad un poderoso 14% del PIL, superiore anche a quanto fatto sinora sull’altra sponda dell’Atlantico dagli Stati Uniti (tra il 12% e il 13% del PIL).Tra i principali beneficiari di questo stimolo massiccio c’è il nostro Paese: l’Italia riceverà risorse per circa €82 miliardi, che dovrà ripagare contribuendo pro-quota al bilancio comunitario a partire dal 2028 e per i successivi 30 anni fino al 2057, quindi con una lunghissima dilazione. Tale contributo, stabilito sulla base della quota del PIL della regione ascrivibile all’Italia, sarà pari a circa €52 miliardi, comportando quindi trasferimenti netti per €30 miliardi nell’arco di 3 anni, tra il 2021 e il 2023, pari circa allo 0,6% annuo. Trasferimenti che potrebbero aumentare ulteriormente qualora parte del pacchetto fiscale venisse finanziato tramite entrate proprie dell’UE, sotto forma di tasse legate ai beni ambientali e rivolte ai colossi digitali statunitensi e cinesi (“digital tax”), anche questa un’eventualità che darebbe il via ad un nuovo corso nelle finanze comunitarie.Il percorso resta, quindi, ancora alquanto lungo, ma le basi che sono state poste lasciano presagire un futuro nuovo per l’Europa, votato ad una sempre maggiore integrazione, uno scenario inimmaginabile fino a pochi mesi fa.

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Il vero nome del Recovery Fund è “Next Generation Eu”, cioè “Prossima generazione europea”

Posted by fidest press agency su domenica, 26 luglio 2020

E’ uno strumento economico, per far crescere il mercato interno, che ha una finalità politica: l’integrazione europea.
E’ un progetto che ha visto due attori principali, la Germania e la Francia che, nel secolo scorso, si sono affrontate sui campi di battaglia.Sessanta milioni di morti nel Mondo, tra la prima e le seconda guerra mondiale, dovrebbe far riflettere e indurre ad amare una pace che, in Europa, dura da 75 anni, dal 1945 al 2020.Il messaggio è chiaro: i nazionalismi, mascherati da sovranismi, portano allo scontro, alla guerra. Basterebbe rileggere qualche pagina di un libro di storia per rendersene conto e chi ne subisce le conseguenze, anche tragiche, è proprio il popolo cui i sovranisti fanno appello.Nel Mondo ci sono due potenze politiche, economiche e militari: gli Usa e la Cina. Muoversi da soli significa essere sottomessi, confrontarsi come Europa significa essere liberi.Di fronte a questo progetto per il futuro, si “stagliano” due inadeguatezze:
a) Luigi di Maio, che ha subito dichiarato “ora giù le tasse”, cosa che vogliamo tutti, ma nulla hanno a che vedere con il Recovery Fund. Si vede che sette anni di frequenza degli alti livelli istituzionali non è servito. Governare è altro.
b) Matteo Salvini, che ritiene il Recovery Fund una fregatura, adducendo motivazioni totalmente prive di fondamento, sollecitando, ancora una volta, paure che non hanno essenza ne ragionamento. Governare è altro.Meno male che l’Europa c’è. (Primo Mastrantoni, segretario Aduc)

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L’Europa che vorremmo e che non c’è e probabilmente non ci sarà

Posted by fidest press agency su giovedì, 23 luglio 2020

Se tralasciamo il discorso su ciò che i nostri padri pensavano sull’Europa da europei e ci limitiamo a considerare i fatti odierni dobbiamo renderci conto che dopo tanti sforzi unitari e le relative accelerazioni annettendo, senza farci molti scrupoli, paesi che non avevano ancora maturato l’idea dello stare insieme e le regole che avrebbero dovuto condividere e alla possibile perdita di parte della loro sovranità in tema di politica estera, di economia, di finanza, di giustizia, di certo la loro vocazione unitaria avrebbe mostrato non poche crepe. E il caso di questi giorni dell’Olanda e dei cosiddetti paesi “frugali”. E non solo.
E’ questo, a mio avviso, il tallone di Achille di una comunità che pensa ai propri confini, ai propri interessi in termini nazionali e non di certo sovranazionali. L’Europa sembra oggi insofferente al conto che la storia le presenta dopo decenni di colonialismo, post colonialismo e di governi fantoccio in paesi dove l’ordine di scuderia era quello di sfruttare, impoverire, immiserire in nome del profitto fine a se stesso. Eravamo tanto invasati alla ricerca diplomatica di un primato fra gli Imperi Europei che abbiamo saputo solo dar seguito naturale alle feluche dei propri ministri, diplomatici, accademici sostituendole con gli elmi del guerriero e scatenare guerre sanguinose e immani distruzioni. Ora che i tempi del guerreggiare in armi sono passati di moda un’altra cultura si è affermata affinando l’ingegno di taluni paesi europei verso un modo di pensare più ricercato per ottenere sempre e comunque lauti profitti a scapito degli altri partner. Il caso dell’Olanda insegna.
Questo doppio binario di politica interna ed internazionale messo in piedi da chi continua a sentirsi storicamente erede di un passato imperiale è destinato a far pagare un prezzo molto elevato a quelle nazioni in Europa e altrove che hanno subito il fascino del più forte e dei più egoisti e fanatici e non compreso l’insidia che nascondeva. Se questa è l’Europa che vogliamo abbiamo sbagliato alla grande perché non vi è dignità per i sudditi. E qui mi fermo.(Riccardo Alfonso direttore centri studi sociali e politici della Fidest)

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Sassoli: “Siamo preoccupati per la solidarietà europea e il metodo comunitario”

Posted by fidest press agency su lunedì, 20 luglio 2020

Dichiarazione del Presidente del Parlamento europeo sulla riunione in corso del Consiglio europeo.”Dopo giorni di discussioni, i cittadini europei si aspettano una conclusione all’altezza di questa fase storica. Siamo preoccupati per un futuro che mortifichi la solidarietà europea e il metodo comunitario. Il Parlamento europeo ha indicato le proprie priorità e si aspetta che vengano rispettate. Il Quadro finanziario pluriennale deve assicurare nel medio periodo la copertura adeguata delle principali sfide europee, come il Green Deal europeo, la digitalizzazione, la resilienza e la lotta alle disuguaglianze.Occorrono subito nuove risorse proprie e una efficace difesa dei principi dello stato di diritto. Inoltre, il Parlamento ha più volte chiesto la soppressione dei rebates. Senza queste condizioni il Parlamento non darà il proprio consenso. Il Covid-19 non si è esaurito e ci sono nuovi focolai in Europa. È più che mai necessario agire presto e con coraggio.” (n.r. I cittadini europei si rendono sempre più conto che esistono due Europe: quella nominale e quella reale. Quest’ultima è la più deteriore e corrosiva perché è subalterna ad interessi che negano la solidarietà, i valori fondanti e favoriscono gli arricchimenti illeciti come è il caso dell’Olanda che agevola le multinazionali a scapito delle mancate entrate fiscali degli altri partner europei e poi vi è un “odio strisciante” nei confronti di alcuni stati in specie l’Italia.)

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L’ipocrisia più grande è l’Europa dei “frugali”

Posted by fidest press agency su mercoledì, 15 luglio 2020

In questi giorni si ha l’impressione che l’Italia si stia trovando nella posizione di chi con il cappello in mano stia cercando d’ingraziarsi quella parte più cinica dell’Europa che eufemisticamente definiamo dei “frugali”. L’Enciclopedia Treccani ci spiega che la parola frugale si identifica con persone moderate e semplici nel mangiare e nel bere, e del vitto stesso. Se vado a confrontarle nella realtà mi accorgo che è di ben altra pasta è fatta quella gente. È la parte dell’Europa che nasconde un retrogusto amaro di risentimenti e di pregiudizi immotivati che non sa certo rispondere in maniera adeguata al risveglio delle coscienze, alla consapevolezza che stiamo portandoci verso una svolta epocale dove c’è maggiore spazio alle tecnologie, alla cultura e al sapere universale e molto meno agli interessi partigiani e all’imbarbarimento culturale.
Se poi andiamo a considerare la situazione a livello globale tutti nodi sembrano andare al pettine perché da una generazione all’altra non abbiamo fatto altro che incancrenire i conflitti invece di dirimerli e rischiamo ora una reazione a catena che tende a scatenarci addosso ogni genere di calamità.
Penso alla questione razziale negli Stati Uniti che sta seminando lutti tra i neri e i bianchi, al dramma esistenziale delle favelas del centro e del Sud America, all’integralismo di matrice islamista anti-occidentale, al conflitto permanente arabo-israeliano, ai tanti focolai di guerra africani che è per lo più lotta tra poveri avvelenata dai mercanti di armi e da antichi odi tribali, al risveglio del gigante russo dopo la débâcle seguita alla caduta del muro di Berlino e che ora cerca di ritrovare i suoi spazi vitali per una nuova leadership globale. In questa congerie di elementi destabilizzanti non sono secondi, di certo, paesi come la Cina e l’India che messi insieme raggiungono un terzo della popolazione mondiale e che possono diventare ben presto i nuovi astri nascenti che potranno esercitare una grande influenza nel resto del pianeta. E la Cina, in particolare, ne ha già tutti i presupposti con una sua politica espansiva dei commerci e delle produzioni industriali a buon mercato e nel detenere gran parte delle risorse finanziarie statunitensi.
E nel frattempo l’Europa che fa? Vuole diventare frugale? Vuole insegnarci la solidarietà in chiave frugale nel senso io sto bene e chi sta male si arrangi? È questo il modo di sentirsi europei? Con questa chiave di lettura è inutile girarci attorno. L’Europa non potrà mai essere unita. Lo ha già fatto escludendo la Russia ed ora mette con le spalle al muro una parte dei paesi che la compongono e che geograficamente si affacciano sul Mediterraneo. E’ davvero una bella impresa ma per carità di patria non chiamateli più “frugali” (Riccardo Alfonso)

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L’Italia è un problema per l’Europa?

Posted by fidest press agency su giovedì, 9 luglio 2020

By Enrico Cisnetto. Uno stridore assordante, che fa da rumore di fondo alle convulsioni della politica italiana. È quello che suscita il confronto tra la determinazione di Angela Merkel di far accadere in Europa qualcosa di storico durante il semestre Ue con guida a Berlino che è appena iniziato, ultima occasione per la cancelliera tedesca per lasciare un impronta da grande statista prima che il suo ciclo politico finisca, e la pochezza del governo italiano, che è impegnato più a schivare che ad affrontare e risolvere i giganteschi problemi che l’Italia ha di fronte, tanto da suscitare serie preoccupazioni circa la nostra affidabilità e tenuta, proprio mentre il pachidermico Vecchio Continente finalmente tenta, dopo anni di immobilismo, di imboccare la via dell’integrazione a tutto tondo.Roma da un lato tentenna sul Mes, quando è ormai chiaro che l’unica condizione per accedere a quelle risorse – oltre alla destinazione sanitaria, che ovviamente nessuno contesta – è politica, e attiene alla piena adesione al sentirsi pienamente partecipi dell’Europa, senza se e senza ma. Contemporaneamente poi non produce uno straccio di programma di riforme e investimenti strutturali che giustifichi l’arrivo di ingenti risorse provenienti dal Recovery Plan, di cui peraltro già ci lamentiamo, e non solo per i tempi dilatati su cui la critica è in buona misura fondata, ma soprattutto per il timore che in cambio di quei denari ci vengano dettati i compiti da fare a casa. Un atteggiamento che, oltre a giustificare la diffidenza dei paesi “italo-scettici”, ci impedisce di fare due cose fondamentali. La prima, appunto, di scriverci noi la lista delle cose da fare, anziché farcela imporre a forza. La seconda, di avanzare con credibilità proposte per far camminare il processo di integrazione europea.
Per esempio, l’ex ministro Corrado Passera ha lanciato dalle colonne del Financial Times l’idea, che mi trova convintamente concorde, di accompagnare la creazione di debito comunitario mutualizzato con la decisione di farlo spendere direttamente da Bruxelles. Il limite del Recovery, infatti, è proprio questo: non centralizza la spesa. Con due conseguenze negative: chi fin qui ha speso male (l’Italia) continuerà a farlo, innescando conflitti che sono letali per l’integrazione comunitaria; se si lascia la spesa ai singoli Stati non si creano tecnologie europee e imprese che siano campioni comunitari, il che ci rende deboli al cospetto di Usa, Cina e perfino Russia. Ecco perché la proposta di Passera andrebbe elaborata, anche affrontando i dubbi sollevati dal banchiere Fabrizio Viola, secondo il quale la convivenza tra una gestione federale europea e le economie nazionali dotate di sovranità sancite a livello costituzionale, sarebbe complicata non fosse altro perché rappresenterebbe un unicum nella storia. Per esempio, andrebbero codificate le modalità con cui allocare i nuovi investimenti a livello geografico, che comunque sarebbero obbligati ad interagire con quelli esistenti, valutando con attenzione gli impatti sull’occupazione, sulla distribuzione del reddito prodotto e sulle distanze tra i diversi livelli di produttività dei sistemi paese, che dovrebbero necessariamente diminuire se il meccanismo adottato si rivelasse virtuoso.
Insomma, l’Italia dovrebbe dire con chiarezza le seguenti cose: a) che aderisce al Mes e lo usa per dare una sistemata ad un servizio sanitario che nell’affrontare il Covid ha mostrato molti limiti anche laddove la narrazione lo voleva eccellente; b) che non intende proporre, sotto nessuna forma, alcuna mutualizzazione del debito esistente, onere che ciascun paese dovrà virtuosamente gestire con le proprie forze; c) che è favorevole al Recovery Fund per quanto possibile nella versione di nuovo debito comune, ma ritiene che non sia opportuno centralizzare la gestione del passivo senza un forte controllo della gestione dell’attivo, indicando le modalità per istituire a Bruxelles un soggetto istituzionale cui attribuire le capacità di spesa.
È ragionevole attendersi che una mossa del genere la faccia Giuseppe Conte e il suo tentennante governo? Francamente no. Da tempo ripetiamo in questa sede che sarebbe quanto mai opportuno un superamento di questa esperienza di governo e della maggioranza che lo sorregge, attraverso il sottrarsi da parte del Pd – e non solo per ragioni patriottiche, ma per tornaconto elettorale – alla innaturale sottomissione ai 5stelle. Ora, il dispiegarsi della vicenda europea, prima ancora che l’appuntamento con un’economia che in autunno farà esplodere tutte le sue criticità strutturali, già preesistenti al Covid e che la pandemia ha moltiplicato d’intensità, rompendo il velo di ipocrisia che le circondava, suggerisce di accelerare questo processo di cambiamento del quadro politico.In quale direzione? Molti lettori mi hanno scritto dicendosi preoccupati di questa asserzione, in mancanza di un’alternativa. Capisco, anche se non condivido, la logica del “meglio un cattivo governo che nessun governo”. E mi rendo conto che realizzare una diversa maggioranza in questo Parlamento, ancorché tecnicamente possibile, risulti politicamente complicato, non fosse altro per le contraddizioni di Berlusconi, che non si decide non solo e non tanto a rompere con Salvini, quanto a fare da sponda ad un cambiamento degli equilibri dentro la Lega, e quelle del Pd, che è attraversato da un borbottio interno che da un lato fatica a tradursi in pensiero politico e strategia, e dall’altro a venire alla luce del sole anziché rimanere nascosto sotto il pelo dell’acqua.Come ho detto più volte, sarebbe auspicabile che Pd e Forza Italia si parlassero apertamente – cosa che la mezza riabilitazione in atto del Berlusconi vessato dalla magistratura renderebbe possibile – creando le condizioni politiche per indurre tanto una spaccatura dei 5stelle quanto un cortocircuito di reazioni dentro la Lega e forse anche nel partito della Meloni, dove una personalità forte come Guido Crosetto non avrebbe problemi a sedersi al tavolo con Berlusconi e Zingaretti (o chi per lui). Ma in mancanza di questa condizione, e senza che dal Quirinale arrivino segnali di un’intenzione di prendere atto che “l’Italia è una democrazia parlamentare a guida presidenziale” – come suggerisce con efficacia il politologo Alessandro Campi – traendone tutte le relative conseguenze in termini di creazione delle condizioni per una soluzione di “emergenza nazionale”, non restano che le elezioni.Non mi fa velo il fatto che “andare a votare” sia il chiodo fisso di Salvini, né coltivo la preoccupazione di un risultato già scontato a favore del centro-destra, vuoi perché, come ho già spiegato più volte, quella coalizione non esiste più e gli italiani sapranno distinguere tra un centro che si allea con la destra (vecchio schema) e una destra a due teste che raccatta quel che resta del voto moderato dato a Forza Italia per costruire una maggioranza in Parlamento, visto che gli esiti delle due circostanze sarebbero significativamente diversi, e vuoi perché il clima nel Paese è profondamente mutato e non credo che i sondaggi recenti ci rendano un quadro ben fuoco della realtà. L’Italia che si è sfogata nel 2018 attraverso il voto di protesta è la stessa che ha preso paura del Covid e delle sue conseguenze economiche, e ora desidera sopra ogni cosa la governabilità e sente il disperato bisogno di essere rassicurata con decisioni coraggiose.Insomma, non ho la sfera di cristallo e molto conterà quanto accadrà da oggi al giorno delle elezioni, quale esso sia. Ma delle elezioni non bisogna avere paura, quanto invece prepararsi ad esse adeguatamente. In tre modi. Il primo lo andiamo ripetendo da tempo: occorre dar vita al “partito che non c’è”, secondo lo schema suggerito da Alessandro Barbano nel suo bel libro “La visione. Una proposta politica per cambiare l’Italia” (Mondadori) di cui ho parlato nel primo di una serie di speciali di War Room che vi terranno compagnia per tutta l’estate (https://youtu.be/VeNJph_auqc.): unire le culture liberale, socialista e popolare, che singolarmente intese non sono più in grado di dare risposte ai problemi complessi del nostro tempo, per affermare un riformismo non ideologico che sia capace di sanare la frattura che si è creata fra libertà e responsabilità, tra la complessità del reale e la sua rappresentazione banalizzata da un certo populismo politico e mediatico. Ne parleremo ancora, sempre partendo dal presupposto che prima vengono le idee e poi le leadership, non viceversa.Il secondo modo per preparare il terreno alle elezioni, è quello di arrivarci con una legge elettorale che da un lato consenta il massimo della rappresentanza delle diversità, e quindi proporzionale, e dall’altro che preveda i dovuti correttivi per assicurare la governabilità: soglia di sbarramento (tra il 3% e il 5%) e sfiducia costruttiva. Come si vede è il sistema tedesco, che da sempre io considero quello meglio riuscito e più adatto all’Italia. Basterebbe copiarlo, senza inventarsi correttivi all’italiana. Oggi le condizioni politiche per avere una maggioranza che voti una proposta del genere, che per meglio riuscire non dovrebbe venire dal Governo ma nascere in Parlamento, ci sono tutte. Basterebbe un po’ di coraggio e determinazione.In fine, il terzo modo per preparare il terreno alle elezioni è andare in massa a votare NO al referendum confermativo (dunque privo di quorum, vince chi ha un voto di più dell’altro) della legge che prevede il taglio di 345 tra deputati e senatori, per il quale si andrà alle urne il 20 e il 21 settembre, in una sorta di election day che accorpa anche le elezioni amministrative e regionali. Votare contro questo “taglio delle poltrone”, come viene demagogicamente definito dai suoi promotori – tutta gente che in questo momento ha più che mai attaccato il proprio fondoschiena allo scranno parlamentare su cui siedono – ha due ragioni politiche fondamentali che tagliano la testa a tutte le altre valutazioni: a) battere le forze populiste sul loro terreno e su un loro cavallo di battaglia, come premessa per batterle alle elezioni politiche; b) respingere quello che Massimo Cacciari ha definito “passo dopo passo l’attacco che viene portato avanti al ruolo delle assemblee rappresentative” mascherato dalla “più ignobile ipocrisia” che mischia il riflesso condizionato anti-casta e il risparmio derivante da minori esborsi per gli stipendi ai parlamentari. Trattato da “ente inutile” ormai da tempo, il Parlamento – che mai come durante il lockdown pandemico è stato vilipeso ed esautorato da ogni funzione – verrebbe così ulteriormente degradato a certificatore formale della volontà dell’esecutivo (o, peggio, del presidente del Consiglio, come si è visto con i Dpcm). Certo, non sfugge a Cacciari e neppure a me, che questo attacco alla democrazia parlamentare attecchisce in quanto le assemblee, e i loro regolamenti, non funzionano. Ma non è certo riducendo il numero degli eletti, e per di più con questo tipo di motivazioni, che si migliora la qualità della democrazia.
Tutti gli osservatori sembrano convinti che la maggioranza dei votanti al referendum sia già orientata ad approvare il taglio dei parlamentari. Questo è per me un motivo di speranza in più: anche nel giugno 1985 tutti davano per scontato l’esito opposto a quello che poi fu nel referendum sulla scala mobile, potrebbe succedere anche questa volta. Ma se dovessero prevalere i SI, deve essere chiaro che nuove elezioni politiche non sarebbero possibili sia prima che una nuova legge elettorale ridisegni i collegi elettorali per tenere conto del cambiamento del numero degli eletti, sia senza modifiche costituzionali riguardanti il superamento della base regionale per l’elezione dei senatori a favore di una base circoscrizionale e la riduzione da tre a due dei delegati regionali che partecipano di diritto alle elezioni del Presidente della Repubblica. Passaggi complessi e non brevi, che finirebbero per agganciarsi temporalmente al semestre bianco del presidente della Repubblica, che scatterà tra un anno esatto, a fine luglio 2021, impedendo lo scioglimento delle camere. Motivo in più per Pd e Leu per tornare al loro iniziale orientamento, quando votarono contro quella norma populista, e abbandonare la posizione filo grillina assunta obtorto collo pur di entrare nel Conte 2.Se invece prevarrà il desiderio di usare il voto referendario come “assicurazione sulla vita” per l’attuale Parlamento, e soprattutto se gli italiani si lasceranno ingannare, immaginando di dare un voto per semplificare e risparmiare mentre in realtà darebbero un colpo mortale alla nostra democrazia rappresentativa, allora non potranno essere le elezioni la via di fuga dall’attuale situazione politica. In questo caso, salvo un miracolo di Mattarella, scordiamoci le misure coraggiose che la drammaticità della situazione richiede e soprattutto richiederà in autunno. (fonte: http://www.terzarepubblica.it)

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Von der Leyen: per l’Europa fare le cose giuste insieme e con un solo grande cuore

Posted by fidest press agency su mercoledì, 8 luglio 2020

La Presidente della Commissione Europea risponde alla lettera con la quale New Humanity e il Movimento Politico per l’Unità, espressioni civile e politica del Movimento dei Focolari, domandano ai rappresentanti politici europei di stringere un “patto di fraternità” che li impegni a considerarsi membri della patria europea come di quella nazionale, trovando insieme le soluzioni che ancora si frappongono all’unità europea.“Per raggiungere gli obiettivi dei padri e delle madri che fondarono una vera alleanza in cui la fiducia reciproca diventa forza comune, dobbiamo fare le cose giuste insieme e con un solo grande cuore, non con 27 piccoli cuori”. Così Ursula Von der Leyen, Presidente della Commissione Europea, in una lettera a New Humanity, ONG internazionale e al Movimento Politico per l’Unità (MPPU) dei Focolari.I responsabili della ONG New Humanity e della sua sezione politica MPPU, componenti civile e politica del Movimento dei Focolari, avevano infatti scritto alla Presidente della Commissione Europea per incoraggiare il lavoro comune per affrontare l’impatto della pandemia COVID-19 e per garantire il supporto di idee e progettualità anche nella fase della costruzione della Conferenza sul futuro dell’Europa: “L’unità politica, economica, sociale e culturale dell’Unione Europea sarà la risposta storica e geo-politica globale all’altezza della sfida possente della pandemia del 2020”.Ursula Von der Leyen, Presidente della Commissione Europea dal 1 dicembre 2019, ha sottolineato nella risposta come l’Unione Europea abbia garantito la più grande risposta mai data a una situazione di crisi e di emergenza nell’Unione, con la mobilitazione di 3.4 miliardi di miliardi di euro circa.
La Presidente ha anche affermato che “l’attuale cambiamento del contesto geopolitico offre all’Europa l’opportunità di rafforzare il suo ruolo unico di leadership globale responsabile” il cui successo “dipenderà dall’adattarsi in questa epoca di disgregazione rapida e di sfide crescenti, al mutare della situazione, rimanendo però fedele ai valori e agli interessi dell’Europa”.
L’Europa, infatti, sottolinea nella lettera la Presidente, “è il principale erogatore di aiuti pubblici allo sviluppo, con 75,2 miliardi di euro nel 2019. Nella sua risposta globale alla lotta contro la pandemia, l’Unione Europea si è impegnata a garantire anche un sostegno finanziario ai Paesi partner per un importo superiore a euro 15,6 miliardi, a disposizione per l’azione esterna. Ciò include 3,25 miliardi di euro verso l’Africa. L’UE sosterrà anche l’Asia e il Pacifico con 1,22 miliardi di euro, 918 milioni di euro a sostegno di America Latina e Caraibi e 111 milioni di euro a sostegno dei paesi d’oltremare”. Inoltre, prosegue la Presidente della Commissione UE, “l’Unione Europea e i suoi partner hanno lanciato il Coronavirus Global Response, che registra finora impegni per 9.8 miliardi di euro da donatori in tutto il mondo, con l’obiettivo di aumentare ulteriormente il finanziamento per lo sviluppo della ricerca, diagnosi, trattamenti e vaccini contro il Coronavirus”.
La lettera della Presidente Ursula Von der Leyen si conclude con l’invito ad una collaborazione stretta fra i paesi dell’Unione Europea: “Dobbiamo sostenerci in questi tempi difficili e poter contare gli uni sugli altri per far fronte al nostro nemico invisibile”.

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Le sfide demografiche dell’Europa necessitano soluzioni locali

Posted by fidest press agency su mercoledì, 8 luglio 2020

In un dibattito con Dubravka Šuica, vicepresidente della Commissione europea per la Democrazia e la demografia, i leader locali e regionali europei hanno esortato le istituzioni dell’UE a lavorare a stretto contatto con gli enti locali per contrastare le conseguenze territoriali e socioeconomiche dei cambiamenti demografici. Dato che la popolazione è in calo in oltre il 40 % delle regioni dell’UE, il Comitato europeo delle regioni chiede di integrare la dimensione demografica in tutte le politiche dell’UE e nel dibattito sul futuro dell’Europa.Nella relazione sull’impatto dei cambiamenti demografici , recentemente pubblicata, la Commissione europea riconosce che le questioni legate ai cambiamenti demografici “possono spesso essere affrontate al meglio a livello locale e regionale”. La relazione sottolinea inoltre lo stretto legame esistente tra i cambiamenti demografici e la transizione verde e digitale, e afferma che i cambiamenti demografici possono “portare a perdere la fiducia nella nostra democrazia” nelle regioni che sono alle prese con il declino demografico. A lungo termine, il calo della popolazione in età lavorativa rischia di esercitare forte pressione sui bilanci pubblici e di avere un impatto negativo sulle prospettive geopolitiche e sulla posizione dell’Europa nel mondo.Il Comitato europeo delle regioni presenterà, nella prossima sessione plenaria di ottobre, le sue proposte per affrontare gli effetti negativi dei cambiamenti demografici nelle regioni dell’UE. Il parere in via di elaborazione sottolinea che l’invecchiamento della popolazione europea, i bassi tassi di natalità e la sempre maggiore disomogeneità nella distribuzione demografica richiedono una risposta strategica coerente a tutti i livelli di governo e in tutte le politiche dell’UE. Insiste in particolare sul collegamento tra i cambiamenti demografici e il miglioramento generale delle condizioni di vita.
Le gravi sfide demografiche per l’Unione europea si manifestano in molti territori europei attraverso una combinazione di tre tendenze: la diminuzione della popolazione, l’invecchiamento demografico (con un aumento dell’indice di dipendenza) e un ridotto tasso di natalità. Oltre il 40 % delle regioni europee registra un declino demografico e, secondo le previsioni, la popolazione delle regioni prevalentemente rurali diminuirà di 7,9 milioni entro il 2050. Allo stesso tempo, la popolazione dell’UE è in media la più anziana, e si prevede che entro il 2070 l’Europa rappresenterà appena il 4 % della popolazione mondiale. Anche la quota dell’Europa nel PIL mondiale è in costante diminuzione.Nella sua risoluzione sul programma di lavoro della Commissione europea per il 2021 , il Comitato europeo delle regioni invita la Commissione europea a presentare una valutazione scientifica dell’impatto della Covid-19 sui cambiamenti demografici e a garantire che in futuro le decisioni prese siano concepite in modo da tener conto delle esigenze e delle specificità locali. Il Comitato sottolinea altresì il ruolo che svolgono un’istruzione e una formazione accessibili e di alta qualità nella risposta ai cambiamenti demografici e alla fuga dei cervelli e, a tal riguardo, sostiene la realizzazione di uno spazio europeo dell’istruzione entro il 2025, in stretta sinergia con lo Spazio europeo della ricerca.

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Portare l’Europa sul territorio, più vicina alle persone

Posted by fidest press agency su lunedì, 6 luglio 2020

La Commissione europea pubblica oggi un bando per selezionare la nuova generazione di centri EUROPE DIRECT per il periodo dal 1° maggio 2021 al 31 dicembre 2025. Scopo dei centri EUROPE DIRECT è rendere l’Europa accessibile a tutti a livello regionale e locale e coinvolgere il pubblico nel dibattito sull’UE, sulle sue politiche e priorità e sul suo futuro.
I centri EUROPE DIRECT forniscono informazioni sull’UE e organizzano attività destinate a coinvolgere le persone, come ad esempio i dialoghi con i cittadini, stabiliscono relazioni con i media e altri partner locali e aiutano le istituzioni dell’UE a comprendere meglio i temi sensibili, le preoccupazioni e le percezioni dell’opinione pubblica nelle aree geografiche di competenza.

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L’economia italiana sorvegliata speciale: Dibattito alla stranieri con Carlo Cottarelli

Posted by fidest press agency su venerdì, 3 luglio 2020

Perugia. I grandi temi dell’economia italiana e internazionale sono stati discussi ieri all’Università per Stranieri di Perugia con un’ospite d’eccezione, Carlo Cottarelli, economista di profilo internazionale, noto al pubblico italiano per le sue spiccate doti di divulgazione e dinamismo intellettuale, che ne fanno un indiscusso protagonista del dibattito pubblico italiano in questo ed in altri cruciali ambiti. L’incontro si è tenuto in occasione della presentazione del nuovo corso di laurea Studi internazionali per la sostenibilità e la sicurezza sociale, che viene accompagnata in questo primo scorcio di luglio da tre dibattitti di con altrettanti protagonismi culturali del paese: Enrico Letta oggi, l’architetto Stefano Boeri il 6 luglio e quello appunto con Cottarelli, che ha dialogato nel pomeriggio di ieri con Filippo Sbrana, docente di Economia Politica presso l’Ateneo.
La prima parte dell’incontro ha messo a fuoco la crisi economica innescata dal Covid19: il Fondo Monetario Internazionale prevede una contrazione del PIL globale del 5 per cento e di quello dell’Eurozona del 10 per cento nel corso del 2020.
L’economista si è detto favorevole all’utilizzo del MES da parte dell’Italia, per le opportune condizioni e la mancanza di condizionalità. Sulla forte crescita del debito pubblico (si ipotizza un aumento fino al 160 per cento del PIL) Cottarelli ha poi rassicurato riguardo alla sua sostenibilità. Sia per l’alta quota di debito detenuta dalla BCE – che ne garantisce la stabilità e nei fatti non ha costi per lo Stato (perché gli interessi pagati vengono restituiti attraverso la Banca d’Italia l’anno successivo), sia per il basso livello di inflazione, che favorirà il mantenimento delle politiche espansive attuate dalla BCE.
Filippo Sbrana ha poi proposto all’economista riflessioni e domande su diversi temi connessi al nuovo corso di laurea, dalla difesa dell’ambiente alla lotta alla povertà, ricevendo da Cottarelli idee e spunti che saranno di grande utilità a docenti e studenti del nuovo corso, così come a tutti i cittadini. Il dibattito ha inoltre spaziato da Greta Thumberg al nuovo ruolo dello Stato in economia, dall’esigenza di redistribuire le ricchezze alle fake news in campo economico, dai giovani nella società italiana alla Laudato sì di Papa Francesco. In conclusione Cottarelli ha sottolineato l’importanza del ruolo dell’Università per il rilancio del Paese, auspicando maggiori investimenti da parte dello Stato, e non ha mancato di esprimere un sentito augurio ai giovani che sceglieranno il nuovo corso di laurea in Studi Internazionali per la Sostenibilità e la Sicurezza Sociale. L’incontro è ora disponibile in streaming sul sito dell’Università a questo link
https://www.unistrapg.it/it/l-economia-italiana-fra-la-crisi-del-covid-19-e-le-sfide-dello-sviluppo-sostenibile

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Dopo il franco cfa: sfida per l’Africa e l’Europa

Posted by fidest press agency su martedì, 30 giugno 2020

Di Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e Paolo Raimondi economista Il franco cfa, la moneta in vigore nell’Unione economica e monetaria dell’Africa occidentale (Uemoa), composta da 8 Paesi, quali Benin, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Guinea-Bissau, Mali, Niger, Senegal e Togo, ha terminato il suo ruolo. Dovrebbe essere rimpiazzato da una nuova moneta, l’Eco. Dopo un lungo negoziato, anche il governo francese ha accettato la riforma. Il franco cfa era nato nel 1945, lo stesso giorno in cui la Francia firmava gli accordi di Bretton Woods. Il ‘franc des colonies françaises d’Afrique’ (franco delle colonie francesi d’Africa, franc cfa) negli anni ’60 era diventato il ‘franco della comunità finanziaria africana’.Tra l’altro, la riforma stabilisce che la Banca centrale degli Stati dell’Africa occidentale (Bceao) d’ora in poi non dovrà più depositare la metà delle sue riserve di cambio presso la Banque de France. Dopo sessant’anni dalla realizzazione dell’indipendenza delle ex colonie francesi, tale obbligo era umiliante e insostenibile. La Francia, inoltre, non farà più parte degli organismi africani di governance finanziaria. Anche i 6 Paesi dell’Africa centrale Cemac (Camerun, Ciad, Gabon, Guinea Equatoriale, Repubblica Centrafricana, Repubblica del Congo) stanno muovendosi nelle stessa direzione. Una volta raggiunto l’accordo con Parigi, dovrebbero lasciare il franco cfa per una nuova moneta che vorrebbero chiamare Afrik. Il sistema del franco cfa si basa su quattro principi: il cambio fisso con il franco e poi con l’euro, la libertà di movimento dei capitali verso la Francia; la convertibilità dei franchi cfa soltanto con l’euro (per cui qualsiasi pagamento verso l’estero deve passare attraverso Parigi); la centralizzazione delle riserve valutarie presso la Banca centrale francese. Inoltre, le riserve d’oro dei paesi africani erano tenute a Parigi e, di fatto, contabilizzate come francesi. La Banque de France, infatti, poteva e può anche decidere la quantità di moneta stampata messa a disposizioni di ciascun paese. Finora i vantaggi per Parigi sono stati enormi e innumerevoli. Ad esempio, la libertà di movimento di capitali ha permesso un impressionante drenaggio di risorse attraverso lo spostamento verso l’estero dei profitti delle multinazionali impegnate in Africa, soprattutto nello sfruttamento delle materie prime e delle miniere. Mentre il dollaro ha esteso dal dopoguerra la sua egemonia sui commerci e sulle finanze mondiali, la Francia è stata l’unica nazione a mantenere un forte controllo sulle sue ex colonie. Infatti, la concessione dell’indipendenza negli anni sessanta è sempre stata accompagnata da accordi bilaterali decennali ed esclusivi con i vari Paesi africani garantendosi un conveniente sfruttamento del territorio, delle materie prime, di quelle energetiche, tra cui l’uranio, e il controllo della loro politica monetaria. Gli effetti conseguentemente si sono riverberati anche in tutti gli altri settori, come la difesa, la politica estera, il commercio, l’istruzione, la giustizia, ecc. In passato, i governanti africani, come Sankara del Burkina Faso, che si sono permessi di sfidare il dominio francese, dopo l’indipendenza, non sono durati a lungo.Vari studi dimostrano che la dipendenza dalla Francia e la parità fissa con una moneta forte come l’euro hanno comportato una debolezza economica per tutti i paesi delle aree del franco cfa. Negli ultimi 20 anni questi ultimi hanno registrato una crescita del pil pari all’1,5% annuo mentre la media degli altri paesi dell’Africa sub sahariana è stata del 2,5%. Se l’aggancio all’euro ha garantito una certa stabilità monetaria, per l’altro verso le produzioni locali, sia nel campo agricolo sia in quello estrattivo, hanno subito decenni di mancanza di competitività. In merito, si ricordi che la svalutazione del franco cfa nel 1994 fu accompagnata da violente proteste e moti popolari poiché tutti i prodotti importati subirono un repentino aumento di prezzo. Necessariamente vi sarà una fase transitoria per tutti e due i gruppi di paesi. La costruzione di un loro percorso economico e monetario virtuoso, oggettivamente, non sarà facile. Sarà indubbiamente una grande sfida di ordine politico, economico e morale soprattutto per l’Unione europea. Come cambierà il suo rapporto nei confronti dell’Africa sub sahariana? Se dovesse irresponsabilmente disinteressarsi a ciò che accade in Africa, inevitabilmente il vuoto sarà riempito dalla Cina e dallo yuan e forse anche dagli Usa e dal dollaro. Il continente diventerebbe una zona di scontro e di “guerre per procura”, come accaduto in passato.Alcuni economisti africani propongono di ancorare la nuova moneta africana a un paniere delle principali valute mondiali, che includa, tra l’altro, l’euro, il dollaro e lo yuan. Attualmente l’unico paniere di monete esistente è rappresentato dai diritti speciali di prelievo del Fondo monetario internazionale. Essi, però, non possono essere la soluzione realistica perché significherebbe sottomettersi ad una istituzione internazionale che per decenni ha pesantemente penalizzato i paesi dell’Africa e quelli in via di sviluppo con le sue politiche di “condizionalità” e di austerità. Invece, la proposta africana potrebbe diventare uno stimolo forte per la creazione di un nuovo sistema monetario internazionale basato su un paniere di monete importanti. In merito si ricordi che l’anno scorso, in Mali, tutti i governi dell’Unione africana avevano sottoscritto l’accordo per la creazione di un mercato comune africano di libero scambio, sollecitando la riforma del sistema monetario internazionale. Il tema è da tempo sul tappeto. Purtroppo, finora le fibrillazioni geopolitiche mondiali ne impediscono un suo approfondimento e la dovuta soluzione.

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Guarire l’Europa di Laura Sullivan

Posted by fidest press agency su martedì, 30 giugno 2020

Lunedì stavo ascoltando la radio quando queste parole mi hanno colpita: “Il nostro paese è come una casa molto vecchia. Amo le case molto vecchie. Ma tali case necessitano di molto lavoro. Un lavoro che non finisce mai. Per questa nazione è la stessa cosa. Magari non vorresti andare nello scantinato per mettere un po’ di ordine, però se non vai a darci un’occhiata, lo fai a tuo rischio e pericolo.” A pronunciare tali parole è stata la giornalista americana Isabel Wilkerson, che stava parlando di come comprendere la storia (in questo caso facendo riferimento alla schiavitù) ci aiuta a dare un senso al presente (il razzismo e le violenze della polizia). Mi sono ritrovata a chiedermi:cosa c’è “nello scantinato dell’Europa?” Andiamo mai là sotto?Ci sono diversi tipi di storie: quelle che esistono a livello locale, quelle nazionali e quelle condivise al livello europeo. Si può dire che le due guerre mondiali iniziate sul continente e la nostra storia coloniale fanno parte della storia europea. Nonostante alcuni paesi europei abbiano compiuto qualche sforzo per confrontarsi con il vissuto delle guerre, è difficile trovare esempi di adeguate riflessioni sul nostro passato coloniale.Dopo l’omicidio di George Floyd, per la prima volta da molto tempo, ci ritroviamo costretti ad affrontare gli aspetti peggiori delle nostre storie, dei nostri passati, delle nostre identità nazionali. Negli Stati Uniti, i simboli riconducibili alla parte più buia della storia del paese vengono rimossi dai luoghi pubblici, e lo stesso sta accadendo in Europa, soprattutto quelli che fanno riferimento alla nostra storia coloniale.Pensiamo, per esempio, al Belgio: quando sono arrivata qui, nel 2001, non riuscivo a credere che re Leopoldo II, l’uomo che aveva organizzato l’omicidio e la mutilazione di milioni di congolesi, fosse ancora celebrato attraverso numerose statue sparse in tutto il paese. Ora che ci ritroviamo faccia a faccia con il nostro passato, una delle conseguenze più immediate è proprio la messa in discussione dell’esistenza di questo genere di statue in Belgio, in Italia, nel Regno Unito e altrove. Avventurandoci tra le ragnatele dello scantinato e confrontandoci con quello che c’è lì sotto, stiamo dando alla nostra società l’opportunità di guarire, e siamo anche più onesti con noi stessi.
(Laura Sullivan – WeMove Europe)

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