Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 250

Posts Tagged ‘europa’

Portare l’Europa sul territorio, più vicina alle persone

Posted by fidest press agency su lunedì, 6 luglio 2020

La Commissione europea pubblica oggi un bando per selezionare la nuova generazione di centri EUROPE DIRECT per il periodo dal 1° maggio 2021 al 31 dicembre 2025. Scopo dei centri EUROPE DIRECT è rendere l’Europa accessibile a tutti a livello regionale e locale e coinvolgere il pubblico nel dibattito sull’UE, sulle sue politiche e priorità e sul suo futuro.
I centri EUROPE DIRECT forniscono informazioni sull’UE e organizzano attività destinate a coinvolgere le persone, come ad esempio i dialoghi con i cittadini, stabiliscono relazioni con i media e altri partner locali e aiutano le istituzioni dell’UE a comprendere meglio i temi sensibili, le preoccupazioni e le percezioni dell’opinione pubblica nelle aree geografiche di competenza.

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L’economia italiana sorvegliata speciale: Dibattito alla stranieri con Carlo Cottarelli

Posted by fidest press agency su venerdì, 3 luglio 2020

Perugia. I grandi temi dell’economia italiana e internazionale sono stati discussi ieri all’Università per Stranieri di Perugia con un’ospite d’eccezione, Carlo Cottarelli, economista di profilo internazionale, noto al pubblico italiano per le sue spiccate doti di divulgazione e dinamismo intellettuale, che ne fanno un indiscusso protagonista del dibattito pubblico italiano in questo ed in altri cruciali ambiti. L’incontro si è tenuto in occasione della presentazione del nuovo corso di laurea Studi internazionali per la sostenibilità e la sicurezza sociale, che viene accompagnata in questo primo scorcio di luglio da tre dibattitti di con altrettanti protagonismi culturali del paese: Enrico Letta oggi, l’architetto Stefano Boeri il 6 luglio e quello appunto con Cottarelli, che ha dialogato nel pomeriggio di ieri con Filippo Sbrana, docente di Economia Politica presso l’Ateneo.
La prima parte dell’incontro ha messo a fuoco la crisi economica innescata dal Covid19: il Fondo Monetario Internazionale prevede una contrazione del PIL globale del 5 per cento e di quello dell’Eurozona del 10 per cento nel corso del 2020.
L’economista si è detto favorevole all’utilizzo del MES da parte dell’Italia, per le opportune condizioni e la mancanza di condizionalità. Sulla forte crescita del debito pubblico (si ipotizza un aumento fino al 160 per cento del PIL) Cottarelli ha poi rassicurato riguardo alla sua sostenibilità. Sia per l’alta quota di debito detenuta dalla BCE – che ne garantisce la stabilità e nei fatti non ha costi per lo Stato (perché gli interessi pagati vengono restituiti attraverso la Banca d’Italia l’anno successivo), sia per il basso livello di inflazione, che favorirà il mantenimento delle politiche espansive attuate dalla BCE.
Filippo Sbrana ha poi proposto all’economista riflessioni e domande su diversi temi connessi al nuovo corso di laurea, dalla difesa dell’ambiente alla lotta alla povertà, ricevendo da Cottarelli idee e spunti che saranno di grande utilità a docenti e studenti del nuovo corso, così come a tutti i cittadini. Il dibattito ha inoltre spaziato da Greta Thumberg al nuovo ruolo dello Stato in economia, dall’esigenza di redistribuire le ricchezze alle fake news in campo economico, dai giovani nella società italiana alla Laudato sì di Papa Francesco. In conclusione Cottarelli ha sottolineato l’importanza del ruolo dell’Università per il rilancio del Paese, auspicando maggiori investimenti da parte dello Stato, e non ha mancato di esprimere un sentito augurio ai giovani che sceglieranno il nuovo corso di laurea in Studi Internazionali per la Sostenibilità e la Sicurezza Sociale. L’incontro è ora disponibile in streaming sul sito dell’Università a questo link
https://www.unistrapg.it/it/l-economia-italiana-fra-la-crisi-del-covid-19-e-le-sfide-dello-sviluppo-sostenibile

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Dopo il franco cfa: sfida per l’Africa e l’Europa

Posted by fidest press agency su martedì, 30 giugno 2020

Di Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e Paolo Raimondi economista Il franco cfa, la moneta in vigore nell’Unione economica e monetaria dell’Africa occidentale (Uemoa), composta da 8 Paesi, quali Benin, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Guinea-Bissau, Mali, Niger, Senegal e Togo, ha terminato il suo ruolo. Dovrebbe essere rimpiazzato da una nuova moneta, l’Eco. Dopo un lungo negoziato, anche il governo francese ha accettato la riforma. Il franco cfa era nato nel 1945, lo stesso giorno in cui la Francia firmava gli accordi di Bretton Woods. Il ‘franc des colonies françaises d’Afrique’ (franco delle colonie francesi d’Africa, franc cfa) negli anni ’60 era diventato il ‘franco della comunità finanziaria africana’.Tra l’altro, la riforma stabilisce che la Banca centrale degli Stati dell’Africa occidentale (Bceao) d’ora in poi non dovrà più depositare la metà delle sue riserve di cambio presso la Banque de France. Dopo sessant’anni dalla realizzazione dell’indipendenza delle ex colonie francesi, tale obbligo era umiliante e insostenibile. La Francia, inoltre, non farà più parte degli organismi africani di governance finanziaria. Anche i 6 Paesi dell’Africa centrale Cemac (Camerun, Ciad, Gabon, Guinea Equatoriale, Repubblica Centrafricana, Repubblica del Congo) stanno muovendosi nelle stessa direzione. Una volta raggiunto l’accordo con Parigi, dovrebbero lasciare il franco cfa per una nuova moneta che vorrebbero chiamare Afrik. Il sistema del franco cfa si basa su quattro principi: il cambio fisso con il franco e poi con l’euro, la libertà di movimento dei capitali verso la Francia; la convertibilità dei franchi cfa soltanto con l’euro (per cui qualsiasi pagamento verso l’estero deve passare attraverso Parigi); la centralizzazione delle riserve valutarie presso la Banca centrale francese. Inoltre, le riserve d’oro dei paesi africani erano tenute a Parigi e, di fatto, contabilizzate come francesi. La Banque de France, infatti, poteva e può anche decidere la quantità di moneta stampata messa a disposizioni di ciascun paese. Finora i vantaggi per Parigi sono stati enormi e innumerevoli. Ad esempio, la libertà di movimento di capitali ha permesso un impressionante drenaggio di risorse attraverso lo spostamento verso l’estero dei profitti delle multinazionali impegnate in Africa, soprattutto nello sfruttamento delle materie prime e delle miniere. Mentre il dollaro ha esteso dal dopoguerra la sua egemonia sui commerci e sulle finanze mondiali, la Francia è stata l’unica nazione a mantenere un forte controllo sulle sue ex colonie. Infatti, la concessione dell’indipendenza negli anni sessanta è sempre stata accompagnata da accordi bilaterali decennali ed esclusivi con i vari Paesi africani garantendosi un conveniente sfruttamento del territorio, delle materie prime, di quelle energetiche, tra cui l’uranio, e il controllo della loro politica monetaria. Gli effetti conseguentemente si sono riverberati anche in tutti gli altri settori, come la difesa, la politica estera, il commercio, l’istruzione, la giustizia, ecc. In passato, i governanti africani, come Sankara del Burkina Faso, che si sono permessi di sfidare il dominio francese, dopo l’indipendenza, non sono durati a lungo.Vari studi dimostrano che la dipendenza dalla Francia e la parità fissa con una moneta forte come l’euro hanno comportato una debolezza economica per tutti i paesi delle aree del franco cfa. Negli ultimi 20 anni questi ultimi hanno registrato una crescita del pil pari all’1,5% annuo mentre la media degli altri paesi dell’Africa sub sahariana è stata del 2,5%. Se l’aggancio all’euro ha garantito una certa stabilità monetaria, per l’altro verso le produzioni locali, sia nel campo agricolo sia in quello estrattivo, hanno subito decenni di mancanza di competitività. In merito, si ricordi che la svalutazione del franco cfa nel 1994 fu accompagnata da violente proteste e moti popolari poiché tutti i prodotti importati subirono un repentino aumento di prezzo. Necessariamente vi sarà una fase transitoria per tutti e due i gruppi di paesi. La costruzione di un loro percorso economico e monetario virtuoso, oggettivamente, non sarà facile. Sarà indubbiamente una grande sfida di ordine politico, economico e morale soprattutto per l’Unione europea. Come cambierà il suo rapporto nei confronti dell’Africa sub sahariana? Se dovesse irresponsabilmente disinteressarsi a ciò che accade in Africa, inevitabilmente il vuoto sarà riempito dalla Cina e dallo yuan e forse anche dagli Usa e dal dollaro. Il continente diventerebbe una zona di scontro e di “guerre per procura”, come accaduto in passato.Alcuni economisti africani propongono di ancorare la nuova moneta africana a un paniere delle principali valute mondiali, che includa, tra l’altro, l’euro, il dollaro e lo yuan. Attualmente l’unico paniere di monete esistente è rappresentato dai diritti speciali di prelievo del Fondo monetario internazionale. Essi, però, non possono essere la soluzione realistica perché significherebbe sottomettersi ad una istituzione internazionale che per decenni ha pesantemente penalizzato i paesi dell’Africa e quelli in via di sviluppo con le sue politiche di “condizionalità” e di austerità. Invece, la proposta africana potrebbe diventare uno stimolo forte per la creazione di un nuovo sistema monetario internazionale basato su un paniere di monete importanti. In merito si ricordi che l’anno scorso, in Mali, tutti i governi dell’Unione africana avevano sottoscritto l’accordo per la creazione di un mercato comune africano di libero scambio, sollecitando la riforma del sistema monetario internazionale. Il tema è da tempo sul tappeto. Purtroppo, finora le fibrillazioni geopolitiche mondiali ne impediscono un suo approfondimento e la dovuta soluzione.

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Guarire l’Europa di Laura Sullivan

Posted by fidest press agency su martedì, 30 giugno 2020

Lunedì stavo ascoltando la radio quando queste parole mi hanno colpita: “Il nostro paese è come una casa molto vecchia. Amo le case molto vecchie. Ma tali case necessitano di molto lavoro. Un lavoro che non finisce mai. Per questa nazione è la stessa cosa. Magari non vorresti andare nello scantinato per mettere un po’ di ordine, però se non vai a darci un’occhiata, lo fai a tuo rischio e pericolo.” A pronunciare tali parole è stata la giornalista americana Isabel Wilkerson, che stava parlando di come comprendere la storia (in questo caso facendo riferimento alla schiavitù) ci aiuta a dare un senso al presente (il razzismo e le violenze della polizia). Mi sono ritrovata a chiedermi:cosa c’è “nello scantinato dell’Europa?” Andiamo mai là sotto?Ci sono diversi tipi di storie: quelle che esistono a livello locale, quelle nazionali e quelle condivise al livello europeo. Si può dire che le due guerre mondiali iniziate sul continente e la nostra storia coloniale fanno parte della storia europea. Nonostante alcuni paesi europei abbiano compiuto qualche sforzo per confrontarsi con il vissuto delle guerre, è difficile trovare esempi di adeguate riflessioni sul nostro passato coloniale.Dopo l’omicidio di George Floyd, per la prima volta da molto tempo, ci ritroviamo costretti ad affrontare gli aspetti peggiori delle nostre storie, dei nostri passati, delle nostre identità nazionali. Negli Stati Uniti, i simboli riconducibili alla parte più buia della storia del paese vengono rimossi dai luoghi pubblici, e lo stesso sta accadendo in Europa, soprattutto quelli che fanno riferimento alla nostra storia coloniale.Pensiamo, per esempio, al Belgio: quando sono arrivata qui, nel 2001, non riuscivo a credere che re Leopoldo II, l’uomo che aveva organizzato l’omicidio e la mutilazione di milioni di congolesi, fosse ancora celebrato attraverso numerose statue sparse in tutto il paese. Ora che ci ritroviamo faccia a faccia con il nostro passato, una delle conseguenze più immediate è proprio la messa in discussione dell’esistenza di questo genere di statue in Belgio, in Italia, nel Regno Unito e altrove. Avventurandoci tra le ragnatele dello scantinato e confrontandoci con quello che c’è lì sotto, stiamo dando alla nostra società l’opportunità di guarire, e siamo anche più onesti con noi stessi.
(Laura Sullivan – WeMove Europe)

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Il rilancio dell’Europa passa dall’agricoltura

Posted by fidest press agency su sabato, 27 giugno 2020

L’agricoltura può diventare un volano per lo sviluppo del Vecchio continente, ma per realizzare questo obiettivo è necessario un radicale cambiamento della struttura della Pac – dichiara il presidente nazionale Confeuro Andrea Michele Tiso. E’ importante che sia assicurato un budget adeguato, ma altrettanto importanti sono i risultati che saranno ottenuti attraverso questo strumento. La Pac va riscritta per tutelare le produzioni di nicchia e le filiere corte, biologiche e locali, che consentono di ridurre in modo drastico gli sprechi prima che il cibo arrivi al consumatore finale.In questi giorni la riforma della Pac si sta dimostrando un nodo difficile da sciogliere – continua Tiso. Lo testimoniano le crescenti tensioni tra il Parlamento europeo e la Commissione, contraria a prolungare l’attuale regime per un periodo transitorio di due anni in attesa di giungere a un accordo.Una riforma ambiziosa della Pac, che registri decisi passi avanti verso l’agroecologia, è possibile. Così come è possibile una riforma che non vada oltre l’ordinaria amministrazione e perpetui strumenti ormai inefficaci e datati. Sarebbe davvero limitante considerare la produttività utilizzando soltanto i tradizionali parametri economici – reddito, fatturato, volumi di produzione – perché Il valore aggiunto dell’agricoltura trascende questi criteri.
Nella Strategia ‘Farm to fork’, approvata di recente dalla Commissione, si legge che “i sistemi alimentari devono urgentemente diventare sostenibili e operare entro i limiti ecologici del pianeta”. Al tempo stesso, la nuova ‘Strategia per la biodiversità’ di Bruxelles prevede la riduzione del 50% dei pesticidi, la destinazione del 10% dei terreni agricoli a elementi di biodiversità e il ripristino di ecosistemi cruciali. Se si vogliono davvero trasformare le buone intenzioni in realtà, la riforma della Pac non potrà che essere coerente con i principi ispiratori delle nuove linee strategiche europee – conclude Tiso.

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Gli Infermieri oncologici italiani fanno il loro ingresso in Europa

Posted by fidest press agency su venerdì, 26 giugno 2020

Lo scorso aprile il Working Group AIOM Infermieri è entrato ufficialmente a far parte dell’European Oncology Nursing Society (EONS), la più grande Società Scientifica di Infermieristica Oncologica a livello continentale. “È un importante riconoscimento che avviene nel 10° anniversario della fondazione del nostro gruppo all’interno dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) – afferma Rita Reggiani, Coordinatrice del Working Group AIOM Infermieri -. Rappresentiamo gli oltre 350 infermieri iscritti all’AIOM. Questo risultato da oggi permetterà di aprire alle molte possibilità che EONS offre agli Infermieri in termini di aggiornamento, collaborazione, e accesso a finanziamenti di ricerca. Avremo la possibilità di promuovere lo sviluppo di una rete di collaborazioni per condividere la nostra esperienza e competenza con gli Infermieri oncologici in Europa.Siamo sicuri che grazie ad EONS potrà aumentare il riconoscimento del valore e del contributo dell’assistenza infermieristica oncologica in tutta Italia, concentrandosi su competenze infermieristiche specialistiche, ricerca, formazione, leadership clinica, management, e sullo sviluppo delle politiche nazionali.Come dimostrato, da molti dati medico-scientifici, l’oncologia italiana è un’eccellenza del nostro sistema sanitario nazionale. Lavoriamo a fianco di professionisti la cui esperienza è riconosciuta nel mondo. L’ingresso del WGN in EONS potrà fornire agli Infermieri la spinta necessaria verso una ulteriore crescita del nursing oncologico in Italia. Nonostante la formazione specialistica formale per gli infermieri oncologici esista da anni attraverso i master universitari, la pratica, la durata della formazione e il contenuto possono essere drasticamente diversi tra gli atenei. EONS da alcuni anni, ha orientato le sue azioni per arrivare al riconoscimento dell’Infermieristica oncologica come specialità in tutta Europa sulla base di un curriculum educativo comune. Il direttivo WGN è pronto a contribuire nei tavoli dei gruppi di lavoro attivi all’interno di EONS, con l’obiettivo di rafforzare l’Infermieristica nell’ambito delle cure oncologiche offrendo un’assistenza sicura e di qualità alla persona affetta da patologia oncologica”.“La nostra Società Scientifica ha da sempre puntato sulla valorizzazione della figura dell’infermiere oncologico – spiega Giordano Beretta, Presidente Nazionale AIOM -. Siamo profondamente conviti della necessità di una più stretta collaborazione virtuosa tra medici e infermieri. Proprio per questo ogni anno organizziamo corsi di aggiornamento nei vari territori e dedichiamo una parte del nostro congresso nazionale proprio agli infermieri. Da oltre due anni poi gli infermieri collaborano e partecipano alla stesura delle Linee Guida AIOM sulle principali neoplasie. Siamo quindi molto felici che il Working Group Infermieri possa ora portare avanti le sue proposte e progetti anche a livello europeo”.

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La Conferenza sul futuro dell’Europa dovrebbe iniziare “nell’autunno 2020”

Posted by fidest press agency su lunedì, 22 giugno 2020

In una risoluzione adottata con 528 voti favorevoli, 124 contrari e 45 astensioni, il Parlamento dichiara che “10 anni dopo l’entrata in vigore del trattato di Lisbona, 70 anni dopo la dichiarazione Schuman e nel contesto della pandemia di Covid-19, i tempi siano maturi per ripensare l’Unione europea”. I deputati aggiungono che “il numero di crisi rilevanti che l’Unione ha attraversato dimostra la necessità di riforme istituzionali e politiche in molteplici settori della governance.”Il Parlamento ribadisce inoltre la posizione già espressa nella sua risoluzione del gennaio 2020, sottolineando che la voce dei cittadini dovrebbe essere al centro di ampie discussioni su come affrontare le sfide interne ed esterne, che non erano previste al momento della stesura del Trattato di Lisbona.Riconoscendo che la Conferenza è stata ritardata a causa della pandemia COVID-19, i deputati chiedono alle altre due istituzioni dell’UE di impegnarsi a “raggiungere, prima della pausa estiva, un accordo”. Pur accogliendo con favore la disponibilità della Commissione ad andare avanti in modo rapido, il Parlamento si rammarica che il Consiglio non abbia ancora preso posizione.I deputati hanno discusso la Conferenza la Segretaria di Stato Nikolina Brnjac, in nome della Presidenza croata del Consiglio, e la Vicepresidente della CE per la democrazia e la demografia Dubravka Šuica, mercoledì, durante la sessione plenaria. Potete rivedere il dibattito cliccando qui (dalle 19.05).La Conferenza sul futuro dell’Europa sarà organizzata dal Parlamento, dal Consiglio e dalla Commissione e durare due anni. Il Parlamento vuole che i cittadini di ogni estrazione, i rappresentanti della società civile e le parti interessate a livello europeo, nazionale, regionale e locale siano coinvolti nella definizione delle priorità dell’UE in linea con le preoccupazioni dei cittadini in un approccio dal basso verso l’alto, trasparente, inclusivo, partecipativo ed equilibrato.Inoltre, i deputati insistono su un processo di partecipazione aperta ai cittadini per stabilire lo scopo e la portata della Conferenza, e chiedono un seguito significativo alle sue conclusioni, compreso un impegno esplicito da parte delle tre principali istituzioni dell’UE a favore di riforme sostanziali, compresa potenzialmente una revisione dei trattati dell’UE.

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Europa: tendenza all’invecchiamento ed al calo della popolazione

Posted by fidest press agency su lunedì, 15 giugno 2020

Da uno studio del servizio di ricerca del Parlamento Europeo emerge che, di qui al 2080, si potrebbe avere una riduzione della popolazione europea di 9 milioni di persone. Quindi dovremmo passare dagli attuali 513,5 milioni ai 504,5 nel 2080. La riduzione non sarà in ogni caso costante: per il 2040, ad esempio, sono previsti 524,7 milioni di abitanti in Europa.Il quadro europeo è in contrasto con gli andamenti demografici del resto del mondo che è passato da circa 3 miliardi di persone nel 1960 ai 7.7 miliardi nel 2019 e dovrebbe raggiungere i 10 miliardi nel 2057. Sempre secondo lo studio dovrebbe cambiare anche il rapporto fra popolazione in età lavorativa e over 65. Nel 2050 solo due lavoratori sosterranno il peso di un over 65, contro i 4 del 2001.
Quanto all’età media, sarà la Croazia a raggiungere il livello più alto in Europa, 52,6 anni, differenza notevole rispetto all’età media nel 1970 in Svezia (35 anni), e nel 2019 in Italia e Germania (46 anni). Aumenterà, quindi, anche la speranza di vita, per effetto della migliore qualità della vita riscontrabile in tutti i paesi sviluppati. Il Giappone, in questa situazione, sta facendo da apripista rispetto al resto del mondo; infatti già da ora si occupa di introdurre sistemi di automazione, finanziamento della robotica e iniziale riapertura delle frontiere alla migrazione. Quanto al resto del mondo, il report del Parlamento europeo ci dice che l‘Africa sarà il motore demografico del mondo con 2.5 miliardi di persone nel 2050.

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L’Europa che c’è, nonostante Di Maio, Salvini e Meloni

Posted by fidest press agency su martedì, 9 giugno 2020

La notizia è eclatante: la Banca Centrale Europea (BCE) ha deciso di aumentare i fondi per l’acquisto di titoli di ben 600 miliardi. Vediamo come l’Europa interviene per superare la crisi sanitaria, sociale ed economica con dotazioni già fruibili:
1. Dalla Banca centrale europea (Bce) per l’acquisto di titoli: 1.350 miliardi di euro;
2. Fondi della Banca europea per gli investimenti (Bei) per le piccole e medie imprese: 200 miliardi;
3. Fondi per la cassa integrazione (Sure): 100 miliardi;
4. Fondi per il Meccanisno europeo di Stabilità (Mes):240 miliardi.
C’è anche il Recovery Fund, da approvare, che prevede finanziamenti per 750 miliardi.
Di quanto potrà disporre all’Italia? Vediamo.
1. Dalla BCE per l’acquisto di titoli: 220 miliardi per il 2020. Da definire quelli del 2021,
2. Fondi della Bei: 40 miliardi;
3. Fondi dello Sure: 20 miliardi;
4. Fondi del Mes: 36 miliardi.
Il totale dei Fondi ammonta a 96 miliardi, già disponibili. Se il Recovery Fund verrà approvato, al nostro Paese arriveranno altri 173 miliardi tra prestiti e a fondo perduto. Qualcuno, Di Maio (M5S), Salvini (Lega) e Meloni (FdI), prima delle elezioni politiche del 2018, volevano uscire dall’euro e, conseguentemente, dall’Europa che, secondo loro, ci avrebbe ridotto alla stregua della Grecia, con l’arrivo della temibile Troika, il taglio delle pensioni, degli stipendi e dell’assistenza sanitaria.Nulla di tutto questo è successo.
Senza l’Europa, l’Italia sarebbe nelle condizioni dell’Argentina o del Venezuela, cioè al fallimento.E’ necessario che i cittadini prendano atto, riflettano e non si lascino incantare dai pifferai di turno. (Primo Mastrantoni, segretario Aduc)

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I 450 siti Web più visitati in Europa

Posted by fidest press agency su domenica, 7 giugno 2020

Stripe, che costruisce infrastrutture per l’economia di Internet, ha condotto una ricerca dettagliata dei 450 siti Web più visitati tra Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Regno Unito, Spagna e Svezia, scoprendo errori significativi nelle pagine di pagamento di molti dei portali più frequentati al mondo. In Italia ad esempio circa la metà dei siti analizzati, non controlla in tempo reale il numero di carta di credito (56%), né consente di inserire le cifre tramite tastierino numerico da Smartphone (50%), moltiplicando così la possibilità di errori fortuiti, o di un abbandono della transazione. Alcuni degli errori più comuni possono sembrare minimi, ma sono in realtà molto influenti nell’esperienza dell’utente, che spesso abbandona l’acquisto al verificarsi di questi.
Parliamo, ad esempio, del mancato supporto al pagamento tramite wallet come Apple Pay e Google Pay (sempre più diffusi) e della possibilità di procedere alla pagina successiva della transazione anche inserendo numeri di carta o date di scadenza errati (obbligando quindi a ripetere la procedura da principio nel momento della finalizzazione).A fine 2019 l’Osservatorio eCommerce B2c del Politecnico di Milano stimava che il tasso di penetrazione dell’eCommerce sul totale Retail in Italia fosse passato in 12 mesi dal 6,5% al 7,3% (con i prodotti al 6% e i servizi all’11%). Più recentemente, durante l’emergenza sanitaria, i consumatori italiani hanno dimostrato di comprendere sempre più il valore dell’eCommerce, che ha consentito a una larga fetta della popolazione di fruire di servizi a valore aggiunto, importanti ed essenziali come la consegna di cibo. Si è assistito in generale a una crescita dei web shopper e a una maggior dimestichezza e fiducia nell’online e nei pagamenti digitali (anche da parte di chi online acquistava già).Con un tasso di “abbandono dei carrelli online” prima dell’effettivo pagamento, che si attesta attorno al 70% a livello globale[2], la correzione degli errori più basilari della pagina di checkout e la rimozione di tutti i possibili ostacoli nel processo di transazione possono comportare grandi aumenti delle vendite, in particolare proprio quando una percentuale sempre più ampia del Retail si sta spostando sull’online. La ricerca è stata effettuata da Stripe a livello europeo nel mese di febbraio 2020, prima dell’avvio delle misure di lockdown e, quindi, non prende in considerazione eventuali errori dovuti al sovraccarico delle piattaforme, imputabili all’improvvisa e non prevedibile crescita del traffico online.

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Europa/Usa. La lezione dello sbarco in Normandia, oggi 2020, dobbiamo ricordarla agli americani

Posted by fidest press agency su sabato, 6 giugno 2020

Il 6 giugno di 76 anni fa gli Alleati sbarcarono in Normandia, dando inizio alla lunga e sanguinosa battaglia che porterà il 25 agosto alla conquista di Parigi e, molti mesi dopo, al tracollo definitivo dei regimi nazista e fascista.
“Il giorno più lungo”, lo definì il generale tedesco Erwin Rommel. E “Il giorno più lungo” è anche il titolo di un saggio pubblicato nel 1959, e soprattutto di un mitico film del 1962 grazie al quale la nostra memoria storica è più viva. Il contingente militare coinvolto nello sbarco fu massiccio, in larga maggioranza britannici e americani.Per chi non lo avesse già fatto, oltre a ricercare le mitiche immagini fotografiche di Robert Capa, è bene che faccia un salto in uno dei tanti cimiteri americani disseminati anche in Italia: far vedere quelle distese di croci di chi donò la propria vita per la nostra libertà è una lezione e una riflessione necessaria e sempre valida, soprattutto per i nostri giovani figli che, al massimo, hanno letto qualcosa sui libri di scuola.I britannici che ci liberarono, oggi ci hanno lasciati soli nell’Unione europea. E altrettanto potrebbe accadere per gli americani, le istituzioni e la cultura del presidente Donald Trump.C’è tempo perché i britannici capiscano che il loro antico impero oggi non c’è più e non ha senso. Quello culturale e linguistico lo hanno già e non sembra, al momento, in discussione. Quello economico e politico, dopo l’uscita dall’Unione, lo dovranno sperimentare. Vedremo se hanno ragione loro o tutti quelli che in questi ultimi anni li hanno scongiurati a non procedere con la Brexit.
Non c’è tempo, invece, per gli americani. Per l’America di Donald Trump. Quella che in questi giorni è attraversata da milioni di persone che non ne possono più del razzismo e del suprematismo bianco.Settantasei anni fa gli americani attraversarono l’Atlantico per liberarci. Oggi, noi europei (britannici inclusi), per aiutarli non è necessario che attraversiamo l’oceano. Possiamo farlo anche da casa nostra, dalle nostre città e dalle nostre strade. L’importante è che comprendiamo che dobbiamo farlo. Gli eventi e la storia non passano sulle nostre teste lasciandoci indenni. Ci possono anche massacrare. Per impedirlo e prevenirlo, così come abbiamo fatto per la pandemia del Covid-19 mostrando loro (molto riottosi all’inzio) il metodo migliore per farci meno male, dobbiamo lanciare un messaggio: la libertà che loro ci hanno offerto il 6 giugno del 1944 e che noi abbiamo ben raccolto, oggi dobbiamo offrirla loro. Abbiamo imparato la lezione e dobbiamo ricordarla ai nostri maestri. (Vincenzo Donvito, presidente Aduc)

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Europa Sassoli: Indietro non si torna

Posted by fidest press agency su giovedì, 4 giugno 2020

Dichiarazione del Presidente Sassoli sul piano di rilancio UE a seguito dell’incontro con il gruppo di contatto del QFP “Ho avuto un colloquio proficuo con il gruppo di contatto del PE per il QFP. Abbiamo iniziato a valutare la proposta presentata dalla Commissione per il prossimo bilancio dell’UE e per un piano di rilancio europeo.Il Parlamento europeo accoglie con favore le proposte della Commissione ed è pronto a lavorare per migliorarle ulteriormente nelle prossime settimane.È chiaro che non possiamo tornare indietro rispetto al livello di ambizione espresso nel pacchetto della Commissione. Ciò che sarà deciso nelle prossime settimane avrà un impatto sulla vita dei nostri cittadini negli anni a venire. Come rappresentante dell’unico organo eletto direttamente dai cittadini europei, il Parlamento europeo deve essere pienamente coinvolto nell’attuazione del piano di rilancio. Stabiliremo le priorità in modo che il sostegno sia diretto dove è maggiormente necessario e dove potrà avere un impatto maggiore per i cittadini europei.Dobbiamo fare in modo di non lasciare un peso sulle spalle delle prossime generazioni. Ora abbiamo la possibilità di progettare un’Europa nuova: più equa, più verde, più digitale e che sia proiettata verso il futuro. Per realizzare queste ambizioni, abbiamo bisogno dei mezzi adeguati.Abbiamo l’opportunità di riformare le entrate del bilancio dell’UE. Per questo motivo, per noi, l’introduzione della voce sulle risorse proprie rimane un prerequisito essenziale per un accordo sul QFP. Abbiamo ancora bisogno di maggiore chiarezza da parte della Commissione su questo punto. L’Europa intera è stata investita dall’attuale crisi. Questo è il momento di impegnarsi per costruire un futuro sostenibile”.

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Scuola:Rientro in classe, come si farà nei Paesi UE?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 3 giugno 2020

Nel documento prodotto dal Comitato tecnico-scientifico consegnato in queste ore al ministero dell’Istruzione sono state pubblicate le principali misure contenitive organizzative e di prevenzione attuate in Europa nel settore scolastico: si va da non oltre 10 allievi in Belgio ai due metri di distanza lineare di Regno Unito e Spagna, con la raccomandazione di indossare la mascherina qualora si scenda al di sotto. Per gli insegnanti le distanze si raddoppiano.
BELGIO Le lezioni dovrebbero essere organizzate in classi di massimo 10 studenti, con un minimo di 4 m quadrati per studente e altri 8 m quadrati per insegnante. I movimenti di gruppo all’interno della scuola devono essere limitati al minimo (pianificazione pausa, pranzo, ricreazione e orari separati per entrare e uscire da scuola, rispettando sempre la distanza sociale di 1,5 m). Una maschera in tessuto deve essere indossata da tutto il personale durante il giorno, dagli alunni del sesto anno di scuola elementare e da tutti gli alunni della scuola secondaria, durante il giorno.
FRANCIA Non sono previste mascherine di comunità per gli allievi: dovrà indossarle solo il personale in presenza di allievi e in caso di stanziamento inferiore ad un metro.
SVIZZERA Per il personale è prevista una distanza minima di 2 m nei contatti interpersonali e per quanto possibile anche nei contatti tra gli allievi. Non è previsto l’uso della mascherina. Tenere una distanza minima di 2 m nei contatti interpersonali per il personale. Per gli allievi tenere una distanza di 2 m durante tutte le interazioni. In base alle caratteristiche dell’aula in alcuni casi è possibile un insegnamento in presenza solo parziale. L’uso delle mascherine non è indicato in questo contesto ma dai 16 anni in su può essere preso in considerazione, senza alcun obbligo, in determinate situazioni. Vanno utilizzate in contesti formativi specifici quando non è possibile rispettare la distanza minima di 2 m.
GERMANIA Le lezioni devono svolgersi in piccoli gruppi, con un massimo di 15 studenti alla volta. La riapertura prevede delle misure di sicurezza: nelle classi, ad esempio, ci devono essere solo piccoli gruppi di studenti e sono previste anche stringenti misure igieniche. Se necessario, riprogrammare gli orari delle lezioni e delle pause. Va mantenuta una distanza di almeno 1,5 m. Mantenere i gruppi divisi e non mescolare. Quasi tutti gli studenti, così come gli insegnanti, indossano le mascherine
OLANDALe ore di insegnamento vengono divise nei giorni, in modo da limitare il più possibile gli spostamenti. Gli alunni svolgono il 50% dell’orario di insegnamento in classe e il rimanente 50% del tempo a distanza. In tutte le scuole è prevista la regola di 1,5 m di distanza, anche per gli stessi studenti. I bambini della scuola primaria non devono mantenere una distanza di 1,5 m; dovrebbero tenersi il più lontano possibile e a 1,5 m dagli adulti (insegnanti e altro personale). Le maschere per il viso non sono necessarie per la scuola primaria.
REGNO UNITO Per le scuole primarie, le classi devono normalmente essere divise a metà, con non più di 15 alunni per gruppo e un insegnante. Per le scuole secondarie e i collegi, le classi vengono dimezzate, prevedendo di riorganizzare le aule e i laboratori con postazioni distanziate di 2 m. Nelle strutture dove è possibile, la distanza di 2 m dovrebbe essere rispettata. Nelle scuole e nei vari contesti educativi non è consigliabile utilizzare la mascherina o una copertura facciale. Tali strumenti possono essere utili per brevi periodi in ambienti chiusi.
SPAGNA La distanza interpersonale minima deve essere sempre di 2 m. Nel caso in cui non sia possibile garantire una distanza interpersonale di 2 m, è necessario utilizzare una mascherina, da parte dello staff dei centri educativi, nonché dagli studenti in tutte le aree della scuola. L’uso della mascherina è obbligatorio per il personale addetto al trasporto scolastico
ITALIA In Italia, le mascherine accompagneranno la vita degli studenti e dei docenti, ricorda la rivista Orizzonte Scuola riassumendo le disposizioni del Comitato tecnico scientifico: dovranno essere indossate durante tutto l’arco delle lezioni. bambini della scuola d’infanzia non dovranno indossare la mascherina.Si dovrà garantire all’interno delle classi il distanziamento dei banchi fino ad un metro. In palestra i metri dovranno essere 2. Anche per tutto il personale non docente, negli spazi comuni dovranno essere garantite le stesse norme di distanziamento di almeno 1 metro, indossando altresì la mascherina chirurgica. Per i bambini della scuola dell’infanzia, sarà particolarmente critico mantenere il distanziamento fisico: dovranno essere applicati particolari accorgimenti organizzativi e comportamentali del personale scolastico.Nel documento del Comitato Tecnico Scientifico, si dice che ogni istituzione scolastica potrà definire, in virtù dell’autonomia scolastica, modalità di alternanza / turnazione / didattica a distanza proporzionate all’età degli alunni e al contesto educativo complessivo. In particolare, per gli ordini di scuola secondaria di I e II grado, al fine di ridurre la concentrazione di alunni negli ambienti scolastici, potranno essere in parte riproposte anche forme di didattica a distanza.In base al grado di scuola, gli ingressi potrebbero essere scaglionati fino alle 10 del mattino con conseguente uscita fino alle 16. Il consiglio della task force è di consentire gli ingressi ogni 45 minuti, dalle 8 alle 10 e 15. Per le fasce d’età delle elementari e medie potrebbe essere consentito, invece, l’ingresso alle 8 per tutti.
Lezioni da 40/45 minuti Potrebbe essere il nuovo standard per le lezioni, almeno fino a che non miglioreranno le condizioni legate al contagio Covid.
Secondo quanto riporta Corrado Zunino su Repubblica, la task force nominata dal Ministro, ha consigliato che, per far fronte alla necessità di un aumento di docenti, quelli su potenziamento rientrino in cattedra.Per far fronte alla necessità di mantenimento del distanziamento sociale, vengano utilizzati anche locali messi a disposizione da enti pubblici o privati per effettuare le lezioni. Il CTS consiglia di adottare misure per limitare al minimo la presenza dei genitori nelle scuole.

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Europa: centralità dell’agricoltura, dell’ecologia e dello sviluppo sostenibile

Posted by fidest press agency su martedì, 2 giugno 2020

La proposta della Commissione europea di destinare 24 miliardi in più per la Politica agricola comune e il Programma di sviluppo rurale è un’ottima base di partenza per rilanciare l’economia europea all’insegna della centralità dell’agricoltura, dell’ecologia e dello sviluppo sostenibile – dichiara Andrea Michele Tiso, presidente nazionale Confeuro. La rotta è quella giusta, ma bisogna rendere al più presto disponibili le risorse per realizzare gli obiettivi delle nuove strategie per la biodiversità e il ‘Farm to fork’.
La Pac assorbe oggi poco più di un terzo del bilancio dell’Unione. Basta questo dato per comprendere come ricopra un ruolo centrale per il rilancio dell’Europa. In un momento storico in cui la stessa tenuta dell’Unione è a rischio, l’agricoltura può essere determinante per far ripartire non solo l’economia, ma anche il sogno di un’integrazione che sembra quasi svanire di fronte all’emergenza in corso e alle diverse posizioni assunte degli Stati membri – continua Tiso. Rilanciare il progetto europeo è possibile a patto di sostenere tutti gli agricoltori, a partire dai più piccoli e vulnerabili, che svolgono un ruolo cruciale per la tutela e il presidio del territorio.In attesa di capire se e quali saranno le condizionalità legate ai nuovi fondi annunciati dall’Europa, è bene individuare subito le priorità da perseguire. Una formula che preveda il ritorno ai precedenti modelli di sviluppo agricolo – già in profonda crisi prima dell’avvento del coronavirus – non può funzionare. La salute dell’ambiente, dell’agricoltura e dell’uomo sono tre obiettivi inseparabili. Solo l’agroecologia può permetterci di centrali tutti e di convertirci a un utilizzo veramente sostenibile delle risorse naturali.

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Il momento dell’Europa: riparare e preparare per la prossima generazione

Posted by fidest press agency su giovedì, 28 maggio 2020

La Commissione europea ha presentato oggi la proposta relativa a un piano di ripresa di ampio respiro. La ripresa dev’essere sostenibile, uniforme, inclusiva ed equa per tutti gli Stati membri: a questo fine la Commissione propone di varare un nuovo strumento per la ripresa, Next Generation EU, incorporato in un bilancio dell’UE a lungo termine rinnovato, potente e moderno. La Commissione ha inoltre presentato il programma di lavoro 2020 adattato, in cui è data priorità agli interventi necessari per sospingere la ripresa e aiutare la resilienza dell’Europa.Il coronavirus ha sconvolto l’Europa e il mondo, mettendo alla prova i sistemi sanitari e previdenziali, le nostre società, le nostre economie e il nostro modo di vivere e lavorare insieme. Per tutelare la vita umana e i mezzi di sostentamento, per riparare il mercato unico e per costruire una ripresa duratura e prospera, la Commissione propone di liberare tutte le potenzialità del bilancio dell’UE. Con i 750 miliardi di € di Next Generation EU e il potenziamento mirato del bilancio a lungo termine dell’UE per il periodo 2021-2027, la potenza di fuoco complessiva del bilancio dell’UE arriverà a 1 850 miliardi di €.La Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha dichiarato: “Con il piano per la ripresa trasformiamo l’immane sfida di oggi in possibilità, non soltanto aiutando l’economia a ripartire, ma anche investendo nel nostro futuro: il Green Deal europeo e la digitalizzazione stimoleranno l’occupazione e la crescita, la resilienza delle nostre società e la salubrità dell’ambiente che ci circonda. Il momento dell’Europa è giunto: La nostra determinazione dev’essere all’altezza delle sfide che abbiamo di fronte. Next Generation EU ci permette di dare una risposta ambiziosa.”

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Sassoli: in Europa sbarca la solidarietà

Posted by fidest press agency su giovedì, 28 maggio 2020

Dichiarazione del Presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, a seguito della presentazione del Piano per la Ripresa europeo. “È come se fosse il D-Day europeo del 21° secolo, perché l’Europa ha scoperto la solidarietà e scommette su una politica comune per la rinascita dell’economia, per il sostegno ai cittadini e al lavoro, con uno sguardo ai prossimi anni ed all’eredità che lasceremo alle prossime generazioni”. Il Presidente del Parlamento europeo ha continuato dicendo:“In questi mesi, il Parlamento è rimasto aperto e la sua voce è riuscita a condizionare la Commissione. Ringrazio la Presidente Von der Leyen e i Commissari per averci ascoltato”.“Sono convinto – ha aggiunto Sassoli – che le riunioni del Consiglio aggiungeranno nuove ambizioni. Noi ci batteremo per questo. I Governi devono capire che questa è la strada più conveniente. Noi vogliamo che intorno a questo progetto ci sia il massimo del consenso dei governi e dei cittadini”.“Dal Consiglio – continua il Presidente dell’Europarlamento – non deve uscire una proposta inferiore a quella che è stata presentata dalla Commissione al Parlamento”.Infine, David Sassoli ha voluto rivolgere un “Appello a difendere lo spazio europeo, non possiamo permetterci speculazioni o attacchi ai nostri asset strategici. Siamo in un momento delicato. Ecco perché abbiamo visto con soddisfazione il piano.

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L’Europa batte un colpo

Posted by fidest press agency su mercoledì, 27 maggio 2020

A cura di Andrea Delitala, Head of Euro Multi Asset di Pictet Asset Management. Non è più questione di quanto in basso sprofonderemo, ma di quanto a lungo stazioneremo sul fondo prima di ricominciare a salire. Detto in altri termini, il mercato ha metabolizzato l’eventualità di avere una recessione violenta e rapida come non ne abbiamo mai sperimentate in passato, purché poi il rimbalzo economico sia altrettanto perentorio.A spaventare, più dell’entità della discesa, è infatti il rischio che la recessione si protragga eccessivamente nel tempo, oltre il secondo trimestre di quest’anno, e che un eventuale fallimento dell’esperimento della Fase2 (non sono incoraggianti da questo punto di vista i dati epidemiologici degli ultimi giorni in Cina, Germania e Svezia, i Paesi che per primi hanno allentato le misure di ‘lockdown’) e una seconda ondata di pandemia facciano assumere all’andamento dell’economia, invece della famosa forma a “V”, una dinamica più smussata, a “U”, in grado di produrre danni permanenti all’economia e agli utili aziendali.Con quest’ottica si spiega il comportamento dei mercati delle ultime settimane, poco, se non per nulla, reattivi ai dati economici estremamente negativi che hanno fotografato una situazione di massima urgenza. Basti pensare alla compostezza, o perfino indifferenza, con cui hanno assimilato i 20 milioni di posti di lavoro andati perduti ad aprile negli Stati Uniti; di fatto, in un solo mese sono stati distrutti i posti di lavoro creati nel corso del decennio precedente, con la disoccupazione risalita vertiginosamente da un livello prossimo al 4% fino a quasi il 15%. Eppure, come detto, in questa, come in altre circostanze, i mercati hanno reagito in molto ordinato, dimostrando di aver sviluppato, loro sì, una certa immunità al Covid-19.Nella loro resilienza, i mercati traggono coraggio in modo fondamentale dalle massicce misure di politica economica, sia monetaria sia fiscale, adottate da banche centrali e governi di tutto il mondo che non solo limitano l’impatto economico della pandemia, ma che rappresenteranno anche il propulsore della ripresa, man mano che l’attenuazione del distanziamento sociale la rende plausibile.Da questo punto di vista, in settimana è arrivata un’importante novità, in grado di imprimere una svolta decisiva nell’assetto politico ed economico europeo: Merkel e Macron hanno infatti raggiunto uno storico accordo su una formula di Recovery Fund (RF), che riteniamo più significativo rispetto alla bozza di RF inizialmente prevista da Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione Europea. Si tratta di una manovra di trasferimenti a fondo perduto pari fino a €500 miliardi a sostegno delle regioni e dei settori più duramente colpiti dalla pandemia e dalla conseguente crisi, di cui, secondo le nostre prime valutazioni, all’Italia dovrebbe spettare fino al 20%, il che equivale a circa €100 miliardi di debito pubblico risparmiato nel 2020-21 (in base ai tempi di attivazione). Nella versione delineata nell’intesa franco-tedesca, il RF si appoggerebbe al bilancio settennale dell’Unione Europea (Multiannual Financial Framework, MFF) e assumerebbe, di conseguenza, lo schema di bassa condizionalità delle risorse tipico del bilancio comunitario.Finanziate tramite l’emissione di debito da parte della Commissione, le risorse dovranno essere restituite dai singoli Stati con una modalità che presenta un duplice vantaggio per l’Italia. In primis, una tempistica molto lunga (immaginiamo almeno 15 anni). In secondo luogo, gioca a favore del nostro Paese anche l’applicazione della proporzionalità di partecipazione al bilancio comunitario, per cui ogni Stato dovrà restituire i fondi in base alla propria quota di partecipazione al bilancio (circa il 12% per l’Italia). In sostanza, per l’Italia vorrebbe dire avere accesso a €100 miliardi subito, per restituirne €60 miliardi (il 12% dei € 500 miliardi complessivi) in 15 anni.A questo punto, perde parzialmente di rilevanza il MES, nonostante la possibilità di combinazione con l’OMT della BCE lo renda sicuramente un ottimo calmante per il mercato, un difensore di ultima istanza del BTP contro i dubbi riguardo alla sostenibilità del debito. Secondo gli ultimi dettagli forniti dalla Commissione Europea, le linee di credito del MES vengono rese disponibili per un anno e sono rinnovabili due volte per ulteriori sei mesi, al termine dei quali verrà predisposto il piano di rimborso, che potrà avere una durata massima di 10 anni; ogni Paese può ricorrere a tali fondi, il cui costo è prossimo allo 0%, fino ad un massimo del 2% del proprio PIL, quindi fino a € 36 miliardi per l’Italia.Tuttavia, come detto, questo nuovo strumento del RF, se in fase di negoziazione con i Paesi propensi all’austerità (Austria, Olanda, Danimarca, Svezia) non perderà le caratteristiche delineate nell’accordo tra Francia e Germania, assumerebbe chiaramente un ruolo prioritario all’interno del pacchetto di stimoli della regione. Si tratta di un passo deciso in avanti verso una maggiore integrazione sotto il segno della solidarietà. L’Europa ha finalmente battuto un colpo deciso, ora bisognerà solo aspettare per vedere come e quando questa importante dichiarazione di intenti si tramuterà in sostanza.

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Europa: Il Recovery fund non è gratuito

Posted by fidest press agency su sabato, 23 maggio 2020

C’è qualcuno nel Governo Conte, in particolare esponenti del M5S che, pur lodando l’iniziativa del Recovery Fund, il Fondo per la ripresa economica, sostengono che i 500 miliardi di sussidi, previsti dall’accordo franco-tedesco, siano pochi, dimenticando che a questi si aggiungeranno quelli che proporrà la Commissione europea. Ma tant’è, le parole hanno preso il posto della sostanza e al popolo piace farsi incantare dalle belle parole che vengono giornalmente propinate dai vari notiziari.
C’è un aspetto che vogliamo chiarire: il Fondo non è gratuito, nel senso che un finanziamento sussidiato, senza obbligo di restituzione, ha un rovescio della medaglia che si chiama condizionabilità. Quale vedremo, ma le condizioni ci saranno.Se il Fondo sarà approvato, comporterà la messa in comune di soldi da parte dei 27 Paesi dell’Unione europea, con utilizzo finalizzato. Ovvio che, nel momento nel quale l’Italia chiederà sovvenzioni, gli altri 26 Paesi, che sono contributori, vorranno dire la loro su come saranno utilizzati.E’ certo che assisteremo alla solita sceneggiata di esponenti penta stellati sulla “condizionabilità” cui abbiamo assistito, e assistiamo, a proposito del Mes, il Meccanismo europeo di Stabilità e non è bastata la finalizzazione sanitaria per placare le inutili polemiche.Gira la falsa convinzione che l’Italia può battere cassa, prelevare e fare ciò che crede con i soldi degli altri Paesi, magari distribuendoli al proprio elettorato. E’ una illusione. E’ bene che sia chiaro fin dall’inizio. (Primo Mastrantoni, segretario Aduc)

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Cosa succede in Europa

Posted by fidest press agency su venerdì, 15 maggio 2020

A cura di Andrea Delitala, Head of Euro Multi Asset e Marco Piersimoni, Senior Investment Manager di Pictet Asset Management. Era il momento di restare uniti e anzi, come successo già in passato, la crisi attuale doveva rappresentare per l’Europa un’occasione per accelerare il processo di integrazione tra i singoli Paesi. Invece, allo shock esterno rischiano di aggiungersi ulteriori difficoltà derivanti dall’incompleta architettura dell’UME. A gettare un’ombra profonda sulle prospettive future per le istituzioni comunitarie è stata questa volta la Corte Costituzionale Tedesca che, con una sentenza che ha del sorprendente, ha sollevato il dubbio che la BCE potesse non aver rispettato il principio di proporzionalità nel perseguire gli obiettivi di politica monetaria e ha quindi chiesto all’istituto centrale di dimostrare in maniera inequivocabile, entro 3 mesi, che gli effetti economici e fiscali delle sue politiche siano proporzionati a quelli monetari (portare l’inflazione a un livello prossimo, ma inferiore al 2%). Oggetto della disputa è il programma di acquisto di Titoli di Stato (Public Sector Purchase Programme, PSPP), che la BCE ha fatto ripartire a inizio 2019 mentre è, almeno per il momento, esente il recente Pandemic Emergency Purchase Programme (PEPP), attivato per far fronte alla crisi scaturita dalla pandemia di COVID-19.Quanto elaborato dalla Corte Costituzionale Tedesca rappresenta un quantomeno inopportuno ostacolo lungo il percorso di maggiore flessibilità intrapreso tempestivamente dalla BCE per fronteggiare la situazione di estrema emergenza in cui versa l’economia dell’area. Prendendo ad esempio il caso dell’Italia, nel DEF di aprile è stato ipotizzato un deficit fiscale del -10% circa per il 2020, equivalente a un ricorso al debito per un importo di circa € 160 miliardi, senza considerare la quota aggiuntiva di deficit derivante dall’eventuale default degli emittenti garantiti dallo Stato. Le manovre fiscali comunitarie (MES, BEI, SURE), una volta attivate entro l’estate, dovrebbero nel complesso liberare risorse per circa € 85 miliardi per il nostro Paese, non sufficienti a bilanciare l’emissione di nuovo debito. Il Recovery Fund sarà determinante nel medio periodo, ma partirà nel 2021 (salvo qualche finanziamento ponte).Queste misure, come si intuisce esaminando chi avrà interesse a farvi ricorso (perché si indebita sul mercato a costi più elevati), saranno anche sbilanciate nel breve termine a favore dei Paesi più duramente colpiti dal virus e che necessitano maggiormente di un sostegno comunitario, visti i diversi spazi di manovra fiscale a disposizione dei singoli Stati. La loro approvazione funge quindi da barometro di solidarietà e coesione politica, ma da sole non garantiscono la sostenibilità del debito pubblico italiano destinato a salire dal 135% del PIL ad almeno il 155%.
Certo, una domanda che ci si pone spesso è come i titoli (in particolare dei Paesi periferici) detenuti dalla BCE e dalle banche centrali nazionali potranno mai essere reimmessi nel mercato. Nell’ipotesi che prevalgano le forze per l’integrazione su quelle centrifughe, tale quota di debito potrebbe essere un giorno riacquistata da un veicolo ad hoc che si finanzi emettendo obbligazioni sul mercato (con garanzie): si tratterebbe di Eurobond sintetici. Il fatto è che tutte le forme di intervento discusse, di natura fiscale o monetaria, sono già forme indirette di mutualizzazione dalle quali sarà impossibile tornare indietro senza traumi. Quindi auguriamoci, nonostante tutto, la strada virtuosa.
Ciò che è particolarmente interessante rilevare è che, nonostante le borse globali registrino performance negative da inizio anno, le valutazioni azionarie (rapporti P/E) non siano affatto economiche.La crisi provocata dal Coronavirus rappresenta, infatti, una minaccia concreta e rilevante per la crescita economica e per gli utili aziendali. Per questo motivo, il denominatore del rapporto P/E, gli utili, ha subito delle decise revisioni al ribasso, in grado di compensare abbondantemente il calo dei prezzi osservato e, di fatto, far risalire nel breve termine le valutazioni. Non è un caso, quindi, che queste risultino paradossalmente più elevate proprio nei settori più duramente colpiti dall’emergenza sanitaria e dalle conseguenti misure di ‘lockdown’, le cui previsioni di utili sono stati fortemente penalizzate.
Guardando avanti, nel medio periodo, è indubbio che la pandemia in atto stia producendo degli impatti strutturali in alcuni settori, sia in positivo (IT, farmaceutici e comunicazioni digitali) che in negativo (trasporti, turismo, tempo libero, commercio e finanziari). La brutta notizia è che i settori che stanno sperimentando un’accelerazione nell’attuale contesto pesano meno, in termini di utili, rispetto a quelli più colpiti, il che vuol dire che stiamo assistendo a danni strutturali alla crescita degli utili pari a un 10% circa (prendendo a riferimento il mercato mondiale, emergenti inclusi – rappresentato dell’indice MSCI ACWI).
Tuttavia, non è da escludere nel medio termine una buona performance delle azioni dei mercati emergenti, in particolare della Cina. Il Paese asiatico, oltre ad essere stato il primo ad uscire dall’emergenza sanitaria e ad aver quindi sperimentato un minore impatto sugli utili del COVID-19 (-7% vs -20% e -21% rispettivamente di USA ed Europa), non ha ancora beneficiato appieno dell’effetto espansivo sui multipli delle politiche monetarie. La PBoC è infatti rimasta per il momento estremamente cauta, ma qualora dovesse decidere di seguire l’esempio delle controparti sviluppate, l’effetto potenziale sulle valutazioni azionarie potrebbe essere dirompente.
(abstract)

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Coronavirus: L’Europa si prepara per la Fase 2

Posted by fidest press agency su sabato, 9 maggio 2020

A cura di Andrea Delitala, Head of Euro Multi Asset di Pictet Asset Management. Il momento più acuto dell’emergenza sanitaria sembra ormai alle spalle e, dopo quasi due mesi di “lockdown”, si iniziano a bilanciare i benefici sanitari delle misure di distanziamento sociale con i danni economici che esse producono. Spinti dall’esigenza di tutelare il proprio tessuto sociale ed economico, quindi, molti Paesi stanno iniziando ad allentare le misure adottate per contenere la diffusione del virus, nell’attesa di determinanti innovazioni in campo medico. Qualora le misure di distanziamento sociale venissero gradualmente rimosse, ipotizziamo che, nel giro di un trimestre ovvero per fine luglio, si potrebbe tornare sopra il 90% circa dell’attività economica pre-COVID (dall’80% attuale), come successo grossomodo in Cina; per fine anno si prevede un recupero quasi completo dei livelli di inizio anno. In questo quadro, le nostre analisi prevedono una contrazione del PIL globale nel 2020 del -3.3%, seguito poi da un rimbalzo deciso nel 2021 (tenendo conto delle politiche fiscali e monetarie, la cui efficacia determinerà molto del risultato). Come già evidenziato dalle stime del Fondo Monetario Internazionale, l’Europa dovrebbe risultare la regione più fortemente penalizzata dal contesto attuale. Ciò è legato soprattutto alla minore capacità di reazione mostrata rispetto ad esempio agli USA.Il Paese nordamericano ha messo a terra una combinazione di stimoli monetari e fiscali che, se non arrivano ad un vero e proprio ‘helicopter money’, ci si avvicinano molto. La manovra fiscale, pari a oltre il 7% del PIL del Paese, comporterà un aumento dell’indebitamento pubblico che sarà più che compensato dagli acquisti della Fed. Quest’ultima, infatti, oltre ad aver tagliato i tassi di 150pb, con il suo programma di acquisti, ha già iniettato liquidità nel sistema per $2’500 miliardi (quasi altri $2’000 miliardi sono previsti per fine anno) che stimiamo abbiamo effetti equivalenti ad altri 250pb di tagli (quindi è come se avesse ridotto i tassi del 4%). La Fed in questo modo comprerà più debito di quanto verrà emesso per finanziare la spesa fiscale. Di fatto, è stato costituito quell’ammortizzatore che farà sì che il reddito disponibile delle persone scenderà meno rispetto al PIL nazionale (-5.3% atteso per il 2020), come già osservato in occasione della grande crisi finanziaria del 2007-2009. E la monetizzazione del debito eviterà un rialzo dei tassi di interesse che avrebbe ripercussioni negative sugli investimenti privati (effetto spiazzamento).Confrontando questi numeri con quanto fatto in Europa, spesa fiscale di poco superiore al 3% del PIL e QE da circa €1’200 miliardi (senza tagli dei tassi, visto che per il blocco a moneta unica questi si trovavano già in territorio negativo allo scoppio della crisi), si intuisce la diversa entità della reazione di politica economica nelle due regioni. Se ne sono accorti anche i mercati finanziari che, non a caso, stanno lasciando indietro i listini europei rispetto a quelli statunitensi. Con questo non vogliamo dire che l’intervento delle istituzioni del Vecchio Continente sia irrisorio, anzi è superiore a quello utilizzato per contenere la crisi nel biennio tra il 2007 e il 2009. Tuttavia, anche per la natura intrinseca dell’ordinamento comunitario, è stato, almeno per il momento, in gran parte delegato ai singoli Stati, liberati a tal fine dai vincoli del Patto di Stabilità. Chiaramente, questo ha voluto dire rinunciare, in questa prima fase, ad una risposta unitaria, dando il via libera a manovre nazionali in ordine sparso, ognuna calibrata sullo spazio di manovra fiscale a disposizione di ciascun Paese. Si è venuta a creare, di conseguenza, un’asimmetria nelle misure adottate, per cui i Paesi con una minore flessibilità di bilancio sono proprio quelli più duramente colpiti dalla pandemia, quelli del Sud Europa.Per questo motivo, nell’attesa di un dispiegamento di un reale pacchetto di stimoli monetari comunitari, giocherà un ruolo ancora più fondamentale la Banca Centrale Europea, che avrà il compito prioritario di contenere il costo del debito pubblico della regione, allontanando nel tempo le questioni circa la sua sostenibilità. A tal fine, la BCE ha già chiarito di avere ampia flessibilità nell’interpretare i vincoli di intervento per Paese e per emissione (cosa peraltro già messa in pratica). Tale impegno verosimilmente si sostanzierà innanzitutto in un ampliamento della portata e in un allungamento della scadenza del suo programma di acquisti PEPP (Pandemic Emergency Purchase Programme). In aggiunta, potrebbero venire allentate ulteriormente le limitazioni negli acquisti date dal meccanismo della capital key, già momentaneamente accantonato, una soluzione che rappresenterebbe, di fatto, un surrogato dell’OMT (gli acquisti senza limiti dei Titoli di Stato a 1-3 anni di scadenza di un Paese che ricorre al MES). Quest’ultimo, rimane lo strumento di ultima istanza, per il quale condizione necessaria (ma probabilmente non sufficiente) sarebbe il ricorso alla nuova linea di credito del MES – la Pandemic Crisis Facility (PCF). La combinazione del PCF del MES con l’OMT (forse con un monitoraggio fiscale ad hoc) sarà utile in caso di grave crisi specifica di un Paese. Di ben altra portata è il cosiddetto Recovery Fund. Facendo leva sul Bilancio Europeo, il Fondo per la Ricostruzione potrebbe arrivare, infatti, a liberare risorse per €2’000 miliardi. Le tempistiche per la sua implementazione, tuttavia, sono piuttosto lunghe. In primis, perché manca ancora un accordo di massima sulla forma che dovrà assumere. Il nodo cruciale riguarda la formula con cui verranno erogati i finanziamenti e, in particolare, se almeno in parte verranno concessi come contributi a fondo perduto. Da questo punto di vista, il 6 maggio la Commissione Europea presenterà una proposta formale e si potrebbe arrivare quindi in tempi brevi a decisivi sviluppi positivi. Eventuali ritardi nelle misure comunitarie richiederanno una maggiore presenza della BCE che resta il principale ‘game in town’ per assicurare buone condizioni finanziarie nell’eurozona.

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