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Quotidiano di informazione – Anno 29 n° 327

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Europa: più unione, no frammentazione

Posted by fidest press agency su sabato, 11 novembre 2017

BUDAPESTBudapest. Come si ridurrebbe l’Europa se vincessero tutti gli indipendentismi? Per Agostino Spataro “l’Europa verrebbe frammentata in 80 micro stati e staterelli che ne scardinerebbero la sua unità fisica, economica e culturale. In pratica, cancellerebbero una civiltà che, più nel bene che nel male, dura da oltre tremila anni.Tali indipendentismi, in gran parte egoistici e sempre anacronistici, provocherebbero gravi conseguenze per il futuro dei popoli, dei lavoratori e dei giovani d’Europa, dei suoi livelli di benessere e pacifica convivenza. In particolare:
1) segnerebbero la fine del progetto di Unione Europea che bisognerebbe accelerare e farlo uscire dalle secche di una sudditanza alle politiche neoliberiste e mercantiliste;
2) potrebbero trasformare l’Europa in uno sterminato campo di battaglia, dopo 73 anni di pace tornerebbero l’instabilità permanente, i conflitti locali, perfino la guerra;
3) l’Europa, divisa e indebolita, sarebbe percepita come una pingue preda che scatenerebbe i più ingordi appetiti di conquista;
4) L’Europa non potrebbe più aspirare (pur possedendo oggi i “fondamentali”) a diventare uno dei poli principali del nuovo ordine internazionale, lasciando campo libero alla bipartizione Usa e Cina.
Certo, sappiamo che nell’U.E. vi sono tanti problemi (che possono, devono essere risolti), ma nessuno dei suoi popoli è oppresso: ci sono libertà, democrazia, autonomie.
Perciò, non abbiamo bisogno di stati e staterelli in mano a piccoli satrapi locali, alla criminalità organizzata, a magnati della finanza, ecc.Tale pericolo sta correndo la Spagna. Da un’altra parte, in Sicilia, una delle regioni europee che ha subito un sanguinoso conflitto armato separatista, domenica scorsa la lista degli indipendentisti ha preso solo lo 0,7 % dei voti!L’Europa, per uscire dalla crisi più unita e più forte e socialmente più giusta, deve darsi nuove politiche sociali più rispondenti alle attese dei suoi popoli e istituzioni davvero democratiche e non burocratiche come quelle attuali.
Non si può continuare con l’assurdità di un Parlamento europeo, eletto dai popoli, ma privo di poteri legislativi e di pieno controllo e una Commissione, nominata dai capi di stato, che accentra quasi tutti i poteri e le competenze amministrative e di spesa.Per salvare il progetto di Unione Europea (oggi in pericolo) sono necessari una seria riforma dei meccanismi e un avanzamento del quadro giuridico e istituzionale, di una nuova ripartizione dei poteri e delle risorse finanziarie che privilegi il rapporto fra Regioni e l’auspicato “governo europeo”.
Insomma, un’Europa dei popoli e delle Regioni, da realizzare mediante graduali e bilanciati trasferimenti di quote di sovranità, di competenze dagli Stati nazionali alle due entità individuate come portanti dell’Unione.Ricordo che nella seconda metà degli anni ’80, nel Pci si discusse attorno a un’ipotesi del genere. Infine, insisto a dire che per garantire un futuro al progetto di un’ Europa unita e pacifica bisogna lavorare per unire Europa e Russia, per creare una nuova entità geo- economica e politica dall’Atlantico al Pacifico. Ovviamente, se qualche Paese non desidera partecipare a tale processo può uscire dalla UE. Dispiacerebbe, ma pazienza! Brexit docet.” (Agostino Spataro)

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Una “nuova” risorsa per l’Italia: i fondi europei

Posted by fidest press agency su mercoledì, 8 novembre 2017

europa comunitaria1Roma Venerdì 10 Novembre 2017, ore 15:00 Dipartimento di Scienze Politiche, Aula 1D via G. Chiabrera, 199 Nell’ambito delle attività promosse dal corso di perfezionamento in ‘Progettazione e finanziamenti europei’, operatori del settore dei fondi europei, rappresentanti istituzionali e docenti del corso, discuteranno delle possibilità di rilanciare l’utilizzazione dei fondi europei da parte dei soggetti pubblici e privati italiani.

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Esplorare l’Europa: un’esposizione selettiva per rendimenti interessanti

Posted by fidest press agency su martedì, 7 novembre 2017

Sarah CataniaLondra. Analisi a firma di Sarah Catania, Responsabile per gli investimenti per JP Morgan Private Bank in Italia: “Dopo il miglioramento delle condizioni dell’economia e dei mercati finanziari europei negli ultimi tempi, si manifestano ora differenze sostanziali a livello settoriale nei diversi asset della regione. Nella sua recente edizione di EMEA Perspectives, Sarah Catania di J.P. Morgan Private Bank esplora la ripresa dell’Europa e le opportunità per gli investitori mediante un’esposizione selettiva agli attivi europei in tutta la regione.”Le prospettive favorevoli dell’economia globale e il miglioramento del contesto interno ci inducono a ritenere che in tutta Europa le attività rischiose offrano rendimenti potenzialmente interessanti. Dopo la brillante performance degli ultimi anni, la regione sembra destinata a entrare in una fase in cui un’attenta selettività diverrà sempre più importante”, spiega Sarah Catania, Responsabile per gli investimenti per JP Morgan Private Bank in Italia.Nei mercati core europei, le riforme del mercato del lavoro del presidente Macron possono dare forte slancio alla crescita degli utili delle società francesi, ancora indietro rispetto ai livelli precedenti la crisi e alla recente performance delle aziende tedesche. Spiega Catania: “Rispetto ad altri Paesi europei, vediamo con favore la composizione del mercato azionario francese, che presenta una maggiore ponderazione di società nazionali ed è ottimamente posizionato per beneficiare della ripresa dell’attività economica. Siamo altresì ottimisti nei confronti delle banche, che rappresentano una quota consistente del mercato.”Per gli investitori che non intendono esporsi a maggiori rischi azionari, le obbligazioni societarie ibride costituiscono una fonte di rendimenti potenzialmente allettanti. Un portafoglio diversificato composto da obbligazioni societarie ibride può offrire una significativa esposizione alla crescita e alla ripresa attualmente in atto nei Paesi europei core. Secondo Catania: “Nel confronto con i titoli high yield, gli attuali rendimenti delle obbligazioni societarie ibride appaiono interessanti rispetto alla media storica. Questi titoli forniscono un’esposizione a emittenti investment grade in Paesi europei core offrendo al contempo maggiori rendimenti corretti per il rischio rispetto ad altri asset grazie alla loro posizione subordinata nell’ambito della struttura del capitale.”Sebbene l’Europa core sia stata oggetto di grande attenzione, il miglioramento del contesto macroeconomico non riguarda solo i Paesi di quest’area. I mercati europei emergenti beneficiano della maggiore stabilità delle quotazioni globali delle materie prime, dell’aumento dei volumi degli scambi internazionali e dell’accresciuto ottimismo degli investitori. Polonia, Russia e Turchia sembrano attualmente favorite dalla ripresa economica e dopo anni di deprezzamento, le rispettive valute si sono stabilizzate rispetto a quelle dei Paesi sviluppati.”Una delle opportunità da noi individuate è costituita dall’investimento in titoli a reddito fisso denominati in lire turche, che offrono rendimenti a doppia cifra sulle scadenze brevi non superiori ai due anni; particolarmente interessanti sono le obbligazioni emesse da agenzie sovranazionali. Un tale investimento comporta naturalmente il rischio di cambio. Sebbene sia improbabile che la lira turca si rafforzi considerevolmente, l’era del rapido deprezzamento sembra essere terminata”, a detta di Catania.
In uno scenario caratterizzato dal miglioramento dell’economia e dei mercati finanziari europei negli ultimi anni, anche il settore bancario del continente offre opportunità selezionate. Spiega Catania: “Durante la recente recessione del 2012, le banche europee hanno visto minacciata la propria stabilità a causa del carico rappresentato dai crediti inesigibili, tuttavia al momento vi sono opportunità di rendimenti interessanti tanto nel comparto azionario quanto in quello obbligazionario. La volatilità delle quotazioni azionarie, i rendimenti del cash flow e la capacità di ampliare la quota di mercato sono tutti temi che continueranno probabilmente ad alimentare la dispersione dei rendimenti degli asset del settore.”Conclude Catania: “J.P. Morgan Private Bank mantiene ormai da qualche tempo un orientamento positivo nei confronti del contesto d’investimento europeo, alla luce del miglioramento della crescita economica, del calo della disoccupazione, delle politiche favorevoli della banca centrale e della ripresa della fiducia di aziende e consumatori. Ravvisiamo numerose opportunità nell’ambito di questo mercato vivace, dinamico e vario, che gli investitori possono sfruttare per migliorare i rendimenti rettificati per il rischio dei propri portafogli.” (foto: Sarah Catania)

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Ripensare l’Europa? I vescovi ci aiutano. Grazie!

Posted by fidest press agency su venerdì, 27 ottobre 2017

europaOggi la Commissione delle conferenze episcopali dell’Unione europea (Comece) si ritrova per “Ripensare l’Europa”, come dice il titolo del loro convegno, a 60 anni della firma dei Trattati di Roma che hanno istituito la Comunita’ economica Europea. “È nostra esperienza e anche il Papa ci ha detto la stessa cosa, che i politici sono alla ricerca di orientamenti per il futuro dell’Europa. La crisi è esistenziale. Lo abbiamo visto con la Brexit, con il dilagare dei nazionalismi, con la questione della zona Euro. Sono tutte questioni di non facile soluzione, pertanto occorrono orientamenti forti e nuovi per l’avvenire dell’Europa”. Al convegno e’ prevista la partecipazione anche di papa Francesco.
Ovviamente ci fa piacere, e riteniamo che sia utile, che i vescovi siano preoccupati delle istituzioni europee, ma cogliamo l’occasione per ricordare alcuni aspetti che, invece, non sono pienamente considerati nei rapporti con l’istituzione religiosa. Quest’ultima dovrebbe parlare solo ai propri fedeli, mentre con le istituzioni dovrebbe correlarsi solo rispetto ai propri spazi d’azione, in ottemperanza alle varie norme di liberta’ e finanziamento previsti. Ogni fedele, anche decisore europeo, puo’ avere la fonte d’ispirazione che piu’ ritiene opportuna. Altra cosa e’ quando l’istituzione religiosa in quanto tale si rapporta con le istituzioni non religiose (come l’Unione) per far si’ che vengano prese alcune decisioni piuttosto che altre. E’ in gioco la liberta’ delle nostre istituzioni e l’equita’ dei rapporti con qualunque confessione religiosa, tra le basi fondanti della nostra Unione e di tutti gli Stati che vi appartengono. Liberta’ che e’ tale visto che i diversi tentativi -prima e dopo l’approvazione della Costituzione europea – per ingabbiare la stessa nelle “radici giudaico-cristiane del nostro continente” non sono mai andati a buon fine. Il processo di “ripensare l’Europa” e’ complesso e al momento ancora in alto mare. Bene che i vescovi ci diano un contributo. Noi, che non siamo un’istituzione, ma organizzazione di cittadini utenti e consumatori, leggeremo con attenzione le riflessioni dei vescovi, e ne faremo tesoro per tutte le occasioni in cui contribuiamo al nuovo modello europeo, post-Brexit e non solo. (Vincenzo Donvito, presidente Aduc)

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Il caso Bankitalia

Posted by fidest press agency su sabato, 21 ottobre 2017

Banca d'ItaliaÈ sempre più chiaro che in Europa si va delineando una nuova tipologia di suddivisione politica. Come nel Novecento ci fu quella tra destra e sinistra, così oggi la linea di demarcazione separa il populismo dalla dimensione liberaldemocratica della responsabilità istituzionale. Il primo fronte si manifesta in varie modalità, dal giustizialismo giudiziario al sentimento che coltiva l’odio verso la casta politica (e non solo), dal localismo esasperato al sovranismo nazionalista, dal pauperismo anti-capitalista al peronismo del cattolicesimo che si riconosce culturalmente prima ancora che religiosamente in Papa Francesco. Tanti “ismi” legati da un sottile ma robusto filo rosso che riporta al comune denominatore della vocazione “antagonista” rispetto a quella “di governo”. Il secondo fronte è essenzialmente composto da due anime, quella popolar-conservatrice e quella riformista-progressista, entrambe europeiste (seppure con gradi e modalità molto diverse) e con cultura di governo.In questo quadro, è altrettanto chiaro che la frontiera che maggiormente può determinare la vittoria politica dell’uno o dell’altro fronte è ubicata in Italia. E non solo perché è il paese che, tra problematiche socio-economiche (lunghezza e profondità della recessione, peso del debito pubblico, alta disoccupazione) e sensibilità a temi come l’immigrazione, è più esposto alle fibrillazioni. Se fossero solo queste le origini del populismo, non si spiegherebbero certi fenomeni, seppur fortunatamente minoritari, come quelli emersi nelle ultime elezioni tedesche e austriache. No, l’atipicità italiana è dovuta soprattutto a due fenomeni, l’uno causa e conseguenza dell’altro: la fine dei partiti, o comunque la scomparsa di riferimenti culturali solidi nei caratteri fondativi di ciò che esiste, e l’alto – potremmo aggiungere, insopportabile – grado di contaminazione populista del fronte “di governo”. Cosa che rende molto labile la linea di demarcazione tra l’un campo e l’altro. L’ultimo esempio di questo maledetto contagio è il caso Banca d’Italia, epilogo conseguente della scelta unanime dei partiti, con l’istituzione di una inutile quanto potenzialmente pericolosa (per le distorsioni che può introdurre) commissione d’inchiesta, di volersi rappresentare agli occhi degli italiani in procinto di fare gli elettori (se andranno a votare) come i giustizieri buoni che sanzionano i banchieri cattivi e le autorità di controllo inette. Si può pensare ciò che si vuole della banca centrale e del suo governatore, così come delle vicende che negli ultimi anni hanno riguardato il nostro sistema bancario, ma da una cosa non si può prescindere: non è tollerabile, salvo non voler consegnare il paese nelle mani del populismo più becero, che temi complessi e delicati come questi vengano gestiti in una logica da “processo di piazza”. Mentre, invece, la ormai famosa (o famigerata) mozione parlamentare del Pd va esattamente nella direzione sbagliata. Sia chiaro, qui non si parla del merito di ciò che essa conteneva (prima e dopo le espunzioni realizzate in extremis dal Governo) e del suo evidente (e malcelato) intento di sgambettare la riconferma di Ignazio Visco, ma del metodo e del significato politico del suo uso, che l’amico Giacalone ha giustamente definito “uno sproposito istituzionale”. Che è tale non solo perché per norma e prassi la scelta del governatore della Banca d’Italia appartiene al capo dello Stato, previa proposta del Governo, dopo aver sentito il parere del Consiglio superiore della stessa banca centrale, cioè con una modalità in cui il Parlamento non recita alcun ruolo, ma anche e soprattutto perché essa produce un doppio strappo di cui rischiamo presto si vedere le non proprio positive conseguenze. Il primo riguarda chi, Visco o un altro la cosa non cambia, sarà chiamato a ricoprire il delicatissimo incarico di governatore. Il secondo strappo è di natura politica, e attiene sia all’attuale esecutivo sia alla possibilità che ne possa nascere uno (e nel caso, magari non di marca populista) dopo il voto della prossima primavera. Vediamole entrambe, queste lacerazioni.La Banca d’Italia è sempre stata posta al riparo dalle inframmettenze della politica per preservarne l’indipedenza, che non è un feticcio ma una garanzia che i delicati compiti che ha sempre avuto potessero essere svolti senza che gli appetiti dei partiti – ricordate tutto il tema della partitocrazia? – potessero varcare la soglia di palazzo Koch. Negli ultimi anni tali compiti sono diminuiti, ma se ne è aggiunto uno fondamentale: è l’anello di congiunzione con la Bce, che a sua volta è non solo l’architrave fondamentale su cui poggia l’euro (e quindi i nostri redditi e patrimoni) e il collante che ha tenuto unita l’Europa comunitaria, ma anche il detentore delle chiavi della politica monetaria, che è quella che ci ha consentito di sopravvivere alla crisi del 2011 e ultimamente di acchiappare la ripresa. Non solo. Alla Bce fa ormai capo la gran parte della vigilanza sulle banche, ed è stato evidente in questi ultimi tempi come quella funzione sia stata esercitata con modalità diverse a seconda della nazionalità degli istituti di credito che erano sotto banca centrale europeaosservazione. Ebbene, ora alla guida della Bce c’è un italiano, il cui mandato scadrà però tra due anni, ed è probabile che al suo posto vada un tedesco o un banchiere centrale filo-tedesco. Il governatore che sarà nominato sarà dunque colui che – per chi è e per il contesto in cui avverrà la sua nomina – potrà o meno difendere gli interessi italiani nella sede che più conta. Non entriamo qui nel merito delle previsioni e delle preferenze sul nome. Fa premio su tutto osservare che ora, dopo il deflagrare della polemica, chiunque venga nominato rischia di essere, o quantomeno di apparire agli occhi degli interlocutori europei, azzoppato. E osservare che più passano le ore rispetto ad una decisione che andava presa tempo fa e che va comunque presa entro la mezzanotte del 31 ottobre – ma nel frattempo il 26 ottobre ci sarà un importante consiglio direttivo della Bce (chi ci va?) e il 31 stesso si celebra la giornata mondiale del risparmio con un evento dell’Acri che si ripete ogni anno in cui da sempre parlano il ministro del Tesoro e il governatore di Bankitalia – e più il nominato si indebolisce. A tutto danno di quell’interesse dell’Italia in nome del quale tutti gli attori di questa sconsiderata partita dicono di muoversi. Italia a cui l’Europa è decisa – e come darle torto – a chiedere (imporre?) l’intervento che fin qui non c’è stato sull’enorme massa del suo debito pubblico. E quel debito è poggiato in modo decisivo sul nostro sistema bancario (è stato questo fatto una concausa della fragilità delle banche italiane).Non vi sfuggirà dunque, cari lettori, come si tratti di questioni delicatissime, e che farne oggetto del gioco al massacro della campagna elettorale sia un comportamento non solo nient’affatto meritorio, ma anche autolesionistico, perché gli italiani finiranno per punirlo nelle urne, facendo sì che si ritorca come un boomerang verso chi ha fatto l’incendiario. E qui veniamo alle considerazioni di natura più politica. Ci pare evidente che la mossa del Pd e le non meno improvvide dichiarazioni successive di Renzi (inevitabili viste le premesse) e di Berlusconi (demenziali e masochiste), combinate alle lentezze e incertezze mostrate dal Governo nonostante la fermezza del presidente della Repubblica – l’unico che esce a testa alta da questa da questa bruttissima pagina di storia repubblicana – pongano un problema politico difficilmente aggirabile. Perché delle due l’una: o prevale il veto politico del segretario del Pd, ma così si cancella la residua indipendenza di Bankitalia (e bene o male che sia stata fin qui esercitata, è cosa mortale come abbiamo visto), si mortifica Mattarella e l’istituzione che rappresenta e si certifica che Gentiloni non ha la statura del premier (bruciandolo anche per il futuro, cosa che probabilmente era negli intenti di Renzi, più che mai intenzionato a tornare a palazzo Chigi); oppure viene nominato Visco, e in questo caso il Pd dovrà prendere atto della inutilità del suo di partito di maggioranza relativa su cui questo Governo e a cui è attaccato il residuo tempo che rimane a questa legislatura, importante non fosse altro perché deve a breve licenziare la legge di Bilancio. Se fossimo nella Prima Repubblica ci sarebbero tutti gli elementi per una crisi di governo. Qui ci si accontenterà dello sputtanamento collettivo. Che avrà come conseguenza l’ulteriore avanzamento della linea populista. Cose che succedono quando i presunti anti-populisti usano le stesse armi degli avversari. Senza neppure capire che scrollato l’albero, i frutti (elettorali) finiranno nel campo del vicino. Perché se l’alternativa è tra l’originale e la copia, si sceglie sempre il primo.(Enrico Cisnetto direttore http://www.terzarepubblica.it)

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Rapporto: “L’impatto dell’Ictus in Europa”

Posted by fidest press agency su mercoledì, 18 ottobre 2017

ictusÈ stato presentato a Roma il volume “L’impatto dell’Ictus in Europa”, a cura dell’Osservatorio Ictus Italia in collaborazione con S.A.F.E. – Stroke Alliance for Europe e il supporto dell’Europarlamentare On. Aldo Patriciello. Si tratta della traduzione in lingua italiana di un’analisi approfondita dello stato della sensibilizzazione, informazione e prevenzione di questa emergenza sanitaria, dell’offerta di cura, della riabilitazione, del sostegno e dell’integrazione sociale e in generale della vita dei cittadini europei colpiti dalla malattia. Lo studio, commissionato ai ricercatori del King’s College di Londra dalla Stroke Alliance for Europe, ha esaminato dati, documenti e informazioni provenienti da 35 nazioni europee, fra cui l’Italia, rilevando differenze significative tra i diversi modelli di cura e disparità nelle possibilità di accesso alle terapie.Il rapporto sottolinea dati epidemiologici allarmanti: l’ictus è tra le prime cause di morte in Europa, la seconda causa di deficit cognitivo nell’adulto ed in assoluto la prima causa di disabilità a lungo termine. Nonostante gli sforzi sino ad ora compiuti dai Paesi europei nell’affrontare questa catastrofe umanitaria, ci si aspetta un aumento di circa il 30% dei nuovi casi nei prossimi anni, attribuibile soprattutto all’invecchiamento della popolazione.Con l’auspicio che il nostro Paese possa essere capofila, nonché riferimento internazionale, delle best practice in tema di prevenzione e cura dell’ictus, l’Osservatorio Ictus Italia ha promosso la versione Italiana del rapporto, una preziosa opportunità di informazione e condivisione, non solo con la popolazione, ma anche con gli stakeholders della politica e con i professionisti coinvolti nella programmazione e nell’organizzazione dei servizi sanitari.
“L’ictus cerebrale è una condizione che affligge milioni di persone e famiglie al mondo, trasformando la loro esistenza in una realtà di sofferenza e perdita di autonomie”, afferma la Dott.ssa Nicoletta Reale, Presidente dell’Osservatorio Ictus Italia. “L’Osservatorio si è quindi impegnato nella diffusione della versione italiana del Rapporto, per rendere disponibili alla popolazione maggiori informazioni sulla portata e sull’impatto della patologia, ma anche sul valore dell’impegno e del supporto che un’associazione di volontariato come A.L.I.Ce. Italia può offrire”.
Lo studio del King’s College di Londra ha dimostrato che è possibile un notevole miglioramento dell’indice di sopravvivenza all’ictus grazie all’implementazione delle Stroke Unit e all’uso del trattamento di trombolisi. Tuttavia, nonostante l’inclusione di queste strutture nelle linee guida europee e nazionali, si è stimato che solo il 30% dei pazienti europei affetti da ictus riceve assistenza adeguata.Le proiezioni indicano che entro i prossimi venti anni ci sarà un complessivo aumento del 34% del numero totale di casi di ictus nell’Unione Europea, cioè un passaggio da 613.148 casi nel 2015 a 819.771 nel 2035. Nel 2015 solo i costi sanitari diretti della patologia sono arrivati a 20 miliardi di euro nell’UE, mentre i costi indiretti, dovuti tanto al costo opportunità dell’assistenza informale della famiglia e degli amici, quanto alla perdita di produttività, causata dalla patologia o dalla morte, sono stati stimati nell’ordine di altri 25 miliardi di euro.La prevenzione e la corretta terapia dell’ictus dovrebbero perciò rappresentare priorità assoluta dei Paesi europei. Attualmente, infatti, il tasso di morte per ictus nei diversi Stati varia da 30 a 170 casi ogni 100.000 abitanti, differenza che dipende dalla eventuale presenza di Unità Neurovascolari funzionali sul territorio.

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Multe stradali in ambito europeo, le regole comuni in una scheda pratica

Posted by fidest press agency su venerdì, 13 ottobre 2017

autostradeUna circolare del Ministero dell’Interno del 12/9/2017 ha dettato istruzioni operative per lo scambio dei dati dei veicoli in ambito europeo ai fini dell’applicazione transfrontaliera delle sanzioni amministrative (multe) relative alle violazioni delle normative stradali ritenute più importanti e pericolose compiute, in questo caso, in Italia.La circolare si rifà in particolare alla Direttiva UE 2015/413 che ha sostituito la 2011/82/UE annullata dalla Corte di Giustizia europea a causa di errori formali, mantenendone il contenuto per dare continuità alle regole. La base normativa italiana rimane il decreto legislativo 37/2014 di recepimento della direttiva del 2011.Il sistema di scambio di informazioni creato per agevolare l’individuazione dei trasgressori di violazioni commesse nei Paesi UE con veicoli immatricolati in un altro Paese membro si chiama Cross Border operativo attraverso i “punti di contatto nazionali” (in Italia la Motorizzazione civile), con richieste inviate dagli organi di Polizia. Le regole dettate dalle Direttive europee prevedono, oltre allo scambio dati, l’invio di una informativa al trasgressore per avvisarlo della violazione commessa e della multa collegata, documento che si affianca alla notifica formale del verbale o altro atto previsto dalla normativa dello Stato europeo in cui è stata commessa la violazione. Diverse a seconda dello Stato di violazione e non regolate uniformemente a livello europeo sono invece sia le modalità di ricorso formale utilizzabili dal trasgressore sia le modalità di riscossione (coattiva) attivabili in caso di mancato pagamento della multa, regole che comunque devono essere riportate negli atti notificati. (Rita Sabelli, responsabile Aduc aggiornamento normativo)

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La mia Europa: non per amore ma per interesse

Posted by fidest press agency su mercoledì, 11 ottobre 2017

europaIl caso Catalogna di questi giorni mi fa riflettere. La focalizzazione riguarda l’atteggiamento assunto dalle autorità europee. Davanti a una crisi lasciata incancrenire sino al punto di “aperta ribellione” ai dettati costituzionali spagnoli sull’unità nazionale e alla scomposta reazione del Governo centrale, mi chiedo se non si poteva fare qualcosa prima di arrivare al punto in cui siamo. Dove abbiamo lasciato il principio di autodeterminazione dei popoli? Perché fa tanta paura il “separatismo regionale?” Per contro ci imbattiamo con la Brexit della Gran Bretagna che deve fare i conti con gli “unionisti europei” scozzesi e Nord Irlandesi. La prima impressione che ne traggo è che per troppa fretta di allargare i confini dell’Unione Europea abbiamo finito con l’imbarcare anche Stati poco convinti sul piano istituzionale e più interessati ai benefici economici e di mercato che potevano derivarne. Non solo. Le autorità comunitarie oggi non sono più capaci di tenere nascoste le forti divergenze interne che di fatto bloccano il normale funzionamento dell’intero apparato. Si è pensato a una guida autoritaria attraverso la “dittatura economica e finanziaria” dei grandi gruppi bancari e industriali e che avrebbe potuto mettere in ginocchio ogni sia pur modesto tentativo di opposizione. In questo modo, e non troppo inconsapevolmente, si è dato vita a una comunità dove i partner non si amano ma sono uniti per interesse e ben consapevoli che se osano distaccarsi saranno crocifissi dalle fronde economiche e finanziarie che lo stato guida è capace di scatenare contro. E da qui emerge la convinzione che chi comanda è solo uno Stato, quello, guarda caso, economicamente più in salute e che ha tutto l’interesse di coltivare le debolezze altrui nella logica del divide et impera. In questo modo si diventa sudditi nella gerarchia imperiale dei vassalli, valvassori e valvassini. A questo punto una Europa che non si ama o si ama sempre meno ci farà perdere quell’idea romantica e nostalgica di un’Europa unita e solidale dai Pirenei agli Urali. E’ diventata un’Europa autarchica senza anima e sarà destinata prima o poi a implodere. Intanto ci teniamo i nostri piccoli, meschini interessi di bottega. Un domani sarà probabilmente un’altra storia. (Riccardo Alfonso)

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La Merkel e la “locomotiva europea”

Posted by fidest press agency su giovedì, 5 ottobre 2017

Germany Parliament Merkel

Germany Parliament Merkel

“Ottenere un quarto mandato è stato il compito più facile per Angela Merkel. Ora il mondo si aspetta molto di più: che la cancelliera faccia l’Europa, non solo gli interessi della Germania. Forse il responso delle urne tedesche paradossalmente potrebbe aiutare”.Così Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia alla Camera dei deputati, in un intervento su “Il Foglio”.“Per questo diciamo ‘no’ al ministro delle Finanze europee se esso dovesse rappresentare l’egemonia dell’asse franco-tedesco, ormai fuori dal tempo. Come scandiamo un sonoro ‘no’ alla definizione di una nuova governance economico-finanziaria dell’Eurozona. Sarebbe un mettersi nelle mani di potenze indifferenti al nostro interesse nazionale, accomodandoci nel presepe come pecorelle.No, questa nuova governance esige per essere accettata che si costruiscano prima l’unione bancaria, l’unione di bilancio, l’unione economica, l’unione politica. Non è un discorso improvvisato quello che faccio, ma un impegno che dal 2012 si è assunto il Consiglio europeo sulla base dei rapporti dei quattro, e poi cinque, presidenti. Di queste unioni, purtroppo, nessuno parla più quale dato strategico.Non di un ministro delle Finanze Ue abbiamo bisogno (quasi un super guardiano dei bilanci degli stati), quanto di un ministro dello sviluppo Ue. La nuova governance economico-finanziaria dell’Europa deve, cioè, essere finalizzata alla crescita e allo sviluppo e non deve essere un nuovo strumento nelle mani dei più forti per commissariare i più deboli.Un’Europa senza crescita non è più possibile e non verrebbe accettata dai cittadini. Senza crescita si blocca anche la trasmissione della politica monetaria all’economia reale, come è avvenuto negli anni dell’ultima lunga crisi. Finora le richieste del presidente della Bce, Mario Draghi, perché i governi collaborino stimolando la crescita nell’eurozona, sono rimaste inascoltate. Oggi può e deve essere l’intera Unione europea a rispondere all’esigenza di sviluppo. Solo così si giustificherebbe un ministro dell’Economia unico”.

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L’Europa e i divari istituzionali tra Stati

Posted by fidest press agency su lunedì, 2 ottobre 2017

europaL’Europa comunitaria costituita da tanti e diversi schemi nazionali tende ad accentuare i divari istituzionali, economici e sociali e ad accrescere lo stato di conflitto e i distinguo. Su tre ministeri oggi è, invece, possibile operare un cambiamento. Parliamo del ministero degli affari esteri, della difesa e dell’istruzione. Se diventassero di competenza europea noi potremmo avere una politica estera, un sistema di difesa e un’istruzione sovranazionale unificati con significativi vantaggi sia in termini economici sia logistici e funzionali. D’altra parte un dibattito serio è stato già avviato per passare a una politica estera che veda l’U.E., muoversi con una sola testa e a un parlamento europea che possa ritrovarsi con poteri più ampi in materie d’interesse generale. La stessa difesa con l’attuale allarga-mento dei confini di “sicurezza” dei singoli stati sarebbe più credibile nei confronti di potenziali nemici esterni di quanto non possa fare un singolo Stato costretto, per giunta, a mantenere e aggiornare il proprio potenziale bellico e con spazi di bilancio limitati. L’istruzione, infine, permetterebbe ai giovani di trovare meno ostacoli alla loro mobilità e impiego avendo la possibilità di costruire la propria formazione scolastica su un modello unitario di accesso allo studio e ai conseguenti titoli professionali e accademici.
L’Italia per la sua vocazione europeistica, per essere tra le prime nazioni che hanno creduto in un’Europa comunitaria, dovrebbe farsi promotrice di questa evoluzione istituzionale dell’Europa e in un contesto nel quale sempre di più si punta su un mondo globalizzato e dove le realtà tendono a superare il frazionamento nazionale per esprimersi a livello continentale. (Riccardo Alfonso)

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E’ nata la trombocardiologia

Posted by fidest press agency su venerdì, 29 settembre 2017

ictusLe malattie causate dalla Trombosi sono aumentate negli ultimi 25 anni e sono destinate ad aumentare. Oggi sono più di 85 milioni le persone che in Europa hanno conosciuto da vicino una delle malattie causate dalla Trombosi, riportando gravi invalidità come quelle lasciate da un Ictus o da un Infarto del miocardio e contribuendo a un incremento drammatico dei costi sanitari, stimati in Europa in 210 miliardi di euro l’anno, ovvero il 33% del budget dell’Unione Europea per il 2017. Se è vero che potrebbero essere ridotte almeno di un terzo, e lo è, vorrebbe dire che si potrebbero risparmiare in Europa70 miliardi di euro l’anno. Allora perché non ci siamo ancora riusciti?Da 30 anni ALT – Associazione per la Lotta alla Trombosi e alle malattie cardiovascolari – Onlus è impegnata nella sensibilizzazione della popolazione italiana sull’importanza delle malattie da Trombosi, cercando di insegnare che cosa vuol dire Trombosi, come si manifesta, quali sono i sintomi da non sottovalutare, che fare se si manifestano, come curarla, come evitarla, come modificare abitudini non sane che, in alcuni di noi più fragili di altri, possono scatenare confusione nel sistema della coagulazione del sangue, che incomincia a coagulare in modo inappropriato, dovunque nel corpo, causando Ictus cerebrale, Infarto, Embolia.Quando ALT è stata fondata da pochi mesi era stata pubblicata un’immagine che mostrava con chiarezza una coronaria malata di aterosclerosi, che si chiudeva e provocava Infarto del miocardio proprio a causa di un Trombo: ci sono voluti trenta anni perché questa constatazione venisse compresa, trent’anni durante i quali i meccanismi della Trombosi sono stati studiati e compresi in profondità, anche se ancora non del tutto. E finalmente un professore autorevole come Eugene Braunwald durante il recente congresso della Società Europea di Cardiologia a Barcellona, davanti a 35mila cardiologi provenienti da tutto il mondo ha dichiarato che è arrivato il momento di parlare di trombocardiologia.
La Trombosi provoca la stragrande maggioranza delle malattie cosiddette cardiovascolari, ovvero un frammento di trombo che diventa embolo causa la stragrande maggioranza degli Ictus cerebrali, o le ischemie o gli Infarti del rene, dell’intestino, delle arterie periferiche, che spesso portano all’amputazione o a gravi invalidità.La Trombosi provoca malattie che conosciamo con il nome dell’organo che colpisce: la Trombosi coronarica provoca Infarto del miocardio, la Trombosi di una qualunque arteria provoca Ischemia, la Trombosi in una vena provoca flebite o Trombosi venosa superficiale o profonda, i frammenti di trombo che si liberano nel sangue provocano embolia nel polmone (Embolia polmonare) o nel cervello (Ictus cerebrale).
Un Trombo è un coagulo di sangue, che si forma in un momento e in un punto in cui non si sarebbe dovuto formare. Quando si forma su una ferita visibile lo chiamiamo coagulo, serve per fermare l’emorragia, guarire l’infiammazione, guidare la costruzione della cicatrice.
Quando si forma all’interno di una’arteria, di una vena o di un capillare ha il medesimo obiettivo: guarire; ma deve agire rapidamente per raggiungere il suo obiettivo e sciogliersi altrettanto rapidamente, per non bloccare la circolazione del sangue in quel vaso che ucciderebbe le cellule che quel vaso nutriva.Se chiamiamo le malattie partendo non dall’organo che colpiscono ma dal meccanismo che le provoca, ci accorgiamo che le malattie causate da Trombosi sono le più diffuse al mondo: colpiscono il doppio dei tumori. Si possono evitare in un caso su tre, almeno, eppure sono ancora sottovalutate, anche se, sotto il nome generico e impreciso di malattie cardiovascolari, sono l’incontro più probabile per la stragrande maggioranza di noi, tanto più probabili quanto più avanziamo nell’età, ma non impossibili nei bambini e perfino nei neonati.
La prima causa di morte e di invalidità precoce nel mondo cosiddetto industrializzato, prevenibile in un caso su tre. Ogni anno in Italia 200mila persone potrebbero non essere colpite, risparmiando vita denaro e qualità della vita a sé e ai proprifamigliari. Ma allora perché i casi di Trombosi continuano ad aumentare? «Perché la popolazione che oggi si avvia a superare i 60 anni» – dichiara la Dott.ssa Lidia Rota Vender, specialista in ematologia e malattie cardiovascolari da Trombosi e Presidente di ALT- «è molto più numerosa rispetto al passato. Sono i baby boomers, i figli del boom economico, quel boom che nel dopo guerra ha permesso a tanti italiani di sognare e a molti di realizzare i propri sogni, anche attraverso una famiglia numerosa, ricca di figli e di voglia di fare. O forse perché la prevenzione delle malattie cardiovascolari da Trombosi richiede non solo o non sempre, farmaci, ma sempre collaborazione e forza di volontà, quella che è necessaria per fare scelte intelligenti che non ci tolgano momenti di gioia di vivere ma ci lascino la gioia di vivere a lungo e bene, senza criminalizzare il vizio, ma scegliendo di non cascarci; perché richiede che ognuno non faccia esami del sangue più o meno costosi per rassicurarsi di “stare bene”, ma passi invece davanti allo specchio della propria camera da letto e della propria coscienzae si informi sulla storia della propria famiglia, per capire quanto il suo corpo può permettersi. Noi siamo il frutto della genetica dei nostri genitori: che possono essere grassi, diabetici, ipertesi, o avere il colesterolo alto;-continua la dottoressa Rota Vender – ma non ci troviamo su un sentiero senza ritorno che ci porterà per forza ad avere i loro stessi problemi, anzi, possiamo avere il privilegio di sapere prima che cosa rischiamo, se non provvediamo per tempo a fare scelte diverse da quelle che loro stessi hanno fatto, volontariamente o inconsapevolmente. Loro non sapevano quello che noi oggi sappiamo, le madri dei nostri genitori avevano l’ossessione di soddisfare la fame dei propri bambini perchè ne avevano patita tanta, durante la guerra. La maggiore disponibilità di denaro e la pubblicità ci hanno guidato verso alcuni “vizi” che a lungo andare hanno corroso la salute dei nostri genitori e la nostra».

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La nuova Europa di Macron: Abbiamo fretta…

Posted by fidest press agency su giovedì, 28 settembre 2017

macron“Abbiamo fretta, l’audacia è la nostra sola risposta”. In un discorso di un’ora e mezza, all’auditorium della Sorbonne, davanti a studenti francesi e di altri Paesi, il presidente francese Emmanule Macron, ha proposto una serie di iniziative per uscire dall’Europa “della glaciazione” e “restituirla al popolo”. “L’Europa non ha scelta se vuole esistere a confronto con Cina e Usa, ma anche resistere all’oscurantismo che e’ portato dai partiti nazionalisti”. Macron vuole “un’Europa a più velocità, che e’ quando già “Questa ambizione dobbiamo farla valere ora. E’ una nostra responsabilità, per i nostri giovani, per l’Europa”. Ecco le principali proposte
Rafforzare l’Europa della difesa e della sicurezza creando:
– una forza comune d’intervento entro il 2020,
– un budget per la difesa comune ed una dottrina comune che ci faccia agire;
– un’accademia europea di informazione per assicurare la riconciliazione delle nostre capacita’ di informazione;
– una procura europea contro il terrorismo;
Poi, per gli aspetti ecologici: la creazione di una forza europea di protezione civile che metta insieme i mezzi di sicurezza e di intervento per dare una risposta alle catastrofi sempre meno naturali come terremoti e inondazioni.
“La crisi migratoria e’ una sfida duratura. E noi siamo carenti di efficacia e di umanita”. Il presidente francese vorrebbe creare un ufficio europeo di asilo ed una polizia europea delle frontiere per controllare le stesse con efficacia e accogliere degnamente i rifugiati (…) e rimandare indietro quelli che non hanno i requisiti per fruire del diritto d’asilo. L’obiettivo e di accelerare ed armonizzare le procedure per realizzare dei dati interconnessi e dei documenti dì’identita’ biometrici sicuri. Inoltre la realizzazione di un programma europeo di formazione e integrazione per i rifugiati.
Creare una tassa sulle transazioni finanziarie, da dedicare interamente alle politiche di sviluppo. “Ci sono due Paesi in Europa che hanno una tassa sulle transazioni finanziarie, Francia e Gran Bretagna: Prendiamo questa tassa e generalizziamola a tutta l’Europa”.
Da qui al 2020 occorrerebbe creare delle imposte comuni sulle societa’, il cui pagamento darebbe diritto ai fondi strutturali. Quindi un salario minimo, adatto alla realta’ economica di ogni Paese e l’inquadramento della concorrenza attraverso livelli di quotizzazioni. Per restare concorrenti a livello mondiale:
– un budget piu’ forte nel cuore della zona euro, che permetta di finanziare investimenti comuni, con imposte legate a questo budget;
– un ministro delle finanze della zona euro;
– un controllo democratico.
centrale-a-carbonePer la transizione energetica, occorre fissare un livello europeo per un prezzo giusto del carbone, in modo che gli scambi permettano di penalizzare le industrie inquinanti. Questo prezzo dovrebbe essere “sufficientemente alto”, tra i 25 e 30 euro per ogni tonnellata, al fine di incoraggiare la transizione ecologica. Inoltre ci vorrebbe una tassa sul carbone alle frontiere europee, che dovrebbe pesare sulle importazioni che provengono dalle industrie inquinanti, si’ da assicurare equita’ tra i produttori europei e la loro concorrenza.
La creazione di una agenzia europea per l’innovazione, in grado di finanziare in comune dei nuovi campi di ricerca, come l’intelligenza artificiale. Creare quindi in due anni una agenzia europea per l’innovazione, per metterci in posizione innovativa e non di seguire cio’ che di innovativo ci arriva da altre parti. Come modello Macron ha citato l’agenzia americana di ricerche militari DARPA, agenzia del dipartimento difesa degli Usa, incaricata della ricerca e dello sviluppo delle nuove tecnologie, che negli anni 70 e’ stata alla base della creazione di Internet. L’obiettivo e’ creare dei “campioni europei” nella transizione digitale. “Il mercato unico digitale e’ un’occasione da cogliere per proteggere i dati economici delle nostre imprese”. Inoltre vorrebbe tassare le imprese digitali tassandone il valore “la’ dove questo si crea” e regolamentare le grandi piattaforme.
europaIstituzioni e democrazia “Dobbiamo rifondare il progetto europeo con il popolo”, facendo appello ad un “vasto dibattito sull’Europa nei Paesi che la sostengono. Un dibattito aperto, libero, trasparente ed europeo per offrire all’Europa un contenuto prima delle elezioni europee del 2019”. Quindi:
– rendere piu’ forte il Parlamento europeo con delle liste transnazionali, gia’ a partire dal 2019:
– far si’ che nel 2024 la meta’ del Parlamento europeo sia eletto su liste transnazionali;
– una Commissione europea di 15 membri.
Gioventu’ “Ogni studente deve conoscere almeno due lingue europee entro il 2024, ed ogni giovane europeo dovrebbe trascorrere almeno sei mesi in un altro Paese europeo. “L’Europa multilingue e’ una chance”.
sorbonneCi vorrebbero poi delle università europee, rete di università che permettano di studiare all’estero e di seguire corsi in almeno due lingue. E’ evidente che questo e’ un canovaccio, su cui tutti gli interessati, istituzionali e non, hanno la possibilita’ di lavorare. Si tratta di capire, a questo punto, quale volonta’ manifesteranno i governi e le istituzioni dei Paesi membri; cioe’ se metteranno a disposizione dei cittadini gli strumenti necessari perche’ questa rinascita dal basso – come auspicata dal presidente Macron – sia tale: iniziative ad hoc, dibattiti, web, manifestazioni, etc. Cioe’: fondi per procedere in questo senso, soprattutto coinvolgendo direttamente i cittadini, perche’ agiscano in prima persona ed abbiano strumenti incisivi e validi di interlocuzione con le istituzionali nazionali e comunitarie.
Noi abbiamo dei dubbi che cio’ accada. Per svariati motivi, tra cui il principale e’ quello dell’accettazione condivisa della leadership francese, di fatto in sostituzione/supporto a quella unanimemente riconosciuta di quella tedesca. I nazionalismi sono delle brutte bestie per questo progetto e per la nostra vita in generale, e spesso albergano anche nei più dichiarati europeisti.
Speriamo di sbagliarci. E in questo senso ci daremo molto da fare. (ringraziamo, per gli estratti del discorso di Macron, il quotidiano Le Monde e l’Aduc) (Vincenzo Donvito)

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Pilastro europeo dei diritti sociali

Posted by fidest press agency su lunedì, 25 settembre 2017

european commissionBruxelles. La Commissione europea ha intrapreso ulteriori discussioni con i sindacati e le organizzazioni dei datori di lavoro a livello di UE sulle modalità per modernizzare le regole in materia di contratti di lavoro affinché questi siano più equi e prevedibili per tutte le tipologie di lavoratori.Con questa iniziativa la Commissione porta avanti l’attuazione del pilastro europeo dei diritti sociali al fine di creare una convergenza tra gli Stati membri verso migliori condizioni di vita e di lavoro.
Valdis Dombrovskis, Vicepresidente responsabile per l’Euro e il dialogo sociale, la stabilità finanziaria, i servizi finanziari e l’Unione dei mercati dei capitali, ha dichiarato: “Il ruolo delle parti sociali è fondamentale per sviluppare il pilastro europeo dei diritti sociali, ancor più quando occorre affrontare sfide relative alle nuove forme di occupazione e offrire condizioni di lavoro adeguate nelle forme di lavoro atipico. (…) La Commissione è consapevole della necessità di conciliare la protezione essenziale dei lavoratori e la possibilità per le imprese di creare posti di lavoro e innovazione del mercato del lavoro. Sono questi gli obiettivi della nostra proposta”. Marianne Thyssen, Commissaria per l’Occupazione, gli affari sociali, le competenze e la mobilità dei lavoratori, ha aggiunto: “I lavoratori hanno il diritto di essere informati dei loro diritti e obblighi per iscritto all’inizio del rapporto di lavoro. Milioni di europei con contratti di lavoro non standard nutrono tuttavia incertezze sui loro diritti. (…) Garantire contratti di lavoro più equi e prevedibili è un elemento basilare per offrire condizioni di lavoro eque in tutta l’UE. Questo è quanto cerchiamo di realizzare con il pilastro europeo dei diritti sociali, che spero sarà proclamato al più alto livello politico durante il vertice per l’occupazione equa e la crescita che si terrà a Göteborg il 17 novembre.» La Commissione intende ampliare l’ambito di applicazione dell’attuale direttiva sui contratti di lavoro (la cosiddetta direttiva sulle dichiarazioni scritte), estendendola a nuove forme di impiego come i lavoratori a chiamata, i lavoratori a voucher e i lavoratori delle piattaforme, in modo che nessuno sia lasciato indietro. Anche le norme attuali dovrebbero essere modernizzate alla luce degli sviluppi intervenuti nel mercato del lavoro negli ultimi decenni. Migliorando le informazioni fornite all’inizio di un contratto di lavoro i lavoratori saranno più consapevoli dei loro diritti e, quindi, più in grado di farne garantire il rispetto. Per i datori di lavoro, l’aggiornamento delle norme offrirà maggiore chiarezza e certezza del diritto ed eviterà la concorrenza sleale.
Fino al 3 novembre 2017 le parti sociali potranno condividere le loro opinioni sugli aggiornamenti previsti della normativa dell’UE in materia di contratti di lavoro. La Commissione intende presentare una proposta legislativa entro la fine dell’anno.

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Più attenzione per i BRICS che corrono

Posted by fidest press agency su mercoledì, 20 settembre 2017

pechinoPechino. In Europa, purtroppo, si è talmente concentrati a osservare il proprio ombelico che, quando i Paesi BRICS s’incontrano, a malapena si riesce a ricordare il luogo e il numero dei partecipanti all’evento. Del contenuto e degli obiettivi strategici, poco o niente. Eppure il loro peso, rappresentato dal 40% della popolazione mondiale e dal 25% del Pil mondiale, esigerebbe un’attenzione maggiore.
Mentre l’economia occidentale arranca da 10 anni, si ricordi che nello stesso periodo il Pil aggregato di Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa è cresciuto del 179% e i loro scambi commerciali sono aumentati del 94%.
Ecco perché il loro nono summit d’inizio settembre a Xiamen, in Cina, segna un rilevante passo avanti nell’attuazione della strategia di sviluppo economico e di coordinamento istituzionale.
Prima di tutto si è passati al “BRICS Plus”, cioè ai preparativi verso un progressivo allargamento dell’alleanza originaria. A Xiamen c’erano anche i capi dei governi di Messico, Egitto, Tailandia, Tagikistan e Guinea che hanno partecipato al “Dialogo dei Paesi Emergenti e in Via di Sviluppo”. E in precedenza era stato coinvolto il cosiddetto gruppo MINT, costituito dal Messico, dall’Indonesia, dalla Nigeria e dalla Turchia. La dichiarazione finale del summit pone l’accento sull’intenzione di scambiare le migliori esperienze di sviluppo e d’integrazione infrastrutturale e finanziaria con i paesi emergenti. Il fine ultimo dovrebbe essere quello di creare una più “inclusiva e bilanciata globalizzazione economica”, correggendo gli attuali ingiusti squilibri tra il nord e il sud del mondo.
In secondo luogo la Nuova Via della Seta, la Belt and Road Initiative, naturalmente è stata oggetto di molte riflessioni. Com’è noto, essa vorrebbe e potrebbe coinvolgere oltre 60 Paesi asiatici ed Europei, oltre ad una forma di estensione anche all’intero continente africano.
Si sono perciò avviate iniziative per il miglioramento del commercio, con l’utilizzo anche delle monete locali e di swap (aperture di credito urgente tra i paesi membri), e progetti di partenariato pubblico-privato. In concreto, è stato creato un centro Regionale Africano all’interno della Nuova Banca di Sviluppo dei BRICS, e un Piano d’Azione per l’Innovazione e la Cooperazione. Inoltre, si evidenzia che la Cina investirà ben 500 milioni di dollari nel Fondo di Assistenza per la Cooperazione Sud- Sud recentemente creato.
C’è un’evidente strategia basata su contatti “people to people” per un sostegno popolare al progetto dei BRICS, promuovendo così anche la crescita culturale e una maggiore comprensione delle varie civiltà.
Pertanto la “Strategy for BRICS Economic Partnership” è entrata nella fase operativa in tutti i settori: dalle infrastrutture alle nuove tecnologie, ai minerali d’importanza strategica, alla scienza, alla ricerca spaziale e all’innovazione. Si è costruito a tal fine uno specifico Fondo per la Preparazione dei Progetti di Partenariato Pubblico e Privato che intende individuare investimenti che seguano le linee guida delle best practice. Nel settore finanziario i BRICS stanno creando dei mercati di titoli obbligazionari denominati in monete locali e anche uno specifico Fondo Obbligazionario. Lo scopo di tali iniziative è evidente: rendere i BRICS più indipendenti dai mercati dominati dal dollaro e attrarre capitali internazionali privati a sostegno dei loro grandi progetti. Ci sembrano passi positivi nella direzione di un nuovo e più stabile sistema finanziario internazionale al fine anche di superare i tanti rischi derivanti dagli attuali eccessivi flussi di capitali e dalle pericolose fluttuazioni delle monete. Come si può intuire, in molti campi, dall’industrializzazione alle tecnologie, i BRICS sono più avanti di quanto si possa pensare. Al riguardo hanno creato un “Istituto del Futuro” che lavora, tra l’altro, nelle ricerche concernenti l’Internet of Things, le nanotecnologie, i Big Data e il 5 G.
Si punta, evidentemente, non solo alla crescita ma allo sviluppo globale con intenti probabilmente anche di natura geopolitica che l’occidente e l’Europa farebbero bene a considerare nella loro giusta portata.
(Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e Paolo Raimondi economista)

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Libro: La fine dell’Europa

Posted by fidest press agency su domenica, 17 settembre 2017

la fine dell'europaGiulio Meotti ha intrapreso un compito impopolare ma necessario nel mettere a nudo la verità allarmante sul declino demografico dei popoli europei indigeni.La risposta della nostra classe politica è quella di scrollare le spalle e dire “che importa?”. Come sottolinea l’autore, la nostra incapacità di riprodurci non è causata dalla povertà o dalla debolezza genetica. Al contrario, ciò è dovuto alla ricchezza, all’indolenza e alla voglia di aggrapparci alla sicurezza dello stato sociale. Ci ritiriamo dal lavoro il più presto possibile, e persino i giovani sono inclini a considerare i figli come un peso che è meglio evitare. Questo atteggiamento verso i bambini è l’opposto dell’atteggiamento religioso, e, come dimostra Meotti, è proprio l’indebolimento della fede cristiana ad aver portato i cittadini europei a smettere di fare figli. Possiamo fare qualcosa per questo problema? Una cosa è certa, senza il coraggio di essere ciò che siamo, e di trasmettere la nostra eredità ai nostri figli, noi europei siamo destinati a scomparire. E con noi scomparirà la più grande civiltà che il mondo abbia mai conosciuto.Con un saggio di Roger Scruton, filosofo inglese, e di Richard Millet, scrittore francese, ex editor di Gallimard. Giulio Meotti, scrittore, giornalista de Il Foglio. Giulio Meotti La fine dell’Europa. Nuove moschee e chiese abbandonate Cantagalli 2016 | pp. 224 | euro 17 (foto: la fine dell’Europa)

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L’Europa che vorremmo dimenticando il conto da pagare

Posted by fidest press agency su mercoledì, 13 settembre 2017

europaSe tralasciamo il discorso su ciò che i nostri padri pensavano sull’Europa da europei e ci limitiamo a considerare i fatti odierni dobbiamo renderci conto che dopo tanti sforzi unitari e le relative accelerazioni annettendo senza farci molti scrupoli paesi che non avevano ancora maturato l’idea dello stare insieme e le regole che avrebbero dovuto condividere e alla possibile perdita di parte della loro sovranità in tema di politica estera, di economia, di finanza, di giustizia, di certo la loro vocazione unitaria avrebbe mostrato non poche crepe.
E’ questo a mio avviso il tallone di Achille di una comunità che pensa ai propri confini in termini nazionali e non di certo sovranazionali.
L’Europa sembra oggi insofferente al conto che la storia le presenta dopo decenni di colonialismo, post colonialismo e di governi fantoccio in paesi dove l’ordine di scuderia era quello di sfruttare, impoverire, immiserire in nome del profitto fine a se stesso.
Abbiamo fatto scempio degli stessi diritti che enunciavamo con orgoglio in nome della “realpolitik” per dedicarci animo e corpo alla ricerca e il mantenimento del potere, indipendentemente da questioni religiose o morali.
Eravamo tanto invasati alla ricerca diplomatica di un primato fra gli Imperi Europei che abbiamo saputo dar seguito naturale alle feluche dei propri ministri, diplomatici, accademici sostituendole con gli elmi del guerriero e scatenare guerre sanguinose e immani distruzioni per affermare un predominio che la diplomazia delle feluche non era riuscita ad assicurare. Ora che i tempi del guerreggiare in armi sono passati di moda un’altra cultura si è affermata affinando l’ingegno degli europei verso un modo di pensare più ricercato. Così l’Europa comunitaria si è trasformata in uno scudo protettivo e in un terreno di lauti profitti per chi avendo perso la guerra sul terreno di battaglia ritrova la sua revanche in senso storico politico nel campo dell’economia e della finanza.
Questo doppio binario di politica interna ed internazionale messo in piedi da chi continua a sentirsi storicamente erede di un passato imperiale è destinato a far pagare un prezzo molto elevato a quelle nazioni in Europa e altrove che hanno subito il fascino del più forte e non compreso l’insidia che nascondeva. Se questa è l’Europa che vogliamo abbiamo sbagliato alla grande perché non vi è dignità per i sudditi. E qui mi fermo. Come dire? Ai posteri l’ovvia sentenza. (Riccardo Alfonso direttore centri studi sociali e politici della Fidest)

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U.E. accusa italia su ritardi identificazione migranti

Posted by fidest press agency su lunedì, 11 settembre 2017

european commission“La Commissione Europea, nel documento di aggiornamento sulla situazione dei migranti pubblicato il 6 settembre (consultabile al link http://europa.eu/rapid/press-release_IP-17-3081_it.htm), ha bacchettato l’Italia per la lentezza delle procedure di registrazione dei migranti giunti sulle nostre coste, con particolare riferimento ai richiedenti asilo provenienti dall’Eritrea. Da parte dell’Europa si ipotizza quindi il caso di migranti, in questo caso eritrei che, seppur presenti sul nostro territorio, non sono stati sottoposti alle corrette procedure di identificazione. Questo, se fosse confermato, evidenzierebbe una grave negligenza: i criteri del programma di relocation, infatti, limitano ai soli siriani ed eritrei le nazionalità eleggibili che possono partecipare al ricollocamento. Sarebbe pertanto inaccettabile se le persone ricollocabili non fossero state registrate adeguatamente perché proprio la corretta registrazione è presupposto essenziale per la possibile ricollocazione. Ci auguriamo che il Governo fornisca subito al Parlamento italiano e all’Unione Europea tutti i chiarimenti necessari in merito alle accuse mosse all’Italia sulla mancata registrazione dei migranti eritrei giunti sul territorio italiano.” Lo dichiara in una nota il deputato di Forza Italia Gregorio Fontana, membro della Commissione parlamentare d’inchiesta sui migranti.

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XXIX Seminario Europa: formazione impresa

Posted by fidest press agency su venerdì, 8 settembre 2017

impresa formazioneBisceglie e Bari 13-15 settembre 2017 Preparare al lavoro attraverso il lavoro è da sempre uno dei cardini della Formazione Professionale, un sistema che, come dimostrano i numeri, favorisce in modo rilevante l’occupazione giovanile: non è quindi un caso che la sperimentazione del cosiddetto “Sistema duale”, avviata e finanziata nell’ultimo anno dal Ministero del Lavoro, sia guardata con grande interesse da formatori e imprese. Su questa esperienza si concentra la 29° edizione del Seminario Europa, l’iniziativa itinerante ideata dal CIOFS-FP (Centro Italiano Opere Femminili Salesiane – Formazione Professionale) che quest’anno si terrà in Puglia.
Il Seminario Europa vuole essere un momento di confronto tra Istituzioni, Imprese ed Enti di Formazione, da qui la collaborazione organizzativa con FORMA e CONFAP, sulle tematiche della Formazione Professionale, del Lavoro e dell’Occupazione Giovanile: parteciperanno, infatti, i Ministeri dell’Istruzione e del Lavoro, l’ANPAL (Agenzia Nazionale Politiche Attive del Lavoro), l’INAPP (Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche), l’INVALSI (Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema educativo di Istruzione e di Formazione), CENSIS (Centro Studi Investimenti Sociali), Confindustria, Confartigianato e diverse Regioni. Come osserva per il CIOFS-FP Lauretta Valente, ideatrice del seminario fin dalla prima edizione, “con il titolo Il Duale per l’Italia. Contaminazione istituzionale e sociale alla base del lavoro per i giovani vogliamo portare l’attenzione sulle modalità di interazione. La fase di avvio della sperimentazione ministeriale è stata importante e molto attesa. Oltre a fare un bilancio dei primi esiti, vorremmo darci nuovi obiettivi e cercare di capire tutti insieme come migliorare e portare a termine la costruzione di una filiera professionalizzante della formazione dalla IeFP (Istruzione e Formazione Professionale) fino ad agganciare direttamente l’ITS (Istruzione Tecnica Superiore) e a mettere a sistema l’interazione di queste con i servizi per il lavoro e con le realtà economiche e imprenditoriali del territorio. Sono nati nuovi organismi pubblici e i rapporti con le imprese si sono intensificati, per cui è necessario considerare anche le loro esigenze”.
Quest’anno al Seminario Europa del CIOFS-FP saranno ospiti una delegazione proveniente dalla Spagna e una dalla Gran Bretagna, proprio per illustrarne metodi e scelte. In Italia – come ha dichiarato di recente lo stesso Sottosegretario Luigi Bobba, che interverrà durante la giornata conclusiva del Seminario Europa –, viceversa i numeri sono ancora troppo modesti dal punto di vista delle quantità assolute per poter contrastare con efficacia la disoccupazione.
I Protocolli stipulati dal Ministero del Lavoro con le Regioni hanno nondimeno determinato il passaggio dalle iniziative promosse in alcune Regioni, in particolare al Nord e al Centro, all’impegno di attivare percorsi di formazione con esperienze in azienda o con impresa formativa simulata o, ancora, di sviluppare l’apprendistato di I livello in tutto il Paese. Per sostenere la svolta, vanno ricordati i finanziamenti di 87 milioni di euro stanziati per il 2015 e gli ulteriori 27 milioni per il 2016 che le Regioni sono state spinte a implementare con richieste di risorse al Fondo Sociale Europeo. Ciò nonostante la situazione non è ancora omogenea. Grazie alle azioni messe in campo – IeFP, Sperimentazione Duale, Sviluppo dell’Alternanza in forma universale e ITS –, nelle Regioni che hanno avviato i percorsi dal gennaio 2016 risultano iscritti circa 21.000 allievi e 1.950 utenti in percorsi modulari; dal gennaio 2016 all’aprile 2017 risultano attivati 11.732 contratti di apprendistato, di cui 10.612 di I livello per il conseguimento di una qualifica o di un diploma o di una specializzazione tecnica superiore, oltre a 1.120 apprendistati di alta formazione e ricerca. D’altra parte, la scelta di un percorso di Formazione Professionale segna, secondo il CIOFS-FP, un trend che era in crescita costante già prima della sperimentazione ministeriale: da poche migliaia di studenti all’avvio nel 2003-2004, oggi si contano 350.000 allievi, in virtù del fatto che la metà dei ragazzi che hanno terminato il triennio trovano lavoro entro l’anno successivo e che, da alcuni anni, è possibile continuare gli studi presso i cosiddetti ITS, con funzioni di approfondimento analoghe a quelle universitarie, ma su specifici segmenti dedicati a chi sceglie fin da subito la concretezza della preparazione a un mestiere. Si ricordano, tra gli appuntamenti del Seminario Europa (segue programma dettagliato) di mercoledì 13 settembre: l’incontro guidato da Maurizio Drezzadore, consulente del MLPS, sui supporti istituzionali per l’occupazione; giovedì 14, l’incontro con Confindustria porterà l’attenzione sulla qualità della formazione e delle opportunità di pratica in azienda, nonché sull’opinione dei giovani così come rilevata dal CENSIS; venerdì 15, il Sottosegretario Luigi Bobba, rappresentanti del Governo e delle Regioni discuteranno impegni e prospettive dei singoli attori del Sistema duale. Conclusioni di Massimiliano Sabbadini, vice presidente di FORMA. Il convegno è aperto e gratuito per quanti a vario titolo si occupano delle tematiche trattate. (foto: impresa formazione)

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Europa: Quale futuro?

Posted by fidest press agency su venerdì, 8 settembre 2017

europeLondra. Abitano nel vecchio continente, ma alla vecchiaia pensano poco. Solo il 35% degli europei possiede investimenti, una percentuale tra le più basse a livello mondiale: inferiore di dieci punti a quella globale (45%) e quasi la metà dell’Asia (64%). Meglio fanno anche Stati Uniti (51%) e Australia (46%).E’ il risultato della nuova edizione della Global Investment Survey 2017 realizzata da Legg Mason, uno dei principali gestori globali diversificati. L’indagine, arrivata alla quinta edizione, è stata realizzata in 17 Paesi e ha raccolto i dati di 15.300 investitori.Il 17% degli europei ammette di “non preoccuparsi del domani, ma solo dell’oggi”, sia nella gestione delle finanze che nella vita in generale, con picchi del 21% in Spagna e del 20% in Germania. Dietro questo atteggiamento, un mix di pessimismo, materialismo e ignoranza. Il 32% di loro spiega di non potersi permettere di risparmiare o di investire, per cui “tanto vale non pensarci”, il 22% sceglie di spendere subito i soldi e divertirsi, piuttosto che metterli da parte, e il 14% confessa di non saper pianificare a lungo termine.Tra gli europei che non si preoccupano del futuro, sono pochi quelli che hanno quest’atteggiamento perché tanto possono fare affidamento sui figli e sul coniuge, o sull’aiuto dello Stato. Opzioni che considera rispettivamente solo il 5% e il 14%, mentre negli Stati Uniti – di solito ritenuti più individualisti – il numero di chi può permettersi di pensare solo al presente grazie al partner o al welfare è più elevato (19% e 23%).Un altro 46% degli europei, invece, ha buone intenzioni: vorrebbe pianificare di più, senza per ora riuscirci. Nel loro caso, incentivi fiscali (23%), una promozione al lavoro o un aumento della busta paga (36%) potrebbero spingerli a risparmiare di più e investire.Una volta che si smette di lavorare, per tutti gli europei l’obiettivo è avere una buona pensione (60%), mantenere il proprio standard di vita (59%), viaggiare (55%) e aiutare la famiglia, per esempio pagando l’educazione scolastica dei nipoti (51%). Quest’ultimo dato varia molto di paese in paese: conta poco in Gran Bretagna (43%) e molto in Italia (60%).A sorpresa, gli italiani sono i più previdenti tra gli europei, dopo gli svedesi: il 42% investe – una percentuale decisamente superiore alla media europea del 35% – e il 74% possiede del risparmi. Solo un italiano su cinque dice di pensare esclusivamente al presente e il 59% afferma di volersi impegnare di più per il proprio futuro. Per questi ultimi la differenza la fanno, ancora una volta, le tasse: il 35% degli italiani sarebbe spinto a investire o risparmiare maggiormente se ci fossero degli incentivi fiscali.
Legg Mason è una società di gestione patrimoniale che opera su scala globale, con attivi in gestione (AUM) pari a 753.3 mld USD al 31 luglio 2017. Legg Mason offre soluzioni di gestione attiva degli asset presso numerosi centri d’investimento presenti in tutto il mondo. La sede ufficiale si trova a Baltimora, Maryland, e le azioni ordinarie della società sono quotate alla borsa di New York (simbolo: LM).

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Italia: la malata d’Europa

Posted by fidest press agency su domenica, 3 settembre 2017

palazzo chigi“Mi fa sorridere quello che ha scritto Renzi nel suo libro Avanti. È da irresponsabili aumentare il deficit al 2,9 per cento. Una visione politico-programmatica di spendi e spandi sbagliata che farebbe pagare all`Italia di Renzi e Gentiloni le conseguenze. Siamo ancora il malato d’Europa e questo è un messaggio incendiario per i mercati internazionali”. Così Renato Brunetta, presidente dei deputati di Forza Italia, intervistato da ‘Tempi’. “Dove è finita la spending review? Dove è finito Cottarelli? Dove sono le liberalizzazioni? Dove sono le privatizzazioni fatte con serietà? Dove è finita una vera riforma fiscale? Ecco, da queste domande si capisce il fallimento delle politiche di centrosinistra”.

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