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Eurostat conferma: Italia maglia nera per laureati dopo la Romania

Posted by fidest press agency su sabato, 11 maggio 2019

L’Italia si conferma uno dei Paesi europei con meno laureati in assoluto, anche tra le nuove generazioni: la conferma arriva da Eurostat, che ha reso pubbliche le percentuale aggiornate nei Paesi Membri dell’Unione. Per la nostra Penisola, purtroppo, non proprio una gran bella figura, se è vero che, a fronte di una media europea del 40,7%, ha una laurea soltanto il 27,8% dei giovani in fascia d’età 30-34 anni. Peggio di noi fa soltanto la Romania, con una percentuale di giovani laureati pari al 24,6%. Nel Nord Europa, invece, si raggiungono casi di Paesi sopra il 50%, come l’Irlanda, che può vantare una media pari al 56,3%. Sul basso numero di “dottori” in Italia pesano i finanziamenti ridotti rispetto al Pil, il numero chiuso, il pessimo orientamento, l’alta dispersione di studenti, le tasse troppo alte, la mancanza di borse di studio, il ridimensionamento dei ricercatori e il taglio del numero di docenti. Marcello Pacifico (Anief): Il problema è complessivo, perché il 20% degli italiani continua ad avere solo la terza media; inoltre, ogni anno oltre 100 mila alunni iniziano le superiori senza che arriveranno mai alla maturità e non è un caso se l’Italia ha il record di giovani Neet. Poi, anche l’Università è vittima della politica al risparmio sul fronte della formazione e della conoscenza: è una precisa scelta assecondata da tutti i Governi degli ultimi anni. Così oggi, rispetto al Prodotto interno lordo, spendiamo appena lo 0,9% contro l’1,2% della Germania, l’1,3% della Spagna, l’1,5% della Francia e poco meno del 2% dell’Inghilterra.Quando si evidenzia il basso numero di laureati nella nostra Penisola, è inevitabile che si associ all’ancora troppo alto abbandono degli studi: l’Italia – commenta Orizzonte Scuola – è ai primi posti, facendo registrare una percentuale pari al 14,5% di giovani in fascia 18-24 anni che lasciano i banchi senza raggiungere nemmeno la maturità”.
C’è poi un’ulteriore ragione per lo scarso numero di laureati: quello delle disponibilità economiche delle studentesse e degli studenti. In Italia, la media dell’ammontare delle tasse universitarie annuali è attorno ai 1.300 euro, la terza più alta in tutta Europa, e solo l’11% degli iscritti riesce a ottenere una borsa di studio. E “in mancanza di sussidi o in presenza di sussidi insufficienti, le studentesse e gli studenti in molte occasioni sono portati a sospendere gli studi”.
Anief reputa senz’altro importante ridurre le tasse di frequenza e migliorare l’orientamento, spesso alla base di scelte di percorsi di studi non adatti ai propri reali interessi ed inclinazioni. Tuttavia, il sindacato reputa altrettanto importante restituire alle università quella figura del ricercatore proiettata verso la stabilizzazione e ad anche nel ruolo della docenza: tutto questo non avviene e la mancanza di questa figura all’interno degli atenei, invece fondamentale come “anello” di ricongiunzione con gli studenti e le strutture formative terziarie, produce effetti fortemente negativi ai fini del coinvolgimento degli iscritti, sia a livello orientativo che di qualità dell’offerta formativa accademica. È emblematico, in questo ambito, che secondo l’Istat solo un dottore di ricerca su 10 diventi professore; infatti, a sei anni dal conseguimento del dottorato, appena il 10% di coloro che conseguono il titolo riesce a svolgere poi la professione dell’insegnante. Sarebbe inoltre molto utile pensare al rilancio della figura del ricercatore a tempo indeterminato, attraverso la creazione di un albo nazionale. Il giovane sindacato ha chiesto più volte soluzioni in merito, proponendo anche emendamenti ad hoc all’ultima Legge di Stabilità. “Lo stesso proliferare di corsi di laurea a numero chiuso – spiega Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief – fa parte di questa tendenza al ribasso, con i finanziamenti agli atenei ridotti considerevolmente, dettata dalla necessità di ridurre le spese non sostituendo i professori che vanno in pensione, i quali, infatti, dal 2008 ad oggi si sono ridimensionati di 10 mila unità passando da circa 63 mila a 53 mila”.

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Conti pubblici: “L’Eurostat ci consegna due notizie. Una cattiva ed una buona”

Posted by fidest press agency su domenica, 8 aprile 2018

Quella cattiva ci dice che il salvataggio delle banche venete ha pesato sia sul deficit che sul debito italiano. L’impatto sul deficit delle operazioni Veneto Banca e Popolare di Vicenza è stato, infatti, di 4,7 miliardi (pari all’intervento di cassa a favore di Intesa San Paolo), vale a dire tra lo 0,2 e lo 0,3% del rapporto deficit/Pil (considerando il valore del Pil 2017, calcolato dall’Istat il primo marzo a 1.716.238 milioni di euro).
Per quanto riguarda il debito, invece, va considerato sia l’intervento diretto per cassa dello Stato pari a 4,8 miliardi (3,5 miliardi a copertura del fabbisogno di capitale generatosi in capo a Intesa San Paolo in seguito all’acquisizione della ‘parte buona’ delle attività delle due banche, e 1,3 miliardi per la ristrutturazione aziendale sostenuta dalla stessa Intesa per rispettare le regole sugli aiuti di Stato), sia la garanzia di massimo 6,4 miliardi concessa a Intesa San Paolo sul credito vantato nei confronti delle Banche in liquidazione per lo sbilancio di cessione.Questi numeri certificano un’oggettiva difficoltà per i conti pubblici italiani ed espongono il nostro Paese al rischio di una procedura di infrazione da parte dell’Unione europea.
La notizia buona è, però, che questo deficit rappresenta una opportunità, per i nostri risparmiatori e investitori truffati, assai più che un problema (anche perché non entra nel deficit strutturale, essendo una tantum).Una opportunità perché sancisce che, se venderemo Npl per più di 8,2 miliardi e se Intesa escuterà garanzie entro i prossimi 3 anni per meno dei 3,4 miliardi stimati, ogni euro di miglioramento potrà essere iscritto a conto economico come sopravvenienza attiva e per pari importo accantonato al fondo di ristoro degli azionisti, oggi di appena 100 milioni.
Serve una politica che anzitutto capisca le opportunità per i cittadini invece che i problemi per le statistiche d’uscita di un pessimo governo e un pessimo ministro dell’Economia. Ma soprattutto serve una politica che, compreso tutto questo, non permetta gestioni speculative degli Npl, che sono il tesoretto degli azionisti, e sia un po’ più tonica di giugno 2017 nel rapporto con Banca Intesa.Serve una moral suasion volta a far comprendere che una banca che va alla grande (e ne siamo felici) può anche non attivare proprio tutte le garanzie che potrebbe, se gli spazi che lascia vanno a risparmiatori e imprese che se la passano male”.Lo afferma, in una nota, Renato Brunetta, deputato di Forza Italia, già vice presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sul sistema bancario e finanziario italiano.

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Striscioni in tutta Italia per celebrare i risultati ottenuti dal Ministro Fedeli

Posted by fidest press agency su domenica, 17 settembre 2017

blocco studentescoRoma. “Studente italiano segui la linea Fedeli: abbandona gli studi!” Questo il testo dei centinaia di striscioni attaccati in tutta Italia dal movimento del fulmine cerchiato, con i quali il Blocco Studentesco si congratula con il Ministro Fedeli per il suo primo grande successo: secondo i dati Eurostat, in Italia ben il 14% dei 18-24enni decidono di non conseguire neanche un diploma secondario.
“Tra le peggiori in Europa secondo questa statistica, il merito – inizia la nota del movimento – risiede tutto nell’esempio del nostro neo ministro che con il suo esempio ha tracciato la migliore linea da seguire per gli studenti italiani.
Nessuna seria battaglia – continua la nota – è stata iniziata per la lotta alla dispersione scolastica, ed i nostri risultati sono lontani dal raggiungere gli obiettivi prefissati a livello europeo entro il 2020. Se a ciò si aggiunge che, sempre secondo l’Eurostat, solo il 53% di chi ha conseguito una laurea riesce a trovare un’occupazione dopo 3 anni dall’ottenimento, il quadro è tutt’altro che roseo.
Una classe politica imbambolata – chiude la nota – non capace di assumersi nuove responsabilità mantenendo le linee guida dei precedenti esecutivi, un attacco continuo all’idea di un’istruzione pubblica e fortemente meritocratica sempre più scollegata dal contesto lavorativo, ed uno sradicamento identitario come unico obiettivo politico di certi ministri, rappresentano le grandi problematiche per cui il Blocco Studentesco si batterà in tutta Italia”. (foto: blocco studentesco)

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Eurostat: debito Italia 2016 a 132,6%

Posted by fidest press agency su mercoledì, 26 aprile 2017

pilEurostat ha confermato che l’Italia, con un debito al 132,6% del Pil, ha il secondo debito pubblico più alto d’Europa dopo la Grecia, al 179%.”Non è una novità che l’Italia sia la peggiore in Europa dopo la Grecia. La cosa grave, però, è che in questi ultimi anni il nostro Paese non ha saputo approfittare della politica monetaria della Bce e del quantitative easing per abbattere il debito pubblico, vera catena al collo per la nostra economia” afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori.
“Tra poco il QE finirà ed il rischio di un futuro innalzamento dei tassi di interesse e, conseguentemente, dell’onere del debito pubblico renderà ancora più difficile il risanamento dei conti, in realtà mai iniziato. Continuiamo a comportarci come le cicale, invece che come le formiche” ha concluso Dona.

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Eurostat: il cibo in Italia è più caro rispetto alla media Ue

Posted by fidest press agency su martedì, 31 gennaio 2017

eurostat_logoCome di consueto, Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, riporta le ultime rilevazioni Eurostat relative i prezzi provvisori al consumo e gli effetti sui consumatori nell’ultimo mese. Secondo l’ente statistico dell’Unione Europea, i prezzi medi per cibo, bevande non alcoliche e tabacco in Italia sono più alti del 9% rispetto alla media europea, sono superiori a quelli medi di Germania e Belgio mentre sono in linea con quelli francesi. È quanto emerge nelle statistiche dell’Eurostat appena pubblicate, secondo le quali nell’UE i prezzi più alti per cibo e bevande si pagano in Danimarca (145% rispetto al 100 della media UE a 28) e i più bassi in Polonia (63%). L’Italia, guardando al solo prezzo del cibo, è dell’11% sopra la media per tutti gli alimenti. Ma lo scarto diventa più alto, del 21% per il gruppo “latte, formaggio e uova” (121). Guardando fuori dall’Ue il Paese europeo più caro per i soli alimenti è la Svizzera, a quota 172 punti. “Dati preoccupanti –commenta Giovanni D’Agata, che manifestano l’aumento dei prezzi dei prodotti acquistati con maggiore frequenza dai consumatori e il contestuale impoverimento generale dei cittadini”.

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Eurostat: Italia record incremento per spese casa

Posted by fidest press agency su giovedì, 1 dicembre 2016

eurostat_logoSecondo i dati resi noti oggi dall’Eurostat, in Italia, dal 2005 al 2015, la spesa delle famiglie per la casa ed i consumi legati all’abitazione (acqua, elettricità e gas) ha registrato il sesto maggior incremento di spesa dell’Unione Europea.
Per questa voce di spesa, infatti, le famiglie italiane sono passate dal 20,5% della spesa totale familiare al 23,8% del 2015, +3,3 punti percentuali. Si tratta dell’incremento più consistente dopo Spagna (+5,6), Irlanda (+5), Portogallo (+4,5), Olanda (+3,8) e Finlandia (+3,6), ben superiore alla media Ue (+1,9) o all’Area Euro (+2,3).
“Il fatto che, in valore assoluto, la spesa italiana, con il 23,8%, sia leggermente sotto rispetto alla media Ue (24,4%) o dell’Eurozona (24,1), è scontato e ovvio, considerato che siamo uno dei paesi più a Sud dell’Europa, e, quindi, la spesa per l’energia, sia per il riscaldamento che per la luce, sono necessariamente più basse, nonostante il maggior peso del Fisco. Quello che, però, evidenzia di grave oggi l’Eurostat, è che in questi anni gli italiani hanno avuto sempre maggiori spese obbligate e questo ha mandato in tilt i bilanci delle famiglie” afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori.

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Mortalità evitabile EuroStat: l’analisi regionale conferma profonde disparità sul territorio italiano

Posted by fidest press agency su giovedì, 16 giugno 2016

pena di morteNebo Ricerche PA (www.nebo.it), Società specializzata nelle analisi della mortalità evitabile in Italia, ha analizzato i dati regionali alla luce del metodo EuroStat, vale a dire individuando la mortalità evitabile attraverso assistenza sanitaria (“amenable deaths”) o quella evitabile attraverso interventi di prevenzione (“preventable deaths”) oppure grazie a entrambe le strategie.
La lettura regionale evidenzia come la variabilità sul territorio sia piuttosto ampia, considerando il fenomeno trattato: se a livello medio nazionale i decessi evitabili per cause trattabili (“amenable”) in età 0-74 anni sono uno su tre, cioè il 33%, tra le Regioni si va da un minimo del 30% (Veneto) a un massimo di oltre il 35% (Abruzzo).Valutando entrambe le tipologie di decessi evitabili individuate da EuroStat (non solo “amenable”, dunque, ma anche “preventable”), una lettura dei dati più puntuale evidenzia che è la Campania a discostarsi negativamente più di ogni altra regione dalla media nazionale, con i valori di entrambe le tipologie di mortalità (cause trattabili e prevenibili) sensibilmente più elevati rispetto al dato italiano per entrambi i generi; analoghi risultati, sia pure in minore entità, caratterizzano Sardegna e Lazio. Di contro, Toscana, Veneto, Trentino Alto Adige fanno registrare valori sensibilmente inferiori a quelli medi nazionali sia per le “amenable” che per le “preventable deaths”.Un confronto con i risultati dell’ultimo Rapporto MEV(i) pubblicato ha permesso di notare come la stima dei decessi evitabili EuroStat e quella Nebo Ricerche PA in età 0-74 anni siano sostanzialmente sovrapponibili: entrambe individuano complessivamente circa 100.000 morti l’anno contrastabili con interventi di sanità pubblica e disegnano profili regionali con analoghe caratteristiche.

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Dati Eurostat: In Italia 33% di morti evitabili? Si può fare

Posted by fidest press agency su sabato, 28 maggio 2016

europa comunitariaL’adozione dell’innovazione in percorsi terapeutici adeguati è la chiave per ridurre le morti legate a una mancata applicazione di terapie puntuali ed efficaci che, secondo una ricerca Eurostat, sono la causa, in Europa, di un decesso su tre. Lo dimostrano i numeri. Nelle malattie cardiovascolari, annoverate nello studio quale prima causa di decesso, l’utilizzo appropriato della tecnologia e l’innovazione nelle cure cardiologiche ha consentito negli ultimi tre decenni di evitare circa il 20% delle morti dovute a queste patologie.“L’erosione della mortalità infatti – spiega Giuseppe Musumeci, Presidente della Società Italiana di Cardiologia Interventistica (SICI – GISE) – è stata resa possibile grazie all’evoluzione della tecnologia disponibile negli ultimi 30 anni. Un esempio a conferma di questi dati – prosegue Musumeci – è il triplicarsi delle vite salvate grazie all’utilizzo dell’angioplastica nell’infarto miocardico acuto e la riduzione della riocclusione dello stent coronarico dal 2 allo 0,2%”.Secondo i dati 2015 il numero complessivo di pazienti trattati con angioplastica coronarica è stato di 120.273, di questi 33.723 in corso di infarto miocardico acuto; gli interventi di cardiopatia strutturale sulla valvola aortica (TAVI) sono, invece, stati 3.457. Entrando nello specifico di altre patologie cardiache, lo scompenso e la morte cardiaca improvvisa colpiscono ogni anno rispettivamente 80mila e 50/60mila nuovi pazienti. L’adozione della tecnologia adeguata, tuttavia, deve essere inserita all’interno di un percorso di cura che consenta l’accesso ad un sistema efficiente e ben coordinato anche sul territorio per garantire opportunità di tempestivo accesso alle procedure primarie salvavita. Sono tante le sfide a cui il nostro Sistema Sanitario deve far fronte, considerando anche gli ingenti tagli imposti dal sistema che, spesso, impongono logiche basate sulla mera razionalizzazione dei costi mettendo a rischio la qualità delle cure.“E’ indubbia la necessità di una razionalizzazione della spesa sanitaria – conclude il Presidente SICI-GISE -, ma crediamo che il processo non possa essere guidato esclusivamente da principi di ragioneria. Siamo pronti a collaborare con amministrazioni e centrali di acquisto in modo da poter contemperare l’esigenza di risparmio con le nostre aspettative cliniche in termini di qualità e innovazione”.E’ indispensabile, quindi, intraprendere percorsi virtuosi finalizzati all’appropriatezza che sappiano davvero valutare e favorire l’utilizzo di tecnologie di comprovata efficacia rendendole disponibili a tutti i pazienti che ne hanno bisogno. Questo sarà possibile solo grazie ad un sistema di governo dell’innovazione tecnologica che porti, da un lato, a una adeguata conoscenza delle tecnologie disponibili e, dall’altro, all’implementazione di appropriati percorsi diagnostico terapeutici che ne facilitino l’utilizzo.Vi è inoltre la stringente necessità che i sistemi di acquisto non vanifichino tali conoscenze e tali percorsi attraverso logiche di mere gare al prezzo più basso che, difficilmente, rispondono alla possibilità di garantire ai pazienti la migliore cura esponendoli a gravi pericoli per la propria salute. Il rischio è quello di sacrificare innovazione, qualità e sicurezza a favore di logiche prettamente economiche. Si moltiplicano, infatti, nell’ultimo periodo, gli esempi di capitolati di gara aggiudicati sulla base del mero parametro economico, limitando pericolosamente o addirittura eliminando ogni parametro qualitativo.L’innovazione tecnologica, unita all’individuazione del percorso terapeutico maggiormente adeguato, si pone quindi come strumento ottimale per diminuire significativamente la mortalità garantendo, allo stesso tempo, una maggiore e migliore aspettativa di vita.

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EUROSTAT: EU population up to 508.2 million at 1 January 2015

Posted by fidest press agency su lunedì, 13 luglio 2015

European UnionOn 1 January 2015, the population of the European Union was estimated at 508.2 million, compared with 506.9 million on 1 January 2014. During the year 2014, 5.1 million babies were born in the EU, while 4.9 million persons died, meaning that the EU recorded a positive natural change of its population of 0.2 million, double that of 2013. The remainder of the change is driven mainly by net migration. Germany (81.2 million residents), France (66.4 million), the United Kingdom (64.8 million) and Italy (60.8 million) are the most populated EU Member States. Together, they are home to more than half of the EU population. These figures come from an article published by Eurostat, the statistical office of the European Union. Some other interesting facts and an infographic about EU population are also published on the Eurostat website.

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Why the eurozone pay bubble is damaging recovery

Posted by fidest press agency su venerdì, 9 agosto 2013

Recession

Recession (Photo credit: Anders V)

Although there has been much talk about the decline in real pay levels that resulted from the post 2007 economic decline, workers across the eurozone have actually fared better relative to their company’s fortunes following the downturn rather than during the period leading up to it. The sustaining of employee salaries through the recession has also hit company profitability and the level of re-investment in fixed capital. The Federation of European Employers reports … According to the latest figures published by the European Commission’s statistical agency Eurostat, in the first quarter of 2002 total employee remuneration in the eurozone stood at 60.4% of gross value added. When the downswing came in 2008 it fell to 59.2%. However, as the recession took hold and company value added fell sharply through the Autumn and Winter of 2008/9 employee remuneration climbed to 62.1% of value added. Since then remuneration levels have sustained much of their recessionary gains to stand at 61.1% of value added in the first quarter of this year.Gross fixed capital formation did not enjoy such a level of shielding during the downturn. In the first quarter of 2002 it amounted to 21.5% of gross value added. By the second quarter of 2009 it had fallen to 19.8%, but then it continued to fall to just 18.8% by the first quarter of 2013. Commenting on these developments during an online debate from his base in the south of France today the Secretary-General of the Federation of European Employers, Robin Chater, warned that ” If there is to be a sustained recovery during the eurozone, resources are going to have to be diverted away from employees back into long-term investments. Companies have sustained their positions by substituting labour for capital for far too long and that is exposing the European economy to increasingly capital intensive competitors in North America and the far east”.

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L’Europa in cifre: pubblicato Annuario Eurostat 2012

Posted by fidest press agency su mercoledì, 16 maggio 2012

Logo

Logo (Photo credit: Wikipedia)

Alla sua 16a edizione l’Annuario Eurostat presenta una vastissima selezione di dati statistici accompagnati da testi esplicativi. L’Annuario 2012, appena pubblicato, si suddivide in tredici capitoli che comprendono diverse aree statistiche: economia e finanza, popolazione, salute, istruzione e formazione, mercato del lavoro, qualità della vita e protezione sociale, industria, commercio e servizi, agricoltura e pesca, commercio internazionale, trasporti, ambiente, energia, scienza e tecnologia. “Europe in figures – Eurostat yearbook 2012” è gratuitamente disponibile su http://bit.ly/Eurostat_yearbook. A breve sarà disponibile la versione in pdf. (fonte AICCRE)

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Agroalimentare: occorrono fatti

Posted by fidest press agency su mercoledì, 30 marzo 2011

“Spero che all’impegno annunciato dal nuovo ministro Saverio Romano per uno sviluppo dell’agricoltura al Sud seguano i fatti. Da meridionale comprendo da vicino i problemi che il Sud incontra per decollare, e spero vivamente che questa parte del Paese possa rinascere a partire proprio dalle attività agricole che in passato ne hanno segnato la ricchezza. Tuttavia, il settore agricolo è depresso nel suo complesso. Gli ultimi dati Eurostat lo testimoniano: le entrate degli agricoltori dell’Unione Europea sono cresciuti  mediamente a un ritmo del 12,5%, con punte del 32% in Francia, del 23% in Germania e del 7% in Spagna –  solo per citare i nostri paesi “concorrenti” – l’Italia, invece, ha perso il 3,3% rispetto al 2009, anno che ha segnato un calo del 25,5%. Basta con i ministri a scadenza annuale. Occorre un impegno più sistematico per rilanciare il reddito agricolo e, in generale, la competitività del sistema agroalimentare. Un altro anno come i due appena trascorsi si tradurrebbe nel collasso dell’agroalimentare che, pur con i dati sconfortanti appena elencati, è ancora un settore strategico della nostra economia, arrivando (con l’indotto) a incidere sul PIL per il 15%”. Lo dichiara Ernesto Carbone, sul sito di TrecentoSessanta, l’Associazione di Enrico Letta.

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“Tartassati”: pressione reale al 52,5%

Posted by fidest press agency su lunedì, 8 marzo 2010

“I contribuenti italiani sono costretti a sopportare una pressione fiscale del 52,5%”. E’ questa la stima elaborata da KRLS Network of Business Ethics per conto di Contribuenti.it Associazione Contribuenti Italiani, un dato “che supera di circa 9 punti percentuali quello ufficiale che annualmente viene dichiarato dall’Istat”. I professionisti di KRLS sono arrivati a questo risultato “sottraendo” dal Pil nazionale la quota relativa al sommerso economico. “Tutto questo partendo dalla considerazione che chi evade, anche se crea Pil, non paga tasse e contributi” – osserva Vittorio Carlomagno presidente di Contribuenti.it Associazione Contribuenti Italiani – “L’istituto nazionale di statistica non fa altro che applicare le disposizioni previste dall’Eurostat che stabilisce che i sistemi di contabilità naziona le di tutti i Paesi Europei devono includere nel conteggio del Pil anche l’economia non osservata. Diverso è il risultato se si depura la quota addebitabile al sommerso economico, che come noto, non subisce alcuna tassazione”. “Dalla rielaborazione dei dati – continua Carlomagno – emerge che la pressione fiscale in Italia nell’ultimo anno è cresciuta più degli altri paesi europei. Colpa anche della lotta all’evasione fiscale che non funziona. Solo allargando la base imponibile è possibile ridurre le imposte a chi le paga”. Contribuenti.it – Associazione Contribuenti Italiani

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Fisco, italiani “tartassati”, pressione reale al 52,5%

Posted by fidest press agency su venerdì, 24 aprile 2009

“I contribuenti italiani sono costretti a sopportare una pressione fiscale del 52,5%”. E’ questa la stima elaborata da KRLS Network of Business Ethics per conto di Contribuenti.it Associazione Contribuenti Italiani, un dato “che supera di circa 9 punti percentuali quello ufficiale che annualmente viene dichiarato dall’Istat”.I professionisti di KRLS sono arrivati a questo risultato “sottraendo” dal Pil nazionale la quota relativa al sommerso economico.”Tutto questo partendo dalla considerazione che chi evade, anche se crea Pil, non paga tasse e contributi”, osserva Vittorio Carlomagno presidente di Contribuenti.it Associazione Contribuenti Italiani nel presentare oggi a Napoli il Rapporto Fisco-Contribuenti 2009, “secondo cui l’istituto nazionale di statistica non fa altro che applicare le disposizioni previste dall’Eurostat che stabilisce che i sistemi di contabilità nazionale di tutti i Paesi Europei devono includere nel conteggio del Pil anche l’economia non osservata. I professionisti di KRLS, nell’effettuare il calcolo, hanno tolto la quota addebitabile al sommerso economico.” “Dalla rielaborazione dei dati – continua Carlomagno – emerge che la pressione fiscale in Italia nell’ultimo anno è cresciuta più degli altri paesi europei. Colpa anche della riscossione delle imposte che non funziona. Solo allargando la base imponibile è possibile ridurre le imposte a chi le paga”.

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