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Posts Tagged ‘eurozona’

EquensWorldline diventa il più grande processor di instant payment dell’Eurozona

Posted by fidest press agency su domenica, 23 giugno 2019

Sette banche olandesi hanno recentemente iniziato ad avvalersi, per i pagamenti istantanei, del CSM (Clearing and Settlement Mechanism) di equensWorldline SE, società controllata di Worldline [Euronext: WLN], leader europeo nel settore dei pagamenti e dei servizi transazionali. Grazie al lancio su larga scala degli instant payments in Olanda, equensWorldline è diventato il più grande processor di instant payments nella zona euro, elaborando già milioni di transazioni ogni settimana.Secondo Michael Steinbach, CEO equensWorldline, la domanda corretta da porsi non è se tutte le banche e le comunità bancarie europee seguiranno l’esempio olandese e abbracceranno i pagamenti istantanei, ma piuttosto quando lo faranno. “I clienti si aspettano ormai un servizio immediato. Lo si vede in ogni settore, dal retail (consegna in giornata) alla comunicazione (Whatsapp), al settore finanziario. Attraverso i pagamenti istantanei, le transazioni vengono elaborate immediatamente. Inoltre, i pagamenti in tempo reale sono sempre disponibili, anche nei fine settimana e nei giorni festivi. Ecco perché siamo convinti che gli instant payment diventeranno il nuovo standard. Le banche olandesi sono state tra le prime a rendersene conto, ma a tempo debito molti paesi della zona euro – e non solo – seguiranno il loro esempio”.

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Istat: Italia fanalino di coda dell’Eurozona

Posted by fidest press agency su sabato, 6 aprile 2019

Secondo l’Istat, il rallentamento dell’economia ha riguardato in particolare la Germania (0,0%) e l’Italia (-0,1%) mentre Francia e Spagna hanno mantenuto una dinamica positiva (rispettivamente +0,3% e +0,6%).”Purtroppo l’Italia resta il fanalino di coda dell’Eurozona. Non è una novità, ma certo in questo caso vuol dire passare da una crescita bassa o nulla come la Germania alla recessione” afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori.”Vedremo se nel secondo trimestre 2019 gli effetti della manovra cominceranno a sortire qualche effetto, ma si tratterebbe comunque, nella migliore delle ipotesi, di incrementi prossimi allo zero, visto che lo stesso Governo stima l’effetto complessivo della manovra in 0,4 punti percentuali” conclude Dona.

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Bce: taglia stima inflazione Eurozona a 1,2% da 1,6%

Posted by fidest press agency su giovedì, 14 marzo 2019

La Bce taglia le stime sull’inflazione dell’Eurozona per il 2019 all’1,2%, dall’1,6% precedente.”La Bce riattivi il quantitative easing. Dato che l’obiettivo dichiarato è sempre stato quello di arrivare ad un’inflazione al 2%, la previsione di oggi deve indurre la Bce a rilanciare il piano di acquisti di titoli di Stato almeno fino alla fine dell’anno. Non basta, infatti, proseguire con i reinvestimenti. Se, come ha detto più volte Draghi, il Qe rimane nella cassetta degli attrezzi della Bce, è ora di risfoderarlo” afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori.”Anche se l’inflazione è sempre stata una scusa per giustificare il QE agli occhi della Germania, e di certo non sono le associazioni di consumatori a desiderare un’inflazione più alta, il taglio delle stime di crescita per l’Eurozona da +1,7% a +1,1 devono indurre Draghi a riprendere il QE” conclude Dona.

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L’eurozona che ci fa soffrire

Posted by fidest press agency su domenica, 29 luglio 2018

Un inciso vorrei dedicarlo all’euro nato per unire una comunità di stati lasciati troppo a lungo al loro destino, ma che sta dimostrando nel tempo i suoi limiti non per incapacità propria di farsi valere ma per la miopia dei suoi membri che non sono riusciti a completare il quadro entro il quale la moneta doveva muoversi in termini di unione politica, economica e sociale. E’ stata una scommessa per chi ha sostenuto questo progetto. L’euro, non dimentichiamolo, è nato con la ragionevole speranza di diventare la seconda moneta del mondo ma, in itinere, sta lasciando solo molti dubbi e incertezze.
Il trattato di Maastricht prevede che l’Uem cammini su due gambe, quella economica e quella monetaria. Se una delle due è forte e l’altra debole, l’Uem zoppica. E’ forse un modo elegante per escludere la “politica” da questo disegno egemone e significa, per noi, la terza gamba. Ma sia chiaro. La politica alla quale intendiamo riferirci è quella che può meglio d’ogni altro strumento mediare le ragioni dell’economia con le attese del sociale. L’Europa della moneta unica si porta dietro un pesante fardello. Non si tratta tanto di garantire che le regole sull’equilibrio dei bilanci non siano valide solo nell’anno dell’esame di passaggio, ma che restassero durature, significa pure prendere atto che vi sono diciotto milioni di disoccupati, sette milioni di sotto occupati, quarantaquattro milioni di poveri ed enormi differenze nel modo di definire il rapporto giustizia, previdenza, assistenza e istruzione tra i vari paesi della comunità. Va in primo luogo ricordato, che l’obiettivo ultimo dell’Uem non è la costruzione astratta di un sistema monetario unificato fine a se stesso. Tutto deve essere, invece, al servizio del benessere del cittadino. Lo scopo non è di aiutare i disoccupati e gli emarginati sociali con un’assistenza supplementare, anche se nella fattispecie è necessaria. Lo scopo è, invece, di ridefinire e orientare in modo nuovo tutte le attività comunitarie e di armonizzare, nella stessa direzione, quelle nazionali. Tanto per cominciare la pressione fiscale sul lavoro deve diminuire, compensando la riduzione delle entrate con l’aumento della fiscalità sull’energia e sulle attività inquinanti in genere, e soprattutto sui redditi del risparmio. L’iva stessa potrebbe essere ridotta su certe attività ricche di offerte di lavoro. Gli stessi finanziamenti dei Fondi strutturali dell’Ue devono essere maggiormente orientati verso gli investimenti in cui l’intensità del capitale abbia meno importanza dell’intensità occupazionale. I disoccupati vanno preparati ad attività nuove e non abbandonati a se stessi come accade oggi. Solo in questo modo saranno in grado di ottenere impieghi per i quali esiste domanda e talora addirittura penuria di mano d’opera. Il contrappeso politico o, se vogliamo il “pendant politico” oggi è indirizzato esclusivamente alla responsabilità nazionale. E’ un grossolano errore. Nel momento in cui ci prefiguriamo un’economia e una finanza capaci di offrirci uno sviluppo armonioso della Comunità, noi dimentichiamo che la battaglia in atto la stiamo facendo azienda dopo azienda, e non tanto e non solo per la quadratura di uno o più bilanci, ma per dare a esse uno spazio vitale, per farle prosperare, per offrire maggiori opportunità lavorative, per restituire dignità agli esseri umani attraverso un corretto impegno di lavoro. Tenere separata la politica dagli affari economici e finanziari significa perseguire una logica consumistica e capitalista d’altri tempi. Significa riversare sull’uomo il prezzo di un successo che appartiene ad altri e non è il frutto di un impegno comune, per marciare insieme uniti e non divisi da interessi contrapposti e dialetticamente inconciliabili. (Riccardo Alfonso)

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Putin abbuona 20 miliardi all’Africa

Posted by fidest press agency su sabato, 14 ottobre 2017

putinLa questione del debito pubblico globale è sempre più scottante. Ovunque la si guardi essa suscita preoccupazione e paura. In generale nei media il debito pubblico è sinonimo di fallimento o di rischio. Non è una valutazione sbagliata poiché nel mondo esso è aumentato da 30 trilioni di dollari del 2007 ai 65 trilioni attuali. È più che raddoppiato in dieci anni. In rapporto al Pil negli Usa il debito pubblico in dieci è passato dal 62,5 al 106%, nell’Eurozona dal 65 al 90%, in Italia dal 100 al 132,5%.
Sono dati che parlano da soli. Ma è sorprendente il silenzio che accompagna le decisioni importanti in merito alla sua riduzione o alla sua cancellazione. È il caso della Russia di Vladimir Putin che ha deciso di cancellare parte del debito contratto dagli stati africani. Come riportato nella pagina web del Cremlino, durante l’incontro pubblico dello scorso 27 settembre con Alpha Conde, presidente della Guinea Conakry e dell’Unione Africana, Putin ha detto che «la Russia sostiene attivamente gli sforzi della comunità internazionale per promuovere lo sviluppo degli Stati africani. Nell’ambito delle iniziative per aiutare i paesi poveri molto indebitati, è stato deciso di cancellare oltre 20 miliardi di debiti ai paesi africani».
Si tratta di una cifra rilevante, cui la Russia ha deciso di rinunciare a beneficio di quei paesi africani, che con grandi sforzi e non poche difficoltà, stanno lavorando per superare il sottosviluppo e l’indigenza di grandi masse popolari. Già nel periodo 1998-2004, quando la Chiesa iniziò la grande campagna del Giubileo sollecitando una moratoria sul debito dei paesi poveri, la Russia cancellò ben 16,5 miliardi di dollari del debito africano.
Putin ha aggiunto che dal 2016 Mosca sostiene i programmi alimentari mondiali e che 5 milioni di dollari di questi aiuti sono destinati per l’Africa. Tra questi vi è anche un interessante progetto dell’agenzia Unido per lo sviluppo dell’agricoltura e della pesca in Etiopia. In verità tutti i paesi Brics sono molto impegnati nello sviluppo economico e sociale e nella modernizzazione delle infrastrutture dell’intero continente africano. I loro summit hanno sempre dedicato molte energie e iniziative mirate all’Africa, nella consapevolezza che non si può prescindere dalla soluzione degli attuali squilibri.
All’ultimo incontro di settembre a Xiamen, in Cina, hanno posto grande enfasi sull’importanza di allargare l’alleanza Brics verso i mercati emergenti e i paesi in via di sviluppo, rafforzando specialmente la cooperazione con l’Africa. In questo contesto, è molto importante la decisione di creare un Centro Regionale Africano all’interno della New Development Bank, la loro banca di sviluppo, e di lanciare un Piano di Azione per l’Innovazione e la Cooperazione soprattutto per l’Africa.
I tanti pseudo esperti occidentali, purtroppo, sembra si stiano agitando per dimostrare che le decisioni della Russia e in generale dei Brics non sono altro che interessate operazioni per penetrare nel continente nero. Potrebbe anche esserci del vero. Ma i paesi europei e l’Unione europea dovrebbero spiegare perché stanno perdendo il loro naturale ruolo di amicizia e di cooperazione cui erano chiamati. Forse perché non hanno mai corretto l’arroganza propria del neocolonialismo? O forse perché mantengono un approccio prevalentemente improntato al massimo profitto e al liberismo più sfrenato? Noi pensiamo che l’approccio sia sbagliato.
Al riguardo si ricordi che, per esempio, a più di 50 anni dalla dichiarazione di indipendenza dei Paesi francofoni dalla Francia, la loro moneta è ancora stampata a Parigi ed è totalmente controllata dalla Banque de France! Del resto non è un caso che anche la Chiesa, con l’enciclica Populorum Progressio di papa Paolo VI, abbia a suo tempo indicato la giusta strada per la riduzione del debito e per lo sviluppo dei popoli, denunciando, tra l’altro, «l’imperialismo internazionale del denaro». Si può costatare che la Chiesa è sempre stata molto attenta a queste problematiche economiche e sociali. I documenti del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace «Al servizio della Comunità umana: un approccio etico al debito internazionale» (1986) e «Per una riforma del sistema finanziario e monetario internazionale nella prospettiva di un’Autorità pubblica a competenza universale» (2011) sono chiari ed eloquenti.
Anche l’Italia e le nostre imprese, purtroppo, pur avendo un’attitudine più cooperativa, e godendo di una certa simpatia in molte parti dell’Africa, non riescono ad esprimere una politica economica e culturale innovativa e più orientata allo sviluppo vero. Questo è il «secolo africano» che riteniamo debba essere affrontato con impegno maggiore e diverso nei 54 paesi che fanno parte dell’Africa.(di Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e Paolo Raimondi economista)

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“Attenzione a Juncker”

Posted by fidest press agency su sabato, 16 settembre 2017

european commission“Piano a esultare per le sue proposte e a prenderle per oro colato. Il suo curriculum parla da solo: il piano Juncker degli investimenti, che doveva cambiare le sorti dell’Europa stando al discorso di insediamento come Presidente della Commissione nel 2014, si è rivelato un flop, anzi un imbroglio.I 300 miliardi di euro tanto sbandierati non solo non sono stati utilizzati, ma non ci sono mai stati. Per questo non ci fidiamo neanche dell’idea di Juncker di un ministro delle Finanze Ue, magari a guida tedesca, che commissari gli altri governi dell’eurozona e che magari faccia ricorso, a proprio uso e consumo, come vorrebbe Wolfgang Schauble, le risorse dell’ESM (European Stability Mechanism), il fondo creato negli anni della crisi a sostegno dei paesi dell’eurozona in difficoltà.Noi non siamo d’accordo. La nuova governance economico-finanziaria dell’Europa sia finalizzata alla crescita e allo sviluppo e non un nuovo strumento nelle mani dei più forti per commissariare i più deboli.Si usino, piuttosto, i miliardi dell’ESM per gli investimenti e per lo sviluppo dei paesi dell’eurozona rimasti indietro, non come “zuccherino” in cambio di sangue, sudore e lacrime: abbiamo già visto che così non funziona. L’ESM diventi quello che non è riuscito ad essere il piano Juncker. A differenza di quest’ultimo, infatti, le risorse ci sono, fresche e disponibili.Per quanto riguarda l’Italia, il serbatoio con il maggiore potenziale di crescita è il Sud. Il Mezzogiorno, infatti, proprio per le sue carenze infrastrutturali ed economiche, può assorbire più investimenti, offrendo così un’opportunità di crescita al Paese intero e quindi all’intera Europa.Attuando nel nostro Paese una strategia di politica economica di grande impulso alla crescita, a partire dal Sud e assolutamente in linea con i principi e i valori europei, avremo tutte le carte in regola per ridurre la pressione fiscale e produrre per il Paese quel salto di qualità da troppo tempo atteso. Non lasciamoci incantare dal canto della sirena Juncker.”

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Unione Naz. Consumatori su Bce e Istat: Italia ultima ruota del carro nell’Eurozona

Posted by fidest press agency su lunedì, 26 giugno 2017

euro-areaNell’Eurozona gli esperti dell’Eurosistema prevedono una crescita annuale del PIL, in termini reali, dell’1,9 per cento nel 2017. “Questo vuol dire che se anche l’Italia confermasse la previsione del FMI, +1,3% nel 2017, che ha suscitato l’entusiasmo del presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, che ha parlato di lancio spaziale, il nostro Paese sarebbe comunque, tanto per cambiare, l’ultima ruota del carro dell’Eurozona” afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori.”Tra le ragioni c’è sicuramente la questione irrisolta del Mezzogiorno, che secondo i dati Istat di oggi, nel 2016 registrerà un incremento del Pil dello 0,9%, contro un +1,2% del Nord –Est. Inoltre, si registra una preoccupante disparità territoriale anche nel Centro, che si ferma addirittura a +0,7, con un crollo dell’1,9% in agricoltura che invece prende il volo nel Nord Est, con un +4,5 per cento. Un’Italia troppo diversa che richiederebbe politiche più mirate” conclude Dona.

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Bce: Pil Eurozona +1,9%

Posted by fidest press agency su domenica, 25 giugno 2017

Bce taglia stima inflazione Eurozona 2014 a 0,7%

(FILE) A file photo dated 17 February 2014 showing the glass facade of the new building of the European Central Bank, ECB, (R) in the last light of the day in Frankfurt Main, Germany. ANSA/BORIS ROESSLER

Nell’Eurozona gli esperti dell’Eurosistema prevedono una crescita annuale del PIL, in termini reali, dell’1,9 per cento nel 2017. “Questo vuol dire che se anche l’Italia confermasse la previsione del FMI, +1,3% nel 2017, che ha suscitato l’entusiasmo del presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, che ha parlato di lancio spaziale, il nostro Paese sarebbe comunque, tanto per cambiare, l’ultima ruota del carro dell’Eurozona” afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori. “Tra le ragioni c’è sicuramente la questione irrisolta del Mezzogiorno, che secondo i dati Istat di oggi, nel 2016 registrerà un incremento del Pil dello 0,9%, contro un +1,2% del Nord –Est. Inoltre, si registra una preoccupante disparità territoriale anche nel Centro, che si ferma addirittura a +0,7, con un crollo dell’1,9% in agricoltura che invece prende il volo nel Nord Est, con un +4,5 per cento. Un’Italia troppo diversa che richiederebbe politiche più mirate” conclude Dona.

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Cosa succede nelle banche dell’Eurozona?

Posted by fidest press agency su giovedì, 21 luglio 2016

Marco Jean AboavA cura di Marco Aboav, Macro Portfolio Manager in MoneyFarm. Il settore bancario europeo sta vivendo un momento difficile per via di temi noti agli investitori ormai da tempo, ma che sembrano cristallizzarsi ancora di piu’ alla luce del voto del popolo inglese di voler preferire l’uscita dall’Europa. I temi che hanno caratterizzato le banche europee sono principalmente 3. Il primo tema è la compressione delle curve dei tassi che porta di conseguenza le banche a prestare a tassi più bassi impattando così la profittabilità, soprattutto nell’area euro dove questo aspetto è particolarmente marcato e la concentrazione del business bancario principalmente nell’Unione Europea amplifica il fenomeno. La politica monetaria ultra espansiva in Europa può giovare a diversi settori, ma il settore bancario non potrà riprendersi con tassi negativi.
Il secondo tema è la presenza di prestiti deteriorati che gravano sui bilanci delle banche. Il problema non è la presenza di questi prestiti nei bilanci, in un normale attività bancaria avremo sempre una parte di prestiti incagliati, ma è la dimensione che stupisce e la presenza del problema in maniera endemica nei paesi del sud Europa. Sulla base dei dati di fine 2015 forniti dalle Autorità Bancaria Europea in Italia, questi crediti incagliati si attestano al 16.9% dei prestiti, in Portogallo al 18.5%, in Spagna al 6.8%, in Irlanda al 20.6%. Il trend crescente di prestiti incagliati sembra non rallentare in Europa, con valori di fine 2015 fornite dal Peterson Institue of Personal Economics che si attestano in Europa a circa 7.5% contro il 2% circa negli Stati Uniti. Una soluzione a livello nazionale pare essere un palliativo, come il fondo Atlante in Italia che cerca di favorire le banche italiane nelle loro operazioni di ricapitalizzazione e a favorire la gestione dei crediti in sofferenza del settore.
Il terzo tema è legato alla profittabilità delle banche. Il ritorno sull’equity, una tipica misura per misurare la profittabilità delle banche, è lontano più del 50% dai valori pre-crisi e, sulla base dei dati forniti da FactSet, sono oramai davvero lontani i ritorni sull’equity a doppia cifra in Europa. Le ultime stagioni degli utili dimostrano che le banche europee possono/devono aumentare il taglio dei costi viste le enormi difficoltà nell’aumentare i ricavi. La crescita anemica nell’Eurozona non favorisce un aumento dei ricavi e la struttura dei costi in termini di numero di sportelli sul territorio portano a pensare che il modello di business di molte banche europee vada digitalizzato per rispondere al ciclo economico difficile. Inoltre non va dimenticato come la regolamentazione ha portato elevati costi di compliance che vanno ad impattare gli utili.
I 3 temi erano ben chiari prima del risultato del referendum in Inghilterra sulla Brexit ma l’esito a sorpresa ha aumentato la sfiducia verso il settore bancario europeo, con un calo dell’indice bancario europeo che ha toccato quasi il 23% nelle prime settimane post-Brexit. Tra le banche sotto i riflettori, Monte Paschi di Siena è arrivata a perdere più del 51% e Deutsche Bank, la più grande banca europea per asset, ha raggiunto il 28% di perdite. Il crollo delle banche europee da inizio d’anno ha raggiunto a livello aggregato quasi il 36%.Si potrebbe pensare che siamo di fronte ad un’opportunità di acquisto ma attenzione. Un utile indicatore per valutare se una società è a buon mercato è il rapporto prezzo su valore di contabile, che rappresenta il prezzo di mercato (quotazione) di un’azione e il valore del capitale proprio della società, risultante dal bilancio (valore di libro) per azione. Un valore al di sotto di 1 indica tipicamente un’azione a buon mercato. Le banche europee si aggirano intorno a un prezzo su valore di contabile dello 0.6 e quelle statunitensi dello 0.9.Ma in questo caso il “buon mercato” ha il sapore amaro dei crediti incagliati e di una crisi che difficilmente avrà fine senza l’intervento delle istituzioni europee.Sul tavolo ci sono diverse proposte, ma gli investitori che stanno pensando di optare per obbligazioni/azioni bancarie sono pronti a pagare un conto salato nel caso la soluzione dovesse comportare perdite solo per gli investitori? La volontà del governo italiano di fornire una forma di aiuto pubblico (contrariamente alle regole Europee) fa pensare che, anche questa volta, sarà il contribuente a pagare il conto, ma vista l’incertezza riteniamo che un investimento diversificato e la scelta di prodotti efficienti saranno in grado di riservare agli investitori condizioni favorevoli nel medio-lungo termine. (foto: Marco Jean Aboav)

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Europa: l’eterna scommessa per gli investitori in azioni

Posted by fidest press agency su venerdì, 20 Mag 2016

eurozonaSe si guarda alla performance dei principali indici azionari europei, colpisce come il prezzo di questi indici sia ad oggi più basso rispetto a quello di 15 anni fa; ad esempio l’indice MSCI EMU (MSCI è un index provider tra i più utilizzati a livello globale) nel maggio 2001 prezzava 147 punti, mentre oggi il livello si aggira attorno ai 103 punti. Ovviamente il livello dei prezzi è fuorviante, in quanto non tiene conto dei dividendi pagati nel corso del tempo, ma può comunque aiutare a dare un’idea dei quanto deludente sia stata la performance dell’azionariato dell’Eurozona. Il seguente grafico mostra la performance degli ultimi 15 anni dei principali indici azionari dei Paesi sviluppati, tenendo conto anche dei dividendi pagati durante tutto l’arco temporale.
La sottoperformance strutturale dell’Eurozona relativamente agli Stati Uniti può essere imputata a diversi motivi. Prima di tutto qualsiasi indice generico che riguarda l’area Euro è una media ponderata dei vari indici relativi ai diversi Paesi, che hanno esposizioni e performance molto differenti; Paesi diversi hanno generato rendimenti diversi negli ultimi anni, ed è normale che Paesi meno “virtuosi” abbiano in qualche modo pesato sulla performance complessiva. Ma anche andando a prendere solo i paesi dell’Unione Monetaria più performanti degli ultimi 15 anni (Paesi Bassi e Germania), i rendimenti dell’azionariato Usa rimangono ancora lontani.
Probabilmente, un modo migliore per spiegare le diverse performance delle aree geografiche è la diversa composizione settoriale che caratterizza i due mercati. La struttura è infatti molto diversa e se andiamo ad approfondire le esposizioni emergono differenze anche rilevanti. Le più rilevanti riguardano i settori Industrials (13% nell’MSCI Eurozone contro 9.5% nell’MSCI USA), Financials (21% vs 17%) – in particolare il settore bancario (11% vs 6%), e Technology (5.6% vs 12%). L’esposizione a settori molto ciclici tipica dell’Eurozona si traduce in una maggiore volatilità dei profitti. Il peso superiore delle banche in un’epoca di grade regolamentazione e tassi d’interesse bassi non ha aiutato l’area Euro, così come la bassa esposizione al settore Technology, il miglior settore degli ultimi 3 e 5 anni.
Dal punto di vista delle valutazioni, le azioni europee sono relativamente più attraenti di quelle statunitensi. Il rapporto Price/Book per l’MSCI Eurozona è pari a 1.4x, ben lontano dal 2.3x di dieci anni fa, mentre per gli Stati Uniti lo stesso rapporto è pari 2.8x, vicino al 3x del periodo pre crisi. Le stime del rapporto Price/Earnings dell’area Euro si attestano oggi a circa 13x (12.8 la mediana degli ultimi 10 anni); le azioni USA invece sono valutate circa 18 volte gli utili attesi (15.5 la mediana degli ultimi 10 anni). Ultimo ma non meno importante, il tasso di dividendo è molto più alto nell’Eurozona rispetto agli Stati Uniti (3.8% vs 2.2%). In un contesto come quello attuale caratterizzato da rendimenti ridotti all’osso sul mondo obbligazionario, non è una caratteristica da sottovalutare.Da un punto di vista macroeconomico, un euro ancora debole, il petrolio a prezzi bassi e l’azione della Banca Centrale Europea sono tutte a supporto dell’Eurozona. Mentre la crescita negli USA recentemente è stata rivista al ribasso, nell’Eurozona la ripresa rimane stabile, e per di più i vari Paesi all’interno hanno ripreso a crescere (Italia e Francia stanno convergendo verso i tassi di crescita di Spagna e Germania).
L’azione della Banca Centrale Europa può infine creare le condizioni ideali per un investimento value: con i tassi a zero, la ricerca di rendimento passa per forza anche per azioni con i dividendi più sostanziosi. La azioni value in aprile hanno sovraperformato il fattore growth sia in Europa che nell’Eurozona. Da inizio anno gli indici focalizzati sulle società con i dividendi più alti e costanti hanno performato molto bene.
D’altro canto, le prospettive politiche per l’Eurozona non sono mai state così incerte. Il referendum sul Brexit, le elezioni spagnole, le varie forze centrifughe che rendono l’integrazione europea sempre più lontana, la revisione della normativa del settore bancario, la crisi dei migranti e l’enorme debito pubblico accumulato sono ancora tutte questioni da risolvere. Si prospetta una estate politica molto calda, che potrebbe facilmente compromettere la crescita economica tanto cercata che ora sta finalmente ingranando. (grafico: grafico paesi sviluppati, rendimento totale) (fonte: MoneyFarm.com)

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Cosa è successo alle valute?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 27 aprile 2016

indici di valuta globaleDall’inizio dell’anno, le valute si sono mosse nella direzione opposta rispetto alle aspettative. Riassumiamo cosa è accaduto e cosa sta succedendo sia nelle valute nei paesi sviluppati che nelle economie emergenti. Dall’inizio dell’anno abbiamo visto affermarsi sulle valute alcuni trend molto forti, come il deprezzamento della sterlina e del dollaro e l’apprezzamento dell’euro e dello yen. A stupire molto gli analisti è stata la direzione di questi movimenti, contraria a quanto previsto dalla teoria economica.In teoria, un abbassamento dei tassi d’interesse seguito da aspettative sui tassi futuri sempre più basse (appiattimento della curva dai tassi d’interesse) dovrebbe essere seguito da rendimenti più bassi per una determinata valuta, in questo mondo spingendo gli investitori a preferire altre valute, e dato l’abbassamento della domanda, la valuta coi rendimenti più bassi dovrebbe deprezzarsi.Finora, nonostante tassi negativi in Giappone e Germania (e nell’Eurozona nel suo complesso), lo Yen e l’Euro si sono apprezzati. Al contrario, economie che dovrebbero essere più solide e in crescita, come il Giappone e gli Stati Uniti, dove i tassi d’interesse sono alti e la politica monetaria è meno (esplicitamente) accomodante, hanno visto la propria valuta deprezzarsi.Fino ad ora, da inizio anno, il dollaro statunitense ha perso circa il 5% sia contro le principali valute sviluppate sia contro le valute emergenti.
La sterlina ha fatto ancora peggio, perdendo il 6% contro le valute più liquide e il 7.5% contro le valute emergenti. Nello stesso periodo lo yen è salito del 7%, seguito dall’euro che finora ha guadagnato il 2.5%.Il posizionamento degli investitori ha giocato un ruolo importante in questi movimenti apparentemente contro intuitivi.Per quanto riguarda la sterlina, i timori circa la possibilità di Brexit hanno causato un aumento del posizionamento “corto” sulla valuta. La volatilità implicita prezzata dal mercato delle opzioni è più alta nelle scadenze brevi (2 – 3 mesi), segnalando un incremento della domanda per la copertura dal rischio di cambio per le scadenze vicine al referendum. Così, nonostante il contesto macroeconomico più favorevole a una sterlina forte, non è difficile vedere perché i mercati si sono posizionati in un determinato modo.
Passando al dollaro USA, la recente debolezza ha sorpreso quanto si aspettavano la parità tra euro e valuta americana. Una ragione per il deprezzamento del dollaro può essere che il tasso d’interesse reale statunitense (misurato come differenza tra tassi d’interesse nominali e l’inflazione prezzata dai relativi bond indicizzati all’inflazione) si è deteriorato negli ultimi mesi. Tassi sempre più bassi e aspettative d’inflazione più alte hanno compresso il tasso reale, che è sceso in termini assoluti e relativi se paragonato con le altre maggiori economie. Ad ora è difficile pensare a una Fed che possa invertire la rotta e, solo fattori di rischio esogeni (come movimenti del petrolio o Brexit), potrebbero portare a un rafforzamento del petrolio.Alla base del rafforzamento dello Yen troviamo le stesse dinamiche, ma capovolte. I tassi nominali sono sì diminuiti anche in Giappone, ma le aspettative di inflazione sono crollate, portando il tasso d’interesse reale a rafforzarsi sia contro il dollaro USA che contro l’euro, anche se i tassi nominali sono scesi in territorio negativo. Per invertire la tendenza, la Bank of Japan ha bisogno o di aspettative d’inflazione in crescita o di una Fed più hawkish.Lasciandosi alle spalle il mondo delle valute sviluppate, molte soprese sono arrivate pure dalle valute emergenti, che dopo aver perso più del 7% nel 2015, sono ora largamente in positivo dall’inizio dell’anno.Dal punto di vista dei fondamentali, le preoccupazioni sul mondo emergente rimangono. Una Fed in attesa combinata con politiche espansive da parte della Banca Centrale Europea e della Bank of Japan hanno favorito la propensione al rischio degli investitori. Il dollaro debole ha giocato un ruolo importante nel rimandare ancora la fase di deleverage dell’economia, mantenendo le condizioni di credito nel mondo emergente relativamente accomodanti e contribuendo a dare un floor al prezzo del petrolio (che è stato il maggior driver di mercato del 2016).Il contesto quindi è tuttavia limitato ad una visione tattica. La convinzione degli investitori su questa asset class non è ancora molto forte, e finora si è trattato più di approfittare del contesto favorevole che a uno spostamento massiccio a favore dei mercati emergenti.I recenti movimenti valutari hanno sottolineato l’importanza di una gestione nel breve/medio termine che tenga conto anche dell’esposizioni in valuta estera. Soprattutto per i portafogli obbligazionari, con i rendimenti molto bassi, i movimenti sul mercato dei cambi possono cancellare un anno di performance in poco tempo. La diversificazione tra le asset class, si deve tradurre anche in una diversificazione sulle valute. (foto: indici di valuta globale) (fonte: MoneyFarm.com)

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Come risolvere la disoccupazione nell’Eurozona?

Posted by fidest press agency su martedì, 26 aprile 2016

-bergamoBergamo  29 aprile  presso la sede di via dei Caniana dell’Università di Bergamo, dalle ore 15 alle ore 18:30 con un break  alle 17, Forum delle Prospettive Economiche, Politiche, Sociali, dove si terrà il dibattito nazionale su austerità e Eurozona. Oltre all’economista americano, parteciperà al dibattito anche Marco Zanni europarlamentare M5S, Alfredo D’Attorre di Sinistra Italiana, Angelo Mincuzzi del Sole 24 Ore, Carlo Clericetti della testata La Repubblica. Al Forum il mondo politico, scientifico e il tessuto economico indagheranno le alternative alle politiche di austerità con un fine ambizioso: aggiustare la rotta del Paese. L’evento, aperto dal rettore dell’Università di Bergamo, Prof. Remo Morzenti Pellegrini e coordinato da Angelo Mincuzzi (Il Sole 24 Ore), proporrà una riflessione a partire dall’intervento di Warren Mosler, massimo esperto di sistemi monetari e fondatore della Modern Money Theory, approccio teorico di riferimento di Stephanie Kelton, consigliere economico di Bernie Sanders. L’intervento di Mosler sarà accompagnato dal contributo del Prof Stefano Lucarelli (Università di Bergamo) e contestualizzata nel quadro politico dagli interventi di Alfredo D’Attorre (parlamentare Sinistra Italiana), Marco Zanni (europarlamentare M5S) e Daniele Basciu (responsabile scientifico Rete MMT). I relatori verranno successivamente interrogati dai discussant Paolo Agnelli (presidente Confimi Industria) e Carlo Clericetti (La Repubblica). Le conclusioni saranno affidate alla prof.ssa Anna Maria Variato (Università di Bergamo) economista post-keynesiana. “Demenza è fare la stessa cosa ancora ed ancora aspettandosi risultati diversi” affermava Albert Einstein e l’intento del Forum sarà proprio quello di esplorare le vie alternative migliori all’austerità che ha letteralmente strozzato l’Eurozona.  L’evento è organizzato da Rete MMT e JEBG ed il programma completo dell’evento è disponibile sul sito retemmt.it/forumdelleprospettive  (Ivan Invernizzi fonte: (www.corriere.it/extra-per-voi/2016/04/18/salario-minimo-occupazione-finanziati-bce-l-inedita-proposta-dell-ex-guru-wall-street-e0895f38-0557-11e6-9d1f-916c0ba5b897.shtml)

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EY: sempre più forte la ripresa dell’Eurozona, prevista una crescita del PIL del +1,8% tra 2016 e 2017

Posted by fidest press agency su sabato, 26 dicembre 2015

europa comunitariaTrainata dall’aumento dei consumi tra 2014 e 2015, l’Eurozona prosegue il trend di stabilità economica, sostenuto anche dalle prospettive di investimenti di capitale nel medio periodo, come riscontrato dall’ultima edizione del report EY Eurozone Forecast (EEF). Secondo lo studio il prodotto interno lordo complessivo dell’Area raggiungerà una crescita dell’1,5% a fine 2015, che salirà all’1,8% nel 2016 e nel 2017.Donato Iacovone, AD di EY in Italia e Managing Partner dell’Area Mediterranea commenta: “Con l’avvicinarsi del 2016 la ripresa economica dell’Eurozona sembra essere solida e, nonostante i numeri saranno ancora al di sotto dei livelli pre-crisi, prevediamo che la crescita del PIL salirà all’1,8% nel prossimo anno. Intanto, a seguito di un incremento della fiducia e a una migliore redditività, riscontriamo che sia la spesa dei consumatori che gli investimenti da parte delle aziende sono in aumento. Creare maggior occupazione e incoraggiare la formazione e lo sviluppo di competenze specializzate, in particolare per quanto riguarda l’ambito dell’innovazione e del digitale, saranno fattori determinanti per lo sviluppo nei prossimi anni”. Intanto cresce la domanda interna e alcuni settori come quello dei servizi finanziari, professionali e del turismo potrebbero offrire nuove opportunità. La facilità di accesso al credito, unita ai bassi tassi di interesse previsti, sono tra gli elementi che guideranno l’incremento della domanda per quanto riguarda i prestiti.Relativamente agli investimenti l’EY Eurozone Forecast (EEF) prevede una crescita del 2,4% nel 2016 – la più consistente dal 2007 – cui seguirà un ulteriore incremento del 3,1% nel 2017 mentre tra il 2018 e il 2019 è previsto un aumento annuale degli investimenti fissi intorno al 2,5%.
L’ulteriore investimento di capitali dovrebbe affiancare e supportare i processi di riforme che hanno rilanciato l’export di alcuni paesi dell’Eurozona negli ultimi anni. Ciononostante, il rallentamento di alcune economie emergenti potrebbe influire negativamente sulle prospettive future. Nonostante l’abbassamento dei tassi di cambio (aiutato dall’estensione di acquisto di asset da parte della BCE e dall’aspettativa di una stretta monetaria negli Stati Uniti) e la ripresa delle economie avanzate, lo studio prevede un leggero calo percentuale dell’export che passerà dal 4,5% nel 2015 al 3,7% nel 2016 e scenderà al 3,4% circa tra il 2017 e il 2019.
La spesa dei consumatori, supportata dall’abbassamento del prezzo del petrolio, ha rappresentato finora la principale leva di crescita dell’Eurozona e si prevede che continuerà ad avere un ruolo cruciale. L’incremento dei redditi, in particolare, sarà un fattore determinante per l’aumento della spesa delle famiglie. L’EY Eurozone Forecast prevede una crescita dei consumi dell’1,7% nel 2015 e dell’1,6% nel 2016. Nel medio termine ci si aspetta una crescita annua intorno all’1,4%.
Anche per il nostro Paese si prevede una crescita del prodotto interno lordo dell’1,3% nel 2016 per poi tornare a valori più contenuti dell’1,2% nel 2017 e dell’1,1% nel 2018. L’Italia occupa inoltre, secondo EY, la 4° posizione per quanto riguarda il tasso di inflazione che oscillerà tra una crescita dello 0,7% nel 2016, 1,1% nel 2017 fino ad arrivare all’1,4% nel 2018.Dopo un crollo degli investimenti pubblici negli ultimi sei anni, l’EEF si aspetta ora una crescita dello 0,4% nel 2016 per poi arrivare a un picco del 3,2% nel 2018 cui seguirà una graduale ripresa.

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Eurozona e surplus esportazioni

Posted by fidest press agency su giovedì, 16 luglio 2015

berlinoDichiarazione dell’onorevole Renato Brunetta, presidente dei deputati di Forza Italia: “Il problema dell’eurozona si chiama surplus delle esportazioni rispetto alle importazioni. In particolare il problema è il surplus della Germania, che nel 2014 (ultimi dati disponibili) ammontava a 220 miliardi di euro, vale a dire il 7,6% rispetto al Pil, che, sempre nel 2014, era di 2.904 miliardi. Per questo motivo, la Germania è sotto procedura di infrazione Ue. Secondo le regole del Six Pack, confluite nel Fiscal Compact, infatti, la media del surplus degli ultimi 5 anni non deve superare il 6%, mentre la media del surplus della Germania nel periodo 2010-2014 è del 6,5%. Insieme alla Germania, i maggiori surplus dell’eurozona sono stati registrati da Olanda (10,9%), Svezia (6,8%) e Danimarca (6,3%). Guarda caso tutti paesi del Nord Europa, gli unici che dalla crisi dell’euro in questi anni ci hanno guadagnato. La Germania, quindi, insieme ai suoi Stati satellite, deve rientrare, come previsto da Six Pack e Fiscal Compact, al di sotto del 6%, cosa che finora non ha fatto, e spendere il proprio surplus per cambiare il metabolismo dell’eurozona.
A ben vedere, la riduzione dei surplus dei paesi del nord Europa sotto il 6% si presenta anche come l’unica medicina in grado di ridare sviluppo all’area euro. In caso contrario, la situazione rimarrà stagnante e duale. Un esempio: dimezzare il surplus della Germania significa mettere in circolo almeno 100 miliardi di euro (3,5 punti di Pil tedesco); 150 miliardi se anche Olanda, Svezia e Danimarca faranno lo stesso. Il risultato sarà un piccolo positivo aumento dell’inflazione nell’eurozona (sappiamo bene quanto ce n’è bisogno), la svalutazione dell’euro rispetto al dollaro, un aumento della domanda interna, con conseguente aumento dei consumi, degli investimenti, e una spinta positiva alla crescita di tutta l’area euro, che attualmente è ferma, come previsione per il 2015, all’1,5%. Una reflazione consistente dei paesi in surplus potrebbe, quindi, portare più sviluppo e maggiore occupazione e benessere per tutti. Incluso un positivo effetto in termini di sostenibilità dei debiti pubblici. Insomma, quell’innesco positivo che l’Europa sta cercando da parecchio tempo e finora non ha mai avuto.Ultima considerazione: se la Germania reflaziona, oltre che diventare più simpatica, migliora anche il benessere del popolo tedesco, cosa da non sottovalutare dal punto di vista del consenso di chi è al governo”.

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Vento di ottimismo sull’eurozona

Posted by fidest press agency su lunedì, 23 marzo 2015

eurozonaSull’eurozona soffia indubbiamente un vento nuovo. Dopo otto anni di una crisi che sembrava interminabile, i mercati azionari puntano decisamente al rialzo, l’ottimismo sta tornando e i consumi sono in ripresa. I fantasmi che assillavano i mercati finanziari sembrano non spaventare più nessuno, sono finiti i discorsi sulla disgregazione dell’euro, sulla deflazione o sul rischio di «giapponesizzazione». Anche il rischio di default o di uscita dall’eurozona della Grecia sembra suscitare una indifferenza quasi generale. L’eurozona è quindi uscita definitivamente dalla crisi, oppure siamo in presenza di un eccesso di ottimismo?
Bisogna ammettere che la situazione sul fronte che era meno previsto – i consumi privati – è notevolmente migliorata negli ultimi mesi. Le vendite al dettaglio hanno registrato una forte accelerazione nell’ultimo quadrimestre (+0,4% anno su anno, al 3,7% a gennaio), le immatricolazioni di veicoli sono cresciute del 18% nel corso degli ultimi 24 mesi e le aspettative dei consumatori sono ai migliori livelli da settembre 2007 a questa parte. Questa sensibile schiarita dei consumi è spiegata dal significativo miglioramento dei fondamentali. Da una parte, il mercato del lavoro si è ripreso, con l’occupazione che sta crescendo rispetto all’anno precedente in 16 paesi su 19. Dall’altra, nonostante il modesto progresso dei salari nominali, il calo dei prezzi dell’energia ha determinato un incremento in termini reali dei salari dell’1,5% rispetto all’anno precedente. Infine, il lungo processo di disindebitamento delle famiglie si sta invertendo grazie in particolare alla ripresa dei prezzi delle abitazioni. Questo riguarda anche i paesi che erano stati pesantemente colpiti da una bolla immobiliare. L’esempio più evidente è il rialzo del 28% del mercato immobiliare irlandese dall’inizio del 2013.
Va detto che l’eurozona ha beneficiato di un insieme di fattori particolarmente favorevoli negli ultimi mesi. Oltre al miglioramento dei fondamentali del settore privato, le economie della regione hanno beneficiato del crollo del prezzo del petrolio e del deprezzamento dell’euro, il cui tasso di cambio era rimasto troppo elevato per troppo tempo nel corso di questa crisi. Infine, l’elemento chiave è che la BCE ha finalmente assunto il comportamento adeguato di fronte al rischio di deflazione, annunciando un programma di allentamento quantitativo (QE) al tempo stesso di grandi dimensioni e credibile. Elemento chiave, poiché quando la deflazione minaccia una economia, la sua banca centrale deve creare moneta. E in una situazione in cui i tassi d’interesse sono già a zero, il QE è lo strumento migliore per ottenere questa creazione di moneta. I benefici di questa decisione sono stati immediati. Ancora prima che le operazioni di acquisto iniziassero, le previsioni inflazionistiche sono tornate a salire, i rendimenti delle obbligazioni sono scesi ulteriormente e l’euro ha perso valore rapidamente. Questi sviluppi hanno creato un contesto particolarmente favorevole per le azioni. Tale clima propizio potrebbe permanere, grazie al fatto che il QE è appena agli inizi. Purtroppo però nell’eurozona non è tutto rose e fiori. La produzione manifatturiera stenta ad accelerare (0,2% anno su anno a gennaio), e ciò rende questa ripresa atipica. Generalmente, le uscite dalla recessione passano attraverso una accelerazione della produzione tramite le esportazioni, un fattore che innesca un ciclo di assunzioni e di investimenti. Nell’attualità, si può temere che passato l’effetto positivo di una congiunzione di eventi particolarmente favorevoli, l’attività economica ritorni su livelli a lungo termine determinati dal (debole) potenziale di crescita dell’eurozona. Sulla base delle tendenze demografiche e della produttività, la crescita viene stimata a meno dell’1% all’anno, rispetto a più del 2% per gli Stati Uniti. Inoltre, le debolezze strutturali sono sempre presenti. Senza la gamba fiscale, l’unione monetaria è incompleta e la deflazione continua a rappresentare una minaccia (14 paesi su 19 hanno una inflazione negativa). Vi è pertanto il rischio che finito il periodo di euforia l’eurozona si ritrovi in un nuovo equilibrio costituito da un forte indebitamento, una crescita economica fiacca e un bilancio della BCE eccessivamente accresciuto. Le attività finanziarie che hanno beneficiato dell’ondata di ottimismo rischierebbero in tal caso di apparire sopravvalutate.

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Rassegna BCE: soffiando sui carboni del fuoco reflazionista

Posted by fidest press agency su sabato, 24 gennaio 2015

banca centrale europea“Il mancato perseguimento del nostro mandato sarebbe illegale”. È così che Mario Draghi ha concluso la sua ultima conferenza stampa del 2014. La prima del 2015 è iniziata con l’annuncio di un programma di quantitative easing (QE) che persegue il mandato inflazionistico della Banca centrale europea (BCE) in modo ancora più forte. Una scelta opportuna, dal momento che i trend deflazionistici nell’eurozona erano divenuti ancora più incerti, con un continuo calo della produzione economica e del prezzo del petrolio.Le dimensioni del QE si situano nella parte alta delle aspettative del mercato. A partire da marzo 2015, la BCE intende acquistare obbligazioni per 60 miliardi di euro al mese fino a settembre 2016, il che significa poco più di mille miliardi di acquisti di asset di titoli di Stato e di enti pubblici di tutta l’Eurozona. In questo ammontare sono compresi anche i programmi di acquisto di covered bond e ABS già previsti.L’elemento che distingue questo QE da quelli di altre banche centrali è il carattere illimitato implicito nel fatto che il suo arresto è legato a un momento futuro in cui “osserveremo un aggiustamento sostenuto dell’andamento dell’inflazione che sia coerente con il nostro obiettivo di conseguire tassi d’inflazione inferiori, ma prossimi al 2% nel medio periodo” (l’enfasi è mia). Con l’inflazione attualmente pari al -0,2% e previsioni BCE che la collocano all’1,3% nel 2016, peraltro elaborate prima che il prezzo del petrolio scendesse a 50 dollari al barile, un aggiustamento sostenuto dell’andamento dell’inflazione che riporti quest’ultima verso il livello obiettivo potrebbe richiedere parecchio tempo, aprendo le porte alla possibilità che gli acquisti proseguano oltre il 2016, il che ci induce a concludere che la BCE sta prendendo molto sul serio il suo mandato.Inizialmente, eravamo preoccupati per il modo in cui le eventuali perdite sulle obbligazioni acquistate nell’ambito del QE potessero essere distribuite tra la BCE e i suoi 19 azionisti, le banche centrali nazionali (BCN), ma alla fine siamo giunti alla conclusione che la condivisione del rischio non è assolutamente un problema: il 20% delle obbligazioni acquistate dalla BCE e dalle BCN sarà oggetto di condivisione del rischio, mentre l’80% non lo sarà. Per quanto riguarda quest’ultima parte, ogni BCN acquisterà obbligazioni del proprio Stato e si accollerà il rischio ad esse connesso. Nell’eventualità di una perdita, solo la BCN di uno Stato in default parteciperebbe alla perdita. Ma la cosa più importante di tutte è che, dal momento che le banche centrali possono operare con un capitale proprio negativo e che i crediti delle banche commerciali sulle riserve create dal QE possono essere fatti valere in tutta l’Eurozona, la condivisione del rischio è, come ha detto Draghi nella conferenza stampa, “irrilevante”.Funzionerà il QE? Non illudiamoci: la politica monetaria può aiutare a mantenere il controllo sul ciclo economico, ma una crescita sostenibile deriva in definitiva dagli investimenti, dalla produttività e dalla crescita della popolazione. E affinché si giunga a ciò, sia il settore privato che quello pubblico dovranno fare la loro parte.Le autorità europee sembrano aver raggiunto una sorta di “grand bargain”, di ampio accordo che lascia pensare che il QE avrà successo. La BCE ha fatto la sua parte. La Commissione europea sta coordinando un fondo di investimenti infrastrutturali in partnership pubblico-privato che spera raggiungerà i 300 miliardi di euro, e diversi governi nazionali stanno intraprendendo seriamente riforme strutturali. Il premier Matteo Renzi si distingue per le iniziative di riforma del mercato del lavoro, del sistema elettorale e del settore bancario in Italia, e sebbene non tutte le riforme siano state ancora tradotte in legge, su questo fronte l’Europa sta senz’altro cambiando in meglio.Quale sarà l’impatto sul mercato e quale strategia di portafoglio consideriamo per il futuro? Una generalizzazione delle esperienze di QE negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in Giappone suggerisce che un simile programma è favorevole per gli asset rischiosi e per l’oro e sfavorevole per la duration e per il valore esterno della moneta che viene stampata. Sebbene il Giappone rappresenti un’eccezione sul fronte della duration, riteniamo che l’Eurozona evidenzierà dinamiche simili a quelle di altri paesi che hanno adottato il QE.I titoli di Stato dei paesi periferici hanno registrato buone performance in passato, ma non vediamo particolari motivi per venderli. Con rendimenti del 2,7% sulle emissioni pubbliche italiane e spagnole a più lungo termine, il differenziale non è insignificante rispetto ad obbligazioni tedesche di pari scadenza. Ci aspettiamo che questi spread si riducano.Continuiamo a ravvisare opportunità nelle obbligazioni societarie investment grade e high yield. Le azioni bancarie dell’Eurozona e le obbligazioni bancarie subordinate hanno sottoperformato i corrispondenti mercati dei titoli di Stato di recente, e gli interventi della BCE sembrano prefigurare la possibilità di un certo recupero.Spostandoci più verso l’esterno di quelli che PIMCO chiama i cerchi concentrici dell’investimento, ossia verso asset class meno liquide e a più alto rischio, come gli investimenti immobiliari e il debito in sofferenza, anche in questo caso l’allentamento della politica monetaria dovrebbe avere un impatto positivo. Il team di analisti esperti di PIMCO dedicati al mercato immobiliare e al private equity sarà al lavoro nei prossimi mesi per individuare le opportunità in questi settori.Riteniamo meno interessanti i bassi rendimenti dei titoli di Stato tedeschi e l’esposizione valutaria all’euro. L’aumento di 33 euro del prezzo di un’oncia d’oro alla chiusura delle contrattazioni di giovedì (22 gennaio) in Europa dimostra quel che può succedere quando l’offerta di un asset aumenta rispetto a quella di un altro. L’euro continuerà probabilmente a deprezzarsi.Più in generale, dobbiamo considerare anche le ripercussioni globali delle decisioni della BCE. L’economia mondiale ha attraversato 35 anni di disinflazione sostanzialmente ininterrotta, culminata in una politica di tassi a zero e in un QE in tutti i principali mercati sviluppati. Sebbene si sia tornati ad assistere a fasi di espansione del ciclo economico negli Stati Uniti e nel Regno Unito, il notevole peso del rallentamento della crescita nel resto del mondo, soprattutto se si considerano anche la Cina e i mercati emergenti, e le dinamiche demografiche di invecchiamento della popolazione avranno implicazioni sui livelli fino ai quali la Federal Reserve e la Banca d’Inghilterra potranno normalizzare i propri tassi ufficiali.I mercati continuano a credere nella capacità delle banche centrali di orchestrare scenari economicamente desiderabili. Se questa convinzione dovesse essere messa in dubbio, e le banche centrali gettassero la spugna come ha fatto la Banca nazionale svizzera, la disinflazione potrebbe trasformarsi in deflazione da debito. Per il momento almeno, la BCE soffierà sui carboni del fuoco reflazionista.” (Commento di Andrew Bosomworth – managing director di PIMCO)

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Conti pubblici: il caso Italia

Posted by fidest press agency su giovedì, 10 luglio 2014

Brunetta - NardinDichiarazione dell’onorevole Renato Brunetta, presidente dei deputati di Forza Italia: “Mario Draghi non ne può più. La cassetta degli attrezzi della Banca Centrale Europea per affrontare la crisi dell’euro l’ha usata tutta e adesso si appella ai governi: ‘Facciano le riforme strutturali’. Altrimenti gli effetti delle decisioni di politica monetaria non si trasmettono all’economia reale.Con questa affermazione, Draghi non si rivolge solo ai paesi che negli ultimi anni hanno subìto attacchi speculativi (Italia, Spagna, Irlanda, Grecia, Portogallo), ma a tutti i paesi dell’Eurozona. Perché gli effetti positivi delle riforme in un paese si riflettono anche negli altri Stati membri dell’Unione. Su questo, pieno accordo con il ministro Padoan, che del motto ‘riforme in tutti i paesi’ ha fatto il suo cavallo di battaglia nella riunione dell’Ecofin che ha presieduto martedì.Il punto su cui Mario Draghi e il governo italiano non sono d’accordo, invece, è un altro. Il pareggio di bilancio. ‘La capacità dei governi di stabilizzare l’economia dipende dal tenere il deficit vicino allo zero’, ha detto Draghi. Altro che rinvio del pareggio di bilancio dal 2015 al 2016, come domandato dall’Italia alla Commissione europea ad aprile.D’altronde, la richiesta è stata già ufficialmente bocciata proprio dall’Ecofin presieduto da Padoan martedì. Il monito del presidente della Bce si aggiunge a quello del Consiglio europeo, della Commissione europea, dell’Eurogruppo e dell’Ecofin. Di tutte le istituzioni europee, cioè, che nei diversi passaggi hanno partecipato alla stesura e approvazione delle Raccomandazioni al governo italiano. Altro che dibattito sulla flessibilità: quello è solo fumo negli occhi per nascondere la necessità di ‘sforzi aggiuntivi per rispettare il Patto di stabilità e crescita’.Ne deriva una domanda: come farà il ministro Padoan a garantire il pareggio di bilancio nel 2015 se ha basato la sua strategia di politica economica e tutti i suoi calcoli sul pareggio di bilancio nel 2016? Ecco perché diciamo che la manovra correttiva è sempre più vicina.Il giorno della verità è fissato al 20 settembre, quando il governo dovrà presentare al Parlamento la Nota di aggiornamento al Def. E dovrà rivedere tutto l’impianto di politica economica. Cosa inventerà Renzi per giustificare il cambio di marcia? Lui è tranquillo, tanto le elezioni europee le ha già vinte. A preoccuparsi sono gli italiani”.

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L’Italia trascina l’Europa nel suo fallimento

Posted by fidest press agency su martedì, 6 dicembre 2011

L’agenzia internazionale Standard & Poor’s, infatti, ha messo sotto osservazione (creditwatch negative) i rating di ben 15 Paesi di Eurolandia in previsione di una moderata recessione che colpirà l’Eurozona nel 2012, eccetto l’Italia, naturalmente, per la quale si prevede invece una recessione di ben altro spessore durata e misura. I popoli europei cominciano a porsi domande interessanti sul futuro dell’euro, sia inteso come concezione politica, che geografica, che economica e monetaria. Un cittadino tedesco infatti, non riesce a comprendere perché egli debba sacrificare il credito internazionale della potenza economica tedesca ed i suoi personali e familiari interessi per salvare l’italia, un paese che fallisce miseramente a causa della corruzione politica e burocratica dilagante (fenomeno assolutamente fisiologico nel resto d’Europa che vede invece nell’utilizzo dei finanziamenti e nella gestione degli appalti pubblici cifre percentuali prossime alla totalità delle somme erogate per l’italia) e della oramai potentissima holding mafiosa italiana, prima azienda italiana per fatturato, in grado di assicurarsi il 90% dei grandi appalti pubblici italiani.Un cittadino tedesco, ovvero un cittadino francese non riesce a comprendere perché con il sacrificio dei popoli francese e tedesco si dovrebbe salvare un paese che è ormai integralmente preda delle mafie e della prassi corruttiva:
se agli italiani piace vivere al di sopra delle loro possibilità, il cittadino europeo non comprende affatto perché debba essere chiamato a fare sacrifici enormi per pagare i debiti insoluti italiani, frutto non della crisi o della sfortuna, ma figli di uno stile di vita assolutamente errato, gravemente degradato, assai incivile e soprattutto, affatto considerabile come un “modello ed uno stile di vita europeo”.
A dire il vero, è tutta l’Europa del sud che si dimostra afflitta da questa degenerazione e maleducazione incivile, anche se, il caso italiano, si arricchisce di due fattori difficilmente eguagliabili in tutto il mondo civile:
l’elevazione della corruzione a sistema di vita e l’affermazione del metodo mafioso come regola generale.
Il cittadino tedesco resta sempre più perplesso dei sacrifici che dovrà sopportare per consentire ad un tale degrado umano di sopravvivere.
In effetti, l’attuale governo italiano ottiene un certo successo nelle borse mondiali proprio grazie al sostegno soprattutto di Francia e Germania, che attraverso la BCE stanno garantendo il debito pubblico sovrano italiano, la solvibilità italiana e la stabilità italiana.
Anche la FMI corre in soccorso del premier Monti, generando un nuovo clima di fiducia nella ormai fallita unità ed integrità italiana.
Eppure qualcosa non quadra ancora in tutta questa vicenda, nonostante i dubbi del cittadino tedesco, di quello francese e di quello europeo in generale. Vediamo di eviscerarli questi fenomenali dubbi, uno per uno.
– Mafia, Corruzione ed Evasione Fiscale Il premier Monti non elenca mai queste due piaghe italiane nelle sue apparizioni pubbliche, pare che per Mario Monti, corruzione e mafie non esistano in Italia. Se mafia e corruzione sono fenomeni in grado di muovere enormi ricchezze in Italia, non si comprende perché il premier Monti non vada a cercare il recupero delle cifre da capogiro che rappresentano il giro d’affari di corruzione e mafia in Italia invece di massacrare ancora una volta famiglie ed aziende italiane, che sono state già gravemente ferite dalla crisi e dallo stato di mafiosità imperante e di libertà assente in cui versa l’economia italiana. Perché una famiglia italiana deve vedere ancora una volta mortificata il proprio futuro pensionistico, e deve subire un ulteriore aggravamento della già delirante pressione fiscale esistente? Ed a quale titolo e con quale presunzione arrogante si impone un analogo sacrifico alle famiglie ed alle aziende tedesche e francesi?
Perché i sempiterni mali italiani li debbono sempre pagare i soliti fessi e mai i soliti furbi, li pagano sempre le famiglie e le aziende sane ed invece mai e poi mai viene addebitato un euro o lira che sia alle famiglie e le aziende mafiose, alle famiglie dei politici e dei burocrati corrotti ed incapaci?
E perché non si approfitta oggi della favorevole posizione derivante dalla crisi in atto per cancellare una volta per tutte mafia e corruzione dal vocabolario corrente italiano?
– L’illegalità diffusa, i ritardi e le assenze della Pubblica Ammininstrazione, le lentezze burocratiche e la (in)giustizia italiana
Tutta questa matassa di fenomeni italiani assai intrecciati fra di loro rende impossibile una vita normale delle famiglie e delle aziende che decidessero di intraprendere l’avventura della vita terrena ovvero l’alea di una attività imprenditoriale in Italia.
Nessuna riforma strutturale, ne tanto meno, alcuna liberalizzazione delle professioni, delle arti e delle attività sottoposte a licenze pubbliche si impone nell’agire dell’esecutivo italiano:
– il paese non viene così ammodernato e reso competitivo sul piano internazionale.
– La Spesa Pubblica, il Parassita Pubblico ed il Debito Pubblico –
– L’imponente massa di dipendenti pubblici e di cariche politico-amministrative che gravano pesantemente sulla spesa pubblica come nella costruzione del debito pubblico, avvisano il presente che non è possibile tentare il salvataggio del paese in queste condizioni di spesa pubblica indecente e soprattutto, improduttiva e parassita. Ma anche in questo caso, il governo Monti, l’attuale esecutivo italiano in carica attualmente, non offre alcuna soluzione di riduzione drastica ed immediata della spesa pubblica e di contenimento del debito pubblico che passi attraverso un salasso doveroso e necessario della pubblica amministrazione, elemento indicato fra le cause primarie del fallimento italiano nel suo peso e nella sua inefficienza cronica e conclamata.
Se l’Inghilterra per venir fuori dal rischio di downgrade e di fall out avviò anch’essa dopo aver cambiato governo una notevole riduzione della spesa pubblica taglia di ben 81.000.000.000 di sterline e la perdita di circa mezzo milione di posti di lavoro, ma programmando un rientro in sostanziale pareggio dei conti pubblici entro l’attuale legislatura, non si comprende perché l’Italia, causa e movente del paventato fallimento europeo e del prossimo possibile downgrade di ben 15 paesi europei, non debba imporre altrettanti sacrifici.
Insomma, l’ingiustizia sociale di cui si vestono le azioni del premier Mario Monti, si scontra con le altisonanti e roboanti indicazioni di indirizzo politico dell’esecutivo alla coesione sociale e alla giustizia sociale preannunciate dal Monti stesso.
E allora torna la domanda iniziale:
perché un cittadino tedesco, un cittadino francese o un cittadino europeo dovrebbe sacrificare il proprio futuro rovinare la serenità e compromettere la stabilità delle proprie famiglie come delle proprie aziende per salvare una tale ecatombe di guai e di difetti incorreggibili ed incorretti che si definisce come l’Italia? Interrogato il morto lo stesso non rispose. Ovviamente. E se la politica e la burocrazia sono corrotte, che paghino loro il debito pubblico che si è costruito per saziare il loro infinito appetito. Che paghino le classi dirigenti italiane il prezzo della loro incapacità e/o disonestà. (Gustavo Gesualdo alias Il Cittadino X – in sintesi)

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Italia sull’orlo del disastro economico

Posted by fidest press agency su giovedì, 18 novembre 2010

L’Eurozona è sempre più in crisi. Irlanda e Portogallo, secondo gli economisti, saranno i prossimi a richiedere assistenza finanziaria al c.d. fondo salva stati istituito dall’Unione Europea lo scorso maggio, con sede a Lussemburgo. Ma il rischio default non preoccupa solo Dublino e Lisbona, infatti all’inaugurazione della due giorni di vertice comunitario, oggi si riunisce l’Eurogruppo e domani l’Ecofin, i dati Eurostat sono impietosi per tutti i Paesi dell’eurozona. “Sono tempi difficili, il vecchio continente è in grande difficoltà e siamo tutti spaventati”, ha commentato Lilia Infelise, responsabile per l’Economia e le Finanze dell’Italia dei Diritti. Che ha aggiunto: “I paesi emergenti dell’Asia  continuano a guidare la ripresa, in questa area saranno creati 14 milioni di nuovi posti di lavoro nei prossimi cinque anni. Stiamo attraversando la crisi del mondo industrializzato. L’Europa è la più colpita, con una disoccupazione che si attesta su 9-10% e che non accenna a ridimensionarsi, un deficit intorno al 7-8% del Pil e un indebitamento pubblico stimato sopra il 100% del Pil, sino al 2014.”  “In sostanza – ha proseguito la sua analisi la responsabile economica del movimento guidato da Antonello De Pierro – si sta delineando il graduale spostamento del baricentro dell’economia mondiale dall’Atlantico al Pacifico. L’unica soluzione, per noi europei, è trasformare completamente il nostro modello di sviluppo, non rincorrendo la fata morgana  dei bassi costi, bensì perseguendo e ribadendo i fondamenti culturali dell’Europa: multiculturalità, coesione ed equità, uguaglianza di genere, ricerca e innovazione al servizio di un nuovo contratto sociale tra territori, tra generi, tra generazioni.” Guardando in casa nostra, la responsabile per l’Economia dell’IdD ha dichiarato: “Non preoccupano tanto i dati sul debito, destinato a crescere ai livelli limite in tutta Europa, quanto la strutturale debolezza del nostro Paese che è entrato nella crisi con una grave fragilità ed ha disatteso ogni aspettativa di intervento profondo e incisivo, per riforme radicali  del fisco, del mercato del lavoro, del credito e della ristrutturazione della spesa pubblica”. “Ciò che serve in Italia, come in Europa, – ha concluso la Infelise – è una politica che intervenga concretamente sulla bassa produttività del lavoro, gli alti tassi di crescita della disoccupazione ed il crescente divario tra i dati strutturali del mercato del lavoro, tra zone maggiormente produttive e resto del Paese. La politica conta, ma è la grande assente in Italia”.

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Toronto: un passo indietro del G20

Posted by fidest press agency su venerdì, 2 luglio 2010

E’ stato uno dei fine settimana più deludenti da quando si è incominciato a parlare della grande riforma della finanza globale. Invece di trovare un  progetto condiviso, da Toronto il G20 è uscito in ordine sparso, più diviso, più disilluso e in certo qual modo più perdente di prima. Eppure da Pittsburgh dello scorso settembre le emergenze dei mercati si sono ripetute, senza contare l’esplosione della bolla del debito pubblico, la crisi dell’eurozona e le speculazioni contro la moneta europea. Perciò ci saremmo aspettati meno parole e più fatti. Ancora una volta gli gnomi della finanza speculativa ringraziano. Il presidente Obama, arrivato a Toronto forte di un accordo appena raggiunto dal Congresso americano sulla riforma finanziaria e bancaria interna, è intervenuto dicendo che erano state introdotte le “misure più drastiche dopo quelle fatte in seguito alla Grande Depressione del ‘29”.  Certamente in esse vi sono dei cambiamenti importanti per quanto riguarda i controlli e la trasparenza. Ma non affrontano però le cause fondamentali della crisi sistemica, come il problema del rischio e della speculazione a breve termine, e soprattutto della bolla dei derivati OTC, che sono la base dei titoli tossici e la causa più dirompente della crisi.. Purtroppo, sotto l’intuibile pressione della lobby di Wall Street e il ricatto di un gruppo di parlamentari democratici apertamente schierati con le banche e con l’opposizione repubblicana, il Congresso ha fatto passare la riforma  “Volker Rule” completamente annacquata. Invece di un divieto totale, alle banche è ancora concesso di usare fino al 3% del loro capitale per investire in hedge fund ad alto rischio.  Ancora più grave è stato il passo indietro sul fronte dei derivati. E’ stato infatti stralciato l’emendamento della senatrice democratica dell’Arkansas, Blanche Lincoln, che proibiva agli istituti di credito ogni attività legata ai derivati e in particolare ai cds “nudi”. Si è deciso che le banche potranno sottoscrivere contratti derivati, anche se “soltanto” quelli relativi ai tassi di interesse e sui tassi di cambio. E’ un “soltanto” che negli Usa equivale oggi a ben oltre 200 trilioni di dollari, su un totale di 216,5 trilioni in simili derivati. La dichiarazione finale del G20 a Toronto riflette in pieno questi compromessi. Con il solito linguaggio interlocutorio dei summit vuoti di decisioni significative, tutto viene rinviato a nuove formule da definire a Seul in novembre e da attuarsi comunque non prima della fine del 2012. Scompare ogni riferimento a serie restrizioni per i derivati. Anzi c’è un invito a non “discriminarli”. Come se si stesse parlando di minoranze razziali o di genere. Scompare la tassa sulle banche, che avrebbe avuto comunque più un significato propagandistico che reale. Si afferma che si starebbe continuando a lavorare per un futuro aumento del capitale delle banche e per dei controlli più serrati al fine di limitare il fenomeno delle banche “too big to fail”. I governi si sono “sfogati” sui tagli di bilancio. L’impegno preso è di dimezzare i deficit pubblici entro il 2013. Gli USA hanno un deficit di 1.400 miliardi di dollari e l’UE ha un deficit di 800 miliardi di euro. I conti sono presto fatti. In mancanza di un programma condiviso di grandi investimenti a lungo termine sostenuti da crediti freschi, è difficile immaginare una ripresa dell’economia. Perfino il FMI ha sentito il bisogno a Toronto di informare che, senza un accordo sulla riforma finanziaria e sugli interventi di crescita,  si prefigura una perdita globale di 4.000 miliardi di dollari di Pil in 5 anni e di altri 30 milioni di disoccupati. Intanto all’inizio del prossimo ottobre si concluderà la politica americana di stimolo economico,  iniziata dopo il fallimento della Lehaman Brothers con lo stanziamento di 800 miliardi di dollari. Le banche europee, per altro verso, devono trovare 614 miliardi di euro per rinegoziare le loro obbligazioni di debito entro la fine dell’anno. Nei prossimi mesi, quindi, è più che prevedibile una nuova fase di instabilità e di turbolenze sui mercati. Su tante decisioni di politica economica interna le nostre opinioni differiscono profondamente da quelle del ministro Tremonti. Ma, come noi sosteniamo da tempo, anch’egli ha mostrato consapevolezza del fatto che gli OTC sono “il cuore” del problema. Di fronte all’alto comando della Guardia di Finanza, egli ha infatti recentemente detto che  “per ogni transazione reale c’è un numero potenzialmente illimitato di transazioni finanziarie nella forma di contratti derivati. Oggi, sul mercato, il valore nozionale dei derivati OTC è pari a circa 12 volte il valore del Pil mondiale. Esattamente come prima del crollo delle piramidi bancarie, nell’autunno del 2008. Sull’economia ancora e di nuovo incombe il rischio di un drammatico e devastante e nuovo fuorigioco della finanza. A due anni dall’inizio della crisi, non abbiamo ancora e purtroppo vere regole per la finanza.  Si possono fare tutte le regole… è tutto necessario, ma non ancora sufficiente, se permane la libertà, anzi l’anarchia, sui contratti derivati.” Purtroppo a Toronto si è preferita altra musica! (Mario Lettieri Sottosegretario all’Economia nel governo Prodi e Paolo Raimondi Economista)

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