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Scuola – Maturità, nel 2019 cambia faccia ma non sorride

Posted by fidest press agency su mercoledì, 11 aprile 2018

Le innovazioni verteranno principalmente sulla seconda prova scritta: comprenderà più discipline, ci sarà la definizione dei quadri di riferimento, la mancanza di un riferimento esplicito ed esclusivo alle conoscenze, abilità e competenze del quinto anno e la definizione di una griglia di valutazione comune. Tra le (poche) novità positive c’è l’introduzione di un curriculum dello studente allegato al diploma, nel quale saranno “indicati, in forma descrittiva, i livelli di apprendimento conseguiti nelle prove scritte a carattere nazionale”, distintamente per ciascuna delle discipline oggetto di rilevazione e la certificazione sulle abilità di comprensione e uso della lingua inglese. Se ne è parlato al Congresso Nazionale della Mathesis, alla presenza di diversi esperti di settore. Il punto di partenza della discussione, visto l’argomento, non poteva che essere il decreto legislativo n. 62 della Buona Scuola sulle norme in materia di valutazione e certificazione delle competenze nel primo ciclo ed Esami di Stato.A ben vedere, la revisione delle prove ha comunque depotenziato gli esami di maturità, perché dal 2019 si svolgeranno meno prove, solo due scritti e un’orale, ma anche ha apportato una complessiva riduzione dei punteggi derivanti degli esiti diretti dell’esame stesso. Anche il continuo investimento sulle prove standardizzate Invalsi ha collaborato in questo: stiamo andando verso un sistema che guarda sempre più alla valutazione delle nozioni e della preparazione di base, quindi ad una istruzione sempre più “piatta”. E pensare che solo qualche mese fa, lo stesso Istituto Invalsi aveva ammesso, al termine di un monitoraggio nazionale, che occorrono politiche scolastiche differenziate in base alle esigenze del territorio e alle tipologie di scuole.
Marcello Pacifico (Anief-Cisal): Ci saremmo certamente aspettati modifiche che rimpolpassero, in assoluto, lo spessore della scuola superiore di secondo grado. Sarebbe stato quindi più opportuno qualificare il titolo di studio, elevandone la qualità complessiva. Questo, avrebbe contribuito anche a spazzare via, una volta per tutte, i periodici tentativi di cancellazione del valore legale del titolo di studio: è una questione di primaria importanza, perché in tal modo si dà il giusto valore all’impegno degli studenti e si risolleva, anche a livello di considerazione sociale, l’operato di docenti e personale Ata. Anziché sulla verifica caso per caso, si è voluto puntare, invece, sulla logica dell’uniformità a tutti i costi.

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L’altra faccia della vita

Posted by fidest press agency su mercoledì, 19 luglio 2017

L'altra faccia della vita(Saggistica ) (Italian Edition) Kindle Edition Non ci giriamo tanto intorno. Quanto scrivo, circa il nostro rapporto con l’al di là, è stato già pensato e fantasticato, e persino riempito di paure, d’orrori, di gioie e di tormenti, da tantissimi prima di me. E’ una storia, quindi, risaputa.
Eppure anch’io intingo la penna nel “calamaio della vita” per parlare d’oggi, pensando all’altra riva, quella che il sommo Poeta fece dire a Caronte, il nocchiero infernale, figlio dell’Erebo e della Notte, essere “né le tenebre eterne, in caldo ‘n gelo”.
Questa rappresentazione ci raggela come molte altre descritte da prosatori, poeti e scrittori di fantascienza.
Noi oggi guardiamo l’universo, che ci circonda e ci compenetra, dotati di una macchina stupenda, il nostro corpo, per quanto sia incapace di vincere tutte le battaglie alle quali è sottoposto quotidianamente. Oggi, di certo, può farlo meglio che in passato, supportati come siamo dalla ricerca scientifica, dalle tecnologie e quanto altro.
Tutto ciò non ci sottrae dal comune destino. Possiamo solo prolungare di qualche anno, o di qual-che decennio, la nostra esistenza. Alla fine non sfuggiamo all’abbraccio mortale. Abbiamo rigirato per millenni “questo calzino” in tutti i modi possibili, ma alla fine è prevalsa la paura, figlia dell’ignoranza e matrigna della presunzione. Persino la speranza cristiana non ha lenito quest’inflessibile momento determinato dal fato. Abbiamo costruito modelli di perfezione, stabilito delle regole, imposto persino con la forza e l’arbitrio, un nostro modo di vedere in opposizione a un altro in nome di un credo che abbiamo considerato incrollabile, incontrovertibile, dogmatico, per la sua supposta origine sacra, laica o confessionale che sia.
E’ stato sufficiente che un nostro simile lo avesse affermato con convinzione per persuaderci che oltre le colonne d’Ercole vi fosse una forza capa-ce di ridarci una nuova vita.
Continua a essere, il nostro tormentone. Fu un momento magico per i profeti che ci parlavano di un’esistenza oltre la vita, perché abbiamo voluto con tutte le nostre forze creder loro. Non potevamo restare nell’ignoranza, per un qualcosa che ci sfuggiva, per una vita che ci lasciava, per noi stessi che ci trovavamo alle soglie di un gran viaggio verso l’ignoto: la morte.
La morte l’abbiamo persino esorcizzata, definita in altre parole. Abbiamo cercato di allontanare questo “calice” dalla nostra bocca, nella speranza di ritrovare in qualche modo l’eternità da vivi e non in quel mondo che non si conosceva: hic sunt leones.
Ci siamo immersi nel lavoro. Abbiamo faticato per stordirci. Siamo diventati eroi, per sfidare la morte. Siamo diventati dei pavidi per sfuggirle. Ci siamo celati nelle sottili elucubrazioni dei nostri pensieri: cogito ergo sum per dirci ci siamo, dobbiamo solo mettere ordine alle nostre conoscenze perché il gran passo nell’al di là altro non è che una continuazione, sia pure con vesti cangiate, del nostro presente, della condizione di vivi. Ma chi ci assicura che la vita è là e non qua? Possiamo quasi toccare l’impulso vitale che ci fa nascere. Possiamo quasi sfiorare l’ultimo istante del nostro cammino che ci porta altrove, ma non riusciamo in alcun modo, se non quello di ricorrere alla fantasia, per capire da dove siamo venuti e dove andremo. Io qui ora vi affermo che questo è un falso problema. Noi sappiamo bene da dove veniamo e dove andremo. La prova è sotto i nostri occhi. Basta saperla individuare. Non bendiamoci con i pur sacri veli di una religione o con le pezze che ci sono offerte dalla filosofia, dalla ricerca speculativa della nostra natura fisica, dalla forza del nostro pensiero laico o religioso che sia. Non bendiamoci. Apriamo gli occhi e cerchiamo di vedere ciò che c’è e non ciò che possiamo solo immaginare come possibile. Non accontentiamoci dei falsi idoli. Andiamo al cuore delle cose perché la morte non è né la fine né l’inizio di ciò che vogliamo credere.
E’ il nostro presente. E’ un presente che non ha un passato e nemmeno un futuro. L’invito che faccio è di guardare con serenità, e soprattutto senza timori, il grande e inevitabile passo che ci attende. Esso richiede la presenza d’uomini e donne forti. Costoro non possono essere inclini alle suggestioni ma aperti alla ricerca e a una spiegazione finale.
E’ la sola condizione che può renderci consapevoli di un’esistenza mediata dalla volontà di comprendere un sottile ma logico disegno che si colloca inevitabilmente oltre a quella che oggi consideriamo la nostra vita e che è stata dei nostri progenitori e lo sarà per i nostri figli e pronipoti.
Forse se fossimo in grado di conoscere tutta la verità su ciò che potrebbe attenderci, “nel regno delle ombre”, non avremmo la forza, lo stimolo vitale per combattere le avversità, per non gettare la spugna al primo ostacolo, e preferiremmo morire perché tale evento ci porterebbe la pace e la serenità desiderata. Sarebbe, quindi, un ottimo motivo per tacere, per farci bere il contenuto di questo calice sino all’ultima goccia, per quanto potesse essere amaro. Vincere, quindi, il disgusto e la contrarietà d’oggi dovrebbe rendere più gradito e più accettabile il trapasso. D’altra parte la fede che c’è stata inculcata cerca di farlo con i suoi rituali e inviti a non chiudere, del tutto, la porta alla speranza. Noi ci attacchiamo a essa come fa l’edera arrampicandosi lungo i muri delle case sino a coprirli, interamente, con i suoi rami e foglie. Come l’edera noi costruiamo il nostro futuro, foglia dopo foglia, passo dopo passo, ogni tanto inciampando, incontrando una crepa nel muro, la sporgenza di un capitello, un ostacolo imprevisto, ma tutto ciò non c’impedisce di continuare a procedere.

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I numeri che contano

Posted by fidest press agency su venerdì, 4 maggio 2012

Abbiamo una economia sommersa che vale 270 miliardi, una evasione di 120 miliardi e una corruzione pubblica che ammonta a 60 miliardi. E’ questa la vera faccia del paese. L’onestà non premia. Il contribuente non è difeso. Si sfruttano le doti meno nobili dell’animo umano incoraggiando l’evasione, favorendo il sommerso, offrendo il voto di scambio e lasciando che gli strumenti a tutela dei cittadini vadano alla malora con milioni di processi in civile e in penale che prima di avere una sentenza definitiva richiedono tra gli otto e i 12 anni, che chi si ammala e vuole essere curato deve sborsare di tasca propria, chi vuole cibarsi di cibi qualitativamente validi deve pagare di più innescando quella spirale perversa che condanna tutti coloro che sono detentori di redditi medio-bassi ad usufruire di servizi e alimenti scadenti fonte di malattie inevitabili sia pure differite nel tempo. Quale sarebbe stato il gesto di “coraggio” di un governo, e lasciamo perdere l’eufemismo del governo tecnico che fa ridere i polli, se non quello di adottare una politica fiscale aperta al rimborso delle spese di mantenimento come accade in Germania e nel paesi anglosassoni? Così se a casa arriva l’idraulico o si va dal medico specialista e si è posti di fronte all’alternativa di pagare duecento euro senza ricevuta o 250 se non 300 con la ricevuta, la convenienza e la mancanza di un adeguato scomputo della spesa nella dichiarazione dei redditi, ci convince la soluzione economicamente più vantaggiosa. I politici lo sanno ma preferiscono fare come le scimmiette: non vedere, non sentire, non parlare perché le corporazioni sono quelle che dettano le fortune o le sfortune dei partiti nei confronti elettorali, mentre gli altri, pur essendo la maggioranza assoluta del paese, sono stati ammansiti dai tanti specchietti per allodole che si chiamano disinformazione, clientelismo, complessi d’inferiorità e diavolerie del genere. E il meccanismo è così ben oliato che se non si va alla radice del problema la sua soluzione diventa impossibile. Ecco perché si continuerà ad evadere di là delle facciate della prima ora con i casi scoperti che a ben vedere sono la minima parte di una componente di ben altra natura.
Ecco perché ci sarebbe voluta una riforma fiscale complessiva che badasse alle aliquote ma anche a tutto il resto. Perché i cittadini devono essere educati ad ottenere risultati virtuosi nelle loro operazioni finanziarie, commerciali e negli scambi di servizi. Bisogna incoraggiare e non deprimere. Bisogna offrire opportunità virtuose e non convenienza ad evadere. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it – tutti gli articoli di Riccardo Alfonso possono essere letti su: https://www.google.com/bookmarks/lookup)

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Le due chioccioline

Posted by fidest press agency su domenica, 10 luglio 2011

Chioccioline al pepe e lamponi 3

Image by Elga73 via Flickr

Renato Pierri mi scrive commentando il voto bipartisan sull’abolizione delle province proposto dall’Idv: “Il Pd, astenendosi dal voto riguardo alle legge che mirava ad abolire le province, ha mostrato la sua vera faccia, vale a dire quella molto somigliante alla faccia del Pdl. Mi viene da pensare ad uno dei tanti proverbi napoletani che mia madre, che era nativa di Aversa, ci regalava ogni tanto: “So’ ddoje maruzze: una fete e n’ata puzza”. Tali sono il Pdl e il Pd, due chioccioline puzzolenti. Può darsi che una puzzi lievemente meno, ma per gli elettori diventa sempre più difficile votare”. Un giudizio severo ma condivisibile. Da tempo, oramai, questi due partiti si somigliano negli scandali nei quali sono stati coinvolti i loro leader e i relativi quaquaraquà. Si somigliano ma una differenza dobbiamo annotarla. Il Pdl è più consapevole del Pd sulla necessità di restare unito e per farlo ha trovato il suo collante: Silvio Berlusconi. Sull’altro versante la lite continua. E’ una storia vecchia e una lezione che nessuno vuole imparare. Nel 1922 l’abbiamo pagata cara aprendo la strada al fascismo. Abbiamo rischiato grosso nel 1948 e qui non mi riferisco tanto alla vittoria degli uni contro gli altri quanto alle paure, reali o supposte che fossero, che ci hanno portato a scelte di un certo tipo. Abbiamo continuato a dividerci ma non più di tanto sapendo che a tenere le file e a costringerci a stare uniti vi erano forti interessi internazionali. Poi è venuta la caduta del muro di Berlino e la stagione di “mani pulite”. Fu come se avessimo stappato una bottiglia di spumante. E forse proprio perché eravamo brilli abbiamo creduto ad una dittatura comunista che non esisteva più. Da quel momento abbiamo accettato la “dittatura” come il minore dei mali rispetto alla litigiosità degli altri. Ora il collante che tiene unito il Pdl sta perdendo aderenza e riaffiora il “vizietto” di sempre che pensavamo aver esorcizzato. A questo punto resta il discorso di fondo: l’Italia non si governa mettendo a nudo le nostre debolezze. Il paese vuole seriamente il partito degli onesti. E’ una onestà non tanto e solo di costumi ma di buon governo dove al primo posto vi è la lotta agli interessi partigiani, ai facili guadagni, alla corruzione e per sostenere una diversa scrematura delle risorse perché se vi sono 20 milioni di italiani che se la passano bene ve ne sono 40 che vivono modestamente. E questo è un discorso che non è solo italiano poiché nel mondo mentre ci avviciniamo a grandi passi ad avere 7 miliardi di abitanti ci stiamo accorgendo che sono troppi ed è troppo grande l’avidità di pochi. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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Manovra e la “faccia” di La Russa

Posted by fidest press agency su venerdì, 17 settembre 2010

“Con l’approvazione della manovra finanziaria correttiva, varata prima della pausa estiva, il Governo ha infierito senza alcuna pietà sui militari e poliziotti e gli effetti di questo accanimento che non ha precedenti nella storia repubblicana saranno immediati già dal primo gennaio 2011.  Infatti lo stato maggiore della difesa ha quantificato in 390 milioni per il 2011 e in 450 per il 2012 le risorse necessarie per il finanziamento delle misure perequative previste dall’articolo 8, comma 11 bis, della legge 122/2010 (manovra finanziaria) che attualmente ammontano soltanto a 80 milioni annui fino al 2012, da ripartire tra le Forze armate e quelle di polizia. I ministri della Difesa e dell’interno avevano annunciato con grande enfasi  di aver tutelato i militari e i poliziotti ma le stime, almeno per quanto riguarda la Difesa, smentiscono categoricamente le trionfalistiche affermazioni di La Russa. Avevamo per tempo dichiarato che lo stanziamento fatto era assolutamente insufficiente ed avevamo sollecitato più volte il Parlamento e il Governo, in particolare proprio il ministro della Difesa, a ridurre sensibilmente le spese relative alle acquisizioni dei nuovi armamenti come i 131 caccia JFS , ma ovviamente il nostro appello è rimasto inascoltato.  La riduzione del 50 percento del programma JFS e il suo slittamento di tre anni consentirebbe di poter disporre di oltre 3,5 miliardi di euro che non solo sarebbero sufficienti a coprire le necessità dei comparti difesa e sicurezza anche per il 2013 che ad oggi resta totalmente scoperto, ma basterebbero anche dare un ampio respiro a quei settori come la scuola o la sanità che soffrono particolarmente la carenza di fondi.  Ovviamente mi auguro che il Ministro La Russa riesca a trovare questi 840 milioni di euro, e quelli ulteriori che serviranno per il 2013, perché diversamente, dopo averne sprecati ben venti per la mini naja e circa cento per militarizzare le città,  sarà chiara  la  sua  azione politica contro il personale militare.” Dichiarazione di Luca Marco Comelini – Segretario del Partito per la tutela dei diritti di militari e forze di polizia (Pdm).

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