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Quotidiano di informazione – Anno 34 n° 349

Posts Tagged ‘fare impresa’

Fare Impresa: come salvare l’attività commerciale

Posted by fidest press agency su giovedì, 12 novembre 2020

Fare Impresa: come salvare l’attività commerciale, di Emanuele Rizzo e Osvaldo Duilio Rossi, IFOR, 86 pagine, ISBN 979-85-5715-178-8, 2020. Un libro di microeconomia pratica per i piccoli imprenditori che hanno bisogno di capire quali elementi della propria azienda subiscono o innescano la crisi d’impresa: perché le disfunzioni economiche di un’attività commerciale dipendono anche dall’impresa stessa (da come l’imprenditore alloca le risorse), oltreché dai fattori esterni (come i fallimenti dei mercati). Il libro spiega al piccolo imprenditore come svolgere le rilevazioni econometriche più utili, con un approccio pratico, partendo dai dati contabili essenziali: come compilare la prima nota; quali criteri adottare per catalogare i fattori produttivi e gli output; come confrontare gli input più significativi con i prodotti più o meno performanti; come distinguere un periodo di crescita da uno di ripresa o da uno di indebitamento; come ragionare in termini di bilancio in pareggio, perciò di sopravvivenza dell’impresa, e di riprogrammazione dei costi; e come (e perché) coinvolgere i dipendenti e i collaboratori nelle decisioni sulla conduzione dell’azienda. La CoViD-19 ha intensificato i rischi di crisi economica per le piccole imprese (dai commercianti ai lavoratori autonomi, agli artigani, ecc.): il ritorno degli investimenti (ROI) risulta negativo per varie ragioni, come il dovere di sospendere certe attività, nonostante le spese sostenute per adeguare le misure anticontagio, così ottemperando ai vari D.P.C.M. del 2020, ma indebolendo la performance imprenditoriale. Molti prendono la decisione di chiudere l’impresa o di tagliare i costi più alti o, peggio, di indebitarsi, per provare a uscire da una trappola (anti)economica. Però, anche prima della pandemia da coronavirus, molti imprenditori di piccole dimensioni tentavano una di quelle strade (debito, tagli o chiusura) per reagire alle difficoltà o per provare a incrementare gli utili. Fare Impresa spiega che l’attività economica si può salvare anche in altri modi – intervenendo sugli indicatori sensibili – e che, d’altra parte, certe decisioni intuitive – come tagliare i costi – possono rivelarsi più disastrose di quanto si creda. Per esempio: la regressione lineare può rivelare che un risultato operativo attivo “nasconde” una tendenza generale all’indebitamento, se poche raffiche di ricavi notevoli compensano serie costanti di costi. Gli imprenditori “navigati” potrebbero considerare banali alcune indicazioni fornite nel libro, ma tanti altri imprenditori – soprattutto quelli “alle prime armi” – potrebbero avere bisogno di una cultura imprenditoriale più tecnica (microeconomica), benché possano avere capacità aziendali eccellenti nel proprio settore di attività. L’econometria per la piccola impresa consente di pianificare strategie aziendali razionali ed efficaci. Una logica tecnica (per interpretare i dati) si deve affiancare a una serie di strumenti pratici (per elaborare e per estrarre i dati economici): il libro fornisce questi strumenti teorici e pratici, “pretendendo” che l’imprenditore investa innanzitutto su sé stesso – sulla propria cultura imprenditoriale e sul proprio coinvolgimento critico – anziché delegare ad altri una serie di consulenze che, a volte, possono risultare antieconomiche.

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Gig Economy: fare impresa

Posted by fidest press agency su sabato, 28 aprile 2018

“La libertà di fare impresa deve coincidere con il dovere di rispettare le norme a tutela del lavoratore e, in questo, è fondamentale il ruolo dei sindacati. I lavoratori di Foodora, Deliveroo, AirBnB, degli Home Restaurant fanno parte di una fitta platea di quanti devono essere riconosciuti come dipendenti con tutte le tutele necessarie: infortuni, malattie, indennità, previdenza, salario minino, rimborsi e premi.” – Ha dichiarato Paolo Capone, Segretario Generale dell’UGL,in merito alla “gig economy”. – “Non possiamo continuare a ignorare questa nuova forma di ‘fare impresa’. Di fatto la sharing economy fa ormai parte del progresso tecnologico e dei cambiamenti sociali che il mondo intero sta attraversando. Oltretutto, una ennesima lacuna del Jobs Act è di non aver incluso nella normativa il lavoro dei rider che, spesso impiegati nella ‘gig economy’ e non lavorando in luoghi e tempi stabiliti, non sono di fatto considerati lavoratori subordinati. Nonostante ciò, i dati in Italiaparlano chiaro: le piattaforme di sharing economy attive sono più di 200, circa 90 mila lavoratori, con un giro d’affari stimato attorno ai 3,5 miliardi di euroe con prospettive di crescita fino a 25 miliardi al 2025. Per questo è necessaria una migliore regolamentazione a vantaggio di tutti gli interessati, dai dipendenti ai consumatori, al fine di evitare che la sharing economy venga lasciata in un limbo fiscale e normativo.” – conclude Capone.

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Fare impresa in Italia

Posted by fidest press agency su lunedì, 14 marzo 2011

Non è mai stato facile. Anche se la voglia di mettersi in proprio non manca, tanti bei progetti dei giovani si bloccano davanti alle barriere che scoraggiano gli aspiranti imprenditori. Ma non è così dappertutto: ci sono territori in cui proprio i giovani trovano condizioni più favorevoli per lavorare e per aprire un’azienda. La classifica delle regioni ‘amiche’ dei ragazzi che vogliono mettersi in proprio è stata stilata dall’Ufficio studi di Confartigianato e presentata all’Assemblea Nazionale dei Giovani Imprenditori di Confartigianato. Il divario Nord – Sud risulta evidente dalla poca capacità del Mezzogiorno di creare un contesto idoneo a  favorire il lavoro e l’imprenditorialità giovanile. Dalla rilevazione emerge infatti che la Provincia Autonoma di Trento, Lombardia, Emilia Romagna, Veneto e Umbria offrono l’ambiente migliore per realizzare i sogni dei giovani. Maglia nera per la Sicilia, regione dove è più complesso e più difficile esercitare l’attivita imprenditoriale anche per i giovani. Seguono a breve distanza la Campania e la Calabria. Complessivamente è il Nord Ovest l’area del Paese più favorevole al lavoro e alle attività produttive dei giovani. Seguono il Nord Est, il Centro, il Sud e le Isole. Per l’ambito dell’imprenditorialità le regioni ‘virtuose’ sono Liguria, Valle d’Aosta e Toscana mentre le ultime tre sono Molise, Prov. Aut. Bolzano e Sicilia.In relazione alle condizioni del mercato del lavoro giovanile ai primi posti troviamo il Veneto, la Provincia Autonoma di Bolzano e le Marche, mentre agli ultimi si collocano Calabria, Basilicata e Sardegna. Risulta migliore il contesto socio-economico nelle Province Autonome di Bolzano e Trento e in Lombardia mentre agli ultimi posti, troviamo Liguria, Molise e Sardegna. Alta attenzione all’istruzione e capitale umano si rileva in Friuli Venezia Giulia, Emilia – Romagna e Lombardia, mentre le regioni più ‘distratte’ sul fronte della formazione dei giovani sono Sicilia, Calabria e Campania. Un contesto, è evidente, in cui dobbiamo lavorare in modo più  incisivo per creare le condizioni giuste per eliminare questo gap che fa morire almeno il 50% delle nostre giovani aziende nei primi tre anni di attività. Oggi gli incentivi riservati alle aziende devono essere più a misura del tessuto economico che effettivamente lavora e vuole crescere,  purtroppo ancora non è cosi, malgrado gli annunci di questi ultimi mesi.  Forse un credito di imposta sugli investimenti e sull’occupazione, cioè  misure automatiche e non  vincolate anche alle spedizioni postali, potrebbero far risalire la china ed eliminare questo altro gap negativo. (Salvatore Lucà)

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L’economia friulana reagisce alla crisi

Posted by fidest press agency su domenica, 23 agosto 2009

È positivo di 184 unità il saldo delle imprese registrate alla Camera di Commercio di Udine nel secondo trimestre 2009, «segno – commenta il presidente della Cciaa Giovanni Da Pozzo – che c’è ancora voglia di fare impresa sul nostro territorio, come testimoniano le nuove 1654 iscrizioni nei primi 6 mesi dell’anno». Se, dunque, nel primo trimestre del 2009, il numero delle imprese registrate è stato superato di 598 unità dalle cancellazioni, il secondo trimestre segna un’inversione di rotta. Lo evidenziano i dati semestrali elaborati dall’Ufficio Studi e Statistica dell’Ente camerale udinese, che rilevano 48.032 imprese attive al 30 giugno 2009. Nel dettaglio, le 1654 nuove iscrizioni si collocano per l’11% nel settore agricolo e della pesca, l’11% nell’industria, il 22% nel comparto costruzioni, il 31% nel commercio e il 25% nei servizi.  L’analisi congiunturale del 1° semestre evidenzia una lieve ripresa del comparto manifatturiero (+0,22% al 30 giugno 2009 rispetto al 2008), conferma il buon andamento dei servizi (52 imprese attive in più), specie servizi all’impresa (+1,43%) e la lieve frenata del comparto edile. Rimanendo sul quadro generale, risulta in calo la situazione del commercio, nel quale le imprese registrate diminuiscono dell’1,37%, anche se con una sostanziale tenuta del comparto alberghi e ristoranti (+0,27%). «I dati, però – commenta il presidente, sottolineando la tipicità del comparto commercio e pubblici servizi – rimarcano come le unità locali, cioè i punti vendita, risultino in aumento del 2,81% rispetto allo stesso periodo del 2008». Quanto all’industria, si confermano in calo le imprese del comparto “legno e arredo” (-1,64%); si registra invece un aumento delle aziende attive nei comparti “meccanica e metalmeccanica” (+0,88%) ed “elettrico-elettronico” (+1,46%). In questa fase di particolare congiuntura economica, gli indicatori del mercato del lavoro presentano i segnali della criticità in atto: l’incremento della cassa integrazione guadagni ordinaria in provincia è massiccio (+865% nel periodo gennaio-luglio 2009, per un totale di 2,7 milioni di ore erogate), così come di quella straordinaria (+335%). La disoccupazione sul territorio udinese, monitorata nel periodo più acuto della crisi, è salita al 4% del 2008 dal 3,4% del 2007, rimanendo comunque fortemente al di sotto delle medie nazionali ed europee. La situazione di difficoltà è testimoniata anche dalle aperture di nuove procedure fallimentari, registrate nel primo semestre dell’anno: 63, di cui 40 concentrate nel periodo aprile-giugno (mentre in tutto il 2008 sono state 73). Quanto all’export, l’analisi si concentra sul primo trimestre: il valore delle esportazioni della provincia di Udine è stato pari a poco più di 1 miliardo di euro, registrando un -15% rispetto al medesimo periodo dell’anno scorso; le importazioni ammontano a 520 milioni di euro (-24,63% rispetto al primo trimestre 2008). «Percentuali – aggiunge Da Pozzo – che comunque si mantengono molto al di sopra della performance nazionale (l’export italiano si è attestato sul -22,8%) e del Nordest (-21%)». Il saldo dell’interscambio commerciale, però, è positivo e ammonta a +540.847.861 euro. Analizzando l’export di Udine per destinazione, si rilevano incrementi rilevanti verso l’America settentrionale (in ripresa le esportazioni verso gli Stati Uniti dopo un periodo di costante flessione) e verso l’Africa (+14%); in calo invece le esportazioni verso l’Europa. Da evidenziare incrementi consistenti (+878,92%) nelle importazioni dall’Ucraina e nelle esportazioni verso la Polonia (+236,02%). Emerge infine il forte interscambio da e verso la Corea del Sud, con importazioni a +465,77% ed esportazioni aumentate del 110,94% rispetto al 2008.

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