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Quotidiano di informazione – Anno 30 n°122

Posts Tagged ‘farmaci’

Raccolta di farmaci e di sangue all’Università Europea di Roma

Posted by fidest press agency su martedì, 10 aprile 2018

Roma Mercoledì 11 aprile 2018 l’Università Europea di Roma organizza una giornata di solidarietà, con due iniziative: una raccolta di farmaci, in collaborazione con la Fondazione Banco Farmaceutico ONLUS, e una raccolta di sangue, in collaborazione con l’Associazione Donatori Volontari di Sangue EMA-Roma.Questa giornata di solidarietà fa parte delle attività sociali dell’Università Europea di Roma, che ha tra i suoi obiettivi principali la formazione della persona. Una formazione che consenta non solo l’acquisizione di competenze professionali, ma che orienti lo studente ad una crescita personale e sviluppi uno spirito di servizio per gli altri.
La giornata di solidarietà è aperta a tutti. Chiunque può recarsi nell’ateneo e fare la sua donazione di farmaci o di sangue, negli orari dedicati alle due iniziative.
La raccolta di farmaci si terrà nell’atrio dell’ateneo in via degli Aldobrandeschi 190, dalle ore 10.00 alle 15.00. Nel mondo esistono persone talmente povere da non potersi comprare neppure le medicine per poter sopravvivere.Gli studenti dell’Università Europea di Roma affiancheranno gli operatori della Fondazione Banco Farmaceutico ONLUS ed inviteranno a donare farmaci da destinare ad iniziative di solidarietà.
Potranno essere donati medicinali in buono stato di conservazione con almeno 8 mesi di validità, rimasti inutilizzati nelle nostre case, oppure farmaci da banco appositamente acquistati per questa iniziativa. Il farmacista presente provvederà a verificare la scadenza e l’integrità dei medicinali.La raccolta di sangue, altra iniziativa della giornata di solidarietà, si terrà dalle 8.00 alle 12.00 all’Università Europea di Roma.
Gli studenti collaborano alle iniziative dell’Associazione EMA-Roma non solo durante le raccolte del sangue, ma anche con incontri di informazione e di sensibilizzazione alla donazione volontaria.Questi incontri hanno l’obiettivo di sviluppare la conoscenza del mondo della donazione del sangue e i principi che ne derivano. Illustrano le pratiche operative che vengono utilizzate per poter realizzare, migliorare e sviluppare donazioni e gruppi di donatori, con lo scopo di raggiungere una donazione periodica e volontaria.L’Università Europea di Roma organizza la raccolta di sangue due volte all’anno. Sono momenti di solidarietà che riuniscono l’intera comunità dell’ateneo: studenti, professori, familiari, dipendenti, amici, collaboratori.

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Da Goteborg: I bambini hanno necessità di farmaci sviluppati specificamente per loro

Posted by fidest press agency su martedì, 27 marzo 2018

Non è più possibile derogare da questo obiettivo. Questo è il messaggio che la SIFO (la Società dei Farmacisti ospedalieri e dei Servizi territoriali delle aziende sanitarie) ha voluto lanciare da Goteborg, dove si è appena concluso il 23° Congresso annuale dei farmacisti europei (la loro associazione è la European Association of Hospital Pharmacists, EAHP), che aveva per tema “Farmacisti ospedalieri: mostrateci cosa sapete fare!” (“Hospital pharmacists – Show us what you can do!”).Al congresso i farmacisti italiani e la SIFO sono stati protagonisti lanciando l’allarme con Davide Zanon, responsabile del laboratorio galenico del Burlo Garofolo-IRCCS di Trieste e coordinatore dell’area di Galenica Clinica della SIFO, che è stato speaker in due importanti eventi dedicati alla “Valutazione del rischio e della sicurezza dei farmaci per l’età pediatrica”, uno dei temi del convegno EAHP. “L’emergenza pediatrica nell’ambito del farmaco esiste e noi siamo qui proprio per spiegare come affrontarla”, ha affermato Zanon al termine dell’evento EAHP, “Nelle farmacie ospedaliere noi siamo alle prese con un costante problema: son ancora pochi i trial e le sperimentazioni necessari a coprire tutte le esigenze terapeutiche della pediatria di conseguenza si assiste all’uso off label di farmaci in età pediatrica, cioè sostanze che vengono impiegate al di fuori delle indicazioni per cui hanno ricevuto l’autorizzazione all’immissione in commercio e che trovano un utilizzo negli under 18. Il messaggio è che tutti i sistemi sanitari europei si facciano carico in modo chiaro di queste problematiche che non possono più essere rinviate”.
I lavori presentati sul tema dei farmaci pediatrici a Goteborg hanno messo in evidenza che la criticità è sentita in tutta Europa, visto che non esistono aree di patologia in cui l’assenza di farmaci pediatrici sia più grave in una nazione più che in un’altra. Complicanze polmonari ed epatiche, oncologia e insufficienze cardiovascolari, insufficienze renali e HIV: per tutte queste patologie i farmaci disponibili sono per lo più testati su soggetti adulti e poi “adattati” su soggetti di peso corporeo differente, proseguendo l’uso di farmaci su un soggetto che non è “un giovane adulto”, ma una soggetto che presenta problematiche, metabolismo e farmacocinetica totalmente differenti da quelli di una persona adulta.La soluzione? “I farmacisti italiani sono estremamente preparati ed attenti sia nella gestione di farmaci off-label che nelle preparazioni galeniche per i pazienti più piccoli”, ha precisato Zanon, “ricordiamoci anche che spesso ci troviamo di fronte a situazioni davvero emergenziali, laddove la mancanza di specifiche formulazioni fa si che si debbano manipolare farmaci adattandoli ai bisogni dei nostri piccoli pazienti. Parlando di soluzioni, non credo che l’attivazione di trial specifici sia di per sé – per quanto importante – l’unica e vincente risposta al problema. Secondo la SIFO quello che è utile è semmai un’attenzione complessiva al problema delle medicine pediatriche che tenga conto di questo complesso scenario che comprende quindi trial, off label, galenica, rapporto con i clinici e con le famiglie”.
Commentando il tema la presidente SIFO, Simona Serao Creazzola ha sottolineato che “la SIFO sta sostenendo da tempo la necessità di creare – anche in collaborazione con le società di pediatria – un fronte comune sul tema dei farmaci pediatrici. Si tratta evidentemente di una delle situazioni di maggior criticità che si trovano ad affrontare oggi i sistemi sanitari e su cui le famiglie e i cittadini chiedono attenzione e soluzioni nuove, efficaci e sicure. Crediamo in questo senso che sia necessario far ripartire una ricerca indipendente che si faccia carico delle problematiche del settore. In Italia l’AIFA è il principale sostenitore della ricerca indipendente e l’ultimo DDL del Ministero della Salute va in questa direzione; in linea con il nuovo Regolamento Europeo sulla Sperimentazione Clinica dei Medicinali, sarebbe inoltre davvero utile che nell’ambito pediatrico ci fosse un attenzione specifica, con l’invito a presentare progetti di ricerca che abbiano il farmaco pediatrico come focus principale. La farmacia ospedaliera potrà in questo senso offrire un contributo essenziale, viste le conoscenze e competenze acquisite”

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Farmaci e stile di vita

Posted by fidest press agency su sabato, 10 marzo 2018

Dichiarazione della professoressa Annalisa Capuano, Segretario del Comitato della Sezione di Farmacologia Clinica “Giampaolo Velo” della Società Italiana di Farmacologia (SIF) Professore Associato presso l’Università degli Studi della Campania ‘Luigi Vanvitelli’, Responsabile del Centro Regionale di Farmacovigilanza e Farmacoepidemiologia della Regione Campania Per la professioressa Capuano: “I farmaci per la prevenzione cardiovascolare non possono sostituire un corretto/sano stile di vita. Stile di vita e farmaci devono sempre andare di pari passo. Ma come migliorare l’aderenza alla terapia? Per la prevenzione cardiovascolare è fondamentale agire sui cosiddetti fattori di rischio modificabili, ovvero la dieta, il peso corporeo, i livelli plasmatici di lipidi e glucosio nonché su patologie come l’ipertensione arteriosa. Su tali fattori è possibile intervenire con approcci, in primis, comportamentali e, successivamente, farmacologici. Corretti stili di vita, caratterizzati da una sana ed equilibrata alimentazione (dieta mediterranea), adeguato esercizio fisico, abolizione dell’utilizzo di fumo e alcol sono fondamentali per ottenere la massima efficacia dei trattamenti farmacologici utili per la prevenzione cardiovascolare, siano essi farmaci impiegati per il trattamento dell’ipertensione, del diabete, delle dislipidemie o dell’obesità. I soli trattamenti farmacologici, seppur innovativi (come i recenti inibitori di PCSK9 indicati nel trattamento delle dislipidemie o le gliflozine nel trattamento del diabete), non riescono infatti a correggere il ‘rischio cardiovascolare residuo’, che invece richiede interventi mirati sui fattori di rischio modificabili del singolo paziente. Infatti, sono ancora tanti i pazienti che continuano ad essere esposti ad un consistente rischio di eventi cardiovascolari, nonostante siano trattati con le migliori strategie preventive. Pertanto, l’utilizzo di strategie farmacologiche non deve sostituire corretti approcci comportamentali: un’alimentazione sana, una regolare attività fisica e non fumare sono i primi e più importanti passi da compiere per combattere le malattie cardiovascolari.
Aderenza e compliance in prevenzione cardiovascolare restano un ostacolo da superare. La poli-pillola potrebbe rappresentare una soluzione. Negli ultimi 30 anni, la poli-farmacoterapia (riferita all’impiego concomitante di 5 o più farmaci) ha trovato largo impiego nella pratica clinica per la prevenzione del rischio cardiovascolare, soprattutto nella popolazione anziana. L’impiego di più farmaci permette di contrastare contemporaneamente più fattori di rischio cardiovascolare, ma numerosi fattori ne limitano il corretto utilizzo. Assumere più farmaci durante la giornata può risultare particolarmente complicato per i pazienti anziani, che spesso attribuiscono una priorità soggettiva ad un farmaco rispetto ad un altro sulla base, per esempio, del suo profilo di tollerabilità (comparsa di reazioni avverse a farmaco); altre volte si confonde un farmaco con un altro per similarità della confezione o per somiglianza del nome commerciale (errore terapeutico). Tutto ciò può portare a scarsa o mancata aderenza terapeutica (ovvero il paziente non assume i farmaci in accordo alle prescrizioni-raccomandazioni del medico riguardo alla durata della terapia, alle dosi e alla frequenza nell’assunzione), che oggi rappresenta una delle principali causa di mancata efficacia delle terapie farmacologiche. C’è poi il rischio di possibili interazioni farmaco-farmaco che spesso espongono il paziente ad un aumentato rischio di comparsa di eventi indesiderati. È in questo particolare momento che può avere inizio la cosiddetta prescribing cascade, che comincia quando una reazione avversa a farmaco viene erroneamente interpretata come una nuova condizione clinica, per la quale viene somministrato un nuovo farmaco, che a sua volta può esporre il paziente a rischio di comparsa di ulteriori eventi avversi correlati a quel trattamento potenzialmente superfluo. Nel tentativo di ovviare ai problemi correlati alla polifarmacoterapia, negli ultimi anni si è assistito alla sperimentazione e produzione della poli-pillola, ossia l’associazione in una sola pillola di principi attivi diversi.
La poli-pillola nasce come possibile strategia per far fronte alle problematiche dell’aderenza del paziente, rendendo più semplice la gestione della terapia farmacologica, soprattutto per il paziente anziano. A dimostrazione di ciò, un recente studio pubblicato sulla rivista scientifica internazionale BMJ ha mostrato che la poli-pillola si associa a maggiore aderenza al trattamento rispetto ai singoli farmaci assunti contemporaneamente. Uno dei principali limiti che si correlano all’utilizzo della poli-pillola, soprattutto quando utilizzata per la prevenzione cardiovascolare, è rappresentato dall’impossibilità di modificare il dosaggio dei singoli principi attivi in base alle necessità del singolo paziente (terapia personalizzata). In ogni caso, l’utilizzo della poli-pillola non è raccomandato all’inizio della terapia ma come terapia di sostituzione in pazienti già controllati con i singoli principi attivi assunti alla stessa dose. La personalizzazione della poli-pillola potrebbe, pertanto, rappresentare un obiettivo futuro per migliorare l’aderenza alle terapie farmacologiche.

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Ipertensione, Parati: le vere novità delle linee guida Usa su uso farmaci e modalità misurazione

Posted by fidest press agency su giovedì, 8 marzo 2018

Le linee guida Usa per l’ipertensione? Tutto sommato non così diverse dalle indicazioni precedenti. Il punto fondamentale resta quello di un’attenzione individualizzata al profilo di rischio del paziente. Così Gianfranco Parati nella diretta Facebook su Doctor33 ridimensiona l’allarme scaturito dalle nuove raccomandazioni diffuse dall’American College of Cardiology e dall’American Heart Association. Parametri troppo restrittivi e molto pericolosi in particolare per la popolazione anziana, secondo alcuni osservatori mentre per il direttore dell’Unita operativa di Cardiologia dell’Istituto auxologico San Luca di Milano, è fondamentale agire con buonsenso nell’intervento e nell’uso dei farmaci. Parati nel suo intervento passa in rassegna i temi più rilevanti ribadendo come il concetto base sia l’individualizzazione della terapia.
«In nessun modo» dice l’esperto «si parla di trattamento con più farmaci quanto piuttosto di elevare il livello di attenzione soprattutto quando coesistono altri fattori di rischio dal colesterolo alto al fumo fino al danno d’organo. Il vero tema è l’intervento sullo stile di vita». Fatta questa premessa il cardiologo prende in esame le reali novità introdotte dalle linee guida Usa: l’uso contemporaneo di due farmaci antipertensivi invece che l’associazione graduale nonché le indicazioni su come e dove misurare la pressione. «L’obiettivo» spiega «è ottenere il risultato senza effetti collaterali ed effettivamente se combiniamo composti diversi a un dosaggio più basso abbiamo sinergia e meno effetti collaterali di entrambi composti. Una direzione che perseguiranno anche le linee guida europee. Quello della modalità di misurazione» aggiunge Parati «è un tema complesso ma l’indicazione di fondo è quella di valorizzare le misurazioni pressorie casalinghe per confermare la diagnosi di ipertensione anche per scovare i casi di ipertensione mascherata». Dall’esperto arrivano anche anticipazioni sulle linee guida europee che saranno presentate all’Esh di Barcellona a giugno. La parola chiave è di nuovo buonsenso. «Noi» conclude Parati «non curiamo l’ipertensione ma il paziente e il profilo di rischio va interpretato in questo modo». Marco Malagutti – fonte: doctor33)

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Una nuova frontiera nella ricerca di nuovi farmaci antitumorali

Posted by fidest press agency su martedì, 9 gennaio 2018

farmaciLa ricerca è stata pubblicata il 4 gennaio sulla rivista Nature Communications. Creare farmaci innovativi capaci di agire contemporaneamente su più di un bersaglio epigenetico contro il cancro: ci stanno provando i gruppi dei prof. Andrea Mattevi (Università di Pavia), Antonello Mai (Università La Sapienza di Roma), Philip A. Cole (Johns Hopkins University, USA) e Rhoda M. Alani (Boston University, USA), costituendo un gruppo internazionale di ricercatori con un obiettivo molto ambizioso: concepire con i farmaci duali una nuova arma a disposizione dell’oncologia.
Di che cosa si tratta in pratica? Il genoma contiene tutte le informazioni necessarie per la nascita, la crescita e il funzionamento del nostro organismo. In ogni cellula alcuni geni devono essere spenti, altri blandamente attivati, altri pienamente accesi in modo analogo agli strumenti di un’orchestra. Si tratta dei meccanismi che definiscono l’identità delle nostre cellule in ciascuno degli organi che formano il nostro corpo. Le cellule accendono e spengono i geni mediante modifiche chimiche che alterano la forma tridimensionale che assumono il DNA e le proteine a esso legate. Queste modifiche, dette epigenetiche, sono continuamente aggiunte e rimosse, e sono anche al cuore della progressiva trasformazione di una cellula sana in una tumorale. Non solo le modifiche epigenetiche contribuiscono alla capacità dei tumori di crescere indefinitamente, ma rendono le cellule tumorali capaci di resistere e sopravvivere alle terapie.AIRC sostiene molti progetti che ambiscono a sviluppare farmaci che agiscano selettivamente sui processi epigenetici riportando la cellula a uno stato non-canceroso o inducendo le cellule cancerose a morire spontaneamente. Si possono immaginare questi farmaci come degli interruttori in grado di operare un “reset”, analogamente a ciò che facciamo con un computer o un apparecchio elettronico quando fa le bizze e smette di funzionare correttamente. Tra i farmaci epigenetici già in uso, i cosiddetti inibitori delle istone-deacetilasi sono già impiegati per il trattamento di alcuni linfomi. Più di recente alcune molecole che agiscono sulle istone-demetilasi sono entrate in una fase avanzata di sperimentazione clinica nel trattamento di alcune leucemie. Demetilasi e deacetilasi sono responsabili dell’aggiunta di modifiche chimiche che accendono e spengono molti geni che controllano la proliferazione cellulare. Nessuno aveva ancora provato a progettare farmaci duali attivi contro entrambi questi bersagli.Dopo uno sforzo pluriennale dei molti ricercatori coinvolti si è riusciti ora a creare le prime molecole ad azione duale “antidemetilasi & antideacetilasi” che hanno mostrato una potente azione antitumorale contro le cellule di melanoma. L’azione simultanea contro più bersagli offre molteplici vantaggi. Innanzitutto aumenta la selettività, in quanto i farmaci agiscono soltanto in cellule, come quelle tumorali, in cui i processi epigenetici sono più gravemente alterati. Nel contempo si tratta di una strategia che richiede una conoscenza dettagliata dei bersagli che si intende colpire, unita a molta creatività nell’immaginare, progettare e realizzare queste molecole ad azione multipla.I risultati ottenuti sono ovviamente un primo passo, ma la dimostrazione di principio che questa strategia non solo è fattibile ma assolutamente promettente apre una strada del tutto inesplorata nello sviluppo di nuovi farmaci epigenetici. La strategia di un unico farmaco per più bersagli potrà essere adesso applicata ad altri bersagli farmacologici ed è divenuta possibile grazie all’incontro sinergico tra i ricercatori di ambito chimico e biologico con i ricercatori clinici, così da poter tradurre le scoperte scientifiche in potenziali benefici per i pazienti.

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Asma e broncopneumopatia cronica ostruttiva: quali farmaci?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 18 ottobre 2017

farmaciLe malattie respiratorie croniche, in particolare asma e BPCO (broncopneumopatia cronica ostruttiva), sono tra le principali cause di morbilità e mortalità e si prevede un trend in crescita per i prossimi anni. I dati forniti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità stimano che attualmente centinaia di milioni di persone soffrono di malattie respiratorie croniche:
– circa 300 milioni per l’asma
– 80 milioni con BPCO di grado moderato o grave
– altri milioni soffrono le conseguenze di BPCO lievi, riniti allergiche e altre patologie respiratorie croniche
Quali terapie utilizzare in questi pazienti? Cercherà di dare una risposta il Simposio internazionale “Pharmacology and therapeutics of bronchodilators” in programma dal 19 al 21 ottobre a Palazzo Brancaccio, Viale del Monte Oppio 7, Roma, organizzato dall’Università di Roma Tor Vergata e promosso dalla Fondazione Internazionale Menarini. Da farmaci utilizzati per ridurre i sintomi delle malattie respiratorie, i broncodilatatori hanno beneficiato della ricerca scientifica e oggi sono considerati un elemento essenziale nel trattamento delle patologie. Durante il simposio gli esperti, italiani e internazionali, descriveranno la farmacologia dei broncodilatatori, quando usare un farmaco a lunga azione oppure uno a rapido effetto, in quali dosi e con quale frequenza, il rapporto tra broncodilatatori e attività fisica, senza dimenticare il problema del doping negli atleti, l’utilizzo di questi farmaci negli anziani, gli effetti dei broncodilatatori sul sistema cardiovascolare.

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Vitamine, integratori e supplementi: una guida per un uso consapevole

Posted by fidest press agency su lunedì, 25 settembre 2017

Interno farmacia

É stato recentemente pubblicato un documento di consenso della Società italiana di pediatria preventiva e sociale (Sipps) e della Federazione italiana medici pediatri (Fimp) che ha lo scopo di fare chiarezza sul fronte delle principali vitamine e micronutrienti utilizzati comunemente dal medico o direttamente dalle famiglie senza una precisa indicazione clinica, guidando il pediatra verso un utilizzo evidence based di vitamine, integratori e supplementi. Il documento si snoda attraverso un percorso che contempla un riassunto delle principali raccomandazioni per poi trattare nel dettaglio ogni singolo integratore e supplemento con un aggiornamento sulle indicazioni cliniche per l’utilizzo, i relativi dosaggi e gli eventuali effetti collaterali. Il panel ricorda che non si hanno dati sul rischio di obesità correlato a un eccesso di supplementazione vitaminica, e che in generale non vi è indicazione nei bambini e adolescenti sani per un apporto aggiuntivo di tali nutrienti oltre a quanto raccomandato nelle linee guida.
Infatti, i bambini sani e senza carenze documentate non dovrebbero assumere supplementi se praticano sport, per aumentare l’appetito, per migliorare il rendimento scolastico, o in corso di terapia antibiotica. Le prove scientifiche attualmente disponibili inoltre non hanno dimostrato un’efficacia preventiva della somministrazione di vitamine e/o oligoelementi sulle normali infezioni in età evolutiva nei soggetti sani. La supplementazione con magnesio non è raccomandata per disturbi del sonno, sudorazione eccessiva, profilassi dell’emicrania, e crampi notturni alle gambe, mentre potrebbe avere un ruolo nelle esacerbazioni dell’ADHD e nelle sindromi ticcose e nella dismenorrea per il controllo dei sintomi. Si raccomanda inoltre di trattare e prevenire le carenze di DHA, ferro e vitamina B12, in particolare durante lo sviluppo fetale in gravidanza e nella prima infanzia. La profilassi con vitamina D è raccomandata dai primi giorni di vita del bambino e per tutto il primo anno, indipendentemente dal tipo di allattamento. La profilassi con fluoro poi è consigliata fortemente a tutti i bambini in età evolutiva, almeno fino a 16 anni, tramite l’utilizzo di dentifrici e collutori al fluoro, associati a buone abitudini di igiene orale. (fonte Doctor33 – Società Italiana di Pediatria preventiva e sociale – SIPPS)

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Farmaci antinfiammatori contro il dolore

Posted by fidest press agency su venerdì, 22 settembre 2017

La terapia del dolore prevede anche l’utilizzazione di farmaci antinfiammatori non steroidi (FANS). Sono tra i farmaci più prescritti sia dai medici sia per automedicazione, e la loro efficacia non deve far dimenticare i possibili effetti collaterali, soprattutto a livello gastrico, ma l’introduzione di farmaci gastroprotettivi ha contribuito a ridurre i rischi nell’utilizzo dei farmaci antinfiammatori. È un tema affrontato durante il simposio “Pain management: unmet needs in acute pain”, organizzato con il coordinamento scientifico dell’European League Against Pain e promosso dalla Fondazione Internazionale Menarini. «I temi trattati comprendono molti degli aspetti scientifici che sottendono alla Medicina del Dolore, tra cui appunto l’utilizzo dei FANS» spiega Carmelo Scarpignato, docente di Farmacologia Clinica, Università degli Studi di Parma e co-Presidente del simposio. «Sono tra i farmaci più prescritti sia dai medici sia per automedicazione e sono utilizzati anche per il controllo del dolore. Questi farmaci sono gravati da effetti collaterali gastrointestinali la cui frequenza e gravità non sono affatto trascurabili. I fattori di rischio per gastrolesività da FANS sono l’età avanzata, la storia di ulcera peptica, il trattamento concomitante con anticoagulanti orali, con corticosteroidi, l’uso contemporaneo di più FANS e la presenza di altre comorbilità importanti. Questo fa sì che, in categorie di pazienti a rischio elevato, l’utilizzo di farmaci gastroprotettori sia altamente consigliabile. I farmaci dell’apparato gastrointestinale sono a loro volta tra i più prescritti e figurano al secondo posto per spesa sanitaria. Sono prevalentemente rappresentati dagli inibitori di pompa protonica, appunti utilizzati spesso come protettori nei confronti dei danni gastrici da FANS».
Nonostante tutte le linee guida internazionali raccomandino l’uso di gastroprotettori nei soggetti a rischio di danno gastrico da FANS, molti comportamenti difformi sia in senso di ipoprescrizione che di iperprescrizione in soggetti a basso rischio vengono registrati da diversi studi. In particolare, pare che in Italia, inappropriatezze prescrittive in questo campo siano particolarmente presenti nel settore delle cure primarie. Infatti secondo uno studio pubblicato di recente, un impiego insoddisfacente della terapia gastroprotettiva sarebbe osservabile nel 30,6% degli ultra-65enni, mentre un uso eccessivo sarebbe stato accertato nel 57,5% dei pazienti di età inferiore a 65 anni, in assenza di fattori di rischio.
«Da un lato agli anziani vengono prescritti in misura minore i farmaci gastroprotettivi, in altri casi si osserva un uso inappropriato degli inibitori di pompa protonica. Questo perché gli anziani sono spesso affetti da malattie concomitanti e assumono diversi farmaci, per cui sono esposti ai rischi determinati da una terapia prolungata con inibitori di pompa protonica e dall’interazione tra i farmaci» prosegue Scarpignato.
«Nel complesso gli inibitori di pompa protonica sono farmaci insostituibili nella gestione delle malattie acido correlate. Comunque il trattamento con gli inibitori di pompa protonica, come ogni tipo di farmacoterapia, non è privo di rischio di eventi avversi. I benefici globali della terapia e il miglioramento della qualità di vita supera in modo significativo i potenziali danni nella maggior parte dei pazienti, ma i soggetti senza chiare indicazioni cliniche sono soltanto esposti ai rischi della prescrizione degli inibitori di pompa protonica. Pertanto, l’adesione alle linee guida basate sule prove rappresenta l’unico approccio razionale per una terapia con gli inibitori di pompa protonica efficace e sicura».

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Tumore del seno

Posted by fidest press agency su mercoledì, 13 settembre 2017

tumore-al-senoMadrid. Nel 2015 circa 3 milioni e 162 mila italiane sono state invitate a eseguire la mammografia, fondamentale per individuare il tumore del seno in fase precoce, ma solo il 55% ha aderito (1 milione e 728mila). Preoccupa in particolare la differenza fra Nord (63%), Centro (56%) e Sud (36%). “Lo screening nelle donne dai 50 ai 69 anni ha contribuito in maniera determinante a ridurre la mortalità per cancro del seno nell’ultimo ventennio, con una diminuzione costante e statisticamente significativa (-1,9% anno) – spiega la dott.ssa Stefania Gori, presidente eletto AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) -. E il test, attualmente raccomandato con cadenza biennale alle donne fra i 50 e i 69 anni, dovrebbe essere esteso fino a 74 anni. Oggi solo alcune Regioni tra cui Emilia-Romagna e Piemonte hanno ampliato in maniera strutturata la fascia d’età da coinvolgere nei programmi di screening”. L’appello degli oncologi italiani viene dal Congresso della Società Europea di Oncologia Medica (ESMO, European Society for Medical Oncology) in corso a Madrid. Nel 2015 il numero di donne invitate a eseguire l’esame è aumentato di quali il 14% rispetto all’anno precedente. E i risultati evidenziano che grazie a questo test nel 2012-13 sono stati identificati più di 13.000 carcinomi. “Nel 2016 sono stati stimati in Italia circa 50.200 nuovi casi di tumore del seno e 692.955 donne vivono dopo la diagnosi – continua la dott.ssa Gori -. L’innovazione prodotta dalla ricerca ha permesso di raggiungere risultati importanti. Oggi l’87%per cento delle persone colpite da questa malattia nel nostro Paese guarisce, una percentuale superiore non solo alla media europea (81,8%) ma anche al Nord Europa (84,7%). Si tratta di un risultato eccezionale, da ricondurre alle campagne di prevenzione e a trattamenti innovativi sempre più efficaci”. E, se si interviene ai primissimi stadi, le guarigioni superano il 90%. “Le evidenze scientifiche – sottolinea la dott.ssa Gori – dimostrano che nelle donne ad alto rischio per importante storia familiare o perché portatrici della mutazione di un particolare gene, BRCA1 o BRCA-2, i controlli dovrebbero iniziare a 25 anni d’età seguendo protocolli diagnostici ben precisi. Fortunatamente questi sono casi particolari, perché la maggior parte delle diagnosi di tumore del seno sotto i 50 anni non è legata a fattori ereditari”. Si è registrato negli ultimi vent’anni un aumento costante e progressivo dell’incidenza, ma la mortalità, dopo il picco negli anni Ottanta, è diminuita. È migliorata anche la durata della sopravvivenza nelle pazienti con patologia in stadio avanzato. “Il futuro sarà sempre più rivolto alla personalizzazione delle terapie per colpire la singola neoplasia del singolo paziente – conclude la dott.ssa Gori -. È ormai improprio parlare di tumore del seno: si deve utilizzare il plurale, perché le differenze biologiche sono tali da configurare vere e proprie patologie diverse. Il carcinoma della mammella è fra quelli che più hanno beneficiato delle terapie a bersaglio molecolare. Si stanno aprendo prospettive importanti anche grazie all’immuno-oncologia che ha già dimostrato di essere efficace nel melanoma, nel tumore del polmone e del rene stimolando il sistema immunitario contro le cellule malate”.

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Nuovi farmaci anticancro

Posted by fidest press agency su mercoledì, 13 settembre 2017

madridMadrid In cinque anni (2010 – 2014) nel mondo sono stati commercializzati 49 nuovi farmaci anticancro. L’Italia ha garantito la disponibilità a 31 di queste molecole innovative, collocandosi al quarto posto a livello mondiale dopo USA (41), Germania (38) e Regno Unito (37), e davanti a Francia (28), Canada (28), Giappone (24) e Spagna (23). Al Congresso della Società Europea di Oncologia Medica (ESMO, European Society for Medical Oncology) in corso a Madrid fino al 12 settembre l’attenzione dei clinici è concentrata sugli strumenti necessari per consentire l’accesso alle nuove terapie. “I sistemi di rimborsabilità concordati con l’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) sono un esempio a livello internazionale – spiega il prof. Carmine Pinto, presidente nazionale AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) -. E il dato italiano è ancora più rilevante se consideriamo che i sistemi sanitari (privati o misti) degli USA e del Regno Unito rispondono a meccanismi diversi e non paragonabili al nostro che è universalistico. Nel 2016 in Italia sono stati stimati 365.800 nuovi casi di tumore, circa 1.000 ogni giorno: il 63% delle donne e il 54% degli uomini sconfiggono la malattia. Da un lato le nuove armi sempre più efficaci dall’altro l’alto livello delle cure consentono all’Italia di porsi nei primi posti in Europa per numero di guarigioni”. In particolare la sopravvivenza a 5 anni è più alta rispetto a quella dei Paesi dell’Europa centrale e settentrionale. Dato evidente nei cinque tumori più frequenti: colon (Italia 65,5%; Europa Centrale 60,5%; Europa Settentrionale 59%), seno (rispettivamente 87,1%; 83,9%; 84,7%), prostata (91,5%; 88%; 84,9%), polmone (15,8%; 14,8%; 12,2%) e vescica (79,5%; 67,9%; 73%). Il costo del cancro a livello mondiale è destinato a crescere in maniera esponenziale: è passato da 84 miliardi di dollari nel 2010 a 113 nel 2016. E si prevede un aumento fino a 150 miliardi nel 2020. I farmaci antineoplastici (e immunomodulatori) rappresentano nel nostro Paese la prima categoria terapeutica con un costo di quasi 4,5 miliardi di euro nel 2016, anche se la voce maggiore di spesa per l’assistenza oncologica non è rappresentata dai farmaci. “Il Governo italiano – continua la dott.ssa Stefania Gori, presidente eletto AIOM – lo scorso anno ha introdotto, su forte richiesta della nostra società scientifica, uno strumento importante per garantire la sostenibilità, un Fondo di 500 milioni di euro destinato ai farmaci oncologici innovativi. Rilanciamo anche per il 2018 la richiesta di risorse dedicate, che dovrebbero diventare parte integrante di un più ampio ‘Patto contro il cancro’. Chiediamo alle Istituzioni un programma ed una regia unici nazionali contro i tumori, che garantiscano una strategia unitaria per combattere la malattia dalla prevenzione alle terapie fino alla riabilitazione, dall’accompagnamento di fine vita, all’umanizzazione dell’assistenza fino alla ricerca, in grado così di incidere a 360 gradi sull’impatto di questa patologia nel nostro Paese. Potremmo in questo modo delineare un modello italiano di condivisione della lotta alla malattia fra clinici, pazienti e Istituzioni”. In questa prospettiva dovrebbero inserirsi anche i nuovi criteri per definire l’innovatività di un farmaco stabiliti dall’AIFA a marzo 2017. “La deliberazione – sottolinea il prof. Pinto – è molto importante perché ha reso accessibile il Fondo di 500 milioni di euro. Nel 2016 la Commissione tecnico scientifica dell’agenzia regolatoria ha attribuito il carattere dell’innovatività a sei farmaci di cui 2 in ematologia e 4 in oncologia medica. In base a questi nuovi criteri, dovrebbero essere valutati nei prossimi mesi ulteriori farmaci anticancro realmente innovativi che potranno essere resi disponibili ai pazienti rientrando così nel Fondo. Si tratta da un lato di molecole completamente nuove, dall’altro di trattamenti già in uso e rimborsabili ma che hanno ricevuto dall’AIFA un’estensione delle indicazioni. Lo schema proposto per la valutazione si basa su un criterio multidimensionale che tiene conto di tre elementi fondamentali: il bisogno terapeutico, il valore terapeutico aggiunto e la qualità delle prove (cioè la robustezza degli studi clinici). I farmaci innovativi dovrebbero essere inseriti nel Fondo in aderenza ai principi stabiliti dall’AIFA. Chiediamo quindi che venga previsto anche per il 2018 un adeguato Fondo Nazionale per i farmaci innovativi in Oncologia e che questo Fondo sia destinato alla copertura dei costi non solo dei farmaci ma anche dei test richiesti dal regolatorio per gli stessi farmaci”. Oltre all’accesso alle nuove terapie, un “capitolo” del “Patto contro il cancro” dovrebbe essere costituito dalla qualità della vita delle persone colpite dalla malattia, che sta diventando un parametro sempre più importante per valutare l’efficacia dei trattamenti. “La collaborazione con le associazione dei pazienti è consolidata – conclude il prof. Pinto -. Va ricordata in questo senso la versione italiana dei PRO-CTCAE (Patient Reported Outcomes – Common Terminology Criteria for Adverse Event) disponibile sul sito del National Cancer Institute. Si tratta di un questionario utilizzato nelle ricerche cliniche negli USA e in altri Paesi: il paziente, mediante la compilazione dei PRO-CTCAE, segnala in autonomia e in maniera dettagliata gli effetti collaterali delle terapie anti-tumorali. Il progetto è stato realizzato grazie alla collaborazione di oltre 200 malati in 15 centri oncologici italiani che hanno partecipato alle fasi di verifica della comprensione e validazione di questo strumento”

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Preparazione di farmaci antiblastici: le 3 priorità

Posted by fidest press agency su lunedì, 4 settembre 2017

Interno farmacia

Sono, secondo l’Ufa: nel rispetto degli standard, selezione e formazione del personale e informatizzazione dei processi. Da un’indagine nazionale di QuintilesIMS, con il supporto incondizionato di Baxter, è emerso infatti, dai circa 400 centri ospedalieri che hanno partecipato, un quadro frammentato. Il 30% gestisce internamente la preparazione e manipolazione dei chemioterapici antiblastici in misura e in funzione delle esigenze dei reparti ma in assenza di una strutturale centralizzazione delle attività. Il 45% gestisce i processi all’interno di un’UFA (Unità Farmaci Antiblastici), con elevato livello di centralizzazione di attività e strutture, ma presenta comunque elementi di criticità e margini di miglioramento rispetto all’ideale a cui tendono i presupposti normativi. Il restante 25% si approvvigiona da strutture esterne.
Fare sistema avvalendosi di UFA già esistenti e realizzate con i migliori standard (centralizzazione) o, laddove necessario, dotarsi di UFA, anche grazie a partnership pubblico-private, è la possibile soluzione individuata dai partecipanti ai tavoli di lavoro di Milano e Roma, che hanno discusso di altri fattori chiave di miglioramento come la selezione e formazione specifica del personale dedicato e l’informatizzazione dei processi.

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Farmaci in associazione nella prevenzione post-infarto

Posted by fidest press agency su mercoledì, 19 luglio 2017

chietiChieti. Aterosclerosi, colesterolo in eccesso, trombosi e infarto. Nonostante la progressiva riduzione della mortalità cardiovascolare nei paesi industrializzati, le malattie conseguenti all’aterosclerosi della parete arteriosa e alla trombosi, come la cardiopatia ischemica, l’ictus ischemico e l’arteriopatia periferica, rimangono ancora patologie molto frequenti e sono fra le maggiori cause di morte prematura e invalidità permanente nella popolazione europea. Le cause di queste malattie sono multifattoriali, alcune modificabili con gli interventi sullo stile di vita, come l’inattività fisica, il fumo e le cattive abitudini alimentari, altre anche con un trattamento farmacologico, come le dislipidemie, l’ipertensione arteriosa, il diabete.
E delle principali cause di malattia cardiovascolare e delle sue conseguenze si è parlato al congresso dal titolo “International Summit on Atherothrombosis”, organizzato all’Università di Chieti da Raffaele De Caterina, Dipartimento di Cardiologia all’Università G. d’Annunzio di Chieti-Pescara e da Carlo Patrono, Dipartimento di Farmacologia all’Università Cattolica di Roma, e promosso dalla Fondazione Internazionale Menarini. «Fino a poco tempo fa era disponibile soltanto un tipo di anticoagulanti orali per il trattamento a lungo termine di pazienti dopo un infarto, gli antagonisti della vitamina K (VKA). Farmaci efficaci, che però erano utilizzati raramente perché di difficile amministrazione e che richiedevano un continuo aggiustamento del dosaggio» spiega Raffaele De Caterina. «La situazione è cambiata con l’introduzione dei nuovi anticoagulanti orali non-VKA che possono essere somministrati più semplicemente, perché a dose fissa, senza dover monitorare continuamente la coagulazione per ogni paziente. Il coinvolgimento della coagulazione nella genesi della trombosi arteriosa conferma l’utilità dei farmaci anticoagulanti nella prevenzione dell’infarto. Diversi studi hanno dimostrato l’utilità dell’utilizzo di un’associazione di due farmaci, un antipiastrinico e un antiaggregante. È importante però definire correttamente il dosaggio dei farmaci per una terapia a lungo termine, il momento ideale in cui iniziare la terapia e l’ottimale combinazione tra i farmaci. È inoltre necessario stabilire con accuratezza quale farmaco abbia minori effetti collaterali, primo tra tutti il sanguinamento, conseguenza conosciuta nell’utilizzo a lungo termine di farmaci come l’aspirina».
L’aspirina è un farmaco che ormai ha comunque trovato una propria collocazione nella prevenzione secondaria degli eventi cardiovascolari. Una vera e propria rivoluzione nell’impiego tradizionale dell’aspirina è stata infatti lo sviluppo e l’utilizzo del basso dosaggio nei pazienti affetti da cardiopatia ischemica o malattia cerebrovascolare, che si associa a una consistente e significativa riduzione della mortalità e della ricorrenza di eventi aterotrombotici maggiori.
«Oggi è sempre più evidente l’esistenza di strategie di prevenzione che agiscono su più apparati garantendo una protezione globale» aggiunge Carlo Patrono. «Un esempio tipico è quello della dieta mediterranea che è stata inizialmente apprezzata per la capacità di assicurare una migliore prognosi cardiovascolare. Queste osservazioni cliniche hanno poi trovato una spiegazione scientifica nella dimostrazione del ruolo che i radicali liberi dell’ossigeno svolgono nella patogenesi di molti tipi di malattia, ragion per cui una dieta ricca di antiossidanti riesce a svolgere un effetto favorevole ad ampio raggio. Ancora meno prevedibile era la possibilità che un farmaco, sintetizzato per combattere soprattutto i sintomi dell’infiammazione, potesse svolgere un effetto protettivo di ampio spettro. Ci siamo dovuti perciò abituare all’idea che l’aspirina, che eravamo stati abituati fin da bambini a utilizzare come antipiretico e analgesico, fosse in grado di ridurre la mortalità per infarto se somministrata subito dopo l’insorgenza del dolore stenocardico e dovesse essere assunta quotidianamente per cercare di ridurre il ripetersi di episodi cardiaci, sfruttando il suo effetto di inibizione dell’aggregazione piastrinica».

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Iniziative volontaristiche di raccolta e distribuzione di farmaci

Posted by fidest press agency su mercoledì, 19 luglio 2017

psicofarmaci“Con una mozione, a prima firma Carfagna, Forza Italia vuole portare all’attenzione del governo una lodevole iniziativa nata nel territorio napoletano: ‘Un farmaco per tutti’, un’organizzazione di raccolta e redistribuzione dei farmaci che si distingue da altre diffuse sul territorio nazionale in quanto permanente e perché fondata sul volontariato. Con ‘Un farmaco per tutti’ i medicinali vengono raccolti direttamente, evitando anche che diventino dei rifiuti, e vengono trasferiti nei centri di raccolta che operando all’interno delle singole farmacie, hanno una diffusione capillare sul territorio. 150 sono al momento le farmacie coinvolte tra Napoli e provincia e già si è vista la distribuzione di oltre 70 mila confezioni di farmaci o dispositivi medico-chirurgici destinati a fasce di disagio e di difficoltà economica. Attraverso questo tipo di servizio si ha innanzitutto un risparmio economico, si da diamo un contributo importante ad affrontare l’’emergenza ambientale, ma soprattutto si permette a tanti cittadini di poter accedere ad un trattamento sanitario e di potersi curare. Questo è l’obiettivo più alto e più nobile. La nostra mozione parte da questa esperienza estremamente positiva per sollecitare la definizione di quelli che sono degli adempimenti previsti dalla legge n. 166 del 2016 sul risparmio e sul reimpiego dei prodotti alimentari e dei farmaci. Chiediamo al governo un impegno ed un intervento per definire anche questi percorsi di apporto partecipativo da parte del volontariato, delle associazioni no profit, che naturalmente nello spirito e nel rispetto del principio di sussidiarietà devono concorrere con lo Stato, senza sostituirsi ad esso, nell’affrontare e gestire una situazione così delicata ed importante, per le finalità e per gli obiettivi che sono stati raggiunti.” E’ quanto afferma Carlo Sarro, deputato di Forza Italia, nel corso di un suo intervento in aula alla Camera.

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In oncologia è sempre più importante il ruolo svolto dalle Unità di Farmaci Antiblastici (UFA)

Posted by fidest press agency su giovedì, 25 maggio 2017

Istituto_Nazionale_Tumori_Regina_Elena_-_RomaSi tratta di laboratori centralizzati per la produzione di farmaci antitumorali. Queste strutture però non sono distribuite in modo equo su tutto il territorio nazionale. In totale, secondo i dati raccolti dal Libro Bianco AIOM nel 2016, sono 256: 128 sono al nord (pari al 38%), 61 al Centro (18%) e 67 al Sud (20%). E’ quanto emerso dal convegno Quali modelli organizzativi nella preparazione centralizzata e gestione dei farmaci in Oncologia promosso dall’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) e della Società Italiana di Farmacia Ospedaliera e dei Servizi Farmaceutici delle Aziende Sanitarie (SIFO) e che si tiene oggi presso l’IRCCS-Arcispedale S. Maria Nuova di Reggio Emilia. “Le UFA hanno principalmente l’obiettivo di migliorare efficienza e sicurezza, e di razionalizzare l’organizzazione del lavoro all’interno dei reparti di oncologia – afferma il prof. Carmine Pinto presidente nazionale AIOM -. Garantiscono, infatti, una migliore gestione di farmaci estremamente complessi e costosi. Quindi possono ridurre sia i rischi per la salute dei pazienti che gli sprechi per l’intero sistema sanitario nazionale. Occorre però far evolvere il sistema in particolare per quello che riguarda i modelli organizzativi in continuità con le Unità Operative di Oncologia. Inoltre le UFA all’interno delle reti oncologiche potrebbero essere non più riferimento di un singolo ospedale ma anche di un’intera provincia o di un’area vasta”. “I vantaggi introdotti dalle UFA sia in termini economici che di qualità dell’assistenza sono enormi – prosegue il prof. Marcello Pani presidente nazionale SIFO -. Queste unità possiedono, infatti, delle attrezzature e apparecchiature molto sofisticate, avanzati sistemi informatici e sono regolarmente sottoposte a controlli rigorosi. Devono rispettare delle norme restrittive e tutto ciò è fatto soprattutto per diminuire i rischi per i pazienti. Tuttavia un’eccessiva centralizzazione della preparazione dei farmaci può ridurre la così detta flessibilità delle terapie. Oggi i trattamenti contro i tumori sono sempre più personalizzati e su misura del singolo paziente che spesso deve cambiare tipologia di cura durante la malattia. Bisogna quindi trovare un giusto equilibrio tra questi due aspetti dell’oncologia. Per questo stiamo lavorando insieme all’AIOM per stabilire dei modelli organizzativi validi per tutto il territorio nazionale”.

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Raccolta di farmaci all’Università Europea di Roma

Posted by fidest press agency su giovedì, 30 marzo 2017

università europea di romaRoma Mercoledì 5 aprile 2017 l’Università Europea di Roma, in collaborazione con la Fondazione Banco Farmaceutico ONLUS, organizza una Giornata di raccolta di farmaci.
La raccolta si terrà nell’atrio dell’ateneo, in via degli Aldobrandeschi 190 dalle ore 10.00 alle 16.00. Gli studenti dell’Università Europea di Roma affiancheranno gli operatori della Fondazione Banco Farmaceutico ONLUS ed inviteranno a donare farmaci da destinare ad iniziative di solidarietà. Potranno essere donati medicinali in buono stato di conservazione con almeno 8 mesi di validità, rimasti inutilizzati nelle nostre case, oppure farmaci da banco appositamente acquistati per questa iniziativa. Il farmacista presente provvederà a verificare la scadenza e l’integrità dei medicinali.
Nel mondo esistono persone talmente povere da non potersi comprare neppure le medicine per poter sopravvivere. La Fondazione Banco Farmaceutico ONLUS ha l’obiettivo di rispondere al bisogno delle persone indigenti, attraverso la collaborazione con le realtà assistenziali che già operano contro la povertà sanitaria, testimoniando un cammino di educazione alla condivisione e alla gratuità. La Giornata di raccolta di farmaci fa parte delle attività di responsabilità sociale dell’Università Europea di Roma, che ha tra i suoi obiettivi principali la formazione della persona. Una formazione che consenta non solo l’acquisizione di competenze professionali, ma che orienti lo studente ad una crescita personale e sviluppi uno spirito di servizio per gli altri.

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I deputati europei propongono misure per rendere più accessibili i farmaci

Posted by fidest press agency su venerdì, 3 marzo 2017

parlaeurop_fdsBruxelles. Per garantire un migliore equilibrio tra gli interessi della sanità pubblica dei Paesi dell’UE e quelli dell’industria farmaceutica, i deputati chiedono misure per migliorare la tracciabilità dei costi di ricerca e di sviluppo, i finanziamenti pubblici e le spese di marketing.Nella risoluzione approvata giovedì, i deputati rilevano che i prezzi dei nuovi medicinali nell’UE sono aumentati nel corso degli ultimi decenni, al punto da diventare proibitivi per molti cittadini europei e da minacciare la sostenibilità dei sistemi sanitari nazionali.”I sistemi di sanità pubblica in Europa sono una parte fondamentale dell’identità dell’UE e qualcosa che apprezziamo molto. L’accesso ai farmaci deve essere garantito e, per raggiungere questo obiettivo, dobbiamo riequilibrare il potere negoziale degli Stati membri dell’UE rispetto a quello del settore farmaceutico”, ha dichiarato la relatrice Soledad Cabezon Ruiz (S&D, ES). Il testo è stato approvato con 568 voti in favore, 30 voti contrari e 52 astensioni.
“L’industria deve essere competitiva quando si tratta di produrre innovazione di qualità, ma allo stesso tempo deve rispondere alle esigenze dei pazienti, con farmaci che siano sicuri, efficaci e accessibili.
L’elevato livello di fondi pubblici investiti nelle attività di ricerca e sviluppo non è rispecchiato nei prezzi dei medicinali, ostacolando un equo rendimento degli investimenti pubblici. Si sollecita una maggiore trasparenza dei costi di R&S, anche per quanto concerne la quota di ricerca finanziata con fondi pubblici, e l’immissione in commercio dei medicinali. Consiglio e Commissione sono invitati a rafforzare le capacità di negoziazione degli Stati membri per garantire l’accesso a prezzi contenuti ai medicinali in tutta l’UE.I deputati rilevano che per contrastare l’aumento della spesa nel settore farmaceutico e risolvere le asimmetrie osservate nelle capacità di negoziazione sulla fissazione dei prezzi tra società farmaceutiche e Stati membri sia necessario rafforzare la cooperazione europea e adottare nuove misure a livello sia europeo sia nazionale.
Il Parlamento chiede pertanto una nuova direttiva sulla trasparenza, al fine di garantire controlli efficaci e la piena trasparenza delle procedure utilizzate per stabilire il prezzo e il rimborso dei medicinali negli Stati membri.I deputati infine evidenziano che il divario tra la crescente resistenza agli agenti antimicrobici e lo sviluppo di nuovi antimicrobici è in aumento. Entro il 2050 le malattie resistenti ai medicinali potrebbero causare fino a 10 milioni di decessi all’anno in tutto il mondo.
Secondo le stime, nell’UE muoiono ogni anno almeno 25.000 persone a causa di infezioni provocate da batteri farmacoresistenti. Negli ultimi 40 anni è stata sviluppata soltanto una nuova classe di antibiotici.

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Farmaci: Potenziale causa disfagia

Posted by fidest press agency su giovedì, 16 febbraio 2017

disfagiaAncona. Presidio Ospedaliero di Ricerca Via della Montagnola 81. Ben l’87% degli anziani – quasi 9 su 10 – che risiedono in Residenze sanitarie assistite assume da 1 a 4 farmaci al giorno che potenzialmente provocano disfagia, ovvero la difficoltà ad ingerire cibi solidi o liquidi, aumentando così il rischio di malnutrizione. È quanto emerge da uno studio condotto dall’Irccs Inrca – Istituto Nazionale di Riposo e Cura per Anziani – presentato al “6° Congresso Europeo dei disturbi della deglutizione”. “La disfagia comporta l’alterazione delle normali funzioni deglutitorie, interessa in genere il 20% delle persone sopra i 50 anni e dal 30 al 60% degli anziani che vivono in strutture residenziali o case di riposo” – spiega Paolo Orlandoni, responsabile dell’Unità operativa di Nutrizione clinica dell’Inrca – Riguarda l’area della cavità orale, oppure faringe o esofago e può essere causata dall’indebolimento dei muscoli dovuto all’invecchiamento o da malattie neurodegenerative come Alzheimer e Parkinson, nonché da farmaci assunti in maniera continuativa (disfagia iatrogena) dagli anziani”.
Con l’obiettivo di valutare il legame tra farmaci e disfagia, ancora poco descritto a livello scientifico, l’Inrca ha condotto un’indagine su 140 anziani all’interno di due Residenze sanitarie assistite (Rsa) nel territorio di Ancona per un periodo di quattro mesi. Nel corso dello studio sono stati valutati lo stato nutrizionale (peso e indice di massa corporea), la dieta seguita, l’eventuale presenza di disfagia, rilevata nel 34% dei casi, e il numero medio di farmaci assunti al giorno, risultato pari a 8, con picchi di 19 nei casi più gravi. Il 34% degli anziani risultava malnutrito, con un Indice di Massa Corporea inferiore a 22 Kg/ m², mentre il 40% aveva registrato negli ultimi sei mesi una perdita di peso non intenzionale superiore al 5%. Disfagia e malnutrizione infatti presentano molti aspetti in comune che si sovrappongono, contribuendo alla difficoltà di riconoscimento da parte del personale sanitario.
L’effetto dei farmaci. “Sono tre i meccanismi con cui i farmaci incidono negativamente sul processo deglutitorio” – spiega Claudia Venturini, medico nutrizionista Inrca e coautrice dello studio – Il primo è l’effetto collaterale del farmaco, ad esempio di medicine che riducono la produzione di saliva (xerostomia), riscontrate nell’11% del campione e che contengono soprattutto cytalopram, metoclopramide, paroxetina e lisinopril, oppure di antipsicotici e neurolettici, assunti dal 25%, i cui principi attivi più comuni sono la quietapina, la clozapina, l’olanzapina, il risperidone e l’aloperidolo. claudia-venturiniPoi ci sono le complicanze dovute all’azione terapeutica: è il caso dei narcotici e degli antiepilettici che, agendo sul sistema nervoso centrale, riducono vigilanza e attenzione, compromettendo così la sicurezza del processo deglutitorio. Contengono generalmente ossicodone, fenobarbital, prednisone, clonazepam, diazepam, paracetamolo e codeina oppure morfina. Ne fa uso il 32% dei pazienti dello studio. Alcuni farmaci infine producono danni alla mucosa esofagea, come gli antinfiammatori non steroidei e i bifosfonati (ibuprofene e acido acetilsalicilico) o gli integratori di ferro o di potassio, comunemente usati dalle persone in età avanzata per lunghi periodi come nel trattamento dell’osteoporosi o per problemi cardiaci (riscontrati nel 29% dei pazienti). “Specialmente negli anziani soggetti a polifarmacoterapia – aggiunge la dott.ssa – è importante quindi valutare periodicamente la funzionalità deglutitoria, in modo da intervenire ai primi sintomi di disfagia ed eventualmente sostituire un farmaco potenzialmente lesivo con un principio attivo meno dannoso, o addirittura sospenderlo se non strettamente necessario”.
All’Inrca è attivo un ambulatorio di nutrizione clinica (mercoledì e venerdì, ore 9-13) dove si effettua una valutazione dello stato nutrizionale, delle funzioni deglutitorie e un riesame della terapia farmacologica, anche grazie al supporto del farmacista ospedaliero. Per fornire diagnosi in tempi rapidi l’ambulatorio comprende vari specialisti, tra cui medico nutrizionista, dietista, logopedista e fisioterapista esperto nella riabilitazione dei muscoli coinvolti. La gestione della disfagia infatti è una pratica complessa, che richiede la presenza di un gruppo di lavoro interdisciplinare costituito da esperti con competenze specifiche. (foto: disfagia, Claudia Venturini)

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Malattie infiammatorie e l’uso dei farmaci

Posted by fidest press agency su domenica, 12 febbraio 2017

Interno farmacia

Le malattie delle alte vie respiratorie costituiscono le più frequenti patologie in età pediatrica, a volte si tratta di un semplice raffreddore, altre di una più complicata rinosinusite, altre volte si tratta di un’infezione respiratoria ricorrente e altre ancora di forme allergiche. “Dal punto di vista epidemiologico, secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, le infezioni respiratorie sono la maggior causa di malattia nel mondo e sono responsabili del 18% dei casi di morte nei bambini con meno di 5 anni,” spiega Michele Miraglia Del Giudice, Pediatra e Allergologo presso la Seconda Università di Napoli. “In Italia rappresentano circa l’80% delle visite pediatriche: infatti il 25% dei bambini entro il primo anno di vita e il 18% di quelli con età compresa fra 1 e 4 anni sono affetti da infezioni respiratorie ricorrenti (IRR) che sono generalmente non gravi ma presentano un elevato impatto sulla qualità di vita del bambino e dei genitori che si ritrovano a fare i conti con assenze da scuola e dal lavoro fino a 10-12 volte l’anno, quasi una volta al mese. Si calcola inoltre che il 10% dei bambini soffra di rinite allergica ed è opinione diffusa che i pazienti allergici possano presentare una maggiore suscettibilità a contrarre infezioni respiratorie rispetto ai bambini non allergici, generando un circolo vizioso. Possiamo infine dire che un terzo della popolazione pediatrica ha problemi alle alte vie respiratorie più o meno cronici.” “Che si parli di raffreddore, influenza, sinusiti o allergie il naso è sempre coinvolto,” precisa Matteo Gelardi, Otorinolaringoiatra, Policlinico Universitario di Bari, “e in particolare la mucosa nasale, chiamata così proprio perché produce il muco che rappresenta la prima barriera di difesa dagli agenti esterni quali batteri, virus, particolato atmosferico e pollini. La principale causa delle infezioni delle vie aeree è rappresentata dalla fisiologica immaturità immunologica del bambino. Nei primi 3 anni di vita esiste una difficoltà nella produzione anticorpale, soprattutto verso antigeni polisaccaridici. Questa scarsa efficienza delle risposte anticorpali è responsabile anche di una incompleta memoria immunologica con rischio di recidività della stessa infezione. Anche altri meccanismi di difesa sono immaturi; la riduzione della clearance mucociliare determina infatti un prolungamento della permanenza dei patogeni nelle mucose nasali e faringee facilitando l’infezione. Di fronte ad un’infezione delle alte vie aeree il primo quesito che si pone è sulla sua origine: sarà batterica o virale? È un circolo vizioso, conclude l’esperto, perché un’infezione virale determina modificazioni che favoriscono l’infezione batterica e può volgere a batterica se non trattata appropriatamente”. “I virus sono i principali microorganismi coinvolti nelle infezioni respiratorie,” continua Paola Mastromarino, Microbiologa e Virologa, Dipartimento Sanità Pubblica e Malattie Infettive, Università La Sapienza di Roma. “In particolare in più del 60% i rhinovirus ne sono la causa e sono associati ad almeno il 60% degli episodi di esacerbazione dell’asma. I principali agenti eziologici delle infezioni delle alte vie respiratorie oltre ai rhinovirus sono il Virus Respiratorio Sinciziale (VRS), gli adenovirus, i virus influenzali e parainfluenzali. Tuttavia è possibile che queste infezioni virali possano favorire la successiva insorgenza di una infezione batterica originando quadri clinici di maggiore gravità. Solo per il virus dell’influenza è disponibile un vaccino che previene l’infezione, in generale, poche infezioni virali possono essere curate con farmaci antivirali specifici. Recenti pubblicazioni scientifiche hanno dimostrato che il resveratrolo, un polifenolo naturale prodotto dalle piante, ha l’effetto di inibire la replicazione di rhinovirus, virus dell’influenza e virus respiratorio sinciziale. Il resveratrolo, inoltre, riduce drasticamente la sintesi di molecole pro-infiammatorie indotte dall’infezione, che sono le principali responsabili dei sintomi associati alle infezioni virali delle alte vie respiratorie. L’utilizzo del resveratrolo nella pratica medica è stato limitato dalla sua scarsa solubilità e stabilità in soluzione acquosa ma, recentemente, è stata messa a punto una formulazione acquosa in combinazione con il carbossimetilbetaglucano che conferisce solubilità e stabilità al resveratrolo, ritardandone la naturale degradazione e aumentando anche la sua biodisponibilità, velocità di assorbimento e idratazione mucosale, senza condizionare la sua attività biologica”. “Se, a causa di un’infezione virale delle alte vie respiratorie,” aggiunge Lorenzo Drago, Microbiologo, Università degli Studi di Milano, “le cellule ciliate del naso non riescono ad espletare al meglio il proprio lavoro, si possono instaurare delle sovrainfezioni batteriche che tendono a formare dei biofilm, un insieme di cellule batteriche adese in maniera tenace ad una superficie ed incluse in una matrice extracellulare composta essenzialmente da polisaccaridi e proteine. I biofilm costituiscono una modalità di crescita protetta che consente ai batteri di sopravvivere in un ambiente ostile e li rende in grado di resistere sia all’azione del sistema immunitario che agli antibiotici che, incapaci di penetrarlo, risultano inefficienti. Per questi motivi i biofilm sembrano essere coinvolti in un’altissima percentuale di infezioni croniche o recidivanti a carico di diversi apparati (respiratorio, urinario, gastroenterico, ecc.) e questo è uno dei motivi principali per il quale si stanno cercando strategie alternative e sinergiche: da una parte demolire il biofilm e dall’altra superare il fenomeno della resistenza batterica dovuta ad un uso smodato e incontrollato degli antibiotici non solo negli ospedali e nelle comunità, ma anche nell’agricoltura e in particolare negli animali da allevamento”. Ma anche nelle forme allergiche, il complesso di resveratrolo e carbossimetilbetaglucano in spray nasale (LinfoVir® plus), brevettato da NÓOS, ha dimostrato di essere efficace. Studi condotti in bambini affetti da rinite allergica persistente e infezioni respiratorie ricorrenti hanno evidenziato che la somministrazione intranasale topica di questo complesso riduce significativamente sia i sintomi nasali (come prurito, starnuti, rinorrea, tosse e ostruzione), sia l’insorgenza di nuove infezioni respiratorie, e conseguentemente anche i giorni di febbre, le assenze da scuola e il numero di visite pediatriche. Tra gli effetti biologici del resveratrolo vanno sicuramente annoverati quelli antivirali e antiossidanti, quelli sul sistema immunitario (protezione dall’infezione ed aumentata difesa anti effettiva), antiallergica, sul sistema cardiovascolare (attività anti-aterosclerotica, anti- ipertensiva ed anti-aggregante).

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Ipercolesterolemia, farmaci non statinici meno utilizzati dopo linee guida 2013

Posted by fidest press agency su mercoledì, 8 febbraio 2017

farmacistaIpercolesterolemia, farmaci non statinici meno utilizzati dopo linee guida 2013 Un’analisi pubblicata sul Journal of the American College of Cardiology mostra che i formulari Medicare hanno ristretto la copertura di alcuni farmaci ipolipemizzanti non statinici in seguito alle indicazioni delle linee guida dell’American College of Cardiology/American Heart Association del 2013, che sottolineavano la necessità di scegliere una statina alla massima dose tollerata come prima linea di terapia. «Pur essendo presente un’associazione con un aumento delle restrizioni per i farmaci ipolipemizzanti non statinici dopo la pubblicazione delle linee guida, le variazioni non sono risultate coerenti, e molti formulari hanno continuato a fornire alti tassi di copertura non limitata senza richiedere una terapia a fasi, cioè l’uso di una statina come primo passo» scrivono Sanket Dhruva e colleghi della Yale School of Medicine. «Inoltre, i formulari che hanno ristretto l’accesso a farmaci ipolipemizzanti non statinici hanno interrotto la copertura o aumentato la soglia di suddivisione dei costi, imponendo così una spesa ai pazienti a cui vengono prescritti farmaci di seconda linea per la dislipidemia». Durante il periodo considerato dallo studio, il secondo trimestre del 2013 e del 2015, i formulari Medicare sono diventati più restrittivi per sette farmaci non statinici e combinazioni non statina/statina su dieci. In particolare, la copertura è scesa in maniera significativa per simvastatina con aggiunta di niacina a rilascio prolungato (18% vs 6%), fenofibrato (79% vs 62%), gemfibrozil (99% vs 97%), colestiramina (94% vs 89%), colestipol (92% vs 88%). L’incidenza dei formulari che fornivano una copertura non ristretta di almeno una statina a moderata intensità è passata dal 100% al 98,2%, e quella dei formulari che offrivano una copertura non limitata di almeno una statina ad alta intensità è scesa dal 98,1% al 97,2%. Questo punto si traduce, per esempio, in un’ampia copertura dell’atorvastatina, disponibile in formulazioni di intensità moderata e alta, a discapito di altre statine a moderata intensità. Gli autori non mancano di notare che, avendo esaminato dati provenienti da Medicare Advantage e Parte D, i risultati potrebbero non essere applicabili ai formulari dei piani di assicurazione privata, e che non è possibile escludere altri fattori causali per le variazioni dei formulari. (foto: farmacista) (fonte: farmacista33)

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Farmaci per l’epatite C

Posted by fidest press agency su lunedì, 5 dicembre 2016

medicina sociale parte primaDue anni serviti per curare quasi 60.000 pazienti gravi affetti dall’epatite C. Due anni di dibattiti serrati sulla sostenibilità dei nuovi farmaci innovativi ad alto costo, il cui prezzo è rimasto di fatto ancora ‘segreto’. E ora che i primi due anni di programma in Italia sono giunti al termine, si affaccia una nuova sfida per il Servizio Sanitario Nazionale: avviare la cura per tutti i pazienti rimasti fino ad oggi esclusi dalle nuove terapie. E attrezzarsi per farlo. Di questo tema, complesso e quanto mai all’ordine del giorno in questo periodo, si parla al XXXVII Congresso nazionale SIFO, la Società dei farmacisti ospedalieri e dei servizi farmaceutici territoriali delle aziende sanitarie, in corso in questi giorni a Milano. Se ne parla oggi nel corso della sessione “La cronicità, modelli assistenziali ed esiti”, a cui sono intervenuti docenti e medici esperti tra cui il professor Alfredo Alberti, direttore dell’Unità Operativa di Terapia delle epatiti croni che virali dell’Università di Padova.
Sono arrivati in commercio alla fine del 2014 ed è stata una vera e propria ‘rivoluzione ‘della cura . Al di là dell’altissimo costo, la vera novità rivoluzionaria di questi nuovi medicinali sono la rapidità e risolutività del trattamento: le cure durano 12-24 settimane (dai tre ai sei mesi) al termine delle quali i pazienti trattati guariscono definitivamente. La percentuale di riuscita della cura si aggira infatti tra il 95 e il 96% dei casi. Con i farmaci precedenti- che costavano meno ma non erano certo economici- questo non succedeva. “In Italia sono stati trattati circa 62.000 pazienti, molti con cirrosi anche avanzata e i risultati sono stati straordinari”, afferma il professor Alfredo Alberti, professore ordinario di Gastroenterologia dell’Università di Padova. “Prendendo ad esempio la coorte di circa 4.000 pazienti trattati in Veneto- prosegue il docente- è stato possibile eradicare il virus in oltre il 90% dei casi e si è osservato già nel primo anno una significativa riduzione de lle complicanze più gravi della malattia, della mortalità e dei casi che hanno richiesto un trapianto di fegato”.
Sul prezzo dei farmaci per l’epatite, ufficialmente secretato da Aifa, in questi due anni sono state dette tante cose e sono circolate tante cifre. Il dato attuale più vicino alla certezza, a cui ha fatto cenno lo stesso ex direttore generale di Aifa, Luca Pani, è di 14.000 euro pagati in media dal Ssn per ogni trattamento. Quello del prezzo, però, a ben guardare la questione, non è in ogni caso l’unico elemento su cui focalizzare l’attenzione. Il prezzo è sicuramente alto, ma non è più alto di quello di un farmaco antitumorale. Un dato: per i farmaci antivirali dell’epatite il Servizio Sanitario nazionale ha speso, nel 2015, un miliardo e 722 milioni, pari al 7,8% della spesa complessiva. La spesa per gli oncologici è stata di due miliardi e 372 milioni, mentre per immunomodulatori di un miliardo e 803 milioni. A rendere ‘problematico’ il prezzo dei farmaci per l’epatite è l’alto numero dei pazienti da trattare, dato anche questo- in realtà- molto controverso. In ogni caso l’elevat o numero di pazienti da trattare richiede un impegno economico molto consistente per il SSN.
Quanti sono davvero? Il numero esatto non si conosce e sono circolate le cifre più diverse, compresi numeri altissimi. L’associazione di pazienti Epac onlus, di recente, come ha reso noto il suo presidente Ivan Gardini, ha realizzato uno studio andando a individuare 300.000 pazienti ad oggi noti al Ssn. Un dato che appare abbastanza certo, visto che lo studio ha preso le mosse dal numero delle esenzioni Ausl dei pazienti. Se per trattarne all’incirca 60.000 ci sono voluti due anni (il 2015 e 2016), la ‘nuova’ sfida cui si trova di fronte il Servizio sanitario nazionale è mettere mano alla cura di tutti i pazienti rimasti esclusi fino a oggi. Lo chiedono gli stessi pazienti, che non hanno mai del tutto condiviso il criterio stabilito da Aifa di dare priorità ai casi più gravi, sostenendo da sempre la necessità di abbattere i limiti nell’accesso alle cure.
Secondo l’associazione EpaC onlus, poi, paradossalmente la soluzione del problema alla sostenibilità della spesa in un certo senso starebbe proprio nell’avvio delle cure a tutti i pazienti malati di epatite. In questo senso: investire oggi nelle terapie anti Hcv sarebbe una scelta valida per portare, un domani, un grande risparmio per il Servizio sanitario nazionale, tanto in termini di farmaci quanto in termini di cure future ai malati di epatite che non vengono trattati oggi. Nessuno, infatti, pensa mai ai ‘costi’ delle complicanze delle epatiti non trattate, che vanno dal trapianto di fegato ai tumori, fino alle morti premature.
COSA SI PUO’ FARE? – “Dopo questi primi due anni di trattamenti mirati ai casi più gravi, è ora di cominciare a trattare i pazienti meno gravi, allargando – ma non eliminando- gli attuali criteri AIFA – dice Giovanna Scroccaro, dirigente del Servizio farmaceutico della Regione Veneto e past President SIFO-. Per farlo, occorre abbassare il prezzo del farmaco, cosa per cui si sta muovendo Aifa, intenzionata a chiedere alle aziende farmaceutiche un ribasso. Il prezzo di 14.000 euro è infatti troppo alto per pensare di curare altri 300.000 pazienti”. La svolta, però, deve essere anche e soprattutto organizzativa, aggiunge Scroccaro. “E’ necessario anche che le Regioni, attraverso i centri di cura, si riorganizzino per essere in grado di curare tutti i nuovi pazienti. Serve un miglior collegamento tra Centri Specialistici autorizzati alla prescrizione e Centri periferici che hanno in cura i pazienti affetti da Epatite C, così come è indispensabile la collaborazione con i Medici di Medicina Generale – che sono a stretto contatto con i loro assistiti- per individuare precocemente i pazienti infetti quando ancora non sanno di esserlo. E’ quindi necessario riorganizzare le cure e serve una forte coesione tra i diversi professionisti coinvolti. (n.r. La Fidest ha dato il suo contributo informativo editando la sua pubblicazione di Medicina sociale 2016 al problema dell’epatite.)

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