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Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 302

Posts Tagged ‘fascisti’

Pagine di storia. Le due dittature: nazisti e fascisti

Posted by fidest press agency su venerdì, 6 settembre 2019

Sembravano destinate a vivere insieme ricalcando gli stessi rituali politici, militari e d’immagine. Il fascismo, come lo fu anche per il nazismo, impose l’addestramento militare ai bambini e s’illuse di avere così trasformato l’Italia in una potenza militare di primo piano. La Germania, a sua volta, non si limitò alle grandi parate, ma aveva chiara l’idea che il suo posto nella storia poteva essere conquistato solo con la forza delle armi e per raggiungere un siffatto obiettivo era necessario avere un popolo preparato a dovere per tali cimenti.
Ciò non vuol dire, ovviamente, che il fascismo curasse solo la facciata. La prima palestra nella quale il Duce misurò la sua forza fu la conquista dell’Etiopia nel 1934.
L’anno successivo concluse con la Francia un patto contro la Germania e per la difesa dell’Austria. In quell’occasione Mussolini rimproverò alla Germania e al Giappone di tentare di dominare il mondo. Questa tattica gli permise di conquistare l’Etiopia senza che l’Inghilterra e la Francia intervenissero nel timore di gettare tra le braccia di Hitler il dittatore italiano.
Ma il cambiamento di rotta avvenne lo stesso. Nella notte del 6 maggio del 1939 Mussolini svegliò Ciano, suo genero e Ministro degli Esteri, che dormiva nella sua camera all’albergo Continental di Milano, per proporgli l’indomani stesso, durante il già fissato incontro con il ministro tedesco Ribbentrop, un’alleanza indissolubile che fu definita dalla propaganda fascista “patto d’acciaio” tra la Germania, l’Italia e il Giappone.
Taluni osservatori dell’epoca la ritennero un’iniziativa assunta in seguito allo scarso entusiasmo popolare per la visita in Italia del Ministro degli esteri nazista e che aveva profondamente infastidito Mussolini, anche perché la stampa francese vi aveva dato un notevole risalto.
Lo stesso Ciano non si aspettava quest’improvvisa decisione, dopo i tanti tentennamenti della vigilia. Sembrava un semplice incontro di routine tra due ministri degli esteri. Quella sera anche il menù fu ottimo ma frivolo (brodo ristretto, trota del Garda, filetto in crosta, fragole) e i commensali erano euforici e circondati da belle donne. Nulla lasciava immaginare che il Duce prendesse una tale decisione e così in fretta. Più realisticamente possiamo affermare che la causa scatenante risaliva al 15 marzo precedente, allorché i tedeschi invasero la Bosnia e sancirono, di fatto, la fine degli accordi di Monaco. Hitler aveva agito senza informare, se non a cose fatte, il suo “alleato” italiano, attraverso un messaggio orale recapitato dal principe d’Assia. In quell’occasione Mussolini non volle che la stampa ne fosse informata: “Gli italiani riderebbero di me, ogni volta che Hitler prende uno Stato mi manda un messaggio”. (Riccardo Alfonso)

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Gli italiani cosa pensavano dell’interventismo militare dei fascisti?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 28 agosto 2019

Secondo il parere di Guido Leto, capo dell’OVRA, la polizia segreta italiana, il paese nel 1939 era quasi unanimemente contrario a un’avventura bellica, ma non così nella primavera del ‘40 quando l’opinione pubblica fu presa da un ossessionante timore di arrivare tardi nel dividere la torta della spartizione europea. Dall’esitazione si passò, poi, alla fretta tanto che lo stesso Hitler scrisse a Mussolini pregandolo di spostare la dichiarazione di guerra già prevista per il 31 maggio 1940.
Su tale circostanza vale la pena soffermarsi. Il periodo indicato dall’inconsapevole Mussolini non si conciliava con quello della nuova offensiva segreta che i tedeschi stavano per scatenare contro il tentennante esercito francese perciò era necessario uno slittamento senza, per altro, rivelarne le ragioni. Se poi scartiamo il cinque, il sei e l’otto giugno per il solo fatto che furono i tedeschi a proporre tali giorni, non restavano che il 7, il 9 ed il 10. La prima data fu esclusa perché cadeva di Venerdì, il nove perché era domenica e, quindi, restava solo il 10. A dire il vero il numero preferito da Mussolini era l’undici martedì, ma come si sa “né di Venere né di Marte non si sposa né si parte” e… tanto meno si fa la guerra! Ma tra il 10 e l’undici subentrò una furbesca soluzione: il primo giorno bastava limitarsi alla dichiarazione di entrare in guerra e il successivo per dare inizio alle ostilità. Taluni propendono nel credere che la scelta del 10 giugno, derivasse dal fatto che il giorno prima terminava il giro d’Italia con la nascita di una nuova stella nazionale: Fausto Coppi.
Per un bartaliano, come Mussolini, era un evento tristissimo che si aggiungeva a quello della domenica precedente con la conquista dello scudetto di calcio dell’Ambrosiana-Inter. Osserva Arturo Colombo: “Mussolini, parlando proprio il 10 giugno dal balcone di Palazzo Venezia, l’aveva definita, con perentoria sicumera, “l’ora delle decisioni irrevocabili”. In realtà ha ragione Gaetano Salvemini, quando afferma che l’intervento italiano in guerra appare come “il risultato dei capricci, delle incongruenze, delle incapacità e delle manie pubblicitarie e buffonesche di un uomo”. Persino i tedeschi se ne stupirono e lo stesso ammiraglio Canaris, capo dei servizi segreti germanici, sguinzagliò i suoi uomini a Roma per capire il vero motivo che aveva indotto gli italiani a una siffatta rapida iniziativa.
Quando gli assicurarono che nella pentola italiana non bolliva nessun secondo fine scosse la testa incredulo e sbottò: “si vede che gli italiani sanno custodire i loro segreti meglio dei tedeschi”. Così veniamo ad un’amara considerazione. (Riccardo Alfonso)

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Dire d’essere un fascista o un comunista che senso ha ai giorni nostri?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 14 agosto 2019

Ancora oggi i nostri politici ricorrono alla parola “magica” del fascista o del comunista per screditare i propri avversari. Non dico che non vi siano ancora dei “nostalgici” ma sono per lo più persone che hanno un’idea confusa su cosa possa rappresentare questa specie di “patacca politica” da assegnare agli avversari o ritenuti tali. In questa congerie di opinioni si finisce con il fare confusione sino ad associare quella che veniva considerata la destra storica, del genere propugnato da Benedetto Croce, dal fascismo sia pure nato da una sua costola. Lo stesso dicasi per i comunisti che ebbero come loro profeta Carlo Marx ma che poi si divisero in tanti rivoli anche se il più robusto è stato il Leninismo e che assurse all’attenzione mondiale con la rivoluzione d’ottobre in Russia. Tutto questo appartiene alla storia con le sue drammatiche devianze che hanno portato il nazi-fascismo ad una guerra fratricida con 50 milioni di morti e con sei milioni di ebrei trucidati nei lager e a milioni di morti in Russia con le “purghe” staliniane. Oggi, sia pure a fatica, si cerca di superare questo steccato ideologico partendo dall’idea che l’umanità si trova al cospetto di una realtà diversa che fa della politica un luogo di scontro culturale tra chi ha e chi è. I miliardi di diseredati di tutto il mondo non sono né comunisti né fascisti. Sono il frutto dell’egoismo di pochi che li schiavizzano, che ostacolano l’dea che tutti noi abbiamo identico diritto a vivere con dignità a prescindere dei natali e dal luogo in cui siamo nati. E dire che è una storia antica se si pensa che già Prassagora, vissuto alla fine del quarto secolo avanti Cristo, aveva così sintetizzato nel suo dialogo con Blepiro: “voglio che tutti abbiano parte dei beni comuni e che la proprietà sia di tutti, da oggi in avanti non ci sarà più distinzione tra ricco e povero, non si ripeterà il caso di un uomo che possiede vaste estensioni di terreno mentre un altro non avrà neppure il sufficiente per scavare la propria sepoltura… E’ mia intenzione che vi sia un solo tenore di vita per tutti… Per cominciare farò in modo che tutta la proprietà privata divenga proprietà comune.” Al che Blepiro risponde: “Ma allora chi farà tutto il lavoro?” E Prassagora: “Per questo vi saranno gli schiavi”. E proprio quest’ultimo aspetto costituisce il punto cruciale sul quale è chiamata l’intera umanità per trovarne la soluzione: Si pensò alle macchine così come ora si pensa alle tecnologie. Sarà la svolta buona per non avere più schiavi? (Riccardo Alfonso)

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Le due dittature: nazisti e fascisti

Posted by fidest press agency su sabato, 18 agosto 2018

Sembravano destinate a vivere insieme ricalcando gli stessi rituali politici, militari e d’immagine. Il fascismo, come lo fu anche per il nazismo, impose l’addestramento militare ai bambini e s’illuse di avere così trasformato l’Italia in una potenza militare di primo piano. La Germania, a sua volta, non si limitò alle grandi parate, ma aveva chiara l’idea che il suo posto nella storia poteva essere conquistato solo con la forza delle armi e per raggiungere un siffatto obiettivo era necessario avere un popolo preparato a dovere per tali cimenti.
Ciò non vuol dire, ovviamente, che il fascismo curasse solo la facciata. La prima palestra nella quale il Duce misurò la sua forza fu la conquista dell’Etiopia nel 1934.
L’anno successivo concluse con la Francia un patto contro la Germania e per la difesa dell’Austria. In quell’occasione Mussolini rimproverò alla Germania e al Giappone di tentare di dominare il mondo. Questa tattica gli permise di conquistare l’Etiopia senza che l’Inghilterra e la Francia intervenissero nel timore di gettare tra le braccia di Hitler il dittatore italiano.
Ma il cambiamento di rotta avvenne lo stesso. Nella notte del 6 maggio del 1939 Mussolini svegliò Ciano, suo genero e Ministro degli Esteri, che dormiva nella sua camera all’albergo Continental di Milano, per proporgli l’indomani stesso, durante il già fissato incontro con il ministro tedesco Ribbentrop, un’alleanza indissolubile che fu definita dalla propaganda fascista “patto d’acciaio” tra la Germania, l’Italia e il Giappone.
Taluni osservatori dell’epoca la ritennero un’iniziativa assunta in seguito allo scarso entusiasmo popolare per la visita in Italia del Ministro degli esteri nazista e che aveva profondamente infastidito Mussolini, anche perché la stampa francese vi aveva dato un notevole risalto.
Lo stesso Ciano non si aspettava quest’improvvisa decisione, dopo i tanti tentennamenti della vigilia. Sembrava un semplice incontro di routine tra due ministri degli esteri. Quella sera anche il menù fu ottimo ma frivolo (brodo ristretto, trota del Garda, filetto in crosta, fragole) e i commensali erano euforici e circondati da belle donne. Nulla lasciava immaginare che il Duce prendesse una tale decisione e così in fretta. Più realisticamente possiamo affermare che la causa scatenante risaliva al 15 marzo precedente, allorché i tedeschi invasero la Bosnia e sancirono, di fatto, la fine degli accordi di Monaco. Hitler aveva agito senza informare, se non a cose fatte, il suo “alleato” italiano, attraverso un messaggio orale recapitato dal principe d’Assia. In quell’occasione Mussolini non volle che la stampa ne fosse informata: “Gli italiani riderebbero di me, ogni volta che Hitler prende uno Stato mi manda un messaggio”. (Riccardo Alfonso)

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I diritti del popolo ariano, degli stalinisti e dei fascisti

Posted by fidest press agency su sabato, 18 agosto 2018

Per Hitler la libertà era un diritto del popolo ariano e per Stalin dei comunisti, ma non si poteva estenderla agli altri. La democrazia, a sua volta, stava nell’assecondare la volontà del dittatore come supremo maestro e arbitro e, a lui, spettava concedere o non accordare le libertà individuali lasciando cadere nel privato, nella concezione intimistica della vita vissuta da ciascuno di noi, i valori che altri rendevano corali. Lo stesso criterio era concepito da Stalin. Nel mezzo ci troviamo altre dittature di stampo europeo quali furono il fascismo e il franchismo in Spagna. Tutto incominciò anni prima, rispetto alla data dell’effettiva conquista del potere da parte dei rispettivi movimenti politici.
Il fascismo, ad esempio, trasse la sua origine il 23 marzo del 1919, in Piazza S. Sepolcro a Milano quando, alla presenza di una cinquantina di persone, Mussolini fondò il suo movimento che presto trasformò in partito fascista. Egli agiva da antimarxista, per compiacere i capitalisti, e da dittatore populista per tentare di catturare qualche frangia della sinistra. Nel 1921 il liberale Giovanni Giolitti accolse, nel suo listone, il partito fascista con la segreta speranza di indebolire gli altri partiti d’opposizione. In quell’occasione Mussolini conquistò solo 35 seggi, in altre parole il 7% dell’intera forza rappresentata in Parlamento, mentre i socialisti n’ebbero 122 e i “popolari” di Sturzo 107. Il 16 ottobre del 1922 i fascisti decisero di tentare una prova di forza incominciando a occupare, nella notte tra il 27 e il 28 ottobre, con le loro camicie nere, gli uffici governativi. Il governo rispose alla provocazione invitando il Re a mobilitare l’esercito. Fu così dichiarato lo stato d’assedio, ma non s’intervenne con l’esercito per evitare che si scatenasse una guerra civile.
Data la caoticità della situazione alla fine non si trovò di meglio che nominare primo ministro Mussolini. Gli toccò, in questo modo, il 29 ottobre a soli 39 anni, di prendere in mano le redini del governo del Paese.
Ma non ebbe fretta nell’assumersi l’incarico preferendo far marciare prima, su Roma, le sue camicie nere. In questo modo se da una parte si svelenì il clima politico trasformando le carovane fasciste in una semplice passeggiata, dall’altra Mussolini trasse un’indicativa dimostrazione di forza, spuntata dalle “piazze” italiane, e volta a rafforzare il prestigio popolare del Capo.
Subito dopo la maggioranza dei posti chiave del governo fu assegnata ai fascisti. Il Duce colse a volo l’occasione imponendo una legge elettorale che attribuiva i due terzi dei seggi alla lista che otteneva la maggioranza relativa. Le elezioni si svolsero il 6 aprile 1924. In quel periodo avvenne il delitto Matteotti. In questo modo Mussolini si vendicò del suo maggiore oppositore, tra i banchi del Parlamento, per il varo della sua legge elettorale. (Riccardo Alfonso)

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L’irriverente e i fascisti: Forse abbiamo letto e continuiamo a leggere libri diversi…

Posted by fidest press agency su martedì, 6 febbraio 2018

gadgetfascistiSono curioso come, dopo i fatti di Macerata, dove un tizio che -come appare in tutte le foto che hanno diffuso- sembra una macchietta di se stesso, ha sparato per strada ferendo sei persone nere, vengono valutati rispetto da chi viene chiamato in causa dai media a farlo.
Sicuramente il piu’ terribile e’ stato un titolo del Corriere della Sera: “Nella citta’ spaccata che svela l’intolleranza. No, non si spara cosi’, poteva piglia’ qualcuno”. E’ probabile che sia una frase raccolta da qualche parte, ma farne un titolo per comunicare l’umore della citta’… Ah, Corsera, ma ti sei giocato il cervello? O forse non hai capito che quel razzista che l’avrebbe pronunciata non considera qualcuno nessuno di quei sei neri feriti?
E poi ci sono quelli di Casa Pound che sembra abbiano dato la disponiblita’ a pagare l’avvocato a questo tizio. Ma… per difenderlo da cosa, visto che e’ reo-confesso di aver sparato? Vogliono forse combattere in tribunale per sostenere che e’ giusto sparare ad uno che e’ nero?
E poi ci sono tutti quelli che dicono: e’ un folle. Da destra a sinistra, senza distinzione. Sembrano tutti soggetti da analizzare di un libro di antropologia e psicologia. Il meccanismo mentale di questi saggi e’ il seguente: “Fai qualcosa che io reputo essere completamente al di fuori dei miei minimi dettami civici? E’ ovvio che sei un folle”. Cioe’ chi non si allinea ai codici e ai comportamenti civicamente in vigore e accettati, non e’ solo un incivile o un criminale, No! Sarebbe un folle. Anni di Basaglia e della sua legge, con tanto di chiusura dei manicomi, sembra non siano serviti a nulla. Il diverso (che e’ tale pur se perverso) per questi signori sarebbe un folle. Neanche gli antifascisti durante il regime fascista venivano trattati da folli, venivano messi in galera o al confino. Cosi’ come i gulag dell’Unione Sovietica: fatti per i diversi che contestavano Stalin. E forse abbiamo capito perche’: il fascismo, nato e pasciuto nel nostro Stivale, non
e’ stato ancora digerito ed espulso dal proprio corpo. Ed ecco che il fascista non e’ tale, No! E’ un folle. Cioe’ non si vuole ammettere che e’ normale che uno che fa il fascista militante puo’ anche essere assassino contro i propri avversari (proprio come facevano i fascisti durante il loro regime del secolo scorso). Fascista militante da non confondere coi cosiddetti post-fascisti che, pur se nutriti dall’ideologia della lupa romana, oggi si presentano alle elezioni e partecipano al cosiddetto gioco democratico.
Sara’ che noi irriverenti -liberi, antiautoritari e rompiscatole per il rispetto delle regole- abbiamo letto e continuiamo a leggere libri diversi da molti di quelli che oggi, dando del folle al fascista di Macerata, credono di lavasi la coscienza dalle incrostazioni fasciste -per l’appunto- della stessa. Del resto, di che stupirsi? Non e’ un gioco nazionale quello del far finta, negare le evidenze, mettere sotto il tappeto tutto quello che non si vuole ammettere che esista e che vive con noi…. tanto poi col pentimento, a livello individual-religioso, due avemarie e siamo di nuovo illibati. (Vincenzo Donvito, presidente Aduc)

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La morte dei fascisti

Posted by fidest press agency su mercoledì, 31 marzo 2010

di Giano Accame. Prefazione di Giorgio Galli. Da Pericle a Ezra Pound, dalla Divina Commedia a Tommaso Filippo Marinetti, da Giovanni Gentile a Louis-Ferdinand Céline, una storia delle idee del XX secolo del tutto originale in cui Giano Accame passa in rassegna il rapporto concettuale e simbolico del fascismo con la morte, che la moderna società liberale ha rimosso, avendo perso il vero senso della vita, che non esclude il suo sacrificio per valori più alti come quello di patria. Attraverso la letteratura, la filosofia e gli eventi storici, questo saggio, profondo e articolato, a cui l’autore ha lavorato letteralmente fino all’ultimo, analizza il valore della morte, spogliandola di ogni aspetto morboso per riscoprirne la concezione naturale e anti-individualistica che ne fa un fatto sociale serenamente accettato.(Pagine 352 (testo: 346 + inserto: 6) Euro 19,00 Codice 14172Y ISBN 978-88-425-4506-4)

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Il vizio d’origine della politica italiana

Posted by fidest press agency su lunedì, 17 agosto 2009

Editoriale Fidest. Con il passaggio dalla monarchia alla repubblica gli italiani hanno presentato il primo conto a chi avrebbe potuto evitare la dittatura fascista e non l’ha fatto. Il secondo, con l’avvento dell’Uomo qualunque inteso come antipartito, doveva essere il prezzo da far pagare a quei partiti che invece di coalizzarsi per contrastare il movimento fascista hanno continuato a dividersi e a litigare tra loro. A mettere, in quest’ultima circostanza, il bastone tra le ruote vi è stata la “paura” di finire dalla padella nella brace con l’avvento della dittatura comunista. Così gli italiani sono stati costretti a bere sino all’ultima goccia, dal calice che è stato loro offerto, un’amara bevanda. Ma il male non è venuto da solo. La Dc fu condannata a governare da sola lacerata al proprio interno dai franchi tiratori che riducevano alla loro mercé i governi che venivano costituiti, da alleati inconsistenti e non certo alternativi alla guida del Paese per via dei loro bassi consensi popolari. Così si consolidò quello che Fanfani aveva fin dal 1967 temuto con l’ampliarsi della corruzione, della formazione di vari comitati d’affari, dal voto di scambio e degli intrallazzi con la criminalità organizzata per il controllo del territorio. I politologi del poi definirono questo scenario con il termine molto soft di “democrazia bloccata”. A spezzare tale spirale poco virtuosa e molto equivoca vi furono due eventi di cui uno esterno ai nostri confini domestici con la caduta del muro di Berlino e il collasso dell’Urss e l’altro con il ripulisti organizzato dalla procura di Milano e che passò alla storia come “mani pulite”. La vecchia guardia dei partiti come il Psi e la Dc ne uscirono malconci e con una caduta verticale dei consensi popolari. Sembrò salvarsi dallo scempio solo il Pci. A questo punto il partito della sinistra italiana senza demeriti ma nemmeno meriti si ritrovò maggioranza nel Paese. Chi poteva sbarrargli la strada? Praticamente nessuno. Ma non era destino che dopo anni d’opposizione, ed anche di consensi popolari che in certe elezioni avevano portato il Pci ad avvicinarsi al quorum dei voti per permettergli di governare l’Italia, si aggiungesse allo scorno la beffa. Spuntò quasi dal nulla un nuovo partito dal nome suggestivo di Forza Italia e un uomo che il potere lo aveva visto solo per interposta persona. Quest’uomo giocò molto bene la sua carta con il supporto mediatico delle sue televisioni, che coprivano quasi per intero il territorio nazionale, e con la rottura di un tabù alleandosi con il Msi poi divenuto Alleanza Nazionale e guidato da un giovane colonnello: Gian Franco Fini l’allievo prediletto di Almirante. Ma la sua marcia, che poteva essere trionfale, fu intralciata da un altro alleato, la Lega di Bossi, che sul più bello fece lo sgambetto alla nuova coalizione e permise alla sinistra, che nel frattempo aveva allargata la sua area di alleanze con i “cattolici di sinistra” e la costellazione di sinistra integralista sempre divisa e litigiosa, di battere il nemico comune: il centro-destra. Si capì subito che Bossi aveva bisogno di tempo per fare chiarezza al proprio interno e per studiare bene con chi poteva allearsi per raggiungere al meglio i suoi obiettivi che erano quelli, se non proprio di uno stato del Nord spaccando l’Italia in due tronconi, almeno quello di una autonomia amministrativa e politica così ampia da compensare, in qualche modo, la rinuncia del suo fine primario e con l’aggregazione dei territori che riteneva i più importanti e ricchi del Paese: il Triveneto, la Lombardia, il Piemonte e la Liguria. In questa partita a poker si capì subito chi poteva essere il vincitore poiché il centro sinistra era ancora legato da logiche ideologiche e dalla presunzione di poter guidare il Paese alla vecchia maniera considerandola la più gradita all’elettorato. Berlusconi, invece, seppe pagare il silenzio alle accuse rivoltagli dai leghisti riguardo i suoi intrallazzi da palazzinaro e da patron mediatico e che furono, tra l’altro, messi nero su bianco sul giornale dei leghisti. Promise anche che sarebbe arrivato a soddisfare le richieste dei leghisti per le loro autonomie locali e dei posti chiave nel governo. Il resto è storia dei giorni nostri. E’ la storia che tutti noi viviamo mentre i debiti berlusconiani sono pagati e l’Italia rischia di generare se non divisioni territoriali una nuova ondata xenofobica rivolta non solo agli extracomunitari ma agli stessi italiani che non appartengono alla famiglia del nord. E quelli del Centro sud? Stanno facendo la fine dei classici pifferai che andarono per suonare e furono suonati. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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