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Il Brexit ha favorito Renzi

Posted by fidest press agency su lunedì, 4 luglio 2016

Enrico Cisnetto, “Cortina InConTra”

Enrico Cisnetto, “Cortina InConTra”

Matteo Renzi è un uomo (apparentemente) fortunato. La Brexit, con tutta quella carica dirompente degli avvenimenti che colgono di sorpresa, ha sparigliato le carte in Europa e cambiato la scena – quantomeno mediatica – in Italia, rivoluzionando la gerarchia delle percezioni e delle attese. E siccome le pagine che sono state voltate dal vento inglese erano cariche di cattive notizie per Renzi e brutti presagi per il cammino del suo governo, specie dopo l’esito finale delle amministrative, ecco che dire che le ultime novità internazionali siano state un vero e proprio colpo di fortuna per il nostro presidente del Consiglio, non è affatto esagerato. Compreso il voto spagnolo, che ha inequivocabilmente dimostrato che quando scatta nei cittadini la consapevolezza dei rischi che si corrono a dar troppo sfogo alle proprie rabbie premiando le forze anti-sistema (in questo caso sono bastate le 48 ore di panico post-Brexit per ridimensionare Podemos), è automatico il ritorno all’ovile dei partiti tradizionali. Motivo di rassicurazione per Renzi, che era partito rottamatore e ora, dopo solo due anni, rischia di essere rottamato come uomo di establishment per mano di chi, in preda a paura per la caduta di consolidate certezze, vuole affidarsi ad altro e ad altri. E la fortuna di Renzi è misurabile anche dal fatto che Berlino e Bruxelles, pur con molti limiti, gli hanno dato il via libera al sistema di difesa delle banche che (tardivamente) l’Italia si è data. Anzi, avendolo concesso obtorto collo, e per di più platealmente, gli hanno persino consentito di apparire colui che finalmente ha messo a tacere quella cattivona della Merkel.
Ma la fortuna, si sa, va saputa gestire, perché fa presto a trasformarsi in un boomerang. Specie se, per presunzione e arroganza, non la si riconosce come tale e la si confonde con le proprie capacità e astuzie. E Renzi, ahinoi, il rischio di credersi non in debito con la dea bendata, lo corre. Eccome, se lo corre. Molti sostengono che al di là della solita ostentazione di sicurezza, l’uomo avrebbe perfettamente capito la lezione, e si starebbe orientando a cambiare modalità comunicativa, in modo da recuperare l’iniziale profilo di chi è lì per cambiare le cose, costi quel che costi. Altri aggiungono che potrebbe fare un passo in più, e fare un bel ricambio di ministri, prendendo atto che una delle sue maggiori debolezze è la (insipida) squadra di governo. Qualcuno si spinge persino a ipotizzare una discontinuità politica, sia sotto il profilo del programma di governo (“se ha vinto le europee con gli 80 euro, da là occorre ricominciare”) sia sotto il profilo delle alleanze (apertura alle minoranze interne al Pd, ripresa del dialogo nazareno con Berlusconi, secondo lo schema Confalonieri). Infine, il partito degli ottimisti pronostica che alla fine Renzi su referendum (spostare la data più avanti) e Italicum (premio alla coalizione e non più alla lista) finirà per essere il classico cane che abbaia (“non si cambia niente”) ma non morde, acconsentendo alle richieste che gli piovono un po’ da tutte le parti.Non sappiamo se sarà così. Molti argomenti militano a favore della tesi che vuole, quantomeno dopo la pausa estiva, un Renzi “nuovo”. Mentre contro ne milita uno solo, ma di gran peso: il carattere di Renzi, quell’infantile arroccarsi intorno alle proprie incrollabili certezze, quell’esser vittima di una presunzione pressoché infinita. Nell’uno come nell’altro caso, però, non sono queste le strade che possono consentire al premier di capitalizzare la fortuna. Anzi. Perché se anche dovessero avere ragione coloro che si dicono sicuri che Renzi, facendo violenza a se stesso, si spoglierà delle vesti di superman calzate finora, ci vuole ben altro per invertire la tendenza negativa certificata dal risultato delle amministrative e ipotizzata dai sondaggi sul referendum. Cosa? Renzi dovrebbe fare almeno cinque mosse. Una da segretario del Pd, una da leader in quanto tale, le altre tre da presidente del Consiglio. La prima è semplice: ammettere di avere sbagliato a voler accorpare le due funzioni, e dimettersi da capo del partito. Aprendo una fase congressuale vera, in modo da far assorbire dalle dinamiche interne tutte le spinte e controspinte fin qui concentrate su di lui, e che fino a ieri facevano capo ad una smandrappata minoranza mentre oggi, invece, vanno pericolosamente raccogliendo anche i suoi amici (più o meno fidati, leggi Franceschini). La seconda è una vera rivoluzione copernicana: passare da escludente a inclusivo. Glielo ha chiesto, in un bel intervento al Senato, Maurizio Sacconi, che pure milita nella sua maggioranza, suggerendogli di essere “inclusivo ed aperto all’ascolto” perché “in luogo del circolo vizioso che sta esaltando tutto ciò che ci divide si aprirà il circolo virtuoso che fa riconoscere ciò che ci unisce”. Il riferimento di Sacconi è a quel fenomeno di polarizzazione del consenso che il renzismo dividente ha generato, finendo col favorire la creazione di un anti-renzismo dilagante, di cui i 5stelle sono diventati i maggiori beneficiari.E veniamo al governo. Se noi fossimo in Renzi faremmo come prima mossa una radicale modifica della politica economica. Basta con la pia illusione che mettere una manciata di quattrini nelle tasche dei cittadini significhi riattivare i consumi e da lì la ripresa. La crescita del pil si ottiene solo con gli investimenti, pubblici (trasformando spesa corrente in spesa in conto capitale) e privati (abbassando il carico fiscale). Dunque, rovesciare il paradigma, e di conseguenza attrezzare una manovra sul debito (mettendo in gioco il patrimonio pubblico) che ci consenta di avere ampi margini di sforamento del deficit corrente. Su questa base, acquisendo la credibilità che oggi l’Italia non ha (a prescindere da chi la governa), sempre se fossimo in Renzi, costruiremmo una proposta strutturale di reset dell’Unione Europea. Non le intemerate (a parole), non le richieste con il cappello in mano (dateci un briciolo di flessibilità in più), ma un’iniziativa poggiata su una leadership forte e autorevole.
Infine, il capitolo riforma costituzionale e legge elettorale. Anche qui, se Renzi vuole davvero dimostrare di aver capito le diverse lezioni che gli sono venute in questi ultimi tempi, a cominciare dallo scriteriato uso del referendum fatto da Camerun, non può e non deve semplicemente metterci qualche pezza, magari accompagnata da uno stizzito “se proprio insistete…”. Naturalmente, non siamo così sciocchi da pensare che dopo aver spiegato per mesi che i suoi cambiamenti istituzionali rappresentano l’antidoto al declino del Paese, ora ci rimetta mano ricominciando tutto daccapo. Lo vorremo, perché pensiamo che l’intervento sul Senato sia una bestialità, ma sappiamo che siamo nel campo dell’impossibile. Ci basterebbe che per depotenziare i dirompenti effetti politici del referendum – che la sua ostinata (e autolesionistica) personalizzazione della consultazione ha messo in moto – facesse propria la proposta che i radicali hanno formalizzato e che noi stessi abbiamo lanciata tempo fa, di uno “spacchettamento” del quesito referendario, in modo da consentire agli italiani di scegliere entrando nel merito dei diversi aspetti della riforma. Siamo pronti a scommettere, per esempio, che la controriforma del titolo V sarebbe votata a grande maggioranza, compresi noi, che pure la avremmo preferita maggiormente accentuata in chiave di riduzione non solo delle funzioni ma anche del numero degli enti locali. Così, se anche dovesse essere battuta – come noi speriamo – la trasformazione del Senato in un dopolavoro per consiglieri regionali, per di più con il delicato compito – come ha spiegato Giulio Tremonti in un efficace articolo sul Fatto Quotidiano – di maneggiare le fondamentali normative comunitarie, ecco che politicamente la cosa avrebbe un effetto limitato, perché compensata da altro di segno opposto. Sarà così furbo Renzi da usare l’umiltà necessaria per fare questa mossa? Sì, se sarà altrettanto scaltro da uscire dal vicolo cieco dell’Italicum, perche le due cose si tengono. Come ha scritto con crudo ma sano realismo Peppino Caldarola, “la sua legge elettorale fa talmente schifo che, per eterogenesi dei fini, lo consegnerà alla sconfitta”. Ecco, Renzi ne prenda atto e, come gli può spiegare bene il professor Pasquino, cambi completamente strada, recuperando nella modalità di voto quella capacità di rappresentare la grande maggioranza della società. Che, oltre ad essere un basilare principio democratico, è una imprescindibile necessità se, oltre a vincere le elezioni e conquistare la maggioranza dei seggi parlamentari, si vuole anche avere un minimo di possibilità e capacità di governare.Insomma, Renzi smetta di recitare se stesso, prima che sia troppo tardi. (by Enrico Cisnetto direttore http://www.terzarepubblica.it)

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Scommesse: Berlusconi ancora in sella

Posted by fidest press agency su martedì, 31 maggio 2011

Batosta a Milano e Napoli per il centrodestra: vincono, nettamente, Pisapia e De Magistris e il risultato dei ballottaggi potrebbe riflettersi anche sulla tenuta del Governo. Nelle quote del bookmaker estero Bet1128, prima dei ballottaggi alle amministrative, il ko dell’Esecutivo entro il 2011 era a 1,95, Berlusconi ancora in sella anche per il 2012 è un’ipotesi che si mantiene a 1,70. Centrato il pronostico dei quotisti sul voto a Milano: nel testa a testa, riferisce Agipronews, Pisapia partiva da favorito a 1,70, contro il 2,40 assegnato alla Moratti. Il trionfo di De Magistris a Napoli spiazza anche i bookie: l’ex magistrato era quotato 2,40, con Lettieri a 1,50.

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Di cosa parliamo quando parliamo di uninominale

Posted by fidest press agency su sabato, 11 settembre 2010

Europa pag.7 di Massimiliano Iervolino. Il recente appello sull’uninominale promosso, tra gli altri, da Pietro Ichino, Marco Pannella e Mario Baldassarri, ha il merito di rimettere al centro del dibattito politico italiano il rapporto tra eletto ed elettore. Questo, da parecchi anni, è stato logorato da controriforme atte a ridimensionare il potere del cittadino a favore di quello dei partiti. Il punto più basso è stato sicuramente raggiunto con il cosiddetto “porcellum” ma le leggi elettorali che si sono susseguite prima di quella attuale, comprese quelle per i comuni e per le regioni, hanno sempre favorito un rapporto distorto con il territorio. Il collegio uninominale è l’unica alternativa alle nomine delle segreterie di partito ed al sistema di potere che c’è dietro il voto di preferenza. Proprio per questo motivo nel 1993 il popolo italiano, a stragrande maggioranza, votò a favore del collegio uninominale. Scelta che fu “tradita” dal legislatore che inserì quel 25% di quota proporzionale, che nei fatti ridimensionò la grande riforma che i promotori della consultazione popolare avevano a cuore. Va ricordato che il grande sostegno dei cittadini giunse durante tangentopoli, che concise con il momento più critico per la partitocrazia italiana. Purtroppo, sia il tradimento del referendum elettorale che quello sul finanziamento pubblico dei partiti, consentì a questi ultimi di conservare tutto il loro potere: infatti, negli anni successivi al terremoto giudiziario, abbiamo assistito al cambiamento di alcuni attori e di molte sigle elettorali ma purtroppo di mutamenti radicali che giovassero alla nostra democrazia non abbiamo visto neanche l’ombra. Il rischio che senza riforme strutturali si potesse passare al secondo tempo della prima Repubblica e non alla seconda, fu il monito che Marco Pannella lanciò durante “mani pulite”. Negli anni successivi a tangentopoli il Parlamento non ha approvato nessuna legge capace di riconsegnare interamente il potere di scelta ai cittadini e nessun passo in avanti è stato fatto in merito all’attuazione dell’articolo 49 della Costituzione. Il continuo intreccio della cronaca politica con quella giudiziaria, che continua tutt’oggi, è la miglior prova della giustezza dell’analisi di Pannella. L’alternativa è possibile solo con l’alterità nei comportamenti, altrimenti si parli di alternanza e nulla di più. Il sistema di potere dei partiti, che attanaglia il nostro paese da un sessantennio, può essere ridotto attraverso il collegio uninominale e, aggiungo, con le primarie previste per legge, a tutti i livelli, compreso quello locale. Le elezioni regionali, quelle comunali e quelle municipali, continuano a prevedere il voto di preferenza. Basta guardare cosa succede nelle assemblee elettive locali per capire che l’uso della preferenza non è auspicabile per chi vuole concepire una politica realmente alternativa. Lì dove dovrebbe nascere la futura classe dirigente del paese si ha un sistema elettorale che accentua il mantenimento dello status quo. Infatti, coloro che possono aspirare ad essere eletti in queste assemblee sono i soli candidati che negli anni hanno saputo rendere feconde le proprie clientele, pratica distante dalla cura del territorio e dalla possibilità di riconoscersi in esso. Illuminante, in materia, la struttura del bilancio della Regione Lazio, di recente modificata: fino al bilancio 2006, con un meccanismo che è esploso sotto la giunta Storace, erano allegate al documento di previsione delle spese le fantomatiche “tabelle”, un elenco di contributi da erogare senza alcuna ratio settoriale o geografica, se non il dover accontentare le clientele politiche di ciascun consigliere regionale. Un contributo di circa 600.000 euro all’anno per ogni eletto che, senza nessuna regola, poteva essere girato ad associazioni, chiese, centri sportivi, enti, fondazioni e tanto altro. Non era altro che il modo di ripagare i loro “grandi elettori” attraverso i soldi pubblici. Quando questo sistema per delinquere fu attaccato dalla stampa, i fautori di quella vera e propria truffa si difesero richiamandosi al rapporto con il territorio. Questo è uno dei tanti modi della politica “a delinquere” di ampliare la propria base elettorale. Metodi illegali che favoriscono coloro che ogni giorno curano le proprie clientele. Infatti, se così non fosse, non si comprenderebbe come perfetti sconosciuti siano capaci di raccogliere decine e decine di migliaia di preferenze. Tutto questo accade senza che un solo magistrato abbia la voglia di indagare su questi fatti, ma quella della non-giustizia italiana è un’altra storia (un altro capitolo!) della peste italiana.

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Golf: Molinari favorito all’Italian Open

Posted by fidest press agency su mercoledì, 5 maggio 2010

Cerca il primo successo stagionale nello European Tour Edoardo Molinari, considerato da Matchpoint come favorito nel prossimo BMW Italian Open, di scena al Royal Park I Roveri di Torino. L’azzurro viene offerto da Matchpoint a 12, davanti a Rhys Davies (18), già vincitore del torneo di Rabat, in Marocco. Può guardare con discreto ottimismo ad un altro successo anche Miguel Angel JImenez, trionfatore a Dubai a febbraio.
6140    2    VINCENTE BMW ITALIAN OPEN
09/05/2010  ore  07.30    Min-Max:  1- 1
ALTRO    1,50
MOLINARI E.    12,00
DAVIES R.    18,00
JIMENEZ M.A.    22,00
MAYBIN G.    25,00
MANASSERO M.    25,00
KJELDSEN S.    30,00
FISHER O.    30,00
MORRISON J.    35,00
JACQUELIN R.    35,00
MCGOWAN R.    40,00
DYSON S.    40,00
GARRIDO I.    40,00
AIKEN T.    40,00
DODD S.    40,00
CANIZARES A.    40,00
LUITEN J.    45,00
BOURDY G.    45,00
FRASER M.    50,00
LEVET T.    60,00
GREEN R.    60,00
(fonte:Sisal Match Point S.p.A.)

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Maratona di Milano

Posted by fidest press agency su domenica, 11 aprile 2010

Il 26enne keniano Jafred Chirchir Kipchumba (2h09’15”) e la 23enne etiope Asnakech Egigayehu Mengistu (2h25’50”) hanno vinto la decima edizione della Milano City Marathon, organizzata dal Consorzio Milano Marathon (composto da RCS Sport  – La Gazzetta dello Sport e Rosa & Associati), disputata questa mattina con partenza dal polo fieristico di Rho-Pero e arrivo in Piazza Castello Sforzesco. Sul velocissimo nuovo percorso milanese, nonostante il forte vento, entrambi hanno stabilito il proprio primato personale in maniera piuttosto netta. Chirchir Kipchumba ha preceduto sul traguardo il 31enne connazionale Charles Kamathi Waweru, grande favorito della vigilia, che ha chiuso in 2h11’24” e difeso con i denti il secondo posto, precedendo di poco il 28enne etiope Teferi Kebede Balcha (2h11’35”). La Mengistu ha invece messo in fila la keniana Anne Bererwe Cheptanui (2h28’22”) e la connazionale Yeshimebet Tadesse Bifa, che ha tagliato il traguardo stremata in 2h36’04”. Bella vittoria nella gara per hand-bike per Alex Zanardi (1h21’19”) che ha superato in volata Paolo Cecchetto.
Gara Maschile Gli uomini erano partiti a un buon ritmo (15’03” ai 5 km, 30’30” ai 10 km), ma poi il vento ha rallentato il gruppo di nove atleti, transitato a metà gara in 1h04’33”. Al 30° km, dopo il ritiro delle due lepri Barnabas Kosgei e Solomon Bushendich, il primo ad aprire la battaglia è stato proprio Chirchir Kipchumba, seguito solo da Kamathi. I due hanno corso assieme per 7 km, ma poi al 37° km il vincitore ha lanciato l’attacco decisivo, staccando l’ex campione mondiale dei 10.000 nel 2001, bloccato dai crampi. «Non mi aspettavo di vincere, ho dato il massimo e sono contentissimo», ha dichiarato Chirchir Kipchumba, che aveva un primato di 2h10’42”, fa parte del gruppo dell’altro grande favorito della gara Robert Cheboror (5° al traguardo) e si allena nella Rift Valley, vicino alla famosissima Eldoret. «Il vento? Non mi ha dato troppo fastidio», ha aggiunto. «Speravo di fare meglio, ma ho avuto grossi problemi muscolari – ha detto invece Kamathi – Il percorso è molto bello, velocissimo, peccato per il vento». Il primo europeo al traguardo è stato il francese, di origine marocchina, Ahmed Ezzobayry (10° in 2h19’53”), mentre il primo italiano è stato Tommaso Vaccina (12° in 2h22’59”).Gara femminile
Quasi folle invece il ritmo imposto alla gara femminile dalle due etiope Mengistu e Bifa, con un passaggio a metà gara di 1h11’52”, in linea per migliorare di oltre un minuto il primato della corsa (2h24’59” di Margaret Okayo nel 2002). Al 29° km, però, la vincitrice è rimasta da sola, mentre la connazionale entrava in crisi, perdendo oltre 10’ e venendo scavalcata dalla keniana Bererwe. Quest’ultima è stata protagonista di una grande rimonta: passata a metà gara in 1h15’15”, nella seconda metà si è scatenata con un parziale di 1h13’07”. «Mi aspettavo di vincere perché sapevo di essere ben allenata», ha dichiarato la Mengistu, che vive in un sobborgo di Addis Abeba chiamato Ketebe. Dopo l’arrivo ha avuto qualche problema di stomaco che le ha impedito di salire sul palco delle premiazioni e di partecipare alla conferenza stampa. «Ho avuto dei problemi con i ristori, poi il freddo e lo sforzo hanno fatto il resto – ha spiegato – Se ci fossero state delle condizioni migliori avrei potuto correre in meno di 2h25’, come avevamo previsto». «Sono felicissima, perché ho fatto una gara intelligente – ha raccontato invece la Bererwe – Non ero in grado di correre veloce come le prime, dunque ho deciso di fare la mia corsa». La prima atleta italiana al traguardo è stata invece la marchigiana Marcella Mancini, 4° in 2h37’43”. «Speravo di fare meglio, ma non riuscivo a respirare bene», ha dichiarato.

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