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Contro l’inflazione la Fed parla chiaro

Posted by fidest press agency su mercoledì, 28 settembre 2022

A cura di Jeffrey Cleveland, Chief Economist di Payden & Rygel. Nel corso del meeting del FOMC di settembre, il presidente della Fed Jerome Powell ha ribadito il messaggio di Jackson Hole, sottolineando la volontà della Fed di riportare l’inflazione al 2% anche a costo di una recessione. Come ha detto una volta Alan Blinder, ex vicepresidente della Federal Reserve, “c’è stabilità dei prezzi quando si smette di parlare di inflazione”. L’inflazione, invece, ha animato la maggior parte dei dibattiti prima, durante e dopo l’ultima riunione del FOMC ed è verosimile che gli operatori di mercato non parleranno d’altro nel prossimo futuro.Come farà la Fed a garantire la stabilità dei prezzi? “Continueremo a farlo fino a quando il lavoro non sarà terminato”: la risposta di Powell nel corso della conferenza stampa post-meeting è un chiaro riferimento, in omaggio al libro di memorie di Paul Volcker, ai rialzi dei tassi. Se si considera l’ultimo rialzo di 75 punti base deciso in settembre, quest’anno la Fed ha aumentato complessivamente il tasso di riferimento di 300 punti base.Per quest’anno i policymaker stimano un tasso overnight del 4,25-4,50%. Se la Fed si atterrà a questa previsione (a nostro avviso probabile), il 2022 sarà caratterizzato dal più forte aumento annuo in punti percentuali dal 1981. I policymaker si aspettano anche un tasso sui fondi del 4,50-4,75% alla fine del 2023, il che significa che la Fed intende raggiungere il suo tasso “estremo” e mantenere i tassi elevati più a lungo di quanto la maggior parte degli operatori di mercato si aspetti (il mercato dei futures sui Fed Funds prevede tagli nel terzo trimestre del 2023). Powell ha persino specificato che i tassi di interesse reali (cioè corretti per l’inflazione) dovrebbero essere in territorio positivo “lungo la curva dei rendimenti” prima che il lavoro della Fed sia completato.Forse i banchieri centrali sperano che, il parlare in modo deciso di inflazione, possa dissuadere l’opinione pubblica dal discuterne, mantenendo le aspettative ancorate e l’inflazione sotto controllo.In pratica, Powell ha sottolineato come il percorso verso la stabilità dei prezzi implichi “un periodo prolungato di crescita inferiore al trend” e “un aumento del tasso di disoccupazione” fino al 4,4% nel 2023, secondo la stima dei policymaker.Sembra dunque che il FOMC si aspetti l’inflazione venga “schiacciata” da una recessione, che storicamente è avvenuta ogni volta che il tasso di disoccupazione medio a tre mesi ha registrato un aumento di appena lo 0,5%. Il tasso di disoccupazione è del 3,7%, in aumento rispetto al minimo del ciclo del 3,5%. Un ulteriore aumento al 4,4% sarà sufficiente?Nonostante il forte aumento dei tassi d’interesse da un anno all’altro, l’economia statunitense rimane solida. Powell vede un mercato del lavoro ancora sbilanciato ed estremamente rigido, con l’offerta di lavoro variata di poco rispetto all’inizio dell’anno e con il rischio di un’impennata dei salari e di un’inflazione di fondo persistente anche nel prossimo anno.Powell ha infine citato i tassi di variazione annualizzati a 3, 6 e 12 mesi dell’indicatore di inflazione sottostante preferito dalla Fed, il PCE core, affermando che il “tasso di aumento superiore al 4,5% in tutti i periodi è decisamente troppo elevato” per la stabilità dei prezzi. Il rischio, semmai, è che la Fed debba fare di più per garantire la stabilità dei prezzi: un’idea che fa riflettere, viste le variazioni dei tassi di quest’anno. In conclusione, la Fed non solo continuerà ad aumentare e mantenere alti i tassi per tutto il 2023, ma lo farà anche se il tasso di disoccupazione dovesse aumentare.

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PGIM Fixed Income: post FED Meeting – Short-Term Pain, Long-Term Gain

Posted by fidest press agency su mercoledì, 28 settembre 2022

A cura di Robert Tipp, Portfolio Manager del fondo PGIM Absolute Return. Nell’ultima riunione il FOMC ha aumentato il tasso sui Fed Funds di 75 punti base e ha innalzato in modo significativo il percorso previsto per il tasso ufficiale nei prossimi anni. Le reazioni del mercato erano prevedibili visto l’esito aggressivo: aumento dei tassi a breve, calo dei prezzi delle azioni e ampliamento degli spread del credito. Tuttavia, la Fed potrebbe essere vicina alla fine del ciclo di rialzo e anche i tassi a lungo termine, che sono scesi dopo la riunione, potrebbero essere vicini al picco. Le quattro implicazioni per i mercati Punto 1: I tassi a lungo termine sono vicini al “picco” del ciclo? Nonostante il drammatico ri-prezzamento della parte finale della curva nelle ultime settimane, che è proseguito fino a mercoledì 21 settembre– per esempio, il Treasury a 2 anni, è salito di oltre 100 pb negli ultimi due mesi – l’obbligazionario a lungo termine sta a malapena toccando nuovi massimi di rendimento rispetto a metà giugno. In effetti, i rendimenti dei Treasury a lungo termine sono scesi. Punto 2: Valvola di sfogo: Tassi a breve termine. Nonostante i rialzi dei tassi di mercoledì 21 settembre, resta il fatto che l’economia non ha ancora cambiato chiaramente rotta, con un’inflazione che si mantiene criticamente alta a causa di una domanda superiore all’offerta. Finché questa tensione economica permane, il tasso sui Fed Funds e i rendimenti dei Treasury a breve termine fungeranno da valvola di sfogo, e le aspettative sui tassi potrebbero non essere ancora superiori a quelle attuali. Punto 3: Percorso accidentato, ma forse non letale per i prodotti di rischio… Nonostante la debolezza di mercoledì 21 settembre, a questo punto i prezzi delle azioni sono al di sopra e gli spread creditizi al di sotto dei loro livelli peggiori di giugno, il che suggerisce che, per quanto riguarda i mercati, le probabilità di un hard landing non sembrano essere più elevate di quanto non fossero a giugno, il che riflette un piccolo voto di fiducia da parte dei mercati, nonostante il percorso verso tassi d’interesse più elevati e l’inflazione ostinata. Di conseguenza, il bicchiere delle prospettive per la propensione al rischio dovrebbe essere mezzo vuoto o mezzo pieno a seconda dell’evoluzione dell’inflazione. Punto 4: Il percorso del dollaro si conferma al rialzo. Mentre in gran parte del mondo si discute delle basi dell’elevata inflazione e dell’aumento dei tassi a breve termine, per quanto riguarda le valute, la situazione degli Stati Uniti sembra meno grave o migliore di quella del resto del mondo. Per concludere la Fed ha evidenziato la propria determinazione a ridurre l’inflazione, continuando a spostare verso l’alto la traiettoria prevista per il tasso sui Fed funds in risposta alle rilevazioni più elevate. Tuttavia, il mercato continua a confidare nella capacità della Fed di stabilizzare l’inflazione e i rendimenti a lungo termine, e a meno che non si verifichi un altro aumento delle aspettative sui tassi a breve, potrebbero già trovarsi nella “zona di picco” per questo ciclo. Per quanto riguarda la propensione al rischio, sebbene sia le azioni che i prodotti a spread siano rimasti deboli dopo la riunione di mercoledì 21 settembre, stazionano comunque a livelli migliori rispetto ai livelli peggiori toccati a giugno, suggerendo che, in assenza di una Fed ancora più falco e/o di un peggioramento del contesto dei fondamentali, la propensione al rischio potrebbe essere incanalata in un processo di stabilizzazione.

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Perché la Fed continuerà sulla linea dura

Posted by fidest press agency su lunedì, 26 settembre 2022

A cura di Jeffrey Cleveland, Chief Economist di Payden & Rygel. Negli Stati Uniti le pressioni inflazionistiche non hanno mostrato segni di attenuazione in agosto, anzi sono peggiorate. Il rischio che l’inflazione possa continuare o peggiorare ulteriormente spingerà i banchieri centrali a prendere misure preventive. Un approccio riassunto, senza giri di parole, dal governatore del Fed Board Christopher Waller, in un recente discorso a Vienna: “Lasciarsi trarre in inganno da un ammorbidimento temporaneo dell’inflazione potrebbe avere ora conseguenze ancora più gravi. Quindi, finché non vedrò una significativa e persistente moderazione dell’aumento dei prezzi di base, sosterrò l’adozione di ulteriori misure di inasprimento della politica monetaria”. Gli investitori, che hanno familiarità con il ciclo di rialzi del 1977-1980, ricorderanno che la Fed si orientò verso tagli dei tassi nel 1980, dopo che l’inflazione di base sembrava aver raggiunto il picco all’inizio dell’anno e il tasso di disoccupazione era salito al 6%. Sfortunatamente, i banchieri centrali furono smentiti da una nuova accelerazione dell’inflazione di base, che raggiunse i massimi all’inizio del 1981. In risposta, la Fed aumentò ulteriormente il tasso dei Fed Funds nel 1981. Oggi, la Fed non vuole essere ingannata di nuovo. A Vienna, Waller ha anche precisato cosa si debba intendere per “moderazione significativa e persistente” dell’inflazione di base: un’inflazione su base mensile al di sotto del 0,3%. Per tutta l’estate abbiamo consigliato di non opporsi alla Fed.Il contesto appena descritto è essenziale per analizzare la pubblicazione, avvenuta la scorsa settimana, dell’indice dei prezzi al consumo (CPI) di agosto. Molti investitori si aspettavano un ammorbidimento delle pressioni inflazionistiche. Invece, i prezzi dei principali beni sono aumentati dello 0,1% e rimangono dell’8,3% al di sopra dei livelli di un anno fa. È vero che i prezzi del gas sono scesi, ma molte altre categorie hanno continuato a salire, con il CPI core in accelerazione dell’0,6% su base mensile e del 6,3% su base annua. L’inflazione è un problema significativo, che i banchieri centrali cercheranno di risolvere anche a rischio di far deragliare l’economia per evitare gli imbarazzanti fallimenti degli anni Settanta e Ottanta. Il fatto che le tendenze dell’inflazione di fondo fino ad agosto sono rimaste elevate, significa che i banchieri centrali hanno ancora molto lavoro da fare. (abstract by bc-communication.it)

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La Fed nel pallone

Posted by fidest press agency su sabato, 24 settembre 2022

di Mario Lettieri e Paolo Raimondi Come ogni anno, nell’ultima settimana di agosto l’attenzione del mondo della finanza internazionale è puntata sul seminario organizzato dalla Federal Reserve Bank di Kansas City nella cittadina di Jackson Hole tra le montagne del Wyoming. Il tema di quest’anno è “Riesaminare i vincoli su economia e politica”, per cercare di far fronte all’inflazione galoppante e alla recessione incipiente. In altre parole alla stagflazione. Dal discorso del presidente della Fed, Jerome Powell, emerge la mancanza di ammissione degli errori fatti in passato. Invece, egli avverte che, per mettere sotto controllo l’inflazione, sarà necessario uno sforzo prolungato e doloroso per le famiglie e le imprese.Egli parla di alti tassi d’interesse per un periodo più lungo, sperando che “a un certo punto sarà opportuno rallentare il ritmo degli aumenti”. Purtroppo,come sempre, gli effetti delle politiche monetarie della Fed si riverseranno su tutto il resto del mondo, in particolare sui Paesi emergenti e sull’Europa.Per capire sia la grave situazione sia la “pochezza” della visione e della politica del banchiere centrale è il caso di ricordare quanto disse nei due passati incontri di Jackson Hole. Nel 2021 si distinse per le affermazioni relative alla “temporaneità” dell’inflazione, che, secondo lui, sarebbe tornata sotto il fatidico, magico 2%. Un “wishful thinking”, un pio desiderio.Nel 2020, invece, Powell affermò che avrebbe continuato ad acquistare asset fino a ottenere progressi sostanziali quali la massima occupazione e la stabilità dei prezzi. “La mia opinione, disse, è che il test di un nuovo progresso sostanziale sia stato soddisfacente per quanto riguarda l’inflazione.”. Un altro abbaglio. Oggi il bilancio della Fed è di 9.000 miliardi di dollari, con un aumento di circa 4.800 miliardi dal Covid del 2020.Nel discorso di qualche giorno fa, egli ha spiegato la crisi in corso negli Stati Uniti affermando che “l’alta inflazione attuale è il prodotto di una forte domanda e di un’offerta limitata“. Ancora una volta l’abusata e semplicistica legge del mercato, dove domanda e offerta non trovano equilibrio. In questo modo si cercano delle spiegazioni e delle giustificazioni oggettive per coprire le politiche finanziarie “soggettive”, cioè le decisioni e i comportamenti errati e tolleranti verso le speculazioni e le innumerevoli bolle del debito.La politica del tasso zero e degli acquisti di titoli attraverso i quantitative easing hanno gonfiato a dismisura il debito pubblico e privato. Siamo in una situazione peggiore di quella del 2008, con un’incipiente crisi finanziaria con effetti globali. Infatti, tutti gli strumenti di “gestione della crisi” sono già stati utilizzati! Powell ha affermato che, dalle crisi economiche dei passati cinquanta anni, ha imparato tre lezioni. La prima è che “la banca centrale può e dovrebbe assumersi la responsabilità per raggiungere un’inflazione bassa e stabile”. Troppo ovvia. Ci mancherebbe altro. La seconda lezione riguarda il fatto che “le attese pubbliche rispetto all’inflazione futura possono giocare un ruolo importante nel tracciare il percorso dell’inflazione nel tempo”. Quando mancano i programmi e le politiche ancora una volta si ricorre alla psicologia più spicciola per rimpiazzare l’economia. Powell spera che non ci siano altri “grandi choc” e ricorda la Great Inflation del 1979 quando l’allora governatore della Fed, Paul Volcker, intervenne con alti tassi d’interesse. Dimentica, però, di dire che nel giugno 1981 il tasso era del 20%! La terza e ultima lezione sarebbe stare sul pezzo fino alla fine, a qualunque costo. Ricorda che nei 15 anni precedenti l’inizio degli anni ottanta tutti i tentativi di contenere l’inflazione fallirono. In seguito, Volcker impose “una politica monetaria molto restrittiva per un lungo periodo”. Prospettiva amara. Veramente l’ottimismo è poco. Ovviamente le tensioni geopolitiche tra gli Usa, la Cina e la Russia contribuiscono a ridurre ancora di più le speranze di affrontare insieme anche le grandi sfide economiche, finanziarie e monetarie globali. L’unico spazio operativo rimasto è il G20, che alcuni addirittura vorrebbero smantellare. Spazi enormi per l’Europa si aprono se vuole giocare a tutto campo il ruolo di “pacificatore” da un lato e dall’altro di riformatore del sistema economico, finanziario e monetario tra i Paesi del cosiddetto mondo occidentale e i Paesi degli altri continenti, a partire dalla Cina. Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e Paolo Raimondi economista (fonte: http://www.societalibera.org)

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La Fed rialza di 75 pb e spaventa i mercati

Posted by fidest press agency su giovedì, 22 settembre 2022

A cura di Giorgio Broggi, Quantitative Analyst di Moneyfarm. Come da attese, la Banca Centrale americana ha rialzato i tassi di 75 basis point, sventando il rischio, parzialmente prezzato, di un rialzo da 100 bp dei tassi. Nonostante l’inflazione abbia sorpreso al rialzo anche ad agosto (8.3% annuale contro l’8.1% atteso), la Fed ha probabilmente tenuto conto di due fattori principali per optare per “soli” 3 rialzi. Per prima cosa, l’aumento dei prezzi ha, seppur lentamente, iniziato ad abbassarsi rispetto al picco estivo. Inoltre, cosa forse ancor più rilevante, Powell è consapevole dei rischi che un rialzo più aggressivo potrebbe avere sulla crescita economica, che rimane resiliente, ma le cui attese sono state ancora una volta riviste al ribasso proprio durante il meeting. Tutto sommato, la decisione ha comunque, in qualche modo, spaventato i mercati, con l’azionario al ribasso e il Dollaro in rafforzamento contro l’Euro, mentre la curva 2-10 anni si è invertita ancor di più, catturando aspettative ancor più restrittive per il prossimo anno e segnalando i sempre maggiori rischi di attuare un soft-landing.

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“PIMCO: l’inflazione elevata di agosto potrebbe spostare più in alto la traiettoria dei tassi di interesse della Fed”

Posted by fidest press agency su lunedì, 19 settembre 2022

A cura di Tiffany Wilding e Allison Boxer, Economist di PIMCO. Gli Stati Uniti hanno registrato un altro rovente rapporto sull’indice dei prezzi al consumo. Un’inflazione più viscosa e più ampia nel mese di agosto suggerisce che la Federal Reserve ha ancora del lavoro da fare per contenere l’aumento dei prezzi e le probabilità di un hard landing per l’economia statunitense continuano ad aumentare. La Federal Reserve potrebbe essere spinta a puntare su un tasso dei Fed Funds terminale più alto nel tentativo di domare le aspettative di inflazione degli Stati Uniti dopo il forte aumento dei prezzi di agosto. L’inasprimento delle condizioni finanziarie statunitensi e l’innalzamento del tasso sui Fed Funds fanno pensare inoltre che il percorso verso un atterraggio morbido continui a restringersi e che una recessione statunitense potrebbe essere più probabile che non nei prossimi 12 mesi. Il rapporto CPI di agosto suggerisce che l’inflazione statunitense impiegherà più tempo a diminuire. I funzionari della Fed sono già nel periodo di “blackout” in vista della riunione del 20-21 settembre e noi (e i mercati) riteniamo ancora probabile un rialzo di 75 punti base. A nostro avviso, piuttosto che sollecitare una mossa più drastica alla prossima riunione (come un rialzo più consistente), gli ultimi dati sul CPI depongono invece fortemente a favore di uno spostamento verso l’alto dei “dot”, ossia le previsioni a breve e lungo termine dei funzionari della Fed sul tasso sui Fed Funds. Le nuove proiezioni saranno rese note in occasione della riunione di settembre e ci aspettiamo di vedere un tasso terminale medio più alto, pari al 4,5%, il che suggerisce che la Fed avrebbe ancora della strada da fare nel processo di rialzo dei tassi prima di passare al mantenimento del tasso sui Fed Funds, poiché il ritmo più graduale della disinflazione richiede una politica più aggressiva nel tentativo di evitare un ulteriore aumento delle aspettative di inflazione. (abstract by http://www.verinieassociati.com/)

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Inflazione USA: “Obiettivo 2% lontano, Fed restrittiva più a lungo”

Posted by fidest press agency su domenica, 18 settembre 2022

By Jon Maier, CIO di Global X. I dati sull’inflazione statunitense ad agosto sono risultati più elevati del previsto, consolidando la traiettoria della FED per un rialzo di 75 punti base alla riunione del FOMC di settembre. Il CPI è aumentato di 10 punti base mese su mese e dell’8,3% anno su anno, mentre il CPI core, che esclude i generi alimentari e l’energia, è aumentato di 60 punti base mese su mese e del 6,3% anno su anno. I dati di questo mese ci dicono che i consumatori continuano a sperimentare pressioni al rialzo sul costo della vita, in quanto le case, le cure mediche e il settore dell’arredamento hanno registrato un aumento maggiore rispetto ai dati di luglio. Una nota positiva è che l’indice energetico è sceso del 5% ad agosto, con la benzina e le altre materie prime energetiche che hanno registrato uno dei maggiori ribassi degli ultimi mesi. A nostro avviso, questo indica che la Fed e i mercati sposteranno la loro attenzione sull’inflazione core, che potrebbe rivelarsi più difficile da abbattere nel breve termine. A meno che non si registri un miglioramento sostanziale del CPI core, la Fed sarà propensa ad attuare una politica monetaria maggiormente restrittiva e per un tempo più lungo, allo scopo di contenere la domanda aggregata e riportare l’inflazione all’obiettivo del 2%. Un obiettivo che probabilmente non sarà raggiungibile nel breve termine.

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Finanza internazionale: La Fed nel pallone

Posted by fidest press agency su martedì, 6 settembre 2022

di Mario Lettieri e Paolo Raimondi Come ogni anno, nell’ultima settimana di agosto l’attenzione del mondo della finanza internazionale è puntata sul seminario organizzato dalla Federal Reserve Bank di Kansas City nella cittadina di Jackson Hole tra le montagne del Wyoming. Il tema di quest’anno è “Riesaminare i vincoli su economia e politica”, per cercare di far fronte all’inflazione galoppante e alla recessione incipiente. In altre parole alla stagflazione. Dal discorso del presidente della Fed, Jerome Powell, emerge la mancanza di ammissione degli errori fatti in passato. Invece, egli avverte che, per mettere sotto controllo l’inflazione, sarà necessario uno sforzo prolungato e doloroso per le famiglie e le imprese. Egli parla di alti tassi d’interesse per un periodo più lungo, sperando che “a un certo punto sarà opportuno rallentare il ritmo degli aumenti”. Purtroppo, come sempre, gli effetti delle politiche monetarie della Fed si riverseranno su tutto il resto del mondo, in particolare sui Paesi emergenti e sull’Europa. Per capire sia la grave situazione sia la “pochezza” della visione e della politica del banchiere centrale è il caso di ricordare quanto disse nei due passati incontri di Jackson Hole. Nel 2021 si distinse per le affermazioni relative alla “temporaneità” dell’inflazione, che, secondo lui, sarebbe tornata sotto il fatidico, magico 2%. Un “wishful thinking”, un pio desiderio. Nel 2020, invece, Powell affermò che avrebbe continuato ad acquistare asset fino a ottenere progressi sostanziali quali la massima occupazione e la stabilità dei prezzi. “La mia opinione, disse, è che il test di un nuovo progresso sostanziale sia stato soddisfacente per quanto riguarda l’inflazione.”. Un altro abbaglio. Oggi il bilancio della Fed è di 9.000 miliardi di dollari, con un aumento di circa 4.800 miliardi dal Covid del 2020. Nel discorso di qualche giorno fa, egli ha spiegato la crisi in corso negli Stati Uniti affermando che “l’alta inflazione attuale è il prodotto di una forte domanda e di un’offerta limitata“. Ancora una volta l’abusata e semplicistica legge del mercato, dove domanda e offerta non trovano equilibrio. In questo modo si cercano delle spiegazioni e delle giustificazioni oggettive per coprire le politiche finanziarie “soggettive”, cioè le decisioni e i comportamenti errati e tolleranti verso le speculazioni e le innumerevoli bolle del debito. La politica del tasso zero e degli acquisti di titoli attraverso i quantitative easing hanno gonfiato a dismisura il debito pubblico e privato. Siamo in una situazione peggiore di quella del 2008, con un’incipiente crisi finanziaria con effetti globali. Infatti, tutti gli strumenti di “gestione della crisi” sono già stati utilizzati! Powell ha affermato che, dalle crisi economiche dei passati cinquanta anni, ha imparato tre lezioni. La prima è che “la banca centrale può e dovrebbe assumersi la responsabilità per raggiungere un’inflazione bassa e stabile”. Troppo ovvia. Ci mancherebbe altro. La seconda lezione riguarda il fatto che “le attese pubbliche rispetto all’inflazione futura possono giocare un ruolo importante nel tracciare il percorso dell’inflazione nel tempo”. Quando mancano i programmi e le politiche ancora una volta si ricorre alla psicologia più spicciola per rimpiazzare l’economia. Powell spera che non ci siano altri “grandi choc” e ricorda la Great Inflation del 1979 quando l’allora governatore della Fed, Paul Volcker, intervenne con alti tassi d’interesse. Dimentica, però, di dire che nel giugno 1981 il tasso era del 20%! La terza e ultima lezione sarebbe stare sul pezzo fino alla fine, a qualunque costo. Ricorda che nei 15 anni precedenti l’inizio degli anni ottanta tutti i tentativi di contenere l’inflazione fallirono. In seguito, Volcker impose “una politica monetaria molto restrittiva per un lungo periodo”. Prospettiva amara. Veramente l’ottimismo è poco. Ovviamente le tensioni geopolitiche tra gli Usa, la Cina e la Russia contribuiscono a ridurre ancora di più le speranze di affrontare insieme anche le grandi sfide economiche, finanziarie e monetarie globali. L’unico spazio operativo rimasto è il G20, che alcuni addirittura vorrebbero smantellare. Spazi enormi per l’Europa si aprono se vuole giocare a tutto campo il ruolo di “pacificatore” da un lato e dall’altro di riformatore del sistema economico, finanziario e monetario tra i Paesi del cosiddetto mondo occidentale e i Paesi degli altri continenti, a partire dalla Cina. Di Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e Paolo Raimondi economista

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PIMCO: La Fed conferma la linea dura per contenere l’inflazione

Posted by fidest press agency su lunedì, 5 settembre 2022

A cura di Tiffany Wilding e Allison Boxer, US Economist di PIMCO. Gli operatori di mercato hanno ascoltato con attenzione i funzionari della Federal Reserve al simposio annuale di Jackson Hole, nello Stato del Wyoming, alla ricerca di qualsiasi segnale che indicasse quanto la banca centrale sia ancora impegnata nella lotta all’inflazione, nonostante le preoccupazioni per i costi associati alla crescita e all’occupazione. Il messaggio del presidente Jerome Powell nel discorso di venerdì mattina è stato breve, chiaro e diretto: l’inflazione rimane troppo alta e la Fed non si sottrarrà dal fare ciò che è necessario per riportare l’inflazione sotto controllo. Avendo imparato dalla storia, i funzionari della Fed hanno avvertito che non saranno rapidi nel dichiarare vittoria sull’inflazione. Ciò significa che gli investitori, le imprese e le comunità dovrebbero aspettarsi tassi d’interesse più elevati per un periodo più lungo, poiché i policymaker si impegneranno a ridurre l’inflazione in modo duraturo. Con un’inflazione che si prevede in via di moderazione, ma ancora al di sopra dell’obiettivo, riteniamo che la Fed procederà a un ulteriore ed eccessivo inasprimento quest’anno e poi manterrà i tassi fermi anche quando l’economia statunitense rallenterà fino al 2023.Il discorso del presidente Powell, molto atteso, ha trasmesso il messaggio da falco che gli operatori di mercato stavano aspettando. In uno dei discorsi più brevi tenuti a Jackson Hole da un presidente della Fed a memoria d’uomo, ha riaffermato in modo inequivocabile l’impegno della Fed a ridurre l’inflazione, anche se ciò richiederà probabilmente “un po’ di sofferenza”. Il presidente Powell ha fatto riferimento alle lezioni della storia per sottolineare come i funzionari della Fed di oggi riconoscano che non possono permettersi di lasciare che le aspettative di inflazione si disancorino, e che i tassi continueranno a frenare la domanda fino a quando i funzionari non saranno certi che l’inflazione sia tornata pienamente sotto controllo.I commenti del presidente Powell sono stati ripresi da altri funzionari della Fed in molte interviste rilasciate ai media durante il simposio. Nonostante i dati sull’inflazione di luglio siano stati più contenuti, sia per quanto riguarda l’indice dei prezzi al consumo (CPI) sia per quanto riguarda l’indice dei prezzi per le spese per consumi personali (PCE), i funzionari della Fed non sono ancora pronti a dichiarare vittoria sull’inflazione. Ciò è coerente con la nostra opinione che, sebbene vi siano segnali di un’inflazione statunitense al picco o vicina al picco su base annua, la tendenza di fondo dell’inflazione non sembra coerente con l’obiettivo della Fed. Il simposio di Jackson Hole ha riunito accademici e funzionari per esaminare i numerosi insegnamenti derivanti dalle limitazioni dell’offerta che hanno caratterizzato il periodo della pandemia. Sebbene i funzionari della Fed possano prendere in considerazione ogni singolo dato nel considerare il percorso di politica monetaria a breve termine, queste considerazioni hanno importanti implicazioni per quella a medio e lungo termine. Le sessioni hanno esplorato il modo in cui il periodo della pandemia può influenzare la produttività, la produzione e i tassi neutrali di politica monetaria nel lungo periodo, interrogandosi se il framework della Fed debba evolversi per affrontare queste nuove sfide.Le prospettive di un aumento dell’inflazione e di una riduzione della crescita hanno messo la Fed in una posizione difficile, ma i banchieri centrali hanno utilizzato Jackson Hole per ribadire che il proprio obiettivo principale rimane quello di ancorare le aspettative di inflazione attraverso un rapido aumento del tasso sui Fed funds. Questo approccio ha già prodotto il ritmo più rapido di inasprimento delle condizioni finanziarie dal fallimento di Lehman Brothers del 2008, secondo l’indice delle condizioni finanziarie statunitensi di PIMCO. Nei prossimi trimestri, ci aspettiamo che i funzionari della Fed continuino a seguire il percorso di inasprimento della politica monetaria precedentemente delineato; i messaggi trasmessi a Jackson Hole hanno ribadito che una politica monetaria più restrittiva è destinata a permanere nonostante le rigide prospettive riguardanti la crescita.

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PIMCO: Commento in seguito al meeting della FED

Posted by fidest press agency su venerdì, 29 luglio 2022

A cura di Tiffany Wilding, US Economist di PIMCO. Come ampiamente previsto, la Federal Reserve ha aumentato il tasso d’interesse target di 75 punti base, portando il punto medio dell’intervallo di riferimento al 2,35%, appena al di sotto della stima sulla neutralità nel lungo periodo.Nel corso della conferenza stampa, il presidente Powell ha anche affermato che una politica monetaria “modestamente restrittiva” è giustificata dagli attuali fondamentali economici, tra cui l’inflazione elevata, e ha accennato al fatto che a settembre potrebbe essere necessaria un altro aggiustamento di rilievo al tasso sui Fed Funds per garantire che la politica monetaria sia restrittiva.Il mercato dei Treasury ha registrato un’impennata in risposta alla dichiarazione e ai commenti di Powell, suggerendo che i mercati stavano prezzando il rischio di un’azione più aggressiva alla luce delle recenti sorprese sull’inflazione.In effetti, l’inflazione in gran parte del mondo è stata più persistente di quanto previsto da molti banchieri centrali. Ciò ha sollevato il timore che possa essere necessaria una recessione – e non solo un periodo di crescita inferiore al trend – per ripristinare la stabilità dei prezzi. Ciò sembra particolarmente vero negli Stati Uniti, dove, sebbene l’inflazione complessiva probabilmente si ridurrà nei prossimi mesi a causa del recente calo dei prezzi globali del petrolio e dell’agricoltura, l’inflazione dei salari e del mercato degli affitti – due aree in cui le tendenze dei prezzi tendono a essere più persistenti – hanno effettivamente accelerato (per esempio, si veda il Wage Growth Tracker della Fed di Atlanta).Sebbene vi sia incertezza circa l’esatto livello del tasso dei Fed Funds coerente con le indicazioni “modestamente restrittive” fornite dal presidente Powell, è chiaro che i membri del FOMC non ritengono di averlo ancora raggiunto, e potrebbe essere più vicino al picco del 4% del 2023 previsto dalla stima media inclusa nel SEP pubblicato a giugno.

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Capital Group: L’aggressivo programma di inasprimento delle politiche dalla Fed potrebbe comportare ulteriori turbolenze sui mercati

Posted by fidest press agency su venerdì, 29 luglio 2022

By Darrell Spence, Economista specializzato negli Stati Uniti di Capital Group.Con un rialzo dei tassi da 75 punti base, il suo singolo provvedimento più rilevante da quasi 30 anni a questa parte, la FED ha segnalato che il suo obiettivo principale è ridurre l’inflazione. L’istituto è passato ad un orientamento di policy più aggressivo in seguito alla pubblicazione del rapporto sull’indice dei prezzi al consumo (IPC) di maggio, che si è rivelato più negativo del previsto: l’indice è infatti cresciuto dell’8,6%, trainato da pressioni generalizzate sui prezzi. In assenza di segnali che tali pressioni abbiano raggiunto il proprio picco, e con l’aumento del rischio che l’inflazione entri in una spirale incontrollata, la Fed manterrà con tutta probabilità un atteggiamento aggressivo, salvo nell’eventualità di un brusco inasprimento delle condizioni finanziarie.Al momento assistiamo ad una significativa inversione del tratto a breve della curva dei rendimenti, con i futures sui tassi d’interesse che segnalano un picco del tasso sui Fed Fund in corrispondenza del 4% verso metà 2023 ma anche, successivamente, tagli per 50 pb. Si tratta di ipotesi plausibili considerando che il mercato continua a scontare la prosecuzione dei rialzi. Se da una parte continuiamo a ritenere che le pressioni inflazionistiche rimarranno elevate e che la Fed dovrà mettere in atto un’ulteriore stretta, crediamo anche che l’istituto porrà particolare attenzione al potenziale impatto sui mercati dell’inasprimento delle condizioni finanziarie. Sebbene rimanga estremamente concentrata sull’inflazione e abbia dimostrato un’elevata tolleranza nei confronti del calo del prezzo degli asset, la Fed non ignorerà la necessità di una certa stabilità nei mercati.Con il mercato che sconta già un picco del tasso sui Fed Fund in corrispondenza del 4% e rialzi per 200 pb previsti per le prossime tre riunioni della Fed, il rischio/rendimento legato al fatto di conservare una duration ridotta diviene via via meno interessante. La duration misura la sensibilità del prezzo di un’obbligazione alle variazioni dei tassi d’interesse. Mantenere un’esposizione alla duration e alla curva vicina ai propri valori neutrali risulta attualmente conveniente dato che ci avviciniamo a quello che sarà a mio avviso un periodo volatile per i mercati fino alla fine dell’anno.Stiamo iniziando ad assistere allo sviluppo di una moderata spirale salari-prezzi negli Stati Uniti, e guardando all’attuale situazione è davvero difficile capire come sarà possibile far tornare l’inflazione al target del 2% fissato dalla Fed senza trascinare l’economia in una recessione. Non potendo risolvere il problema delle strozzature sul fronte dell’offerta, se l’istituto vuole davvero ridurre l’inflazione dovrà far diminuire la crescita e aumentare la disoccupazione.L’unico modo di porre fine alla spirale salari-prezzi, a nostro avviso, è far rallentare notevolmente il mercato del lavoro spingendo al rialzo il tasso di disoccupazione. Prima che la crescita dei salari inizi a mostrare segni di moderazione, pertanto, potrebbe servire un incremento del tasso di disoccupazione di due o perfino più punti percentuali. Pertanto, nonostante i bilanci di famiglie e imprese siano al momento robusti, risulterà molto difficile evitare una recessione nel 2023.Tra la fine di quest’anno e l’inizio del prossimo gli utili aziendali saranno messi probabilmente sotto pressione dal peggioramento del contesto economico. Sebbene il risvolto positivo dell’inflazione sia che è in grado di spingere al rialzo la crescita degli utili, quest’ultimo costituisce in genere un fenomeno di breve durata compensato infine dalla riduzione delle attività provocato potenzialmente dall’inflazione stessa, nonché dalla relativa risposta sul fronte delle politiche monetarie. Secondo le nostre previsioni nel 2022 gli utili per azione delle società che compongono lo S&P 500 cresceranno del 7%, per poi tuttavia ridursi di quasi il 10% nel 2023. Nel 2023 il multiplo prezzo di mercato/utili sarà pertanto pari a 18,7. Si tratta di un valore ancora elevato per il contesto da me pronosticato sul versante dei tassi d’interesse, e sussiste la possibilità di ulteriori revisioni al ribasso delle previsioni sugli utili.In conclusione, le fasi ribassiste legate alle recessioni tendono ad essere più profonde e durature, e i dati storici mostrano che in tali fasi (definite in questo caso da un calo minimo del mercato del 15%) la mediana del calo esibito dai mercati è pari al 33,9%, mentre la mediana della relativa durata è pari a 17 mesi: prima che i mercati tocchino il fondo, pertanto, potremmo continuare a sperimentare una certa volatilità di mercato e ulteriori ribassi.Grazie al suo orientamento più aggressivo la Fed continua a recuperare credibilità; i mercati rimarranno tuttavia volatili e gli asset rischiosi sotto pressione. Abbiamo sperimentato un lungo periodo caratterizzato da tassi bassissimi nel corso del quale le cosiddette azioni ad elevata duration hanno registrato performance decisamente buone. Purché tali titoli growth avessero delle buone prospettive a lungo termine non importava che i loro emittenti fossero profondamente in perdita. Questa dinamica si è invertita, dato che il tasso di sconto sui titoli azionari è salito insieme all’impennata dei rendimenti. Sui mercati, al contempo, c’è molta meno liquidità per via del passaggio dal quantitative easing al quantitative tightening. Data la minore liquidità gli investitori non sono più disposti a finanziare aziende attualmente in perdita in vista di una crescita futura. Insieme alle azioni, pertanto, sono state messe sotto pressione a vendere molte asset class più rischiose, come credito privato, private equity, criptovalute e finanziamento di operazioni di M&A.Le valutazioni azionarie hanno iniziato anch’esse a contrarsi data la compressione dei margini di profitto provocata a sua volta dall’aumento dei costi di produzione. Il maggiore potere negoziale dei lavoratori comporta infatti un aumento del costo del lavoro per le aziende. L’inasprimento dei rischi legati alle catene di approvvigionamento, allo stesso tempo, costringe le imprese ad abbandonare il modello delle scorte “just-in-time” e a dotarsi di ridondanze.Ciò detto, oggi i fattori negativi sono più facili da rilevare. I trend sono più evidenti e dunque vengono scontati rapidamente dai mercati. Nel lungo periodo, tuttavia, il fatto che i lavoratori godano di un potere negoziale strutturalmente maggiore rappresenta a mio avviso uno sviluppo positivo. È una buona notizia per le famiglie, e ciò che fa bene ai consumatori nel lungo periodo fa bene anche all’economia. Per il futuro prevedo temi d’investimento basati sull’innovazione, robusti e di lungo periodo, e ritengo che le aziende sopravvivranno e prospereranno man mano che gli investitori separeranno il grano dalla paglia.

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PIMCO: Pre-meeting Fed

Posted by fidest press agency su martedì, 26 luglio 2022

A cura di Tiffany Wilding, US Economist di PIMCO. Come minimo, ci aspettiamo che questa settimana la Fed annunci un altro rialzo dei tassi di 75 pb e che accenni al fatto che un terzo rialzo di 75 pb possa essere necessario a settembre. Sebbene il governatore della Fed Waller abbia minimizzato circa la probabilità di un rialzo di 100 pb nelle sue recenti dichiarazioni, riteniamo che le possibilità siano più vicine al 50/50. Sebbene vi sia una buona dose di incertezza sul livello esatto a cui il tasso dei Fed Funds risulti coerente con una politica neutrale (ossia una politica né restrittiva, né accomodante), è chiaro che il livello attuale è ancora accomodante e che è sempre meno in linea con i fondamentali economici – compreso l’elevato livello dell’inflazione. Di conseguenza, riteniamo che la Fed vorrà riallineare la politica il più rapidamente possibile, il che implica un aumento di 100 pb per portare il tasso di riferimento appena al di sopra del 2,5% (le stime della Fed sul tasso neutrale di lungo periodo). Tuttavia, a prescindere dalla decisione finale di questa settimana, ci aspettiamo che la Fed riveda al rialzo le proiezioni sui tassi dei Fed Funds per la fine del 2022 quando verrà pubblicato il nuovo Summary of Economic Projections (SEP) a settembre, anticipando al 2022 i due rialzi precedentemente previsti per il 2023.

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Capital Group: Il debito in valuta locale dei ME, un porto sicuro dai rialzi della Fed?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 22 giugno 2022

Flavio Carpenzano, Investment Director per il Reddito Fisso di Capital Group. In passato i cicli restrittivi degli Stati Uniti sono stati generalmente fonte di stress per le economie emergenti e, di recente, hanno rappresentato un fattore di volatilità del debito in valuta locale dei ME, con variazioni nella valutazione delle tempistiche e del ritmo della normalizzazione della politica monetaria negli USA, influenzando il debito in valuta locale.Il debito in valuta locale dei ME tende a indebolirsi nei periodi di aumento dei tassi di interesse USA, in quanto l’aumento dei tassi statunitensi spesso coincide con il rafforzamento del dollaro USA e l’indebolimento delle valute dei ME, e anche per il fatto che normalmente l’aumento dei tassi USA determina una diminuzione del differenziale con i ME, riducendo la remunerazione ricevuta dagli investitori a fronte del rischio paese emergente assunto.Attualmente il dollaro USA è sopravvalutato in base al nostro modello fondamentale interno di valutazione dei tassi di cambio. Tuttavia, date le differenze nelle prospettive di crescita e la differenziazione dei tassi d’interesse reali tra Stati Uniti e resto del mondo, è probabile che questa situazione rimanga tale per un po’ di tempo. In base al nostro modello, le valute dei ME sono perlopiù sottovalutate, ma alcune economie a crescita più rapida potrebbero registrare un certo apprezzamento del relativo tasso di cambio rispetto al dollaro. Da inizio anno la maggior parte delle valute dei ME ha in realtà registrato un apprezzamento rispetto alle valute dei mercati sviluppati diverse dal dollaro, a conferma di questa sottovalutazione. I differenziali dei tassi di interesse sono scesi ai minimi del decennio nel 2020 per poi tornare a salire nel 2021. Le banche centrali dei ME hanno iniziato a normalizzare i tassi già nel 2021, ossia prima delle banche centrali dei mercati sviluppati (MS), sia a causa dell’aumento dell’inflazione dovuto all’eccesso di domanda nel mercato del lavoro (ad esempio in Europa orientale e Russia), sia a causa delle pressioni sulla credibilità politica e sulle finanze pubbliche (ad esempio in America Latina). I tassi d’interesse sia nominali che reali sono saliti, in particolare nei paesi a più alto rendimento che, in genere, risultano i più vulnerabili alla stretta della Fed.Un altro fattore da valutare è se il debito in valuta locale dei ME abbia già scontato l’aumento dei tassi d’interesse USA. Il debito in valuta locale dei ME tende a subire un’ondata di vendite massicce quando i rialzi della Fed iniziano a essere incorporati nei prezzi, ma spesso resta relativamente stabile, o addirittura in rialzo, una volta annunciati i rialzi della Fed.Guardando al taper tantrum del 2013, si nota in realtà che i rendimenti negativi sono stati per la maggior parte realizzati durante le fasi di discussione sulla stretta monetaria, piuttosto che durante il periodo di rialzo dei tassi. Infatti, durante il periodo di rialzo dei tassi tra dicembre 2013 e ottobre 2014, il rendimento in valuta locale è stato positivo, anche se l’elemento del tasso di cambio ha trascinato i rendimenti al ribasso.Sebbene i rendimenti complessivi del debito in valuta forte dei ME siano stati molto negativi rispetto alla media storica, questa volta (da agosto 2021 a maggio 2022) la maggior parte del calo è attribuibile alla duration, poiché gli extra rendimenti (che non tengono conto della componente di duration) hanno effettivamente mostrato una buona tenuta.È interessante notare come i tassi di cambio dei ME siano stati la principale fonte di debolezza dei rendimenti in valuta locale dei ME durante i periodi di inasprimento delle condizioni finanziarie, mentre attualmente la debolezza ha riguardato soprattutto la duration locale. Ciò evidenzia che, rispetto ai precedenti periodi con condizioni finanziarie più restrittive, la maggior parte delle valute dei ME risulta più debole rispetto al passato.Dopo un decennio di crescita debole, commercio stagnante e flessione dei prezzi delle materie prime, la pandemia ha obbligato i ME ad aumentare drasticamente la spesa pubblica. I disavanzi fiscali e il debito pubblico dei ME risultano quindi più elevati rispetto ai picchi precedenti, anche se i livelli di debito pubblico sono ancora nettamente inferiori ai livelli dei MS e rimangono gestibili (l’FMI prevede un debito pubblico dei ME pari al 66% del PIL nel 2022 rispetto al 116% del PIL dei MS).Anche la composizione valutaria, la scadenza e la proprietà del debito sono importanti per determinare l’esposizione di un paese ai rischi di mercato e di rifinanziamento. Dal 2013 i titoli di Stato dei ME sono in genere meno dipendenti dai prestiti esteri, molti paesi emergenti hanno allungato le scadenze delle relative emissioni e le partecipazioni estere nelle obbligazioni in valuta locale hanno tendenzialmente subito una flessione. Quindi, nonostante l’incremento del debito pubblico e dell’inflazione subito dal 2013, lo spostamento verso il debito in valuta locale e il debito a lungo termine ha contribuito a ridurre la dipendenza dai flussi di capitale estero a breve termine.Nel frattempo, è probabile che la debolezza del debito in valuta locale dei ME dovuta all’aumento dei tassi d’interesse USA si sia già in gran parte manifestata. I rendimenti sono saliti e le valutazioni sono diventate più convenienti per tassi di cambio e debito in valuta locale dei ME.

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TCW: Dalla Fed il più grande aumento dei tassi degli ultimi 28 anni

Posted by fidest press agency su mercoledì, 22 giugno 2022

A cura di Bret Barker, Head of Global Rates, TCW. È evidente quanto il tema dell’inflazione sia particolarmente sentito dalla Federal Reserve ed è anche per questo che abbiamo assistito al più grande aumento dei tassi degli ultimi 28 anni. Ma soprattutto, la Fed non ha a disposizione più informazioni di noi sul percorso che prenderà l’inflazione. Per questo riteniamo sia passibile di ripetere il ciclo del 1994, in cui il mercato guidava la banca centrale americana nell’aggiustamento della politica. La scorsa settimana l’Indice dei Prezzi al Consumo (IPC) ha mostrato un’ampia resilienza tanto che le aspettative di inflazione dell’Università del Michigan sono salite ai massimi da oltre un decennio, il che ha spinto al rialzo i tassi dei Treasury front-end. La Fed sembrava accontentarsi di aumentare i tassi di 50 punti base ad ogni riunione, ma la reazione del mercato ai dati ha contribuito a forzare la sua mano, spingendola a effettuare un rialzo di 75 punti base. Concordiamo sul fatto che i rialzi di 75 punti base non saranno la norma in futuro, ma è chiaro che la Fed ha sentito il bisogno di anticipare la narrativa sull’inflazione per calmare i mercati. La conferenza stampa del presidente della Fed, Powell, ha messo in evidenza una serie di questioni. La Fed potrebbe non sapere dove sia la neutralità, ma vuole arrivare il più rapidamente possibile a una situazione, appunto, di neutralità o, almeno, di lieve restrizione. Powell ritiene che la neutralità sia attorno al 2-2,5% e che il 3-3,5% sia una misura restrittiva. Ricordiamo che la Fed ha un duplice mandato: massima occupazione e prezzi stabili. La Fed ritiene che il mercato del lavoro sia così solido da potersi concentrare sull’aspetto inflazionistico del suo mandato. Ci sono rischi di un inasprimento eccessivo, ma anche di un inasprimento insufficiente. Powell vuole chiaramente evitare di bloccare l’inflazione e rallentare la crescita. Secondo le sue parole, la domanda è surriscaldata e bisogna rallentarla. Purtroppo, l’inflazione e il lavoro sono “lagging indicator”, indicatori che seguono in ritardo i movimenti. Concentrarsi sull’IPC o sul tasso di disoccupazione aumenta il rischio che la Fed aumenti i tassi più del necessario.In prospettiva, il Dot plot, che illustra il probabile percorso della politica della Fed da parte del FOMC, mostra che il tasso dei Fed fund si avvicinerà al 3,5% quest’anno e al 3,75% il prossimo. Si tratta di un dato molto vicino alle aspettative del mercato, che indica la volontà della Fed di entrare in un territorio restrittivo. Il percorso futuro non è chiaro, data l’incertezza sull’inflazione, ma il mercato e la Fed sono ora allineati su una politica restrittiva per il resto dell’anno. Prevediamo un rallentamento della crescita e la curva dei Treasury sta lanciando un segnale d’allarme con la sua inversione, ma molto probabilmente è troppo presto per dichiarare che una recessione è imminente. Guardando al resto del mondo, questo ciclo è molto diverso dal ciclo di inasprimento del 2018 che ha visto la Fed alzare i tassi mentre le altre banche centrali dei mercati sviluppati restavano in attesa, spingendo le banche dei mercati emergenti ad alzare i tassi. Questo ciclo ha visto una stretta monetaria su base globale con alcuni Paesi emergenti, come il Brasile, in netto anticipo rispetto alla Fed. Nelle ultime due settimane, le banche centrali globali si sono tutte riunite intorno all’idea di accelerare il ritmo della stretta. La Reserve Bank of Australia aveva segnalato che si stava preparando a un aumento già a febbraio e da allora ha aumentato i tassi di 75 punti base nelle ultime due riunioni. La BCE è stata l’ultima a cambiare idea e ora è disposta ad alzare i tassi di 50 punti base. Le azioni della Fed di ieri sono aggressive, ma si inseriscono nel contesto degli altri Paesi del G7. L’unica eccezione è la Banca del Giappone. La Bank of Japan continua a mantenere un atteggiamento di allentamento difendendo l’ancoraggio al Treasury a 10 anni. Di conseguenza, lo yen non è mai stato così debole negli ultimi 24 anni.

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PIMCO: Commento in vista del meeting della FED

Posted by fidest press agency su venerdì, 17 giugno 2022

A cura di Allison Boxer, US Economist di PIMCO. Questa settimana la Fed rilascerà una nuova dichiarazione, una sintesi delle proiezioni economiche (SEP) e un dot plot. I dati di venerdì sono stati forieri di diverse cattive notizie per la Fed e sono risultati coerenti con le nostre aspettative che la prossima riunione sarà all’insegna dei falchi. Ci aspettiamo un aggiornamento significativo delle proiezioni sui tassi di interesse e che il presidente Powell appaia molto più risoluto a fare tutto il necessario per combattere l’inflazione rispetto alla riunione di maggio. La nostra previsione di base è che la Fed aumenti i tassi di 50 pb questa settimana e cerchi di preparare il terreno per la possibilità di un rialzo di 75 pb a luglio; ma, se il mercato prezza un rischio maggiore di 75 pb nei prossimi giorni, pensiamo che questo darà alla Fed l’opportunità di essere più aggressiva mercoledì. Ci aspettiamo che il presidente Powell sfrutti la conferenza stampa per lasciare intendere che rialzi più consistenti sono di nuovo sul tavolo e che non rallenteranno a settembre. In prospettiva, un’inflazione più vischiosa si sta traducendo in un front loading della politica della Fed ancora più aggressivo che crea un serio rischio di eccessivo irrigidimento e, in ultima analisi, un maggiore rischio di ribasso per le nostre prospettive di crescita che sono già in fase di stallo.

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FED: l’aumento dei prezzi fa più paura dei rialzi nei tassi

Posted by fidest press agency su giovedì, 16 giugno 2022

Giorgio Broggi, Quantitative Analyst di Moneyfarm, ha commentato: “La conferenza della Fed ha evidenziato la debolezza della forward guidance degli ultimi mesi e forse parzialmente indebolito la sua stessa credibilità. Sebbene a maggio Powell avesse fondamentalmente escluso un aumento dei tassi da 75 bps, gli ultimi dati sull’inflazione (8.6% annuale a maggio), più alti delle attese, e le aspettative dei mercati hanno forzato una retromarcia, con appunto un aumento di tre rialzi ad oggi, pur accompagnata da commenti sull’eccezionalità della misura. Sembra che i leggendari Bond Vigilantes siano ufficialmente tornati, pronti a vendere bond aggressivamente e forzare le Banche Centrali ad agire con decisione per combattere l’inflazione. In tale contesto, l’aumento dei prezzi inizia a far più paura rispetto ad ulteriori rialzi nei tassi, con l’azionario che ha reagito inizialmente negativamente alla decisione, ma si è mantenuto in positivo (alle 20.00 del 15 giugno).Infatti, sebbene la decisione certamente indebolisca ancor di più le condizioni finanziarie, e di conseguenza peggiori le attese di crescita, l’ulteriore rialzo dei tassi e l’ancoraggio delle aspettative di inflazione suggeriscono che potremmo essere vicini alla fine della dolorosa transizione della politica monetaria a cui abbiamo assistito da inizio anno. In questo senso gli investitori potranno quantomeno aspettarsi un regime di mercato più normale, nel quale la correlazione tra ritorni di azionario e obbligazionario dovrebbe iniziare a diminuire e il focus si dovrebbe, seppur lentamente, spostare di nuovo su crescita, profittabilità aziendali e valutazioni”.

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Fixed Income – Una Fed meno aggressiva?

Posted by fidest press agency su domenica, 29 Maggio 2022

A cura di Patrick Zweifel, Chief Economist di Pictet Asset Management. Presto raggiungeremo il picco dell’aggressività della Fed, se non l’abbiamo già fatto. Ciò significa che la banca centrale più importante del mondo, la Federal Reserve statunitense, è vicina a raggiungere la vetta in termini di atteggiamento aggressivo nel ciclo inflazionistico attuale. Non solo le pressioni sui prezzi inizieranno ad allentarsi nei prossimi mesi, ma un recente aumento dei rendimenti obbligazionari mostra che la retorica aggressiva della Fed ha già fatto parte del suo lavoro.Il fatto che nella sua riunione di maggio la Fed abbia alzato i tassi di interesse di 50 punti base e annunciato ulteriori rialzi di simile entità nelle prossime riunioni è semplicemente una conferma di ciò che il mercato aveva già previsto. C’è motivo di credere che non si realizzeranno le aspettative più pessimistiche degli investitori riguardo alla stretta monetaria. Prevediamo che l’inflazione proseguirà il suo cammino nel secondo trimestre, raggiungendo un picco dell’8,6% negli Stati Uniti (si veda la Fig. 1). L’inflazione statunitense è salita in modo più significativo rispetto a quella delle altre regioni del mondo sviluppato a causa della politica economica aggressiva adottata in risposta alla pandemia di COVID, non da ultimo tramite enormi stimoli fiscali. I rubinetti fiscali, però, si stanno chiudendo e la Fed ha iniziato a invertire la sua politica ultra-accomodante. Allo stesso tempo, alcune delle strozzature delle catene di approvvigionamento, causa di un aumento dei prezzi delle materie prime e di altri fattori di produzione, stanno iniziando a risolversi. E, anche se il conflitto in Ucraina potrebbe ancora provocare un ulteriore aumento nei prezzi dell’energia e delle materie prime, è improbabile che ritornino sui massimi precedenti visti il rallentamento della crescita globale e la diminuzione dell’accumulo di scorte di emergenza. I prezzi del petrolio sono stati uno dei principali motori dell’aumento delle pressioni inflazionistiche, ma sono in calo dai massimi e questo movimento sta già mostrando i suoi effetti sull’inflazione headline. Se i prezzi del petrolio resteranno sui livelli attuali (intorno ai 107 dollari, da un picco di poco meno di 140 dollari), ciò avrà inevitabilmente un effetto disinflattivo sull’inflazione headline. Quindi, a meno che le sanzioni occidentali nei confronti della Russia non provochino un ulteriore calo delle forniture energetiche russe, i prezzi dell’energia non dovrebbero alimentare le pressioni inflazionistiche nei prossimi trimestri. L’inflazione core, che non tiene conto dei prezzi di generi alimentari ed energia (in quanto più volatili), è destinata quindi a scendere in virtù dell’effetto base. I prezzi delle merci hanno già raggiunto il picco, mentre quelli dei beni durevoli sono in lieve calo e i costi di produzione in forte calo. Nel frattempo, l’aspettativa del mercato di un aumento dei tassi di interesse statunitensi ha portato a un inasprimento delle condizioni finanziarie: i Treasury USA a 30 anni hanno perso un terzo del loro valore dai massimi, a causa della prospettiva di una stretta monetaria da parte della Fed. Questo movimento si è ripercosso sui tassi ipotecari: quello fisso medio a 30 anni è salito di circa 220 punti base nell’ultimo anno quasi fino al 5,4%. L’effetto sulla domanda di mutui è stato netto e ha fatto scendere bruscamente le richieste sia di prestiti che di rifinanziamenti. L’inflazione è diventata un problema politico significativo. Considerato il consenso crescente del Consiglio della Fed verso l’adozione di un atteggiamento aggressivo per contrastare l’inflazione, è probabile che qualsiasi prova che suggerisca che l’inflazione è effettivamente transitoria segnerebbe sia il culmine dell’aggressività della banca centrale che il segnale di una fine imminente della stretta monetaria. (abstract) fonte: http://www.bc-communication.it

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FED: le prossime mosse di politica monetaria sono già prezzate dai mercati?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 11 Maggio 2022

A cura di Jeffrey Cleveland, Chief economist di Payden & Rygel. Dopo aver eseguito una delle mosse di politica monetaria più rapide nella storia, la Fed sembra pronta ad attuare una serie di rialzi dei tassi di 50 punti base. Anche se il ritmo dei rialzi sembra prestabilito, in ultima analisi il percorso politico della Fed dipenderà in gran parte dalla forza del mercato del lavoro, a partire dal report sui posti di lavoro di aprile.Nel complesso le decisioni politiche annunciate alla riunione del FOMC di maggio sono state ampiamente anticipate, attenuando gran parte della reazione del mercato. Detto questo, gli investitori obbligazionari hanno trovato conforto nel fatto che il presidente della Fed abbia escluso un rialzo dei tassi di 75 punti base e la lenta accelerazione della riduzione del bilancio ha placato i timori di un ritmo di riduzione più aggressivo. La domanda critica è “Quale sarà il prossimo passo della politica?”. La traiettoria dei rialzi della Fed è già “prezzata” dai mercati? Su questo restiamo scettici. Dopo tutto, sei mesi fa, la Fed si stava impegnando a mantenere i tassi a zero per raggiungere la massima occupazione. Sei mesi dopo il FOMC si sta muovendo “rapidamente” verso la neutralità, perché il mercato del lavoro è “insostenibilmente caldo”. Questo voltafaccia repentino ci ha reso cauti. Non escludiamo che la posizione della Fed possa cambiare ancora.Il problema dalla nostra prospettiva è che, nella misura in cui il mercato del lavoro rimane “caldo”, la Fed potrebbe essere costretta a muoversi in una direzione ancora più aggressiva. A partire dalla riunione del FOMC di maggio, ci aspettiamo due ulteriori rialzi di 50 punti base, a giugno e a luglio. Dopo di che, come ha dichiarato mercoledì il presidente Powell, anche se l’inflazione “sta cominciando a scendere”, è improbabile che il FOMC si fermi, piuttosto “tornerebbe ad aumenti di 25 punti base”. Ulteriori aumenti di 25 punti base a settembre, novembre e dicembre porteranno il tasso dei Fed funds al 2,75% entro la fine dell’anno (che coincide con la nostra visione di base). Ma l’andamento storico della domanda di lavoro suggerisce che il tasso di disoccupazione continuerà a diminuire nei prossimi mesi e non ad appiattirsi o a salire come pensano i politici (vedi grafico sotto). Se abbiamo ragione, la domanda continuerà a superare l’offerta, e la Fed potrebbe presto concludere che i tassi di politica monetaria dovranno muoversi “sopra la neutralità”, intorno al 3,5-4,0%. Per arrivare al 3,5-4,0% più velocemente, la Fed potrebbe continuare ad aumentare di 50 punti base ad ogni prossima riunione nel corso di quest’anno – raggiungendo un tasso finale più alto di quello che il mercato si aspetta attualmente. (abstract)

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PIMCO: una FED spedita ma agile

Posted by fidest press agency su mercoledì, 11 Maggio 2022

A cura di Allison Boxer, US Economist di PIMCO. La rapida stretta monetaria continuerà probabilmente durante l’estate, dopo il primo aumento di 50 punti base del tasso sui Fed Funds dal 2000. Inoltre, la Fed ha annunciato un piano per la riduzione del bilancio. I persistenti rischi d’inflazione hanno sollecitato le notevoli mosse della riunione di maggio: il dato sull’inflazione statunitense osservato principalmente dalla Fed ha superato il 5% nel primo trimestre, e i banchieri centrali continuano a osservare rischi al rialzo. Dunque, non è una sorpresa che la politica della Fed appaia focalizzata sul controllo dell’inflazione, e non sia stata fatta alcuna menzione ai rischi al ribasso per la crescita all’interno della dichiarazione di maggio. Con le riunioni estive della Fed ci aspettiamo una rapida inversione dei tagli dei tassi dell’era pandemica, compreso un altro aumento di 50 punti base a giugno, in linea con le parole del presidente Jerome Powel. Tuttavia, nonostante l’ampia revisione al rialzo dei tassi e la chiara volontà di continuare a combattere l’inflazione, alla riunione di maggio e alla conferenza stampa non è stato mostrato un atteggiamento così aggressivo come molti operatori di mercato si aspettavano, e il mercato obbligazionario ha reagito di conseguenza. Powell ha minimizzato la necessità di rialzi di 75 punti base e ha sottolineato che la Fed dovrà essere “agile” per reagire alla continua evoluzione dei dati economici. Il che è coerente con le aspettative di PIMCO di un ritmo sostenuto della stretta per quest’estate seguito in autunno e in inverno da continui, ma meno aggressivi, rialzi dei tassi.Concordiamo che la Fed dovrà destreggiarsi agilmente nei prossimi mesi mentre cerca di domare l’elevata inflazione, senza spezzare l’economia statunitense. Anche se l’economia parte da una posizione di forza, con bilanci delle famiglie e delle imprese stabili, vediamo rischi al ribasso per la crescita in un contesto caratterizzato da un ciclo di stretta monetaria più veloce, il ritiro del sostegno fiscale, l’elevata incertezza geopolitica, i lockdown in Cina e una depressione dei livelli di fiducia, rendendo difficile da raggiungere l’atterraggio morbido desiderato dalla Fed. La contrazione dell’1,4% del PIL reale degli Stati Uniti nel primo trimestre ci ha ricordato che il processo di riapertura e ribilanciamento dell’economia sarà accidentato. Man mano che la crescita rallenta, ci aspettiamo che la Fed introdurrà piccole mosse e/o pause in un ciclo di inasprimento altrimenti rapido.La Fed è riuscita a varare il più grande rialzo dei tassi dal 2000 e allo stesso tempo sorprendere le aspettative del mercato con una certa dose di atteggiamento da “colomba”. Powell ha lasciato intendere che un altro aumento di 50 punti base sarebbe stato preso in considerazione nelle riunioni di giugno e luglio, da aggiungere a un ulteriore inasprimento quest’anno; ma ha respinto l’ipotesi di rialzi di 75 punti base, che gli operatori di mercato avevano iniziato a considerare.In aggiunta, la Fed ha svelato il piano per la riduzione del bilancio, in linea con i dettagli pubblicati nei verbali della riunione di marzo. L’andamento del deflusso sarà quasi due volte più rapido rispetto al ciclo precedente (2017-2019), con un limite di 60 miliardi di dollari al mese per reinvestire il capitale in Treasury e un limite di 35 miliardi di dollari per i titoli garantiti da ipoteca (MBS). I massimali saranno introdotti gradualmente da giugno a settembre al 50% dell’andamento finale (contro i 12 mesi dell’ultimo ciclo). Nei mesi in cui le scadenze delle cedole dei Treasury non raggiungono la soglia mensile, la Fed arriverà al tetto lasciando i Treasury a scadenza. Tuttavia, non vi è stata alcuna menzione al fatto che anche i rimborsi degli MBS non dovrebbero raggiungere i massimali, coerentemente con l’orientamento secondo il quale i funzionari della Fed probabilmente non ritorneranno su questo tema fino a quando il deflusso del bilancio non sarà ben avviato.

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PIMCO: Reazione al meeting della FED

Posted by fidest press agency su lunedì, 9 Maggio 2022

A cura di Allison Boxer, US Economist di PIMCO. La Federal Reserve è riuscita a varare il più grande rialzo dei tassi dal 2000 e allo stesso tempo sorprendere le aspettative del mercato con una certa dose di atteggiamento da “colomba”. La notizia principale della conferenza stampa è stata la respinta di Powell circa l’ipotesi di un rialzo di 75 punti base che i mercati avevano iniziato a prezzare. Se la dichiarazione si è concentrata esclusivamente sui rischi di inflazione e Powell ha sottolineato che la Fed è assolutamente concentrata sul riportare l’inflazione al target, ha anche riconosciuto che l’istituto centrale statunitense dovrà essere agile nel destreggiarsi con i dati in arrivo. Il che è coerente con la nostra visione che prevede la continuazione di un ritmo “spedito” di rialzi dei tassi mentre la Fed sfrutterà l’estate per invertire rapidamente i tagli dell’era pandemica, ma alla fine dovrà essere “agile” nel governare i rischi al ribasso per la crescita.

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