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FED: le prossime mosse di politica monetaria sono già prezzate dai mercati?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 11 Maggio 2022

A cura di Jeffrey Cleveland, Chief economist di Payden & Rygel. Dopo aver eseguito una delle mosse di politica monetaria più rapide nella storia, la Fed sembra pronta ad attuare una serie di rialzi dei tassi di 50 punti base. Anche se il ritmo dei rialzi sembra prestabilito, in ultima analisi il percorso politico della Fed dipenderà in gran parte dalla forza del mercato del lavoro, a partire dal report sui posti di lavoro di aprile.Nel complesso le decisioni politiche annunciate alla riunione del FOMC di maggio sono state ampiamente anticipate, attenuando gran parte della reazione del mercato. Detto questo, gli investitori obbligazionari hanno trovato conforto nel fatto che il presidente della Fed abbia escluso un rialzo dei tassi di 75 punti base e la lenta accelerazione della riduzione del bilancio ha placato i timori di un ritmo di riduzione più aggressivo. La domanda critica è “Quale sarà il prossimo passo della politica?”. La traiettoria dei rialzi della Fed è già “prezzata” dai mercati? Su questo restiamo scettici. Dopo tutto, sei mesi fa, la Fed si stava impegnando a mantenere i tassi a zero per raggiungere la massima occupazione. Sei mesi dopo il FOMC si sta muovendo “rapidamente” verso la neutralità, perché il mercato del lavoro è “insostenibilmente caldo”. Questo voltafaccia repentino ci ha reso cauti. Non escludiamo che la posizione della Fed possa cambiare ancora.Il problema dalla nostra prospettiva è che, nella misura in cui il mercato del lavoro rimane “caldo”, la Fed potrebbe essere costretta a muoversi in una direzione ancora più aggressiva. A partire dalla riunione del FOMC di maggio, ci aspettiamo due ulteriori rialzi di 50 punti base, a giugno e a luglio. Dopo di che, come ha dichiarato mercoledì il presidente Powell, anche se l’inflazione “sta cominciando a scendere”, è improbabile che il FOMC si fermi, piuttosto “tornerebbe ad aumenti di 25 punti base”. Ulteriori aumenti di 25 punti base a settembre, novembre e dicembre porteranno il tasso dei Fed funds al 2,75% entro la fine dell’anno (che coincide con la nostra visione di base). Ma l’andamento storico della domanda di lavoro suggerisce che il tasso di disoccupazione continuerà a diminuire nei prossimi mesi e non ad appiattirsi o a salire come pensano i politici (vedi grafico sotto). Se abbiamo ragione, la domanda continuerà a superare l’offerta, e la Fed potrebbe presto concludere che i tassi di politica monetaria dovranno muoversi “sopra la neutralità”, intorno al 3,5-4,0%. Per arrivare al 3,5-4,0% più velocemente, la Fed potrebbe continuare ad aumentare di 50 punti base ad ogni prossima riunione nel corso di quest’anno – raggiungendo un tasso finale più alto di quello che il mercato si aspetta attualmente. (abstract)

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PIMCO: una FED spedita ma agile

Posted by fidest press agency su mercoledì, 11 Maggio 2022

A cura di Allison Boxer, US Economist di PIMCO. La rapida stretta monetaria continuerà probabilmente durante l’estate, dopo il primo aumento di 50 punti base del tasso sui Fed Funds dal 2000. Inoltre, la Fed ha annunciato un piano per la riduzione del bilancio. I persistenti rischi d’inflazione hanno sollecitato le notevoli mosse della riunione di maggio: il dato sull’inflazione statunitense osservato principalmente dalla Fed ha superato il 5% nel primo trimestre, e i banchieri centrali continuano a osservare rischi al rialzo. Dunque, non è una sorpresa che la politica della Fed appaia focalizzata sul controllo dell’inflazione, e non sia stata fatta alcuna menzione ai rischi al ribasso per la crescita all’interno della dichiarazione di maggio. Con le riunioni estive della Fed ci aspettiamo una rapida inversione dei tagli dei tassi dell’era pandemica, compreso un altro aumento di 50 punti base a giugno, in linea con le parole del presidente Jerome Powel. Tuttavia, nonostante l’ampia revisione al rialzo dei tassi e la chiara volontà di continuare a combattere l’inflazione, alla riunione di maggio e alla conferenza stampa non è stato mostrato un atteggiamento così aggressivo come molti operatori di mercato si aspettavano, e il mercato obbligazionario ha reagito di conseguenza. Powell ha minimizzato la necessità di rialzi di 75 punti base e ha sottolineato che la Fed dovrà essere “agile” per reagire alla continua evoluzione dei dati economici. Il che è coerente con le aspettative di PIMCO di un ritmo sostenuto della stretta per quest’estate seguito in autunno e in inverno da continui, ma meno aggressivi, rialzi dei tassi.Concordiamo che la Fed dovrà destreggiarsi agilmente nei prossimi mesi mentre cerca di domare l’elevata inflazione, senza spezzare l’economia statunitense. Anche se l’economia parte da una posizione di forza, con bilanci delle famiglie e delle imprese stabili, vediamo rischi al ribasso per la crescita in un contesto caratterizzato da un ciclo di stretta monetaria più veloce, il ritiro del sostegno fiscale, l’elevata incertezza geopolitica, i lockdown in Cina e una depressione dei livelli di fiducia, rendendo difficile da raggiungere l’atterraggio morbido desiderato dalla Fed. La contrazione dell’1,4% del PIL reale degli Stati Uniti nel primo trimestre ci ha ricordato che il processo di riapertura e ribilanciamento dell’economia sarà accidentato. Man mano che la crescita rallenta, ci aspettiamo che la Fed introdurrà piccole mosse e/o pause in un ciclo di inasprimento altrimenti rapido.La Fed è riuscita a varare il più grande rialzo dei tassi dal 2000 e allo stesso tempo sorprendere le aspettative del mercato con una certa dose di atteggiamento da “colomba”. Powell ha lasciato intendere che un altro aumento di 50 punti base sarebbe stato preso in considerazione nelle riunioni di giugno e luglio, da aggiungere a un ulteriore inasprimento quest’anno; ma ha respinto l’ipotesi di rialzi di 75 punti base, che gli operatori di mercato avevano iniziato a considerare.In aggiunta, la Fed ha svelato il piano per la riduzione del bilancio, in linea con i dettagli pubblicati nei verbali della riunione di marzo. L’andamento del deflusso sarà quasi due volte più rapido rispetto al ciclo precedente (2017-2019), con un limite di 60 miliardi di dollari al mese per reinvestire il capitale in Treasury e un limite di 35 miliardi di dollari per i titoli garantiti da ipoteca (MBS). I massimali saranno introdotti gradualmente da giugno a settembre al 50% dell’andamento finale (contro i 12 mesi dell’ultimo ciclo). Nei mesi in cui le scadenze delle cedole dei Treasury non raggiungono la soglia mensile, la Fed arriverà al tetto lasciando i Treasury a scadenza. Tuttavia, non vi è stata alcuna menzione al fatto che anche i rimborsi degli MBS non dovrebbero raggiungere i massimali, coerentemente con l’orientamento secondo il quale i funzionari della Fed probabilmente non ritorneranno su questo tema fino a quando il deflusso del bilancio non sarà ben avviato.

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PIMCO: Reazione al meeting della FED

Posted by fidest press agency su lunedì, 9 Maggio 2022

A cura di Allison Boxer, US Economist di PIMCO. La Federal Reserve è riuscita a varare il più grande rialzo dei tassi dal 2000 e allo stesso tempo sorprendere le aspettative del mercato con una certa dose di atteggiamento da “colomba”. La notizia principale della conferenza stampa è stata la respinta di Powell circa l’ipotesi di un rialzo di 75 punti base che i mercati avevano iniziato a prezzare. Se la dichiarazione si è concentrata esclusivamente sui rischi di inflazione e Powell ha sottolineato che la Fed è assolutamente concentrata sul riportare l’inflazione al target, ha anche riconosciuto che l’istituto centrale statunitense dovrà essere agile nel destreggiarsi con i dati in arrivo. Il che è coerente con la nostra visione che prevede la continuazione di un ritmo “spedito” di rialzi dei tassi mentre la Fed sfrutterà l’estate per invertire rapidamente i tagli dell’era pandemica, ma alla fine dovrà essere “agile” nel governare i rischi al ribasso per la crescita.

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Reazione eccessiva della Fed?

Posted by fidest press agency su venerdì, 8 aprile 2022

A cura di Andrea Delitala, Head of Euro Multi Asset e Marco Piersimoni, Senior Investment Manager di Pictet Asset Management. La curva dei tassi USA si è invertita. I rendimenti dei Treasury americani sono infatti più basso sulle scadenze lunghe rispetto a quelli a 3 anni. Questa configurazione implica la previsione di tassi in discesa (due/tre tagli tra metà 2024 e 2026) dopo il percorso di rialzi intempestivamente comunicato dalla banca centrale statunitense, il cui picco è atteso al 3% tra un anno a mezzo. Gli osservatori si interrogano sulla possibilità che la Fed, con la sua volontà di frenare l’inflazione galoppante tramite risolute manovre di restrizione monetaria, stia in realtà commettendo un errore di policy. Per poter valutare correttamente l’efficacia delle scelte della banca centrale statunitense, occorre però andare oltre la semplice curva dei tassi nominali e guardare a inflazione e tassi reali. Nell’effettuare l’analisi congiunturale, non si può non partire prima di tutto dalla possibile evoluzione futura del conflitto in Ucraina. Ad oggi, lo scenario più probabile non è né quello più inviso ai mercati finanziari di un’estensione della guerra a livello globale con una minaccia diretta portata all’UE né quello al contrario più gradito dai mercati di un cessate il fuoco favorito dalla (parziale) rimozione delle sanzioni da parte delle potenze occidentali e dal ridimensionamento delle ambizioni di conquista territoriale in Ucraina da parte della Russia (limitate al Donbass). Al momento, lo scenario centrale pare, infatti, quello caratterizzato da un conflitto prolungato e di bassa intensità, al termine del quale sarà in ogni caso difficile tornare allo status quo precedente la guerra, se non altro nelle relazioni diplomatiche tra la Russia e i Paesi occidentali. A livello macroeconomico, la crisi venutasi a creare in Ucraina produce senza dubbio uno shock stagflattivo, ossia una riduzione della crescita e una contemporanea spinta inflattiva aggiuntiva (in un contesto già caratterizzato da pressioni inflazionistiche più persistenti del previsto). A meno di un aggravarsi della guerra, questo effetto non dovrebbe però sfociare in una vera e propria stagflazione (almeno non nei prossimi trimestri), visto che la traiettoria della crescita economica sottostante rimane robusta, soprattutto negli Stati Uniti, meno colpiti in quanto più lontani dall’epicentro del conflitto e più autosufficienti a livello energetico. Tra i due fattori stagflattivi, ossia tra minore crescita e maggiore inflazione, sembra nettamente più significativo l’impatto sui prezzi: +2,1% stimato, contro il -0,1% di impatto sulla crescita nei Paesi sviluppati (impatti misurati considerando solo l’effetto primario del rincaro dei prezzi delle materie prime e trascurando l’effetto secondario su sentiment di imprese e consumatori). Di natura simile allo shock inflattivo causato dal COVID (shock d’offerta), il movimento dei prezzi degli ultimi mesi comporta senz’altro un prolungamento del periodo di inflazione elevata e un innalzamento del picco di crescita dei prezzi (per gli USA, è previsto all’8,5% circa). Anche per questo motivo, le banche centrali paiono intenzionate a occuparsi in via prioritaria dell’inflazione piuttosto che impegnarsi a sostenere l’attività economica (peraltro alquanto solida) e stanno portando quindi avanti l’atteggiamento hawkish assunto negli ultimi mesi, continuando una sterzata restrittiva, che chiaramente verrà portata a termine solo qualora venga esclusa definitivamente un’ulteriore escalation nel conflitto. La Fed, in particolare, ha comunicato (in maniera quantomeno convulsa) di voler proseguire, anzi accelerare, il percorso di normalizzazione della politica monetaria, un percorso lasciato presagire da tempo dall’istituto centrale e intrapreso a marzo: nell’ultima riunione FOMC del 16 marzo, infatti, è stato annunciato il primo rialzo di 25 pb del Fed Fund rate. Il risultato della mossa della banca centrale (e della sua comunicazione) è che ora il mercato si attende altri 200pb di rialzi entro la fine dell’anno (e altri 50pb per metà 2023), per un incremento cumulativo poco sotto ai 3 punti percentuali. Se a questo si aggiunge l’impatto restrittivo del QT (il ritiro della liquidità man mano che andranno in scadenza i Titoli di Stato detenuti dalla banca centrale), l’impatto complessivo della restrizione monetaria potrebbe essere assimilabile a 6 punti percentuali di rialzi dei tassi (misurati dalla variazione del cosiddetto ‘Shadow Rate’), di cui il 40% già effettuato (fine QE e primo rialzo). Il mercato delle commodity merita infine una breve analisi. È noto che la Russia è un gigante nei settori dell’energia, dei metalli e dell’alimentare. Non è semplice, soprattutto per gli Stati europei, sostituire gli approvvigionamenti di queste materie prime con altre fonti. Il mercato del petrolio ha molteplici attori, alcuni dei quali in grado di aumentare la produzione (USA) o ritornare sul mercato (Iran, Venezuela). Più impegnativo può risultare, invece, trovare Paesi in grado di rimpiazzare Mosca sul fronte dei metalli (palladio in particolare, fondamentale per l’industria automobilistica) e del grano. In questo caso, potrebbero essere importanti i contributi dell’America Latina e di alcuni Paesi asiatici. Il quadro tuttavia non è di certo dei più semplici. Le implicazioni dello scenario descritto sono molteplici e rendono ancor più determinante una gestione flessibile, capace di reagire con tempestività al mutevole contesto in cui ci muoviamo.

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FED: al via un nuovo ciclo di politica monetaria

Posted by fidest press agency su mercoledì, 23 marzo 2022

A cura di Roberto Rossignoli, Portfolio Manager Moneyfarm. Sta finalmente accadendo. Dopo oltre 3 anni dall’ultimo rialzo dei tassi, la Fed ha deciso di alzare i tassi di interesse di 25 bps, dando il via a un nuovo ciclo di politica monetaria.Il “rullo di tamburi” era diventato più forte già da alcuni mesi, con la stretta monetaria quindi largamente prevista. Il contesto inflazionistico non era più compatibile con una politica a tasso zero già da diversi mesi e, anzi, prima dell’esplosione delle tensioni in Ucraina, era sul tavolo degli investitori anche una possibile mossa di 50 punti base. Il tasso di inflazione, confermato la scorsa settimana al 7,9%, il più alto dal 1982, era semplicemente troppo alto e occorreva un’azione urgente. Ovviamente, con tutta l’incertezza derivante dall’Ucraina, i policy makers hanno optato per un approccio più graduale, in linea con le aspettative di mercato e con quanto affermato dal presidente della Fed Powell nei suoi ultimi interventi pubblici. Interessante notare come un governatore della Fed abbia dissentito dalla decisione finale, rimanendo a favore di un aumento di 50 punti base.È anche interessante esaminare l’aggiornamento delle proiezioni economiche. Come osservato per la Banca Centrale Europea, le proiezioni della Fed sono cambiate rispetto a dicembre, alla luce di un’inflazione che si sta dimostrando più ostinata del previsto. La Fed ora prevede che il tasso mediano dei Fed Funds per il 2023 sia del 2,8%, rispetto all’1,6% delle previsioni di dicembre. La Fed ha anche commentato che l’impatto della crisi in Ucraina è stato probabilmente quello di esercitare pressioni al rialzo sui prezzi e potenzialmente di frenare l’attività economica.I mercati erano, e continuano a essere, posizionati per molti altri rialzi quest’anno e nel 2023. Attualmente ne sono previsti almeno altri 6 e la decisione può arrivare a ogni meeting. Altri rialzi da 50 bps non sono da escludersi, ha confermato il governatore Powell nella conferenza stampa. Infine, anche la parola “recessione” ha iniziato ad apparire nelle domande rivolte al governatore. L’appiattimento della curva dei tassi d’interesse governativi è tipicamente un cattivo segnale, ma per ora il governatore ha escluso che le mosse della FED possano indurre un eccessivo rallentamento dell’economia. Nonostante la mossa fosse già in qualche modo attesa, abbiamo assistito a una certa volatilità subito dopo l’annuncio: il dollaro si è rafforzato, i tassi d’interesse sono saliti e l’azionario è leggermente sceso. D’altronde si tratta pur sempre di un nuovo ciclo di rialzi per la politica monetaria, il primo dal lontano dicembre 2015, e dalle parole del governatore sembra che l’intenzione sia quella di combattere l’inflazione ad ogni costo.

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PIMCO: La Fed dà avvio a un ciclo di rialzo dei tassi: inflazione batte incertezza

Posted by fidest press agency su mercoledì, 23 marzo 2022

A cura di Allison Boxer, US Economist di PIMCO. Lo scoppio della guerra in Europa ha reso ancora più impegnativo per i policymaker della Fed il già difficile equilibrismo, poiché si trovano a misurare una prospettiva di crescita incerta con un nuovo aumento dell’inflazione. Tuttavia, la Fed ha sottolineato che ritiene che i rischi di inflazione superino notevolmente i rischi al ribasso per la crescita e, di conseguenza, ci aspettiamo che continui il suo percorso verso tassi più elevati e un bilancio più ridotto. La Fed avrebbe probabilmente bisogno di vedere un significativo rallentamento economico e una disfunzione del mercato prima di abbandonare il suo percorso di rialzo, dato che un maggiore e generalizzato incremento dei prezzi aumenta ulteriormente il rischio di aspettative di inflazione disancorate. Se i rischi elevati di inflazione giustificano una posizione più rigida di politica monetaria, un ritmo più veloce di rialzo dei tassi probabilmente peserà sulla crescita nel tempo, dato che le condizioni finanziarie si irrigidiscono sempre più rapidamente.Oltre al previsto aumento dei tassi di interesse, la Fed ha assunto un atteggiamento da “falco” nella dichiarazione del FOMC di marzo e nelle proiezioni economiche, così come nella conferenza stampa del presidente Jerome Powell, introducendo alcuni importanti cambiamenti. In primo luogo, la Fed ha inserito la forward guidance nella dichiarazione, facendo notare che “ulteriori aumenti in corso” del tasso sui Fed Funds e una riduzione del bilancio sono probabili. In secondo luogo, la Fed ha effettuato importanti revisioni alle proiezioni economiche di marzo rispetto alle precedenti previsioni di dicembre 2021. L’inflazione statunitense ha superato notevolmente le aspettative di consenso, in particolare a gennaio, il che, combinato con un ulteriore impulso inflazionistico derivante dalla guerra in Europa, ha spinto i funzionari della Fed ad aggiornare al rialzo le previsioni di inflazione per il 2022 di oltre 1 punto percentuale. I funzionari hanno anche previsto cali più modesti dell’inflazione nel 2023 e nel 2024, mantenendo l’inflazione significativamente al di sopra dell’obiettivo del 2% della Fed per tutto il periodo oggetto delle previsioni. (la misura preferita dalla Fed per l’inflazione è il PCE – le spese per i consumi personali).Coerentemente con il fatto che non ci si aspetta più che l’inflazione torni al target nel corso del periodo di previsione e che i funzionari della Fed vedono le pressioni inflazionistiche su una maggiore scala, le previsioni sui tassi di interesse sono state nettamente riviste e molti ora si aspettano che la politica dei tassi superi la soglia della neutralità entro la fine del prossimo anno. Le previsioni medie sono ora di un tasso sui Fed Funds dell’1,875% alla fine del 2022 (contro lo 0,875% previsto a dicembre) e del 2,750% alla fine del 2023 (contro l’1,625% precedente). Da notare che il dot plot mostra che la maggior parte dei funzionari prevede tassi un po’ al di sopra della stima media di neutralità del 2,4%, il che suggerisce che i funzionari della Fed ritengono che la politica debba essere almeno lievemente restrittiva per riportare l’inflazione al target.Alla conferenza stampa, il presidente Powell ha fornito alcune indicazioni sulle previsioni da falco ma ha anche cercato di preservare la possibilità di cambiare il percorso della propria politica, se necessario, nelle settimane e nei mesi a venire. Analogamente ai suoi commenti all’inizio di quest’anno, il presidente Powell non ha escluso la possibilità di aumenti più consistenti dei tassi.Dopo che la Fed ha concluso il programma di acquisto di asset all’inizio del mese, il presidente Powell ha confermato le nostre aspettative che un avvio anticipato e più veloce del deflusso del bilancio rispetto al ciclo passato sarà probabilmente annunciato in una delle prossime due riunioni. Anche un bilancio più ridotto contribuirebbe all’inasprimento della politica monetaria quest’anno e il presidente Powell ha suggerito che molti funzionari lo vedono come un qualcosa di equivalente a un ulteriore aumento dei tassi. Guardando al di là della riunione di marzo, ci aspettiamo che l’inflazione più elevata e le preoccupazioni sulle aspettative di inflazione continuino a pesare di più sui funzionari della Fed rispetto ai rischi al ribasso sulla crescita nei prossimi mesi. Di conseguenza, la nostra previsione di base continua a prevedere aumenti dei tassi nelle prossime riunioni della Fed e un ulteriore significativo inasprimento della politica della Fed nel corso dell’anno. Questo ritmo più veloce di inasprimento aumenta il rischio di un atterraggio brusco più avanti e suggerisce un rischio maggiore di recessione nei prossimi 2 anni.

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“PGIM Fixed Income: La FED va “all-in” nella lotta all’inflazione”

Posted by fidest press agency su domenica, 20 marzo 2022

A cura di Robert Tipp, Managing Director, Chief Investment Strategist, and Head of Global Bonds di PGIM Fixed Income.L’annuncio della Fed alla fine della riunione del FOMC del 16 marzo 2022 ha sorpreso per l’approccio aggressivo, con le proiezioni aggiornate per il tasso sui Fed Funds che lasciano intendere un “all in” nella lotta contro l’inflazione. Nelle sue dichiarazioni la Fed non si è soffermata sulle incertezze che circondano le prospettive economiche, salvo rilevare l’incertezza creata dalla guerra in Ucraina. La dichiarazione relativamente concisa della Fed si è piuttosto concentrata sul recente rafforzamento delle condizioni economiche, comprese quelle riguardanti l’occupazione e l’inflazione attualmente elevata. Ponendo l’accento su questi aspetti, i funzionari della Fed hanno intensificato con grande determinazione i loro piani per i rialzi dei tassi e hanno dato segnali di un probabile avvio delle Quantitative Tightening (QT) – ossia l’inversione dell’effetto dei programmi di allentamento quantitativo – per questa primavera, forse già durante la prossima riunione di maggio (maggiori dettagli potranno emergere dalla pubblicazione dei verbali di questa riunione tra poche settimane).L’atteggiamento ora più aggressivo della Fed prospetta un totale di sette rialzi dei tassi quest’anno, seguiti da altri quattro l’anno prossimo, portando il tasso sui Fed Funds all’1,9% entro la fine del 2022 e al 2,8% entro la fine del 2023. La traiettoria ora su un livello superiore presuppone che il tasso sui Fed Funds rimanga fino al 2024 al 2,8%, cioè sopra la stima della Fed del 2,4% per il tasso neutrale di lungo periodo. Durante questo arco temporale, la crescita dovrebbe passare dal 2,8% di quest’anno a un più moderato 2,0% entro il 2024, mentre l’inflazione, allo stesso modo, rimarrebbe elevata al 4,3% quest’anno, ma con un rallentamento al 2,3% entro la fine del 2024. Nel corso di questi anni di aggiustamento, il tasso di disoccupazione dovrebbe rimanere intorno a un favorevole 3,5%-3,6% alla fine di ogni anno.Alla conferenza stampa è stato chiesto a Powell quali effetti potrebbero avere i piani di una politica monetaria più severa, della Fed sul mercato del lavoro: in particolare, il tasso di disoccupazione potrebbe scendere ancora per poi rimanere a un livello basso pari al 3,5% fino al prossimo anno, come indicano le proiezioni della Fed? La risposta? Powell ha evidenziato l’attuale forte squilibrio tra la domanda e l’offerta di lavoro, dove le offerte di lavoro superano il numero dei disoccupati con un ampio e storico margine. Un inasprimento delle condizioni finanziarie, indotto dalla Fed, dovrebbe ridurre l’eccesso di domanda di lavoro e gli aumenti salariali associati, senza influire sulle attuali condizioni di occupazione e sul tasso di disoccupazione. Coerentemente con le prospettive favorevoli della Fed per il tasso di disoccupazione in un contesto di politica significativamente più rigida da parte dell’istituto centrale, Powell ha fatto notare all’inizio della conferenza che la probabilità di una recessione è, a suo parere, bassa. E infatti mantenere la piena occupazione su base sostenuta richiede la stabilità dei prezzi. La Fed si è quindi avviata in una direzione volta a indurre condizioni finanziarie più “normali”, per usare le parole di Powell; condizioni finanziarie che potrebbero, partendo da qui, aiutare a sostenere l’espansione economica.

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L’inflazione “made in the Usa” ora spaventa la Fed

Posted by fidest press agency su martedì, 1 febbraio 2022

A cura di Pasquale Diana, Head of Macro Research di AcomeA SGR.Solo un anno fa tutto questo sembrava impensabile. A dicembre 2020, la Fed si aspettava PCE inflation dell’1.8% in media nel 4Q21, ben 3.7% più bassa del dato reale (5.5%). Che cosa è successo? Come mai la Fed ha sottostimato così tanto l’inflazione? Capire che cosa è successo è importante. Sentiamo spesso dire che una politica fiscale molto espansiva, resa possibile dal QE della Fed, ha creato le condizioni per un boom di domanda negli Stati Uniti. Altri commentatori preferiscono porre l’accento sull’enorme crescita di M2, sostenendo che era solo questione di tempo prima che questa creasse tensioni sui prezzi. Entrambe queste teorie offrono una visione solamente parziale di quello che è successo. Vediamo perché. Primo, non c’è stato un boom di domanda in USA. È senz’altro vero che l’economia USA ha sovraperformato rispetto, ad esempio, all’Eurozona. Ma guardando i consumi reali delle famiglie, lo stimolo fiscale made in USA non ha fatto altro che riportarli sul trend pre-Covid. Un risultato eccezionale, se comparato alle performance di molti paesi, specialmente tra gli emergenti. Ma non certo un boom. Secondo, la relazione tra le masse monetarie e l’inflazione è abbastanza tenue. Spesso si fa riferimento all’identità M *V = P * Y (dove M è lo stock di moneta, V la velocità di circolazione della moneta e P*Y il PIL nominale). Ma proprio perché la velocità di circolazione non è stabile, qualsiasi tentativo di prevedere l’inflazione usando le dinamiche di M2 non avrebbe portato a buoni risultati negli ultimi tempi.Ma allora, che cosa è successo? Trovare una risposta convincente a questa domanda è importante per creare un framework che serva a interpretare i dati d’inflazione nei mesi a venire. Nei paragrafi che seguono faremo tre osservazioni legate ai dati in US, e nell’ultima sezione cercheremo di ampliare il raggio di analisi oltre gli Stati Uniti. Osservazione # 1. La pandemia ha portato a un cambiamento radicale del paniere di spesa. Dopo marzo 2020, i redditi dei consumatori USA sono stati sostenuti dalle politiche fiscali. Allo stesso tempo, i consumi sono cambiati come mai prima d’ora. Lavorando da casa, e con limitate possibilità di spendere in servizi (viaggi, ristoranti, cinema etc.), i consumatori hanno infatti ripiegato in maniera decisiva sui beni, in particolare quelli durevoli (elettrodomestici, auto, ecc). È stato infatti nei beni che c’è stato un vero boom, non certo nel consumo totale. La spesa nominale sui beni è 900bn USD superiore al trend pre-pandemico. La spesa sui servizi rimane ancora sotto il trend. Osservazione # 2. La stessa pandemia ha creato colli di bottiglia nella produzione. Quest’ultimi hanno impedito che l’offerta fosse sufficiente a incontrare questa enorme domanda di beni. Normalmente, quando la domanda sale, la produzione risponde. Ma se le politiche di lockdown, la difficile reperibilità di materiali, l’inefficienza delle (finora efficientissime) catene di valore generano colli di bottiglia, la produzione può non essere sufficiente. Ecco, quindi, che si creano tensioni sui prezzi dei beni durevoli. A vederla bene, la pandemia ha quindi creato un aggiustamento relativo dei prezzi più che inflazione generalizzata. Il trend più che decennale di deflazione di beni di consumo si è non solo interrotto, ma si è trasformato (a causa delle dinamiche di domanda/offerta di cui sopra) in forte inflazione. La fine di un’era, praticamente. Osservazione # 3. La chiave sta nei servizi. Se stiamo davvero per uscire dalla pandemia, è pertanto legittimo attendersi due cose. Primo, le tensioni dal lato dei prezzi dei beni scenderanno. Certo, potrebbero volerci diversi mesi prima di vedere una normalizzazione delle supply chains, ma è lecito attendersela.Inoltre, i consumatori sposteranno la loro spesa da beni a servizi. Facile quindi ipotizzare che l’inflazione sui beni di consumo sia destinata a normalizzarsi. Secondo, l’inflazione da servizi mostra dei rischi al rialzo. Il mercato del lavoro in USA mostra chiari segnali di overheating, con un tasso di disoccupazione del 3.9% e le offerte di lavoro (job openings) che sono addirittura 1.6 volte più alte del numero di disoccupati. I salari sono una componente importante del costo dei servizi, quindi delle dinamiche di cost-push sono senz’altro possibili nei prossimi mesi.Un discorso a parte merita l’inflazione da affitti (rents) che negli USA sembra destinata a salire gradualmente nei prossimi mesi a causa del boom del settore immobiliare USA. Infatti, man mano che scadono, i contratti di affitto vecchi si rinnovano ai prezzi più alti. L’aritmetica scomoda dell’inflazione (the uncomfortable arithmetic). L’inflazione da cibo ed energia dovrebbe scendere nei mesi a venire per ragioni tecniche. Assumendo infatti una stabilizzazione delle commodities ai livelli (alti) attuali, l’inflazione dovrebbe scendere per un puro effetto statistico: la comparazione con una base molto elevata. Per i beni, la fine del boom di domanda sui beni durevoli (legata alla fine della pandemia) e la normalizzazione delle supply chains dovrebbero portare a un rallentamento dell’inflazione, come detto in precedenza.Tutto bene, allora? Non proprio. La pressione sui servizi può tenere l’inflazione elevata a causa del suo peso molto elevato nel CPI (c. 60%), visto quanto la spesa dei consumatori USA sia spinta dai servizi. D’altronde questa è la norma nelle economie avanzate. I soli affitti pesano per un 33% del totale, per cui un aumento teorico dal 4% al 10% aggiungerebbe circa 2 punti all’inflazione attuale. Inflazione in chiara discesa nel 2022, ma rischi al rialzo. In conclusione, è chiaro che l’inflazione USA è elevata a causa di effetti pandemici, ma è altrettanto chiaro che i rischi sulla componente servizi sono notevoli e possono rallentare la discesa. Il consenso del mercato vede al momento l’inflazione al 2.6% in media in 4Q22 (Bloomberg PCE price index). La Fed è d’accordo ma i membri dell’FOMC vedono i rischi chiaramente al rialzo. Che succede se l’inflazione si rivela più alta delle attese? Se l’inflazione dovesse rallentare ma assestarsi sopra il 3-3.5%, sia i consumatori che il mercato dovrebbero con ogni probabilità rivedere al rialzo le loro attese d’inflazione nel medio periodo. A quel punto, la Fed non avrebbe altra scelta che indicare al mercato una stance di politica monetaria più aggressiva, e i tassi a medio/lungo periodo salirebbero. Probabilmente c’è ancora spazio per un rialzo dei tassi a lungo termine in USA. Che succede altrove? È evidente che ci sono componenti dell’inflazione che sono globali e quindi colpiscono tutti i paesi indiscriminatamente. Basti pensare alle bollette energetiche ad esempio. I paesi emergenti (EM) sono stati particolarmente colpiti visto che il peso delle componenti cibo ed energia sono molto più alte che altrove. In generale, le banche centrali in EM non possono lasciare che l’inflazione superi il loro target senza prendere contromisure, visto che le aspettative di inflazione non sono ancorate come nei mercati sviluppati. Questa è la ragione per la quale le banche centrali in EM hanno iniziato ad alzare i tassi già diversi mesi fa. Nei paesi nei quali ci sono già stati dei rialzi dei tassi importanti e l’inflazione sembra destinata a scendere nei prossimi trimestri, possono esserci opportunità interessanti sulla parte lunga delle curve del debito in valuta locale. Tra questi paesi ci sono ad esempio Colombia e Brasile, oltre ovviamente alla Russia (che ha però dinamiche chiaramente sui generis, visti i rischi geopolitici).In Europa, la BCE rimane (per ora) lontana dal rialzare i tassi, ma…Tra i paesi sviluppati, l’inflazione è chiaramente salita in maniera sensibile ma rimane ben al di sotto di quella US. Questo spiega come mai ad esempio la BCE sia per adesso molto più restia a iniziare a parlare di rialzi dei tassi. Non è da escludere tuttavia che, qualora l’inflazione sia headline che core dovesse superare le attese, anche la BCE possa effettuare un pivot verso una posizione più hawkish, come ha fatto la Fed in Q4. In quel caso, un rialzo dei tassi della BCE verso la fine del 2022 potrebbe diventare un’opzione credibile.

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PIMCO: La strada della Fed verso la piena normalizzazione

Posted by fidest press agency su domenica, 30 gennaio 2022

A cura di Tiffany Wilding, economista esperta di America Settentrionale di PIMCO Con l’inflazione ancora ben al di sopra dell’obiettivo della Federal Reserve e il tasso di disoccupazione ora al di sotto delle stime per il livello massimo di lungo periodo, la Fed ha ribadito le recenti indicazioni in seguito alla riunione di gennaio: i funzionari si aspettano di aumentare il tasso di riferimento a marzo, dando il via a una serie di quattro rialzi nel 2022. Sebbene la traiettoria dei tassi a breve termine della Fed indichi un aumento più rapido e tempestivo in risposta ai rischi inflazionistici, non abbiamo cambiato la nostra aspettativa che un tasso neutro ancora basso, un bilancio più ampio della banca centrale e livelli di debito generalmente più alti nell’economia manterranno il livello terminale di questo ciclo di rialzo dei tassi pari a quello raggiunto nel 2018 o addirittura al di sotto (cioè, un intervallo di 2,25%-2,5%).Nel frattempo, i funzionari della Fed hanno segnalato un inizio anticipato della riduzione del bilancio della banca centrale (un processo noto come quantitative tightening o QT) pubblicando una lista di principi di politica di bilancio, che ha fornito alcune informazioni generali sul piano della Fed per una significativa riduzione degli asset detenuti. Anche se i funzionari non hanno fornito ulteriori dettagli sul ritmo o sul probabile avvio del programma, ci aspettiamo che inizi verso la metà dell’anno (dopo la fine degli acquisti di asset all’inizio di marzo), quando il tasso dei Fed funds dovrebbe essere sopra lo 0,5%.Dalla precedente riunione del FOMC a metà dicembre, un rapporto sull’occupazione di dicembre sorprendentemente forte ha spinto i funzionari dell’istituto centrale a spostare ancora una volta in avanti le aspettative per il lift-off dall’attuale tasso di Fed funds dello 0%-0,25%. Il tasso di disoccupazione del 3,9% è ora al di sotto delle stime del FOMC per il livello di lungo periodo (un indicatore per la massima occupazione), e l’inflazione ha superato significativamente l’obiettivo a lungo termine della Fed (2% PCE, o spese per consumi personali). Anche se quest’anno ci si aspetta che i livelli d’inflazione si moderino, la forte ripresa del mercato del lavoro e le conseguenti pressioni sui salari sono stati probabilmente fattori chiave dietro il piano della Fed di rimuovere l’accomodamento. Crediamo che la Fed stia puntando a una posizione più neutrale per posizionare la politica per i rischi di inflazione elevati.A questo scopo, la Fed ha sfruttato la riunione di gennaio – l’ultimo incontro prima del previsto lift-off a marzo – per annunciare formalmente un imminente rialzo dei tassi, modificando la sezione della forward guidance della dichiarazione del FOMC di gennaio per affermare che “presto” sarà opportuno aumentare i tassi. È probabile che il rialzo dei tassi di marzo dia il via a una sequenza di rialzi trimestrali e all’inizio del QT più avanti nell’anno, dato quanto dichiarato dal presidente della Fed Jerome Powell alla conferenza stampa sul fatto che sarà presto opportuno “allontanarsi gradualmente” dall’attuale politica monetaria decisamente accomodante.Sebbene il presidente Powell abbia ribadito le aspettative del FOMC per una serie di rialzi dei tassi, non ha lasciato intendere che un aumento dei tassi di 50 punti base sia probabile a marzo (anche se non lo ha nemmeno escluso). Anche se Powell ha confermato che il comitato crede di aver raggiunto i benchmark per il mercato del lavoro e dell’inflazione necessari per avviare il ciclo di rialzo dei tassi, l’inflazione dovrebbe ancora moderarsi nei prossimi trimestri, riducendo probabilmente la necessità di un brusco adeguamento alla riunione di marzo.Tuttavia, il presidente Powell ha ribadito che il FOMC sarà abbastanza attento al rischio che il processo inflazionistico si stia spostando al rialzo – qualcosa che tende ad accadere quando gli aumenti salariali portano a maggiori aumenti dei prezzi, che portano ad ulteriori aumenti salariali, e così via. Nonostante le pressioni salariali aggregate abbiano subito un’accelerazione a causa dell’irrigidimento del mercato del lavoro, l’evidenza suggerisce ancora che il livello attualmente elevato dell’inflazione primaria si ridurrà man mano che le frizioni legate alla pandemia nei mercati del lavoro e dei prodotti si modereranno nel tempo.Come previsto, la Fed ha annunciato il termine dei suoi programmi di acquisto di asset per inizio marzo, segnalando al contempo la sua intenzione di iniziare presto a ridurre il proprio bilancio pubblicando la lista dei criteri sopra menzionata. I verbali della riunione del FOMC di dicembre hanno suggerito che gli asset inizieranno probabilmente a diminuire prima e a un ritmo più veloce in questo ciclo rispetto al ciclo precedente, anche se il presidente Powell ha dichiarato che ulteriori discussioni sui dettagli di qualsiasi programma saranno affrontate nelle prossime riunioni. Tuttavia, nonostante l’approccio più aggressivo, la Fed ha anche ribadito la sua preferenza per una riduzione passiva, invece di vendite definitive sul mercato secondario. Sulla base di queste indicazioni, ci aspettiamo che la Fed annunci la riduzione passiva del proprio bilancio cessando il reinvestimento dei proventi dei Treasury statunitensi in scadenza e degli MBS agency . Ci aspettiamo anche che la Fed fissi dei massimali più alti per il reinvestimento delle cedole dei Treasury e degli MBS rispetto allo scorso ciclo, il che porterebbe ad un calo del bilancio più veloce nei prossimi anni. Infatti, stimiamo che questo consentirebbe alla Fed di ridurre le dimensioni del proprio bilancio di oltre 1.000 miliardi di dollari entro la fine del 2023 – un ritmo di riduzione molto più veloce di quello raggiunto nel ciclo 2017-2018. Tuttavia, con le dimensioni del bilancio attualmente superiori di circa 4.000 miliardi di dollari rispetto ai livelli pre-pandemia, la Fed avrà ancora molta strada da fare prima di raggiungere una completa normalizzazione.

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“Capital Group: tassi, economia USA, inflazione, cosa aspettarsi dalla Fed nel 2022?”

Posted by fidest press agency su martedì, 11 gennaio 2022

A cura di Darrell Spence, Economista di Capital Group. Il segnale più importante lanciato dall’accelerazione del tapering è l’apertura a una serie di aumenti dei tassi nel 2022. Tuttavia, anche se i cambiamenti di politica della Fed rappresentano un punto di inflessione che potrebbe scuotere i mercati, è importante valutare queste notizie in prospettiva. Secondo il dot plot della Fed, attualmente la maggior parte dei governatori prevede tre aumenti dei tassi per l’anno prossimo. Una svolta importante rispetto a settembre, quando soltanto la metà dei membri del FOMC (Federal Open Market Committee) non prevedeva rialzi per tutto il 2022. Un dato che supera anche il consensus di mercato di due interventi nel 2022. Il Presidente della Fed, Jerome Powell, ha inoltre affermato che il comitato avvierà il dibattito sulla riduzione del bilancio della banca centrale.Nel nostro scenario di base prevediamo tre aumenti dei tassi di interesse da parte della Fed nel 2022. Nonostante i toni aggressivi, azioni e TIPS hanno conseguito un andamento positivo dopo l’annuncio e la curva dei rendimenti ha registrato un irripidimento. Se gli asset rischiosi terranno e le condizioni finanziarie resteranno accomodanti, la Fed avrà il via libera per intervenire in modo ancora più aggressivo per contrastare l’inflazione. La Fed sembra interpretare la variante Omicron come un impulso all’inflazione, ma non sembra essere troppo preoccupata dei rischi che ne conseguono. Powell ha dichiarato che le persone stanno imparando a convivere con il virus nonostante le ondate ricorrenti, suggerendo che le implicazioni economiche potrebbero essere limitate. La Presidente della Fed di San Francisco Mary Daly, tra i membri più accomodanti del Federal Open Market Committee, è stata tra i primi a sostenere la necessità di accelerare la riduzione degli acquisti di titoli obbligazionari. Anche altre “colombe”, come Lael Brainard, nuova vicepresidente della Fed, e John Williams, presidente della Fed di New York, hanno dichiarato che, se l’inflazione sarà superiore all’obiettivo, faranno quanto necessario per tenerla sotto controllo. Questo timore sull’inflazione è bipartisan e, di conseguenza, la resistenza politica a un aumento dei tassi per contrastare l’inflazione sarà probabilmente scarsa.Alla fine, tuttavia, nel prossimo futuro continueremo ad avere tassi bassi e rendimenti bassi. Le previsioni a lungo termine emerse dal dot plot sono rimaste invariate e, secondo i calcoli della Fed di Atlanta, il mercato si attende un tasso sui Fed Fund intorno all’1,5% a fine 2024, uno scenario ancora fortemente espansivo.Tuttavia, prevediamo una crescita moderata per gli Stati Uniti nel 2022, poiché gli stimoli fiscali verranno meno e la Fed abbandonerà progressivamente la sua politica espansiva. Nel nostro scenario di base stimiamo una crescita del PIL compresa tra il 2,5 e il 3%, un tasso ancora del tutto rispettabile. E sebbene i periodi di stretta monetaria possano causare una maggiore volatilità sui mercati, riteniamo che gli asset rischiosi continueranno a essere sostenuti da utili solidi. Le valutazioni sono elevate rispetto ai dati storici, ma non eccessive, considerando il livello attuale e previsto dei tassi di interesse. Non escludiamo una leggera correzione, ma non ci attendiamo una flessione sistemica del mercato. Detto questo, nel 2022 l’economia probabilmente dovrà affrontare maggiori ostacoli – in particolare l’inflazione – rispetto al 2021.Sfortunatamente, la Fed può fare molto poco per aumentare l’offerta. Piuttosto, per ridurre l’inflazione, sarebbe necessario reprimere la domanda, che sostanzialmente significa aprire una fase di rallentamento o recessione dell’economia. Tuttavia, non sappiamo ancora quanto la banca centrale sia propensa a frenare un’economia che – a suo giudizio – potrebbe non aver ancora raggiunto la massima occupazione, soltanto per bloccare il ritorno dell’inflazione.Detto questo, in un’ottica pluriennale, il fenomeno “transitorio” continua ad apparire una possibilità reale. Molti dei fattori che hanno causato un’inflazione bassa negli ultimi decenni, soprattutto la globalizzazione e i progressi tecnologici, sono ancora presenti. Questi fattori potrebbero contribuire a ridurre l’inflazione a lungo termine, ma nel breve termine il COVID e i problemi che ne derivano probabilmente domineranno le prospettive sull’inflazione.In questa fase riteniamo che i mercati azionari riusciranno a superare la situazione nel 2022, poiché la crescita economica, lenta ma positiva, dovrebbe sostenere gli utili societari. Comprensibilmente, le valutazioni destano molti timori, poiché il rapporto P/E appare elevato rispetto ai dati storici. Tuttavia, è così da molti anni e, nonostante ciò, il mercato ha continuato a crescere. Chi è rimasto fuori dal mercato per i timori sulle valutazioni ha perso molte opportunità.

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Una Fed hawkish che non spaventa i mercati

Posted by fidest press agency su giovedì, 30 dicembre 2021

A cura di Andrea Delitala, Head of Euro Multi Asset e Marco Piersimoni, Senior Investment Manager di Pictet Asset Management. La riunione di dicembre sembra segnare la fine del regime di tolleranza a oltranza nei confronti dell’inflazione da parte della Fed. Jerome Powell, infatti, ha mostrato un atteggiamento da falco che non aveva ancora mai assunto da quando è al comando dell’istituto centrale, nemmeno in quel fine 2018 segnato dal rialzo dei tassi e dal simultaneo Quantitative Tightening. Dopo aver proclamato per alcuni trimestri la teoria della pazienza in nome del nuovo paradigma del Flexible Average Inflation Targeting (FAIT), la banca centrale statunitense ha ribaltato la propria retorica, ponendo nuovamente un limite virtuale alla crescita dei prezzi e arrivando anche ad affermare che un’inflazione eccessiva risulta nociva per il raggiungimento della piena occupazione (obiettivo divenuto prioritario allo scoppio della pandemia, nell’ambito del duplice mandato della Fed).Non ha spaventato i mercati l’annuncio di una decelerazione più forte del Quantitative Easing, ovvero dell’incremento nel ritmo della riduzione degli acquisti: a partire da gennaio, questi si contrarranno di 30 miliardi di dollari al mese, il doppio rispetto agli attuali 15 (decisi a novembre), fino ad arrivare ad azzerarsi a marzo. La normalizzazione più rapida della politica monetaria era stata ampiamente anticipata. Il mercato, da alcune settimane preparato per questa eventualità, vi ha letto, come noi, la correzione di un ritardo nella fine del QE; infatti, la continua iniezione di liquidità ($120mld/mese), da qualche trimestre non era più imprescindibile per sostenere l’economia visto che lo stato di emergenza può essere considerato superato (almeno per il momento). La fase di allentamento monetario congiunto, caratterizzato da tassi ai minimi e programmi di acquisto smisurati, volge quindi al termine, dopo aver raggiungo livelli mai visti in passato nel tentativo di limitare gli effetti della pandemia di COVID-19. Quando l’inflazione al consumo si normalizzerà (per effetto base negativo e riallineamento tra domanda e offerta dopo i temporanei colli di bottiglia legati al COVID), i salari reali torneranno a crescere e, in quel momento, la produttività dovrà tenere il passo. Altrimenti, la Fed sarà chiamata a intervenire con decisione per non perdere il controllo dell’inflazione.Il mercato ha reagito in modo molto ordinato al cambio di orientamento da parte della Fed, apprezzando evidentemente la svolta, a fronte di dati di inflazione persistente, come il modo giusto per ristabilire la credibilità dell’istituto sulla capacità (e volontà) di adempiere al mandato di stabilità dei prezzi. Ciò detto, la linea morbida della tolleranza, che pare definitivamente accantonata, potrebbe tornare in auge qualora la ripresa economica fosse meno solida del previsto o l’inflazione (anche attesa) rientrasse più rapidamente.Dopotutto, negli ultimi anni la Banca Centrale USA ci ha abituati a più di una svolta di politica monetaria: in taluni casi mostrando un’utile iniziativa e creatività, come in occasione delle tempestive misure straordinarie prese durante la Grande Recessione (fine 2008/inizio 2009) o la pandemia (primavera 2020). In altri casi, come quest’ultimo o la fine del 2018 (QT sui binari, ‘on a preset course’), la svolta pare dettata da un errore di valutazione precedente. Meglio così che perseverare nell’errore. Bisogna infine riconoscere che un ciclo economico eccezionale come questo, scandito dallo shock pandemico intermittente, sia così difficile da interpretare in tutte le sue implicazioni macroeconomiche che anche le indicazioni dei Policy Makers hanno valore limitato nel tempo. A questa minore affidabilità delle promesse delle banche centrali dovremo dunque abituarci, così come alla volatilità che da essa potrebbe scaturire.

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Il Great Balancing Act della Fed

Posted by fidest press agency su lunedì, 27 dicembre 2021

Con il raggiungimento del picco di liquidità, prevediamo che nel 2022 il mercato presterà maggiore attenzione ai fondamentali economici. Il mercato si sta settando su vari fattori: l’inflazione guidata dalla domanda, i maggiori costi dell’energia, le aspettative su quando le supply chain torneranno a livelli normali con la Federal Reserve che risponderà a pressioni inflazionistiche più sostenute. A nostro avviso, il mercato nel suo senso più ampio deve porre enfasi sulla sostenibilità, in particolare alla luce dei maggiori costi dell’energia e dei cambiamenti climatici. In questo contesto, è probabile che i mercati stessi si dimostrino più selettivi nel 2022. Andando verso il 2022 sono due le principali domande che si pongono gli investitori: La crescita dell’economia reale rimarrà forte? E, quando la Fed passerà dal tapering all’innalzamento dei tassi di interesse? La previsione media per la spesa personale in consumi prevede un’inflazione del 2,3% su base decennale che dovrebbe portare la Fed a cambiare le proprie politiche per mantenersi in grado di contrastare l’inflazione in maniera credibile La Fed però deve agire mantenendo un non facile equilibrio. I fattori contingenti sono responsabili di una parte sostanziale dell’inflazione attuale e la Fed deve guardare oltre questi fattori. Muoversi troppo presto potrebbe distruggere la ripresa economica, ma ci sono aree sempre più preoccupanti in cui le pressioni sui prezzi potrebbero diventare più permanenti. E poi ci sono i rischi economici associati alla variante Omicron, se dovesse rivelarsi una grossa preoccupazione. La Banca centrale europea (BCE) ha ammesso che l’inflazione impiegherà più tempo del previsto per normalizzarsi. Tuttavia, la BCE vede un basso rischio che l’inflazione core superi il target del 2% a causa della ripresa economica più lenta. Francoforte non dovrebbe annunciare la fine del QE fino alla fine del primo trimestre 2022, Al contrario, l’elevata inflazione e le pressioni salariali potrebbero costringere la Bank of England ad alzare i tassi di interesse più velocemente della BCE. La divergenza della BCE dalle altre banche centrali potrebbe pesare sull’euro, rafforzando le pressioni inflazionistiche in Europa nel medio termine. Inoltre, prevediamo che i prezzi dell’energia rimarranno volatili mentre l’Europa passa a un’economia a zero emissioni. La persistente inflazione dei prezzi dell’energia potrebbe portare a una forte contrazione del reddito tale da ridurre la spesa per i consumi e quindi gli utili delle aziende. Le prospettive dei tassi europei potrebbero anche essere messe in discussione dall’ultima ondata di COVID-19 in tutta il continente. La fase peggiore dei rallentamenti della catena di approvvigionamento è probabilmente alle nostre spalle, ma passare da un momento di grande congestione a un flusso sano richiederà tempo. Pertanto, l’inflazione rimarrà probabilmente elevata almeno fino alla metà del 2022. Durante questo periodo, le aree di inflazione più persistenti rappresenteranno una preoccupazione crescente. Questo ha spinto la Fed a smettere di parlare di “transitorio” (abstract)

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PIMCO: Fed focalizzata sul ritorno verso la neutralità

Posted by fidest press agency su lunedì, 20 dicembre 2021

A cura di Tiffany Wilding, economista esperta di America Settentrionale di PIMCO Come molti osservatori hanno anticipato, e come la stessa banca centrale ha comunicato, la Federal Reserve degli Stati Uniti ha indicato alla riunione di dicembre 2021 che un inizio più rapido e un ritmo più rapido di rialzi dei tassi è probabilmente giustificato nei prossimi trimestri e anni. Dalla precedente riunione del FOMC all’inizio di novembre, diversi importanti sviluppi macro hanno probabilmente spinto i funzionari della Fed a cambiare le loro prospettive. In primo luogo, l’inflazione statunitense (misurata dall’indice dei prezzi al consumo o CPI) ha riaccelerato, principalmente a causa di ulteriori interruzioni della catena di approvvigionamento dovute alla variante delta del COVID-19, nonché alla distruzione di veicoli a causa dell’uragano Ida. PIMCO prevede che la riaccelerazione dell’inflazione negli Stati Uniti continuerà per i prossimi mesi prima di moderarsi (su base mensile) nella prima metà del 2022. Siamo d’accordo con la Fed che il rischio di un’inflazione persistentemente più alta stia crescendo. Crediamo che più a lungo l’inflazione principale rimane elevata, maggiore è la probabilità che i consumatori e le aziende credano che sia probabile che rimanga elevata, con conseguenti cambiamenti comportamentali che potrebbero elevare l’inflazione in una spirale autosuggestionante.Secondo, anche se il presidente della Fed Jerome Powell ha osservato che il mercato del lavoro probabilmente non ha ancora raggiunto la massima occupazione, si sta “avvicinando rapidamente”. Il tasso di disoccupazione degli Stati Uniti (come riportato dal Bureau of Labor Statistics o BLS) è ora appena 0,2 punti percentuali sopra le più recenti stime della Fed sui livelli di equilibrio di lungo periodo. Inoltre, i mercati possono essere più stretti di quanto sia desumibile confrontando l’attuale livello di occupazione rispetto ai livelli pre-pandemici. Infatti, con oltre 2,5 milioni di persone che sono andate in pensione dall’inizio della pandemia (secondo il BLS) e con la crescente evidenza di frizioni nel collocamento dovute agli effetti persistenti dei cambiamenti nei comportamenti individuali legati alla pandemia, lo spettro di un’inflazione salariale persistentemente elevata appare molto più prominente. Aspettative di inflazione più alte, e una contrattazione del lavoro più aggressiva per gli aggiustamenti del costo della vita, potrebbero riversarsi sui prezzi, e mantenere l’inflazione elevata in modo più persistente.In terzo luogo, è arrivata la variante omicron e si è diffusa rapidamente in tutto il mondo. Le parole del presidente Powell all’inizio di dicembre suggeriscono che egli vede maggiori rischi che la nuova variante danneggi l’offerta più che la domanda, fornendo un altro potenziale vento di coda ai prezzi statunitensi. Crediamo che la tempistica e la posizione dei focolai della variante omicron determineranno probabilmente l’impatto sull’economia statunitense. Molte economie dei mercati emergenti, che sono fornitori chiave degli Stati Uniti, rimangono molto indietro rispetto alle economie sviluppate nei tassi di vaccinazione, e diversi paesi in Asia sono stati rapidi nell’implementare ulteriori lockdown. Qualora omicron induca un’ulteriore perturbazione, si presenterebbe mentre le scorte al dettaglio rimangono vicino ai minimi storici. Un ulteriore ritardo nel ritorno in ufficio e l’interruzione dell’assistenza all’infanzia potrebbero anche essere un vento contrario alla ripresa del mercato del lavoro.Dati questi sviluppi, crediamo che la Fed sia ora molto più concentrata sul riportare la politica più vicina alla neutralità. E questo spostamento di attenzione ha contribuito alla decisione della Fed di ridurre più rapidamente il suo programma di acquisto di asset, che ora dovrebbe terminare a marzo (al precedente ritmo di riduzione, sarebbe durato fino a giugno), e anche a segnalare imminenti rialzi dei tassi. Infatti, in base al Summary of Economic Projections (SEP) aggiornato, la maggioranza dei funzionari del FOMC prevede un aumento dei tassi già a giugno e tre volte in totale nel 2022; notiamo anche che tutti i funzionari della Fed ora prevedono almeno un aumento nel 2022. Inoltre, il SEP ha indicato che è probabile che altri cinque rialzi siano giustificati nel periodo 2023-2024, per portare la politica monetaria più vicina a livelli coerenti con la neutralità. A nostro avviso, la Fed finora ha navigato magistralmente nell’aggiustamento delle aspettative del mercato per il percorso della politica senza stringere materialmente le condizioni finanziarie. Infatti, l’indice delle condizioni finanziarie statunitensi di PIMCO (un indice proprietario che riassume le informazioni sull’economia statunitense contenute in una serie di variabili finanziarie) è cambiato poco negli ultimi mesi. Tuttavia, anche dopo la proiezione aggiornata del percorso dei tassi a dicembre, l’incertezza e il potenziale di volatilità rimangono mentre la Fed si muove verso una posizione di politica monetaria un po’ più stretta nel 2022. In particolare, il presidente Powell ha reso noto dopo la riunione che la Fed ha discusso la potenziale sequenza per l’esaurimento del bilancio, un’ulteriore incertezza sul percorso di inasprimento della politica monetaria.

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Nervosismo del mercato obbligazionario a seguito della riconferma di Jerome Powell alla guida della FED

Posted by fidest press agency su mercoledì, 1 dicembre 2021

A cura di Massimo De Palma, Head of Multi Asset Team di GAM (Italia) SGR. La riconferma di Jerome Powell, alla guida della FED per il suo secondo mandato, sembrava ormai scontata. Il Presidente Biden aveva la necessità di dimostrarsi più conciliante nei confronti dei Repubblicani per trovare un accordo sull’approvazione al Senato del ’Build Back Better’, ovvero il maxi piano da 1750 miliardi di dollari su welfare, istruzione e clima. Anche per questa ragione la scelta è ricaduta su Powell, nominato la prima volta a febbraio del 2018 da Trump, mentre Lael Brainard, più vicina alla linea politica democratica, è stata per il momento designata alla vicepresidenza. Eppure, i mercati finanziari hanno reagito in modo netto e improvviso: rialzo del dollaro, aumento dei tassi di interesse sia sulla parte lunga sia su quella a breve, e debolezza dei titoli tecnologici più sensibili al rialzo dei tassi. Il ragionamento ex post è che Powell viene considerato dal mercato più falco della Brainard e il mercato sta scommettendo su un’accelerazione del tapering che potrebbe essere comunicato nella prossima riunione Fed di dicembre. Nelle stesse ore, al di là dell’oceano, il membro del Comitato Esecutivo della BCE Isabel Schnabel ha dichiarato che il rischio sui prezzi è orientato verso l’alto. L’inflazione effettivamente continua a mordere, mostrando una “transitorietà” più prolungata rispetto a quanto originariamente prospettato dalla Banche Centrali. Il nervosismo sta aumentando soprattutto in Germania, dove anche il quotidiano Bild Zeitung, recentemente, ha attaccato la politica della BCE ritenuta eccessivamente espansiva, non idonea a tutelare i risparmiatori tedeschi.A nostro avviso però la reazione dei mercati è, come spesso accade in questi casi, eccessiva e, per certi versi, umorale. Non dobbiamo infatti dimenticare che in Europa, in questo momento, è in corso una nuova ondata pandemica. Per quanto non riteniamo che avrà le stesse conseguenze delle precedenti, come evidenziato nella Musa dei Mercati della scorsa settimana (“Onda Anomala”), in questo momento è ancora da valutarne l’impatto, passibile di spostare in avanti qualunque scelta monetaria di ordine più restrittivo. Come mostrato ad esempio dall’indicatore IFO di sentiment, un indebolimento è in corso da qualche mese e potrebbe proseguire in maniera anche più marcata nel caso la pandemia stentasse ad arretrare. Negli Stati Uniti, inoltre, il faro di politica monetaria rimane la “piena occupazione” e, allo stato attuale, questo obiettivo è ancora lontano qualche milione di posti di lavoro.Di conseguenza, pur riconoscendo gli eventi e i rischi sopra esposti, pensiamo che in qualche misura l’attuale debolezza sui listini possa rientrare progressivamente, anche se una fase correttiva è del tutto fisiologica dopo un movimento al rialzo così impetuoso e prolungato.

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Jerome Powell confermato alla guida della Fed

Posted by fidest press agency su domenica, 28 novembre 2021

A cura di Alberto Artoni, Portfolio Manager US Equity di AcomeA SGR. Nonostante le pressioni all’interno del proprio stesso partito, il Presidente Biden ha confermato il mandato a Jerome Powell per i prossimi quattro anni come chairman della Federal Reserve. Gli analisti hanno quindi letto nella conferma di Powell un segnale di ritrovata indipendenza della Banca Centrale che potrebbe favorire un, seppur graduale, ritorno a politiche monetarie meno accomodanti, alla luce delle dinamiche della crescita e dell’inflazione. L’indice dei prezzi al consumo ha fatto registrare nel mese di ottobre un incremento del 6.2%, un valore che non si registrava da oltre 30 anni. I mercati hanno reagito alla nomina di Powell con un aumento dei rendimenti sui titoli governativi e un calo della Borsa. È però interessante notare come le vendite si siano concentrate soprattutto sul settore tecnologico e, in particolare, dei titoli che scontano fortissimi tassi di crescita futuri, mentre i settori più legati al ciclo ed alla cosiddetta “old economy” hanno, invece, chiuso la seduta con segno positivo. In una giornata conclusa con -0.32% per l’indice S&P, rappresentativo del mercato nel suo insieme, l’indice delle banche americane ha chiuso con oltre +2% di guadagno. Analogamente a quanto accade ai titoli obbligazionari, dove il valore del titolo scende a fronte di un aumento dei rendimenti, alcuni titoli azionari sono particolarmente vulnerabili a un incremento dei tassi d’interesse. Tra i più a rischio ci sono sicuramente le azioni di molte aziende innovative che però sono oggi in perdita e non produrranno verosimilmente utili ancora per diversi anni. Al contrario, un approccio value e attivo, focalizzato su aziende e settori più maturi, che già oggi producono robusti flussi di cassa, potrà beneficiare di un cambio della politica monetaria.

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L’IPC statunitense di ottobre aggiunge pressione alla politica della Fed

Posted by fidest press agency su sabato, 20 novembre 2021

Commento a cura di Tiffany Wilding, economista esperta di America Settentrionale di PIMCO sull’inflazione Usa. Un altro rapporto sull’inflazione dell’indice dei prezzi al consumo (CPI) statunitense più solido del previsto per ottobre 2021 lascia decisamente intendere che i funzionari della Federal Reserve anticiperanno il calendario previsto per l’aumento dei tassi, nel tentativo di gestire il rischio che le aspettative di inflazione a lungo termine accelerino a causa delle pressioni inflazionistiche e della conseguente incertezza economica. La Fed rilascerà le previsioni aggiornate sull’aumento dei tassi a dicembre; dopo quest’ultimo rapporto sull’IPC, crediamo che la previsione media aggiornata della Fed potrebbe indicare due aumenti dei tassi nel 2022 e tre o quattro aumenti nel 2023.Il rapporto CPI di ottobre ha mostrato che i prezzi di un’ampia gamma di beni al dettaglio sono aumentati più del previsto, poiché i consumatori hanno anticipato gli acquisti per il periodo natalizio, e anche l’accelerazione nelle categorie degli alloggi negli ultimi due mesi è stata più decisa del previsto. Le continue pressioni della catena di approvvigionamento e la domanda di automobili hanno anche contribuito all’aumento dell’inflazione riportata. Per ora, ci aspettiamo che il ritmo del tapering degli acquisti di asset continui a 10 miliardi di dollari al mese per i Treasuries statunitensi e 5 miliardi di dollari al mese per i titoli garantiti da ipoteca (MBS) agency. Tuttavia, non saremmo sorpresi di vedere più richieste per i funzionari della Fed ad accelerare il tapering a gennaio, quando dovranno annunciare l’andamento in corso. (abstract)

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PIMCO: I rischi di inflazione mettono la Fed in una posizione scomoda

Posted by fidest press agency su domenica, 7 novembre 2021

A cura di Tiffany Wilding, economista esperta di America Settentrionale di PIMCO. Come previsto, la Federal Reserve degli Stati Uniti ha annunciato la prima riduzione dell’andamento mensile di acquisti di obbligazioni durante la riunione del FOMC di novembre, pur ammettendo che le prospettive di inflazione sono più incerte. I mercati hanno risposto con calma alla notizia, ma guardando al futuro, i policymaker della Fed hanno il compito più difficile di gestire le aspettative dei mercati sui tassi di fronte agli elevati rischi di inflazione. Sebbene siamo d’accordo con la Fed che probabilmente l’inflazione attualmente si dissiperà, ora sembra che ci vorrà più tempo di quanto si pensasse inizialmente. Un’inflazione che rimane elevata più a lungo, anche se è attribuita a fattori temporanei, aumenta il rischio che anche le aspettative di inflazione a lungo termine si adeguino più in alto – qualcosa che la Fed vuole evitare. In effetti, è probabile che i prossimi mesi mettano alla prova la pazienza dei banchieri centrali, e vediamo un rischio significativo che le aspettative dei funzionari della Fed per i rialzi dei tassi vengano spinte più avanti quando le prossime proiezioni economiche verranno rilasciate a dicembre.La Fed ha annunciato il suo piano per iniziare a ridurre gli acquisti di Treasuries e di titoli garantiti da ipoteca (MBS). In particolare, ha annunciato che ridurrà gli acquisti di 15 miliardi di dollari al mese a metà novembre e metà dicembre. E anche se queste riduzioni mensili continueranno probabilmente fino a giugno 2022, la Fed ha inoltre specificamente dichiarato di essere pronta a modificare l’andamento delle riduzioni mensili se le condizioni economiche lo giustificano. Dopo che la Fed porrà fine a questi acquisti sul mercato secondario, ci aspettiamo che manterrà il suo bilancio statico continuando il rollover dei ricavati in scadenza alle aste del Tesoro o di nuovo nel mercato degli MBS, rispettivamente.Dalla riunione del FOMC di settembre, abbiamo assistito a un significativo riprezzamento delle aspettative del mercato per i tassi della banca centrale. Negli Stati Uniti, i mercati hanno ora prezzato un’elevata possibilità di un aumento dei tassi già nella riunione del FOMC di giugno 2022. Per quanto i commenti del governatore della Banca d’Inghilterra Andrew Bailey sono stati un probabile catalizzatore della mossa, pensiamo che la persistenza dello spostamento dei prezzi di mercato rifletta i rischi al rialzo dell’inflazione statunitense e globale.Nell’ultimo anno, la forte domanda di beni da parte dei consumatori, unita a vari vincoli di capacità lungo la catena di fornitura, ha contribuito ad aumentare l’inflazione – questi problemi sono stati particolarmente acuti nel settore automobilistico. Ci si aspettava che questo fenomeno si dissipasse con la ripresa dell’economia dalla pandemia; tuttavia, gli sviluppi più recenti probabilmente contribuiranno ulteriormente a ulteriori pressioni inflazionistiche prima di dissolversi il prossimo anno.Queste pressioni inflazionistiche globali sono state ulteriormente aggravate dagli effetti interni dell’uragano Ida. La tempesta ha interrotto la produzione di petrolio nel Golfo del Messico, ma ha anche danneggiato un gran numero di veicoli a motore. La successiva domanda per la sostituzione, in un contesto di scorte di auto già basse, sembra già influenzare i prezzi all’ingrosso delle auto usate, e ci aspettiamo che questo faccia aumentare ulteriormente i prezzi al consumo nei prossimi mesi.Questi fattori aumentano la prospettiva di un’altra scarica di inflazione statunitense del 5% o più su base annua nel quarto trimestre. E anche se continuiamo a credere che questi fattori saranno temporanei e che l’inflazione si modererà nel 2022, è probabile che facciano salire i tassi calcolati su base annua oltre il 3% nel terzo trimestre del prossimo anno. In primo luogo, mentre i funzionari della Fed vorranno probabilmente gestire il rischio di un “balzo” indesiderato verso aspettative di inflazione più alte, dovranno pesare questo rischio contro il risultato più probabile che l’inflazione si dissipi da sola. Dato che la politica monetaria opera con ritardi lunghi e variabili, è possibile che l’inflazione si sia già dissipata quando l’economia inizierà ad adattarsi ai primi aumenti dei tassi. In secondo luogo, diverse transizioni di leadership pendenti sollevano la prospettiva di un cambiamento delle opinioni politiche dei vertici del FOMC, il che potrebbe contribuire a una maggiore incertezza e volatilità del mercato. E anche se ci aspettiamo che il presidente Powell venga rinominato, le preoccupazioni sollevate dai democratici progressisti rendono questo esito più incerto. Infine, la Banca del Canada e la Banca d’Inghilterra stanno comunicando i propri piani per l’aumento dei tassi prima della Fed. Anche se un rialzo anticipato da parte di altre banche centrali dei mercati sviluppati più piccoli non dovrebbe influenzare direttamente la politica della Fed, i funzionari monitoreranno l’impatto degli aggiustamenti di politica all’estero sui tassi statunitensi e sul dollaro nel contesto delle condizioni finanziarie più ampie, che influenzano l’economia degli Stati Uniti. Continuiamo a prevedere il primo rialzo dei tassi della Fed post-pandemia nel primo trimestre del 2023, ma vediamo anche i rischi tendere verso un’azione anticipata. (abstract)

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PIMCO: La politica della Fed in una fase di elevate preoccupazioni sull’inflazione

Posted by fidest press agency su sabato, 25 settembre 2021

A cura di Tiffany Wilding, economista esperta di America Settentrionale di PIMCO. Dalla precedente riunione del Federal Open Market Committee (FOMC) di giugno, alcuni nuovi dati suggeriscono che l’attività economica statunitense è rallentata più di quanto molti osservatori si aspettassero inizialmente, a causa delle rinnovate ansie sul COVID-19 e delle continue interruzioni della supply chain. Nonostante questo, i membri del FOMC hanno espresso, in occasione della riunione di settembre, la propria intenzione di annunciare la prima riduzione del ritmo mensile degli acquisti di obbligazioni già nella riunione del FOMC di novembre. La Federal Reserve ha anche pubblicato un nuovo documento di sintesi delle proiezioni economiche (SEP), che include una sostanziale revisione al rialzo delle previsioni della Fed sull’inflazione di base per il 2021 e un aumento altrettanto sostanziale del tasso medio di interesse atteso sino al 2023. Le nuove previsioni della Fed implicano comunque che l’attuale ritmo elevato dell’inflazione scenderà di nuovo verso l’obiettivo di lungo periodo della banca centrale del 2% nel 2022. Tuttavia, con un’inflazione superiore al target che sembra essere più persistente di quanto molti osservatori credessero inizialmente, i membri del comitato sembrano considerare giustificato un ritmo più veloce di riduzione. Anche se le aspettative di inflazione a più lungo termine sembrano attualmente coerenti con l’obiettivo del 2% della Fed, un’inflazione più persistente probabilmente aumenta il rischio che le aspettative di inflazione aumentino, il che a sua volta giustificherebbe una stretta più aggressiva da parte della Fed. Crediamo che le revisioni delle proiezioni di settembre riflettano gli sforzi dei funzionari della Fed per poter gestire questi rischi.Infine, per quanto riguarda gli acquisti di obbligazioni, anche se il FOMC ha espresso con chiarezza le proprie aspettative di riduzione a partire da novembre, esiste il rischio che ciò venga ritardato fino a dicembre. È probabile che il tetto del debito del Tesoro americano diventi vincolante al momento della riunione del FOMC di novembre, e la Fed potrebbe non voler contribuire ulteriormente a quello che probabilmente sarà un periodo di elevata volatilità. Tuttavia, la Fed può facilmente regolare il ritmo del tapering per terminare comunque gli acquisti “intorno alla metà del prossimo anno”, come ha indicato il presidente Jerome Powell durante la conferenza stampa.Dalla riunione del FOMC di giugno, un nuovo aumento dei casi di coronavirus della variante delta, più contagiosa, ha rallentato l’attività nel settore dei servizi, mentre epidemie simili nei mercati emergenti hanno creato ulteriori problemi ai fornitori e rallentato la produzione, in particolare nell’industria automobilistica. Le interruzioni della produzione causate dall’uragano Ida hanno inoltre probabilmente peggiorato ulteriormente i problemi logistici, mentre i danni, soprattutto ai veicoli, aumenteranno probabilmente la domanda e i prezzi nei trimestri a venire, soprattutto a causa delle scarse scorte di veicoli.Questi temi, inoltre, ci hanno spinto a rivedere al ribasso le prospettive per la crescita statunitense nel 2021 e a rivedere al rialzo le previsioni sull’inflazione. E anche se continuiamo a considerare l’attuale fase di inflazione come guidata da fattori che dovrebbero dissiparsi nel corso del prossimo anno, siamo anche un po’ più preoccupati per un’ulteriore accelerazione delle aspettative di inflazione nel lungo periodo. Secondo l’indice Common Inflation Expectations (CIE) della Fed, le aspettative di inflazione sembrano aggirarsi intorno all’obiettivo di lungo periodo del 2%. Tuttavia, se una serie di fattori transitori (come il recente uragano) produce un’inflazione più marcata e persistente, le aspettative di inflazione rischiano di accelerare ulteriormente, rendendo necessaria una reazione più aggressiva da parte della banca centrale. Per quanto le aspettative di inflazione di lungo periodo non abbiano ancora mostrato questo tipo di tendenza, si tratta di un rischio che la Fed vuole probabilmente mitigare.Le sostanziali revisioni delle previsioni di crescita e inflazione della Fed per il 2021 sono state accolte da un aumento altrettanto ampio del percorso medio dei tassi previsto fino al 2023. Anche se è ancora prevista una moderazione dell’attualmente elevato livello di inflazione nel 2022, i membri del FOMC hanno stimato un ritmo più veloce di rialzi per tutto l’orizzonte di previsione. La stima media del SEP per la crescita del PIL reale nel 2021 è stata abbassata al 5,9% (contro il 7,0% di giugno), mentre il PIL reale nel 2022 è stato aumentato al 3,8% (contro il 3,3% precedente). La media dell’inflazione PCE di base del 2021 è stata rivista al 3,7%, e le medie del 2022 e 2023 sono aumentate di 0,2-0,1 punti percentuali, rispettivamente al 2,3% e al 2,2%. (Il PCE, ovvero l’indice di spesa per i consumi personali, è la misura d’inflazione preferita dalla Fed; è tipicamente qualche decimo di punto percentuale più basso del CPI). Questi cambiamenti nelle previsioni hanno spinto i membri della Fed ad alzare anche le loro proiezioni per il percorso dei tassi di interesse, e il che include i membri più dovish, che hanno spostato le loro aspettative per il primo aumento dei tassi al 2023, e i più hawkish, che hanno aggiunto ulteriori aumenti nel 2022. Nel complesso, questo ha portato a una previsione media del tasso di politica dello 0,25% per il 2022 e dell’1,0% per il 2023. Il SEP di settembre ha anche introdotto le previsioni dei tassi per il 2024 con una mediana dell’1,8%, indicando un ritmo stimato di tre rialzi di 25 punti base all’anno tra il 2022 e il 2024.

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Lagarde tiene lontani i falchi sulla scia della Fed

Posted by fidest press agency su giovedì, 9 settembre 2021

A cura di Roberto Rossignoli, Portfolio Manager di Moneyfarm. Il meeting di oggi della BCE era carico di significati. Si trattava, infatti, del primo meeting in cui il Direttorio era chiamato a prendere una decisione sui tassi di interesse dopo la pausa di agosto, dopo che i numeri preliminari sulla crescita economica del secondo trimestre hanno mostrato una ripresa superiore alle attese. Nonostante negli ultimi anni la Bce di fatto abbia perseguito l’obiettivo della stabilità economica, l’inflazione resta il suo principale mandato. Per questo l’incontro era atteso con particolare attenzione, soprattutto in seguito alle prese di posizione accomodanti di Powell a Jackson Hole. Nelle ultime settimane la pressione inflazionistica è cresciuta e sono iniziate a emergere le prime opinioni contrarie alla necessità di mantenere la politica monetaria super-accomodante. Sia l’inflazione attesa sia quella realizzata segnano, infatti, valori alti a cui certamente non eravamo abituati nel Vecchio Continente. Il dato sull’inflazione europea al 3% anno su anno, al di sopra delle aspettative degli analisti e del target della stessa BCE, sembra portare acqua alla narrativa dei falchi, così come il tasso di disoccupazione che sta gradualmente rientrando ai livelli pre pandemia (seppur con le usuali differenze tra gli Stati membri).Ovviamente nessuno si aspettava un rialzo dei tassi d’interesse, aspettative confermate. Le novità più rilevanti erano attese per il programma di acquisto titoli. Ricordiamo che attualmente i programmi di acquisto titoli in azione sono sostanzialmente due: l’APP (Asset Purchase Programme), nel quale rientrano gli acquisti di titoli di stato, titoli societari investment grade, ABS e covered bond in corso da prima della pandemia, e il PEPP (Pandemic Emergency Purchase Programme).Nel comunicato stampa abbiamo iniziato a intravedere un “moderately lower pace of net asset purchases under the pandemic emergency purchase programme (PEPP) than in the previous two quarters” ossia l’intenzione di ridurre l’ammontare degli acquisti, anche se: l’ammontare complessivo del programma è stato confermato a 1,850 miliardi; non è stata specificata una somma più precisa per la riduzione. Ci sembra evidente che, sulla scia di quanto fatto dalla FED, l’istituto di Francoforte si voglia mantenere il più possibile flessibile nell’utilizzare il proprio arsenale per sostenere l’economia. Anche a prezzo – traspare sempre dal comunicato – di tollerare un’inflazione superiore al 2% per un breve periodo. Quello che conta, nel determinare la politica della Banca Centrale non è quindi tanto il valore realizzato, quanto le aspettative. Fino a che le proiezioni – anche di medio/lungo termine – non si porteranno al di sopra della soglia target, l’andamento dei prezzi non sarà rilevante nel determinare la politica monetaria. E per il momento queste aspettative sono ancora al 1.5% per il 2023, lontano dal turbare i regolatori.La conferenza stampa non ha destato particolari sorprese. Da un lato abbiamo trovato incoraggianti le revisioni al rialzo delle proiezioni di crescita per il 2021, segnalando fiducia nella ripresa economica, così come il giudizio sul livello dei rischi, definito come “bilanciato”. Non ci sorprende la menzione dei supply-chain bottlenecks come rischio sia per l’inflazione che per la crescita economica, ma per ora poco si può fare, se non monitorarli. Insomma, non è stato aggiunto nulla che già i mercati non si aspettassero. Ci portiamo a casa, comunque, un giudizio positivo sul quadro economico europeo, un tassello fondamentale nella tesi che vede, nell’azionario, anche oggi, il fattore principale per generare rendimenti positivi per i portafogli.È anche evidente come la BCE non sia sola poiché questa è la direzione, dettata dalla FED, che le principali banche centrali stanno prendendo a livello globale. FED, Bank Of England e altre banche centrali minori confermano la politica accomodante e i mercati non solo non sembrano sorpresi ma sono allineati e hanno fiducia nei messaggi che arrivano dai banchieri, tanto che dopo l’uscita del comunicato stampa la reazione è stata assolutamente neutra.

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Giro di boa della Fed

Posted by fidest press agency su mercoledì, 7 luglio 2021

A cura di Piero Cingari, Fixed Income Strategist di AcomeA SGR. Nelle ultime settimane, i mercati hanno continuato a digerire la sorprendente reazione “hawkish” della Fed in occasione della riunione di giugno. Complice una forte performance dell’economia americana e una maggiore percezione dei rischi che concernono l’inflazione nel breve periodo, la maggioranza del board della FED vede ora due rialzi dei tassi nel 2023 (da zero nel meeting di marzo) e sette membri (da quattro in precedenza) prospettano almeno un rialzo già nel 2022. La FED ha inoltre segnalato la possibilità di rivedere a breve la sua politica sugli acquisti di obbligazioni. Il tapering sarà discusso nei prossimi meeting e, con ogni probabilità, avrà inizio nella prima parte del 2022.La riunione di giugno della Fed ha ovviamente sollevato molte domande sulla funzione di reazione della Banca Centrale. Il nuovo regime di “Average Inflation Targeting”, adottato l’anno scorso dalla Fed, avrebbe dovuto consentire di tollerare un’inflazione al di sopra del target per un certo periodo di tempo, ma lascia alla Fed un notevole margine di manovra sull’effettivo intervallo temporale dell’overshoot. La reazione del mercato alle prospettive più “hawkish” della Fed è stata in un primo momento negativa, come vi era da aspettarsi. In particolare, sono saliti i tassi nominali sulla curva americana e sono scese le aspettative di inflazione del mercato (breakevens), determinando una ripresa dei tassi reali da livelli estremamente bassi. Questo movimento è tipicamente associato ad un rafforzamento del dollaro e non è particolarmente favorevole agli asset di rischio. Nei giorni successivi, una serie di commenti più dovish da parte dei membri della Fed hanno riportato la calma sui mercati, abbassando i rendimenti della parte lunga della curva americana e generando maggior appetito al rischio da parte degli investitori.I dati economici di giugno sono usciti in linea con le aspettative. I PMI compositi hanno accelerato in Europa e si sono moderati negli Stati Uniti, anche se continua una robusta espansione economica. Negli Stati Uniti, l’inflazione PCE core (l’obiettivo ufficiale della Fed) di maggio è cresciuta al 3,4% su base annua. Sul fronte politico, l’amministrazione Biden ha raggiunto un accordo con un gruppo bipartisan di senatori per un pacchetto infrastrutturale di circa 1,2 trilioni di dollari, di cui circa 580 miliardi di dollari di nuove spese. Il piano infrastrutturale è meno ambizioso delle precedenti versioni, ma è probabilmente solo il primo passo verso un pacchetto più ampio di altre misure fiscali entro la fine dell’anno. In Europa, la BCE ha riaffermato la sua posizione ampiamente accomodante, allontanando i rischi di una riduzione in anticipo degli stimoli monetari. Christine Lagarde ha infatti rimarcato la presenza di “una differente situazione” tra Europa e Stati Uniti quando si tratta di prospettive di inflazione. Sui mercati emergenti, diverse Banche Centrali, Brasile e Russia in particolare e, di recente, anche Messico e Ungheria, hanno iniziato a normalizzare la politica monetaria rialzando i tassi di interesse, in parte come risposta alle maggiori pressioni inflazionistiche e in parte come reazione proattiva al cambio di passo della Fed.In prospettiva, l’atteggiamento marginalmente più aggressivo della Fed potrebbe limitare i rialzi dei breakevens e determinare invece un rialzo dei tassi reali, seppur da livelli estremamente bassi. Le attività di rischio potrebbero essere sotto pressione, in un contesto di rapido repricing dei rendimenti reali, come avvenuto tra febbraio e marzo di quest’anno. In attesa di Jackson Hole, per il momento, con la ripresa economica globale in costante progresso e con la normalizzazione dei tassi di interesse sui mercati emergenti, questa fase nel breve potrebbe continuare a offrire un ambiente a supporto di strategie di carry sul mondo obbligazionario ad alto rendimento.A livello di posizionamento sui fondi obbligazionari rimaniamo investiti prevalentemente sui mercati emergenti, per la presenza di valutazioni molto più interessanti rispetto al mercato obbligazionario dei Paesi sviluppati. Per quanto riguarda le obbligazioni emergenti espresse in valuta forte, i nostri sovrappesi si concentrano su emissioni quasi-sovrane di Messico e Sud Africa, che possono continuare a godere condizioni di supporto dai rispettivi governi. Di recente ci siamo spostati inoltre su settori che offrono un profilo rischio-rendimento più attraente. Abbiamo incrementato l’esposizione verso il real estate cinese implementando un posizionamento diversificato in più società che attraversano una fase di deleveraging forzato da parte del governo cinese. All’interno del settore, cerchiamo valore soprattutto in emissioni ad alto carry e bassa duration. Sempre sui bond in dollari, manteniamo un’esposizione molto marginale su storie idiosincratiche nei cosiddetti frontier markets, un’area che offre rendimenti attraenti e che beneficerà in estate di un importante incremento delle riserve estere grazie all’allocazione di SDRs (Diritti Speciali di Prelievo) del Fondo Monetario Internazionale. Un’altra area del mercato obbligazionario emergente su cui siamo sovrappesati è quella delle obbligazioni in valuta locale di Paesi emergenti come Russia e Brasile, che hanno assunto nell’ultimo periodo un atteggiamento più aggressivo in termini di normalizzazione della politica monetaria. Questo continua a rappresentare un catalyst di supporto per l’andamento delle rispettive valute. Nel caso della Russia, inoltre, abbiamo recentemente investito una parte importante della liquidità dei fondi Breve Termine e 12 Mesi prendendo esposizione su scadenze molto brevi (2 anni) della curva locale, per la presenza di rendimenti positivi nonostante i costi di copertura della divisa. Anche il Perù è una storia su cui rimaniamo investiti nei fondi Prudente e Performance, prendendo esposizione alla parte lunga della curva locale a cambio non coperto. Qui la scommessa è prevalentemente sul sol peruviano, che rimane una delle valute emergenti più sottovalutate rispetto ai suoi fondamentali. Manteniamo infine un’esposizione alla parte lunga della curva sudafricana, che ha performato molto bene negli ultimi mesi, e che continua a offrire rendimenti reali molto interessanti e superiori rispetto alla media dei mercati emergenti.

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