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Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 244

Posts Tagged ‘fede’

La cultura della fede Il linguaggio della politica

Posted by fidest press agency su venerdì, 16 luglio 2021

Tanto il mistico quanto il politico sono intimamente commossi dalla loro esperienza e tale commozione abbraccia la totalità del loro essere.Questo concetto lo considero appropriato dove vi è la fede nel suo valore più alto.Non vi è, tuttavia, motivo di mescolanza, senza distingui, poiché il mistico mira all’unione spirituale con Dio mentre il politico guarda alle cose terreno e, quindi, più collimanti con il suo pragmatismo culturale.È un altro aspetto da non sottovalutare se si pensa a quel mix che germoglia schietto nell’animo umano e concorre a riempire una parte senza trascurare l’altra. Penso, ad esempio, a Jacopone da Todi che condusse vita di società e alla sua formazione culturale concorse sicuramente, oltre allo studio della legge, la conoscenza di molte altre cose e alla fine nel ritrovarsi in una sua feconda e legittima ragione di vita. Il suo pathos lirico emozionale accoglie e sublima i risvolti umani in armonia con la viva sostanza dello spirito francescano.Lo stesso potrei dire di un altro personaggio, ma questa volta del nostro tempo, Luigi Sturzo che fece della fede il suo primo amore ma nel bel mezzo del cammino si ritrovato a un’altra passione quella della politica.In lui non vi fu contraddizione ma l’intima convinzione che esiste una predicazione sociale che vuole saggiare la sua capacità di trovare sbocchi utili attraverso un fondante messaggio spirituale. L’uomo e il suo corpo e la sua psiche, in definitiva, è un produttore di beni. Egli è tendenzialmente portato a volare alto per sentirsi libero dai coinvolgimenti psicologici che poteva essersi costruito e in cui per anni si era identificato per poi riconoscersi nella sua originaria identità di homo transcendens, ritrovando il filo d’Arianna smarrito della sua esistenza. Per cogliere, quindi, l’uomo nella sua globalità, unità, essenza, occorre oltrepassare la logica delle culture separate e ricercarvi una sintesi.Nella celebre metafora di Pascal dove “l’uomo è una canna, ma è una canna che pensa” si racchiude il concetto che l’essere umano sente di non essere veramente tale se non invadendo con il suo intelletto, con il suo pensiero le cose tutte e se stesso. (Riccardo Alfonso dal libro: La cultura della fede il linguaggio della politica)

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Fede e Luce compie 50 anni

Posted by fidest press agency su mercoledì, 21 aprile 2021

Fede e Luce è nata nel 1971 con un pellegrinaggio a Lourdes (organizzato dopo che la famiglia di Loïc e Thaddée, due fratelli francesi con gravi disabilità, era stata rifiutata dalla parrocchia in partenza per il santuario). Negli anni Fede e Luce è cresciuta e oggi è presente in 86 Paesi con 1350 comunità, di cui 60 in Italia. Di forte impronta ecumenica, ne fanno parte persone di diverse confessioni cristiane.«Eccoci qui 50 anni dopo – hanno dichiarato i coordinatori internazionali, Maria Silvia Jesus Tavares (Brasile) e Raùl Izquierdo Garcìa (Spagna) – a celebrare il nostro cinquantesimo anniversario, dopo aver percorso questo cammino, mano nella mano con il Signore. Abbiamo avuto delle difficoltà, ma la nostra barca non è affondata. Ci sono state tempeste, mareggiate e fulmini, ma la barca, anche in mezzo agli sconvolgimenti, è riuscita a proseguire e a scoprire nuovi e bellissimi orizzonti, mai immaginati. Remiamo tutti insieme, ognuno secondo le proprie capacità».Nelle condizioni particolari dovute alla pandemia, il giubileo si è aperto con la riunione (virtuale) dei coordinatori mondiali svoltasi dal 26 al 28 febbraio scorso. Gli incontri sono quindi proseguiti – sempre a distanza – nel triduo e nel giorno di Pasqua per festeggiare condividendo esperienze e ricordi. Durante tutto il 2021 sono previsti pellegrinaggi e incontri per celebrare «questo tesoro condiviso».Fede e Luce cerca di restituire alle persone con disabilità il posto che spetta loro nella Chiesa e nella società. Le comunità stringono legami di amicizia attraverso incontri regolari (necessariamente virtuali nelle attuali circostanze), almeno una volta al mese. A Fede e Luce, luogo di unità e di pace, le persone con disabilità possono rivelare le loro capacità umane e spirituali. I genitori trovano un vero sostegno e gli amici scoprono il dono prezioso di ogni fragilità, compresa la loro.«Abbiamo – concludono i coordinatori internazionali – un tesoro da condividere con molte persone con disabilità mentali, famiglie, amici, giovani, sacerdoti… Tanti aspettano Fede e Luce; camminiamo per le strade, i quartieri, le città e i Paesi portando la vita semplice delle nostre comunità».

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È in libreria “Conversazioni sulla fede e sull’Italia”

Posted by fidest press agency su giovedì, 25 febbraio 2021

E’ il nuovo libro del Cardinale, presidente emerito della CEI, appena edito da Rubbettino “Conversazioni sulla fede e sull’Italia”: si intitola così il nuovo libro del card. Camillo Ruini pubblicato da Rubbettino in occasione del suo 90° compleanno. Il volume raccoglie alcune delle più significative interviste rilasciate negli ultimi anni dal porporato. Si potrebbe considerare una sorta di sintesi del suo pensiero e, allo stesso tempo, anche un efficace antidoto contro certi modi di intendere il suo operato e il suo modo di leggere e interpretare la chiesa di questo ventennio di inizio millennio. Sono destinati però a rimanere delusi quanti si aspetterebbero da questo libro pettegolezzi o frecciate all’indirizzo dell’attuale pontificato. Ruini smonta l’idea, così cara ai media, di un “partito”, all’interno del Sacro Collegio, di oppositori di Francesco. “Non c’è opposizione, e tanto meno un capo dell’opposizione – dice il cardinale al giornalista Aldo Cazzullo, in un’intervista riportata all’interno del volume e, riferendosi a un possibile “leader dell’opposizione” – Non riesco a immaginare a chi si possa aver pensato per un ruolo di questo genere: nessuno ne ha le velleità (…)
Se vuole sapere cosa penso della tesi secondo cui il Papa sarebbe stato eletto invalidamente – continua il Cardinale – le dico subito che la considero totalmente infondata e abbastanza ridicola. Non ho mai sentito un solo cardinale che abbia partecipato al conclave dire qualcosa che in qualche maniera le somigliasse”. Certo, Ruini non finge di non sapere che, tuttavia esista una diffusa pubblicistica che soffia sul fuoco della discorda: “Un piccolo attacco di questo genere purtroppo esiste – ammette – forse anche per reazione alla tendenza di altri editori laici ad appropriarsi di Papa Francesco, per trasformarlo in un sostenitore delle tesi contrarie al cattolicesimo. Le due cose si rimpallano; ma la potenza mediatica di questo secondo atteggiamento è molto più forte”. Sono tante le questioni affrontate nel libro, dal ruolo dei cattolici all’interno della società italiana (“Non è questo il tempo per dare vita a un p partito dei cattolici”), al dibattito sull’immigrazione, dal fine vita, alle unioni civili fino a questioni teologiche come quelle legate ai cosiddetti “novissimi”: l’aldilà, la salvezza… L’immagine che ne viene fuori è quella di un grande uomo di Chiesa che guarda al mondo con una sconfinata fiducia nell’operato di Dio, un fine intellettuale capace di una fede semplice come quella di un bambino.

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Sciascia e il rapporto con la Fede

Posted by fidest press agency su sabato, 9 gennaio 2021

Anna Maria Sciascia, 74 anni, parla del rapporto del padre Leonardo con la fede in un’intervista esclusiva con Famiglia Cristiana, pubblicata nel numero in edicola. «Era profondamente cristiano nell’anima», confida ancora Anna Maria Sciascia: «Se in pubblico appariva taciturno e riservato, in famiglia si dimostrava allegro, ironico e grande affabulatore».Leonardo Sciascia nacque l’8 gennaio del 1921, pochi mesi dopo un altro grande scrittore come Gesualdo Bufalino (nato a Comiso il 15 novembre del 1920). I due si frequentarono a lungo, conferma la figlia al settimanale cattolico (che, accanto agli inediti tratti privati del grande scrittore, pubblica anche varie foto tratte dall’album di famiglia). «Anche se si erano conosciuti tardi, il rapporto tra mio padre e Bufalino era quello tra due vecchi amici con una forte affinità culturale e ricordi d’infanzia e giovinezza molto simili. Amicizia profonda ma non intima, come era quella con Stefano Vilardo, compagno di scuola e conoscitore di piccoli segreti così naturali e spontanei nell’adolescenza. Molti scrittori, artisti e fotografi frequentavano la nostra casa: Vincenzo Consolo, Renato Guttuso, Tono Zancanaro, Piero Guccione, Matteo Collura, Ferdinando Scianna, Domenico Faro e altri ancora… Penso che ad alcuni di loro mio padre abbia totalmente cambiato la vita».«Mio padre era profondamente cristiano nell’anima, come dimostrarono le parole che volle incise sulla sua tomba (“Ce ne ricorderemo, di questo pianeta”)», conclude Anna Maria Sciascia. «Due suoi libri furono particolarmente impregnati della sua visione cristiana: Recitazione della controversia liparitana dedicata ad A.D. e L’affaire Moro».

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La politica è una fede?

Posted by fidest press agency su sabato, 2 gennaio 2021

Quando penso alla politica, alla fede e alla somma delle virtù e dei difetti che costellano la vita dell’essere umano il mio primo pensiero va a Plutarco e alla sua opera “Vite degli uomini illustri”. Allora come oggi uomini d’ingegno hanno percorso i sentieri della virtù anche se poi taluni di loro si sono impelagati in una palude melmosa dove ogni loro mossa ha rischiato di affossarli sempre di più. Come non ricordare il lamento di Child-Harold anche se c’è da presumere che non balenò mai al pensiero di Plutarco: “Bella Grecia! Reliquia lacrimevole di una gloria che non è più! Disfatta ma immortale, depressa ma grande ancora!… O genio della libertà! Quando sui valli di Phyle tu stavi con Trasibulo e i suoi complici immortali, avresti tu potuto prevedere il destino funesto che aduggia le pianure verdeggianti della tua cara Attica?” Oggi appare ancora più d’attualità l’idea, per il come abbiamo avuto modo di rilevarlo, che la libertà male si adatta a un popolo corrotto per il quale la servitù è castigo e mezzo, a un tempo, di redenzione. Solo in questo modo possiamo sottrarci alle passione volgari così come accadde in passato sia nella Grecia antica sia della Roma repubblicana e imperiale. Le condizioni civili o politiche di un Paese possono solo trarre giovamento dall’indole e dalle virtù di ciascuno, mentre i dolori sono il frutto di colpe e di difetti dell’uomo che tendono a spingerci maggiormente in basso nel labirinto delle insane passioni. In altri termini la libertà male usata può indurci al deplorevole stato di diventare schiavi delle nostre debolezze mentre vi fa da contraltare la sua resurrezione per la via del sacrificio. Solo in questo modo un popolo può riscattarsi sino a vedere restituito il valore delle sue grandi virtù. È un passaggio doloroso, ma inevitabile, perché noi dobbiamo uscire dalla perversa spirale che ci ha travolti e sospinti a una visione così distorta della vita. A questo punto non ha senso cercare le colpe, che sono di tutti nell’esercizio delle più importanti o modeste azioni che nel quotidiano si compiono, poiché se da una parte può darci la misura del nostro declino dall’altra non vi concorre, se non faticosamente, alla redenzione. (Riccardo Alfonso)

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Il passato, il presente e il futuro uniti da un anelito di fede

Posted by fidest press agency su lunedì, 31 agosto 2020

E noi, che siamo proiettati nel futuro, non possiamo fare altro che rivolgerci al nostro passato, andare a indagare lungo i suoi tratti impervi, per capire se riusciamo a cogliere qualche segnale rivelatore.
A volte mi chiedo: perché la fede ha avuto tanto successo nell’essere umano di tutti i tempi? La sua verità, a mio avviso, è molto semplice. Ci ha insegnato, o meglio ci ha ricordato, i valori di sempre che hanno la loro importanza se riusciamo a guardare al nostro simile con amore. A respingere l’odio e il rancore che nutriamo.
La fede può essersi personificata in tante Chiese, in numerosi rituali, ma il suo fondo non ha distinzioni d’alcun tipo. Proprio per questo motivo è necessario uscire dai ristretti confini imposti dalle ritualità e dalle regole di un vivere da cristiani o da ebrei, da musulmani o da induisti o da buddisti per ritrovarci uniti nel messaggio comune, nel Padre di tutti. Il giorno in cui il cristiano, che sente il bisogno di andare a pregare in un luogo Sacro, si reca alla vicina sinagoga o tempio indù o moschea e altrettanto fa chi appartiene a un’altra Chiesa ed entra nelle cattedrali del cattolicesimo e in quelle dei protestanti, noi ci sentiremo, con più forza e determinazione, figli del nostro futuro, figli di una fede che non ha bisogno d’aggettivi o d’altri significati. È senza dubbio un bel dire, ma non è facile ai teologi di tutti i tempi, che hanno impiegato il loro ingegno per distinguere la propria religiosità dalle altre e a conferirle un primato esclusivo, dover oggi ammettere che di là dell’appartenenza a una Chiesa esiste una fede che li unisce.
Tale ricerca all’unità dalle diverse forze che compongono l’universo, e lo presiedono, è ben rappresentata dagli esseri viventi. In essi vi è il fuoco della vita. È un qualcosa che ha dimensioni e spazi definiti, ma proviene da ambiti e spazi indefiniti. (Riccardo Alfonso)

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Il tema della domenica: la fede

Posted by fidest press agency su sabato, 22 agosto 2020

Tempo fa mi è stata data l’opportunità di visionare on line un film sui Vangeli e le verità mai dette e comunicate per dimostrare la “menzogna” dettata da “una Chiesa che si allontana dalla parola di Gesù per appropriarsi del potere senza mai uscirne. Un film realizzato con spezzoni di scene avanzi scarti …proprio per dimostrare anche nel montaggio che chi soffre ha il senso creativo della vita e la speranza del futuro. Un dialogo tra Dio e lo stato attuale, lo stato della chiesa – lo stato religioso – il potere gli intrecci e soprattutto quanto hanno nascosto dei Vangeli. La realizzazione del film si basa su ricerche storiche che nessuno può negare a cominciare dal Gesù ebreo palestinese scuro moro e comunista … non biondo con gli occhi azzurri. Un testo un libro un dramma e la soluzione.” Che dire in proposito? Se parliamo di Dio diciamo che è rilevato dagli uomini se non attraverso interposte persone considerate “speciali”. Si sa che esiste Dio non tanto dalla sua “fisicità” quanto dalle cose che la natura esprime. Come dire? Qualcuno deve aver pur inventato noi e il mondo che ci circonda e questo qualcuno lo chiamiamo Dio. Anche i messaggeri di questo Dio sono speciali da Abramo a Maometto, a Cristo e da Cristo ai santi e ai santi uomini e donne. Ma se vogliamo dare al nostro creatore un valore assoluto diciamo che è perfetto e che è sopra le nostre debolezze, i nostri vizi, le nostre tentazioni, avidità e quanto altro. E’ anche un Dio che ha sconfitto la legge del tempo, è eterno. E’ un requisito assoluto e unico per noi terrestri che siamo chiamati a nascere e a morire generazione dopo generazione. Solo nel regno dei cieli e a determinate condizioni è possibile sconfiggere la temporalità delle nostre esistenze. Sin qui il concetto può essere accettato sia dai credenti sia dai miscredenti. I distinguo e gli stessi conflitti vengono dopo. Di là della Bibbia dove ci imbattiamo in un Dio guerriero con gli angeli suoi generali che s’inseriscono nelle vicende umane correggendo quelle che ritengono delle storture, i Vangeli insegnano qualcosa di diverso. Gesù, ad esempio, non era un potente, ma solo un predicatore, umile ma fermo nei suoi principi. Ebbe la forza morale e il carisma di cacciare i mercanti che sostavano davanti al tempio ma non impose la sua divinità per sottrarsi al martirio. Dalla sua vita qual è l’insegnamento che ne deriva? Che gli uomini giusti sono le vittime designate per i malvagi, ma per i torturati vi è solo la speranza che va oltre la vita. In pratica ci insegna la rassegnazione ma non la rinuncia a testimoniare la propria fede e a sostenere le proprie idee. Oggi dovremmo maturare una terza fase della nostra religiosità nella quale l’impegno corale dovrebbe essere quello di estendere la fermezza, di là del monito ai mercanti del tempio, per costruire un modello di società nel quale la sacralità della vita si coniughi a quella del vivere assicurando ai nuovi venuti il diritto, di là dei natali, l’assistenza sanitaria, il lavoro, l’istruzione, il cibo, una vecchiaia dignitosa. Questo dovrebbe essere il nuovo messaggio. Un Cristo al quale non toccherà più il martirio ma il diritto a una vita serena nel lavoro e nella meditazione. Nella sacralità del vivere. E a questo punto mi toccherà chiedermi come ha fatto un prete: figliolo ma se non vi sono più peccatori noi che ci stiamo a fare? (Riccardo Alfonso)

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Gesù storico, Gesù della fede

Posted by fidest press agency su mercoledì, 12 agosto 2020

Giuseppe Flavio, storico ebreo negli anni 93 o 94 d.C. nelle sue “Antichità giudaiche” parla di Gesù. Oggi non esiste il manoscritto originale. Possiamo accedere alla sua conoscenza solo attraverso la copiatura del manoscritto ad opera, nel corso dei secoli, dei diversi monaci cristiani. A questo riguardo va altresì precisato che prima del terzo secolo d.C. non esistevano monasteri e data la professione di fede ebraica di Flavio e l’ambiente nel quale viveva vi possono essere stati dei ritocchi al suo manoscritto. Pur con tutte queste puntellature, ciò che emerge, dal testo giunto ai giorni nostri, è che la testimonianza sull’esistenza di Gesù è da considerarsi valida. Flavio lo definisce: “Un uomo buono che attrasse dietro di se molte persone, che ebbe dei discepoli che gli rimasero fedeli anche nei momenti più difficili e che fu condannato sotto Pilato e morì sulla croce e che i suoi discepoli, sin dal primo momento, dissero che al terzo giorno era resuscitato e vive in mezzo a noi, e in lui si compiono le cose meravigliose annunciate dai profeti.”
A questa testimonianza “esterna” si aggiunge quella dei suoi discepoli e, soprattutto dei quattro evangelisti: Matteo, Marco, Luca e Giovanni che ci hanno raccontato la vita di Gesù segnandola come la “buona notizia” dal greco “evangèlicon”. Non solo. A latere sono fiorite altre “buone notizie” da autori poco noti e che sono passate alla storia come “apocrife”. Da tutto ciò non mi sembra vi possano essere dubbi sull’esistenza di un uomo carismatico, dalla parola suadente, dalla fermezza dei suoi principi posto al cospetto delle debolezze umane incluse quelle dei sacerdoti di Gerusalemme nel tollerare la presenza di mercanti dinanzi al tempio, luogo di fede e di sacrale rispetto. Ma la storia può spiegare il Gesù della fede?
Questa riflessione la considero importante per valutare il fondamento sul quale si costruiscono il cristianesimo e la sua pesante eredità di sofferenze, martirii, persecuzioni ed emarginazioni. La parola di Gesù è stata quella che uccide perché la natura umana conosce la strada giusta ma preferisce percorrere l’impervia. Perché non è sufficiente costruire una Chiesa in nome di un Gesù elevato agli onori di un Dio. Occorre ogni giorno dare testimonianza di se ed essere costruttori di pace per ritrovare la via, la verità e la giustizia. E in questo le religioni non sempre si ritrovano con il Gesù della fede facendoci dubitare della sua stessa esistenza. (Riccardo Alfonso)

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La fede e il creato

Posted by fidest press agency su venerdì, 15 maggio 2020

Da queste sia pure sommarie indicazioni possiamo renderci conto che le manifestazioni religiose delle tre Chiese monoteiste (cristiana, ebraica e islamica) sono fondamentalmente improntate alla pace e alla concordia a dispetto delle diversità e dei contrasti che si manifestano nelle piazze e negli odi che si covano davanti ai tanti eventi che le opposte fazioni traducono in fatti concreti con lutti e violenze d’ogni genere. Resta, quindi, la vergogna più grande e l’umiliazione più cocente quando si trova proprio nel pregare, e la preghiera è un grandissimo atto d’amore, il germe dell’odio. Le due cose scoprono le nostre ambiguità. Diventa anche per l’uomo, che appartiene alla nostra contemporaneità, un aspetto sconcertante. Come si può pregare esprimendo con ciò un gesto d’amore per noi stessi e per i nostri simili e impugnare, qualche minuto dopo, un’arma per uccidere? Come si possono violare i luoghi sacri provocando stragi immani?
Come si può mentire tanto spudoratamente sino al punto di negare l’evidenza e di farlo davanti alle leggi della Fede prima ancora di quelle umane?
Sono tutti interrogativi che ci coinvolgono nella stessa misura e ci sollecitano risposte adeguate. Sono i riscontri che ancora una volta l’uomo del presente non riuscirà a darsi perché sono il frutto maturo di una civiltà che non ci appartiene e, purtroppo, per nostra scelta.
Manca ancora quel ritrovarci nell’unità, dalle ceneri delle nostre diversità, in quel disegno divino la cui traccia noi avvertiamo forse in misura scomposta e vaga, ma che sentiamo, nel nostro intimo, come fine ultimo di tutte le cose.
Non vi è, d’altra parte, una ragione che non sia possibile spiegare ritrovando una logica nel nostro cammino sulla Terra, attraverso le generazioni, mediante l’uso e l’abuso dell’ingegno. Nel bene e nel male noi stiamo sperimentando più modelli di società. Noi stiamo saggiando la nostra capacità di vivere, in comunità, e di crescere insieme nel migliore dei modi e lo facciamo anche percorrendo la strada della sua negazione sostanziale. Vi possono essere, lungo questo percorso, degli arretramenti, dei passi falsi, degli errori di valutazione, delle ideologie liberatorie che alla fine si rivelano aberranti, ma non è, in ogni caso, il momento per coglierci impreparati. E’, invece, il fine ultimo a giustificare e ad assorbire il nostro procedere malfermo. La vita è come un foglio di carta bianca sul quale, con un pennarello, si schizza un disegno. Se l’opera non riesce, con la morte appallottoliamo il foglio e ne usiamo un altro ed è, di nuovo, vita. Ricordando il tratto più felice lo riportiamo nel nuovo impegno e così riprendiamo il cammino. Non tutto, quindi, è cancellato e riproposto ex novo. Noi, semmai, facciamo tesoro degli antichi insegnamenti. Traiamo da essi i simboli e i messaggi per procedere più spediti, ma anche per avvertire i pericoli e le insidie possibili ereditate da chi ci ha preceduto e che ha saputo evitare e trarne, a nostra volta, insegnamento. Questi passaggi, che hanno richiesto la presenza e l’impegno di centinaia, o meglio, di migliaia di generazioni, ci hanno spinto a frazionare i problemi, a suddividerli in tante sottospecie. Così come accade oggi con i numerosi p.c., che sono messi in parallelo e poi suddivisi in piccoli gruppi ai quali sono assegnati parte di un “compito”, lo stesso accade all’interno delle comunità viventi e per quelle precedenti e sarà altrettanto per le venienti. Man mano che le parti del problema sono risolte si definisce gradualmente anche la figura d’insieme. Sta ora da chiederci cosa mai apparirà alla fine. Possiamo sin d’ora essere certi almeno di una cosa. L’homo non sarà più aeconomicus, o giuridico, o filosofico o religioso, ma sarà universale: homo novus. Non vi sarà posto per il particolare, per l’opera incompiuta. Il nostro destino è nella realizzazione piena e assoluta dell’unità nell’universalità. Solo in questo modo sarà possibile racchiudere tutta la saggezza e la prudenza fattibile, i completi valori e i precetti individuabili. Forse alla fine ritorneremo sul luogo da dove siamo venuti o ci spingeremo pellegrini tra le stelle del firmamento e ci confonderemo tra loro. (Riccardo Alfonso)

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Il modo di essere uomini e donne di fede

Posted by fidest press agency su martedì, 10 marzo 2020

Dalle pagine di “Cultura religiosa della Fidest”. Se partiamo dalla consapevolezza che anche nel mondo arabo vi sono popoli ed etnie che hanno una storia ed una cultura molto diverse non solo nei nostri confronti ma anche tra loro l’integralismo e il fondamentalismo che esprimono nel loro ambito potremmo meglio comprendere la loro tendenza a creare comunità separate e che si ritengono superiori agli altri fedeli islamici. D’altra parte, la fede musulmana è, di per sé, un universalismo che oltrepassa le frontiere e rimane sensibile ai grandi appelli al ritorno alle origini. È forse la percezione di quest’aspetto che sta creando nei popoli europei disagio e malessere. Non si può, a questo punto, concepire l’esistenza di uno stato dentro un altro.
I cristiani, a questo riguardo, sanno molto bene dove li ha portati l’integralismo religioso nel XVI e XVII secolo e i ricordi delle inquisizioni ancora ardono nelle loro coscienze. Allora vi era la pretesa di un primato religioso che rasentava l’arroganza e l’ignoranza. Oggi per la Chiesa cattolica c’è voluto il Concilio Vaticano II per affermare che “disegno di salvezza abbraccia anche chi riconosce il Creatore, e tra questi in particolare i musulmani che professando di tenere la fede d’Abramo, adorano anch’essi un Dio unico, misericordioso, che giudicherà gli uomini nel giudizio finale”.
Nel decreto “Nostra aetate” la Chiesa cattolica “considera con sincero rispetto quei modi d’agire e di vivere, quei precetti e quelle dottrine che non raramente riflet-tono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini.” Da qui emerge chiara la ricerca di valori religiosi comuni che opportunamente tralasciano altri aspetti quali lo specifico riferimento a Maometto, il Corano, né l’Islam, inteso quale essenziale nesso comunitario tra i credenti, né il pellegrinaggio alla Mecca, né la shari’ah.
D’altra parte i musulmani riconoscono Gesù come il figlio di Maria vergine, ma non come un profeta. Si venera la madre ma non si riconosce la divinità del figlio e neppure si crede del tutto che possa essere morto sulla croce. Resta l’interrogativo di fondo sul fatto che Dio, il comune Dio, permettesse che l’Islam, unica tra le grandi religioni storiche, sorgesse sei secoli dopo l’evento cristiano, tanto che alcuni tra i primi testimoni lo ritennero un’eresia cristiana, un ramo staccato dell’unico identico albero.” Che senso può avere, – si Chiede il cardinale Martini, – nel piano divino il sorgere di una religione in certo modo così vicina al cri-stianesimo, come mai nessun’altra religione storica, e, insieme, così combattiva, così capace di conquista, tanto che alcuni temono che essa possa, con la forza della sua testimonianza, fare molti proseliti in un’Europa infiacchita e senza valori?”
E’ un interrogativo che rimane aperto, sempre secondo l’illustre prelato della Chiesa di Roma. “A questa domanda, così complessa, – egli dice – non è facile dare una risposta semplice che tuttavia è in parte anticipata dalla svolta impressa da Vaticano II. Si tratta di una fede che, avendo grandi valori religiosi e morali, ha certamente aiutato centinaia di milioni d’uomini a rendere a Dio un culto onesto e sincero e insieme a praticare la giustizia. Quello della giustizia è, infatti, uno dei valori più fortemente affermati dall’Islam. O voi che credete, praticate la giustizia, dice il Corano nella Sura IV, 235: praticatela con costanza, in testimonianza di fedeltà a Dio, anche a scapito vostro, o di vostro padre, o di vostra madre, o dei vostri parenti, sia se si tratta di un ricco o di un povero perché Dio ha priorità su ambedue.” E Martini soggiunge: è la testimonianza del primato di Dio su ogni cosa e della sua esigenza di giustizia. Ci fa comprendere i valori storici che l’Islam ha portato con sé e che ancora può testimoniare nella nostra società”. (Riccardo Alfonso)

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La fede è un fattore di resilienza nella malattia mentale: uno studio a Brescia

Posted by fidest press agency su lunedì, 12 novembre 2018

Brescia. La malattia mentale comporta una grande sofferenza, anche spirituale. L’Irccs Fatebenefratelli di Brescia che mutua dal suo fondatore, san Giovanni di Dio, una visione olistica della psichiatria, ha promosso una giornata di formazione dal titolo “Neuroscienze, psichiatria e spiritualità”. L’obiettivo era quello di facilitare l’incontro di persone provenienti da diverse esperienze – neuroscienziati, psicologi, neuropsicologi, psichiatri, tecnici della riabilitazione psichiatrica e religiosi dell’Ordine ospedaliero – per condividere diversi punti di vista. Le relatrici Magda V. Yepes M. e Arianna Acquati hanno illustrato i primi risultati delle loro analisi su alcuni casi di pazienti psichiatrici: «I dati preliminari ottenuti da una popolazione con diversi disturbi psichiatrici -hanno detto – mostrano una presenza del coping religioso/spirituale, ma non indicano ancora in che modo e se i soggetti utilizzano o non utilizzano strategie o metodi di fronteggiamento e il motivo per cui li usano. Sarebbe quindi un argomento di ulteriore studio e approfondimento per la prosecuzione di questo studio». Il coping è l’insieme di quelle strategie o tentativi comportamentali e cognitivi messi in atto da un individuo per far fronte ad una particolare condizione percepita come stressante con lo scopo di superarla, di evitare l’esposizione ad essa o di ridurne gli eventuali svantaggi. Nelle conclusioni, Magda V. Yepes M. ha citato a supporto di questo lavoro, ancora in corso, alcuni autori secondo cui i sintomi depressivi, ad esempio la perdita di interesse, la sensazione di inutilità sono significativamente meno frequenti in pazienti che manifestano atteggiamenti e comportamenti di tipo religioso/spirituale come la speranza, la generosità, la collaborazione o amicizia con Dio o con il trascendente. I due studi in fase di approfondimento all’Irccs Fatebenefratelli sono orientati ad approfondire il ruolo della religiosità e della spiritualità nella malattia: secondo gli studiosi, esse, oltre ad avere un ruolo protettivo, di supporto sociale ed essere un fattore di resilienza in relazione alla salute mentale, potrebbero costituire un meccanismo di coping.

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Nadia Murad: Primo Nobel fra i perseguitati per la fede

Posted by fidest press agency su venerdì, 5 ottobre 2018

«Istituzioni non confessionali si rendono finalmente conto che nel mondo la libertà religiosa è violata in modo drammatico». Così Alfredo Mantovano e Alessandro Monteduro, presidente e direttore di Aiuto alla Chiesa che Soffre, plaudono al Premio Nobel per la Pace oggi conferito a Nadia Murad, yazida rapita e ridotta in schiavitù dallo Stato Islamico a causa della sua religione.«E’ un riconoscimento a tutte le donne che come Nadia sono state perseguitate e hanno subito violenza in nome della fede professata», affermano Mantovano e Monteduro ricordando in particolar modo la storia di Rebecca Bitrus, cristiana nigeriana rapita e violentata da esponenti di Boko Haram, che ACS ha portato all’attenzione del mondo in occasione del Colosseo illuminato di rosso lo scorso febbraio.«Nel giugno scorso ACS ha lanciato una campagna di sensibilizzazione in favore delle donne abusate e oppresse perché appartenenti a minoranze religiose. Abbiamo chiesto che il movimento #MeToo andasse oltre Hollywood, interessandosi pure del dramma delle yazide rese schiave da Isis. Il Nobel a Nadia Murad mostra che eravamo nel giusto».ACS continuerà a richiamare l’attenzione sulla persecuzione e sulle violenze subite dalle donne nel mondo per motivi di fede. Il prossimo 22 novembre a Roma, in occasione della presentazione della nuova edizione del Rapporto sulla libertà religiosa nel mondo, la Fondazione ospiterà un’altra ragazza yazida rapita nell’agosto 2014 dallo Stato Islamico e tenuta in schiavitù fino al luglio 2017, che narrerà la sua storia.Congratulandosi per l’assegnazione del Nobel per la Pace a Nadia Murad – premiata assieme al ginecologo congolese Denis Mukwege – ACS coglie l’occasione per un nuovo appello alle istituzioni italiane. «Dal governo italiano – dichiarano Mantovano e Monteduro – attendiamo azioni concrete che pongano al centro il tema della libertà religiosa violata».

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Gesù storico, Gesù della fede

Posted by fidest press agency su giovedì, 6 settembre 2018

Giuseppe Flavio, storico ebreo negli anni 93 o 94 d.C. nelle sue “Antichità giudaiche” parla di Gesù. Oggi non esiste il manoscritto originale. Possiamo accedere alla sua conoscenza solo attraverso la copiatura del manoscritto ad opera, nel corso dei secoli, dei diversi monaci cristiani. A questo riguardo va altresì precisato che prima del terzo secolo d.C. non esistevano monasteri e data la professione di fede ebraica di Flavio e l’ambiente nel quale viveva vi possono essere stati dei ritocchi al suo manoscritto. Pur con tutte queste puntellature, ciò che emerge, dal testo giunto ai giorni nostri, è che la testimonianza sull’esistenza di Gesù è da considerarsi valida. Flavio lo definisce: “Un uomo buono che attrasse dietro di se molte persone, che ebbe dei discepoli che gli rimasero fedeli anche nei momenti più difficili e che fu condannato sotto Pilato e morì sulla croce e che i suoi discepoli, sin dal primo momento, dissero che al terzo giorno era resuscitato e vive in mezzo a noi, e in lui si compiono le cose meravigliose annunciate dai profeti.”
A questa testimonianza “esterna” si aggiunge quella dei suoi discepoli e, soprattutto dei quattro evangelisti: Matteo, Marco, Luca e Giovanni che ci hanno raccontato la vita di Gesù segnandola come la “buona notizia” dal greco “evangèlicon”. Non solo. A latere sono fiorite altre “buone notizie” da autori poco noti e che sono passate alla storia come “apocrife”. Da tutto ciò non mi sembra vi possano essere dubbi sull’esistenza di un uomo carismatico, dalla parola suadente, dalla fermezza dei suoi principi posto al cospetto delle debolezze umane incluse quelle dei sacerdoti di Gerusalemme nel tollerare la presenza di mercanti dinanzi al tempio, luogo di fede e di sacrale rispetto. Ma la storia può spiegare il Gesù della fede?
Questa riflessione la considero importante per considerare il fondamento sul quale si costruiscono il cristianesimo e la sua pesante eredità di sofferenze, martirii, persecuzioni ed emarginazioni. La parola di Gesù è stata quella che uccide perché la natura umana conosce la strada giusta ma preferisce percorrere l’impervia. Perché non è sufficiente costruire una Chiesa in nome di un Gesù elevato agli onori di un Dio. Occorre ogni giorno dare testimonianza di se ed essere costruttori di pace per ritrovare la via, la verità e la giustizia. E in questo le religioni non sempre si ritrovano con il Gesù della fede facendoci dubitare della sua stessa esistenza. (Riccardo Alfonso)

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L’evento religioso per eccellenza

Posted by fidest press agency su lunedì, 5 marzo 2018

Talvolta ci chiediamo, osservando i fatti della vita, se la religione che pratichiamo con le sue liturgie sia il frutto di un insegnamento umano o sia un qualcosa che è dentro di noi e ci giunge, quindi, spontaneo esprimerlo nelle forme e nello modalità che ci appaiono più congeniali ed affini con il mondo che ci circonda. In altre parole è il chiederci se ciò che facciamo ci giunge spontaneo o è una mera conseguenza degli usi e dei costumi imposti nel Paese dove abbiamo avuto la ventura di nascere e di appartenere a una determinata famiglia. Io oggi ho un’età che mi permette ricordare che da bimbo i miei genitori e i miei nonni mi conducevano di domenica a messa, mi facevano seguire, sebbene recalcitrante, il catechismo del parroco o tramite i suoi collaboratori ed anche a scuola non mancavano richiami religiosi. Da allora, e per gli anni a seguire sino alla maturità, sono cresciuto in un rapporto di amore-odio per quella religione che non si sottraeva al dubbio, all’incertezza, all’interrogativo dove predominava ed è tuttora vigente la perplessità sul principio secondo il quale se si ha fede si deve credere senza fare il Tommaso di turno. Ho anche recepito quel sentimento di ostilità nei confronti delle altre religioni siano esse dello stesso ceppo cristiano o, peggio ancora, se si trattava di ebrei e di musulmani. L’induismo e il Buddismo, probabilmente per loro fortuna, erano religioni considerate tanto lontane che non valeva nemmeno la pena di accennarle. Ora, forse anche per merito dei media, che hanno la capacità di entrare nelle nostre case in tanti diversi modi e di farci vedere e sentire il mondo in “presa diretta e in tempo reale”, tutte queste religioni sono sotto i nostri occhi e impariamo a conoscerle meglio e persino a fugare certi luoghi comuni che le avvaloravano come forme quasi selvagge e rozze di rappresentare la Fede. Oggi vorrei che ogni luogo sacro sia esso una chiesa di campagna o una cattedrale, un tempio indù, una sinagoga, una moschea, riservasse un piccolo locale dove gli estranei possano accedervi per pregare quel Dio comune pur rappresentato in modi diversi e praticato con rituali non condivisi. Lo vorrei in nome di quell’evangelizzazione della Fede che non conosce il primato di una religione ma si rivela nella sua intimità che tutto riassume, tutto ci conduce all’unicità. Lo vorrei in nome dei profeti e contro tutti quei dottori della Chiesa che hanno fissato regole che alla fine hanno reso più arduo accogliere il più semplice dei messaggi: quello della Fede che non passa necessariamente, in senso esclusivo, attraverso le trame complesse di una certa ritualità. (Riccardo Alfonso)

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Il tema della domenica: la fede

Posted by fidest press agency su lunedì, 5 marzo 2018

Mi è stata data l’opportunità di visionare on line un film sui Vangeli e le verità mai dette e comunicate per dimostrare la “menzogna” dettata da “una Chiesa che si allontana dalla parola di Gesù per appropriarsi del potere senza mai uscirne. Un film realizzato con spezzoni di scene avanzi scarti …proprio per dimostrare anche nel montaggio che chi soffre ha il senso creativo della vita e la speranza del futuro. Un dialogo tra Dio e lo stato attuale, lo stato della chiesa – lo stato religioso – il potere gli intrecci e soprattutto quanto hanno nascosto dei Vangeli. La realizzazione del film si basa su ricerche storiche che nessuno può negare a cominciare dal Gesù ebreo palestinese scuro moro e comunista … non biondo con gli occhi azzurri. Un testo un libro un dramma e la soluzione.” Che dire in proposito? Se parliamo di Dio diciamo che è rilevato dagli uomini se non attraverso interposte persone considerate “speciali”. Si sa che esiste Dio non tanto dalla sua “fisicità” quanto dalle cose che la natura esprime. Come dire? Qualcuno deve aver pur inventato noi e il mondo che ci circonda e questo qualcuno lo chiamiamo Dio. Anche i messaggeri di questo Dio sono speciali da Abramo a Maometto, a Cristo e da Cristo ai santi e ai santi uomini e donne. Ma se vogliamo dare al nostro creatore un valore assoluto diciamo che è perfetto e che è sopra le nostre debolezze, i nostri vizi, le nostre tentazioni, avidità e quanto altro. E’ anche un Dio che ha sconfitto la legge del tempo, è eterno. E’ un requisito assoluto e unico per noi terrestri che siamo chiamati a nascere e a morire generazione dopo generazione. Solo nel regno dei cieli e a determinate condizioni è possibile sconfiggere la temporalità delle nostre esistenze. Sin qui il concetto può essere accettato sia dai credenti sia dai miscredenti. I distinguo e gli stessi conflitti vengono dopo. Di là della Bibbia dove ci imbattiamo in un Dio guerriero con gli angeli suoi generali che s’inseriscono nelle vicende umane correggendo quelle che ritengono delle storture, i Vangeli insegnano qualcosa di diverso. Gesù, ad esempio, non era un potente, ma solo un predicatore, umile ma fermo nei suoi principi. Ebbe la forza morale e il carisma di cacciare i mercanti che sostavano davanti al tempio ma non impose la sua divinità per sottrarsi al martirio. Dalla sua vita qual è l’insegnamento che ne deriva? Che gli uomini giusti sono le vittime designate per i malvagi, ma per i torturati vi è solo la speranza che va oltre la vita. In pratica ci insegna la rassegnazione ma non la rinuncia a testimoniare la propria fede e a sostenere le proprie idee. Oggi dovremmo maturare una terza fase della nostra religiosità nella quale l’impegno corale dovrebbe essere quello di estendere la fermezza, di là del monito ai mercanti del tempio, per costruire un modello di società nel quale la sacralità della vita si coniughi a quella del vivere assicurando ai nuovi venuti il diritto, di là dei natali, l’assistenza sanitaria, il lavoro, l’istruzione, il cibo, una vecchiaia dignitosa. Questo dovrebbe essere il nuovo messaggio. Un Cristo al quale non toccherà più il martirio ma il diritto a una vita serena nel lavoro e nella meditazione. Nella sacralità del vivere. E a questo punto mi toccherà chiedermi come ha fatto un prete: figliolo ma se non vi sono più peccatori noi che ci stiamo a fare? (Riccardo Alfonso)

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La città della ragione e la città della Fede

Posted by fidest press agency su lunedì, 20 novembre 2017

padre pioDa anni – scrive un autore di molti saggi – mancavo da S. Giovanni Rotondo ed ora che ci sono ritornato la delusione è forte. Non sono, di certo, le folle a sconcertarmi, quanto l’idea di una religione fondata sul tornaconto. Mi riferisco, in particolare, a quella mercificazione del sentimento attraverso le immagini vendute sulle bancarelle, sulle suggestioni ad effetto dei soliti mistificatori da cortile, sulla idea di un luogo di miracoli da sfornare alla prima occasione. Il tutto ci allontana dal richiamo della Fede, dalla ricerca di una riflessione nel nostro intimo che si affaccia in un’oasi di pace e di serenità tra le mura di un convento, tra i silenzi di un luogo sacro, tra gli odori della cera che brucia e degli incensi durante una messa che si celebra. E’ l’amarezza di chi ha vissuto, tramite il proprio genitore e da bimbetto, l’esperienza “magica” di un incontro con colui che oggi è salito agli onori degli altari. Quel frate brusco ma anche affettuoso, che parlava in dialetto e che si scherniva dall’abbraccio a volte soffocante delle folle, aveva più il passo pesante di un uomo che vive nella sofferenza e nel martirio, che non quello eroico ed esaltante di un personaggio, così come lo avremmo voluto nel nostro immaginario collettivo. Di Lui sono stati scritti decine di libri eppure non sembra possibile che si possano dire tante cose per chi per decenni è vissuto nell’area limitata di un convento, tra la cella e la chiesa annessa. Tutti quelli che lo hanno visto ed oggi, per ragioni anagrafiche, si assottigliano sempre di più, hanno avuto la consapevolezza, di là delle suggestioni emotive del momento, di essersi imbattuti in un uomo semplice, che ci indicava vie semplici e persino ovvie e ci spronava, innanzitutto, ad avere fede in noi stessi come per dire che il vero miracolo non era estraneo alla nostra natura e non dovevamo cercarlo al di fuori di essa. Bastava credere. Basta avere Fede. E la fede è un sentimento strettamente personale che si può condividere solo con chi si misura con noi con uguale forza. Proprio per questo motivo la mia speranza è che un domani io possa ritrovare anche a San Giovanni Rotondo i due elementi fondanti della ragione e della fede e senza che la ragione si perda nell’interesse e la fede si smarrisca nel feticismo e nel misticismo di maniera. (Quaderni di cultura religiosa della Fidest)

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La fede nel mondo della comunicazione

Posted by fidest press agency su martedì, 7 novembre 2017

Rita SbernaRoma Giovedì 16 novembre 2017, alle 13.30, si terrà a Roma, in via degli Aldobrandeschi 190 una conferenza organizzata dalle Cappellanie dell’Università Europea di Roma e dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum: “La fede nel mondo della comunicazione. Incontro con la scrittrice e blogger Rita Sberna”. Interverranno: Carlo Climati, direttore del Laboratorio di comunicazione dell’Università Europea di Roma, Giuseppe Scarlato, blogger e conduttore di Radio Mater, e Marina Tomarro, giornalista. La conferenza sarà un’occasione per riflettere sulle grandi opportunità che il web può offrire ad ognuno di noi, per diffondere buone notizie. La storia di Rita Sberna, a cui è dedicato l’incontro, è un esempio di come i giovani possano dare un contributo importante alla cultura della speranza, attraverso i mezzi di comunicazione.I mezzi di comunicazione rappresentano una grande opportunità di dialogo e di incontro con gli altri. L’avvento di internet ha dato a tutti la possibilità di entrare facilmente in contatto con persone che si trovano in ogni parte del mondo.Non sempre, però, assistiamo ad un uso costruttivo dei media. A volte giornali, telegiornali, programmi radiofonici e social network insistono troppo sulle cattive notizie, generando sentimenti di pessimismo e rassegnazione. Non a caso Papa Francesco, nel messaggio per la 51ma Giornata delle Comunicazioni Sociali, ha scritto: “Credo ci sia bisogno di spezzare il circolo vizioso dell’angoscia e arginare la spirale della paura, frutto dell’abitudine a fissare l’attenzione sulle ‘cattive notizie’ (guerre, terrorismo, scandali e ogni tipo di fallimento nelle vicende umane). Certo, non si tratta di promuovere una disinformazione in cui sarebbe ignorato il dramma della sofferenza, né di scadere in un ottimismo ingenuo che non si lascia toccare dallo scandalo del male. Vorrei, al contrario, che tutti cercassimo di oltrepassare quel sentimento di malumore e di rassegnazione che spesso ci afferra, gettandoci nell’apatia, ingenerando paure o l’impressione che al male non si possa porre limite”. Le parole del Papa rappresentano un invito importante. Basterebbe guardarsi intorno per accorgersi che esistono tante buone notizie, che possono aiutarci a ritrovare fiducia nel domani. Il web può essere il posto giusto per raccontarle. Ed è entusiasmante scoprire che spesso sono proprio i giovani ad introdurre nel mondo di internet una mentalità nuova ed incoraggiante.(foto: rita sberna)

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Il tema della domenica: la fede

Posted by fidest press agency su lunedì, 2 ottobre 2017

cristoMi è stata data l’opportunità di visionare on line un film sui Vangeli e le verità mai dette e comunicate per dimostrare la “menzogna” dettata da “una Chiesa che si allontana dalla parola di Gesù per appropriarsi del potere senza mai uscirne. Un film realizzato con spezzoni di scene avanzi scarti …proprio per dimostrare anche nel montaggio che chi soffre ha il senso creativo della vita e la speranza del futuro. Un dialogo tra Dio e lo stato attuale, lo stato della chiesa – lo stato religioso – il potere gli intrecci e soprattutto quanto hanno nascosto dei Vangeli. La realizzazione del film si basa su ricerche storiche che nessuno può negare a cominciare dal Gesù ebreo palestinese scuro moro e comunista … non biondo con gli occhi azzurri. Un testo un libro un dramma e la soluzione.” Che dire in proposito? Se parliamo di Dio diciamo che è irrilevato dagli uomini se non attraverso interposte persone considerate “speciali”. Si sa che esiste Dio non tanto dalla sua “fisicità” quanto dalle cose che la natura esprime. Come dire? Qualcuno deve aver pur inventato noi e il mondo che ci circonda e questo qualcuno lo chiamiamo Dio. Anche i messaggeri di questo Dio sono speciali da Abramo a Maometto, a Cristo e da Cristo ai santi e ai santi uomini e donne. Ma se vogliamo dare al nostro creatore un valore assoluto diciamo che è perfetto e che è sopra le nostre debolezze, i nostri vizi, le nostre tentazioni, avidità e quanto altro. E’ anche un Dio che ha sconfitto la legge del tempo, è eterno. E’ un requisito assoluto e unico per noi terrestri che siamo chiamati a nascere e a morire generazione dopo generazione. Solo nel regno dei cieli e a determinate condizioni è possibile sconfiggere la temporalità delle nostre esistenze. Sin qui il concetto può essere accettato sia dai credenti sia dai miscredenti. I distinguo e gli stessi conflitti vengono dopo. Di là della Bibbia dove ci imbattiamo in un Dio guerriero con gli angeli suoi generali che s’inseriscono nelle vicende umane correggendo quelle che ritengono delle storture, i Vangeli insegnano qualcosa di diverso. Gesù, ad esempio, non era un potente, ma solo un predicatore, umile ma fermo nei suoi principi. Ebbe la forza morale e il carisma di cacciare i mercanti che sostavano davanti al tempio ma non impose la sua divinità per sottrarsi al martirio. Dalla sua vita qual è l’insegnamento che ne deriva? Che gli uomini giusti sono le vittime designate per i malvagi, ma per i torturati vi è solo la speranza che va oltre la vita. In pratica ci insegna la rassegnazione ma non la rinuncia a testimoniare la propria fede e a sostenere le proprie idee. Oggi dovremmo maturare una terza fase della nostra religiosità nella quale l’impegno corale dovrebbe essere quello di estendere la fermezza, di là del monito ai mercanti del tempio, per costruire un modello di società nel quale la sacralità della vita si coniughi a quella del vivere assicurando ai nuovi venuti il diritto, di là dei natali, l’assistenza sanitaria, il lavoro, l’istruzione, il cibo, una vecchiaia dignitosa. Questo dovrebbe essere il nuovo messaggio. Un Cristo al quale non toccherà più il martirio ma il diritto a una vita serena nel lavoro e nella meditazione. Nella sacralità del vivere. E a questo punto mi toccherà chiedermi come ha detto un prete: figliolo ma se non vi sono più peccatori noi che ci stiamo a fare? (Riccardo Alfonso)

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Gesù storico, Gesù della fede

Posted by fidest press agency su martedì, 26 settembre 2017

cristo1Giuseppe Flavio, storico ebreo negli anni 93 o 94 d.C. nelle sue “Antichità giudaiche” parla di Gesù. Oggi non esiste il manoscritto originale. Possiamo accedere alla sua conoscenza solo attraverso la copiatura del manoscritto ad opera, nel corso dei secoli, dei diversi monaci cristiani. A questo riguardo va altresì precisato che prima del terzo secolo d.C. non esistevano monasteri e data la professione di fede ebraica di Flavio e l’ambiente nel quale viveva vi possono essere stati dei ritocchi al suo manoscritto. Pur con tutte queste puntellature, ciò che emerge, dal testo giunto ai giorni nostri, è che la testimonianza sull’esistenza di Gesù è da considerarsi valida. Flavio lo definisce: “Un uomo buono che attrasse dietro di se molte persone, che ebbe dei discepoli che gli rimasero fedeli anche nei momenti più difficili e che fu condannato sotto Pilato e morì sulla croce e che i suoi discepoli, sin dal primo momento, dissero che al terzo giorno era resuscitato e vive in mezzo a noi, e in lui si compiono le cose meravigliose annunciate dai profeti.”
A questa testimonianza “esterna” si aggiunge quella dei suoi discepoli e, soprattutto dei quattro evangelisti: Matteo, Marco, Luca e Giovanni che ci hanno raccontato la vita di Gesù segnandola come la “buona notizia” dal greco “evangèlicon”. Non solo. A latere sono fiorite altre “buone notizie” da autori poco noti e che sono passate alla storia come “apocrife”. Da tutto ciò non mi sembra vi possano essere dubbi sull’esistenza di un uomo carismatico, dalla parola suadente, dalla fermezza dei suoi principi posto al cospetto delle debolezze umane incluse quelle dei sacerdoti di Gerusalemme nel tollerare la presenza di mercanti dinanzi al tempio, luogo di fede e di sacrale rispetto. Ma la storia può spiegare il Gesù della fede?
Questa riflessione la considero importante per considerare il fondamento sul quale si costruiscono il cristianesimo e la sua pesante eredità di sofferenze, martirii, persecuzioni ed emarginazioni. La parola di Gesù è stata quella che uccide perché la natura umana conosce la strada giusta ma preferisce percorrere l’impervia. Perché non è sufficiente costruire una Chiesa in nome di un Gesù elevato agli onori di un Dio. Occorre ogni giorno dare testimonianza di se ed essere costruttori di pace per ritrovare la via, la verità e la giustizia. E in questo le religioni non sempre si ritrovano con il Gesù della fede facendoci dubitare della sua stessa esistenza. (Riccardo Alfonso)

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Il dolore nella storia umana

Posted by fidest press agency su sabato, 19 agosto 2017

doloreE’ una condizione, quella della sofferenza, che è difficile d’accettare. Non mi riferisco di certo ad un banale mal di denti o ad un mal di pancia per una indigestione. La mia riflessione è rivolta al “grande dolore”, quello che per mesi, se non anni, attanaglia l’essere umano per un male incurabile, per una infermità debilitante. E’ un momento che la scienza e la fede hanno dedicato attenzioni di segno diverso. La scienza protesa a lenire il travaglio esistenziale con farmaci adeguati, mentre la religione, in senso lato, proclama il primato del sofferente come riscatto, come atto di santità e di fede. Un concetto, quest’ultimo, difficile da digerire. E’ come voler dire che la sofferenza è data al malvagio per punirlo e al giusto per premiarlo. Ma il dolore non è una merce per i buoni o per i cattivi. Esso fa parte della lotta che l’essere umano ingaggia con la natura, con le forze che cercano di sovrastarlo. Può colpire tutti, indistintamente, e non c’entra con l’appartenenza o meno ad una religione né essa può arrogarsi il diritto di riscuoterne i meriti. Non è un sacrificio da offrire sull’altare della fede, ma è il prezzo del nostro essere e divenire a prescindere dai temi della rassegnazione, del “dono” da offrire ad un “signore offeso” per blandirne l’ira. Come potrebbe essere altrimenti se questo dolore profondo colpisce, ad esempio, un bambino? Chi mai, alla sua età, può aver provocato una offesa così grave da meritarsi una punizione tanto crudele? Ma se vi è un Dio che sa anche compiere il “miracolo” della guarigione dovremmo anche chiederci perché nel suo agire è tanto selettivo: a quello si e ad altri no. E non ci vengano a dire che la leva che smuove il sentimento della redenzione è dato dalla fede. Ognuno di noi crede e può anche pregare per un suo Dio, ma per il professante la sofferenza si trasforma in rassegnazione e anche in martirio in nome della fede, come il cilicio lo è per i fanatici e i masochisti, mentre per gli altri è la medicina del medico a fare da balsamo. Due diverse medicine, quindi, ma non frutto di una ricercata identità ultraterrena, per gli uni mentre manca agli altri, ma per il semplice motivo che la fede diventa un tramite per darci una ragione ed anche una speranza che la sofferenza possa tornarci un qualche modo utile per un premio di là della vita. Questa testimonianza, ad esempio, l’ho colta sul letto di un grande sofferente che mi diceva: “la vita è bella, va vissuta sino in fondo” E io pensavo, ascoltandolo stupito, è forse la paura di morire, dell’ignoto che lo attende a fargli dire queste parole? Ma potrebbe un vero credente pensarla seriamente e non chiedere al suo Dio di staccare la spina e di allontanare dalla propria bocca il calice con il veleno del duro travaglio? Dopo tutto l’essere umano è figlio del suo tempo mentre Dio lo è in tutti i tempi o, per meglio dire, è senza tempo e non ha, quindi, bisogno di mettere alla prova chicchessia, tanto già ne conosce la misura. (Riccardo Alfonso direttore centro studi filosofici e religiosi della Fidest)

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