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Posts Tagged ‘federal reserve’

Banche centrali, banche e liquidità

Posted by fidest press agency su martedì, 20 agosto 2019

E’ in atto una nuova espansione monetaria. La Federal Reserve ha abbassato a fine luglio il tasso di sconto al 2,25%. Entro la fine dell’anno si prevedono nuovi ribassi. Molti temono che, a differenza del 2007 quando il tasso di sconto era del 5,25%, la Fed, in caso di una nuova crisi, potrebbe avere minori spazi di manovra. Il suo bilancio è cresciuto dai mille miliardi di dollari del 2007 ai 4.500 miliardi odierni. Il 55% dell’ammontare sarebbe costituito da asset backed security (abs), titoli spesso ad alto rischio.
La Banca centrale europea ha annunciato che a settembre si potrebbero attivare nuove forme di Quantitative easing . Dal 2005, soprattutto dopo la Grande Crisi del 2008, la Bce ha quintuplicato il suo bilancio comprando dalle varie banche titoli sia pubblici sia privati in loro possesso.
La domanda cruciale resta sempre la stessa: questa nuova liquidità arriverà veramente ai settori produttivi? Vi saranno prestiti e investimenti oppure, invece, acquisti di titoli del debito pubblico e altri più rischiosi, “parcheggiando”, di fatto, la nuova liquidità nel sistema bancario? E’ ben noto che tutte le grandi banche americane ed europee sono esposte a forti stress e a possibili instabilità, in particolare per la loro attività con i derivati finanziari anche di tipo speculativo. Al riguardo vi è una fortissima compenetrazione tra le banche americane e quelle europee. Ovviamente, se l’economia reale è in difficoltà, è inevitabile che il sistema bancario e gli stessi bilanci degli Stati ne soffrano.
Uno dei problemi più seri, come riporta anche la Barclays Bank inglese, è che a livello mondiale circa 12.000 miliardi di dollari di obbligazioni private e pubbliche hanno un tasso d’interesse negativo. Principalmente in Giappone e in Europa, dove il tasso d’interesse per il Bund decennale è sotto il – 0,5%. Circa la metà delle obbligazioni pubbliche europee, cioè 4.400 miliardi di euro, hanno un tasso negativo. Anche il 20% delle obbligazioni delle imprese private europee.
E’ una situazione del tutto inedita e foriera d’instabilità, tanto che molti investitori potrebbero essere tentati a cercare altri guadagni più remunerativi ma anche più rischiosi.
Negli Usa i problemi del sistema bancario incominciano a “intrecciarsi” con le crescenti difficoltà del sistema industriale. Difficoltà dovute non solo agli effetti della guerra dei dazi e dello scontro tecnologico con la Cina e con l’Europa. Se paragonati con il 2018, i profitti delle imprese produttrici di beni sono in caduta. In una forbice si va dal – 4% per i beni di consumo durevoli al -18% per i produttori di materiali. Il settore delle “imprese industriali” registra un meno 12% di profitto.
Si prevede che nel 2019 le imprese americane riacquisteranno sul mercato le loro azioni per circa 1.000 miliardi di dollari. Tale somma sembra superiore alla loro disponibilità di liquidità. Il che vuol dire che molte di queste operazioni di riacquisto saranno fatte attraverso nuovi indebitamenti.
In Europa le generali difficoltà del settore bancario sono ben evidenziate dalla situazione della Deutsche Bank, che nel secondo trimestre del 2019 ha registrato una perdita di ben 3,15 miliardi di euro, 2,94 dei quali solo nel cosiddetto settore investment.
Adesso, ma in ritardo, la DB vorrebbe abbandonare questo ramo di attività più rischioso. La decisione, però, è osteggiata dal fondo d’investimento statunitense Cerberus, che detiene il 3% delle azione e che, al contrario, vorrebbe che il settore derivati crescesse. Il portafoglio derivati di DB, al suo valore nozionale, è già di 48.000 miliardi di euro, il più alto al mondo. Per capire, 24 volte il debito pubblico tedesco,
Intanto DB vorrebbe cedere alla francese BNP Paribas 150 miliardi di attività legate agli hedge funds. La banca di Parigi, però, non sta molto meglio di quella tedesca. Il rapporto tra capitale sociale e debito di Deutsche Bank è del 36%, quello di BNP Paribas è del 41%.
Come sottolineato più volte su questo giornale, DB deve, inoltre, far fronte a gravi problemi legali negli Usa, dove la sua filiale potrebbe essere stata coinvolta in vaste operazioni di riciclaggio di denaro in Estonia. Il Dipartimento della Giustizia Usa indaga anche sul fatto che la Deutsche Bank, insieme alla Goldman Sachs americana, possano aver violato le leggi anti-riciclaggio per attività svolte per conto del fondo statale malese 1Malaysia Development Berhad. Dati e situazioni non rosei, preoccupanti, che ripropongono l’urgenza di riconsiderare le politiche dei dazi e di rivisitare le regole della finanza. (di Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e Paolo Raimondi economista)

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USA: non tutto è oro che luccica

Posted by fidest press agency su mercoledì, 27 marzo 2019

Il resoconto dell’ultima riunione del Federal Reserve Open Market Committee (FOMC), il comitato di gestione della politica monetaria americana, rivela che si sta discutendo di interrompere il rientro dal quantitative easing e di riprendere, quindi, la politica monetaria “accomodante” entro l’anno. Si dice di voler restare “pazienti” riguardo a nuovi aggiustamenti e “flessibili” rispetto alla riduzione dei titoli in precedenza comprati per sostenere il sistema bancario.Anche la Bce e Draghi hanno confermato l’intenzione di continuare con la politica monetaria espansiva.Questi sviluppi ci pongono due domande. Quali sono le vere ragioni economiche per le quali, a più di dieci anni dalla crisi finanziaria globale si ripropongono le stesse politiche che, allora, furono concepite come soluzione temporanea per portare i vari paesi fuori dalle paludi della recessione? Le maggiori istituzioni monetarie internazionali temono forse il presentarsi di qualche nuova crisi finanziaria? Ci sono vari parametri per valutare se l’economia mondiale, a cominciare da quella americana, possa rischiare di entrare in una situazione di turbolenza: anzitutto gli andamenti degli investimenti, del commercio e dei bilanci.
In un altro rapporto sulle banche, la Fed ammette che la domanda di credito si è globalmente ridotta. La maggioranza delle banche americane scrutinate intenderebbe rallentare il flusso di crediti alle imprese e aumentare il premio di rischio per numerose categorie di prestiti. Negli Stati Uniti gli investimenti sono scesi negli ultimi sei mesi e sono a -2,1% rispetto a un anno fa. Tale rallentamento si manifesta anche nel settore immobiliare che è sempre stato un importante termometro dell’economia americana, e non solo. Le vendite di abitazioni negli Usa sono scese dell’8% in gennaio rispetto al gennaio precedente, marcando una tendenza semestrale.
Anche l’ex presidente della Fed, Janet Yellen, ha recentemente ammonito che i 4.000 miliardi di dollari di debiti e corporate bond, quasi “junk”, potrebbero portare a una nuova crisi stile 2008. Particolarmente preoccupante è che, sulla base di questi debiti, sono stati emessi oltre 700 miliardi di nuovi derivati, i cosiddetti clo, collateralized loan obligations, che sono stati comprati da banche e fondi.
Ovviamente, i succitati clo raccolgono crediti accesi da imprese sempre meno in grado di ripagarli, proprio così come nella passata crisi accadde per i cdo, collateralized debt obligations, che raccoglievano ipoteche immobiliari impagabili.
Inoltre, da ottobre 2018 a gennaio 2019, cioè nel primo quadrimestre dell’anno fiscale in corso, il deficit di bilancio Usa è stato di 310 miliardi, con un aumento del 77% rispetto allo stesso periodo dell’anno fiscale precedente. Come, noto, in America l’anno fiscale si calcola da settembre al settembre dell’anno seguente. Il Congress Budget Office prevede che il deficit annuale 2019 sarà di almeno 900 miliardi. In verità, da tempo è in corso una crescita vertiginosa del deficit di bilancio che evidenzia un’economia tutt’altro che sana: 587 miliardi nel 2016, 665 nel 2017, 782 nel 2018.
Lo stesso è avvenuto con la bilancia commerciale americana che nel 2018 ha registrato un deficit di 891 miliardi di dollari nel settore dei beni. Un aumento forte rispetto all’anno precedente. In particolare il deficit nel commercio di beni con la Cina è stato di ben 419 miliardi. Nel 2017 era stato di 375 miliardi.
Sono cifre che bocciano in pieno la politica di Trump, il modo in cui ha voluto coniugare il taglio delle tasse con l’aumento dei dazi. Di fatto, buona parte delle tasse non raccolte hanno fatto crescere i consumi che, a loro volta, hanno inciso sull’andamento delle importazioni. Tali scelte possono momentaneamente sembrare misure a favore dei cittadini, ma nel medio termine esse aggravano i conti pubblici, creando forti rischi d’instabilità. Perciò è molto probabile che nel prossimo futuro la parola “volatilità” venga usata con molta frequenza.
In questa incerta situazione non dovremmo stupirci se Washington sempre più spesso, di fronte a eventuali difficoltà nell’economia americana, scaricasse le proprie responsabilità su presunte crisi in Cina e in Europa. Del resto, questa è da tempo la versione di Trump, che, purtroppo, è stata ripetuta recentemente anche da Jerome Powell, il presidente della Fed, che era ritenuto indipendente rispetto al presidente americano. Evidentemente ciò non è. (Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e Paolo Raimondi economista)

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Federal Reserve e andamento rialzo tassi

Posted by fidest press agency su venerdì, 28 settembre 2018

LONDRA.La Federal Reserve (Fed) potrebbe a breve mettere in pausa il suo programma di rialzo dei tassi, dando finalmente tregua ai mercati emergenti e potenzialmente suscitando un ‘rally da sollievo’. A sostenerlo è Carl Eichstaedt, fixed income portfolio manager di Western Asset, affiliata Legg Mason.Quest’anno i mercati emergenti sono stati messi sotto pressione dai timori sulle effetti di una guerra commerciale e dal rafforzamento del dollaro, con ingenti perdite soprattutto per le valute emergenti, a causa della fuga degli investitori da questa asset class.Secondo Eichstaedt, manager del fondo Legg Mason Western Asset US Core Plus Bond, la maggior parte di queste pressioni potrebbe dissolversi con la fine del ciclo di rialzi della Fed, che potrebbe arrivare prima di quanto il mercato si aspetti.“Le ultime minute della Fed sono state a nostro parere piuttosto dovish” spiega Eichstaedt “ci aspettiamo un altro rialzo in questa riunione, ma dopodiché, per ora, non ce ne saranno altri.”
“La formulazione delle prossime minute sarà fondamentale. In particolare, se la Fed dovesse rimuovere la parola accomodante dalla sua dichiarazione ufficiale, ciò potrebbe significare che il ciclo di rialzi verrà messo in pausa. E, a nostro parere, non riprenderà nemmeno con la riunione di dicembre: potremmo dunque avere un ‘rally da sollievo’ nella parte a breve termine della curva dei rendimenti: sarebbe un’ottima notizia sia per i mercati emergenti che per il credito corporate.”Eichstaedt, che è entrato in Western Asset nel 1994 e ha oltre vent’anni di esperienza nei mercati obbligazionari, sostiene dunque che il debito dei mercati emergenti fosse rappresentato in maniera eccessiva nel budget di rischio del team.“Se guardiamo all’attuale crisi dei mercati emergenti confrontandola con quelle passate, vediamo che oggi questi mercati sono in una posizione completamente diversa” afferma il gestore.“Nel complesso i mercati emergenti hanno fatto un ottimo lavoro nel ridurre la loro dipendenza dal debito in dollari, e a nostro parere rispetto alle crisi passate il problema è molto minore.” “Per questo, dal nostro punto di vista, questa asset class continua ad avere lo stesso appeal di sempre, nonostante ci siano dei rischi idiosincratici.”
Tra i rischi in questione ci sono punti nodali come Tuchia e Argentina: “La Turchia, come ci si aspettava, ha appena alzato i tassi al 24%” spiega Eichstaedt “ e l’Argentina sta attuando le giuste manovre, pur non ottenendo al momento risultati positivi. Ma altre aree restano attraenti.”Tra le posizioni che il team preferisce in portafogli come quello del fondo Legg Mason Western Asset US Core Bond ci sono paesi come Messico, Brasile, Russia e Indonesia.“Molti dei ribassi sui mercati emergenti sono stati eccessivi. Il peso messicano, ad esempio, è la nona valuta più liquida al mondo, mentre la Russia ha oggi valutazioni molto attraenti e gli investitori sono più che compensati per il rischio” conclude Eichstaedt. (by punto di vista di Western Asset (affiliata Legg Mason) sulla riunione della Fed)

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Sta tornando! Ma era mai finita? (La crisi)

Posted by fidest press agency su sabato, 14 aprile 2018

Rialzo dei tassi da parte della Federal Reserve Usa da un lato e la guerra commerciale che vede contrapposta Washington e Pechino dall’altra. Un effetto a tenaglia che potrebbe preannunciare la tempesta perfetta che, fra qualche settimana, sarà scoperta dai media generalisti di tutto il mondo e colpirà gli Stati emergenti. E, con un effetto a catena, può scaraventare il mondo in una nuova morsa di recessione. Il rialzo dei tassi infatti danneggerà le monete locali di quegli Stati che fanno ricorso ai titoli in dollari per finanziarsi e le spingerà a svalutarsi. E la guerra dei dazi colpirà Paesi come Brasile, Turchia e India, principali fornitori di acciaio degli Stati Uniti riducendo i loro spazi per l’export.
L’analisi, basata su documenti ufficiali della Banca dei Regolamenti internazionali e da analisi di alcune delle più importanti società finanziarie internazionali, inaugura il nuovo portale di VALORI, la storica testata specializzata in inchieste sulla finanza e l’economia solidale promossa dalla Fondazione Finanza Etica. Nata ormai 15 anni fa, sotto forma di pubblicazione mensile, da oggi, sempre sotto la guida del direttore responsabile Andrea Di Stefano, si trasforma in un vero e proprio hub editoriale al servizio della finanza etica e di chi ha interesse a denunciare le storture, ancora ben visibili, dell’architettura finanziaria mondiale. Ma al tempo stesso, sarà l’opportunità per raccontare i vantaggi (e i successi) di chi ha intrapreso forme responsabili di investimento o approcci non speculativi all’economia.
“Malgrado il fatto che quasi tutti usino i servizi finanziari, e malgrado gli impatti che ha sulle nostre vite, la maggior parte delle persone continua a essere totalmente digiuna di finanza” spiega Andrea Baranes, presidente della Fondazione Finanza Etica. “Le notizie che ‘bucano’ si riferiscono quasi sempre al singolo scandalo, ma non riescono poi a provocare una riflessione più ampia sui meccanismi a monte. Il rilancio digitale di Valori e la creazione di un hub editoriale sono essenziali per unire protesta e proposta. Bisogna essere in grado di fornire nuove chiavi di lettura per permettere ai cittadini non solo di informarsi, ma di intraprendere un percorso di educazione critica alla finanza. Se servono nuove regole e nuovi modelli, il più importante passo per cambiare le cose parte da ognuno di noi”.
Il nuovo portale ospiterà inchieste sul meglio e il peggio dell’economia e della finanza, in Italia e nel mondo, sui cambiamenti climatici e il loro impatto sul sistema economico finanziario. Racconterà, attraverso articoli, videoservizi, podcast, mappe, infografiche, editoriali, aspetti che impattano direttamente nella vita quotidiana dei cittadini e vengono però messi ai margini dalla stampa non specializzata.

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Membership Changes for Federal Reserve Bank of San Francisco’s Economic Advisory Council

Posted by fidest press agency su lunedì, 4 settembre 2017

Federal Reserve Bank of San FranciscoThe Federal Reserve Bank of San Francisco announced that Karen T. Lee, chief executive officer of Pioneer Human Services, was appointed to the Bank’s Economic Advisory Council (EAC). Ms. Lee’s term began on August 1 of this year and lasts through December 31, 2019. Ms. Lee has been with Pioneer Human Services since 2010, having first spent five years as commissioner of the Employment Security Department in Olympia, Washington. Ms. Lee has also held various management positions at Puget Sound Energy from 1997 to 2005.Ms. Lee holds a bachelor’s degree in Russian from the United States Military Academy at West Point, and a J.D. from the University of Washington School of Law. EAC members provide the Bank’s senior management with information on current and pending developments in the regional and national economies. All members serve three year terms.
The Federal Reserve Bank of San Francisco, with branch offices in Los Angeles, Seattle, Salt Lake City, and Portland, and a cash processing office in Phoenix, provides wholesale banking services to financial institutions throughout the nine western states. As the nation’s central bank, the Federal Reserve System formulates monetary policy, serves as a bank regulator, administers certain consumer protection laws, and is fiscal agent for the U.S. government. (foto: Federal Reserve Bank of San Francisco)

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Federal reserve: “La vera sfida deve ancora arrivare”

Posted by fidest press agency su martedì, 22 dicembre 2015

Federal ReserveDopo lunghi 12 mesi di attese, previsioni e speculazioni, la scorsa settimana la Federal Reserve ha alzato i tassi d’interesse (fermi da quasi un decennio), rimarcando la fiducia nella ripresa economica degli Stati Uniti.Nonostante tempi ed entità dell’innalzamento dei tassi (0,25%) fossero stati ampiamente anticipati, investitori, banche centrali e governi hanno voluto seguire da vicino, giorno dopo giorno, le mosse della Fed.Ma su quali basi la a Fed ha deciso che era arrivato il momento?
Prima di tutto, il recupero e la ripresa dell’economia statunitense. Come la stessa Janet Yellen ha sottolineato nel corso di una recente riunione del FOMC, l’economia americana sta mostrando significativi segni di miglioramento, e in questo caso ritardare il processo di normalizzazione dei tassi potrebbe far riaffiorare il rischio di una recessione.Il recupero è evidente in particolare se si guarda al mercato del lavoro: l’economia statunitense ha creato più di 200.000 nuovi posti di lavoro nel mese di novembre, la disoccupazione si attesta al 5%. Al contempo i salari sono cresciuti mentre l’inflazione core (al netto dei beni energetici e alimentari) ha raggiunto l’1,3%, avvicinandosi all’obiettivo di lungo termine della FED del 2%.Per gli investitori quindi il rialzo dei tassi da parte della Fed, rappresenta una buona notizia, oltre che la testimonianza di prospettive economiche positive per gli Stati Uniti.
La crescita dei consumi è stata un fattore determinante per l’economia americana, e l’impatto del rialzo dei tassi sulla spesa dei consumatori sarà piuttosto limitato, così come sulla maggior parte dei mutui negli Stati Uniti a tasso di interesse fisso.Allo stesso modo, difficilmente il rialzo dei tassi porterà a un rallentamento degli investimenti negli Stati Uniti, come affermato da alcuni economisti. È facile pensare infatti che durante il processo decisionale di investitori nazionali e d’oltremare, peserà più la stabilità economica del Paese che non i tassi d’interesse più alti. Ecco perché a nostro avviso vedremo aumentare e non decrescere il peso degli investimenti.Per quanto riguarda l’impatto sul mercato dei cambi, i tassi più alti dovrebbero spingere in teoria ad un ulteriore apprezzamento del dollaro, con conseguenze sulle esportazioni, quindi sui produttori statunitensi. D’altra parte, a giudicare dalla reazione dei mercati a seguito dell’annuncio dell’aumento dei tassi, sembra che il rafforzamento del dollaro sia una variabile già ponderata dal Foreign Exchange Market e che quindi un nuovo rafforzamento nei confronti delle altre principali valute sia improbabile.
Inoltre è apparso evidente come una volta dichiarato il via libera alla normalizzazione, l’attenzione dei mercati si sia spostata verso altre questioni come i prezzi bassi delle materie prime o la lenta crescita globale.Non si dovrebbero registrare infatti particolari conseguenze: i tassi attuali sono ancora estremamente bassi se confrontati coi tassi storici e i rialzi futuri avverranno in maniera graduale al fine di consentire ai mercati di assorbirli nei giusti tempi. Fattori di interni ed esterni quali ad esempio il debito degli Emergenti, il rallentamento della crescita globale e le azioni intraprese da altre banche centrali, contribuiranno poi a mantenere graduale tale processo. Basti guardare allo scorso agosto, quando il forte aumento della volatilità dei mercati ha in qualche misura contribuito alla decisione della Fed di ritardare il rialzo dei tassi, previsto per settembre.Va detto che i mercati finanziari non sono immuni dalla volatilità e che il 2015 ne è stato la dimostrazione. Nonostante il recupero degli Stati Uniti, le altre economie mondiali crescono lentamente e non si può dimenticare l’attuale condizione dei Paesi emergenti. Utili stagnanti e possibile apprezzamento del dollaro potrebbero quindi essere le prossime sfide per l’azionario.La divergenza politica sempre più evidente tra Stati Uniti e BCE e le tensioni geopolitiche di questi ultimi mesi, potrebbero causare volatilità sui mercati anche nel 2016, rendendo il percorso dei futuri aumenti dei tassi ancora più delicato oltre che la vera sfida da superare. (fonte: MoneyFarm SIM S.p.A)

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Expert comment on the US Federal Reserve raising interest rates Ben Knight, of Warwick Business School, is an economist

Posted by fidest press agency su giovedì, 17 dicembre 2015

Federal ReserveProfessor Ben Knight said: “The rise in the US base interest rate represents an expected change in US monetary policy which will slowdown the US economy a touch and strengthen the dollar due to the attraction of US financial assets for global investors. “Any slowdown will hit the exports of countries like the UK for which the US is a big customer. However, the rise in the US dollar will have the opposite effect because it improves the competitiveness of imports into the US market. The direct effect on US GDP growth is generally larger, but offset to some extent by the rise in the dollar so the overall effect on exports and global GDP growth rates outside the US will be small but observable. However, if the rate rises continue and become larger, the downside impact in advanced economies will be more serious.”Even in the short run a large capital outflow may cause large falls in exchange rates of some developing economies who may be forced to raise their own rates of interest to contain this flow and to limit the higher inflation rates caused by the fall in their exchange rates. This rise in rates in countries like India will reinforce the 2015 global slowdown in 2016.”

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Federal reserve: “Un effimero effetto ricchezza”

Posted by fidest press agency su martedì, 29 settembre 2015

La decisione della Federal Reserve, più tattica che frutto di timori per l’attuale scenario, ha sostanzialmente confermato le attese degli analisti e comportato una prevedibile volatilità. La governatrice della banca centrale americana ha dichiarato che la situazione economica internazionale resta delicata, per via della Cina, dell’inflazione bassa, della debolezza sull’area emergente e delle materie prime: la forza dimostrata dall’economia americana in questi anni, con milioni di posti di lavoro generati, utili delle aziende sui massimi storici, fiducia di imprese e consumatori su buoni livelli, non sembra ancora condizione sufficiente per un rialzo dei tassi di interesse.I titoli di stato dei Paesi sviluppati trattano su rendimenti bassi: ulteriori stimoli monetari possono generare profitti marginali limitati, a fronte di un maggiore rischio di perdite in conto capitale quando, anche nel lontano futuro, dovesse ripartire una fase di rialzo dei tassi.Sui titoli azionari dei Paesi sviluppati se da un alto non si può parlare di bolla speculativa, dall’altro neppure di buon prezzo: lo Standard&Poors500 tratta a 17 volte gli utili correnti, contro una media a dieci anni di circa 15. Si tratta però del livello di utili più alto della storia dell’indice, pertanto in assenza di aspettative positive su ulteriore crescita, il potenziale è limitato. La situazione appare invece migliore sui mercati azionari europei e asiatici.Per quanto riguarda il mondo dei mercati emergenti, viene da anni di performances negative è ma conserva certamente nicchie di valore (sebbene alcuni segmenti presentino gli stessi problemi dei mercati sviluppati).
Il debito estero dei Paesi emergenti ad esempio, emesso in dollari o euro, è esposto oltre che al rischio emergente anche alle dinamiche del mercato obbligazionario americano (tassi bassi e quindi rischio elevato di perdite in conto capitale se il ciclo dei tassi dovesse cambiare).Altri mercati locali non sono cari, ma sono esposti a flussi di investimento in entrata e uscita, strettamente legati all’umore degli investitori nei Paesi sviluppati.Le materie prime infine, sono al momento l’asset class su cui il consenso, per via di eccesso di offerta, bassa domanda e altri fattori, è meno solido.Pur in presenza di qualche segmento che tratta a livelli interessanti, i principali mercati globali sono quindi quasi tutti vicini ai massimi storici in un momento in cui la stessa banca centrale americana non sa far altro che tenere i tassi a zero ad oltranza, strategia che ha contribuito a far apprezzare gli stessi mercati dalla crisi in poi.A partire dagli anni ’90 si è parlato di “effetto ricchezza”: in momenti di crisi, l’azione di stimolo delle banche centrali sui mercati avrebbe aiutato una salita delle quotazioni, creando un circolo virtuoso dai mercati all’economia. Questa strategia va a scontrarsi con l’idea opposta secondo cui i mercati, indipendentemente, dovrebbero esprimere un giudizio sull’andamento dell’economia, giudizio che quindi dovrebbe essere un derivato dell’andamento dell’economia, non una causa dello stesso.Di certo l’effetto ricchezza ha contribuito a tranquillizzare gli animi di consumatori e investitori nei momenti più acuti della crisi finanziaria, premiando il ruolo attivo delle banche centrali.Ma aver beneficiato di valutazioni in salita sui mercati, con il dubbio che il sottostante (bilanci aziendali, dei governi e dei privati) resti fragile nonostante tutto, ha portato all’attuale situazione di incertezza. Chi avrà poca pazienza rischierà di scontrarsi con la realtà di performances modeste ed elevata volatilità. (fonte: da MoneyFarm.com)

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Va prosciugato l’oceano dei derivati finanziari

Posted by fidest press agency su lunedì, 15 agosto 2011

Chi è oggi il prestatore di ultima istanza, il “lender of last resort”, colui che può “salvarci” dalla più virulenta crisi del debito e delle borse verificatasi dopo la seconda guerra mondiale? Nel 2008 quando il sistema bancario internazionale nel suo insieme era in default furono gli Stati ad intervenire con massicce iniezioni di liquidità a tassi di interessi inesistenti. La Federal Reserve fece scuola stampando centinaia di miliardi di dollari per elargire alle banche “crediti a perdere” e per acquistare Treasury bond a sostegno di un tentativo di rilancio basato sul debito. Senza nuove regole e senza un nuovo modello economico, il mix di liquidità – tassi allo 0%, deficit e debito – non è servito a rilanciare la produzione, i consumi e l’occupazione. In Europa la Bce ha seguito le stesse orme. In modi più complicati e contraddittori in quanto l’Europa unita è ancora da fare e manca di una azione federale univoca. Nella sostanza le sue politiche di salvataggio della finanza privata e quelle di stimolo economico sono state simili a quelle americane. Soprattutto nella inefficacia. La crisi di oggi, però, parte dalla debolezza degli Stati e dalla insostenibilità dei loro debiti pubblici, cresciuti soprattutto per salvare le banche. Chi può essere allora il “prestatore di ultima istanza” per il debito sovrano degli Stati? Certamente non la finanza privata e le grandi banche che più di altri sono coinvolte nelle speculazioni a breve, in particolare sui titoli di stato. Alcuni auspicano un salvataggio da parte della Cina e degli altri Paesi con un surplus finanziario. Soltanto degli ingenui possono sperare nell’arrivo di novelli re magi dall’oriente carichi di doni e di oro per comprare titoli di carta. La Cina, invece, ha già messo sull’avviso Washington! Molti chiedono un intervento risolutivo da parte delle banche centrali. Si illudono che tali istituzioni siano qualche cosa di diverso dagli Stati e che abbiano nei loro caveau qualche pozione miracolosa. La Fed ha già annunciato la sua politica: tassi zero per altri due anni, un altro “quantitative easing” che vuol dire creare nuova liquidità, stampare dollari e acquistare titoli del Tesoro. Lo stesso si vorrebbe dalla Bce. Ma l’attuale Fondo di Stabilità di 440 miliardi di euro è insufficiente a garantire la sicurezza dell’euro. Ci vorrebbero almeno 2.000 miliardi per far sì che l’intero debito europeo si avvicini ai livelli di stabilità di quello tedesco. Se la Bce intervenisse direttamente nell’acquisto dei titoli degli Stati in difficoltà, diventerebbe sempre più la copia della fallimentare Fed. Senza averne i prerequisiti costituzionali. Sono politiche perdenti che ripropongono delle condizioni già viste. Una maggiore liquidità che diventa la droga dei mercati finanziari e un aumento del rischio di inflazione. Il rilancio economico non è alla base dei loro meccanismi. Anche se simili misure portassero ad un momentaneo stato di calma apparente, rimanendo nel vecchio paradigma, possiamo essere certi che a breve ci sarebbe un nuovo “run” proprio sulla sostenibilità delle stesse banche centrali. Allora chi può raddrizzare le cose? La politica oppure i mercati? Noi da tempo riteniamo che debbano essere gli Stati sovrani a indirizzare le decisioni e le politiche, a dettare le condizioni e le regole ai mercati. Occorre riprendere con urgenza il percorso mai concluso della grande riforma del sistema finanziario economico globale. Lo si era ritenuto indispensabile dopo lo shock del 2008. Poi le lobby bancarie ci hanno riportato al business as usual. I governi del G20, degli Stati Uniti, dell’Europa, del Giappone, e anche dei Paesi del Brics, però con un ruolo maggiore, devono ridisegnare il sistema. Occorre togliere ogni autorità alle agenzie di rating. Si può tollerare che le loro valutazioni di tripla A dettino legge sugli investimenti? Che i grandi investitori e i fondi pensione debbano disfarsi di quei titoli che non hanno tale valutazione? Che anche le banche centrali debbano tenerne conto per i titoli portati in garanzia dei crediti concessi? Bisogna inoltre prosciugare l’oceano dei derivati finanziari, a cominciare dagli Otc negoziati fuori dai mercati e tenuti fuori dai bilanci. È indispensabile introdurre da subito semplici ma chiare misure per proibire azioni speculative allo scoperto e altri pericolosi giochi finanziari. Occorre ristabilire un moderno Glass-Steagall Act, cioè la legge bancaria anti-Grande Depressione del 1933 che separava le banche commerciali da quelle di investimento, per evitare che i risparmi siano usati per le speculazioni. E si mandi a casa chi sostiene che bisogna dare credito ai mercati e non alla politica. Chi pretende per la finanza e per la speculazione una libertà assoluta. Non ci si può sottrarre alla domanda: Chi merita maggiore protezione? Gli Stati, la vita e il lavoro dei cittadini oppure i mercati e gli speculatori? (Mario Lettieri Sottosegretario all’Economia del governo Prodi e Paolo Raimondi Economista da Italia Oggi)

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