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Teatro Palladium: dalla ‘Fedra’ di Seneca

Posted by fidest press agency su giovedì, 19 aprile 2018

Roma Venerdì 20 aprile 2018 – Ore 21 Teatro Palladium – Università Roma Tre Piazza Bartolomeo Romano 8, spettacolo liberamente tratto da Fedra di Seneca di e con Maria Elena Curzi e Alessandra De Luca videoarte e foto Adriano Pucciarelli musiche originali Roberto Ribuoli costumi Arianna Pioppi e Medea Labate disegno luci Francesco Ciccone voce fuori campo Daniele Di Matteo foto di scena Matteo Nardone. Prezzi spettacoli: intero € 15 / ridotto € 10 / studenti € 5.
Uno spettacolo che mette in campo una riflessione su qualcosa di primitivo ma che ci appartiene tuttora: il tema della perdita, dell’abbandono, della mancanza, degli affetti scomparsi e poi ritrovati in altra forma, distrutti in frammenti e poi ricuciti nei ricordi, della violenza, della solitudine, della paura. Questo è Klamata kardìa liberamente ispirato alla Fedra di Seneca. Lo spettacolo, in programma il 20 aprile al Teatro Palladium nella sezione “Laboratori in scena”, è risultato dell’impegno che la Fondazione Roma Tre Teatro Palladium sta mettendo in campo in progetti sperimentali presentati da giovani autori ed interpreti.
“Si tratta di qualcosa che appartiene all’uomo primitivo, alla tragedia classica, al canto delle prefiche che ha un sapore antico e primigenio, ma anche a noi – affermano le curatrici. “Il ritmico risuonare del battito dei nostri cuori dentro e fuori di noi fa da continua base di sostegno, e dà il tempo alla vita: la materia prima con cui il teatro si confronta.
Eména mu dispiàcesse, kéccia-mu, ma satti icusa i sperazziuna (A me dispiacque, piccola mia, quando ho sentito le campane a morto). Così inizia una delle nenie che intonavano in griko le prefiche salentine non troppi anni fa, ripresa poi dal documentario Stendalì – Suonano ancora di Cecilia Mangini, con testi di Pierpaolo Pasolini. Partendo da questa nenia e dal racconto mitologico della morte di Ippolito, Klamata kardìa – Il pianto del cuore ci mette davanti a un dolore da accettare. Senza sconti, senza cedere al consolatorio. Ce ‘nna clàssome na clàssome /na mi’ pposéssome macata (dobbiamo piangere e piangere/ senza mai riposo), continuano a dirci le prefiche, nella consapevolezza che solo l’essere attraversati fino in fondo da questo dolore ne può permettere il superamento. Ippolito lotta contro un mostro, così come fece suo padre Teseo. Ma questa volta il mostro vince. Il suo corpo viene fatto a brandelli, impossibili da ricucire insieme. Forse però qualcosa resta intatto in chi rimane, il ricordo d’un gesto d’una sillaba”.

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Mariano Anagni firma la regia di “Fedra”

Posted by fidest press agency su domenica, 15 ottobre 2017

Locandina FedraRoma Dal 19 al 29 ottobre 2017 dal martedì al sabato ore 21,00 – domenica ore 18,00 Piazza di Porta San Giovanni, 10 Sala Uno Teatro. “Fedra” di Seneca regia Mariano Anagni con Marina Biondi Fedra,
Patrizio Cigliano Teseo, Marina Zanchi Nutrice, Gabriele Anagni Ippolito, Lavinia Cipriani Il Messaggero, Erika Puddu Corifea 1, Cristina Pelliccia Corifea 2, scene e costumi Maria Spataro, luci Giovanna Venzi. “Una spiaggia abbandonata con qualche oggetto logoro e corroso dal tempo, un incessante suono di risacca, antico e presente, corpi alla deriva, naufraghi di passioni mai domate, di rapporti familiari gravidi di conflitti mai risolti.
I protagonisti di questo capolavoro di Seneca sono dentro di noi da sempre, lacerati, graffiati ma vitali e necessari.
Siamo strumenti nelle mani di un qualche Dio? Siamo gli attori di un dramma scritto da un Entità suprema? Fedra è una donna innamorata! Fedra è innamorata di un amore impossibile, incestuoso ma VERO! Fedra non è vittima di alcun destino, è consapevole, ha deciso e vuole coscientemente arrivare fino in fondo. La morte è concepita da Fedra come l’unica via di fuga dal misfatto, l’unico mezzo a sua disposizione per mantenere intatto il pudore.
Si configura fin dall’inizio come un essere che non ha alcuna possibilità di tornare a percorrere la strada della ragionevolezza, ma che può vivere unicamente nella passione o nella morte: l’amore da lei provato, infatti, non può essere governato, soltanto vinto per mezzo di un atto estremo.
Fedra, con ancora nella mano la spada dell’amato Ippolito, morto a causa della maledizione di Teseo suo marito, dà inizio all’ultimo straziante atto della sua vita prendendo su di sé l’intera responsabilità degli avvenimenti, senza cercare scuse né attenuanti di sorta.
All’assunzione della responsabilità personale di quanto avvenuto segue però immediata, durissima, l’accusa contro Teseo, il padre inflessibile, il cui ritorno ha causato ora la morte di Ippolito e due, sono nelle parole di Fedra, le colpe imputate a Teseo, l’amore o l’odio nei confronti delle spose.
Ed è con questi sentimenti estremi che Teseo manderà in rovina, sovvertendone l’ordine, la propria casa. Alla fine di questa catena di atroci perversioni familiari, malignità e furori, la donna si rivolge a Ippolito, come se potesse vedere il volto del giovane sulla scena e guardare nei suoi occhi martoriati. Nelle parole che ne seguiranno è contenuta tutta la desolazione di chi è costretto ad assistere passivamente ad uno spettacolo orrendo, con la consapevolezza però di averlo indirettamente provocato con il proprio comportamento; l’assunzione di responsabilità da parte di Fedra è completa, ma dalle accuse rivolte a Teseo capiamo che la colpa è in qualche modo condivisa e che non ricade unicamente sulla donna adultera e incestuosa. Fedra non riesce a capacitarsi dello strazio compiuto sul bel giovane e si chiede smarrita quale mostro può mai aver compiuto tale scempio, attonita e sconvolta rivolge quindi una serie di domande all’uomo amato, come per convincersi della sua morte, e qui il dolore sembra assumere le forme di un delirio folle: Fedra, infatti, invita Ippolito a rimanere ancora per un po’ ad ascoltare le sue parole, ora si che può udirle, ora si perché questa volta, non sono indecenti. La donna, infatti, ha intenzione di conficcarsi la spada nel petto, liberando così se stessa, contemporaneamente, dalla vita e dalla colpa ma prima del suicidio, impellente è la necessità di stabilire attraverso le parole un ultimo contatto con quell’uomo così ardentemente desiderato, l’amore per il quale alla fine ha rovinato entrambi. Devastante, invincibile è la passione di questa donna così tragicamente moderna e come in vita si era dichiarata disposta a seguire Ippolito attraverso i luoghi impervi della caccia, afferma ora la volontà di continuare a seguirlo, anche nella morte, lungo le paludi e fiumi infuocati. I personaggi di questa storia familiare li vedremo nascere e muoversi in mezzo alle macerie, arrivate come un onda dal profondo delle nostre anime, ma le loro parole ci attraverseranno il cuore.” (Mariano Anagni) (locandina fedra)

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Teatro Grande di Pompei: Fedra

Posted by fidest press agency su mercoledì, 21 giugno 2017

fedraPompei 22, 23 luglio 2017 | ore 20.30 «Fedra, è la tragedia della passione umana», spiega il regista Carlo Cerciello in una sua nota, «la tragedia di una donna che per amore non esita a ribellarsi alle convenzioni sociali ed etiche della società di cui si sente ‘privilegiata’ prigioniera. Sposa di un marito che non esita a tradirla e del quale si sente effettivamente ed affettivamente vedova, Fedra identifica nel mondo del figliastro Ippolito un miraggio di libertà e di passione che è disposta a pagare con la vita. In Fedra si confondono e si sovrappongono le due figure parentali di Teseo padre e di Ippolito figlio, che Seneca strategicamente non fa mai incontrare tra loro, fino ad operare una sostituzione nel cuore della donna tra lo sposo e il figliastro…La natura è l’ulteriore protagonista di questa tragedia. Una natura affascinante e crudele a cui tanto Ippolito che Fedra aspireranno invano. Il loro desiderio di vivere secondo le leggi della natura, infatti, si tramuterà per i nostri sfortunati eroi in ”agire contro natura”. Sarà così anche per Teseo, che causerà, per contrappasso al suo “innaturale” ritorno dal regno dei morti, lutto e distruzione nella sua stessa famiglia».FEDRA di Seneca traduzione Maurizio Bettini. regia Carlo Cerciello (foto. fedra)

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