Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 250

Posts Tagged ‘figli’

Genitori con figli hikikomori

Posted by fidest press agency su sabato, 20 giugno 2020

La Pandemia riaccende adesso l’attenzione sugli hikikomori poiché accresce il rischio che un maggior numero di adolescenti e giovani adulti non voglia più uscire di casa. Come aiutare allora questi ragazzi (la cui età di insorgenza del disagio è sempre più precoce) e le loro famiglie? “Esistono sul territorio nazionale delle istituzioni che si occupano del ritiro sociale, come l’Istituto Minotauro a Milano o il Policlinico Gemelli di Roma, ma non esistono ad oggi delle linee guida ufficiali su come poter aiutare efficacemente il ritirato sociale e la sua famiglia”, spiega ancora D’Oria. Da qui nasce ‘Ritirati, ma non troppo. Un aiuto per le famiglie’, il nuovo progetto clinico e di ricerca sul fenomeno del ritiro sociale promosso da Magda di Renzo, responsabile del servizio Terapie dell’IdO.
“Questa iniziativa mette insieme un gruppo di psicologi/ psicoterapeuti, neuropsichiatri infantili e pediatri che, partendo da una visione comune- prosegue D’Oria- stanno studiando e approfondendo il ritiro sociale adolescenziale e giovanile nell’ottica della complessità. La ricerca teorica si affianca a un progetto terapeutico rivolto ai genitori con figli ritirati sociali”.
In sostanza ‘Ritirati ma non troppo’ prevede un percorso di 6 incontri (i primi 4 a cadenza settimanale e gli ultimi due a cadenza quindicinale) con due gruppi di 5 famiglie di ragazzi hikikomori ciascuno, a partire da venerdì 26 giugno alle ore 15 e alle ore 17. Ogni gruppo durerà circa un’ora e 30 minuti e sarà gratuito per i partecipanti. La modalità è online su Skype e per informazioni sulle modalità di partecipazione basta scrivere a pmldoria@gmail.com. L’offerta dei gruppi crescerà via via che arriveranno le richieste di adesione da parte delle famiglie.
In quanto già volontaria di ‘Hikikomori Italia’ in Puglia, D’Oria ricorda che “l’associazione fondata da Marco Crepaldi ha avuto il merito di diffondere sul territorio nazionale la conoscenza del fenomeno e di creare dei gruppi di auto-mutuo aiuto per le famiglie, in cui gli psicologi hanno il ruolo di conduttori, ma non si parla di veri e propri gruppi terapeutici. Dalla mia esperienza come conduttrice di questi gruppi di auto-mutuo aiuto mi rendo conto che, dopo una prima fase di confronto e supporto tra i membri del gruppo, si crea uno stallo: viene a mancare quella funzione terapeutica che può far crescere realmente il gruppo. Inoltre, i genitori chiedono al professionista un aiuto concreto che, laddove possibile, preveda anche un cambiamento del setting classico per abbracciare l’home visiting quale possibilità alternativa che permetta di agganciare il ragazzo ritirato”.
La scuola ha un ruolo fondamentale per riconoscere i giovani prima del drop-out.

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Famiglie al lavoro senza sapere a chi lasciare i figli

Posted by fidest press agency su venerdì, 8 maggio 2020

In molte nazioni europee i ragazzi torneranno a scuola mentre in Italia vige la confusione più totale. Stamattina saranno tantissime le famiglie in difficoltà perché riprendono il lavoro senza sapere a chi lasciare i loro figli e probabilmente qualcuno per questo rimarrà disoccupato e ad essere penalizzate saranno soprattutto le donne.In questa situazione, già di per sè drammatica, il ministro Azzolina contribuisce ad aumentare la confusione ipotizzando progetti incomprensibili come quello della didattica mista, poi peraltro smentito il giorno dopo. La scuola coinvolge milioni di persone e andrebbe trattata con serietà e competenza.
Fratelli d’Italia sta dalla parte delle famiglie che da oggi sono in grande difficoltà mentre il Ministro tra un contrordine e l’altro ha perso la bussola”.Lo dichiarano i deputati di Fratelli d’Italia Paola Frassinetti ed Ella Bucalo, rispettivamente vicepresidente della commissione Cultura e responsabile scuola FDI.

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Jurek Becker: I figli di Bronstein

Posted by fidest press agency su venerdì, 20 dicembre 2019

Hans e Martha si amano di un amore folle e travolgente, consumato al riparo delle quattro mura di una baita fuori città, di proprietà del padre di Hans, Arno. In quella casa sperduta nel bosco, i due giovani si sono sfiorati per la prima volta, e soltanto lì sono scomparsi paura e pudore. Hans ha perciò provveduto a fare una copia delle chiavi della baita, gelosamente custodite da suo padre.
Un giorno, però, giunto davanti all’ingresso della casetta per incontrarsi con Martha, il giovane ha un’amara sorpresa: nella radura dinnanzi all’abitazione è parcheggiata l’auto gialla di Gordon Kwart, un amico di suo padre.
Accostatosi alla finestra, Hans avvicina l’orecchio al muro e sente un grido provenire dall’interno, uno straziante grido di dolore e poi una voce agitata. Benché sia spaventato a morte, afferra la sua chiave, apre la porta e si trova al cospetto di una scena sconvolgente. Nella stanza in cui aleggia un acre odore d’urina, un uomo seduto su un letto di ferro, i piedi legati con una cintura di cuoio, la camicia un tempo bianca macchiata di cibo, ripete: «Perché io sono… stato sorvegliante in un lager…», mentre Arno Bronstein gli colpisce bruscamente lo sterno a ogni sillaba…
Con I figli di Bronstein, pubblicato per la prima volta nel 1986, che riprende e varia molti temi già presenti in Jakob il bugiardo, Becker torna sul tema della Shoah, raccontando con drammatica lucidità l’impotente violenza delle vittime che si trasformano in persecutori, senza per questo riuscire a sfuggire all’angoscia e al risentimento. 304 pagine €15,00 Neri Pozza editore.
Jurek Becker (1937-1997), nato a Lodz, in Polonia, da genitori ebrei, scampò ai lager nazisti di Ravensbrück e Sachsenhausen. Trasferitosi nel dopoguerra a Berlino, nel 1978 lasciò la Germania orientale per quella occidentale. Fu spesso invitato a tenere lezioni e corsi nelle università estere. Jakob il bugiardo ha vinto il premio Heinrich Mann nella Repubblica democratica tedesca e il premio Charles Veillon in Svizzera, è stato tradotto in varie lingue e la sua prima versione cinematografica è stata premiata al Festival di Berlino del 1975.

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In Italia si fanno meno figli: E’ un bene o un male?

Posted by fidest press agency su martedì, 3 dicembre 2019

I dati Istat relativi al 2018 e alle prime tendenze del 2019 sono inequivocabili: in Italia si fanno meno figli, 24% nel periodo 2008/2018, 5.000 nascite in meno nei mesi gennaio/giugno di quest’anno.
Bene. In un Pianeta dove la natalità sta esplodendo, nel 2050 (dati ONU) arriverà a 9,7 miliardi rispetto agli attuali 7,7 miliardi, prendere atto che qualcuno ha capito cosa sia meglio fare per la nostra sopravvivenza (cambiamento climatico permettendo), è una soddisfazione. Ed è da notare che questi “qualcuno” non sono le nostre autorità, ma sono gli individui, le coppie: una consapevolezza controcorrente rispetto alle autorità che abitualmente perorano politiche di crescita della natalità. Alcuni catastrofisti probabilmente grideranno contro la estinzione del genere italico. Noi li classifichiamo tra coloro che non si sono accorti che non siamo più nell’era delle nazioni e che la globalizzazione dell’economia impone di prendere in considerazione la demografia del Pianeta e non quella del proprio Paese.A noi interessa l’oggi, il domani e il dopodomani del nostro quotidiano e dei nostri figli e nipoti. Ovviamente ci piace star bene oggi, e proprio per questo non riusciamo a nasconderci che questo nostro star bene comporta altrettanta condizione per tutti gli abitanti del Pianeta. Altrimenti ci sono le guerre, le carestie, le epidemie e tutti quei fenomeni che hanno caratterizzato e continuano a caratterizzare la storia con una particolarità: “mors tua vita mea” (cioé: la tua morte è condizione perché io possa vivere). Qualcuno se ne frega, tanti dicono che sono impegnati per invertire questa caratteristica, quasi tutti rimangono con le parole… ché di fatti, e soprattutto risultati, non se ne vedono proprio. Due soli esempi, per grandi linee, tra i tanti possibili: i flussi migratori (eterni come la storia) che quasi sempre vengono considerati come minaccia e/o gestiti male, il continuo sfruttamento del terzo e quarto mondo da parte del primo e secondo.Dicevamo dell’esplosione demografica…. Beh sicuramente l’aumento della popolazione in un Pianeta che oggi sta gestendo con difficoltà la sua esistenza, insieme al fatto che la maggior parte delle popolazioni vivono in condizioni precarie, privati anche del potere di decisione e amministrazione delle proprie vite… questo aumento non giova. Certo, è innegabile riconoscere che la responsabilità dell’esplosione demografica è nei cosiddetti Paesi poveri, mentre noi ricchi siamo ragionevoli… ma, per vivere e non “calpestarci” oltre a prendere atto di chi possa essere la responsabilità (facendo anche la tara sul fatto che culture e istruzione, nonché loro assenze, giocano in materia un ruolo determinante), non possiamo non prendere atto che è così. Un “così” che si ritorce anche su quella parte del Pianeta che vive ai nostri livelli. Se crediamo che il rimedio siano i muri e “ognuno padrone a casa sua”, è un errore: i muri si scavalcano facilmente e con metodi e conseguenze peggiori rispetto a quando si tratta di attraversare un “semplice” territorio, mentre per essere padroni a casa propria occorre che queste case di proprietà ci siano… e sembra che invece in tanti luoghi manchino.Discorso ampio e articolato, qui solo brevemente accennato. Tornando a monte della nostra riflessione, però, crediamo sia importante considerare il contributo che intanto ognuno potrebbe dare per evitare il peggio. E fare meno figli crediamo sia un buon contributo. Contesto nel quale potremmo svolgere un ruolo determinante per tutti: meno persone, che restano tali anche con l’apporto degli immigrati, si istruiscono meglio. Ché ognuno dia al meglio il suo contributo al necessario equilibrio territoriale e planetario, e se noi abitanti dell’Italia riuscissimo ad essere più e meglio istruiti, il contributo potrebbe essere più importante. Dovremmo giocare sulla qualità e non la quantità. (Vincenzo Donvito, presidente Aduc)

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Genitori lasciano a casa i figli per protesta contro la scuola insicura

Posted by fidest press agency su venerdì, 8 novembre 2019

Succede nella scuola primaria di Cardano al Campo, in provincia di Varese, dove tredici famiglie di una classe hanno deciso di lasciare a casa i propri figli di otto anni, nonostante, la scuola dell’obbligo.Per Marcello Pacifico, presidente Anief, “è arrivato il momento per la politica di passare dai proclami contro le classi pollaio, ai fatti, partendo proprio dalla revisione della Legge di bilancio che secondo la nota di aggiornamento del DEF addirittura riduce la spesa pubblica per l’Istruzione rispetto al Pil, fino al 2035, dal 4% al 3,2%” Se un genitore decide di non mandare il figlio a scuola ha i suoi buoni motivi. Nel Varesotto, ha scritto la stampa locale, hanno voluto inviare “un messaggio preciso lanciato verso il Provveditorato agli studi della provincia di Varese e alle istituzioni superiori per risolvere un problema che si trascina da ormai tre anni e che per loro è diventato ora insostenibile”.«La situazione disciplinare che si registra in classe risulta per i nostri bambini e per noi genitori insostenibile sul piano educativo ma soprattutto per ciò che concerne la sicurezza dei nostri figli», scrivono le tredici famiglie di Cardano in una lettera aperta. A margine spiegano che il problema nasce dalla impossibilità della scuola di tenere a freno le intemperanze di un alunno. Il risultato è una serie di episodi violenti. I genitori raccontano di banchi divelti, oggetti lanciati, pugni in faccia, occhiali rotti e tanti altri avvenimenti che non li lasciano tranquilli ogni volta che accompagnano i loro bambini davanti alla primaria cardanese. «In prima questa era una classe formata da 31 studenti, oggi si sono ridotti di un terzo», racconta un papà. «Sto meditando di fare anche io lo stesso e a gennaio di spostare mia figlia altrove. Non sono più sereno».L’iniziativa, continua la lettera, «ha lo scopo di attirare l’attenzione di chi deve attivarsi per ripristinare una situazione di normalità. Non è il prodotto di una decisione impulsiva, ma la conseguenza del mancato intervento incisivo atto a tutelare i bambini». La richiesta non è formulata ad insegnanti di classe, ai dirigenti scolastici presenti e a quello attualmente in carica («al quale va riconosciuto un impegno mai riscontrato in precedenza»), ma all’amministrazione, la quale costringe gli alunni a mantenere un clima in classe «non è certo idoneo a favorire un sereno percorso di crescita umana e culturale di un bambino».

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Come proteggere la navigazione online dei propri figli

Posted by fidest press agency su venerdì, 18 ottobre 2019

In occasione dell’European Cybersecurity Month (ECSM) che si tiene ogni anno a ottobre, voluto dall’Unione Europea per promuovere la cultura della sicurezza informatica, Fortinet suggerisce alcune linee guida per riconoscere le minacce informatiche, neutralizzarle e tutelare i più piccoli quando utilizzano il web.In un mondo iperconnesso e sempre più orientato al digitale, internet è entrato a far parte della vita dei più giovani, rappresentando una risorsa importante di materiale educativo e ludico. Non bisogna tuttavia dimenticare che i cybercriminali sono al corrente dell’utilizzo del web da parte dei minori e spesso ne fanno un target per i propri scopi.
Molti aspetti della vita dei minori, come ad esempio l’apprendimento scolastico e la comunicazione con i loro amici e le persone della famiglia, dipendono da device che sono connessi a internet, come computer e smartphone. Questi dispositivi internet-based costituiscono sicuramente un’opportunità, ma al tempo stesso espongono i ragazzi al rischio di diventare bersaglio per i cybercriminali, così come gli adulti. Avendo bene in mente quanto può accadere, è importante che i genitori facciano in modo di educare i propri figli alla comprensione del concetto di identità digitale e delle corrette modalità di utilizzo dei dispositivi e delle applicazioni.
Quando si parla di sicurezza informatica con i più giovani, è bene iniziare spiegando l’importanza di mantenere private le informazioni, perchè così facendo si rafforza la propria sicurezza online e i dati personali rimangono al sicuro. Molte attività online richiedono l’inserimento di dati sensibili (personally identifiable information – PII) come ad esempio il nome e la data di nascita. È bene sapere dove e con quale modalità si possono postare questo tipo di informazioni. Per i più grandi, il concetto abbraccia anche i pagamenti online. Può sembrare ovvio, però è davvero importante che i ragazzi comprendano che non devono condividere con nessuno i dettagli dei propri account e che devono limitare, per quanto possibile, la quantità di PII che rendono disponibili a terzi.Non è sempre possibile avere visibilità sulle attività online dei più giovani; tuttavia, per proteggerli dai pericoli, può essere utile stabilire una serie di regole da rispettare. I genitori possono, ad esempio, stilare una lista di siti web e app che i loro figli possono utilizzare, in questo modo garantiranno la loro sicurezza quando navigano. Lo stesso principio può essere applicato ai social media, per i quali si può creare un elenco di informazioni che possono essere condivise (o meno), così come una lista di persone con le quali è possibile entrare in contatto, oltre ad utilizzare gli appositi strumenti per limitare e proteggere la navigazione.Insegnare ai propri figli a utilizzare i dispositivi e dare regole per accedere ai propri profili digitali, può essere sicuramente utile per assicurarsi che navighino online in sicurezza, tuttavia questo spesso non basta. Per i genitori è importante anche conoscere e imparare a utilizzare tutte le feature per la sicurezza informatica disponibili sia per la navigazione web che per i dispositivi, così come applicare diversi livelli di protezione in modo da rendere difficile per i cybercriminali violarne i profili.
Come molti sanno, i dispositivi personali e gli account online sono diventati target primari per i crybercriminali che vogliono appropriarsi di informazioni riservate. Per questo motivo è estremamente importante che i genitori si accertino che i propri device e quelli dei propri figli siano sicuri.Per quanto riguarda la sicurezza online, essa inizia dall’utilizzo di una password forte. Le best practice da seguire sono semplici e includono la creazione di una nuova password per ciascun account, evitando l’utilizzo di parole e combinazioni numeriche comuni. Abilitare l’autenticazione a più fattori costituisce il passo successivo per rafforzare la sicurezza di un account; solitamente essa consiste nell’aggiunta di un ulteriore step al processo di login, con lo scopo di verificare l’identità della persona che sta tentando di eseguire l’accesso. Tecnicamente, l’utente riceve un codice univoco via mail oppure via sms a un numero di telefono indicato in fase di registrazione e prima del login. L’autenticazione a più fattori è fortemente raccomandata per gli account che consentono l’accesso a servizi finanziari, per cui è importante assicurarsi che sia attivata sugli account dei ragazzi che li utilizzano. Una recente ricerca sulle minacce dei FortiGuard Labs mostra che le piattaforme di e-commerce sono state sottoposte a un numero sempre maggiore di attacchi e che c’è stato un aumento delle truffe volte a sottrarre i dati finanziari.Per quanto riguarda la sicurezza dei dispositivi, una minaccia significativa deriva dal network a cui ci si connette. Le reti Wi-Fi potenzialmente non sicure, come ad esempio quelle pubbliche vengono spesso utilizzate dai criminali informatici per acquisire l’accesso a tutto ciò che vi viene connesso. Quando si intende utilizzare un servizio di questo tipo, è bene accertarsi prima delle credenziali d’accesso corrette prima di effettuare il login, per evitare spiacevoli inconvenienti.
Internet è sempre più presente nella vita dei più giovani, per questo motivo proteggere la loro vita online è diventata una necessità. Iniziative come l’European Cybersecurity Month (ECSM) permettono di approfondire temi della sicurezza informatica e della protezione della propria identità digitale nonchè apprendere le migliori best practice per la sicurezza informatica. Così facendo, questa diventa un’ottima risorsa per tutti i genitori che desiderano tutelare i propri figli quando navigano online.

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JUREK BECKER: I figli di Bronstein

Posted by fidest press agency su venerdì, 19 luglio 2019

La trama: Hans e Martha si amano e spesso lasciano Berlino per raggiungere la casetta di campagna del padre di Hans, isolata da tutto e da tutti. Ma un giorno Hans trova la casa occupata. Ha così inizio una storia che gli cambia la vita. In quella casa, infatti, il padre, insieme a due amici come lui sopravvissuti del lager, tiene prigioniero un ex carceriere. Lo interrogano, lo picchiano e cercano vendetta per ciò che sono stati costretti a subire in passato. Hans vede tutto, disapprova, soffre. Un anno dopo il padre muore e l’amore verso Martha è finito. Per poter dimenticare la vicenda dell’anno passato, il rapimento del carceriere, la morte del padre, Hans decide di raccontare quella storia.
Pubblicato per la prima volta nel 1986, I figli di Bronstein è una delle opere più coraggiose di Jurek Becker, imprevedibile conclusione dopo Jakob il bugiardo.Traduzione dal tedesco di Edda Battigelli Euro 15,00 230 pagine
JUREK BECKER (1937-1997), nato a Lodz, in Polonia, da genitori ebrei, è scampato ai lager nazisti di Ravensbrück e Sachsenhausen. Trasferitosi nel dopoguerra a Berlino, nel 1978 ha lasciato la Germania orientale per quella occidentale. È stato spesso invitato a tenere lezioni e corsi nelle università estere. Jakob il bugiardo (Neri Pozza, 2019) ha vinto il premio Heinrich Mann nella Repubblica democratica tedesca e il premio Charles Veillon in Svizzera, è stato tradotto in varie lingue e la sua prima versione cinematografica è stata premiata al Festival di Berlino del 1975. Dal libro è stato anche tratto il film omonimo di Peter Kassovitz interpretato da Robin Williams (1999). Neri Pozza editore.

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Cannabis: la priorità è chiudere gli shop per tutelare i nostri figli

Posted by fidest press agency su domenica, 2 giugno 2019

Nel 68% dei casi, i rivenditori dei cannabis shop hanno venduto ai minorenni. Nel 72,2% dei casi non è stato chiesto loro un documento prima dell’acquisto. Nel 72,2% dei casi i minori dicono che non è stato chiesto loro un documento prima dell’acquisto in un cannabis shop; mentre nel 68% dei casi il rivenditore non si è rifiutato di vendere il prodotto nonostante fossero minorenni. Sono questi i dati allarmanti e inaccettabili della recentissima indagine “Venduti ai Minori” sui prodotti vietati dalla legge come Alcol, Tabacco, Cannabis, Giochi d’azzardo, Pornografia e ugualmente venduti ai minori, presentata il 15 gennaio scorso in Senato e curata dall’Università Europea di Roma.Inoltre, l’indagine ha rilevato con quanta facilità i minori accedano alla “Cannabis light”, non conoscendone i danni per la salute e il divieto per uso ricreativo. All’interno dei cannabis shop: nel 30% dei cannabis shop non sono presenti cartelli di divieto di vendita ai minorenni e il 35% dei minori dichiara di non averci fatto caso (quindi non esposti in luogo visibile). Solo il 21% degli intervistati li ha visti in alcuni negozi e il 14% dichiara di averli visti sempre. Inoltre: il 69,6% degli intervistati dichiara l’assenza di cartelli per spiegare il corretto utilizzo della sostanza; solo il 3,1% di loro dice di averli visti sempre”I risultati sono chiari inoltre nel confermare che le informazioni veicolate dai media tendono a confondere i giovani. Infatti, solo il 68,1% del campione intervistato riconosce come serie e permanenti le conseguenze del consumo di cannabis, tuttavia non è da sottostimare il dato che il 7,5% dei minori ritiene che la cannabis non abbia nessun tipo di effetto sulla salute e sullo sviluppo. Per quanto riguarda la cannabis ‘’light’’ i ragazzi, tuttavia, non conoscono la norma che ne regolarizza la vendita e l’utilizzo, tant’è che solo il 27% di loro sa che è un prodotto tecnico e da collezione, non adatto alla combustione (quindi ad essere fumata) e vietato ai minori di 18 anni. Gli altri rispondono che è legale e si può fumare (27%) o che è sempre illegale (26%). Come per la cannabis, moltissimi (20%) rispondono che è legale su prescrizione medica; ancora una volta, probabilmente, le informazioni veicolate dai media tendono a confondere i giovani. (Nota del Moige – Movimento Italiano Genitori)

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Movimento Italiano Genitori: la complicità dei venditori nelle cattive abitudini dei nostri figli

Posted by fidest press agency su mercoledì, 16 gennaio 2019

Pub, discoteche e bar (64%), sono il principale accesso all’alcol dei nostri figli, mentre il 65% dei rivenditori non ha controllato la loro età. Gravissimo il dato che segnala che quasi la metà (48%) dei venditori di alcolici continua a somministrare alcol, nonostante lo stato di ubriacatura del minorenne.Il 40% del tabacco ai minori viene venduto nelle tabaccherie, mentre il 15% dichiara di avere accesso ai distributori automatici che vendono senza chiedere tessera.Mentre nei negozi che vendono la sigaretta elettronica, il 78% ha venduto ricarica di nicotina al minore, senza verifica età.In 7 cannabis shop su 10 erano assenti indicazioni relativamente all’uso del prodotto da collezione non adatto alla combustione e in ben il 68% dei rivenditori (quasi 7 su 10) dei cannabis shop hanno venduto il prodotto nonostante fossero minorenni.Rispetto al gioco d’azzardo, al 62% dei minori non è stato mai chiesto il documento per verificare l’età ed in un caso su due il rivenditore non si è rifiutato di farlo giocare d’azzardo.Oltre 3 minori su 4 non hanno alcun filtro parental control sui propri device per impedire l’accesso ai siti porno. Solo il 15% dei rivenditori di connessione hanno avvertito del rischio pornografia utilizzando i device con le loro connessioni.Ben il 56% dei rivenditori dei videogiochi vende ai minori dei videogiochi 18+ cioè con contenuti violenti o volgari.Obiettivo della ricerca è stato quello di conoscere il fenomeno della vendita, da parte degli adulti, ai minori dei prodotti vietati dalla legge come Alcol, Tabacco, Cannabis, Giochi d’azzardo, Pornografia ed autoregolamentati come i Videogiochi 18+.“L’indagine del Moige apre uno squarcio molto ampio e decisamente preoccupante ed evidenzia la necessità di agire con urgenza per la tutela dei minori, rilanciando anche il tema dei controlli. Occorrono interventi normativi più stringenti verso chi compie atti così miserabili verso un minore.
Come Presidente di Commissione intendo, quindi, garantire un concreto e vigile supporto alle iniziative parlamentari nella individuazione di regole efficaci e inderogabili, per ricordarci che la tutela dei minori non è un optional per un Paese come l’Italia che deve ripartire puntando sui più piccoli: il senso stesso della vita futura”, ha affermato la Sen. Licia Ronzulli, Presidente della Commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza.

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Alimentazione dei padri e dei figli

Posted by fidest press agency su domenica, 19 agosto 2018

“Dimmi cosa mangi e ti dirò chi sei”, recita un celebre motto. Ma Melarossa.it ha pensato di riformularlo in “Dimmi cosa mangiava tuo padre e ti dirò chi sei”, almeno alla luce di uno studio dell’università del Massachuttes Medical School, che ha evidenziato che l’alimentazione dei nostri genitori ha il potere di influenzare in modo rilevante il nostro metabolismo e, quindi, la nostra predisposizione a determinate malattie. I ricercatori hanno studiato gli effetti di una dieta standard ed equilibrata e di una dieta a basso contenuto di proteine su due gruppi di topolini. L’analisi dei profili genetici della loro prole ha rivelato che i discendenti dei topi, alimentati con la dieta a basso contenuto proteico, avevano manifestato un marcato aumento dei geni responsabili della sintesi dei lipidi e del colesterolo. Sono tutti elementi che si traducono in un più alto rischio di sviluppare patologie cardiache e che non possono essere ricondotti se non a un’alterazione genetica trasmessa dai padri ai figli, giacché i piccoli non avevano trascorso neanche un minuto con i genitori. In sostanza, lo studio suggerisce che le abitudini alimentari dei genitori possono alterare in modo permanente lo sviluppo di alcuni geni che, poi, vengono tramandati già alterati ai figli. Come affermano gli esperti di melarossa.it sapere cosa e come hanno mangiato i nostri genitori prima di darci alla luce può essere un importante alleato per capire quali sono i nostri punti deboli e imparare a proteggere meglio la nostra salute. (Servizio Fidest)

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Famiglie monogenitoriali con figli

Posted by fidest press agency su domenica, 29 aprile 2018

Sono dati estremamente allarmanti quelli usciti dalla rilevazione Istat sulle famiglie monogenitoriali con figli, costituite per l’86,4% dei casi da mamme.Ancora più preoccupante leggere che un terzo dei figli di queste mamme ha meno di 5 anni, e un ulteriore 42,7% ha un’età compresa fra 6 e 13 anni. Inoltre – dichiara Federica Gasparrini presidente di Federcasalinghe – desta molta preoccupazione il fatto che quasi una madre sola su otto è in cerca di un’occupazione ma non riesce a trovarla. E c’è poi un 24,4% di mamme che sono fuori dal mercato del lavoro. E che, evidentemente, vivono degli alimenti che passa il padre dei loro figli”.
“E non è tutto – aggiunge la nota – dal momento che il 42,1% delle madri sole è a rischio di povertà o di esclusione sociale. Una percentuale che per chi vive in coppia si ferma al 29,3%. Ancora, l’11,8% delle mamme sole vive in condizioni di povertà assoluta. Una condizione che, evidentemente, riguarda anche i loro figli”.

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Attenti a pubblicare su facebook le foto dei vostri figli

Posted by fidest press agency su mercoledì, 8 novembre 2017

facebookUn genitore non può pubblicare sulle reti sociali foto dei figli minorenni senza il consenso dell’altro genitore, e le foto che sono già in rete vanno immediatamente rimosse. Lo ha stabilito il Tribunale di Mantova con una sentenza del giudice Mauro Bernardi, evidenzia Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, riguardante il caso di due coniugi separati in cui il padre aveva richiesto la revisione dell’accordo sull’affido dei bambini e la loro residenza con la madre. Nel ricorso l’uomo ha sottolineato il fatto che la madre, a cui erano affidati i due figli (uno di tre anni e mezzo e un altro di un anno e mezzo) aveva deciso di pubblicare le loro foto sul web. Il padre si era opposto e, quando le ha viste ancora sui social network, è ricorso al giudice. Il Tribunale, infatti, ha ritenuto che l’inserimento delle foto dei figli minori sui social network nonostante l’opposizione di uno dei genitori integri violazione dell’art. 10 c.c., che vieta la pubblicazione di foto e immagini senza il consenso dell’avente diritto, nonché degli artt. 4, 7, 8 e 145 del Dlgs. 196/2003, riguardante la tutela della riservatezza dei dati personali, nonché degli artt. 1 e 16, 1° comma, della Convenzione di New York sui Diritti del Fanciullo (Conv. NY 20.11.1989, ratificata dall’Italia con l. 27.5.1991 n. 176) che entrerà in vigore l’anno prossimo. «L’inserimento di foto di minori sui social network costituisce comportamento potenzialmente pregiudizievole per essi – scrive il giudice – in quanto ciò determina la diffusione delle immagini fra un numero indeterminato di persone, conosciute e non, le quali possono essere malintenzionate e avvicinarsi ai bambini» non potendo, inoltre, trascurare il pericolo che qualcuno «con procedimenti di fotomontaggio», ne tragga «materiale pedopornografico da far circolare tra gli interessati». Nonostante questo il giudice non ha ritenuto di modificare l’accordo sui figli.

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La terra dei figli

Posted by fidest press agency su martedì, 25 luglio 2017

la terra dei figli(la storia della vita Vol. 2) (Italian Edition) Kindle Edition. Scrive l’autore: “Ho scritto un libro su mio figlio titolato: “Chi sei? Dove vai?” e i due interrogativi li ho posti intenzionalmente per rappresentare la meraviglia di una vita che nasce e un’altra che scompare. Vi ho aggiunto alcune mie riflessioni e ho dato ancor più spazio agli scritti di mio figlio così come li ho raccolti dalle sue e-mail. Ora, con questo mio nuovo lavoro, intendo ampliare il discorso e, al tempo stesso, renderlo più tematico nell’analizzare quella parte che si misura nel rapporto generazionale tra chi “nasce e vede” e chi è “nato e ha visto” e a un certo punto della loro storia esistenziale si accingono a un confronto critico.
Mio figlio prima di morire, a trent’anni, ha vissuto momenti che potrei indicare come passaggi di conoscenza e di verifica del suo modo d’essere e di vivere.
Il primo periodo l’ha portato dalla nascita all’adolescenza e in tale intervallo ha avuto modo di verificare una relazione familiare ovattata dall’affetto che avevano per lui i genitori e la relativa cerchia di parenti e amici.
Non ha subito gli effetti deleteri di chi avrebbe potuto trovarsi in una famiglia dagli accesi contrasti caratteriali o dall’assillo economico.
Ha avuto modo di confrontare i suoi rapporti con i genitori e quelli analoghi dei suoi amici e rendersi conto che le diversità esistenti non erano solo economiche ma anche culturali, sociali e relazionali. Ciò non di meno si è trovato con genitori molto impegnati nel lavoro. Ha significato un trend di vita condizionato dagli orari e dei vari spostamenti che lo rendevano dipendente da quello dei genitori che andavano a portarlo e a prelevarlo a scuola.
Credo, quindi, che il primo punto di osservazione fosse stato la famiglia e, di riflesso, il suo modo di esprimersi nella società e nel gestire la quotidianità con un figlio che doveva essere necessariamente affidato ad altri dall’insegnamento scola-stico, al dopo scuola, agli incontri con gli amici e alle frequentazioni con i compagni di scuola e agli impegni sportivi. Sono proprio, infatti, i primi legami affettivi che formano il carattere e la stessa visione della vita tant’è che gli stessi studiosi ne riconoscono l’importanza”. (foto: la terra dei figli)

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Investire per i figli: oltre metà degli italiani sceglierebbe ancora una casa

Posted by fidest press agency su giovedì, 4 maggio 2017

soldi e casaNegli italiani resta forte l’idea della casa come il bene più prezioso in cui investire se si dovesse pensare di lasciare qualcosa ai propri figli. Lo dimostra l’ultimo sondaggio di Immobiliare.it, secondo cui il 51,7% degli italiani sceglierebbe un immobile se avesse la possibilità di acquistare un bene da tramandare ai suoi eredi. Rispetto agli anni della bolla questa convinzione comincia però a vacillare: nel 2006, infatti, aveva indicato la casa oltre il 60% degli intervistati.Non si teme la fuga di cervelli: il 61,36% di quelli che opterebbero per un investimento immobiliare per i propri figli lo farebbe nella propria città. Il 19,20% punterebbe a uno dei grandi centri italiani, il 13,34% preferirebbe una località di villeggiatura e appena il 6,10% investirebbe in un Paese estero. “Se dovessi pensare in che cosa investire per consolidare il patrimonio dei tuoi figli, cosa sceglieresti?”: chi non ha indicato la casa come risposta a questa domanda ha scelto in maniera meno decisa le altre soluzioni proposte, ossia attività di business, polizze vita, fondi di investimento e prodotti finanziari, oro e diamanti.Oltre il 43% di chi non ha scelto la casa, lo ha fatto perché crede sia un bene troppo costoso da mantenere; circa il 32% perché non sa dove metteranno radici i propri figli; il 9% perché non può permetterselo e circa il 3% per timore che, in caso di futuro divorzio, l’immobile finisca al loro partner.

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Lavoro: l’Italia è un Paese per neo genitori?

Posted by fidest press agency su venerdì, 23 dicembre 2016

genitorialitaDividersi tra lavoro e famiglia o dover scegliere. E’ la difficile situazione che tanti neo genitori si trovano a dover affrontare, cercando di conciliare orari, disponibilità economica ed esigenze del bambino. Ma l’Italia è un Paese che aiuta i neo genitori lavoratori ad avere figli? Prendendo in considerazione i congedi e le remunerazioni, secondo l’analisi dello Studio legale Daverio & Florio, che in Italia rappresenta Innangard, il network internazionale specializzato nel diritto del lavoro, emerge come il sistema giuridico italiano, rispetto ad alcuni Paesi, è a tutti gli effetti tutelante, soprattutto per le donne.Se la Gran Bretagna offre alle donne maggiori tutele per quanto riguarda congedi e retribuzioni, l’Italia è senza dubbio all’avanguardia rispetto ad altri Paesi come Francia, Spagna, Olanda, Germania. Non è così invece per i neo papà italiani, dato che al momento gli spettano solo due giorni: un numero nettamente inferiore rispetto ai francesi, agli spagnoli e agli irlandesi.La ricerca ha messo a confronto esclusivamente la situazione sui congedi e sulla remunerazione in Italia e in vari altri Paesi (Francia, Regno Unito, Germania, Spagna, Irlanda, Olanda, Australia e Argentina), e non considera le politiche di welfare pubbliche e private.“Nonostante il pensiero comune, il sistema italiano tende a tutelare la donna sul lavoro sia durante la gravidanza sia dopo il parto – commenta Bernardina Calafiori, socio fondatore dello Studio Legale Daverio & Florio -. Oltre al congedo obbligatorio di 5 mesi, periodo superiore a quello concesso da altri Paesi, pensiamo anche ai controlli prenatali in gravidanza, che il datore di lavoro deve concedere, o al divieto di licenziamento sino al compimento dell’anno di vita del bambino. Ma se l’Italia è allineata con l’Europa per le tutele femminili, c’è tanto da fare per i neo papà, anche se, grazie alla Legge di Stabilità pubblicata il 21 dicembre 2016 sulla Gazzetta Ufficiale, la durata del congedo aumenterà a 2 giorni per il 2017 e a 4 per il 2018.”
Nel nostro Paese alle neo mamme spettano cinque mesi di congedo obbligatorio (circa 21 settimane) retribuiti totalmente, a cui si possono aggiungere, su richiesta ed entro i 12 anni di età del figlio, ulteriori sei mesi (quasi 26 settimane) retribuiti al 30%. Inoltre, sono concessi permessi per allattamento pagati fino a un anno di età del bambino. Al rientro dalla maternità il datore di lavoro è tenuto a riaffidare la posizione, i compiti e le funzioni svolte prima del congedo. Per quanto riguarda le tutele in caso di licenziamento, esiste un periodo di protezione che va dall’inizio della gravidanza fino a un anno di vita del bambino. In tal caso la lavoratrice, qualora venisse licenziata, dovrà essere reintegrata.Tra le nazioni esaminate, meglio solo il Regno Unito, che dà diritto a 52 settimane, di cui 26 obbligatorie e 26 aggiuntive, a prescindere dall’anzianità di servizio. La retribuzione, obbligatoria per le prime 39 settimane, è del 90% per le 6 settimane iniziali mentre per le successive 33 settimane lo stipendio non può superare i £ 139.58 a settimana.In Francia sono di norma solo 16 settimane, ma le tutele aumentano nel caso la lavoratrice madre abbia più di due figli (26 settimane) o se partorisca gemelli (34 settimane). In questo periodo si riceve un’indennità determinata sulla media degli ultimi tre mesi di stipendio, diminuito del 21%, ma non può superare i 3.218 euro. Le neomamme possono ottenere fino a tre anni di “congedo protetto” con sovvenzioni per baby-sitter a domicilio e assistenza ai bambini.Anche in Spagna le settimane sono 16 e retribuite integralmente: di queste solo sei sono obbligatorie e da godere dopo il parto, le altre sono a discrezione della lavoratrice.
16 settimane obbligatorie nel sistema olandese pagate al 100%, a cui si possono aggiungere, fino agli 8 anni del bambino, ulteriori 26 settimane non remunerate.In Germania le settimane di congedo sono solo 14, di cui 6 prima della data prevista del parto e 8 dopo la nascita del bambino. In caso di gemelli le settimane dopo il parto diventano 12. Per quanto riguarda lo stipendio, deve essere di almeno dello stesso importo calcolato sulla base di una media di 13 settimane di salario o degli ultimi 3 mesi prima della gravidanza.
Spostandosi in altri continenti, come cambia la situazione? In Argentina sono previsti 90 giorni obbligatori (quasi 13 settimane), coperti completamente a livello economico, a cui è possibile richiedere un periodo non pagato di 3/6 mesi (quasi 13/26 settimane).
In Australia la lavoratrice ha diritto a una remunerazione solo se prevista da contratti individuali / collettivi. Dopo il parto sono previsti ben 12 mesi (circa 52 settimane) più altri 12 mesi (circa 52 settimane) non pagati. Tra i diritti della lavoratrice madre quello di chiedere la modalità di lavoro flessibile.
I Paesi Europei offrono in genere maggiori tutele a livello di congedi, anche se in Italia il testo della Legge di Stabilità 2017, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 21 dicembre 2016, prevede che la durata del congedo obbligatorio per il padre lavoratore dipendente è di 2 giorni per il 2017 e 4 giorni per il 2018, che possono essere goduti anche in via non continuativa. Nel Regno Unito, dove i neo papà che abbiano maturato almeno 26 settimane di lavoro consecutivo hanno diritto a una o due settimane di congedo, è allo studio la possibilità di far condividere i permessi parentali anche ai nonni che ancora lavorano. La Francia prevede invece per il padre 3 giorni facoltativi alla nascita e 11 consecutivi a scelta (diventano 18 in caso di parto plurigemellare o di adozione); la Spagna 13 giorni di congedo che dal 2017 potrebbero passare a 4 settimane; l’Irlanda 2 settimane di congedo (a partire dal mese di settembre 2016). La Germania, al contrario, prevede solo un giorno, salvo eccezioni previste da accordi individuali o collettivi. (foto: genitorialità)

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I genitori non giocano più con i figli

Posted by fidest press agency su sabato, 8 ottobre 2016

“I genitori non sanno più giocare con i loro bambini, giocano di più con il computer o la palestra”. È un problema “culturale del nostro tempo”, spiega Anna Di Quirico, danza movimento terapeuta dell’Istituto di Ortofonologia (IdO), che conduce da 10 anni il ‘Laboratorio di Danza Movimento Terapia (DMT) genitore-bambino’. Il lavoro verrà presentato al XVII convegno nazionale dell’Istituto dal 21 al 23 ottobre a Roma. “I genitori accolti dall’IdO vivono però una sofferenza: i figli hanno una problematica di sviluppo evolutivo (relativa alla relazione e alla comunicazione) e, come padri e madri, si attivano soprattutto da un punto di vista prestazionale per spronare i loro bambini a dare risposte sempre più adeguate. Sembrano così tanto feriti da quella parola non detta e da quell’atteggiamento particolarmente rigido che puntano molto sulla performance- spiega la terapeuta- sia per la loro storia individuale che per il collettivo che funziona in questo modo. Il laboratorio dell’IdO, avvicinandoli al gioco e all’esperienza creativa attraverso gli stimoli offerti dall’arte, la danza e la giocosità, permette a questi adulti di imparare a rapportarsi al loro bambino in modo nuovo e diverso. Imparano a riappropriarsi di un ruolo prima impoverito, perché colui che bada alla prestazione si comporta più come un maestro che come un genitore”.
Il punto di partenza secondo Di Quirico “è mettere genitori e bambini in una situazione naturale, che crei un sentimento di fiducia. Non devono sentirsi giudicati – continua la danzamovimento terapeuta-, loro si portano dentro la paura di aver già sbagliato a causa del problema evolutivo presente nei loro bambini. Parliamo di problematiche di tipo affettivo, come l’incapacità di tollerare le frustrazioni, che si riversano poi in modo importante sulla comunicazione e possono causare anche ritardi nel linguaggio”.
Nel setting di gioco e movimento ogni bambino è accompagnato da uno solo dei genitori (mamma o papà). “Il primo passo che faccio come conduttore del gruppo è far sentire al genitore che il bambino sta facendo delle cose che hanno senso: quel legnetto preso in quel momento ha un significato, quel cuscino messo in quel modo ha un valore, così come quel particolare comportamento motorio ed espressivo. Il secondo passo è far sperimentare al genitore un atteggiamento particolarmente affettivo verso altri bambini, non direttamente con il proprio figlio. Nelle restituzioni verbali con i genitori- prosegue Di Quirico- questo poter sperimentare un sentimento che pensavano di non essere in grado di vivere, sia rispetto al diniego che a una tenerezza che non riuscivano a sprigionare, è molto importante perché poi saranno in grado di trasmetterlo al loro bambino e agli altri figli a casa”.
Un altro “grande” tema è l’autoregolazione: “All’inizio della terapia la relazione genitore-figlio è molto prestazionale. Il genitore bada alla prestazione del bambino, sta attento che faccia bene le cose. Successivamente, grazie al percorso che matura in una direzione sostenuta dal setting, il genitore punterà alla qualità affettiva con cui lui stesso si rivolge al suo piccolo. Da controllore intento a correggere diventerà un genitore che gioca”. Come incide sullo sviluppo di un bambino la mancanza di gioco? “I genitori che hanno partecipato al laboratorio mi hanno detto che questo tipo di percorso servirebbe a tutti i bambini delle scuole materne. Si sono resi conto che la giocosità apre i canali relazionali, sociali, affettivi e cognitivi. Hanno compreso che il gioco sarebbe una grande risorsa per tutta la scuola”. Di Quirico parla di giochi che liberano la funzione immaginativa: “Il gioco d’avventura, il gioco che incanala l’energia nell’immaginazione di miti, di personaggi fantastici che non devono essere quelli del Nintendo o della Playstation. Devono appartenere al mondo della fantasia che si produce liberamente nello stare insieme. I genitori lamentano che questa funzione viene molto trascurata nei percorsi educativi. Vengono proposti piuttosto giochi prestazionali come il mettere i blocchi in sequenza. Sono tutti giochi molto importanti- sottolinea la terapeuta- ma bisogna realizzarli all’interno di un flusso immaginativo”. In questi giochi di avventura solitamente Di Quirico è l’antagonista: “Posso essere un lupo o uno squalo in fondo al mare, dipende da quello che decidono i bambini a seconda dell’età. Immaginare gli animali è fondamentale a quest’età- precisa la danza movimento terapeuta- ed é un modo per avvicinarsi a riconoscere affetti ed emozioni. In genere c’è un animale buono accanto ad altri animali soccorrevoli tra di loro e io sono l’avversario (destinato naturalmente a soccombere!). Si gioca incanalando molto la forza, l’energia, utilizzando le trappole, gli espedienti e le soluzioni della favola classica. Ci sono momenti di gioco che possiamo chiamare immersione nell’immaginario e momenti di narrazione. È fondamentale per tutto il gruppo di genitori e bambini creare dei passaggi fra l’azione, la riflessione e la narrazione. La narrazione- ricorda l’esponente dell’IdO- avviene spesso attraverso disegni anche collettivi, il collage, oppure sono io a narrare la favola che loro hanno giocato. La narrazione permette al la mente dei bambini di formare un altro luogo psichico, perché il riflettere sull’esperienza vissuta li aiuta ad accedere a un processo simbolico che poi sosterrà la parola e gli apprendimenti futuri”.
Il laboratorio si compone di 5 genitori e 5 bambini di età compresa tra i due anni e mezzo e i 6 anni. “Hanno partecipato molto anche i papà- fa sapere Di Quirico-, abbiamo anche deciso di trovare dei buoni canali per trasferire e raccontare l’esperienza al genitore assente, così le scoperte fatte nel percorso sono subito condivise e giocate poi negli altri contesti familiari della quotidianità”.
Quali miglioramenti si riscontrano? “Nei bambini migliora la modulazione dell’energia, perché spesso c’è più energia di quella che serve. Migliora la flessibilità rispetto alla rigidità iniziale, si assiste a una progressiva diminuzione dell’inibizione, a un notevole incremento del linguaggio e a un processo che va verso la simbolizzazione. I genitori migliorano invece nel rimettere in gioco le loro risorse affettive- conclude- che erano state in qualche in modo ferite. Ritrovano la fiducia nell’essere un genitore sufficientemente buono”. Il convegno dell’IdO dal titolo ‘Dal processo diagnostico al progetto terapeutico. Per un approccio mirato al singolo bambino’ sarà trasmesso in diretta streaming nazionale sul sito http://www.ortofonologia.it.

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La terra dei figli

Posted by fidest press agency su mercoledì, 17 agosto 2016

la terra dei figli. Ho scritto un libro su mio figlio titolato: “Chi sei? Dove vai?” e i due interrogativi li ho posti intenzionalmente per rappresentare la meraviglia di una vita che nasce e un’altra che scompare. Vi ho aggiunto alcune mie riflessioni e ho dato ancor più spazio agli scritti di mio figlio così come li ho raccolti dalle sue e-mail. Ora, con questo mio nuovo lavoro, intendo ampliare il discorso e, al tempo stesso, renderlo più tematico nell’analizzare quella parte che si misura nel rapporto generazionale tra chi “nasce e vede” e chi è “nato e ha visto” e a un certo punto della loro storia esistenziale si accingono a un confronto critico.
Mio figlio prima di morire, a trent’anni, ha vissuto momenti che potrei indicare come passaggi di conoscenza e di verifica del suo modo d’essere e di vivere.
Il primo periodo l’ha portato dalla nascita all’adolescenza e in tale intervallo ha avuto modo di verificare una relazione familiare ovattata dall’affetto che avevano per lui i genitori e la relativa cerchia di parenti e amici.
Non ha subito gli effetti deleteri di chi avrebbe potuto trovarsi in una famiglia dagli accesi contrasti caratteriali o dall’assillo economico.
Ha avuto modo di confrontare i suoi rapporti con i genitori e quelli analoghi dei suoi amici e rendersi conto che le diversità esistenti non erano solo economiche ma anche culturali, sociali e relazionali. Ciò non di meno si è trovato con genitori molto impegnati nel lavoro. Ha significato un trend di vita condizionato dagli orari e dei vari spostamenti che lo rendevano dipendente da quello dei genitori che andavano a portarlo e a prelevarlo a scuola.
Credo, quindi, che il primo punto di osservazione fosse stato la famiglia e, di riflesso, il suo modo di esprimersi nella società e nel gestire la quotidianità con un figlio che doveva essere necessariamente affidato ad altri dall’insegnamento scola-stico, al dopo scuola, agli incontri con gli amici e alle frequentazioni con i compagni di scuola e agli impegni sportivi.
Sono proprio, infatti, i primi legami affettivi che formano il carattere e la stessa visione della vita tant’è che gli stessi studiosi ne riconoscono l’importanza. Editore: Fidest press agency Venduto da: Amazon Media EU S.à r.l. (foto: la terra dei figli)

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Mandare i figli all’università

Posted by fidest press agency su giovedì, 10 settembre 2015

università paviaChi ha un figlio che frequenta gli atenei lo sa. Oggi andare all’università comporta un impegno economico molto simile a quello di un mutuo per l’acquisto di una casa. La spesa annua da sostenere varia, infatti, da un minimo di 6mila euro l’anno a oltre 12-13mila euro per i fuori sede, calcolando un reddito familiare medio compreso tra i 35mila e i 45mila euro all’anno e considerando soltanto le università statali. Senza considerare eventuali affitti, il costo maggiore è rappresentato dagli strumenti per frequentare i corsi ai quali devono essere aggiunti le spese di iscrizione, quelle di spostamento e i pasti consumati fuori casa.«È un investimento che solitamente la famiglia si accolla per garantire al proprio figlio un futuro migliore», premette il presidente della Bcc di Busto Garolfo e Buguggiate Roberto Scazzosi. «Ma è un investimento oneroso che, soprattutto in un periodo come l’attuale, le famiglie pur volendo non sempre riescono a sostenere». Nello spirito che contraddistingue il Credito Cooperativo, la Bcc di Busto Garolfo e Buguggiate ha studiato uno strumento per essere ancora più vicina alle famiglie e agli studenti: è stato lanciato proprio nei giorni scorsi BCC Academy, un apposito finanziamento per sostenere i giovani che intendono iscriversi a università, master, scuole di specializzazione o a corsi professionalizzanti. «Due sono i punti di forza della nostra proposta», dice il direttore generale della Bcc di Busto Garolfo e Buguggiate Luca Barni. «Innanzitutto parliamo di un prodotto a interessi zero per gli anni di studio con un periodo ponte di un anno dal termine del percorso formativo in modo tale da consentire ai giovani di trovare una prima occupazione; in secondo luogo, abbiamo voluto premiare le capacità: per gli studenti in possesso del merito scolastico, il periodo ponte prima di iniziare la restituzione del prestito sale a due anni dal termine degli studi».
Per l’Italia il concetto di prestito d’onore applicato alla formazione universitaria è relativamente nuovo. Ben più diffuso è nel mondo anglosassone dove i ragazzi tendono ad abbandonare la casa dei genitori all’indomani della maggiore età, proprio in corrispondenza con l’avvio degli studi negli atenei. «L’esigenza di avere degli strumenti per sostenere questi costi si sta facendo largo anche in Italia, soprattutto nella prospettiva di trovare un buon posto di lavoro», continua Barni. «In questi anni complessi abbiamo studiato prodotti e soluzioni, sulla base delle esigenze delle diverse tipologie di clienti, che puntassero alla crescita del tessuto economico e sociale. Con BCC Academy ci rivolgiamo ai giovani che vogliono intraprendere un percorso di studio o professionalizzante dopo le scuole superiori: è su di loro che una comunità, se vuole crescere in un’ottica di lungo periodo, deve investire».
BCC Academy, tecnicamente un mutuo chirografario con erogazione a tranche annuali, è rivolto a persone fra i 18 e i 40 anni, residenti nella zona di competenza della BCC di Busto Garolfo e Buguggiate. L’importo massimo finanziabile è di 25mila euro, la durata massima complessiva, fra anni di corso, uno/due anni ponte e rimborso è pari a 180 mesi (15 anni).

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Figli: risarcimenti e vuoti emotivi

Posted by fidest press agency su lunedì, 25 novembre 2013

English: The Palace of Justice in Rome, Italy,...

English: The Palace of Justice in Rome, Italy, seat of the Supreme Court of Cassation. View from the opposite side of Umberto I bridge Français : Le Palais de Justice en Rome, Italie, siège de la Court de Cassation, vue de Pont Umberto I Deutsch: Die Justizpalast in Rom, die Oberster Kassationsgerichtshofs Palast Italiano: Il Palazzo di Giustizia, anche noto come Palazzaccio, sede della Corte di Cassazione, a Roma, visto dalla mezzeria di ponte Umberto I (Photo credit: Wikipedia)

Ancora una sentenza che mette di fronte alle proprie responsabilità quei padri che non hanno voluto riconoscere i propri figli.
È la prima sezione civile della Cassazione con la sentenza 26205 pubblicata il 21 novembre che statuisce il diritto al risarcimento del danno non patrimoniale da illecito endofamiliare per quei figli non riconosciuti dal padre ritenuto responsabile per la sola consapevolezza del concepimento e non la certezza assoluta della paternità. La conseguenza è che il vuoto emotivo, relazionale e sociale causato dall’assenza paterna nella vita dei figli può essere liquidato economicamente. A darne notizia, Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, associazione da anni impegnata anche nella tutela dei diritti dei figli e della famiglia.
Nel caso di specie i giudici di legittimità hanno rigettato il ricorso di un uomo condannato dalla Corte d’Appello di Trieste, a corrispondere ai figli un risarcimento di ben 150mila euro caduno a titolo di danno non patrimoniale da illecito endofamiliare a seguito del riconoscimento giudiziale della paternità naturale.
Nella causa l’uomo aveva sostenuto di non essere stato a conoscenza del suo status prima del giudizio, e che peraltro l’azione intrapresa era tardiva ed il danno non patrimoniale non era dovuto in assenza di prova certa della sofferenza dei ricorrenti. Ed in più, il danno doveva essere escluso, almeno per il secondo figlio, perché al momento del concepimento la madre frequentava anche un altro uomo.
Ma i giudici del Palazzaccio hanno ben ritenuto di dover respingere tutte le doglianze formulate da questi rimarcando la circostanza che l’obbligo dei genitori di mantenere i figli sorge dalla nascita e discende dal mero fatto della generazione. Tale preciso obbligo direttamente desumibile dal sistema di protezione della filiazione stabilito nell’articolo 30 della Costituzione non viene meno quando il figlio sia riconosciuto da uno solo dei genitori, per il periodo anteriore alla dichiarazione giudiziale di paternità o maternità, essendo sorto sin dalla nascita nei confronti di entrambi i genitori. «Si determina, pertanto, un automatismo tra procreazione e responsabilità genitoriale che costituisce il fondamento della responsabilità aquiliana da illecito endofamiliare, nell’ipotesi in cui alla procreazione non segua il riconoscimento e l’assolvimento degli obblighi conseguenti alla condizione di genitore».
Peraltro – rilevano gli ermellini – che nella fattispecie “il ricorrente ha avuto la piena possibilità di essere del tutto consapevole della probabilità della propria paternità, ma ne ha ignorato tutti i segnali, lasciando i minori privi della figura paterna e delle cure necessarie”. Ed inoltre, sarebbe stato suo preciso onere ricorrere a un’indagine tecnica al fine di verificare l’effettiva paternità. In merito alla determinazione del risarcimento, i giudici di Piazza Cavour hanno concluso che il danno subito a causa della privazione della figura paterna è consistito per i figli nelle ripercussioni personali e sociali derivanti dalla consapevolezza di non essere mai stati desiderati ed accolti come figli. La mancanza del padre, in sostanza, ha segnato un tracciato di disagio e sofferenza nello sviluppo psico-fisico dei minori e ha creato una situazione di privazione affettiva e di ruolo sociale di natura stabile e definitiva, non suscettibile di mutamenti quanto meno fino al raggiungimento della maggiore età. Il diritto al risarcimento del danno non patrimoniale, con applicazione del criterio equitativo puro, ha concluso la Suprema corte, sorge quindi «dal vuoto emotivo, relazionale e sociale dettato dall’assenza paterna fin dalla nascita nella vita dei resistenti».

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