Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 259

Posts Tagged ‘finanza’

Lo scenario dell’economia e della finanza

Posted by fidest press agency su mercoledì, 3 aprile 2019

Villa d’Este di Cernobbio. Inizia venerdì 5 aprile p.v. (alle ore 8.30 precise) e per concludersi sabato 6 aprile p.v. (alle ore 13.30 circa), la trentesima edizione dell’annuale Workshop LO SCENARIO DELLL’ECONOMIA E DELLA FINANZA. Questi i principali argomenti che saranno trattati nel corso del Workshop:
Venerdì 5 aprile – L’economia globale: sfide e prospettive – Rischi e opportunità nei Paesi emergenti – La mappa dei rischi per gli investimenti – Le banche del futuro: dal FinTech al TechFin
Sabato 6 aprile – Agenda per l’Europa
▪ Le sfide per l’ulteriore crescita dell’Eurozona
▪ La competitività dell’Europa e dei mercati finanziari europei – Agenda per l’Italia nello scenario europeo
Coerentemente con il riconoscimento – per il sesto anno consecutivo – di The European House – Ambrosetti come primo Think Tank privato italiano, tra i primi 10 in Europa, tra i primi 20 al mondo e nei primi 100 più apprezzati Think Tank indipendenti su 8.100 a livello globale nell’edizione 2018 del Global Go To Think Tanks Report dell’Università della Pennsylvania, attraverso una survey indirizzata a 70.000 leaders di imprese, istituzioni e media, in oltre 100 Paesi nel mondo, verranno distribuite molte analisi e ricerche da noi realizzate:
▪ “Un’analisi comparativa sui principali indicatori macroeconomici delle maggiori economie” rielaborata da The European House – Ambrosetti sulle previsioni dei più rilevanti Istituti di Credito, Banche d’Affari e Istituzioni Internazionali;
▪ “Le banche del futuro” – realizzata dalla community di CEO Ambrosetti Club in collaborazione con Openjobmetis;
▪ “Cashless Revolution: a che punto siamo e cosa resta da fare per l’Italia” – Rapporto 2019 della Quarta Edizione della Community Cashless Society, una piattaforma di confronto di alto livello per la diffusione dei pagamenti elettronici in Italia;
▪ “Il rapporto Debito pubblico/PIL italiano è a -18% dal livello massimo raggiunto nel primo dopoguerra. Ne siamo consapevoli?” – realizzata da The European House – Ambrosetti;
▪ “Brexit: scoccata l’ora “X” domina l’incertezza” – realizzata da The European House – Ambrosetti;
▪ Ambrosetti Club Economic Indicator – Prima rilevazione 2019 sulle prospettive economiche dell’Italia, sull’occupazione e sugli investimenti delle imprese. I lavori si svolgeranno, come da tradizione, a porte chiuse.

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Le professioni del futuro nella finanza

Posted by fidest press agency su giovedì, 21 marzo 2019

Milano Fornire gli strumenti necessari a gestire e governare la rivoluzione tecnologia in ambito finance, l’inarrestabile transizione verso il Fintech a cui stiamo assistendo. Combinare in un giusto mix competenze di finanza, tecnologia e business analytics per permettere a chi vorrà lavorare nelle banche, nelle assicurazioni o nei fondi di investimento di coprire le nuove figure professionali che i grandi player in trasformazione, o le realtà più giovani e innovative, stanno cominciando a cercare.
Si va dai digital project manager agli specialisti in realtà aumentata e virtuale, dai data scientist ai conversational interface designer che progettano i chatbot, agli universal service advisor, operatori del servizio clienti altamente specializzati. Sono le professioni del futuro in ambito Fintech, profili di cui le aziende più smart hanno già bisogno ma che ancora non trovano candidati.Con l’ambizione di colmare questo skill gap nasce il primo International Master in Fintech, Finance and Digital Innovation (https://www.som.polimi.it/fintech) erogato interamente in lingua inglese dal MIP Politecnico di Milano Graduate School of Business e sviluppato in collaborazione con i Dipartimenti di Matematica, Ingegneria Gestionale e Elettronica, Informazione e Bioingegneria del Politecnico di Milano.Un corso che vuole mettere insieme le due “anime” del Politecnico: quella tecnologica, che ne fa il primo Ateneo del Paese, e quella di gestione del business, incarnata dal MIP Graduate School of Business. Il percorso, 12 mesi full time con sponsor di grande prestigio – Aviva, Deloitte, Fabrick Spa, IBM, Intesa San Paolo, Aegis, Moneyfarm e 0Kmfinance -, partirà a settembre e sarà appunto dedicato alla rivoluzione Fintech. Le iscrizioni sono già aperte e riservate a studenti di tutto il mondo, purché in possesso di una laurea triennale (180 ECTS) preferibilmente in Ingegneria, Economia, Finanza o discipline scientifiche. Il master comprende un international study tour di una settimana presso la University College of London (UCL) e visita presso la sede londinese di AVIVA; offre inoltre un’attenta analisi delle nuove tecnologie digitali e delle loro applicazioni nel banking, nell’insurance e nell’asset management: una sorta di abilitatore per chi voglia governare l’innovazione in questo settore, avendo ben chiaro che l’aspetto che assume oggi non sarà quello di domani. Alle competenze sul mondo finanziario e sulle metodologie di business analytics applicate in questo ambito si affiancheranno dunque quelle “digital” (cyber security, gestione di big data, tecnologia blockchain, smart contracts, natural language processing NPL, data visualization) necessarie a costruire e gestire modelli di business innovativi nel mondo finance.

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Cresce ancora l’area Banche e Finanza di La Scala Società tra Avvocati

Posted by fidest press agency su lunedì, 28 gennaio 2019

L’Assemblea dello Studio ha ammesso alla partnership Marco Contini e Laura Pelucchi, della sede di Milano, e Federico Valeri della sede di Roma.
Marco Contini, 36 anni, laureato all’Università degli Studi di Pavia, è entrato a far parte di La Scala Società tra Avvocati nel 2009 dove si è occupato in particolare di recupero crediti e diritto civile. Coordina il team Utilities di La Scala dal 2015. Fornisce assistenza a primari operatori delle utilities e delle telecomunicazioni nella risoluzione delle loro criticità tipiche e nel recupero dei crediti correlati.
Laura Pelucchi, 37 anni, laureata all’Università Statale di Milano, ha fatto il suo ingresso in La Scala nel 2012. Si occupa di contenzioso bancario con specializzazione nelle attività di gestione e recupero dei crediti assistendo primari istituti di credito. Pelucchi è autrice di pubblicazioni e approfondimenti, oltre che relatrice a seminari e convegni, in materia di procedure esecutive. E’ membro del comitato scientifico e docente di “La Scala Youth Programme”.
Federico Valeri, 42 anni, laureato all’Università La Sapienza di Roma, è entrato a far parte di La Scala Società tra Avvocati nel 2010. Specializzato in diritto bancario e finanziario con focus nella gestione dei non performing loans, ha maturato esperienze nel coordinamento in outsourcing delle attività di recupero crediti di natura bancaria, in special modo nel settore dei “large ticket”. E’ docente di “La Scala Youth Programme”.
Lo Studio, nelle sue 10 sedi italiane, conta su 290 risorse, comprendendo 190 professionisti e uno staff di 100 persone.Fondato nel 1991, La Scala offre ai propri clienti, da oltre venticinque anni, una gamma completa e integrata di servizi legali. Tra i primi studi legali nel contenzioso bancario e fallimentare, è oggi leader riconosciuto nei servizi di recupero crediti giudiziale. E’ inoltre attivo nei servizi professionali dedicati alle imprese, nonché nel diritto civile e di famiglia.Dopo la sede principale di Milano, nel corso degli anni sono state aperte le altre sedi di Roma, Torino, Bologna, Firenze, Venezia, Vicenza, Padova, Ancona e una seconda sede a Milano.Oggi La Scala comprende circa 190 professionisti e uno staff di oltre 100 persone, e assiste stabilmente tutti i principali gruppi bancari italiani, numerose imprese industriali e commerciali, importanti istituzioni finanziarie.
All’inizio del 2018 La Scala si è trasformato in Società tra Avvocati per azioni.Dal 2000 pubblica IUSLETTER che, nata come rivista bimestrale, nel 2012 è diventata un vero e proprio portale web di informazione giuridica, quotidianamente aggiornato.

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Jackson Hole: la Fed ignora le minacce della finanza

Posted by fidest press agency su sabato, 8 settembre 2018

All’annuale conferenza economica di fine agosto di Jackson Hole, nello stato del Wyoming, Jerome Powell, il neo governatore delle Federal Reserve, ha dato dei segnali poco rassicuranti sul futuro dell’economia e della finanza americana e mondiale.
Mettendosi sulla scia di uno dei suoi recenti predecessori, Alan Greenspan, ha esaltato la politica presentata nel 2003 dell’attesa, quella di “aspettare e vedere” prima di decidere se alzare i tassi d’interesse. Come si ricorderà, i tassi bassi non furono negativi per l’economia reale, che continuò a “tirare” senza ricadute inflazionistiche.
Allora la grande liquidità a basso costo, aumentata anche con le tecniche del “leverage”, che permettono di moltiplicare la disponibilità di capitali partendo da una base limitata, si riversò in gran parte nel settore finanziario, alimentando le varie bolle speculative fino all’esplosione della Grande Crisi del 2007-8.
Il rischio è ripetere lo stesso errore.
Nel suo discorso, Powell afferma di essere pienamente consapevole che, negli Usa, le passate due crisi economiche hanno avuto origine dalle degenerazioni dei mercati finanziari. Ma, con troppa disinvoltura, s’illude e, purtroppo, trasmette a tutti l’illusione che “due decenni di riforme e di nuove regole e i passi avanti fatti nel settore privato hanno grandemente aumentato la forza e la stabilità del sistema finanziario, riducendo la possibilità che gli inevitabili choc finanziari diventino delle crisi vere e proprie”.
Eppure, come anche noi abbiamo più volte documentato, negli Usa l’andamento della finanza non è stato in alcun modo veramente regolamentato e messo in sicurezza. Da ultimo ne è prova il fatto che anche la legge di riforma dei mercati finanziari e, in particolare, quello dei derivati, è stata svuotata. La “Dodd Frank Act” è stata abilmente bypassata riportando la bolla degli otc quasi agli stessi livelli di prima della Grande Crisi. Lo stesso dicasi per le varie altre bolle finanziarie. Altri dati confermano incontestabilmente un generale peggioramento del debito pubblico, di quello privato e di quello corporate, quello delle imprese.
Powell, tuttavia, pur rivendicando l’aumento dell’occupazione, ammette che non tutto è roseo. Anche se il tasso di disoccupazione del 3,9% è al livello più basso da decenni.
Egli afferma che gli occupati sono aumentati, ma la produttività del lavoro è bassa. Basta notare che l’aumento del Pil non è in linea con l’aumento dell’occupazione. In altre parole, molti nuovi posti di lavoro sono sotto qualificati, in settori come quelli dei servizi a basso valore aggiunto. I salari reali, poi, registrano, da decenni, una crescita assai lenta.
Inoltre, la mobilità economica è più bassa di quella delle altre economie del settore industriale avanzato. Anche il problema dei continui deficit del bilancio federale si protrae pericolosamente da troppi anni.
Gli analisti e la Federal Reserve, solitamente studiano i rapporti tra i livelli di occupazione, quelli dell’inflazione e i tassi d’interesse. Affermano che, quando l’occupazione cresce tanto, l’economia tende a “surriscaldarsi”, con il rischio di maggiore inflazione. Di conseguenza il “motore” deve essere “raffreddato” con l’aumento dei tassi d’interesse.
E’ un ragionamento che molti si aspettano dalla Fed.
Powell, però, non è d’accordo. Nel suo discordo di Jackson Hole, egli individua degli esempi storici con decisioni sbagliate e conseguenze molto negative. Ad esempio, alla fine degli anni settanta per fermare il rischio d’inflazione i tassi d’interesse furono aumentati fino a diventare a due cifre, mandando in tilt l’intera economia americana e anche quella di molti paesi, a cominciare da quelli in via di sviluppo.
Da un po’ di tempo nelle stanze della Fed, molta, troppa, psicologia occupa il posto degli studi dei dati e delle tendenze reali per approntare le analisi economiche e monetarie. In passato si puntava molto sulla comunicazione fatta dalla Fed ai mercati. Oggi, Powell valorizza, eccessivamente, il ruolo dei target, come quello dell’inflazione, definiti quasi a tavolino, e così le percezioni e le attese dei mercati. Il che fa parte delle strategie di comunicazione.
Il problema vero è la sottovalutazione del ruolo della finanza e della speculazione. Forse è un atto di scaramanzia. Ma, ignorare i segnali di pericolo porta a fare incidenti rovinosi. (Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e Paolo Raimondi economista)

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Strategie d’investimento finanziario: che cosa vuoi ottimizzare?

Posted by fidest press agency su giovedì, 19 luglio 2018

Più volte abbiamo ribadito l’importanza di avere una o più strategie per scegliere cosa comprare/vendere, quando ed in quale quantità.
Non esistono strategie migliori di altre, esistono solo strategie più adatte alla propria personalità.
In questo articolo desideriamo soffermarci su un aspetto spesso sottovalutato.
Quando andiamo a scegliere una strategia d’investimento, qual è l’aspetto che desideriamo maggiormente ottimizzare?La risposta può apparire scontata: “è ovvio che una strategia d’investimento deve massimizzare il rendimento dell’investimento”. Basandomi sulla mia esperienza diretta (circa vent’anni di studio dei mercati finanziari a diretto contatto con gli investitori di tutti i tipi), per quanto il rendimento sia importante, posso testimoniare che non è la prima cosa che un investitore medio guarda.
In genere gli investitori desiderano prima di tutto non perdere i soldi investiti. Solo in seconda battuta puntano al maggior rendimento possibile, ma solo all’interno delle opzioni che rispettano il vincolo precedente, ovvero non perdere soldi.Fin qui, niente di particolarmente strano. Anche la volontà di non perdere soldi è scontata almeno quanto la volontà di massimizzare il rendimento. La questione, però, si fa meno scontata nel momento in cui cerchiamo di andare più in profondità nel concetto di “non perdere soldi”: cosa significa esattamente? Se prendiamo l’espressione alla lettera dobbiamo escludere praticamente la quasi totalità degli investimenti finanziari. Ogni investimento finanziario implica qualche forma di rischio di perdere soldi. In finanza, purtroppo, dobbiamo sempre lavorare con lo scivoloso concetto di “probabilità”.
Pochi giorni fa abbiamo pubblicato un lungo articolo sui rendimenti ed i rischi degli investimenti azionari (https://investire.aduc.it/articolo/investire+azioni+quanto+rende+quanto+si+rischia_28194.php). I dati sono molto chiari: investire in azioni, mediamente, rende molto di più che investire in obbligazioni (a breve ed a lunga scadenza), in materie prime (come l’oro) e – naturalmente – in liquidità. Tutta la questione sta in quella parolina fastidiosissima: “mediamente”.Nel “mediamente” ci sono gli anni in cui i rendimenti sono negativi (ovvero disinvestendo si otterrebbero delle perdine) e gli anni in cui ci sono guadagni.Gli anni in cui i rendimenti sono negativi non sono delle eccezioni trascurabili. In alcuni periodi storici (come gli ultimi 20 anni) mantenendo l’investimento azionario per 5 anni di fila, in un caso su due avremmo perso soldi!
Analizzando periodi più lunghi, non gestendo l’investimento attraverso una qualche forma di strategia, le probabilità di avere rendimenti negativi anche nel lungo termine (cioè in un periodo di 10 anni) sono comunque significative, nell’ordine di una probabilità su quattro!
Il compito principale di una strategia d’investimento, almeno per la grande maggioranza degli investitori, è quello di ridurre questo parametro, ovvero le probabilità di avere rendimenti negativi in archi temporali ragionevolmente ampi (5/10 anni).
Se si desidera puntare ai rendimenti attesi dei mercati azionari (sensibilmente superiori alle altre forme d’investimento finanziario) è necessario accettare il fatto che un anno si possa avere un rendimento negativo. Ciò è assolutamente ineliminabile. Non esiste alcuna strategia d’investimento che possa ridurre a zero la possibilità di avere rendimenti negativi nell’arco di un anno.In genere, gli investitori, non hanno alcun problema ad accettare questa possibilità. Ciò che invece trovano inaccettabile è investire per un congruo periodo di tempo ed avere un capitale inferiore dopo 5 o perfino 10 anni.Su queste scadenze, le strategie d’investimento possono fare la differenza. Nell’arco di 5 anni possono ridurre le probabilità di avere rendimenti negativi fino a dimezzarle. Sulle scadenze di 10 anni, le probabilità di avere rendimenti negativi, applicando strategie corrette, sulla base dei dati storici di svariati decenni, si riducono a zero (ovviamente non esiste nessuna garanzia che i prossimi anni non siano diversi da ciò che è già accaduto nella storia).Su cosa si basano queste strategie? In primo luogo, ogni strategia rivolta ad investitori non esperti dovrebbe ridurre al massimo tutti i rischi ed i costi eliminabili. Quindi non investire in singoli titoli, ma sempre in panieri di titoli che eliminino i così detti rischi specifici (ovvero il rischio che la singola azienda fallisca o attraversi particolari momenti di criticità).
Inoltre eliminare i costi inutili è fondamentale poiché in un periodo di 10 anni, i costi possono ridurre il capitale atteso a scadenza di circa un quinto! Si tratta di una differenza enorme che tende a raddoppiare la probabilità di avere rendimenti negativi sui 10 anni.
Dato per scontato, quindi, che gli strumenti azionari utilizzati siano efficienti, le strategie per ridurre il rischio così detto “sistematico” dell’azionario si basano, in genere, su uno di questi due concetti (qualche strategia li utilizza entrambi):
1. evitare di essere investiti quando i mercati azionari subiscono grandi oscillazioni negative, cioè superiori al 25%;
2. incrementare il capitale investito durante le fasi di oscillazioni negative.
Sono due strategie tendenzialmente opposte che possono però anche fondersi.
La prima strategia – in genere – si attua attraverso l’uso di indicatori di momentum, nella maggioranza dei casi medie mobili.Gli studi hanno dimostrato che per ridurre i molti falsi segnali di questi indicatori è utile utilizzare dati mensili. Alcune strategie più evolute, partendo dalla considerazione che le grandi oscillazioni negative dei mercati azionari coincidono sempre con periodi di recessione economica, uniscono indicatori di momentum sui prezzi ad indicatori di tipo macroeconomico per filtrare i dati che giungono dalle medie mobili con i dati che stimano la probabilità di entrare in recessione economica nei prossimi mesi.Evitare le grandi perdite nell’azionario è possibile, ma ovviamente ha un costo: quello di uscire e vedere il mercato riprendersi, dovendo rientrare a prezzi superiori. E’ normale che questo accada, ma il vantaggio di non stare sul mercato durante i crolli compensa abbondantemente questo costo.L’altro gruppo di strategie implica investire nell’azionario una parte più piccola di quella che valutiamo adeguata per il proprio profilo d’investitore ed aumentare l’investimento quando i mercati crollano. E’ evidente che anche questa strategia implica un “costo” anche se indiretto: investire poco in azioni per molto tempo se questo “crollo” non arriva nel periodo d’investimento considerato.Naturalmente non esiste la strategia “migliore” in assoluto, esiste quella più adatta alla propria personalità, cioè quella che è più probabile che venga poi applicata nei momenti in cui giungono i segnali di vendere oppure di acquistare.
Ciò che conta, quindi, è comprendere bene la strategia che s’intende applicare.
E’ importante che sia ragionevolmente semplice e molto ben testata sia su dati storici che simulati. Infine è auspicabile che sia basata su ricerche accademiche pubblicate su riviste scientifiche affidabili (cioè che applichino la così detta “peer review”, revisione paritaria).Appare tutto troppo complicato? L’alternativa all’utilizzo di strategie d’investimento è quello che fa la quasi totalità degli investitori: investire in modo inconsapevole sulla base di consigli interessati dei vari venditori della finanza. L’esperienza dimostra che sono molte più le delusioni che le soddisfazioni.
E’ importante che gli investitori entrino nell’ordine delle idee che oggi investire richiede necessariamente un po’ di competenza. (Alessandro Pedone, responsabile Aduc Tutela del Risparmio)

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Siamo in attesa del “Il Documento di Economia e Finanza”

Posted by fidest press agency su mercoledì, 20 giugno 2018

“Doveva essere approvato dal Parlamento entro la fine di aprile, ma le faticose discussioni riguardo alla formazione del nuovo governo hanno fatto slittare questo termine, ben oltre quella data, tra l’altro andando fuori sincrono rispetto al quadro europeo. Ricordiamo che il Def non è solo un documento interno del nostro Paese. È una sorta di orientamento che il Parlamento dà al Governo in vista delle manovre di autunno, vale a dire della Nota di variazione al Def del 15 settembre e poi della Legge di Bilancio di metà ottobre. Questo documento, insieme alla sequenza degli ulteriori documenti, Nota di variazione e Legge di Bilancio, vanno consegnati alle autorità europee perché facenti parte del programma europeo di definizione del quadro di bilancio di tutti i Paesi, con i giudizi dell’Unione Europea sui singoli Paesi”.Così il deputato Renato Brunetta, in un’intervista a ‘Radio Radicale’, anticipando quello che dirà domani a Montecitorio al ministro Tria durante la discussione al Def. “Ricordiamo a noi stessi – prosegue – che il Def non è il solo documento che deve essere approntato e che i governi hanno l’obbligo di approntare, ma che allegato al Documento di Economia e Finanza c’è anche il PNR (Piano Nazionale per le Riforme), che è la base strategica che ciascun governo dà all’Europa spiegando i proprio conti pubblici (deficit, debito, avanzo, disavanzo, tassi di interesse) alla luce di un processo di riforma che deve migliorare l’efficienza strategica del Paese (produttività, investimenti, infrastrutture).Per cui l’Europa, semmai avesse avuto il Def approvato a fine aprile e il PNR per quella data, avrebbe valutato l’uno alla luce dell’altro, individuando nel Paese il sentiero ottimale. Ma il caso della nostra stagione vuole che, non essendoci entrambi i documenti approvati, ci presenteremo a fine giugno al Consiglio Europeo senza che l’Europa abbia potuto giudicare né le nostre riforme, che non conosciamo, né i nostri conti. Domani ci sarà l’esame parlamentare del Def. Vedremo cosa la maggioranza scriverà nella sua risoluzione per l’approvazione del Documento”.

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“Finanza per il Sociale”

Posted by fidest press agency su domenica, 3 giugno 2018

Si avvicina il termine per partecipare alla quarta edizione del premio “Finanza per il sociale”, l’iniziativa per giovani studenti in giornalismo, promossa da ABI (Associazione Bancaria Italiana), FEDUF (Fondazione per l’Educazione Finanziaria e al Risparmio) e FIABA (Fondo Italiano Abbattimento Barriere Architettoniche). Il premio ha ricevuto il patrocinio dell’Ordine Nazionale dei Giornalisti.L’iniziativa punta a sostenere l’impegno nel raccontare l’importanza della cultura finanziaria per il Paese. Destinatari del concorso i giornalisti praticanti e allievi delle scuole di giornalismo, interessati a cogliere le sfide del giornalismo economico, in un momento storico in cui l’adeguata informazione e formazione finanziaria costituiscono un autentico servizio per lo sviluppo di competenze imprescindibili. L’iniziativa, promossa nell’ambito della XVI edizione del FIABADAY – Giornata Nazionale per l’Abbattimento delle Barriere Architettoniche, rientra nell’ambito dell’impegno pluriennale del mondo bancario sui temi dell’inclusione finanziaria e sociale.Particolare attenzione è rivolta quest’anno all’inclusione finanziaria dei cittadini in situazioni di fragilità sociale. Tema del premio della quarta edizione è infatti “Il ruolo dell’educazione finanziaria e al risparmio come strumento di inclusione sociale. Sfide e prospettive formative per le fasce più vulnerabili della popolazione”.
Sarà premiato il migliore articolo o servizio audio/video che abbia affrontato il tema del concorso. Informazioni e strumenti utili per sviluppare gli elaborati potranno essere reperiti consultando il sito http://www.curaituoisoldi.it, il nuovo portale sull’educazione finanziaria realizzato da FEDUF in collaborazione con le Associazioni dei consumatori. L’elaborato vincitore sarà pubblicato sul sito dell’ABI http://www.abi.it, sul sito http://www.curaituoisoldi.it di FEDUF, e sul sito di FIABA http://www.fiaba.org.La partecipazione è gratuita.
Possono concorrere i praticanti e gli allievi delle scuole di giornalismo o master riconosciuti dall’Ordine dei Giornalisti, autori di articoli in lingua italiana o di servizi radiotelevisivi sul tema in concorso. Possono concorrere anche elaborati firmati da più autori. Ogni concorrente, o gruppo di concorrenti, potrà partecipare con un solo articolo/servizio, pubblicato o trasmesso nel periodo compreso tra il 1° novembre 2017 e il 30 luglio 2018. L’elaborato in concorso dovrà essere spedito entro il 31 agosto 2018 per e-mail o per posta entro e non oltre il 7 settembre 2018.

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Quando la finanza incontra il digitale

Posted by fidest press agency su mercoledì, 21 marzo 2018

Fintech, blockchain, bitcoins… L’arrivo della tecnologia nel mondo finanziario ha portato tante opportunità, ma anche nuove sfide e una forte necessità di nuove competenze, sia di governo manageriale che tecniche e specialistiche. L’innovazione digitale sta ridisegnando i confini e trasformando il modo di fare banca e finanza. Proprio per questo al MIP è nata la Fintech Academy, con un’offerta formativa dedicata all’intersezione tra il mondo della finanza e quello della tecnologia digitale. E’ la prima Fintech Academy in Italia.
Si tratta di numerosi corsi brevi (una o due giornate al massimo, quasi tutte svolte al MIP, via Lambruschini 4C al Campus Bovisa) che il MIP Politecnico di Milano Graduate School of Business ha messo a punto per permettere a manager dell’industria bancaria e finanziaria, a professionisti del mondo della consulenza e dei servizi e imprenditori o potenziali imprenditori del settore di approfondire aspetti strategici e gestionali della rivoluzione digitale legata al Fintech. Uno dei corsi si svolgerà a Londra alla Cass Business School, tra le business school europee più attive su questi temi, e sarà l’unico svolto in italiano e in inglese (gli altri sono tutti in italiano). I corsi, con un’impostazione fortemente applicativa, hanno l’obiettivo di delineare e discutere, anche con i contributi e le testimonianze di esperti nazionali e internazionali, di imprenditori, professionisti e consulenti, quali siano le sfide per il mondo bancario e finanziario e quali le possibili nuove soluzioni e opportunità che nascono dall’integrazione tra finanza e tecnologia digitale, anche grazie al know-how maturato nell’ambito dell’Osservatorio Fintech e Insurtech della School of Management del Politecnico di Milano.
“Dopo anni di ricerca e di analisi sui temi dell’innovazione digitale nel mondo dei financial services – spiega il professor Marco Giorgino, direttore della Fintech Academy – è maturata la consapevolezza e la voglia di mettere a disposizione del mercato strumenti formativi per consentire di orientare e accelerare nella giusta direzione chi sta governando e implementando processi di cambiamento, a chi sta offrendo consulenza per questa trasformazione e a chi sta provando a fondare nuove società Fintech e Insurtech” Il primo corso in partenza (23 e 24 marzo) è dedicato alla digital transformation nell’industria bancaria e finanziaria, cioè a come banche e società finanziarie, ma anche altri operatori, stiano ridefinendo il proprio modello di business per effetto dell’innovazione digitale, che ha mutato lo scenario competitivo e il sistema di regole.
Il secondo (13 e 14 aprile) vuole invece indagare la rilevanza e il posizionamento delle Fintech e delle Insurtech nel mondo dei servizi bancari e finanziari, sia come concorrenti che come fonti di innovazione per le incumbent, analizzando come nascono e come si sviluppano i loro modelli di business, anche attraverso business case e testimonianze di imprenditori del settore.
Ai benefici e alle opportunità che derivano dall’applicazione delle tecnologie Big Data e API e dalle soluzioni di Machine Learning nella gestione del business bancario e finanziario è dedicato il modulo che si svolge il 18 maggio. Saranno evidenziate le principali criticità e le aree attraverso le quali creare valore, con un taglio fortemente applicativo che parte da business case reali, sia di operatori incumbent che di operatori Fintech. Verranno trattati anche alcuni aspetti di cyber security.La tecnologia Blockchain è poi la protagonista del modulo del 19 maggio, che si pone l’obiettivo sia di illustrarne le caratteristiche distintive, sia di capire come queste possano portare vantaggi (o generare criticità) per i player tradizionali bancari e finanziari, anche attraverso un confronto con il mondo Fintech. Si illustrerà la relazione con il spesso citato Bitcoin, verranno discussi alcuni ambiti applicativi e si ospiteranno gli interventi di founder di successo che, tramite l’utilizzo della blockchain, hanno semplificato business esistenti o ne hanno creati di nuovi.L’innovazione digitale nel lending e nei servizi di pagamento è al centro del modulo che si svolgerà il 22 giugno, focalizzato sull’analisi di come la tecnologia digitale venga utilizzata da operatori bancari e finanziari, oltre che da Fintech, per modificare il servizio ai clienti nell’attività di lending e nella gestione del sistema delle transazioni.
Il corso del 23 giugno è dedicato a come l’industria dell’asset management si stia trasformando per effetto della digitalizzazione, sia nell’ambito della costruzione dei prodotti e delle valutazioni finanziarie associate alla loro gestione, sia in quello dei rapporti tra gestori della relazione con il cliente e investitori. Attenzione particolare verrà dedicata al tema dei Robo Advisor, fornendo un quadro a livello internazionale sulle attuali modalità di utilizzo.Infine, si terrà alla Cass Business School di Londra il corso del 21 settembre, in italiano e inglese, su l’”Ecosistema delle startup Fintech nella capitale europea della finanza”, che vuole fornire un quadro completo dello stato attuale del Fintech a Londra, presentando i nuovi trend e gli aspetti normativi che potrebbero influenzare le scelte di consumatori e investitori. Il modulo comprende visite nei più famosi incubatori Fintech a Londra, con la possibilità di interazione con startup e professionisti.
Fintech, blockchain, bitcoins… L’arrivo della tecnologia nel mondo finanziario ha portato tante opportunità, ma anche nuove sfide e una forte necessità di nuove competenze, sia di governo manageriale che tecniche e specialistiche. L’innovazione digitale sta ridisegnando i confini e trasformando il modo di fare banca e finanza. Proprio per questo al MIP è nata la Fintech Academy, con un’offerta formativa dedicata all’intersezione tra il mondo della finanza e quello della tecnologia digitale. E’ la prima Fintech Academy in Italia.
Si tratta di numerosi corsi brevi (una o due giornate al massimo, quasi tutte svolte al MIP, via Lambruschini 4C al Campus Bovisa) che il MIP Politecnico di Milano Graduate School of Business ha messo a punto per permettere a manager dell’industria bancaria e finanziaria, a professionisti del mondo della consulenza e dei servizi e imprenditori o potenziali imprenditori del settore di approfondire aspetti strategici e gestionali della rivoluzione digitale legata al Fintech. Uno dei corsi si svolgerà a Londra alla Cass Business School, tra le business school europee più attive su questi temi, e sarà l’unico svolto in italiano e in inglese (gli altri sono tutti in italiano). I corsi, con un’impostazione fortemente applicativa, hanno l’obiettivo di delineare e discutere, anche con i contributi e le testimonianze di esperti nazionali e internazionali, di imprenditori, professionisti e consulenti, quali siano le sfide per il mondo bancario e finanziario e quali le possibili nuove soluzioni e opportunità che nascono dall’integrazione tra finanza e tecnologia digitale, anche grazie al know-how maturato nell’ambito dell’Osservatorio Fintech e Insurtech della School of Management del Politecnico di Milano.
“Dopo anni di ricerca e di analisi sui temi dell’innovazione digitale nel mondo dei financial services – spiega il professor Marco Giorgino, direttore della Fintech Academy – è maturata la consapevolezza e la voglia di mettere a disposizione del mercato strumenti formativi per consentire di orientare e accelerare nella giusta direzione chi sta governando e implementando processi di cambiamento, a chi sta offrendo consulenza per questa trasformazione e a chi sta provando a fondare nuove società Fintech e Insurtech” Il primo corso in partenza (23 e 24 marzo) è dedicato alla digital transformation nell’industria bancaria e finanziaria, cioè a come banche e società finanziarie, ma anche altri operatori, stiano ridefinendo il proprio modello di business per effetto dell’innovazione digitale, che ha mutato lo scenario competitivo e il sistema di regole.
Il secondo (13 e 14 aprile) vuole invece indagare la rilevanza e il posizionamento delle Fintech e delle Insurtech nel mondo dei servizi bancari e finanziari, sia come concorrenti che come fonti di innovazione per le incumbent, analizzando come nascono e come si sviluppano i loro modelli di business, anche attraverso business case e testimonianze di imprenditori del settore.
Ai benefici e alle opportunità che derivano dall’applicazione delle tecnologie Big Data e API e dalle soluzioni di Machine Learning nella gestione del business bancario e finanziario è dedicato il modulo che si svolge il 18 maggio. Saranno evidenziate le principali criticità e le aree attraverso le quali creare valore, con un taglio fortemente applicativo che parte da business case reali, sia di operatori incumbent che di operatori Fintech. Verranno trattati anche alcuni aspetti di cyber security.La tecnologia Blockchain è poi la protagonista del modulo del 19 maggio, che si pone l’obiettivo sia di illustrarne le caratteristiche distintive, sia di capire come queste possano portare vantaggi (o generare criticità) per i player tradizionali bancari e finanziari, anche attraverso un confronto con il mondo Fintech. Si illustrerà la relazione con il spesso citato Bitcoin, verranno discussi alcuni ambiti applicativi e si ospiteranno gli interventi di founder di successo che, tramite l’utilizzo della blockchain, hanno semplificato business esistenti o ne hanno creati di nuovi.L’innovazione digitale nel lending e nei servizi di pagamento è al centro del modulo che si svolgerà il 22 giugno, focalizzato sull’analisi di come la tecnologia digitale venga utilizzata da operatori bancari e finanziari, oltre che da Fintech, per modificare il servizio ai clienti nell’attività di lending e nella gestione del sistema delle transazioni.
Il corso del 23 giugno è dedicato a come l’industria dell’asset management si stia trasformando per effetto della digitalizzazione, sia nell’ambito della costruzione dei prodotti e delle valutazioni finanziarie associate alla loro gestione, sia in quello dei rapporti tra gestori della relazione con il cliente e investitori. Attenzione particolare verrà dedicata al tema dei Robo Advisor, fornendo un quadro a livello internazionale sulle attuali modalità di utilizzo.Infine, si terrà alla Cass Business School di Londra il corso del 21 settembre, in italiano e inglese, su l’”Ecosistema delle startup Fintech nella capitale europea della finanza”, che vuole fornire un quadro completo dello stato attuale del Fintech a Londra, presentando i nuovi trend e gli aspetti normativi che potrebbero influenzare le scelte di consumatori e investitori. Il modulo comprende visite nei più famosi incubatori Fintech a Londra, con la possibilità di interazione con startup e professionisti.

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Possibili scenari USA previsti da Candriam per il 2018-2019

Posted by fidest press agency su giovedì, 8 febbraio 2018

A cura di Nadège Dufossé, CFA, Head of Asset Allocation di Candriam Investors Group. Dalla scorsa settimana, i mercati azionari hanno bruciato la maggior parte dei guadagni del 2018. La partenza a razzo delle borse a gennaio era stata troppo rapida e gli indicatori del sentiment erano diventati eccessivamente ottimistici. Tuttavia, il sell-off del mercato è più sistemico che basato sui fondamentali. Il crescente timore degli investitori che il cosiddetto scenario di Goldilocks stia per chiudersi è ingiustificato anzi, a nostro avviso, un contesto di fondamentali favorevoli finirà per prevalere.Dalla fine della scorsa settimana, gli investitori azionari hanno cominciato a monetizzare i loro guadagni del 2018, inizialmente perché preoccupati di una possibile fine dello scenario di Goldilocks, e in particolare, di un’improvvisa fiammata dell’inflazione statunitense. Tuttavia, il vero motivo alla base del crollo improvviso del mercato azionario americano di lunedì è stato un sell-off tecnico, non una paura legata all’inflazione, come dimostrato dal calo dei rendimenti obbligazionari durante il sell-off azionario. È stato il risultato di una vendita sistematica e del riacquisto di consistenti posizioni corte sull’indice di volatilità (Vix).Un’espansione molto più solida delle attese registrata qualche settimana fa, una rinnovata debolezza del dollaro statunitense e prezzi delle materie prime in crescita sono solo alcune delle molteplici ragioni che spingono a temere il ritorno dell’inflazione. Dopo quasi un decennio di sorprese deflazionistiche ininterrotte, la view generale di un prosieguo di un’inflazione al di sotto del trend sta vacillando. Noi concordiamo con la Fed sul fatto che quest’anno l’inflazione statunitense dovrebbe aumentare.Il ciclo statunitense è quello più avanzato a livello globale – come testimonia il tasso di disoccupazione – e ha ricevuto uno stimolo ulteriore dalla riforma fiscale. Ciò ha fatto sì che le percezioni cambiassero rapidamente. Da fine novembre, i rendimenti obbligazionari dei Treasury decennali, trainati da aspettative sull’inflazione in crescita, hanno registrato un netto rialzo. Tuttavia, i rendimenti reali statunitensi sono rimasti estremamente bassi, offrendo un forte supporto all’economia e alle azioni.Candriam prevede tre scenari per il 2018-2019 negli Stati Uniti:
Il mercato obbligazionario statunitense si rende finalmente conto che non è in arrivo alcuna recessione e si adatta rapidamente al percorso previsto dalla Fed di tre rialzi dei tassi per quest’anno e di altri tre nel 2019. In parte, i rendimenti obbligazionari in crescita sono maggiormente in sintonia con l’aumento del valore dei titoli azionari. Guardando al futuro, ci aspettiamo un’ulteriore normalizzazione, ma senza overshooting, con il rendimento dei titoli di Stato Usa a 10 anni che potrebbe raggiungere il 3% nel 2018, grazie alla forza dell’espansione.
La riforma fiscale induce le imprese a investire di più in modo stabile (+10% sia nel 2018 che nel 2019) con un forte aumento della produttività. In questo contesto, l’inflazione rimane contenuta e la Fed si attiene al suo piano. I mercati azionari continuano a crescere, sostenuti dagli incrementi degli utili. I tassi a lungo termine aumentano con l’incrementare del tasso di crescita potenziale e non provocano un rallentamento dell’economia.I mercati realizzano improvvisamente che la Fed sia dietro la curva e cominciano a temere un’impennata dell’inflazione: i tassi di interesse di lungo termine aumentano in maniera significativa, causando un calo nel mercato azionario. Questo timore si basa principalmente sulle aspettative inflazionistiche, piuttosto che su dati effettivi sull’inflazione.Al di fuori degli Stati Uniti, tuttavia, vi sono pochi segnali di pressioni inflazionistiche. In particolare, la situazione è molto diversa nell’Eurozona, dove è probabile che l’inflazione converga molto gradualmente verso l’obiettivo del 2% fissato dalla BCE. I dati pubblicati nel mese di gennaio, con l’indice annuale dei prezzi al consumo che è sceso all’1,3% (e quello core all’1%) hanno confermato un trend inflazionistico debole. Il movimento al rialzo della valuta negli ultimi 12 mesi sta allentando ulteriormente le tensioni.Per il momento, non c’è motivo di mettere in discussione il nostro scenario di base. Ci aspettiamo, infatti, che il contesto di Goldilocks prevarrà per tutto il 2018, grazie anche al perdurante sostegno dei fondamentali. Le azioni sono diventate ancora più interessanti dopo la recente correzione. I mercati azionari statunitensi scambiano, attualmente, a un multiplo di 17x gli utili per il 2018, mentre appena una settimana fa il P/E forward si attestava ancora al di sopra delle 20 volte. Infine, una forte crescita degli utili dovrebbe continuare a sostenere le performance dei mercati azionari. In questo contesto di mercato fondamentalmente solido, e sebbene potremmo assistere a una seconda ondata di vendite sistemiche, siamo in attesa di una stabilizzazione delle dinamiche di mercato e di un momento propizio per incrementare ulteriormente la nostra esposizione sull’azionario. (foto: Nadege_Dufosse)

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L’Europa messa alle corde

Posted by fidest press agency su sabato, 19 agosto 2017

dossier europa parte primadossier europa parte secondaNon stiamo a rivangare il passato, quello remoto per intenderci. Partiamo invece dall’inizio di questo nuovo secolo. Lo facciamo prendendo buona nota dai lanci della Fidest che da allora si sono infittiti sul tema europeo sino a permetterci di raccoglierli in tre volumi e oggi di comparare questi spunti con l’attualità.
La prima riflessione che ci giunge spontanea è l’insoddisfazione di molti europei per una comunità che sembra di più assumere una logica “imperiale” con un potere centrale che accentra e non riesce a comprendere lo spirito dei tempi. Fa poi da corollario un supporto umano nella leadership europea alquanto mediocre che non è in grado di riscattarsi con più centri di comando: Consiglio europeo, Commissione Europea, Parlamento Europeo, proprio perché diventano, in pratica, dispersivi e si trasformano spesso in una tribuna dove dar sfogo alle proprie pretese nazionalistiche e al più realizzando alleanze bipolari: franco-tedesche, paesi dell’Est europeo, ecc.
Una cosa, tuttavia, è certa: l’attuale leadership ci conduce verso un futuro incerto e al rischio concreto di uno sfaldamento dell’intero sistema. E la mediocrità non ci permette d’affrontare il futuro con la necessaria determinazione nel fare scelte coraggiose facendo perdere alcuni tabù legati alla “sovranità nazionale” per renderla collettiva. Pensiamo, ad esempio, alle politiche industriali e monetarie, a quelle del lavoro, fiscali e dei prezzi.
Ma anche la capacità d’avere una politica estera comune che sappia parlare al mondo con una sola voce perché, ad esempio, avremmo fatto volentieri a meno dell’intraprendenza del presidente Macron per la questione libica. Avremmo dovuto costruirla con quella europea con la Mogherini o chi per lei. Che senso, infatti, ha mostrare una pluralità di politiche internazionali se vogliamo essere dossier europa parte terzarappresentativi di una volontà collettiva di taglio europeo? L’Europa, per intenderci, ha perso la consapevolezza che il nostro tempo richiede decisioni immediate e, soprattutto, che i destinatari debbano essere certi d’avere a che fare con una forza unitaria e non spezzettata in più tronconi e persino l’un contro l’altro armata. E in politica estera, in particolare, avremmo molte ragioni per restare uniti e fermi nelle nostre scelte. Pensiamo ai rapporti con la Federazione russa di Putin e al vicino Oriente. La Russia, dopo tutto, al di qua degli Urali, è l’Europa e il Mediterraneo ci offre l’opportunità di tessere buoni rapporti con tutta l’area dei paesi nord africani e asiatici che si affacciano sulle sue sponde. Ci siamo mai chiesti quali politiche autonome e originali siamo stati capaci d’imbastire con questi paesi? Siamo solo riusciti a creare un gran “pasticcio”, per usare una parola educata, con le politiche migratorie. Abbiamo trasformato, in particolare, l’Italia in un grande capo profughi con seicentomila arrivi in due anni, ed ora ci ritroviamo a non sapere come gestirli perché non si tratta solo di rifocillarli ma di trovare loro un lavoro. Non sanno forse i grandi saputelli di Bruxelles che esiste una forte evoluzione tecnologica che tende a ridurre il lavoro degli “umili” e ad esaltare quello delle “intelligenze”? (Riccardo Alfonso direttore dei centri studi sociali e politici della Fidest)

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Uomini e finanza

Posted by fidest press agency su mercoledì, 19 luglio 2017

Uomini e finanza(Economia, lavoro, finanza) (Italian Edition) Scrive Giulio d’Orazio sull’Informatore economico sociale “La società industriale si è caratterizzata per la distribuzione del-la ricchezza mediante la produzione e la vendita dei pezzi prodotti: più vendo, più produco, più creo occupazione e quindi disponibilità all’acquisto. Il profitto era dato dalla concentrazione di lavoratori e di macchine, popolazioni e prodotti, risorse e ambiente; con uniformità di ritmi, orari, svaghi e accudimento ai bisogni; sviluppando attese di massa e politiche economiche e sociali, imperialiste e onnicomprensive. Questo modo di lavorare e di produrre oggi è superato”.
Se prima c’era una concentrazione di popolazione per diminuire i costi oggi con il p.c., il telefono, la telematica e la videomatica si è aperta un’espansione verso il territorio, essendo venute meno le esigenze d’accorpamento. “Come prima risposta alle mutate condizioni di vita e di gestione dell’economia è che essa non resta più un “appannaggio dei soli economisti” ma tende ad aprirsi a ceti e settori diversi.
Rivoluzioni gestionali nell’organizzazione del lavoro e nella presenza dell’azienda sul territorio si traducono, con la “qualità totale”, con la «movimentazione dei capitali”, con l’utilizzo sempre più ampio delle società di servizi e con l’impiego in-tensivo della robotizzazione delle produzioni, in altrettanti porta bandiere del nuovo che avanza. Un discorso che ci porta alle stesse conclusioni di D’Orazio, vice presidente dell’Associazione Nazionale dei sociologi, quando afferma che “acquistano sempre più importanza i flussi di pensiero tra soggetti: azienda di credito e azienda commerciale; autorità monetaria e cittadini; e così via”.
In tale situazione la comunicazione, l’immagine, la capacità di sapersi diffondere con efficacia e successo supera d’importanza i tradizionali fattori imprenditoriali. La partita, dunque, si gioca per intero sulla “comunicazione” e sulla capacità di saper gestire al meglio i relativi strumenti operativi. Un concetto che vede nell’elemento sinergico, tra le varie specializzazioni economiche, scientifiche e tecnologiche, proprio la comunicazione. Quando si parla di politica, di conflitti sociali, d’assistenza, di previdenza e di giustizia, noi facciamo dell’economia uno strumento che si associa agli altri e si fonde con essi e si manifesta non tanto e non solo come un’operazione finanziaria, o l’avvio o il consolidamento di un’attività industriale, ma come sintesi di un disegno strategico che tocca tutti in uguale misura.
E’ un genere di discorso che si compone di variabili aggreganti in un gran disegno che configura l’uomo protagonista solo se dimostra d’essere sociale e socievole in pari tempo.
Sotto questo profilo l’economia non differisce di molto dalla storia, dalla pedagogia, dalla sociologia, dalle dottrine politiche e giuridiche e, in genere, dalle restanti scienze dell’uomo poiché nel loro insieme rappresentano la “scienza del comportamento”. Ogni comportamento umano è, infatti, sempre il risultato dell’interazione di situazioni combinate, esterne e interne alla persona è sempre cioè indicativo. Sono modi di agire che non sono tra loro slegati. Ogni comportamento è un’unità strutturata, molare e non molecolare, che insieme al “come” del suo configurarsi implica sempre un “perché” che lo avvia. Dobbiamo, semmai, convenire che per cogliere l’uomo nella sua globalità, unità ed essenza occorre oltrepassare le scienze. L’economia rientra nella totalità di questo progetto. Non possiamo considerarla separata. Dobbiamo, semmai, fare in modo che si concili con le altre parti per dare alla vita un significato e un orientamento in grado di raggiungere traguardi rivolti all’universalità ed essenzialità del suo essere e del suo divenire.
E’ un impegno dovuto. L’uomo è l’unico che non si limita a esistere ma sente di essere, e di essere appieno, solo quando, spingendo avanti il suo intelletto invade la realtà con il suo pensiero. L’economia fa parte di questo disegno. E’ fondamentale, quindi, che si faccia carico del giusto uso di tali strumenti per raggiungere la meta che il destino gli ha assegnato: “inter mathematicam et naturalem”.

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Al CUOA il gotha della finanza d’impresa. Ospite l’economista Zingales

Posted by fidest press agency su lunedì, 19 giugno 2017

Altavilla-vicentinaAltavilla Vicentina (VI) Giovedì 22 giugno, nella splendida cornice di Villa Valmarana Morosini, sede di CUOA, in occasione del Finance Day si discuterà insieme al Prof. Luigi Zingales, Economista di fama internazionale e Docente di Entrepreneurship and Finance presso la University of Chicago Booth School of Business, dell’impatto dei fatti di attualità sull’economia d’impresa tracciando nuovi scenari e tendenze internazionali.
Si tratta dell’appuntamento clou di questo periodo promosso dalla business school in partnership con EY- Ernest & Young e in collaborazione con Mode Finance: la giornata offrirà diverse visioni e chiavi di lettura, di scenario e di tipo strategico, tecnico, manageriale con il coinvolgimento di prestigiose personalità. Saranno tracciati la visione e il valore aggiunto della finanza in un contesto internazionale individuando gli elementi distintivi, la prospettiva a seguito dei fenomeni di crisi degli ultimi anni e nell’attuale scenario macroeconomico e quanto può generare in un’ottica internazionale. Il tema sarà oggetto di analisi del Key Note Speaker Zingales.
Secondo l’ISTAT la crescita italiana del primo trimestre 2017 si attesta a un +0,4% a differenza della Germania che viaggia con un pil del +0,6% e della media europea con un +0,5% e un aumento dell’1,7% rispetto al 2016. Secondo le previsioni della Commissione di Bruxelles l’incremento del prodotto interno lordo italiano nell’intero 2017 sarà di circa l’1%, lo 0,7% in meno rispetto ai principali Paesi Europei.
Per l’avvento delle nuove tecnologie e soprattutto per la volatilità dei mercati, gli anni recenti hanno visto un peso crescente dell’area finance all’interno delle imprese e una progressiva affermazione del ruolo del CFO, sempre più chiamato a dare un concreto supporto a chi dirige l’azienda nella pianificazione e nell’esecuzione strategica. Si rendono necessari quindi lo sviluppo e il rafforzamento di expertise specifiche e mirate, con nuove opportunità e sfide che possono e devono diventare volano del motore d’impresa. Per CUOA il tema è oggetto di studio: con la sua area Finance presidia da oltre 20 anni il mercato specifico delle banche, delle assicurazioni e dei servizi finanziari alle imprese e rappresenta un centro di eccellenza sui temi della finanza d’impresa, attraverso un’intensa attività di formazione, di osservatorio e di analisi del mercato.
Durante il Finance Day saranno affrontati, in particolare, quattro macro temi. Il primo riguarda la visione e il valore aggiunto della finanza in un contesto internazionale. Operativamente saranno analizzati progetti e soluzioni contrattuali che è possibile mettere in atto nelle aziende a fronte ai cambiamenti di scenario macroeconomico in termini di governo dei rischi industriali, di copertura dei rischi finanziari o di gestione del rischio di filiera. L’analisi sarà a cura del Prof. Luigi Zingales, Key Note Speaker della giornata.
Il secondo macro tema verterà sulle interpretazioni strategiche e operative del ruolo del CFO in contesti aziendali e organizzativi differenti e sarà trattato attraverso una tavola rotonda moderata da Francesco Renne – Docente CUOA Finance, Consigliere Fondazione Nazionale Dottori Commercialisti. Le aziende coinvolte rappresentano un campione estremamente interessante in quanto espressione di contesti diversi: il caso dell’impresa familiare a vocazione di business internazionale, fortemente managerializzata, con Paolo Fietta – CFO Illy; l’esempio di un’azienda di derivazione pubblica operante nei settori energetici del gas e dell’energia elettrica e quotata in borsa con Cristiano Belliato – CFO Ascopiave, e il caso di un’azienda fortemente internazionalizzata, globale, con una lunga tradizione industriale da sempre coniugata con capacità di innovazione e con un brand estremamente conosciuto a livello mondiale con Francesco Tanzi – CFO Pirelli.
Nel contesto macro economico attuale è inimmaginabile continuare a leggere il business con strumenti, modelli, strutture informative e indicatori costruiti in un’altra era economica. L’evoluzione tecnologica e digitale pone importanti cambiamenti nei processi amministrativi e finanziari, coinvolgendo potenzialmente anche tutta la filiera dei fornitori e dei clienti dell’azienda stessa. Il terzo tema riguarderà le frontiere emergenti nei processi di controllo direzionale e sarà sviluppato grazie al contributo di Riccardo Bovetti, Partner EY, Financial Accounting Advisory Services e profondo conoscitore dell’impatto digitale sui processi della finanza e del controllo di gestione.
Infine il Finance Day entrerà nel merito dell’importanza delle abilità comportamentali nella dimensione dei CFO. Tale prospettiva viene indagata riflettendo su un elemento di grande impatto, anche emotivo, nei processi della finanza degli ultimi anni, quale la propensione al rischio e la gestione del rischio nelle situazioni di forte tensione e incertezza. Il confronto sarà a cura di Chiara Sergotti, Psicologa e Docente CUOA, Consulente di Federazioni Nazionali Sportive, Squadre Nazionali, atleti e di Massimo Braconi, Maestro di sci, freerider professionista, testing manager per Nordica, alpinista d’alta quota.

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Incontro: “Laudato Sì per la transizione energetica e una finanza sostenibile”

Posted by fidest press agency su mercoledì, 7 giugno 2017

bolognaBologna Giovedì 8 giugno a Bologna dalle ore 10,00 alle 17,30 nella Sala Clelia Barbieri della Curia Arcivescovile, in Via Altobella 6, si terrà l’incontro “Laudato Sì per la transizione energetica e una finanza sostenibile. L’impegno cattolico e degli uomini di buona volontà per promuovere l’ecologia integrale.” organizzato dalla Diocesi di Bologna insieme all’Ufficio Nazionale per i problemi sociali e il lavoro CEI e a FOCSIV – Volontari nel mondo e inserito nel quadro delle iniziative di ALL4theGreen in concomitanza con il G7 Ambiente 2017 ospitato nel capoluogo dell’Emilia Romagna. Il riscaldamento globale, provocato dalla grande concentrazione dei gas serra e conseguenza del modello di sviluppo basato sull’uso indiscriminato ed intensivo dei combustibili fossili, mette di fronte all’umanità l’urgenza di una transizione energetica supportata da una finanza sostenibile, dalle opportunità tecnologiche e finanziarie esistenti e da buone pratiche da adottare in Italia e nel resto del mondo. Il cambiamento degli stili di vita, delle strutture tecnologiche e le scelte finanziare consapevoli diventano azioni imprescindibili per una vera modifica delle politiche energetiche e di sviluppo a livello globale e locale a partire dal basso: dalle diocesi, dalle parrocchie, dalle associazioni e dalla società civile. Bisogna dare vita ad iniziative concrete come quella del disinvestimento, avviato con la Campagna Internazionale #Divest e in Italia #Divestitaly, dalle fonti fossili e il reinvestimento nelle fonti rinnovabili, utilizzando tecnologie e strumenti finanziari più consapevoli e responsabili, sia sul piano ambientale che sociale e con la Campagna Shine per sostenere l’accesso all’energia pulita dell’oltre miliardo di poveri esclusi nei paesi del Sud del mondo, rispondendo agli obiettivi di sviluppo sostenibile concordati dalle Nazioni Unite.
Una risposta concreta per il miglioramento delle condizioni di vita della Casa comune e una chiara indicazione al Presidente degli Stati Uniti Donald Trump dell’importanza di tenere fede agli impegni presi in merito agli Accordi di Parigi dal suo predecessore.
L’incontro bolognese aperto da Monsignor Matteo M. Zuppi, Arcivescovo Metropolita di Bologna, e dal Ministro dell’Ambiente e della tutela del Territorio e del Mare, Gian Luca Galletti, proseguirà nella mattinata con gli interventi di Andrea Stocchiero, Policy Officer FOCSIV, Maria Grazia Midulla, Responsabile Clima ed Energia. WWF Italia, Don Giuseppe Corti, Delegato Vescovile Pastorale sociale del lavoro e della custodia del creato della Diocesi di Como, Don Rodolfo Pizzolli, Delegato vescovile problemi sociali e lavoro della Chiesa di Trento, Riccardo Rossella, Italian Climate Network e Coordinatore Campagna #DivestItaly, Francesca Novella, Ufficio Policy FOCSIV, Paolo Chesani, direttore CEFA Onlus socio FOCSIV, Francesco Biacciato, Forum Finanza Sostenibile.
Nel pomeriggio l’evento sarà rivolto ai rappresentanti di diocesi, parrocchie e associazioni affinché adottino e promuovano azioni concrete di cambiamento in particolare sull’efficientamento energetico e sulle scelte finanziarie etiche. In tal senso, esporranno le opportunità Livio Gualerzi, Responsabile CEI per la gestione delle risorse finanziarie e progetti speciali, Alessandra Vescovi, Responsabile Area Education ALTIS Alta Scuola Impresa e Società Università Cattolica del Sacro Cuore, Donatella Fortini e Valerio Cenacchi, Private Banker Fideuram e A.M Socio Forum Finanza Sostenibile, Aldo Bonati, Deputy-Head of Analysis and Research, Etica SGR e Socio Forum Finanza Sostenibile, Giorgio Capurri, Environmental Management System Representative UniCredit e Socio Forum Finanza Sostenibile, Simonetta Bono, Business Development Manager, Vigeo Eiris e Socio Forum Finanza Sostenibile, Angelo Pensa, Direzione Finanza Investimenti Alternativi & Innovazione Finanziaria Unipol SAI e Socio Forum Finanza Sostenibile, Isabel Reuss, Senior Portfolio Manager European Equities Allianz Global Investors e Socio Forum Finanza Sostenibile. Le conclusioni della giornata saranno affidate a Monsignor Luigi Bressan, Assistente Ecclesiastico FOCSIV.

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Via della seta: cambia il mondo

Posted by fidest press agency su martedì, 6 giugno 2017

pechinoLa conferenza internazionale sulla Nuova Via della Seta, oggi chiamata anche «Belt and Road Initiative» (Bri), tenutasi recentemente a Pechino inciderà profondamente sulle strategie delle potenze mondiali e sull’intero pianeta. Ciò a prescindere dal fatto se si sia preoccupati delle sue implicazione geo-politiche e geo-economiche. Non è un caso che abbiano partecipato oltre 120 Paesi e ben 29 capi di stato e di governo, tra cui anche il presidente del Consiglio dei ministri italiano, Paolo Gentiloni.
In effetti il grande progetto può diventare il ponte di sviluppo tra i vari continenti attraverso importanti infrastrutture viarie, ferroviarie, marittime e telematiche. Sarà una nuova forma di globalizzazione, questa volta non sottomessa alle leggi della finanza.
Il presidente cinese Xi Jinping, presentando il «progetto del secolo», ha fatto appello alla cooperazione produttiva internazionale, in quanto «le industrie sono il fondamento dell’economia». Una maggiore cooperazione internazionale vuol dire migliorare la governance globale. Ben consapevole del ruolo delle banche e del credito il leader cinese ha detto che «la finanza è la linfa dell’economia moderna. Servono una finanza stabile e inclusiva, nuovi modelli di investimento e di finanziamento diversificato e una forte cooperazione tra governi e capitale privato». Ci sono già finanziamenti governativi cinesi per oltre 110 miliardi di dollari.
Il presidente Vladimir Putin, pur riconoscendo che gli obiettivi posti sono di non facile realizzazione, ha confermato il sostegno della Russia. «Quanto proposto è molto necessario e grandemente voluto e segue il trend dello sviluppo moderno», ha detto. «Questa è la ragione per cui la Russia non solo appoggia il progetto Bri ma intende parteciparvi attivamente insieme ai partner cinesi e degli altri Paesi interessati». Complessivamente sono previsti investimenti per oltre mille miliardi di dollari destinati a circa 900 progetti.
L’Occidente, purtroppo, ha avuto finora un atteggiamento molto miope rispetto al Bri, anche confermato dalla decisione americana, inglese, francese e tedesca di mandare a Pechino rappresentanti di secondo piano. Anche l’India ha disertato il vertice a causa del coinvolgimento del Pakistan e per le temute implicazioni geopolitiche del previsto corridoio Cina-Pakistan.
La nuova Via della Seta altro non è che una complessa rete di infrastrutture: strade, ferrovie ad alta velocità, oleodotti, porti, fibra ottica, telecomunicazioni. Intanto si collegherà la Cina con sei regioni: la Russia, l’Asia centrale, il Medio Oriente, il Caucaso, l’Europa orientale e infine l’Europa occidentale, diramandosi fino a Venezia, Rotterdam, Duisburg e Berlino. Ci sono poi i corridoi che collegheranno l’Asia meridionale: Cina-Birmania-Bangladesh-India e Cina-Afghanistan-Pakistan-Iran.
Il Bri è quindi un’iniziativa fondamentale per lo sviluppo e decisiva per la pace nel mondo. È il caso di ricordare che dal suo annuncio del 2013 Che ad oggi la Cina ha già investito oltre 50 miliardi di dollari con fondi della Banca Centrale e dell’Asian Infrastructure Investment Bank (Aiib) di più recente costituzione.
È importante notare che con il Bri la Cina intende coinvolgere tutti gli stati dell’Unione europea, anche quelli più piccoli dell’Europa centrale e orientale e, in particolare, i Paesi del Mediterraneo. Coi primi, nel 2016, ha già sviluppato 50 progetti in differenti settori. Dal 2011 è entrato in attività il trasporto di merci su ferrovia tra l’Europa e la Cina: ben 3.600 treni merci hanno toccato 27 città cinesi e 28 città in 11 Paesi dell’Europa! Il Bri apre all’Italia grandi opportunità in tutti i campi, a cominciare da quelli industriali, del turismo e della cultura.
È noto che dal 2015 il canale di Suez è raddoppiato, anche con investimenti cinesi. Ciò fa del Mediterraneo un naturale terminale strategico. Perciò occorre modernizzare e potenziare in tempi brevissimi tutta la nostra rete portuale, soprattutto nel Mezzogiorno, portando le ferrovie fin dentro ai porti. È opportuno ricordare che i porti di Genova, Venezia e Trieste già «arrivano» direttamente al centro dell’Europa più del Pireo o di qualsiasi altro porto mediterraneo. Occorre agire subito, ragionando però su uno spazio temporale di 30-50 anni. (Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e Paolo Raimondi economista)

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Finanza etica per una nuova Europa

Posted by fidest press agency su sabato, 25 marzo 2017

europaNuove regole per arginare la speculazione e per chiudere il casinò finanziario; stop alla demonizzazione degli investimenti e della spesa pubblica; sostegno alla finanza etica che favorisce lo sviluppo sostenibile e l’economia solidale. Sono questi gli ingredienti della ricetta della Finanza Etica per rimettere la solidarietà e la cooperazione al centro della missione dell’Europa. Il documento è stato elaborato dalla Fondazione Finanza Etica (Gruppo Banca Etica) in occasione dei 60 anni dall’inizio del processo di integrazione europea che si celebrano a Roma il 25 marzo. La Fondazione Finanza Etica è tra gli aderenti a “La Nostra Europa”, una coalizione di associazioni, movimenti e organizzazioni nata per cambiare rotta all’Europa delle diseguaglianze, dell’insicurezza sociale, dei muri e delle spinte nazionaliste e per promuovere un’Europa unita, democratica e solidale.
In questi anni abbiamo assistito a un ribaltamento dell’immaginario collettivo. Mentre vengono imposti limiti durissimi alle finanze pubbliche, dall’austerità al fiscal compact, poco o nulla è stato fatto per bloccare gli eccessi del sistema finanziario privato, malgrado le sue enormi responsabilità nell’attuale crisi. L’austerità rimane la stella polare delle politiche economiche nonostante l’evidenza del suo fallimento sociale, occupazionale e anche economico visto che ha inibito la ripresa degli investimenti, mentre il rapporto debito/PIL continua a peggiorare.Si strangola la finanza pubblica ma la BCE inonda i mercati di denaro tramite il Quantitative Easing con effetti paradossali: ci sono talmente tanti soldi che i titoli di Stato sono ormai a rendimento negativo, ma agli Stati è proibito indebitarsi anche per investimenti a lungo termine, per una riconversione ecologica dell’economia o per ricerca e formazione. Ma né credito né economia ripartono.
Per salvare il progetto e gli ideali europei bisogna ripartire su binari radicalmente differenti, dove al dominio di finanza e mercati e di una competitività esasperata si sostituisca la visione di un’Europa unita, democratica, solidale.Il paper completo della Fondazione Finanza Etica è disponibile su: http://www.fcre.it

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Economia e finanza:i test chiave dell’amministrazione Trump

Posted by fidest press agency su mercoledì, 16 novembre 2016

washingtonAlla fine, anche se dopo il gran botto, tutti, dagli analisti più blasonati fino al più sprovveduto sondaggista, hanno dovuto riconoscere che Donald Trump ha vinto perché ha affrontato di petto i problemi economici e occupazionali che affliggono la stragrande maggioranza degli americani. Di coloro che lavorano per vivere, di quei cittadini che negli Stati Uniti chiamano la “middle class”. Anche in Italia nessun media aveva capito che questa America non era preoccupata primariamente per l’immigrazione, la politica estera, le guerre o il terrorismo bensì per il proprio livello di vita.
In tutti i suoi discorsi Trump ha ripetuto che “oggi, 92 milioni di americani sono ai margini, fuori dalla forza lavoro, non sono parte della nostra economia. E’ la nazione silenziosa degli americani disoccupati.”. Se molti votanti vi hanno creduto, allora vuol dire che le statistiche ufficiali, che osannavano la grande ripresa con milioni di nuovi posti di lavoro, non riflettevano la verità, la situazione reale.
E’ quindi proprio sul fronte dell’economia che la polemica di Trump contro l’establishment ha fatto presa e ha coagulato il voto di protesta. Adesso si dovrà vedere quanto delle tante promesse fatte in campagna elettorale egli sarà capace di mantenere.
Nel suo discorso della vittoria ha ribadito l’intenzione di voler “investire almeno 1.000 miliardi di dollari nelle infrastrutture”. Prevede investimenti addirittura per 50.000 miliardi di dollari nei settori dell’energia. I tassi di interesse non saranno in futuro così bassi come quelli odierni, ha detto, per cui oggi è il momento migliore anche per fare nuovi debiti per costruire nuovi aeroporti, ponti, autostrade, treni veloci, ecc. E ha aggiunto che intende usare la leva del credito, che lui ama molto, per moltiplicare le disponibilità finanziarie necessarie.
Al riguardo è però opportuno ricordare che ad agosto alcuni banchieri d’assalto avevano già avanzato la proposta di creare proprio una banca per le infrastrutture per mille miliardi di dollari. Come sempre occorrerà vedere chi sarà alla testa di una simile operazione e sulla base di quali principi economici verrebbe realizzata.
Questa politica di investimenti dovrebbe essere parte di una serie di iniziative miranti a creare 25 milioni di nuovi posti di lavoro in 10 anni, mantenendo un tasso di crescita annuo del 3,5%. Per sostenere un tale progetto, Trump ha aggiunto di volere ridurre al 15% la pressione fiscale delle imprese, che attualmente negli Usa è del 35%.
Per passare dai numeri ai fatti la strada si farà difficile e complicata, soprattutto se dovesse pensare che si possano ottenere simili risultati lasciando che i mercati operino da soli, senza alcuna guida o correzione. In questo, il nuovo presidente crede, forse per troppa convinzione ideologica liberista, che una diminuzione delle tasse porti automaticamente a più posti di lavoro. Nei passati anni molti desiderati automatismi economici e monetari si sono rivelati delle pure illusioni sia negli Usa che in Europa.
Trump riconosce che il deficit commerciale annuale americano di 800 miliardi di dollari nei confronti del resto del mondo non è più sostenibile. Vuole rinegoziare gli accordi commerciali con il Messico e il Canada e cancellare quello con i Paesi del Pacifico. Per il neo presidente la Cina è il principale ‘nemico’ economico che manipola, con le svalutazioni, la propria moneta, per cui essa dovrà essere fatta oggetto di sanzioni e dazi. Per Trump si tratta di politiche che penalizzano l’occupazione negli Usa. Al di là di certi slogan protezionistici, sarà certamente una prova molto complessa quella di bilanciare la ripresa occupazionale interna con la stabilità delle relazioni commerciali internazionali.
E’ importante che in campagna elettorale, copiando un intervento del democratico Bernie Sanders, Trump abbia posto al centro del dibattito l’idea di reintrodurre la Glass-Steagall Act per la separazione bancaria. Si tratta della legge voluta nel 1933 da Roosevelt per mettere un freno alla speculazione finanziaria fatta dalle banche con i soldi dei risparmiatori. Purtroppo fu proprio Bill Clinton nel 1998 a cancellarla, aprendo così la strada allo tsunami speculativo fatto di derivati finanziari e di altri titoli tossici che hanno portato alla grande crisi bancaria del 2008 e alla susseguente depressione economica mondiale.
Al riguardo Trump, sempre imitando Sanders, ha denunciato la cosiddetta riforma Dodd-Frank del sistema finanziario americano come “un disastro che penalizza i piccoli imprenditori e i loro tentativi di accedere al credito” . Secondo lui un principio di giustizia più equa vuole che anche Wall Street sia sottoposta a regole stringenti.
Nel campo economico e finanziario di carne al fuoco ne ha messo tantissima. Occorrerà aspettare per vedere. Ma nemmeno troppo a lungo. Si potranno già capire le reali politiche dell’amministrazione Trump quando nominerà i ministri chiave. Se, per esempio, al Tesoro dovesse andare un banchiere, sia esso della Goldman Sachs o della JP Morgan di cui tanto si parla, allora sarà chiaro che alle tante parole e alle tante promesse, difficilmente seguiranno fatti nuovi.
Comunque è troppo presto per avere certezze. Le incognite non sono poche. Abbiamo il dovere di verificare prima di dare giudizi definitivi. Per il momento vi sono le parole. A noi corre l’obbligo di ricordare che tra il dire e il fare molto spesso c’è di mezzo il mare. (Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e Paolo Raimondi economista)

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Ha ancora senso parlare di “valore” degli strumenti finanziari?

Posted by fidest press agency su venerdì, 23 settembre 2016

banca-giapponeLeggendo la notizia di ieri sulla banca centrale giapponese, ovvero il lancio del terzo programma di “quantative easing”, mi tornava alla mente la mia prima “bolla” finanziaria che ho vissuto direttamente sulla pelle, quella di internet, ormai più di tre lustri or sono. All’epoca, fior di “esperti” scrivevano su importanti quotidiani finanziari che non aveva più senso valutare le aziende con i tradizionali criteri utilizzati fino a pochi anni prima, perché internet avrebbe cambiato completamente il modo di fare business e, ad esempio, non contava niente se un’azienda faceva utili o meno, quello che contava era il numero di utenti o di click.
Internet, all’epoca, rappresentò una sorta di catalizzatore della follia degli investitori. Si trattava di una bolla abbastanza “classica”. Tutto sommato, facilmente riconoscibile. Oggi ci troviamo in una situazione molto diversa.
Sicuramente, i prezzi delle obbligazioni sono follia (come scriviamo da moltissimo, troppo, tempo) ma abbiamo un regolatore dei mercati che è diventato l’attore principale degli stessi. Questo, effettivamente, cambia tutto. La banca centrale giapponese ha deciso che con il nuovo programma non solo manterrà i tassi a breve termine in territorio negativo, ma ha deciso di manovrare anche i tassi (e quindi i prezzi) su tutta la curva, ovvero su tutte le scadenze. In sostanza la banca centrale comprerà e venderà obbligazioni allo scopo di manovrarne i prezzi in alto o in basso in base a ciò che riterrà utile.
Le altre principali banche centrali hanno programmi simili, anche se non così espliciti.
Davanti a fatti di questo genere, ha ancora senso parlare di analisi di “valore” dei titoli? Qualunque analisi tradizionale applicata alle obbligazioni direbbe di vendere, eppure le obbligazioni continuano ad essere negoziate a questi prezzi assurdi per il fatto che le banche centrali continuano a comprarle. Cosa accadrebbe se le banche centrali decidessero di manipolare anche il mercato azionario? Già oggi è prassi per diverse banche centrali acquistare azioni e lo stanno facendo sempre di più. Si tratta di un mercato, quantitativamente, molto più piccolo di quello obbligazionario e basterebbe molto poco (in relazione alla loro “potenza di fuoco”) per bloccare un crash di mercato. Qualora si diffondesse l’idea (non certo balzana) che i crash azionari hanno conseguenze negative in termini di stabilità dei prezzi e disoccupazione, le banche centrali potrebbero decidere di acquistare e vendere azioni quando, a loro giudizio, i prezzi sono troppo bassi o alti. Al momento, per il mercato azionario, questa è ancora un’ipotesi assolutamente non ancorata alla realtà, ma per il mercato obbligazionario, invece, la manipolazione dei prezzi è la regola. Come prendere decisioni finanziarie in presenza di un mercato ufficialmente manipolato? E’ una domanda alla quale è tutt’altro che semplice rispondere. La mia impressione è che non sia stata fatta ancora una riflessione sufficientemente profonda su questo problema. Il “business as usual” ha prevalso nel mondo finanziario e si continua a considerare il mercato obbligazionario come un mercato governato dalla legge della domanda e dell’offerta quando non è più così ormai da anni.
Ha senso investire in un mercato manipolato? Quali rischi a medio e lungo termine stanno correndo gli investitori? Ne sono consapevoli? (Alessandro Pedone, responsabile Aduc Tutela del Risparmio)

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Il vero signor No è Matteo Renzi

Posted by fidest press agency su sabato, 17 settembre 2016

padova“Il vero signor no è il presidente Renzi, ha detto no all’elezione diretta del Presidente della Repubblica, alla costituzionalizzazione della sovranità nazionale con l’introduzione del referendum abrogativo delle leggi europee, al principio di equità generazionale per evitare che si possano lasciare buchi nella finanza pubblica che dovranno ripianare coloro che verranno dopo di noi, alla norma antiribaltone, al tetto massimo alle tasse, alla separazione delle banche commerciali da quelle d’affari per impedire agli speculatori finanziari di far collassare il sistema del credito e mettere in ginocchio i risparmiatori, alla vera abolizione delle province abrogando solo il diritto di voto dei cittadini, alla certezza della pena impedendo depenalizzazioni e svuota carceri, alla legittima difesa, al contrasto per l’immigrazione clandestina.
C’è un solo resistente al vero cambiamento, ha la faccia da ragazzo e il linguaggio del rottamatore, scelto dai poteri forti in quanto prototipo ideale per lasciare tutto com’è e svendere l’Italia nel più assordante silenzio”. È quanto ha dichiarato il capogruppo di Fratelli d’Italia-Alleanza nazionale Fabio Rampelli durante la presentazione della manifestazione del comitato Terra Nostra organizzata a Padova il 23, 24, 25 settembre dal deputato Walter Rizzetto.
“Il debito dello Stato aumenta, lo certifica la Banca d’Italia, il Pil non cresce come hanno riconosciuto prima Padoan, poi Renzi; la riforma della scuola (la ridondante ‘buona scuola’) secondo il premier non è il massimo. L’Italicum va cambiato e gli italiani nei sondaggi bocciano la riforma costituzionale, tanto da costringere Renzi a occupare militarmente sia le reti Rai che quelle Mediaset per provare a ribaltare la tendenza.Insomma, un vero successone. Ci manca solo la cessione dell’Alto Adige all’Austria per completare la iattura imposta agli italiani da Napolitano”. È quanto dichiara il capogruppo di Fratelli d’Italia-Alleanza nazionale Fabio Rampelli

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Indagine Internazionale ING Bank sul mobile banking

Posted by fidest press agency su venerdì, 26 agosto 2016

SmartphoneIl 39% degli italiani in possesso di dispositivi mobili utilizza oggi i servizi bancari mobile, gestendo il proprio denaro tramite smartphone o tablet, un dato in crescita rispetto al 36% dello scorso anno. Tra questi il 75% afferma che l’utilizzo dei nuovi canali è in grado di migliorare la gestione delle proprie finanze.
È quanto emerge dalI’Indagine Internazionale ING sul Mobile Banking 2016 condotta da ING Bank su un campione di circa 15.000 risparmiatori in 15 Paesi in cui ING Bank è presente.
L’Italia si conferma al di sotto della media europea pari al 47%, mentre spiccano tra i Paesi che maggiormente utilizzano il mobile banking l’Olanda (63%), il Regno Unito (55%), Lussemburgo (52%) seguiti dalla Spagna (51%) e Austria (50%).
Tuttavia spicca tra gli italiani la forte propensione a passare al mobile banking nei prossimi 12 mesi: il 24% dei connazionali si dichiara infatti interessata passare ai servizi bancari digitali tramite smartphone e tablet nei prossimi 12 mesi, contro la media europea del 16% e il 10% di Australia e USA.La stragrande maggioranza di chi ha scelto di adottare il mobile banking ritiene che abbia cambiato in meglio il modo in cui gestisce il denaro: lo pensa il 75% degli italiani e il 71% degli europei. Relativamente ai benefici percepiti con il mobile banking il dato italiano, insieme a quello di Romania (72%), Polonia (75%) e Turchia (85%) si colloca al di sopra della media europea, ferma al 71%, a testimonianza che proprio i Paesi meno sviluppati lato online banking stanno progressivamente comprendendone i vantaggi.“La prima forma di risparmio è il controllo delle proprie risorse e la consapevolezza delle spese – commenta Sergio Rossi, Head of Marketing & Customer Centricity e Chief Innovation Officer di ING Bank Italia – Il mobile banking sta aumentando questa consapevolezza, con il 75% dei risparmiatori intervistati che si sente più “padrone” delle proprie finanze personali (50%), oppure è più puntuale nei pagamenti (23%), fino anche a risparmiare di più (21%). In ING parliamo di people empowerment, il processo con cui cerchiamo di rendere le persone sempre più autonome nella gestione delle proprie risorse economiche. Un esempio sono i nostri Financially Fit Test, un’alternativa semplice e immediata a complessi e sofisticati strumenti per il monitoraggio delle proprie finanze: brevi test di auto-consapevolezza finanziaria seguiti da suggerimenti e consigli immediati su come migliorarsi”.
Insieme alle abitudini dei consumatori cambiano anche i metodi di pagamento a loro disposizione: in Italia, infatti, il 66% del campione dichiara di aver usato molto meno contante durante l’ultimo anno e il 61% si dichiara propenso ad utilizzare molto di più i pagamenti tramite smartphone. Anche prendendo in esame nuove forme di pagamento come i bitcoin, gli italiani sembrano essere molto positivi, e nel 48% dei casi li considerano la nuova frontiera dei pagamenti. Molto più cauta la visione europea che registra percentuali del 33%.
Nonostante la facilità (45%) e la velocità (53%) riscontrate, prevale comunque un certo scetticismo nei confronti delle app di pagamento di operatori non bancari: il 75% degli intervistati ha, infatti, affermato di fidarsi più delle banche che dei gruppi come Google e Apple o dei social media, che comunque registrato un incremento significativo nell’ultimo anno: 16% complessivo rispetto al 9% dello scorso anno.
ING è un’istituzione finanziaria globale di origine olandese che offre prodotti bancari in più di 40 Paesi, con oltre 35 milioni di clienti e oltre 52.000 dipendenti. In Italia ING Bank è presente dal 1979 con la Divisione Wholesale Banking che offre servizi e finanziamenti a grandi imprese ed enti, e dal 2001 con la Divisione Retail ING DIRECT, la banca diretta leader in Italia per numero di clienti (oltre 1.000.000), la cui mission è quella di offrire a famiglie e risparmiatori prodotti semplici e trasparenti a condizioni economiche competitive. ING DIRECT propone oggi in Italia una gamma di prodotti mirata e completa: di pagamento, di risparmio, mutui, investimenti, assicurazione e prestiti personali.

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Italia ancora in deflazione

Posted by fidest press agency su domenica, 24 luglio 2016

istatDichiarazione dell’onorevole Renato Brunetta, presidente dei deputati di Forza Italia: “Gli ultimi dati Istat ci hanno purtroppo confermato che l’Italia è in deflazione. Il tasso di inflazione relativo all’anno 2016 acquisito a giugno è -0,2, il che vuol dire non solo che i consumi sono a picco, ma anche, e soprattutto, che i conti pubblici sono tutti, completamente, da rifare.Nel Documento di economia e finanza (Def) di aprile, infatti, il governo Renzi-Padoan aveva stimato, ottimisticamente, per il 2016 un’inflazione pari a +1%. Cosa che, come è ormai palese, non si verificherà. Anzi, addirittura si rischia una inflazione negativa. Una iattura per la nostra economia.Vuol dire che mancano alle casse dello Stato almeno 16 miliardi di euro, che si aggiungono a tutta la polvere sotto il tappeto già messa dal governo nel passato per altri 30-40 miliardi, clausole di salvaguardia in primis.La situazione economica del nostro paese è, pertanto, tragica: crescita del Pil reale sotto l’1% per quest’anno e per l’anno prossimo, consumi in caduta, Pil nominale (che è dato dalla somma del Pil reale più l’inflazione) più basso del Pil reale, quindi caduta del gettito fiscale.E la situazione può solo peggiorare, se si aggiungono gli effetti della Brexit e della grave crisi in cui versa il sistema bancario italiano, che si manifesterà ancora di più dopo la pubblicazione dei risultati degli stress test della Banca centrale europea del prossimo 29 luglio. Con questi chiari di luna Renzi arriva al referendum di ottobre/novembre con l’economia al collasso. E gli italiani voteranno ‘no’ per mandarlo a casa. Renzi fa male alle istituzioni, alla democrazia, alle loro tasche e fa male all’economia”.

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