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Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 348

Posts Tagged ‘finanza’

Alitalia/Ita e Montepaschi. Finanza di regime… fallimentare

Posted by fidest press agency su sabato, 4 settembre 2021

In questa estate si è consumato meno del solito il dibattito su alcune mostruosità finanziarie del nostro Stato, Alitalia/Ita e Montepaschi. I soldi dei contribuenti, però, nonostante urgenze come covid e Afghanistan, vengono indirizzati verso il mantenimento di queste aziende decotte.Alitalia è costata al contribuente una decina di miliardi e verrà mandata a casa non pagando debiti e prestiti. Sarà sostituita da Ita che, nonostante le restrizioni imposte dall’Ue, ha tutte le caratteristiche di gigantismo e pretesa finanziaria di Alitalia, e votata a bilanci in rosso, sempre a spese dello Stato. Ita parte con una cinquantina di aerei e cinquemila dipendenti (tutto pianificato per crescere nel tempo): un gigante che dovrebbe fare concorrenza alle low cost che sono ovunque nei cieli nazionali ed europei, e concorrenza con 7 aerei ai big mondiali intercontinentali. Tra qualche anno sarà piena di debiti e forse si farà avanti qualche big del cielo interessato all’unico patrimonio in loro possesso, gli slot di Linate e Fiumicino. E, ovviamente, siamo pronti al ritornello dell’importanza di avere una compagnia di bandiera e ad altri nostri soldi riversati nel suo nuovo pozzo senza fondo.Montepaschi ci è costata finora 5 miliardi e dovrà essere venduta entro marzo 2022 altrimenti, non potendo restituire i prestiti di Stato, è destinata al fallimento. Unicredit è interessata ad acquistarla senza debiti e tagliando 5.000 lavoratori… un “affare” che i contribuenti pagheranno tra i 6 e gli 8 miliardi. E’ da tempo che avrebbe potuto/dovuto fallire, ma è vigente la filosofia che le banche non falliscono mai.Insomma, una ventina di miliardi che avrebbero potuto ben essere utilizzati per, cancellando il passato, avviare nuove aziende.Perché questo non accade? I partiti al potere, coi loro interessi spacciati per impegni di pubblica utilità, ne sono responsabili. Anche i sindacati, in piccola parte, con politiche di difesa di posti di lavoro dove quest’ultimo è solo quello che viene pagato da altri lavoratori. Questo lo chiamano mercato e concorrenza…. Vincenzo Donvito, Aduc

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L’appello di papa Francesco per regolamentare la finanza

Posted by fidest press agency su mercoledì, 19 Maggio 2021

Di Mario Lettieri e Paolo Raimondi. Che di fronte al dilagare incontrollato della finanza speculativa sia necessario “rivolgersi alla preghiera”, è uno schiaffo morale ai governi e alle istituzioni economiche internazionali preposte al controllo e alla regolamentazione dell’economia, della moneta e dei settori finanziari. E’, però, l’ammissione della loro incapacità d’intervento e della sottomissione al “mercato senza leggi” e al laissez faire più spregiudicato. Dinanzi all’intollerabilità della situazione, papa Francesco si è sentito in dovere di richiamare i credenti e i laici con un video dedicato alla preghiera per una “finanza giusta, inclusiva e sostenibile”. Egli afferma che “mentre l’economia reale, quella che crea lavoro, è in crisi – quanta gente è senza lavoro! – i mercati finanziari non sono mai stati così ipertrofici come sono ora. Quanto è lontano il mondo della grande finanza dalla vita della maggior parte delle persone! La finanza, se non viene regolamentata, diventa pura speculazione animata da politiche monetarie. Questa situazione è insostenibile. È pericolosa. Per evitare che i poveri tornino a pagarne le conseguenze, bisogna regolamentare in modo rigido la speculazione finanziaria.”. Ricorda che la finanza deve essere uno strumento per servire le persone e per prendersi cura della casa comune e fa un appello “perché i responsabili della finanza collaborino con i governi, per regolamentare i mercati finanziari e proteggere i cittadini in pericolo.” In pratica riprende il discorso avviato nel 2015 con l’enciclica Laudato sì” in cui si afferma che “la finanza soffoca l’economia reale. Non si è imparata la lezione della crisi finanziaria mondiale”. Secondo Francesco non è una questione di teorie economiche ma della loro applicazione fattuale nell’economia. Il mercato da solo non può garantire lo sviluppo umano integrale e l’inclusione sociale, né la protezione dell’ambiente e dei diritti delle generazioni future. Nell’enciclica citata si sostiene: “La politica non deve sottomettersi all’economia e questa non deve sottomettersi ai dettami e al paradigma efficientista della tecnocrazia… Il salvataggio ad ogni costo delle banche, facendo pagare il prezzo alla popolazione, senza la ferma decisione di rivedere e riformare l’intero sistema, riafferma un dominio assoluto della finanza che non ha futuro e che potrà solo generare nuove crisi dopo una lunga, costosa e apparente cura”. Secondo noi la crisi finanziaria del 2007-2008 ne è la prova: sarebbe stata l’occasione per sviluppare una nuova economia, non solo più attenta ai principi etici, ma, soprattutto, per regolamentare l’attività finanziaria speculativa e la ricchezza virtuale. Purtroppo non è stato così. Certo, sono concetti che papa Francesco ripete ormai costantemente. Lo ha fatto anche recentemente nell’enciclica “Fratelli tutti” e con molto coraggio anche nella lettera inviata al meeting della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale, svoltosi lo scorso aprile. Egli afferma che “è ora di riconoscere che i mercati — specialmente quelli finanziari — non si governano da soli. I mercati devono essere sorretti da leggi e regolamentazioni che assicurino che operano per il bene comune, garantendo che la finanza – invece di essere meramente speculativa o finanziare solo sé stessa – operi per gli obiettivi sociali tanto necessari nel contesto dell’attuale emergenza sanitaria globale”. Ci preme sottolineare che la preghiera del papa ha avuto anche qualche orecchio attento. La Federcasse, la Federazione italiana delle Banche di Credito Cooperativo, una rete di 250 banche cooperative di comunità con un milione e 350 mila soci, l’ha fatta sua. Del resto essa fa della vicinanza al territorio, alle famiglie e ai piccoli imprenditori e artigiani la sua mission. In merito, il direttore generale Sergio Galli ha ribadito che “occorre elaborare nuove forme di economia e finanza realmente orientate al bene comune e rispettose della dignità umana”. Naturalmente le tematiche affrontate da papa Francesco sono tali che oggettivamente impongono ai governi decisioni rapide e stringenti. In questi giorni da più parti si sollecita il superamento dei brevetti sui vaccini. Tema che va affrontato. Si consideri che, mentre nei paesi industrializzati una persona su 4 ha già ricevuto almeno una dose di vaccino, nei paesi poveri, invece, l’ha avuta una su 500. Il caso più odioso è sicuramente quello dell’India, dove si produce il 70% dei vaccini mondiali, ma non per i propri cittadini, bensì per l’export. Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e Paolo Raimondi economista

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Le sfide che attendono banca e finanza

Posted by fidest press agency su martedì, 27 aprile 2021

Il prossimo 11 maggio i principali protagonisti del mondo del credito e della finanza si confronteranno in tre sessioni (ore 9.30 – 16) in diretta streaming su http://www.eccellenzedimpresa.it per un’ampia riflessione a più voci sui grandi temi e le sfide che attendono il mondo del credito alla luce dell’innovazione tecnologica, del processo di raggruppamento degli istituti e della ripresa economica post pandemia. “La ripresa che tutti ci auspichiamo dovrà poter contare sul supporto del sistema bancario. Si dovranno trovare anche nuovi strumenti finanziari per raccogliere e indirizzare il risparmio privato. L’Italia resta uno dei Paesi con i più alti tassi di risparmio personale, una risorsa importante che potrebbe essere utilizzata per favorire la crescita del sistema economico del Paese.” aggiunge Ugo Loeser, amministratore delegato di Arca Fondi SGR e che proprio su questo tema coordinerà la tavola rotonda del pomeriggio.Apriranno i lavori del Forum Enrico Sassoon, direttore di Harvard Business Review Italia e presidente di Eccellenze d’Impresa, Massimo Gaudina, capo della Rappresentanza a Milano della Commissione europea che dà il patrocinio all’iniziativa, Rony Hamaui, segretario generale di ASSBB Associazione per lo Sviluppo degli Studi di Banca e Borsa e docente presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, e Angelo Tantazzi, presidente di Prometeia. Nella prima sessione, dedicata ai nuovi modelli strategici e operativi che caratterizzano l’evoluzione del sistema bancario, interverranno, moderati da Nazzareno Gregori, presidente di ASSBB e direttore generale di Credito Emiliano: Patrizia Grieco presidente di MPS, Giuseppe Latorre partner e head of Financial Services di KPMG, Elena Lavezzi head of Southern Europe di Revolut, Giuseppe Lusignani vicepresidente di Prometeia, Giovanni Sabatini, direttore generale di ABI e Davide Serra amministratore delegato di Algebris Investments.La successiva sessione avrà come tema centrale la riflessione sul vortice della trasformazione digitale. A parlare di nuovi protagonisti, nuova organizzazione e nuovi sistemi di pagamento si alterneranno: Ugo Cotroneo managing director & partner di Boston Consulting Group, Elena Goitini amministratore delegato di BNL BNP Paribas, Alessandra Losito direttrice generale di Pictet Wealth Management Italia, Roberto Nicastro presidente di Aidexa, Ignazio Rocco ceo di Credimi e Pietro Sella ceo di Sella Group, moderati da Angelo Tantazzi, presidente di Prometeia.L’ultima sessione lancerà uno sguardo oltre la crisi, analizzando gli strumenti finanziari migliori per sostenere lo sviluppo. Coordinati da Ugo Loeser ceo di Arca Fondi SGR, interverranno: Ugo Bassi direttore Mercati finanziari della Commissione europea, Raffaele Jerusalmi amministratore delegato di Borsa Italiana che patrocina l’evento, Monica Mandelli managing director di KKR, Victor Massiah past president di ASSBB, Giovanni Sandri country head for Italy di BlackRock e Giovanni Tamburi presidente di Tamburi Investment Partners.Prima delle conclusioni dell’intensa giornata di lavori, affidate al presidente di GEA – Consulenti di direzione Luigi Consiglio, interverrà Alessandra Perrazzelli, vicedirettrice generale di Banca d’Italia.

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Usb: Governo costruito per servire la finanza

Posted by fidest press agency su martedì, 16 febbraio 2021

l governo Draghi è costruito a tavolino per servire la finanza, ristrutturare il lavoro, obbedire alla BCE e all’Unione Europea, con dentro tanti fedelissimi travestiti da tecnici. Preoccupa non poco la pattuglia di politici chiamati a sovrintendere al mondo del lavoro. L’attribuzione del Mise al leghista Giorgetti fa intravvedere una pessima sorte per gli oltre 140 tavoli di crisi in attesa delle soluzioni che non arrivano da troppo tempo, a cominciare dalle sorti di Alitalia e di ArcelorMittal; il ritorno di Brunetta alla Funzione Pubblica rinfocolerà gli attacchi ai lavoratori pubblici e rimetterà in moto quei provvedimenti da lui introdotti col governo Berlusconi e messi in soffitta da tutti i ministri che si sono poi succeduti a Palazzo Vidoni; l’ingresso del vice segretario del PD Orlando al Ministero del Lavoro segnerà di fatto un connubio inscindibile con Cgil Cisl Uil e una stretta obbedienza in materia di salari, pensioni, reddito ai diktat dell’Unione Europea.Il governo di “tutti sul carro del Recovery Fund” si prefigura per quello che si poteva già capire dell’investitura di Draghi, un governo che scaricherà il peso del debito gigantesco sulle spalle delle masse popolari e dei lavoratori, che ristrutturerà ancora il mondo del lavoro in nome di una digitalizzazione e transizione ecologica che verranno declinate attraverso un enorme processo di trasformazione che chiuderà produzioni non competitive, espellerà centinaia di migliaia di lavoratori, riorganizzerà la pubblica amministrazione e utilizzerà la digitalizzazione per tagliare ulteriormente le funzioni sociali dello Stato, favorendo privatizzazioni e svendite di patrimonio collettivo e gioielli di famiglia.Un governo che si prepara a lasciare ancora più indietro il Meridione, privilegiando il sistema delle imprese del Nord e favorendo ancora di più l’aumento delle disuguaglianze sociali e territoriali.Ci auguriamo che tutti coloro che si sono fatti abbagliare dalle favole belle con cui l’intero mondo dei mass media ha beatificato in queste settimane l’ex presidente della BCE comprendano, leggendo con attenzione i nomi dei ministri, che non un mondo di fiabe abbiamo di fronte ma quello, ben più realistico, della guerra di classe.L’USB è già in movimento per costruire le mobilitazioni per contrastare le scelte antipopolari che il governo Draghi si prepara a promuovere, sia sul piano delle singole categorie che su quello più generale.Ci sarà bisogno di una grande e duratura mobilitazione generale che metta in moto un vasto arco di settori sociali e politici per invertire la tendenza e questo è l’impegno che l’USB assume per i prossimi mesi.

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Introduzione dell’indice DESI nel documento di economia e finanza

Posted by fidest press agency su domenica, 1 novembre 2020

“L’approvazione degli impegni delle mozioni di maggioranza e opposizione, in cui era presenta anche una mozione di FDI, per l’introduzione dell’indice DESI nel documento di economia e finanza, con monitoraggio annuale e non triennale come indicato precedentemente, è un passo in avanti per le politiche pubbliche dell’innovazione e per la centralità del digitale nella politica economica. Inoltre, grazie a Fratelli d’Italia è stata introdotta la “parlamentarizzazione” del dibattito sulle politiche di digitalizzazione, anche in funzione dei progetti da sottoporre alla Commissione Europea per i fondi del Recovery Plan. La maggioranza ha ascoltato l’opposizione sui termini temporali del monitoraggio, che deve essere tempestivo l’Italia si colloca al terzultimo posto dell’indice DESI in questo anno, una posizione che evidenzia la debolezza dell’esecutivo sui temi del digitale e delle infrastrutture per le telecomunicazioni. L’approvazione degli impegni, fra cui quello di Fratelli d’Italia, garantisce un chiaro indirizzo del governo per l’utilizzo dei fondi in arrivo dall’Europa per gli obiettivi di politica digitale e la copertura della banda larga, con meccanismi di misurazione specifici: le reti hanno mostrato di essere parte integrante delle nostre vite, specialmente durante l’emergenza sanitaria”. Lo dichiarano i deputati Alessio Butti e Federico Mollicone, rispettivamente responsabile TLC e responsabile Innovazione di Fratelli d’Italia.

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I cicli in finanza: perché esistono e cosa farne?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 16 settembre 2020

La maggior parte delle persone che parla dei cicli, lo fa con l’intento di poter prevedere l’andamento futuro dei mercati finanziari. Il fatto che una cosa sia ciclica significa che conoscendo la fase attuale nella quale mi trovo, posso ragionevolmente inferire quale sarà la prossima. In alcuni casi, come in alcune varianti delle così dette “Onde di Elliot”, i cicli sconfinano quasi in una sorta di fede con il risultato che quando i fatti non concordano con le credenze, si cerca di “aggiustare i fatti”, con qualche vigorosa “martellata metaforica”, pur di farceli stare.
Non esiste una definizione rigorosa di ciclo economico o finanziario. E’ un concetto abbastanza sfumato che indica l’alternarsi di periodi nei quali determinati valori hanno la tendenza a crescere, alternati a periodi nei quali vi è una tendenza opposta. Fra i due, in genere, vi sono delle fasi contrastate nelle quali non prevale nessuna delle due tendenze. Essendo il concetto così impreciso è evidente che sia possibile farci rientrare praticamente qualsiasi cosa.
I cicli esistono poiché le interazioni fra le parti di un qualunque sistema in natura sono generalmente fondate su meccanismi di retroazione. Proviamo a spiegare questo semplice concetto in modo più semplice con un esempio. Quando una persona fa un mutuo per comprare una casa, nel momento in cui accende il mutuo, una notevole quantità di denaro viene letteralmente creata nel sistema e questo denaro fa sì che una serie di soggetti economici aumentino il proprio reddito. Questo nuovo reddito verrà in parte speso e genererà ulteriore reddito alimentando l’effetto positivo.E’ come dire che tutti gli esseri umani hanno tendenzialmente due gambe, due braccia, un busto ed una testa. Però le varianti di questa struttura sono praticamente infinite.
Studiare le dinamiche di questo genere di cicli ci aiuta ad ipotizzare alcuni sviluppi, ma in modo comunque troppo vago. E’ molto ragionevole ipotizzare, ad esempio, che dovrà esserci un periodo di reflazione. Questo lo ipotizziamo sulla base della dinamica dei cicli. Non possiamo però sapere a priori se serviranno 3 anni o 5 anni affinché questo fenomeno prenda corpo. Non possiamo sapere se questo aumento sarà molto graduale o più repentino.Sappiamo che i mercati azionari, nel loro complesso, attraversano fasi in ascesa piuttosto prolungati con movimenti, mediamente, meno accentuati seguiti da fasi più brevi di discese forti e talvolta violente. Questo è un fatto ed è dovuto, appunto alle dinamiche interne ai cicli. Non sappiamo esattamente come si verificherà (quando ed in che misura), ma sappiamo che si verificherà con quella struttura. Mentre si verifica una discesa, non potremo dire se terminerà dopo un mese, tre mesi o un anno e non potremo sapere se terminerà con un -20%, -30% o magari -50%! La differenza, apparentemente sottile, ma sostanziale, è fra provare ad anticipare i mercati per tentare di avere degli extra-guadagni, aumentando i rischi, oppure adattarsi alle nuove situazioni sui mercati una volta che queste sono già emerse per aumentare la probabilità di raggiungere i propri obiettivi di vita. Alessandro Pedone, responsabile Aduc Tutela del Risparmio. (abstract)

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Da oggi gli score del calciomercato come in finanza

Posted by fidest press agency su martedì, 15 settembre 2020

Qual è la più grande passione degli italiani? Il calcio, ovviamente. Allo stadio o davanti a uno schermo tv ci si trasforma tutti in allenatori e, in attesa che riparta il campionato, a tenere banco nelle discussioni da bar c’è lui: il calciomercato. Croce e delizia del tifoso, si attende con trepidazione di sapere quali siano i colpi delle più importanti società italiane ed europee. Ma esiste un metodo scientifico per valutare un acquisto o una cessione? È qui che scende in campo Moneyfarm, società di gestione del risparmio con approccio digitale, con il Moneyfarm Score, un algoritmo di valutazione sviluppato esaminando circa 100 colpi di mercato della scorsa estate su cui si è costruito, in base alle statistiche dei giocatori a giugno 2019, un modello predittivo del valore del calciatore. Come consulenti finanziari in Moneyfarm sono abituati a utilizzare numeri e algoritmi per valutare ogni possibile mossa sui mercati finanziari, perché non applicare le stesse logiche agli acquisti del calciomercato? È così che è venuta l’idea di creare un modello ad hoc per dare un voto ai colpi di mercato delle squadre di Serie A. Si tratta di un esperimento che vuole offrire ai tifosi una lettura più scientifica sugli acquisti della propria squadra del cuore, provando a fare luce su alcuni degli aspetti finanziari ed economici legati al calciomercato.Il Moneyfarm Score viene elaborato, basandosi su parametri quantitativi, tramite un modello sviluppato grazie ad alcune delle metodologie e tecnologie che Moneyfarm è solita usare per la gestione degli asset finanziari. Il punteggio mira a offrire una valutazione relativa del colpo di mercato, cioè parametrata a quanto speso dal club e non solo al valore assoluto del giocatore. Ad esempio: se prendo un giocatore parametro 0 lo score sarà nettamente più alto che prendendo lo stesso giocatore pagato 30 milioni. Così un giocatore di buon livello comprato a molto poco potrebbe ottenere lo score più alto di un top player pagato a pieno prezzo. Moneyfarm costruisce il punteggio attraverso la valutazione di alcuni dati statistici dei calciatori e modelli di regressione (sviluppati regredendo statistiche come, per esempio, i gol, l’età, il team di provenienza, i trofei vinti, le presenze in Champions League, il risalto mediatico del calciatore) stimando così il fair value del calciatore. Questo valore viene poi parametrato al costo dello stipendio e al costo del cartellino così da ottenere il punteggio.Moneyfarm ha quindi applicato al calcio le stesse modalità con cui opera per valutare i migliori asset finanziari da inserire nel portafoglio dei propri clienti. Il team di gestione Moneyfarm, infatti, ha sviluppato dei software e degli algoritmi che aiutano a prevedere le prospettive di rischio e rendimento di ogni asset. Il parallelo con il mondo degli investimenti, adesso, è più che evidente. Vincenzo Cuscito, Senior Investment Consultant di Moneyfarm racconta: “Nel calcio, come in finanza, i numeri non sono tutto ed esistono sfumature e aspetti intrinsechi che gli algoritmi non riescono a cogliere, per questo tutte le nostre scelte di investimento sono convalidate da una squadra di esperti. In entrambi i casi si tratta di un’attività che richiede una stima del costo opportunità di ogni asset e di prevedere il loro rendimento nel tempo. Per fare ciò è necessario analizzare la realtà attraverso i dati, osservare i numeri e trasformarli in trend grazie a statistiche e algoritmi. Lo score è un esperimento che mira a offrire ai tifosi uno spunto in più per valutare i colpi di mercato. Non vediamo l’ora di mettere il nostro algoritmo alla prova, così da poter raccogliere i dati necessari per affinarlo ulteriormente in vista delle prossime sessioni di mercato”.Le statistiche di Moneyfarm sul calciomercato si potranno leggere grazie alla collaborazione con Dazn, sui siti di Calciomercato.com, Goal.com e Calcioefinanza.it. Per maggiori informazioni: bit.ly/Moneyfarm_calciomercato.

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È chi lavora nel mondo della finanza il più stressato d’Italia

Posted by fidest press agency su venerdì, 21 agosto 2020

Sono i settori bancario, assicurativo e delle intermediazioni sono quelli dove ben il 93% degli intervistati ha dichiarato di sentirsi costantemente sotto pressione.I numeri emergono dalla survey “The Workforce View 2020 – Volume Uno” realizzata da ADP, multinazionale leader nell’ambito della gestione delle risorse umane, che ha intervistato circa 32500 lavoratori in tutto il mondo, 2000 in Italia, esplorando le opinioni dei dipendenti riguardo alle problematiche attuali sul posto di lavoro e il futuro che si aspettano.Al primo posto appunto il settore della finanza, con una percentuale del 93%, seguono i servizi professionali con il 90% (pubblicità, pubbliche relazioni, consulenza, servizi commerciali, legale, contabilità, architettura, ingegneria, progettazione di sistemi informatici) e chi lavora nel campo media / informazione (editoria, radio, televisione, cinema…) con l’87%. Una media molto alta se si tiene conto che quella italiana e del 66%.Dalla medesima analisi, è emerso poi come il 30% dei lavoratori del mondo della finanza faccia almeno 5 ore di straordinari a settimana, il 25% arriva a 10 ore settimanali, il 6% fino a 15 ore mentre il 5% fino a 20 ore.Il 45% pensa inoltre di essere pagato correttamente per le proprie capacità e esperienza, il 31% pensa di essere sottopagato, il 33% vorrebbe avere più responsabilità, più autonomia e un ruolo più senior, il 7% pensa invece di ricoprire un ruolo per cui non è abbastanza qualificato.I motivi causa di stress sono molteplici: ansia del risultato, eccessiva mole di lavoro, senso di frustrazione derivante da una paga poco premiante o da una carriera che stenta a decollare nonostante i numerosi sacrifici, ma anche la preoccupazione di non poter coniugare al meglio lavoro e vita privata.
Attualmente, alle classiche cause, bisogna aggiungere lo stress da Covid-19: i problemi di autoisolamento e sicurezza sul lavoro incidono molto sui lavoratori, mentre il “superlavoro” rappresenta un rischio per chi lavora in smartworking, ovvero per chi si trova a dover imparare a gestire un tempo lavorativo che entra ormai prepotentemente in quello famigliare o privato.

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Impatti negativi sul clima del settore della finanza italiana

Posted by fidest press agency su venerdì, 1 Maggio 2020

In contemporanea con l’Assemblea dei soci di Intesa Sanpaolo, Greenpeace Italia e Re:Common lanciano un nuovo studio che analizza gli impatti negativi sul clima del settore della finanza italiana. Nel report “Finanza fossile”, le due organizzazioni mostrano infatti nel dettaglio il ruolo che le più grandi banche, le compagnie assicurative e i fondi di investimento italiani hanno nel peggioramento dell’emergenza climatica.Nel 2019, la finanza italiana ha causato 90 milioni di tonnellate di CO2, più delle emissioni dell’intera Austria in un anno. Le due maggiori banche italiane, Intesa Sanpaolo e UniCredit, sono responsabili di oltre 75 milioni di tonnellate di CO2, e si pongono al vertice di questa non invidiabile classifica.«La crisi sanitaria che stiamo vivendo ci insegna a dare ascolto alla scienza, un concetto che si deve estendere al contrasto alla crisi climatica in corso», dichiara Luca Iacoboni, responsabile della Campagna Energia e Clima di Greenpeace Italia. «Proprio la comunità scientifica dice chiaramente da tempo che dobbiamo smettere di bruciare gas, petrolio e carbone per limitare le peggiori conseguenze dei cambiamenti climatici. Anche banche e assicurazioni dovrebbero dare il proprio necessario apporto alla lotta all’emergenza climatica, eppure fino a oggi hanno solo contribuito ad aggravare la situazione, nascondendosi dietro operazioni di puro greenwashing».
Come emerge dai dati dello studio, Intesa Sanpaolo e UniCredit sono insieme responsabili dell’equivalente di quattro volte il volume di emissioni di tutte le centrali a carbone d’Italia. UniCredit è oggi la banca italiana con il più alto livello di emissioni (37 milioni di tonnellate di CO2), mentre Intesa è al secondo posto con 35 milioni di tonnellate. Se la scalata del gruppo torinese ad Ubi Banca dovesse andare a buon fine, Intesa balzerebbe in testa alla graduatoria.«Mentre si nascondono dietro a operazioni di facciata, istituti come Intesa Sanpaolo e UniCredit continuano a finanziare i più grandi inquinatori del Pianeta, come Eni, Shell e Gazprom», dichiara Alessandro Runci, campaigner di Re:Common. «Intesa Sanpaolo, che oggi tiene la sua Assemblea dei soci a porte chiuse e senza possibilità di partecipazione da remoto, è inoltre una delle pochissime banche in Europa a non avere ancora adottato alcuna policy sui combustibili fossili».Per le due organizzazioni, in questo momento di crisi economica è fondamentale che gli aiuti pubblici alle imprese inquinanti siano condizionati a dei piani di decarbonizzazione in linea con gli accordi di Parigi. Un criterio che dovrebbe essere adottato da tutto il settore finanziario, banche incluse. Per questa ragione Greenpeace e Re:Common chiedono a istituti bancari, compagnie assicurative e fondi di investimento di smettere immediatamente di finanziare il comparto del carbone e l’espansione di tutti i combustibili fossili.

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Market timing e finanza comportamentale: con i piani di accumulo l’investimento può rendere il doppio

Posted by fidest press agency su venerdì, 17 aprile 2020

A cura di Paolo Paschetta, Country Head Italia di Pictet Asset Management. Il Covid-19 genera panico anche sui mercati. Il crollo violento e concentrato di tutti i listini azionari nelle ultime due settimane è la testimonianza più evidente di questo sentimento e del conseguente panic selling. Un errore tipico che può essere superato se si adotta la strategia di investimento propria dei piani di accumulo, ovvero una modalità di accesso al mercato graduale, che si basa su sottoscrizioni periodiche di importi modulati sul profilo di rischio del cliente. Un approccio che aiuta a mettere da parte le emozioni e abbatte la volatilità limitando le perdite nelle fasi Orso, ma riuscendo a intercettare praticamente per intero i rialzi (di cui, invece, nel lungo periodo, l’investitore medio perde una metà).La crisi che abbiamo iniziato ad attraversare è senza precedenti nell’era contemporanea. A differenza della maggior parte delle altre crisi degli ultimi 20 anni, non deriva da una crepa nel sistema economico o finanziario, ma è scaturita da un fattore totalmente esogeno, una gravissima emergenza sanitaria globale. L’ultimo decennio d’altronde, quello del ciclo più lungo della storia, è stato caratterizzato da performance eccezionali di tutte le asset class: l’equity ha segnato tra il 100 e il 200% e l’obbligazionario tra il 50 e il 100%. Ma è stato anche il meno amato di sempre: prova ne sia il 2019, anno in cui un portafoglio bilanciato avrebbe reso di più che in qualsiasi altro anno dal 1980 e in cui, mentre i mercati azionari hanno restituito un rendimento tra il 25 e il 30%, i fondi azionari in Italia hanno segnato una raccolta negativa per oltre 2,4 miliardi (https://bit.ly/343TYF7).
Un’analisi della rivista Advisors Perspective calcola, per esempio, che oltre il 70% delle perdite accumulate dagli investitori dell’S&P 500 negli ultimi 35 anni dipendano da dieci periodi di crolli molto brevi (limitati a un mese) recuperati nell’85% dei casi in tre mesi e nel 93% entro un anno. Che sia stato il panico a generare le perdite lo dimostra il tasso di deflussi che nei periodi di crisi passa dal 2,7% mensile al 5,16% sul principale listino americano (https://bit.ly/342vlsB). I dati storici confermano che gli investitori che non sono usciti dal listino nel corso dell’anno successivo, ne hanno beneficiato (in nove casi su dieci, l’eccezione è il crollo delle Twin Towers nel settembre 2001 in cui il mercato ha necessitato di più tempo per ritornare ai valori pre-crisi).
Una ricerca di marzo 2020 realizzata della società di ricerca indipendente Dalbar dal titolo “Quantitative Analysis of Investor Behavior” rileva che un investitore azionario medio Usa abbia perso, negli ultimi trent’anni, circa la metà del guadagno potenziale (https://bit.ly/2UA4VuX). Soprattutto in un contesto di elevata volatilità come quello attuale, la tempistica con cui si effettua un investimento può avere un impatto significativo sui risultati conseguiti, come ci insegna il passato. Spalmare il proprio investimento nel tempo riduce il rischio di incappare in un punto di ingresso sfavorevole. Simulando, invece, che ogni giorno sin dal lancio del fondo (ottobre 2008) sia partito un Pac da 1000€ di versamento inziale e 36 rate mensili da 100€ sul Pictet-Global Megatrend Selection (che racchiude al suo interno 10 strategie tematiche di Pictet equipesate, con ribilanciamento mensile), il risultato sarebbe che nessun investimento avrebbe registrato un rendimento negativo nell’arco dei 3 anni del Pac, ossia ipotizzando un disinvestimento totale al termine del piano. La performance media registrata è del +21%. Al di là del contesto di crisi illustrato negli esempi precedenti, il principale beneficio dell’investimento tramite Pac rispetto all’investimento in un’unica soluzione è quello di ridurre la volatilità. Mediare i punti di ingresso, infatti, fa sì che in media i Pac presentino una volatilità dimezzata rispetto ai Pic (investimenti in un’unica soluzione).I Pac consentono quindi di rendere più rigoroso l’approccio agli investimenti perché si basano su versamenti periodici, con un orizzonte temporale determinato. A intervalli regolari, l’investitore incrementa la cifra affidata in gestione, rimuovendo in tal modo il timing che, come abbiamo visto, è uno degli elementi più rischiosi e difficili da gestire.Ultimo, ma non meno importante, si tratta di strumenti estremamente flessibili e adattabili alle diverse esigenze di chi investe. Nati per i piccoli patrimoni, si adattano anche a investitori Hnwi (High net worth individual). Inoltre, da una parte sono ideali per aiutare i più giovani a costruire un patrimonio nel tempo, mettendo da parte anche piccoli importi mensili per un periodo di tempo prolungato (fino a 15 anni e oltre). E all’estremo opposto, oggi ancor più di prima, sono indicati anche per chi possiede ingente liquidità da investire, ma non si fida dell’andamento volatile dei mercati e predispone quindi piani magari di durata più corta (anche pochi mesi), ma per versamenti periodici più sostanziosi. (Abstract- fonte: Pictet Asset Management)

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Il coronavirus e l’urgenza di una riforma della finanza

Posted by fidest press agency su venerdì, 27 marzo 2020

di Mario Lettieri già sottosegretario alle Finanze e Paolo Raimondi economista. In un momento in cui la pandemia da coronavirus impone delle riorganizzazioni e dei limiti di comportamento al singolo cittadino e alle istituzioni politiche, sociali ed economiche dei vari Paesi, è grave e inaccettabile che la finanza si comporti in modo irresponsabile. Proprio come ha sempre fatto sia prima che dopo la grande crisi del 2008. E’ fuorviante dare la responsabilità per gli sconquassi finanziari in corso solo al coronavirus. La pandemia è l’equivalente di un disastroso evento geopolitico che può scatenare una nuova e pericolosa crisi in una situazione già precaria. Negli ultimi 10 anni l’intero sistema economico-finanziario ha peggiorato la sua situazione, in tutti i settori. In rapporto al Pil mondiale e regionale i debiti pubblici e quelli corporate, delle imprese private, sono, purtroppo, aumentati di molto. Varie bolle finanziarie, soprattutto negli Usa, ma anche altrove, Cina compresa, sono cresciute. Si tratta dei derivati otc e delle bolle dei mutui immobiliari, per l’acquisto di auto e in generale dei debiti per i consumi, persino quelli per i prestiti agli studenti. Anche la borsa di Wall Street, e in misura minore le altre, è cresciuta a dismisura, in modo ingiustificato e per niente proporzionale al reale andamento delle imprese quotate. Per esempio, nel giro di poche ore il prezzo del petrolio è sceso del 30% portando il costo del barile intorno ai 30 dollari. E’ stato chiaramente provocato da una mossa geopolitica dell’Arabia Saudita contro la Russia, l’Iran e la Cina. Ovviamente con l’appoggio americano. Sarebbe sciocco pensare che sia dovuto soltanto alle contrazioni produttive in Cina o agli annunci relativi alla domanda e l’offerta del mercato. L’operazione, invece, è stata condotta attraverso “preparate” operazioni finanziarie speculative, futures e altri derivati, mirate al ribasso. Una mossa che, nell’intenzione di chi l’ha pensata, avrebbe dovuto piegare in brevissimo tempo le resistenze russe. Così non è stato e non è, in quanto la Russia, ci sembra, da tempo si è preparata a simili evenienze. La conseguenza sembra colpisca, invece, il mondo delle obbligazioni americane. Infatti, titoli per oltre 140 miliardi di dollari emessi da imprese energetiche americane minori, potrebbero in breve tempo finire tra i junk bond ad alto rischio, cioè diventare “obbligazioni spazzatura”. Perderebbero lo status di “investment grade”, per cui i possessori istituzionali, come le assicurazioni e i fondi pensione, dovrebbero disfarsene. Se l’attuale andamento del mercato petrolifero dovesse prolungarsi, altre obbligazioni, già con il penalizzante rating della tripla B, per 320 miliardi di dollari, potrebbero cadere nel famoso bidone della spazzatura. Si consideri che nel settore dell’energia degli Usa vi sono altre obbligazioni a rischio ammontanti a circa 2.000 miliardi di dollari, che potrebbero fare la stessa fine. Se ciò avvenisse, si potrebbero “infettare” altri 3.000 miliardi di dollari di obbligazioni del settore corporate che già galleggiano malamente nella palude della tripla B.Abbiamo visto in questi giorni l’inevitabile e preannunciato “contagio” delle borse mondiali, tutte in caduta libera. E’ sconcertante vedere la mancanza di interventi da parte delle autorità preposte. Lasciare la finanza e la speculazione scorazzare incontrollate è un vero suicidio. Purtroppo la finanza, soprattutto quella speculativa delle grandi banche e dei grandi fondi, è capace di una narrazione e di un’imposizione che sembrano invincibili. In questi giorni abbiamo dovuto sentire sui media vari sedicenti banchieri e ottusi economisti spiegare che, “se ci sono operazioni finanziarie al ribasso ci sono altri che giocano al rialzo”. Secondo loro si tratta di un “gioco”, che non deve avere regole, che aiuterebbe il sistema economico a sviluppasi, che, alla fine, ci porterebbe a nuovi equilibri più virtuosi. Secondo noi, e lo ribadiamo senza iattanza, questi “giochi” hanno un effetto distruttivo maggiore della peggiore pandemia perché possono far saltare l’intero sistema economico. Nel frattempo le banche centrali sarebbero chiamate a far fronte ai vari salvataggi per centinaia di miliardi di dollari o di euro. I grandi operatori della finanza, in verità, sanno che non basterà. Adesso chiedono il cosiddetto “helicopter money”, l’inondazione di liquidità per tutti, come se si dovessero gettare banconote da un elicottero. Si tratta di un’idea proposta inizialmente dal monetarista Milton Friedman e poi rilanciata nel 2002 dal governatore della Fed Ben Bernanke per prevenire i rischi di una deflazione. L’uso dell’“elicottero” proverebbe che le banche centrali, dopo il 2008, invece di riformare il sistema finanziario, hanno usato tutti i mezzi monetari convenzionali e non convenzionali a loro disposizione. Adesso sarebbero disarmati di fronte ad una crisi di gravità e dimensioni maggiori.In Italia ben venga la decisione della Consob di proibire le operazioni allo scoperto in borsa. Dovrebbe essere una norma di divieto duraturo da adottare a livello globale. Di fronte ai crolli e alle incontrollabili evoluzioni finanziarie, le autorità centrali devono intervenire. Se lo Stato è chiamato a rispondere in tutti i settori, come quelli sanitari, occupazionali,economici e ambientali, non può essere consentito che i mercati finanziari restino fuori da ogni controllo e influiscano negativamente sugli andamenti dell’economia e degli assetti sociali. In un mondo dove tutte le ideologie sembrano siano state superate, di fatto, resta ancora dominante il neoliberismo, che sparge il virus della “magia del mercato perfetto” della domanda e dell’offerta, senza regole e senza un ruolo dello Stato.
Emblematico è il coronavirus: muoversi in ordine sparso, non coordinato e centralizzato non risolve il problema. Vale ancor di più per la finanza e la speculazione. Non è più procrastinabile una riforma del sistema. Serve una nuova e moderna Bretton Woods. Se Wall Street e la City continuano a resistere, allora l’Unione Europea, magari insieme ai Paesi Brics, dovrebbe farsene carico e non in tempi biblici.

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La finanza comportamentale ai tempi del coronavirus

Posted by fidest press agency su mercoledì, 4 marzo 2020

Ai tempi del panico da coronavirus è lecito che un investitore si faccia prendere dal panico quando vede una discesa importante dei mercati come quella registrata nell’ultima settimana, ma è proprio in questi momenti che la finanza comportamentale e la gestione dell’emotività, grazie anche all’aiuto di consulenti esperti, può veramente fare la differenza. Chi fa da solo è di solito più esposto a rischi: nella maggior parte dei casi risulta vulnerabile alle notizie e, nel panico, si dimentica più facilmente dei propri obiettivi. Vediamo di seguito qualche dato.Gli individui hanno dei bias che sono stati ampiamente studiati e catalogati dalle scienze comportamentali e uno dei più comuni è l’avversione alla perdita (Loss Aversion) che interessa il 76% degli investitori secondo lo studio di M. Abdellaoui, H. Bleichrodt e O. L’Haridon A Tractable Method to Measure Utility and Loss Aversion under Prospect Theory (2008). Siamo nel solco della teoria del prospetto dei premi Nobel Daniel Kahneman e Amos Tversky, che furono tra i primi a dimostrare che la motivazione a evitare una perdita è due volte più potente della motivazione a realizzare un guadagno. Altro bias da non sottovalutare è l’eccesso di sicurezza (Overconfidence) che, secondo l’ultimo Rapporto Consob sulla ricchezza delle famiglie, interessa almeno il 30% degli italiani.La finanza comportamentale ci dice che possiamo imparare a essere razionali, ma non lo siamo naturalmente. Avere un interlocutore competente con cui confrontarsi su basi razionali aiuta l’investitore ad affrontare in modo più efficiente situazioni di particolare stress sui mercati, e questo è dimostrato da un’analisi condotta da Moneyfarm su un cluster selezionato di clienti. Il grafico sotto mostra la performance effettiva realizzata dai portafogli dei clienti che negli ultimi due anni hanno contattato la Società con l’idea di disinvestire sull’onda di considerazioni di breve termine o della volatilità ma che, in seguito al confronto con il consulente, hanno desistito e hanno quindi continuato l’investimento senza perdere di vista i loro obiettivi: questa scelta si è tradotta in risultati positivi, anche dal punto di vista dei rendimenti. Il cliente che, nel periodo di valutazione, ha ottenuto la migliore performance ha guadagnato quasi il 12% e, mediamente, il rendimento è stato di oltre il 2,5% nel periodo (le performance sono calcolate dal momento della chiamata, a dicembre 2019).

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“Coronavirus finanza: come ci si protegge?”

Posted by fidest press agency su domenica, 1 marzo 2020

A cura del team Multi Asset di Milano di Pictet Asset Management guidato da Andrea Delitala, Head of Investment Advisory. I mercati finanziari, almeno quelli dei Paesi sviluppati, hanno reagito con estrema compostezza al flusso di notizie delle prime settimane di quest’anno: prima la tensione Iran-USA e a seguire l’epidemia del nuovo Coronavirus (COVID-19) scaturita in Cina. Il copione sembrava il proseguimento del paradigma del 2019 (e in realtà di tutta la decade): di fronte a problemi economico/finanziari o geopolitici, i mercati scontano rapidamente un intervento salvifico della politica monetaria.Il 2019 si è archiviato con una attenuazione dei rischi più temuti (Brexit e Trade War) e i primi dati macroeconomici del 2020 stavano migliorando, come l’indice ISM americano, tornato sopra il livello di 50 a gennaio. Nonostante il miglioramento del contesto macro sia storicamente associato ad una risalita dei rendimenti obbligazionari, a gennaio per effetto del Coronavirus abbiamo assistito a una cospicua discesa dei tassi di interesse globali: in particolare, il rendimento decennale USA è sceso di oltre 30pb, con la parte breve della curva che ha iniziato a scontare un proseguimento del taglio dei tassi. In questo contesto, abbiamo assistito a un “reverse decoupling”: i mercati finanziari dei Paesi emergenti hanno accusato il colpo del rallentamento cinese, mentre le borse dei Paesi sviluppati, confortate da dati macro e clima geopolitico in miglioramento, scudate dalla incrollabile certezza dell’intervento monetario, hanno proseguito la marcia del 2019 (l’MSCI World in valuta locale ha toccato un massimo di +4% a metà febbraio).Il paradigma si è interrotto bruscamente il 24 febbraio con l’evidenza della trasmissione di COVID-19 a Giappone, Corea e Italia. In particolare, le decisioni prese dal governo italiano, spinto dalla volontà di circoscrivere i contagi in un’aerea limitata, hanno lasciato intravedere la possibilità che il protocollo europeo di fronte alla diffusione del virus nel vecchio continente possa replicare il modello Cina/Wuhan, con le conseguenti ricadute economiche.
Gli economisti non hanno ancora aggiornato le stime sulla base delle ultime informazioni e il quadro di lavoro precedente a questo cambio di passo della diffusione di COVID-19 prevedeva un rallentamento della crescita cinese per il 2020 di 0,4% e di quella globale di circa 0,15%-0,20%. Ora il timore è che il protocollo Wuhan applicato all’Europa (più difficile negli USA) comporti ulteriori revisioni al ribasso della crescita, con un rallentamento globale di 0,5% circa, accompagnato da un’ulteriore discesa dell’inflazione. È quindi verosimile che nei prossimi trimestri, oltre al rallentamento globale, si possano verificare recessioni tecniche locali (Giappone, Italia).In questo scenario, sono possibili revisioni al ribasso dei profitti del 5-10%, che aprirebbero alla possibilità di un altro anno a crescita zero degli utili aziendali (dopo il dato marginalmente negativo del 2019). Le contromisure di politica economica vedranno in campo la politica monetaria (in buona parte già scontata) e la politica fiscale, che in Europa avrà la forma di maggiore tolleranza dei vincoli di bilancio, mentre negli USA sarà condizionata dal dibattito elettorale.In sintesi, i mercati hanno velocemente rielaborato lo scenario più probabile degradandolo da un andamento a V (calo ma rapido recupero) della crescita a un percorso a forma di U dove intensità e durata del rallentamento sono al momento incerti perché si tratta di scommettere su estensione e successo delle misure di contenimento del Coronavirus. Come detto sopra, una revisione al ribasso degli utili del 10% è coerente con una ripresa lenta, mentre uno scenario recessivo comporterebbe revisioni anche superiori al 20%.In questo quadro un aumento del premio per il rischio è la norma: tra calo dei multipli di circa un punto e mezzo (data la correzione dell’S&P dell’8%) e quello dei rendimenti decennali di circa altri 30pb, l’ERP (Equity Risk Premia) USA è aumentato di 70pb: vista l’incertezza, difficilmente una discesa dell’ERP potrà assorbire la discesa degli utili.

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Scuola: Stipendi docenti, servono nuove risorse nel Documento di Economia e Finanza primaverile

Posted by fidest press agency su domenica, 23 febbraio 2020

Le dichiarazioni pubbliche sulla volontà politica di produrre per i lavoratori della scuola incrementi di almeno cento euro, con tanto di accordo sottoscritto con il premier Giuseppe Conte, risalgono a oltre un anno di fa. Da allora, i tre ministri che si sono succeduti hanno preso l’impegno, parlando di avvicinamento degli stipendi dei docenti italiani a quelli dei colleghi europei: prima Marco Bussetti, poi Lorenzo Fioramonti e ora Lucia Azzolina hanno confermato l’intenzione.Per passare, però, dagli 80 euro lordi oggi finanziati per il rinnovo del contratto come per tutto il pubblico impiego e per salvaguardare l’elemento perequativo servono ulteriori risorse. Per Marcello Pacifico, leader del sindacato rappresentativo Anief, “il taglio del cuneo fiscale e l’estensione del cosiddetto bonus Renzi ad altre fasce di lavoratori contribuenti non basta certamente a valorizzare una professione che appare svenduta. Bisogna trovare nuove risorse da includere nel Def di primavera, prologo della prossima legge di bilancio: operazione che abbiamo ribadito come necessaria e urgente, durante l’incontro tenuto a Palazzo Vidoni con la ministra della PA Fabiana Dadone”L’idea degli aumenti a tre cifre per circa un milione di docenti della scuola pubblica è in circolo nella politica dai tempi del ministro leghista Marco Bussetti, ma anche “Il suo successore ha puntato in alto, chiedendo stanziamenti consistenti per il mondo della scuola. Richieste che gli sono costate le dimissioni, come promesso ad inizio legislatura”, scrive oggi Orizzonte Scuola. Per colmare almeno parte del gap, pari a mille euro medi in meno a fine carriera rispetto ai redditi dei docenti che operano in alcuni Paesi europei, è notizia di questi giorni, fornita dall’attuale Ministro, la disponibilità per gli insegnanti di fondi per aumenti medi di 100 euro lordi, pari al 3,7% in più rispetto ad oggi.A questi numeri, però, bisogna aggiungere gli aumenti derivanti dal taglio del cuneo fiscale, che dipendono dal reddito pro capite: “i lavoratori della scuola – continua la rivista specializzata -, che hanno una retribuzione media annuale di 28.440 euro, pari ad un reddito medio annuale di 25.937 euro, grazie al taglio del cuneo fiscale godranno di un incremento netto delle retribuzioni di 440,95 euro da luglio a dicembre, pari ad un incremento mensile di 73,49 euro, che corrisponde ad una variazione del netto del 2,12%. L’aumento medio, quindi, potrebbe anche arrivare a 130 euro netti”.
Le stime collimano con quelle dell’attuale titolare dell’Istruzione, Lucia Azzolina, la quale qualche giorno fa, intervistata dal quotidiano Il Messaggero, aveva detto che “a breve partiranno i tavoli politici per il rinnovo del contratto e per le abilitazioni. Servono risorse per gli stipendi e dal taglio del cuneo fiscale arriveranno in media 68 euro netti al mese a docente, sia precario sia di ruolo. Tra questo e il rinnovo avremo più di mezzo milione di docenti con oltre 100 euro netti in più al mese”.

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La finanza nell’era dei cambiamenti climatici

Posted by fidest press agency su mercoledì, 19 febbraio 2020

La Banca per i Regolamenti Internazionali (BRI) di Basilea ha pubblicato un rapporto intitolato “The Green Swan”, Il Cigno Verde. Le banche centrali e la stabilità finanziaria nell’era dei cambiamenti climatici. Lo studio analizza i legami tra gli effetti del cambiamento climatico e la finanza e afferma che le conseguenze del cosiddetto global warming potrebbero portare a una nuova forma di rischio finanziario sistemico. Oggi non si valuterebbero correttamente i valori degli asset, dei crediti e degli investimenti perché non si tengono in giusta considerazione i rischi insiti nei cambiamenti climatici. Vi sarebbero, per esempio, perdite non adeguatamente coperte dalle assicurazioni poiché i loro modelli attualmente ignorano la dimensione ecologica degli investimenti. Di conseguenza, se i governi dovessero applicare delle regole più stringenti sulle emissioni di CO2, i relativi valori degli asset “brown” rispetto a quelli “green” dovrebbero oggettivamente essere rivisti. Il clima può impattare sul rischio finanziario in tre modi: eventi meteorologici straordinari (inondazioni, terremoti, incendi, siccità, ecc), la transizione verso un’economia a bassa produzione di CO2, con effetti sui livelli di profitto e di sostenibilità economica, e i risarcimenti da pagare per eventi causati dal cambiamento climatico. In verità, già da molto tempo il settore delle assicurazioni analizza questi aspetti. Gli operatori vorrebbero integrarli nei modelli macroeconomici. Vi è poi la cosiddetta “finanza verde”, o presunta tale. Stanno crescendo gli strumenti finanziari green, come le obbligazioni, i green bond. Ne sono già in circolazione per circa 800 miliardi di dollari e potrebbero superare i 1.500 entro il 2024. Non sono molti. Rappresentano poco più dell’1,5% del totale delle obbligazioni. Sono titoli finalizzati alla raccolta di risparmi per investirli in progetti di varia natura ecologica. Sembra che si stia pensando di creare delle agenzie di rating mirate al rischio finanziario relativo al cambiamento climatico. Interessati sarebbero anzitutto le assicurazioni, gli analisti della qualità dei crediti, i fondi d’investimento, con un portafoglio differenziato di titoli, e i fondi pensione interessati in investimenti nel sociale e nel green. In merito, secondo la BRI, il ruolo delle banche centrali dovrebbe diventare molto importante, considerato che i governi saranno sempre più chiamati a formulare politiche pubbliche relative al clima e all’ambiente. Anche i sistemi fiscali dovranno presto adeguarsi a un’economia “de carbonizzata”.Molti ambienti della finanza e dei mass media hanno accolto molto positivamente il paper “Il Cigno Verde”. Il nome si rifà forse al film americano “Black Swan” del 2010, ispirato dal balletto “Il lago dei cigni” del compositore Pëtr Il’ič Čajkovskij, in cui emerge il lato oscuro autodistruttivo della doppia personalità del personaggio centrale, una danzatrice classica. In quest’ottica, alcuni già si preparerebbero a spiegare la possibile relazione di causa ed effetto tra il cambiamento climatico e un’eventuale futura crisi finanziaria. Non vorremmo che ciò possa fornire l’alibi per altri salvataggi con i soldi pubblici. Indubbiamente una maggiore attenzione all’ambiente naturale e umano è cosa necessaria e positiva. L’economia sostenibile, l’energia più pulita, la lotta all’inquinamento, soprattutto della plastica, sono sfide ineludibili per il futuro del nostro pianeta e dell’umanità. Né si può ignorare, del resto, lo stimolo che in merito viene dalla società. Ben venga, quindi, che tutti, anche la finanza, se ne vogliano far carico. Senza però essere ingenui e manipolabili.Non vorremmo che si sia intravisto nell’economia verde e nella finanza verde un nuovo strumento di speculazione e di profitto. Non possiamo dimenticare che sono state le grandi banche too big to fail e la finanza speculativa a provocare la crisi finanziaria ed economica globale più grave della storia. Queste non hanno certamente badato a evitare danni per i cittadini e per l’ambiente. Né sembra che nel frattempo abbiano dimostrato pentimento o un diverso orientamento. Certo fa effetto vedere che il recente Forum Economico di Davos sia stato quasi completamente dedicato all’ambientalismo. E che personaggi come Mark Calney, il governatore di quella Bank of England che è nel centro finanziario mondiale della City londinese, e l’amministratore delegato del maggior fondo americano, BlackRock, abbiano a Davos tessuto le lodi della green economy. Non li vediamo come tanti San Paolo, convertiti davanti alla Porta di Damasco.E’ opportuno ricordare che negli ultimi 20 anni abbiamo “vissuto”, tra gli altri, i crac della “bolla IT”, della bolla immobiliare con i mutui sub prime e di quella dei derivati otc. Non vorremmo che oggi la stessa finanza voglia costruire una “bolla verde”, questa volta direttamente con i soldi pubblici. Infatti, è noto che tutti i governi del mondo e le grandi istituzioni politiche internazionali vogliono mettere in campo migliaia di miliardi di dollari per investimenti verdi ed ecologici. Si pensi all’Unione europea. E, si sa, la finanza speculativa è famelica. E’ facile dichiararsi difensori dell’ambiente, è più difficile esserlo. (by Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e Paolo Raimondi economista)

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Il Mes e le riforme della finanza

Posted by fidest press agency su sabato, 28 dicembre 2019

Pur essendo intervenuti più volte negli anni passati su molti argomenti relativi alla finanza, alle banche a al debito anche a livello internazionale, nella scorse settimane, invece, abbiamo volutamente deciso di astenerci da ogni commento sulla questione del Mes, il Meccanismo europeo di stabilità detto anche fondo salva stati. La ragione è stata quella di non essere ingoiati nei giochi elettorali dei vari attori in campo. La questione, però, è di grande importanza e merita di essere affrontata senza clamori e artifizi mediatici.
Il MES è operativo dal 2012. In discussione è la sua riforma. Forse se ne è parlato troppo superficialmente. Il primo aspetto della riforma è la possibilità che il Mes possa affiancare il Fondo di risoluzione unico per le banche in caso di una qualche grave crisi bancaria.
Dal 2015, il Fondo è lo strumento operativo del Comitato di risoluzione unico (SRB, l’acronimo in inglese) dell’Unione bancaria europea. E’ costituito dai capitali provenienti dal sistema bancario europeo, non dagli Stati. Il suo compito è garantire la ristrutturazione ordinata delle banche in seria difficoltà e ridurne l’impatto negativo sull’economia reale e sulle finanze pubbliche. Oggi lo SRB vanta attivi superiori a 22 miliardi di euro. La Banca Popolare di Vicenza e la Veneto Banca non ne hanno potuto beneficiare perché si è ritenuto che “il loro fallimento non avrebbe rappresentato una minaccia alla stabilità finanziaria”. Nella riforma si prevede che il Fondo possa chiedere aiuto al Mes in caso di mancanza delle risorse necessarie per affrontare eventuali situazioni di grave emergenza, come avvenne negli Usa nel 2008 con la bancarotta della Lehman Brothers. La stabilità del sistema bancario è nell’interesse di tutti gli europei, non solo della Germania. Certo, alcune banche tedesche e francesi sono considerate too big to fail e quindi sistemiche. Non è questo il caso della Popolare di Bari che dovrebbe essere di esclusiva pertinenza del governo e del sistema bancario italiano.
Un altro aspetto della riforma riguarda l’assistenza finanziaria ai Paesi in difficoltà per l’eccessivo debito pubblico. Il Mes potrà dare il suo sostegno a condizione che il debito e la capacità di rimborso siano sostenibili. A questo proposito le valutazioni saranno compiute dalla Commissione europea di concerto con la Bce e il Mes e, ove possibile, insieme al Fmi. Il Mes può decidere una ristrutturazione parziale del debito. Non vi è, però, nessuna ristrutturazione automatica. Per una votazione d’urgenza si richiede la maggioranza di 85% dei voti e l’80% dei voti per procedure a maggioranza qualificata. La quota dell’Italia è del 17,9%. E’ quasi un potere di veto, quindi.
Si ricordi comunque che il Paese che si rivolge al Mes per accedere ai crediti precauzionali deve soddisfare tre condizioni: un disavanzo pubblico inferiore al 3% del pil, un debito pubblico inferiore al 60% del pil oppure dimostrare che nei due anni precedenti la richiesta, era già impegnato a ridurre la parte eccedente il menzionato 60% a un tasso medio di un ventesimo l’anno. Per l’Italia ciò vorrebbe dire una riduzione del debito eccedente pari a 3,5% annuo. Qualora questi requisiti non fossero rispettati, è prevista una certa discrezionalità per l’erogazione di una linea di credito a condizioni rafforzate, sempre che vi siano una situazione economica e finanziaria solida e un debito pubblico sostenibile. Una lettura attenta della riforma del Mes induce in ogni caso a delle riflessioni. Prima di tutto, gli interventi previsti sono di fatto delle “misure tampone” a fronte di una crisi conclamata. Per cui non tanto il Mes, ma l’Europa e i governi interessati dovrebbero preventivamente intervenire per correggere le cause delle distorsioni finanziarie. Per quanto riguarda il settore bancario, il maggiore fattore di rischio è sicuramente la crescita esagerata, esponenziale, dei prodotti finanziari derivati, in particolare degli over the counter (otc). Infatti, l’ultimo rapporto dell’Esma, l’autorità europea per la vigilanza sui mercati finanziari, evidenzia che a fine 2018 il mercato europeo dei derivati aveva un valore nozionale di 735mila miliardi di euro (con un aumento dell’11% in un anno!), di cui 90% otc. La preoccupazione riguarda soprattutto le banche europee too big to fail. A cominciare dalla Deutsche Bank che avrebbe in pancia derivati per un valore nozionale di ben 43.500 miliardi di euro. A questo proposito, non è più rinviabile la separazione tra le banche d’investimento e quelle commerciali. Le autorità europee dovrebbero vietare a quest’ultime le operazioni speculative, elevare i depositi di garanzia per le operazioni rischiose e, comunque, limitare le vendite allo scoperto. A nostro avviso il vero nodo delle economie europee più fragili è quello di ridurre il rapporto debito/pil e promuovere la crescita attraverso una politica d’investimenti e di sostegno, anche da parte dell’Europa, alle produzioni e ai commerci. Perciò sembra strano che si preveda che il Mes possa accedere ai mercati di capitale con l’emissione di titoli e obbligazioni per proteggere il sistema bancario e i Paesi con una difficile situazione debitoria. Non si comprende, però, perché le istituzioni europee, con gli stessi strumenti e nelle dimensioni necessarie, non garantiscono nuovi crediti e capitali per gli investimenti, le infrastrutture, la ricerca e l’innovazione. Da troppo tempo si parla di euro bond per la crescita ma manca l’effettiva volontà di realizzarli. Perché? (Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e Paolo Raimondi economista)

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La Finanza diventa social

Posted by fidest press agency su giovedì, 12 dicembre 2019

Nasce T.I.E. – The Intermonte Eye – il nuovo brand di Intermonte dedicato ai consulenti finanziari e ai private banker. Un’innovativa soluzione, digitale e taylor made, che mette a disposizione un servizio informativo professionale, indipendente e autorevole, attraverso l’offerta di contenuti e outlook esclusivi sui mercati finanziari e sui prodotti di investimento.L’entrata in vigore di MIFID II sta creando innumerevoli sfide per il mondo della consulenza finanziaria. Nata con l’obiettivo di migliorare la trasparenza dei mercati finanziari, la normativa porterà a mutamenti significativi nel rapporto fra consulente e risparmiatore. Gli stessi risparmiatori sentono, oggi come non mai, l’urgenza di potenziare le proprie competenze in ambito finanziario. Il ruolo del consulente, quale primario vettore di educazione finanziaria capace di mettere il cliente nelle condizioni di fare scelte consapevoli, diventa quindi sempre più centrale.La nascita di T.I.E. si inserisce proprio in questo contesto in cui sta crescendo, in modo esponenziale, il bisogno per consulenti e private bankers di accedere in modo rapido e immediato non tanto a semplici news, già abbondantemente disponibili su vari media, ma a informazioni esclusive e a valore aggiunto selezionate appositamente per loro. Il consulente può essere così ulteriormente supportato nella fase di strutturazione e di efficiente allocazione del portafoglio dei propri clienti in base al loro profilo rischio/rendimento.
T.I.E. ha l’obiettivo di creare una community di professionisti del risparmio altamente fidelizzata, a cui offrire un servizio loro riservato con contenuti e analisi facilmente fruibili anche in mobilità. Il tutto sarà accessibile grazie ad un’App e un sito internet (https://tie.intermonte.it/). T.I.E è presente anche su Linkedin (https://www.linkedin.com/showcase/t.i.e.-the-intermonte-eye/about/) con una intensa attività editoriale. Chi entrerà a far parte della community avrà accesso a notizie puntuali e a contenuti originali in materia di analisi dei mercati e di soluzioni di investimento. T.I.E vuole essere uno spazio digitale dedicato al confronto e scambio di idee sia fra i consulenti stessi della community sia con i professionisti di Intermonte.

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La finanza sui media

Posted by fidest press agency su domenica, 11 agosto 2019

Jean Pierrre Mustier, amministratore delegato di Unicredit, nell’ultimo mese è stato citato oltre 728 volte sui mezzi di informazione italiani, più del doppio rispetto all’ad di Cassa Depositi e Prestiti Fabrizio Palermo (262) e il triplo rispetto al ceo di Intesa San Paolo Carlo Messina (207). A mettere in evidenza questi dati è il monitoraggio svolto da Mediamonitor.it su oltre 1.500 fonti d’informazione fra carta stampata (quotidiani nazionali, locali e periodici), siti di quotidiani, principali radio, tv e blog, utilizzando tecnologia e soluzioni sviluppate da Cedat 85, azienda attiva da oltre 30 anni nella fornitura di soluzioni per la gestione dei contenuti provenienti dal parlato.Mediamonitor.it ha stilato la classifica degli amministratori delegati dei primi 15 gruppi bancari italiani (per raccolta diretta) più menzionati sui mezzi di informazione negli ultimi 30 giorni. A spingere sui media l’amministratore delegato di Unicredit, prima della presentazione della semestrale, è anche la notizia della cessione della quota di partecipazione in Fineco. Di Fabrizio Palermo si è parlato, tra l’altro, in relazione alla presentazione del piano industriale di Cassa Depositi e Prestiti, che ha destinato circa 200 miliardi di euro allo sviluppo sostenibile dell’Italia. Carlo Messina, invece, è stato protagonista delle cronache finanziarie per il buon andamento dei conti della banca da lui guidata.Marco Morelli (Banca MPS) ha totalizzato 167 menzioni sui media nazionali, posizionandosi al quarto posto della graduatoria di Mediamonitor.it. L’amministratore delegato della banca senese, in relazione alla cessione di una quota di crediti deteriorati (NPL) a Cerberus, ha dichiarato che entro fine anno la banca cederà ulteriori 2 miliardi di euro. I mezzi di informazione italiani hanno puntato la loro attenzione anche su Victor Messiah (5° in classifica), consigliere delegato di Ubi Banca, che è stato nominato 142 volte non solo in occasione della presentazione dei dati semestrali dell’istituto da lui guidato ma anche per essersi espresso positivamente sul salvataggio di Carige. Nella top ten stilata da Mediamonitor.it c’è anche Giuseppe Castagna (74 citazioni) di Banco BPM, che di recente ha rinnovato la partnership con il Milan, in qualità di major partner e official bank sponsor della squadra milanese. A seguire Alberto Nagel (69) di Mediobanca, che parlando della situazione del Paese ha sottolineato come gli investitori sono, e nel futuro lo saranno sempre di più, attenti a che l’Italia rispetti i principali parametri macroeconomici.Più defilato in classifica Alessandro Vandelli (Bper Banca), che secondo le rilevazioni di Mediamonitor.it ha raccolto 67 citazioni anche in relazione all’acquisizione di Unipol Banca. Chiudono la top ten dei ceo bancari più presenti sui media Paolo Molesini di Banca Fideuram (56) e Andrea Munari di BNL (35).

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La finanza salverà il mondo? Le ragioni dell’ottimismo

Posted by fidest press agency su venerdì, 9 agosto 2019

Dalla grande crisi finanziaria del 2008, uno dei miei principali interessi culturali è cercare di capire come cambiare le regole sociali affinché gli enormi avanzamenti tecnologici e di conoscenza che l’umanità ha sviluppato negli ultimi decenni, invece di condurci dritti verso l’estinzione (come pensano – con ottimi argomenti – i pessimisti), possano finalmente creare un mondo migliore dove i bisogni fondamentali siano soddisfatti per tutti gli esseri umani come diritto imprescindibile. Ho partecipato (e partecipo) a diverse associazioni formali e informali di persone che si propongono gli stessi obiettivi, occupandomi in particolare degli aspetti economici/monetari. Mi ricordo molto bene che nel triennio 2009/2012 l’opinione più diffusa fra le poche persone che si occupavano di questi temi era che la crisi sarebbe peggiorata sempre di più fino a portare a conseguenze così catastrofiche da rendere i radicali cambiamenti necessari non più procrastinabili. Io ero uno dei pochi che non aveva questa convinzione”). Voglio fare alcuni esempi di fenomeni culturali che vanno nella direzione di cambiamenti radicali delle regole sociali, per adattarli agli straordinari cambiamenti tecnologici che la società ha già compiuto ed a quelli – molto più strabilianti – che ci attendono nell’immediato futuro.
Andrew Yang. Alla corsa per le primarie del partito democratico USA partecipa un personaggio che sta riscuotendo un notevole successo nei media (particolarmente su internet, ma recentemente anche nei mass media) con una piattaforma di proposte estremamente radicali. La proposta più scioccante è ciò che chiama il “dividendo della libertà”, una versione radicale del concetto di “Universal Basic Income” (UBI): dare 1.000 dollari al mese ad ogni cittadino che abbia più di 18 anni, per sempre e senza condizioni. Le proposte di Andrew Yang sono molto innovative e radicali non solo sulla sua proposta portabandiera. Si comprende benissimo che è figlio di un pensiero radicalmente nuovo che si è consolidato in questo decennio
Ray Dalio. E’ un personaggio che per tutta la vita ha impersonato la figura del “cattivo” per antonomasia nel mondo della finanza: il gestore del più importante Hedge Fund del mondo.
L’approccio culturale di Ray Dalio è basato sul concetto che ogni fatto che si presenta è solo una riproposizione in forma diversa di qualcosa che si è già presentato in passato.
Ray Dalio in questi decenni è stato a stretto contatto – ed in parte ha influenzato – tutte le più importanti figure che hanno avuto in mano importanti leve decisionali come Mario Draghi, per citare forse la persona più conosciuta ai lettori. Ray Dalio è conosciuto e stimato da persone del calibro di Lerry Summers.
Tutte queste persone hanno mostrato pubblico apprezzamento per il pensiero originale di Ray Dalio su come dovremmo gestire la prossima grande crisi del debito che inevitabilmente si presenterà.
Bertrand Badrè è l’ultimo personaggio che voglio citare è meno conosciuto, al grande pubblico, ma ha fatto pienamente parte dell’establishment finanziario. Il ruolo più prestigioso che ha ricoperto è quello di CFO e Managing Director della Banca Mondiale, mi riferisco a Bertrand Badré. In Italiano è stato da poco pubblicato il libro dal titolo provocatorio: “E se la finanza salvasse il mondo?”. Si potrebbe pensare, erroneamente, che il libro intenda essere una difesa d’ufficio del sistema finanziario da parte di una delle persone che ne è stato beneficiato. Si tratta dell’opposto. Badré non nasconde affatto le distorsioni del sistema finanziario attuale e propone riforme assolutamente radicali partendo dai principi fondanti. La finanza, il denaro in generale, è un pessimo padrone, ma è un eccellente servo. Quello che dobbiamo fare è ripensare completamente le regole che stanno alla base del modo di produrre denaro e del sistema finanziario affinché sia al servizio dello sviluppo e non della crescita. Crescita e sviluppo sono due concetti molti diversi. La crescita è la metodologia delle cellule tumorali, lo sviluppo è l’approccio delle cellule staminali ed embrionali. La differenza è il progetto sottostante.
Questi sono solo alcuni dei molti concetti proposti nel libro di Badré che consiglio di leggere.
Fra i personaggi che propongono un cambiamento radicale nel mondo della finanza non si può non citare Paolo Sironi con la sua Teoria nella Trasparenza dei Mercati Finanziaria. Anche Paolo Sironi (http://www.thepsironi.com/), come tutti gli altri personaggi che di cui ho parlato in questo articolo, non è affatto una pensatore “alternativo”. Ha un ruolo importante in IBM nel settore dell’intelligenza artificiale applicata al settore della Finanza.
Ne consegue che i grandi cambiamenti strutturali avvengono sempre in funzione di nuove idee che emergono e piano piano entrano nella consapevolezza delle persone. Molti pensano che siano principalmente gli interessi a determinare il cambiamento delle cose, ma questo è vero solo superficialmente.Con la sua meravigliosa prosa, il grandissimo economista che J. M. Keynes lo dice molto chiaramente nel suo principale capolavoro «The General Theory of Employment, Interest end Money», London 1936 (trad. it. A. Campolongo, Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, UTET, Torino, 1971, pagg. 526-527): “È speranza visionaria l’avverarsi di queste idee? Sono gli interessi che esse colpiscono più forti e più ovvi di quelli che esse promuovono? Non tento di rispondere in questo luogo […]. Ma se le idee sono corrette […] predico che sarebbe un errore contestare la loro potenza nel corso di un certo periodo di tempo […]. Le idee degli economisti e dei filosofi politici, così quelle giuste come quelle sbagliate, sono più potenti di quanto comunemente si ritenga. In realtà il mondo è governato da poche cose all’infuori di quelle. Gli uomini della pratica, i quali si credono affatto liberi da ogni influenza intellettuale, sono spesso schiavi di qualche economista defunto […]. Sono sicuro che il potere degli interessi costituiti si esagera di molto, in confronto con l’affermazione progressiva delle idee […]. Presto o tardi sono le idee, non gli interessi costituiti, che sono pericolose sia in bene che in male”.
Oggi abbiamo un grande numero di ottime idee che aspettano solo di essere sufficientemente diffuse per scaturire tutto il loro benefico potenziale. (Alessandro Pedone, responsabile Aduc Tutela del Risparmio Il succitato articolo è riportato in sintesi)

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Lo scenario dell’economia e della finanza

Posted by fidest press agency su mercoledì, 3 aprile 2019

Villa d’Este di Cernobbio. Inizia venerdì 5 aprile p.v. (alle ore 8.30 precise) e per concludersi sabato 6 aprile p.v. (alle ore 13.30 circa), la trentesima edizione dell’annuale Workshop LO SCENARIO DELLL’ECONOMIA E DELLA FINANZA. Questi i principali argomenti che saranno trattati nel corso del Workshop:
Venerdì 5 aprile – L’economia globale: sfide e prospettive – Rischi e opportunità nei Paesi emergenti – La mappa dei rischi per gli investimenti – Le banche del futuro: dal FinTech al TechFin
Sabato 6 aprile – Agenda per l’Europa
▪ Le sfide per l’ulteriore crescita dell’Eurozona
▪ La competitività dell’Europa e dei mercati finanziari europei – Agenda per l’Italia nello scenario europeo
Coerentemente con il riconoscimento – per il sesto anno consecutivo – di The European House – Ambrosetti come primo Think Tank privato italiano, tra i primi 10 in Europa, tra i primi 20 al mondo e nei primi 100 più apprezzati Think Tank indipendenti su 8.100 a livello globale nell’edizione 2018 del Global Go To Think Tanks Report dell’Università della Pennsylvania, attraverso una survey indirizzata a 70.000 leaders di imprese, istituzioni e media, in oltre 100 Paesi nel mondo, verranno distribuite molte analisi e ricerche da noi realizzate:
▪ “Un’analisi comparativa sui principali indicatori macroeconomici delle maggiori economie” rielaborata da The European House – Ambrosetti sulle previsioni dei più rilevanti Istituti di Credito, Banche d’Affari e Istituzioni Internazionali;
▪ “Le banche del futuro” – realizzata dalla community di CEO Ambrosetti Club in collaborazione con Openjobmetis;
▪ “Cashless Revolution: a che punto siamo e cosa resta da fare per l’Italia” – Rapporto 2019 della Quarta Edizione della Community Cashless Society, una piattaforma di confronto di alto livello per la diffusione dei pagamenti elettronici in Italia;
▪ “Il rapporto Debito pubblico/PIL italiano è a -18% dal livello massimo raggiunto nel primo dopoguerra. Ne siamo consapevoli?” – realizzata da The European House – Ambrosetti;
▪ “Brexit: scoccata l’ora “X” domina l’incertezza” – realizzata da The European House – Ambrosetti;
▪ Ambrosetti Club Economic Indicator – Prima rilevazione 2019 sulle prospettive economiche dell’Italia, sull’occupazione e sugli investimenti delle imprese. I lavori si svolgeranno, come da tradizione, a porte chiuse.

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