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Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 106

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Il coronavirus e l’urgenza di una riforma della finanza

Posted by fidest press agency su venerdì, 27 marzo 2020

di Mario Lettieri già sottosegretario alle Finanze e Paolo Raimondi economista. In un momento in cui la pandemia da coronavirus impone delle riorganizzazioni e dei limiti di comportamento al singolo cittadino e alle istituzioni politiche, sociali ed economiche dei vari Paesi, è grave e inaccettabile che la finanza si comporti in modo irresponsabile. Proprio come ha sempre fatto sia prima che dopo la grande crisi del 2008. E’ fuorviante dare la responsabilità per gli sconquassi finanziari in corso solo al coronavirus. La pandemia è l’equivalente di un disastroso evento geopolitico che può scatenare una nuova e pericolosa crisi in una situazione già precaria. Negli ultimi 10 anni l’intero sistema economico-finanziario ha peggiorato la sua situazione, in tutti i settori. In rapporto al Pil mondiale e regionale i debiti pubblici e quelli corporate, delle imprese private, sono, purtroppo, aumentati di molto. Varie bolle finanziarie, soprattutto negli Usa, ma anche altrove, Cina compresa, sono cresciute. Si tratta dei derivati otc e delle bolle dei mutui immobiliari, per l’acquisto di auto e in generale dei debiti per i consumi, persino quelli per i prestiti agli studenti. Anche la borsa di Wall Street, e in misura minore le altre, è cresciuta a dismisura, in modo ingiustificato e per niente proporzionale al reale andamento delle imprese quotate. Per esempio, nel giro di poche ore il prezzo del petrolio è sceso del 30% portando il costo del barile intorno ai 30 dollari. E’ stato chiaramente provocato da una mossa geopolitica dell’Arabia Saudita contro la Russia, l’Iran e la Cina. Ovviamente con l’appoggio americano. Sarebbe sciocco pensare che sia dovuto soltanto alle contrazioni produttive in Cina o agli annunci relativi alla domanda e l’offerta del mercato. L’operazione, invece, è stata condotta attraverso “preparate” operazioni finanziarie speculative, futures e altri derivati, mirate al ribasso. Una mossa che, nell’intenzione di chi l’ha pensata, avrebbe dovuto piegare in brevissimo tempo le resistenze russe. Così non è stato e non è, in quanto la Russia, ci sembra, da tempo si è preparata a simili evenienze. La conseguenza sembra colpisca, invece, il mondo delle obbligazioni americane. Infatti, titoli per oltre 140 miliardi di dollari emessi da imprese energetiche americane minori, potrebbero in breve tempo finire tra i junk bond ad alto rischio, cioè diventare “obbligazioni spazzatura”. Perderebbero lo status di “investment grade”, per cui i possessori istituzionali, come le assicurazioni e i fondi pensione, dovrebbero disfarsene. Se l’attuale andamento del mercato petrolifero dovesse prolungarsi, altre obbligazioni, già con il penalizzante rating della tripla B, per 320 miliardi di dollari, potrebbero cadere nel famoso bidone della spazzatura. Si consideri che nel settore dell’energia degli Usa vi sono altre obbligazioni a rischio ammontanti a circa 2.000 miliardi di dollari, che potrebbero fare la stessa fine. Se ciò avvenisse, si potrebbero “infettare” altri 3.000 miliardi di dollari di obbligazioni del settore corporate che già galleggiano malamente nella palude della tripla B.Abbiamo visto in questi giorni l’inevitabile e preannunciato “contagio” delle borse mondiali, tutte in caduta libera. E’ sconcertante vedere la mancanza di interventi da parte delle autorità preposte. Lasciare la finanza e la speculazione scorazzare incontrollate è un vero suicidio. Purtroppo la finanza, soprattutto quella speculativa delle grandi banche e dei grandi fondi, è capace di una narrazione e di un’imposizione che sembrano invincibili. In questi giorni abbiamo dovuto sentire sui media vari sedicenti banchieri e ottusi economisti spiegare che, “se ci sono operazioni finanziarie al ribasso ci sono altri che giocano al rialzo”. Secondo loro si tratta di un “gioco”, che non deve avere regole, che aiuterebbe il sistema economico a sviluppasi, che, alla fine, ci porterebbe a nuovi equilibri più virtuosi. Secondo noi, e lo ribadiamo senza iattanza, questi “giochi” hanno un effetto distruttivo maggiore della peggiore pandemia perché possono far saltare l’intero sistema economico. Nel frattempo le banche centrali sarebbero chiamate a far fronte ai vari salvataggi per centinaia di miliardi di dollari o di euro. I grandi operatori della finanza, in verità, sanno che non basterà. Adesso chiedono il cosiddetto “helicopter money”, l’inondazione di liquidità per tutti, come se si dovessero gettare banconote da un elicottero. Si tratta di un’idea proposta inizialmente dal monetarista Milton Friedman e poi rilanciata nel 2002 dal governatore della Fed Ben Bernanke per prevenire i rischi di una deflazione. L’uso dell’“elicottero” proverebbe che le banche centrali, dopo il 2008, invece di riformare il sistema finanziario, hanno usato tutti i mezzi monetari convenzionali e non convenzionali a loro disposizione. Adesso sarebbero disarmati di fronte ad una crisi di gravità e dimensioni maggiori.In Italia ben venga la decisione della Consob di proibire le operazioni allo scoperto in borsa. Dovrebbe essere una norma di divieto duraturo da adottare a livello globale. Di fronte ai crolli e alle incontrollabili evoluzioni finanziarie, le autorità centrali devono intervenire. Se lo Stato è chiamato a rispondere in tutti i settori, come quelli sanitari, occupazionali,economici e ambientali, non può essere consentito che i mercati finanziari restino fuori da ogni controllo e influiscano negativamente sugli andamenti dell’economia e degli assetti sociali. In un mondo dove tutte le ideologie sembrano siano state superate, di fatto, resta ancora dominante il neoliberismo, che sparge il virus della “magia del mercato perfetto” della domanda e dell’offerta, senza regole e senza un ruolo dello Stato.
Emblematico è il coronavirus: muoversi in ordine sparso, non coordinato e centralizzato non risolve il problema. Vale ancor di più per la finanza e la speculazione. Non è più procrastinabile una riforma del sistema. Serve una nuova e moderna Bretton Woods. Se Wall Street e la City continuano a resistere, allora l’Unione Europea, magari insieme ai Paesi Brics, dovrebbe farsene carico e non in tempi biblici.

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La finanza comportamentale ai tempi del coronavirus

Posted by fidest press agency su mercoledì, 4 marzo 2020

Ai tempi del panico da coronavirus è lecito che un investitore si faccia prendere dal panico quando vede una discesa importante dei mercati come quella registrata nell’ultima settimana, ma è proprio in questi momenti che la finanza comportamentale e la gestione dell’emotività, grazie anche all’aiuto di consulenti esperti, può veramente fare la differenza. Chi fa da solo è di solito più esposto a rischi: nella maggior parte dei casi risulta vulnerabile alle notizie e, nel panico, si dimentica più facilmente dei propri obiettivi. Vediamo di seguito qualche dato.Gli individui hanno dei bias che sono stati ampiamente studiati e catalogati dalle scienze comportamentali e uno dei più comuni è l’avversione alla perdita (Loss Aversion) che interessa il 76% degli investitori secondo lo studio di M. Abdellaoui, H. Bleichrodt e O. L’Haridon A Tractable Method to Measure Utility and Loss Aversion under Prospect Theory (2008). Siamo nel solco della teoria del prospetto dei premi Nobel Daniel Kahneman e Amos Tversky, che furono tra i primi a dimostrare che la motivazione a evitare una perdita è due volte più potente della motivazione a realizzare un guadagno. Altro bias da non sottovalutare è l’eccesso di sicurezza (Overconfidence) che, secondo l’ultimo Rapporto Consob sulla ricchezza delle famiglie, interessa almeno il 30% degli italiani.La finanza comportamentale ci dice che possiamo imparare a essere razionali, ma non lo siamo naturalmente. Avere un interlocutore competente con cui confrontarsi su basi razionali aiuta l’investitore ad affrontare in modo più efficiente situazioni di particolare stress sui mercati, e questo è dimostrato da un’analisi condotta da Moneyfarm su un cluster selezionato di clienti. Il grafico sotto mostra la performance effettiva realizzata dai portafogli dei clienti che negli ultimi due anni hanno contattato la Società con l’idea di disinvestire sull’onda di considerazioni di breve termine o della volatilità ma che, in seguito al confronto con il consulente, hanno desistito e hanno quindi continuato l’investimento senza perdere di vista i loro obiettivi: questa scelta si è tradotta in risultati positivi, anche dal punto di vista dei rendimenti. Il cliente che, nel periodo di valutazione, ha ottenuto la migliore performance ha guadagnato quasi il 12% e, mediamente, il rendimento è stato di oltre il 2,5% nel periodo (le performance sono calcolate dal momento della chiamata, a dicembre 2019).

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“Coronavirus finanza: come ci si protegge?”

Posted by fidest press agency su domenica, 1 marzo 2020

A cura del team Multi Asset di Milano di Pictet Asset Management guidato da Andrea Delitala, Head of Investment Advisory. I mercati finanziari, almeno quelli dei Paesi sviluppati, hanno reagito con estrema compostezza al flusso di notizie delle prime settimane di quest’anno: prima la tensione Iran-USA e a seguire l’epidemia del nuovo Coronavirus (COVID-19) scaturita in Cina. Il copione sembrava il proseguimento del paradigma del 2019 (e in realtà di tutta la decade): di fronte a problemi economico/finanziari o geopolitici, i mercati scontano rapidamente un intervento salvifico della politica monetaria.Il 2019 si è archiviato con una attenuazione dei rischi più temuti (Brexit e Trade War) e i primi dati macroeconomici del 2020 stavano migliorando, come l’indice ISM americano, tornato sopra il livello di 50 a gennaio. Nonostante il miglioramento del contesto macro sia storicamente associato ad una risalita dei rendimenti obbligazionari, a gennaio per effetto del Coronavirus abbiamo assistito a una cospicua discesa dei tassi di interesse globali: in particolare, il rendimento decennale USA è sceso di oltre 30pb, con la parte breve della curva che ha iniziato a scontare un proseguimento del taglio dei tassi. In questo contesto, abbiamo assistito a un “reverse decoupling”: i mercati finanziari dei Paesi emergenti hanno accusato il colpo del rallentamento cinese, mentre le borse dei Paesi sviluppati, confortate da dati macro e clima geopolitico in miglioramento, scudate dalla incrollabile certezza dell’intervento monetario, hanno proseguito la marcia del 2019 (l’MSCI World in valuta locale ha toccato un massimo di +4% a metà febbraio).Il paradigma si è interrotto bruscamente il 24 febbraio con l’evidenza della trasmissione di COVID-19 a Giappone, Corea e Italia. In particolare, le decisioni prese dal governo italiano, spinto dalla volontà di circoscrivere i contagi in un’aerea limitata, hanno lasciato intravedere la possibilità che il protocollo europeo di fronte alla diffusione del virus nel vecchio continente possa replicare il modello Cina/Wuhan, con le conseguenti ricadute economiche.
Gli economisti non hanno ancora aggiornato le stime sulla base delle ultime informazioni e il quadro di lavoro precedente a questo cambio di passo della diffusione di COVID-19 prevedeva un rallentamento della crescita cinese per il 2020 di 0,4% e di quella globale di circa 0,15%-0,20%. Ora il timore è che il protocollo Wuhan applicato all’Europa (più difficile negli USA) comporti ulteriori revisioni al ribasso della crescita, con un rallentamento globale di 0,5% circa, accompagnato da un’ulteriore discesa dell’inflazione. È quindi verosimile che nei prossimi trimestri, oltre al rallentamento globale, si possano verificare recessioni tecniche locali (Giappone, Italia).In questo scenario, sono possibili revisioni al ribasso dei profitti del 5-10%, che aprirebbero alla possibilità di un altro anno a crescita zero degli utili aziendali (dopo il dato marginalmente negativo del 2019). Le contromisure di politica economica vedranno in campo la politica monetaria (in buona parte già scontata) e la politica fiscale, che in Europa avrà la forma di maggiore tolleranza dei vincoli di bilancio, mentre negli USA sarà condizionata dal dibattito elettorale.In sintesi, i mercati hanno velocemente rielaborato lo scenario più probabile degradandolo da un andamento a V (calo ma rapido recupero) della crescita a un percorso a forma di U dove intensità e durata del rallentamento sono al momento incerti perché si tratta di scommettere su estensione e successo delle misure di contenimento del Coronavirus. Come detto sopra, una revisione al ribasso degli utili del 10% è coerente con una ripresa lenta, mentre uno scenario recessivo comporterebbe revisioni anche superiori al 20%.In questo quadro un aumento del premio per il rischio è la norma: tra calo dei multipli di circa un punto e mezzo (data la correzione dell’S&P dell’8%) e quello dei rendimenti decennali di circa altri 30pb, l’ERP (Equity Risk Premia) USA è aumentato di 70pb: vista l’incertezza, difficilmente una discesa dell’ERP potrà assorbire la discesa degli utili.

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Scuola: Stipendi docenti, servono nuove risorse nel Documento di Economia e Finanza primaverile

Posted by fidest press agency su domenica, 23 febbraio 2020

Le dichiarazioni pubbliche sulla volontà politica di produrre per i lavoratori della scuola incrementi di almeno cento euro, con tanto di accordo sottoscritto con il premier Giuseppe Conte, risalgono a oltre un anno di fa. Da allora, i tre ministri che si sono succeduti hanno preso l’impegno, parlando di avvicinamento degli stipendi dei docenti italiani a quelli dei colleghi europei: prima Marco Bussetti, poi Lorenzo Fioramonti e ora Lucia Azzolina hanno confermato l’intenzione.Per passare, però, dagli 80 euro lordi oggi finanziati per il rinnovo del contratto come per tutto il pubblico impiego e per salvaguardare l’elemento perequativo servono ulteriori risorse. Per Marcello Pacifico, leader del sindacato rappresentativo Anief, “il taglio del cuneo fiscale e l’estensione del cosiddetto bonus Renzi ad altre fasce di lavoratori contribuenti non basta certamente a valorizzare una professione che appare svenduta. Bisogna trovare nuove risorse da includere nel Def di primavera, prologo della prossima legge di bilancio: operazione che abbiamo ribadito come necessaria e urgente, durante l’incontro tenuto a Palazzo Vidoni con la ministra della PA Fabiana Dadone”L’idea degli aumenti a tre cifre per circa un milione di docenti della scuola pubblica è in circolo nella politica dai tempi del ministro leghista Marco Bussetti, ma anche “Il suo successore ha puntato in alto, chiedendo stanziamenti consistenti per il mondo della scuola. Richieste che gli sono costate le dimissioni, come promesso ad inizio legislatura”, scrive oggi Orizzonte Scuola. Per colmare almeno parte del gap, pari a mille euro medi in meno a fine carriera rispetto ai redditi dei docenti che operano in alcuni Paesi europei, è notizia di questi giorni, fornita dall’attuale Ministro, la disponibilità per gli insegnanti di fondi per aumenti medi di 100 euro lordi, pari al 3,7% in più rispetto ad oggi.A questi numeri, però, bisogna aggiungere gli aumenti derivanti dal taglio del cuneo fiscale, che dipendono dal reddito pro capite: “i lavoratori della scuola – continua la rivista specializzata -, che hanno una retribuzione media annuale di 28.440 euro, pari ad un reddito medio annuale di 25.937 euro, grazie al taglio del cuneo fiscale godranno di un incremento netto delle retribuzioni di 440,95 euro da luglio a dicembre, pari ad un incremento mensile di 73,49 euro, che corrisponde ad una variazione del netto del 2,12%. L’aumento medio, quindi, potrebbe anche arrivare a 130 euro netti”.
Le stime collimano con quelle dell’attuale titolare dell’Istruzione, Lucia Azzolina, la quale qualche giorno fa, intervistata dal quotidiano Il Messaggero, aveva detto che “a breve partiranno i tavoli politici per il rinnovo del contratto e per le abilitazioni. Servono risorse per gli stipendi e dal taglio del cuneo fiscale arriveranno in media 68 euro netti al mese a docente, sia precario sia di ruolo. Tra questo e il rinnovo avremo più di mezzo milione di docenti con oltre 100 euro netti in più al mese”.

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La finanza nell’era dei cambiamenti climatici

Posted by fidest press agency su mercoledì, 19 febbraio 2020

La Banca per i Regolamenti Internazionali (BRI) di Basilea ha pubblicato un rapporto intitolato “The Green Swan”, Il Cigno Verde. Le banche centrali e la stabilità finanziaria nell’era dei cambiamenti climatici. Lo studio analizza i legami tra gli effetti del cambiamento climatico e la finanza e afferma che le conseguenze del cosiddetto global warming potrebbero portare a una nuova forma di rischio finanziario sistemico. Oggi non si valuterebbero correttamente i valori degli asset, dei crediti e degli investimenti perché non si tengono in giusta considerazione i rischi insiti nei cambiamenti climatici. Vi sarebbero, per esempio, perdite non adeguatamente coperte dalle assicurazioni poiché i loro modelli attualmente ignorano la dimensione ecologica degli investimenti. Di conseguenza, se i governi dovessero applicare delle regole più stringenti sulle emissioni di CO2, i relativi valori degli asset “brown” rispetto a quelli “green” dovrebbero oggettivamente essere rivisti. Il clima può impattare sul rischio finanziario in tre modi: eventi meteorologici straordinari (inondazioni, terremoti, incendi, siccità, ecc), la transizione verso un’economia a bassa produzione di CO2, con effetti sui livelli di profitto e di sostenibilità economica, e i risarcimenti da pagare per eventi causati dal cambiamento climatico. In verità, già da molto tempo il settore delle assicurazioni analizza questi aspetti. Gli operatori vorrebbero integrarli nei modelli macroeconomici. Vi è poi la cosiddetta “finanza verde”, o presunta tale. Stanno crescendo gli strumenti finanziari green, come le obbligazioni, i green bond. Ne sono già in circolazione per circa 800 miliardi di dollari e potrebbero superare i 1.500 entro il 2024. Non sono molti. Rappresentano poco più dell’1,5% del totale delle obbligazioni. Sono titoli finalizzati alla raccolta di risparmi per investirli in progetti di varia natura ecologica. Sembra che si stia pensando di creare delle agenzie di rating mirate al rischio finanziario relativo al cambiamento climatico. Interessati sarebbero anzitutto le assicurazioni, gli analisti della qualità dei crediti, i fondi d’investimento, con un portafoglio differenziato di titoli, e i fondi pensione interessati in investimenti nel sociale e nel green. In merito, secondo la BRI, il ruolo delle banche centrali dovrebbe diventare molto importante, considerato che i governi saranno sempre più chiamati a formulare politiche pubbliche relative al clima e all’ambiente. Anche i sistemi fiscali dovranno presto adeguarsi a un’economia “de carbonizzata”.Molti ambienti della finanza e dei mass media hanno accolto molto positivamente il paper “Il Cigno Verde”. Il nome si rifà forse al film americano “Black Swan” del 2010, ispirato dal balletto “Il lago dei cigni” del compositore Pëtr Il’ič Čajkovskij, in cui emerge il lato oscuro autodistruttivo della doppia personalità del personaggio centrale, una danzatrice classica. In quest’ottica, alcuni già si preparerebbero a spiegare la possibile relazione di causa ed effetto tra il cambiamento climatico e un’eventuale futura crisi finanziaria. Non vorremmo che ciò possa fornire l’alibi per altri salvataggi con i soldi pubblici. Indubbiamente una maggiore attenzione all’ambiente naturale e umano è cosa necessaria e positiva. L’economia sostenibile, l’energia più pulita, la lotta all’inquinamento, soprattutto della plastica, sono sfide ineludibili per il futuro del nostro pianeta e dell’umanità. Né si può ignorare, del resto, lo stimolo che in merito viene dalla società. Ben venga, quindi, che tutti, anche la finanza, se ne vogliano far carico. Senza però essere ingenui e manipolabili.Non vorremmo che si sia intravisto nell’economia verde e nella finanza verde un nuovo strumento di speculazione e di profitto. Non possiamo dimenticare che sono state le grandi banche too big to fail e la finanza speculativa a provocare la crisi finanziaria ed economica globale più grave della storia. Queste non hanno certamente badato a evitare danni per i cittadini e per l’ambiente. Né sembra che nel frattempo abbiano dimostrato pentimento o un diverso orientamento. Certo fa effetto vedere che il recente Forum Economico di Davos sia stato quasi completamente dedicato all’ambientalismo. E che personaggi come Mark Calney, il governatore di quella Bank of England che è nel centro finanziario mondiale della City londinese, e l’amministratore delegato del maggior fondo americano, BlackRock, abbiano a Davos tessuto le lodi della green economy. Non li vediamo come tanti San Paolo, convertiti davanti alla Porta di Damasco.E’ opportuno ricordare che negli ultimi 20 anni abbiamo “vissuto”, tra gli altri, i crac della “bolla IT”, della bolla immobiliare con i mutui sub prime e di quella dei derivati otc. Non vorremmo che oggi la stessa finanza voglia costruire una “bolla verde”, questa volta direttamente con i soldi pubblici. Infatti, è noto che tutti i governi del mondo e le grandi istituzioni politiche internazionali vogliono mettere in campo migliaia di miliardi di dollari per investimenti verdi ed ecologici. Si pensi all’Unione europea. E, si sa, la finanza speculativa è famelica. E’ facile dichiararsi difensori dell’ambiente, è più difficile esserlo. (by Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e Paolo Raimondi economista)

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Il Mes e le riforme della finanza

Posted by fidest press agency su sabato, 28 dicembre 2019

Pur essendo intervenuti più volte negli anni passati su molti argomenti relativi alla finanza, alle banche a al debito anche a livello internazionale, nella scorse settimane, invece, abbiamo volutamente deciso di astenerci da ogni commento sulla questione del Mes, il Meccanismo europeo di stabilità detto anche fondo salva stati. La ragione è stata quella di non essere ingoiati nei giochi elettorali dei vari attori in campo. La questione, però, è di grande importanza e merita di essere affrontata senza clamori e artifizi mediatici.
Il MES è operativo dal 2012. In discussione è la sua riforma. Forse se ne è parlato troppo superficialmente. Il primo aspetto della riforma è la possibilità che il Mes possa affiancare il Fondo di risoluzione unico per le banche in caso di una qualche grave crisi bancaria.
Dal 2015, il Fondo è lo strumento operativo del Comitato di risoluzione unico (SRB, l’acronimo in inglese) dell’Unione bancaria europea. E’ costituito dai capitali provenienti dal sistema bancario europeo, non dagli Stati. Il suo compito è garantire la ristrutturazione ordinata delle banche in seria difficoltà e ridurne l’impatto negativo sull’economia reale e sulle finanze pubbliche. Oggi lo SRB vanta attivi superiori a 22 miliardi di euro. La Banca Popolare di Vicenza e la Veneto Banca non ne hanno potuto beneficiare perché si è ritenuto che “il loro fallimento non avrebbe rappresentato una minaccia alla stabilità finanziaria”. Nella riforma si prevede che il Fondo possa chiedere aiuto al Mes in caso di mancanza delle risorse necessarie per affrontare eventuali situazioni di grave emergenza, come avvenne negli Usa nel 2008 con la bancarotta della Lehman Brothers. La stabilità del sistema bancario è nell’interesse di tutti gli europei, non solo della Germania. Certo, alcune banche tedesche e francesi sono considerate too big to fail e quindi sistemiche. Non è questo il caso della Popolare di Bari che dovrebbe essere di esclusiva pertinenza del governo e del sistema bancario italiano.
Un altro aspetto della riforma riguarda l’assistenza finanziaria ai Paesi in difficoltà per l’eccessivo debito pubblico. Il Mes potrà dare il suo sostegno a condizione che il debito e la capacità di rimborso siano sostenibili. A questo proposito le valutazioni saranno compiute dalla Commissione europea di concerto con la Bce e il Mes e, ove possibile, insieme al Fmi. Il Mes può decidere una ristrutturazione parziale del debito. Non vi è, però, nessuna ristrutturazione automatica. Per una votazione d’urgenza si richiede la maggioranza di 85% dei voti e l’80% dei voti per procedure a maggioranza qualificata. La quota dell’Italia è del 17,9%. E’ quasi un potere di veto, quindi.
Si ricordi comunque che il Paese che si rivolge al Mes per accedere ai crediti precauzionali deve soddisfare tre condizioni: un disavanzo pubblico inferiore al 3% del pil, un debito pubblico inferiore al 60% del pil oppure dimostrare che nei due anni precedenti la richiesta, era già impegnato a ridurre la parte eccedente il menzionato 60% a un tasso medio di un ventesimo l’anno. Per l’Italia ciò vorrebbe dire una riduzione del debito eccedente pari a 3,5% annuo. Qualora questi requisiti non fossero rispettati, è prevista una certa discrezionalità per l’erogazione di una linea di credito a condizioni rafforzate, sempre che vi siano una situazione economica e finanziaria solida e un debito pubblico sostenibile. Una lettura attenta della riforma del Mes induce in ogni caso a delle riflessioni. Prima di tutto, gli interventi previsti sono di fatto delle “misure tampone” a fronte di una crisi conclamata. Per cui non tanto il Mes, ma l’Europa e i governi interessati dovrebbero preventivamente intervenire per correggere le cause delle distorsioni finanziarie. Per quanto riguarda il settore bancario, il maggiore fattore di rischio è sicuramente la crescita esagerata, esponenziale, dei prodotti finanziari derivati, in particolare degli over the counter (otc). Infatti, l’ultimo rapporto dell’Esma, l’autorità europea per la vigilanza sui mercati finanziari, evidenzia che a fine 2018 il mercato europeo dei derivati aveva un valore nozionale di 735mila miliardi di euro (con un aumento dell’11% in un anno!), di cui 90% otc. La preoccupazione riguarda soprattutto le banche europee too big to fail. A cominciare dalla Deutsche Bank che avrebbe in pancia derivati per un valore nozionale di ben 43.500 miliardi di euro. A questo proposito, non è più rinviabile la separazione tra le banche d’investimento e quelle commerciali. Le autorità europee dovrebbero vietare a quest’ultime le operazioni speculative, elevare i depositi di garanzia per le operazioni rischiose e, comunque, limitare le vendite allo scoperto. A nostro avviso il vero nodo delle economie europee più fragili è quello di ridurre il rapporto debito/pil e promuovere la crescita attraverso una politica d’investimenti e di sostegno, anche da parte dell’Europa, alle produzioni e ai commerci. Perciò sembra strano che si preveda che il Mes possa accedere ai mercati di capitale con l’emissione di titoli e obbligazioni per proteggere il sistema bancario e i Paesi con una difficile situazione debitoria. Non si comprende, però, perché le istituzioni europee, con gli stessi strumenti e nelle dimensioni necessarie, non garantiscono nuovi crediti e capitali per gli investimenti, le infrastrutture, la ricerca e l’innovazione. Da troppo tempo si parla di euro bond per la crescita ma manca l’effettiva volontà di realizzarli. Perché? (Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e Paolo Raimondi economista)

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La Finanza diventa social

Posted by fidest press agency su giovedì, 12 dicembre 2019

Nasce T.I.E. – The Intermonte Eye – il nuovo brand di Intermonte dedicato ai consulenti finanziari e ai private banker. Un’innovativa soluzione, digitale e taylor made, che mette a disposizione un servizio informativo professionale, indipendente e autorevole, attraverso l’offerta di contenuti e outlook esclusivi sui mercati finanziari e sui prodotti di investimento.L’entrata in vigore di MIFID II sta creando innumerevoli sfide per il mondo della consulenza finanziaria. Nata con l’obiettivo di migliorare la trasparenza dei mercati finanziari, la normativa porterà a mutamenti significativi nel rapporto fra consulente e risparmiatore. Gli stessi risparmiatori sentono, oggi come non mai, l’urgenza di potenziare le proprie competenze in ambito finanziario. Il ruolo del consulente, quale primario vettore di educazione finanziaria capace di mettere il cliente nelle condizioni di fare scelte consapevoli, diventa quindi sempre più centrale.La nascita di T.I.E. si inserisce proprio in questo contesto in cui sta crescendo, in modo esponenziale, il bisogno per consulenti e private bankers di accedere in modo rapido e immediato non tanto a semplici news, già abbondantemente disponibili su vari media, ma a informazioni esclusive e a valore aggiunto selezionate appositamente per loro. Il consulente può essere così ulteriormente supportato nella fase di strutturazione e di efficiente allocazione del portafoglio dei propri clienti in base al loro profilo rischio/rendimento.
T.I.E. ha l’obiettivo di creare una community di professionisti del risparmio altamente fidelizzata, a cui offrire un servizio loro riservato con contenuti e analisi facilmente fruibili anche in mobilità. Il tutto sarà accessibile grazie ad un’App e un sito internet (https://tie.intermonte.it/). T.I.E è presente anche su Linkedin (https://www.linkedin.com/showcase/t.i.e.-the-intermonte-eye/about/) con una intensa attività editoriale. Chi entrerà a far parte della community avrà accesso a notizie puntuali e a contenuti originali in materia di analisi dei mercati e di soluzioni di investimento. T.I.E vuole essere uno spazio digitale dedicato al confronto e scambio di idee sia fra i consulenti stessi della community sia con i professionisti di Intermonte.

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La finanza sui media

Posted by fidest press agency su domenica, 11 agosto 2019

Jean Pierrre Mustier, amministratore delegato di Unicredit, nell’ultimo mese è stato citato oltre 728 volte sui mezzi di informazione italiani, più del doppio rispetto all’ad di Cassa Depositi e Prestiti Fabrizio Palermo (262) e il triplo rispetto al ceo di Intesa San Paolo Carlo Messina (207). A mettere in evidenza questi dati è il monitoraggio svolto da Mediamonitor.it su oltre 1.500 fonti d’informazione fra carta stampata (quotidiani nazionali, locali e periodici), siti di quotidiani, principali radio, tv e blog, utilizzando tecnologia e soluzioni sviluppate da Cedat 85, azienda attiva da oltre 30 anni nella fornitura di soluzioni per la gestione dei contenuti provenienti dal parlato.Mediamonitor.it ha stilato la classifica degli amministratori delegati dei primi 15 gruppi bancari italiani (per raccolta diretta) più menzionati sui mezzi di informazione negli ultimi 30 giorni. A spingere sui media l’amministratore delegato di Unicredit, prima della presentazione della semestrale, è anche la notizia della cessione della quota di partecipazione in Fineco. Di Fabrizio Palermo si è parlato, tra l’altro, in relazione alla presentazione del piano industriale di Cassa Depositi e Prestiti, che ha destinato circa 200 miliardi di euro allo sviluppo sostenibile dell’Italia. Carlo Messina, invece, è stato protagonista delle cronache finanziarie per il buon andamento dei conti della banca da lui guidata.Marco Morelli (Banca MPS) ha totalizzato 167 menzioni sui media nazionali, posizionandosi al quarto posto della graduatoria di Mediamonitor.it. L’amministratore delegato della banca senese, in relazione alla cessione di una quota di crediti deteriorati (NPL) a Cerberus, ha dichiarato che entro fine anno la banca cederà ulteriori 2 miliardi di euro. I mezzi di informazione italiani hanno puntato la loro attenzione anche su Victor Messiah (5° in classifica), consigliere delegato di Ubi Banca, che è stato nominato 142 volte non solo in occasione della presentazione dei dati semestrali dell’istituto da lui guidato ma anche per essersi espresso positivamente sul salvataggio di Carige. Nella top ten stilata da Mediamonitor.it c’è anche Giuseppe Castagna (74 citazioni) di Banco BPM, che di recente ha rinnovato la partnership con il Milan, in qualità di major partner e official bank sponsor della squadra milanese. A seguire Alberto Nagel (69) di Mediobanca, che parlando della situazione del Paese ha sottolineato come gli investitori sono, e nel futuro lo saranno sempre di più, attenti a che l’Italia rispetti i principali parametri macroeconomici.Più defilato in classifica Alessandro Vandelli (Bper Banca), che secondo le rilevazioni di Mediamonitor.it ha raccolto 67 citazioni anche in relazione all’acquisizione di Unipol Banca. Chiudono la top ten dei ceo bancari più presenti sui media Paolo Molesini di Banca Fideuram (56) e Andrea Munari di BNL (35).

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La finanza salverà il mondo? Le ragioni dell’ottimismo

Posted by fidest press agency su venerdì, 9 agosto 2019

Dalla grande crisi finanziaria del 2008, uno dei miei principali interessi culturali è cercare di capire come cambiare le regole sociali affinché gli enormi avanzamenti tecnologici e di conoscenza che l’umanità ha sviluppato negli ultimi decenni, invece di condurci dritti verso l’estinzione (come pensano – con ottimi argomenti – i pessimisti), possano finalmente creare un mondo migliore dove i bisogni fondamentali siano soddisfatti per tutti gli esseri umani come diritto imprescindibile. Ho partecipato (e partecipo) a diverse associazioni formali e informali di persone che si propongono gli stessi obiettivi, occupandomi in particolare degli aspetti economici/monetari. Mi ricordo molto bene che nel triennio 2009/2012 l’opinione più diffusa fra le poche persone che si occupavano di questi temi era che la crisi sarebbe peggiorata sempre di più fino a portare a conseguenze così catastrofiche da rendere i radicali cambiamenti necessari non più procrastinabili. Io ero uno dei pochi che non aveva questa convinzione”). Voglio fare alcuni esempi di fenomeni culturali che vanno nella direzione di cambiamenti radicali delle regole sociali, per adattarli agli straordinari cambiamenti tecnologici che la società ha già compiuto ed a quelli – molto più strabilianti – che ci attendono nell’immediato futuro.
Andrew Yang. Alla corsa per le primarie del partito democratico USA partecipa un personaggio che sta riscuotendo un notevole successo nei media (particolarmente su internet, ma recentemente anche nei mass media) con una piattaforma di proposte estremamente radicali. La proposta più scioccante è ciò che chiama il “dividendo della libertà”, una versione radicale del concetto di “Universal Basic Income” (UBI): dare 1.000 dollari al mese ad ogni cittadino che abbia più di 18 anni, per sempre e senza condizioni. Le proposte di Andrew Yang sono molto innovative e radicali non solo sulla sua proposta portabandiera. Si comprende benissimo che è figlio di un pensiero radicalmente nuovo che si è consolidato in questo decennio
Ray Dalio. E’ un personaggio che per tutta la vita ha impersonato la figura del “cattivo” per antonomasia nel mondo della finanza: il gestore del più importante Hedge Fund del mondo.
L’approccio culturale di Ray Dalio è basato sul concetto che ogni fatto che si presenta è solo una riproposizione in forma diversa di qualcosa che si è già presentato in passato.
Ray Dalio in questi decenni è stato a stretto contatto – ed in parte ha influenzato – tutte le più importanti figure che hanno avuto in mano importanti leve decisionali come Mario Draghi, per citare forse la persona più conosciuta ai lettori. Ray Dalio è conosciuto e stimato da persone del calibro di Lerry Summers.
Tutte queste persone hanno mostrato pubblico apprezzamento per il pensiero originale di Ray Dalio su come dovremmo gestire la prossima grande crisi del debito che inevitabilmente si presenterà.
Bertrand Badrè è l’ultimo personaggio che voglio citare è meno conosciuto, al grande pubblico, ma ha fatto pienamente parte dell’establishment finanziario. Il ruolo più prestigioso che ha ricoperto è quello di CFO e Managing Director della Banca Mondiale, mi riferisco a Bertrand Badré. In Italiano è stato da poco pubblicato il libro dal titolo provocatorio: “E se la finanza salvasse il mondo?”. Si potrebbe pensare, erroneamente, che il libro intenda essere una difesa d’ufficio del sistema finanziario da parte di una delle persone che ne è stato beneficiato. Si tratta dell’opposto. Badré non nasconde affatto le distorsioni del sistema finanziario attuale e propone riforme assolutamente radicali partendo dai principi fondanti. La finanza, il denaro in generale, è un pessimo padrone, ma è un eccellente servo. Quello che dobbiamo fare è ripensare completamente le regole che stanno alla base del modo di produrre denaro e del sistema finanziario affinché sia al servizio dello sviluppo e non della crescita. Crescita e sviluppo sono due concetti molti diversi. La crescita è la metodologia delle cellule tumorali, lo sviluppo è l’approccio delle cellule staminali ed embrionali. La differenza è il progetto sottostante.
Questi sono solo alcuni dei molti concetti proposti nel libro di Badré che consiglio di leggere.
Fra i personaggi che propongono un cambiamento radicale nel mondo della finanza non si può non citare Paolo Sironi con la sua Teoria nella Trasparenza dei Mercati Finanziaria. Anche Paolo Sironi (http://www.thepsironi.com/), come tutti gli altri personaggi che di cui ho parlato in questo articolo, non è affatto una pensatore “alternativo”. Ha un ruolo importante in IBM nel settore dell’intelligenza artificiale applicata al settore della Finanza.
Ne consegue che i grandi cambiamenti strutturali avvengono sempre in funzione di nuove idee che emergono e piano piano entrano nella consapevolezza delle persone. Molti pensano che siano principalmente gli interessi a determinare il cambiamento delle cose, ma questo è vero solo superficialmente.Con la sua meravigliosa prosa, il grandissimo economista che J. M. Keynes lo dice molto chiaramente nel suo principale capolavoro «The General Theory of Employment, Interest end Money», London 1936 (trad. it. A. Campolongo, Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, UTET, Torino, 1971, pagg. 526-527): “È speranza visionaria l’avverarsi di queste idee? Sono gli interessi che esse colpiscono più forti e più ovvi di quelli che esse promuovono? Non tento di rispondere in questo luogo […]. Ma se le idee sono corrette […] predico che sarebbe un errore contestare la loro potenza nel corso di un certo periodo di tempo […]. Le idee degli economisti e dei filosofi politici, così quelle giuste come quelle sbagliate, sono più potenti di quanto comunemente si ritenga. In realtà il mondo è governato da poche cose all’infuori di quelle. Gli uomini della pratica, i quali si credono affatto liberi da ogni influenza intellettuale, sono spesso schiavi di qualche economista defunto […]. Sono sicuro che il potere degli interessi costituiti si esagera di molto, in confronto con l’affermazione progressiva delle idee […]. Presto o tardi sono le idee, non gli interessi costituiti, che sono pericolose sia in bene che in male”.
Oggi abbiamo un grande numero di ottime idee che aspettano solo di essere sufficientemente diffuse per scaturire tutto il loro benefico potenziale. (Alessandro Pedone, responsabile Aduc Tutela del Risparmio Il succitato articolo è riportato in sintesi)

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Lo scenario dell’economia e della finanza

Posted by fidest press agency su mercoledì, 3 aprile 2019

Villa d’Este di Cernobbio. Inizia venerdì 5 aprile p.v. (alle ore 8.30 precise) e per concludersi sabato 6 aprile p.v. (alle ore 13.30 circa), la trentesima edizione dell’annuale Workshop LO SCENARIO DELLL’ECONOMIA E DELLA FINANZA. Questi i principali argomenti che saranno trattati nel corso del Workshop:
Venerdì 5 aprile – L’economia globale: sfide e prospettive – Rischi e opportunità nei Paesi emergenti – La mappa dei rischi per gli investimenti – Le banche del futuro: dal FinTech al TechFin
Sabato 6 aprile – Agenda per l’Europa
▪ Le sfide per l’ulteriore crescita dell’Eurozona
▪ La competitività dell’Europa e dei mercati finanziari europei – Agenda per l’Italia nello scenario europeo
Coerentemente con il riconoscimento – per il sesto anno consecutivo – di The European House – Ambrosetti come primo Think Tank privato italiano, tra i primi 10 in Europa, tra i primi 20 al mondo e nei primi 100 più apprezzati Think Tank indipendenti su 8.100 a livello globale nell’edizione 2018 del Global Go To Think Tanks Report dell’Università della Pennsylvania, attraverso una survey indirizzata a 70.000 leaders di imprese, istituzioni e media, in oltre 100 Paesi nel mondo, verranno distribuite molte analisi e ricerche da noi realizzate:
▪ “Un’analisi comparativa sui principali indicatori macroeconomici delle maggiori economie” rielaborata da The European House – Ambrosetti sulle previsioni dei più rilevanti Istituti di Credito, Banche d’Affari e Istituzioni Internazionali;
▪ “Le banche del futuro” – realizzata dalla community di CEO Ambrosetti Club in collaborazione con Openjobmetis;
▪ “Cashless Revolution: a che punto siamo e cosa resta da fare per l’Italia” – Rapporto 2019 della Quarta Edizione della Community Cashless Society, una piattaforma di confronto di alto livello per la diffusione dei pagamenti elettronici in Italia;
▪ “Il rapporto Debito pubblico/PIL italiano è a -18% dal livello massimo raggiunto nel primo dopoguerra. Ne siamo consapevoli?” – realizzata da The European House – Ambrosetti;
▪ “Brexit: scoccata l’ora “X” domina l’incertezza” – realizzata da The European House – Ambrosetti;
▪ Ambrosetti Club Economic Indicator – Prima rilevazione 2019 sulle prospettive economiche dell’Italia, sull’occupazione e sugli investimenti delle imprese. I lavori si svolgeranno, come da tradizione, a porte chiuse.

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Le professioni del futuro nella finanza

Posted by fidest press agency su giovedì, 21 marzo 2019

Milano Fornire gli strumenti necessari a gestire e governare la rivoluzione tecnologia in ambito finance, l’inarrestabile transizione verso il Fintech a cui stiamo assistendo. Combinare in un giusto mix competenze di finanza, tecnologia e business analytics per permettere a chi vorrà lavorare nelle banche, nelle assicurazioni o nei fondi di investimento di coprire le nuove figure professionali che i grandi player in trasformazione, o le realtà più giovani e innovative, stanno cominciando a cercare.
Si va dai digital project manager agli specialisti in realtà aumentata e virtuale, dai data scientist ai conversational interface designer che progettano i chatbot, agli universal service advisor, operatori del servizio clienti altamente specializzati. Sono le professioni del futuro in ambito Fintech, profili di cui le aziende più smart hanno già bisogno ma che ancora non trovano candidati.Con l’ambizione di colmare questo skill gap nasce il primo International Master in Fintech, Finance and Digital Innovation (https://www.som.polimi.it/fintech) erogato interamente in lingua inglese dal MIP Politecnico di Milano Graduate School of Business e sviluppato in collaborazione con i Dipartimenti di Matematica, Ingegneria Gestionale e Elettronica, Informazione e Bioingegneria del Politecnico di Milano.Un corso che vuole mettere insieme le due “anime” del Politecnico: quella tecnologica, che ne fa il primo Ateneo del Paese, e quella di gestione del business, incarnata dal MIP Graduate School of Business. Il percorso, 12 mesi full time con sponsor di grande prestigio – Aviva, Deloitte, Fabrick Spa, IBM, Intesa San Paolo, Aegis, Moneyfarm e 0Kmfinance -, partirà a settembre e sarà appunto dedicato alla rivoluzione Fintech. Le iscrizioni sono già aperte e riservate a studenti di tutto il mondo, purché in possesso di una laurea triennale (180 ECTS) preferibilmente in Ingegneria, Economia, Finanza o discipline scientifiche. Il master comprende un international study tour di una settimana presso la University College of London (UCL) e visita presso la sede londinese di AVIVA; offre inoltre un’attenta analisi delle nuove tecnologie digitali e delle loro applicazioni nel banking, nell’insurance e nell’asset management: una sorta di abilitatore per chi voglia governare l’innovazione in questo settore, avendo ben chiaro che l’aspetto che assume oggi non sarà quello di domani. Alle competenze sul mondo finanziario e sulle metodologie di business analytics applicate in questo ambito si affiancheranno dunque quelle “digital” (cyber security, gestione di big data, tecnologia blockchain, smart contracts, natural language processing NPL, data visualization) necessarie a costruire e gestire modelli di business innovativi nel mondo finance.

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Cresce ancora l’area Banche e Finanza di La Scala Società tra Avvocati

Posted by fidest press agency su lunedì, 28 gennaio 2019

L’Assemblea dello Studio ha ammesso alla partnership Marco Contini e Laura Pelucchi, della sede di Milano, e Federico Valeri della sede di Roma.
Marco Contini, 36 anni, laureato all’Università degli Studi di Pavia, è entrato a far parte di La Scala Società tra Avvocati nel 2009 dove si è occupato in particolare di recupero crediti e diritto civile. Coordina il team Utilities di La Scala dal 2015. Fornisce assistenza a primari operatori delle utilities e delle telecomunicazioni nella risoluzione delle loro criticità tipiche e nel recupero dei crediti correlati.
Laura Pelucchi, 37 anni, laureata all’Università Statale di Milano, ha fatto il suo ingresso in La Scala nel 2012. Si occupa di contenzioso bancario con specializzazione nelle attività di gestione e recupero dei crediti assistendo primari istituti di credito. Pelucchi è autrice di pubblicazioni e approfondimenti, oltre che relatrice a seminari e convegni, in materia di procedure esecutive. E’ membro del comitato scientifico e docente di “La Scala Youth Programme”.
Federico Valeri, 42 anni, laureato all’Università La Sapienza di Roma, è entrato a far parte di La Scala Società tra Avvocati nel 2010. Specializzato in diritto bancario e finanziario con focus nella gestione dei non performing loans, ha maturato esperienze nel coordinamento in outsourcing delle attività di recupero crediti di natura bancaria, in special modo nel settore dei “large ticket”. E’ docente di “La Scala Youth Programme”.
Lo Studio, nelle sue 10 sedi italiane, conta su 290 risorse, comprendendo 190 professionisti e uno staff di 100 persone.Fondato nel 1991, La Scala offre ai propri clienti, da oltre venticinque anni, una gamma completa e integrata di servizi legali. Tra i primi studi legali nel contenzioso bancario e fallimentare, è oggi leader riconosciuto nei servizi di recupero crediti giudiziale. E’ inoltre attivo nei servizi professionali dedicati alle imprese, nonché nel diritto civile e di famiglia.Dopo la sede principale di Milano, nel corso degli anni sono state aperte le altre sedi di Roma, Torino, Bologna, Firenze, Venezia, Vicenza, Padova, Ancona e una seconda sede a Milano.Oggi La Scala comprende circa 190 professionisti e uno staff di oltre 100 persone, e assiste stabilmente tutti i principali gruppi bancari italiani, numerose imprese industriali e commerciali, importanti istituzioni finanziarie.
All’inizio del 2018 La Scala si è trasformato in Società tra Avvocati per azioni.Dal 2000 pubblica IUSLETTER che, nata come rivista bimestrale, nel 2012 è diventata un vero e proprio portale web di informazione giuridica, quotidianamente aggiornato.

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Jackson Hole: la Fed ignora le minacce della finanza

Posted by fidest press agency su sabato, 8 settembre 2018

All’annuale conferenza economica di fine agosto di Jackson Hole, nello stato del Wyoming, Jerome Powell, il neo governatore delle Federal Reserve, ha dato dei segnali poco rassicuranti sul futuro dell’economia e della finanza americana e mondiale.
Mettendosi sulla scia di uno dei suoi recenti predecessori, Alan Greenspan, ha esaltato la politica presentata nel 2003 dell’attesa, quella di “aspettare e vedere” prima di decidere se alzare i tassi d’interesse. Come si ricorderà, i tassi bassi non furono negativi per l’economia reale, che continuò a “tirare” senza ricadute inflazionistiche.
Allora la grande liquidità a basso costo, aumentata anche con le tecniche del “leverage”, che permettono di moltiplicare la disponibilità di capitali partendo da una base limitata, si riversò in gran parte nel settore finanziario, alimentando le varie bolle speculative fino all’esplosione della Grande Crisi del 2007-8.
Il rischio è ripetere lo stesso errore.
Nel suo discorso, Powell afferma di essere pienamente consapevole che, negli Usa, le passate due crisi economiche hanno avuto origine dalle degenerazioni dei mercati finanziari. Ma, con troppa disinvoltura, s’illude e, purtroppo, trasmette a tutti l’illusione che “due decenni di riforme e di nuove regole e i passi avanti fatti nel settore privato hanno grandemente aumentato la forza e la stabilità del sistema finanziario, riducendo la possibilità che gli inevitabili choc finanziari diventino delle crisi vere e proprie”.
Eppure, come anche noi abbiamo più volte documentato, negli Usa l’andamento della finanza non è stato in alcun modo veramente regolamentato e messo in sicurezza. Da ultimo ne è prova il fatto che anche la legge di riforma dei mercati finanziari e, in particolare, quello dei derivati, è stata svuotata. La “Dodd Frank Act” è stata abilmente bypassata riportando la bolla degli otc quasi agli stessi livelli di prima della Grande Crisi. Lo stesso dicasi per le varie altre bolle finanziarie. Altri dati confermano incontestabilmente un generale peggioramento del debito pubblico, di quello privato e di quello corporate, quello delle imprese.
Powell, tuttavia, pur rivendicando l’aumento dell’occupazione, ammette che non tutto è roseo. Anche se il tasso di disoccupazione del 3,9% è al livello più basso da decenni.
Egli afferma che gli occupati sono aumentati, ma la produttività del lavoro è bassa. Basta notare che l’aumento del Pil non è in linea con l’aumento dell’occupazione. In altre parole, molti nuovi posti di lavoro sono sotto qualificati, in settori come quelli dei servizi a basso valore aggiunto. I salari reali, poi, registrano, da decenni, una crescita assai lenta.
Inoltre, la mobilità economica è più bassa di quella delle altre economie del settore industriale avanzato. Anche il problema dei continui deficit del bilancio federale si protrae pericolosamente da troppi anni.
Gli analisti e la Federal Reserve, solitamente studiano i rapporti tra i livelli di occupazione, quelli dell’inflazione e i tassi d’interesse. Affermano che, quando l’occupazione cresce tanto, l’economia tende a “surriscaldarsi”, con il rischio di maggiore inflazione. Di conseguenza il “motore” deve essere “raffreddato” con l’aumento dei tassi d’interesse.
E’ un ragionamento che molti si aspettano dalla Fed.
Powell, però, non è d’accordo. Nel suo discordo di Jackson Hole, egli individua degli esempi storici con decisioni sbagliate e conseguenze molto negative. Ad esempio, alla fine degli anni settanta per fermare il rischio d’inflazione i tassi d’interesse furono aumentati fino a diventare a due cifre, mandando in tilt l’intera economia americana e anche quella di molti paesi, a cominciare da quelli in via di sviluppo.
Da un po’ di tempo nelle stanze della Fed, molta, troppa, psicologia occupa il posto degli studi dei dati e delle tendenze reali per approntare le analisi economiche e monetarie. In passato si puntava molto sulla comunicazione fatta dalla Fed ai mercati. Oggi, Powell valorizza, eccessivamente, il ruolo dei target, come quello dell’inflazione, definiti quasi a tavolino, e così le percezioni e le attese dei mercati. Il che fa parte delle strategie di comunicazione.
Il problema vero è la sottovalutazione del ruolo della finanza e della speculazione. Forse è un atto di scaramanzia. Ma, ignorare i segnali di pericolo porta a fare incidenti rovinosi. (Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e Paolo Raimondi economista)

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Strategie d’investimento finanziario: che cosa vuoi ottimizzare?

Posted by fidest press agency su giovedì, 19 luglio 2018

Più volte abbiamo ribadito l’importanza di avere una o più strategie per scegliere cosa comprare/vendere, quando ed in quale quantità.
Non esistono strategie migliori di altre, esistono solo strategie più adatte alla propria personalità.
In questo articolo desideriamo soffermarci su un aspetto spesso sottovalutato.
Quando andiamo a scegliere una strategia d’investimento, qual è l’aspetto che desideriamo maggiormente ottimizzare?La risposta può apparire scontata: “è ovvio che una strategia d’investimento deve massimizzare il rendimento dell’investimento”. Basandomi sulla mia esperienza diretta (circa vent’anni di studio dei mercati finanziari a diretto contatto con gli investitori di tutti i tipi), per quanto il rendimento sia importante, posso testimoniare che non è la prima cosa che un investitore medio guarda.
In genere gli investitori desiderano prima di tutto non perdere i soldi investiti. Solo in seconda battuta puntano al maggior rendimento possibile, ma solo all’interno delle opzioni che rispettano il vincolo precedente, ovvero non perdere soldi.Fin qui, niente di particolarmente strano. Anche la volontà di non perdere soldi è scontata almeno quanto la volontà di massimizzare il rendimento. La questione, però, si fa meno scontata nel momento in cui cerchiamo di andare più in profondità nel concetto di “non perdere soldi”: cosa significa esattamente? Se prendiamo l’espressione alla lettera dobbiamo escludere praticamente la quasi totalità degli investimenti finanziari. Ogni investimento finanziario implica qualche forma di rischio di perdere soldi. In finanza, purtroppo, dobbiamo sempre lavorare con lo scivoloso concetto di “probabilità”.
Pochi giorni fa abbiamo pubblicato un lungo articolo sui rendimenti ed i rischi degli investimenti azionari (https://investire.aduc.it/articolo/investire+azioni+quanto+rende+quanto+si+rischia_28194.php). I dati sono molto chiari: investire in azioni, mediamente, rende molto di più che investire in obbligazioni (a breve ed a lunga scadenza), in materie prime (come l’oro) e – naturalmente – in liquidità. Tutta la questione sta in quella parolina fastidiosissima: “mediamente”.Nel “mediamente” ci sono gli anni in cui i rendimenti sono negativi (ovvero disinvestendo si otterrebbero delle perdine) e gli anni in cui ci sono guadagni.Gli anni in cui i rendimenti sono negativi non sono delle eccezioni trascurabili. In alcuni periodi storici (come gli ultimi 20 anni) mantenendo l’investimento azionario per 5 anni di fila, in un caso su due avremmo perso soldi!
Analizzando periodi più lunghi, non gestendo l’investimento attraverso una qualche forma di strategia, le probabilità di avere rendimenti negativi anche nel lungo termine (cioè in un periodo di 10 anni) sono comunque significative, nell’ordine di una probabilità su quattro!
Il compito principale di una strategia d’investimento, almeno per la grande maggioranza degli investitori, è quello di ridurre questo parametro, ovvero le probabilità di avere rendimenti negativi in archi temporali ragionevolmente ampi (5/10 anni).
Se si desidera puntare ai rendimenti attesi dei mercati azionari (sensibilmente superiori alle altre forme d’investimento finanziario) è necessario accettare il fatto che un anno si possa avere un rendimento negativo. Ciò è assolutamente ineliminabile. Non esiste alcuna strategia d’investimento che possa ridurre a zero la possibilità di avere rendimenti negativi nell’arco di un anno.In genere, gli investitori, non hanno alcun problema ad accettare questa possibilità. Ciò che invece trovano inaccettabile è investire per un congruo periodo di tempo ed avere un capitale inferiore dopo 5 o perfino 10 anni.Su queste scadenze, le strategie d’investimento possono fare la differenza. Nell’arco di 5 anni possono ridurre le probabilità di avere rendimenti negativi fino a dimezzarle. Sulle scadenze di 10 anni, le probabilità di avere rendimenti negativi, applicando strategie corrette, sulla base dei dati storici di svariati decenni, si riducono a zero (ovviamente non esiste nessuna garanzia che i prossimi anni non siano diversi da ciò che è già accaduto nella storia).Su cosa si basano queste strategie? In primo luogo, ogni strategia rivolta ad investitori non esperti dovrebbe ridurre al massimo tutti i rischi ed i costi eliminabili. Quindi non investire in singoli titoli, ma sempre in panieri di titoli che eliminino i così detti rischi specifici (ovvero il rischio che la singola azienda fallisca o attraversi particolari momenti di criticità).
Inoltre eliminare i costi inutili è fondamentale poiché in un periodo di 10 anni, i costi possono ridurre il capitale atteso a scadenza di circa un quinto! Si tratta di una differenza enorme che tende a raddoppiare la probabilità di avere rendimenti negativi sui 10 anni.
Dato per scontato, quindi, che gli strumenti azionari utilizzati siano efficienti, le strategie per ridurre il rischio così detto “sistematico” dell’azionario si basano, in genere, su uno di questi due concetti (qualche strategia li utilizza entrambi):
1. evitare di essere investiti quando i mercati azionari subiscono grandi oscillazioni negative, cioè superiori al 25%;
2. incrementare il capitale investito durante le fasi di oscillazioni negative.
Sono due strategie tendenzialmente opposte che possono però anche fondersi.
La prima strategia – in genere – si attua attraverso l’uso di indicatori di momentum, nella maggioranza dei casi medie mobili.Gli studi hanno dimostrato che per ridurre i molti falsi segnali di questi indicatori è utile utilizzare dati mensili. Alcune strategie più evolute, partendo dalla considerazione che le grandi oscillazioni negative dei mercati azionari coincidono sempre con periodi di recessione economica, uniscono indicatori di momentum sui prezzi ad indicatori di tipo macroeconomico per filtrare i dati che giungono dalle medie mobili con i dati che stimano la probabilità di entrare in recessione economica nei prossimi mesi.Evitare le grandi perdite nell’azionario è possibile, ma ovviamente ha un costo: quello di uscire e vedere il mercato riprendersi, dovendo rientrare a prezzi superiori. E’ normale che questo accada, ma il vantaggio di non stare sul mercato durante i crolli compensa abbondantemente questo costo.L’altro gruppo di strategie implica investire nell’azionario una parte più piccola di quella che valutiamo adeguata per il proprio profilo d’investitore ed aumentare l’investimento quando i mercati crollano. E’ evidente che anche questa strategia implica un “costo” anche se indiretto: investire poco in azioni per molto tempo se questo “crollo” non arriva nel periodo d’investimento considerato.Naturalmente non esiste la strategia “migliore” in assoluto, esiste quella più adatta alla propria personalità, cioè quella che è più probabile che venga poi applicata nei momenti in cui giungono i segnali di vendere oppure di acquistare.
Ciò che conta, quindi, è comprendere bene la strategia che s’intende applicare.
E’ importante che sia ragionevolmente semplice e molto ben testata sia su dati storici che simulati. Infine è auspicabile che sia basata su ricerche accademiche pubblicate su riviste scientifiche affidabili (cioè che applichino la così detta “peer review”, revisione paritaria).Appare tutto troppo complicato? L’alternativa all’utilizzo di strategie d’investimento è quello che fa la quasi totalità degli investitori: investire in modo inconsapevole sulla base di consigli interessati dei vari venditori della finanza. L’esperienza dimostra che sono molte più le delusioni che le soddisfazioni.
E’ importante che gli investitori entrino nell’ordine delle idee che oggi investire richiede necessariamente un po’ di competenza. (Alessandro Pedone, responsabile Aduc Tutela del Risparmio)

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Siamo in attesa del “Il Documento di Economia e Finanza”

Posted by fidest press agency su mercoledì, 20 giugno 2018

“Doveva essere approvato dal Parlamento entro la fine di aprile, ma le faticose discussioni riguardo alla formazione del nuovo governo hanno fatto slittare questo termine, ben oltre quella data, tra l’altro andando fuori sincrono rispetto al quadro europeo. Ricordiamo che il Def non è solo un documento interno del nostro Paese. È una sorta di orientamento che il Parlamento dà al Governo in vista delle manovre di autunno, vale a dire della Nota di variazione al Def del 15 settembre e poi della Legge di Bilancio di metà ottobre. Questo documento, insieme alla sequenza degli ulteriori documenti, Nota di variazione e Legge di Bilancio, vanno consegnati alle autorità europee perché facenti parte del programma europeo di definizione del quadro di bilancio di tutti i Paesi, con i giudizi dell’Unione Europea sui singoli Paesi”.Così il deputato Renato Brunetta, in un’intervista a ‘Radio Radicale’, anticipando quello che dirà domani a Montecitorio al ministro Tria durante la discussione al Def. “Ricordiamo a noi stessi – prosegue – che il Def non è il solo documento che deve essere approntato e che i governi hanno l’obbligo di approntare, ma che allegato al Documento di Economia e Finanza c’è anche il PNR (Piano Nazionale per le Riforme), che è la base strategica che ciascun governo dà all’Europa spiegando i proprio conti pubblici (deficit, debito, avanzo, disavanzo, tassi di interesse) alla luce di un processo di riforma che deve migliorare l’efficienza strategica del Paese (produttività, investimenti, infrastrutture).Per cui l’Europa, semmai avesse avuto il Def approvato a fine aprile e il PNR per quella data, avrebbe valutato l’uno alla luce dell’altro, individuando nel Paese il sentiero ottimale. Ma il caso della nostra stagione vuole che, non essendoci entrambi i documenti approvati, ci presenteremo a fine giugno al Consiglio Europeo senza che l’Europa abbia potuto giudicare né le nostre riforme, che non conosciamo, né i nostri conti. Domani ci sarà l’esame parlamentare del Def. Vedremo cosa la maggioranza scriverà nella sua risoluzione per l’approvazione del Documento”.

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“Finanza per il Sociale”

Posted by fidest press agency su domenica, 3 giugno 2018

Si avvicina il termine per partecipare alla quarta edizione del premio “Finanza per il sociale”, l’iniziativa per giovani studenti in giornalismo, promossa da ABI (Associazione Bancaria Italiana), FEDUF (Fondazione per l’Educazione Finanziaria e al Risparmio) e FIABA (Fondo Italiano Abbattimento Barriere Architettoniche). Il premio ha ricevuto il patrocinio dell’Ordine Nazionale dei Giornalisti.L’iniziativa punta a sostenere l’impegno nel raccontare l’importanza della cultura finanziaria per il Paese. Destinatari del concorso i giornalisti praticanti e allievi delle scuole di giornalismo, interessati a cogliere le sfide del giornalismo economico, in un momento storico in cui l’adeguata informazione e formazione finanziaria costituiscono un autentico servizio per lo sviluppo di competenze imprescindibili. L’iniziativa, promossa nell’ambito della XVI edizione del FIABADAY – Giornata Nazionale per l’Abbattimento delle Barriere Architettoniche, rientra nell’ambito dell’impegno pluriennale del mondo bancario sui temi dell’inclusione finanziaria e sociale.Particolare attenzione è rivolta quest’anno all’inclusione finanziaria dei cittadini in situazioni di fragilità sociale. Tema del premio della quarta edizione è infatti “Il ruolo dell’educazione finanziaria e al risparmio come strumento di inclusione sociale. Sfide e prospettive formative per le fasce più vulnerabili della popolazione”.
Sarà premiato il migliore articolo o servizio audio/video che abbia affrontato il tema del concorso. Informazioni e strumenti utili per sviluppare gli elaborati potranno essere reperiti consultando il sito http://www.curaituoisoldi.it, il nuovo portale sull’educazione finanziaria realizzato da FEDUF in collaborazione con le Associazioni dei consumatori. L’elaborato vincitore sarà pubblicato sul sito dell’ABI http://www.abi.it, sul sito http://www.curaituoisoldi.it di FEDUF, e sul sito di FIABA http://www.fiaba.org.La partecipazione è gratuita.
Possono concorrere i praticanti e gli allievi delle scuole di giornalismo o master riconosciuti dall’Ordine dei Giornalisti, autori di articoli in lingua italiana o di servizi radiotelevisivi sul tema in concorso. Possono concorrere anche elaborati firmati da più autori. Ogni concorrente, o gruppo di concorrenti, potrà partecipare con un solo articolo/servizio, pubblicato o trasmesso nel periodo compreso tra il 1° novembre 2017 e il 30 luglio 2018. L’elaborato in concorso dovrà essere spedito entro il 31 agosto 2018 per e-mail o per posta entro e non oltre il 7 settembre 2018.

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Quando la finanza incontra il digitale

Posted by fidest press agency su mercoledì, 21 marzo 2018

Fintech, blockchain, bitcoins… L’arrivo della tecnologia nel mondo finanziario ha portato tante opportunità, ma anche nuove sfide e una forte necessità di nuove competenze, sia di governo manageriale che tecniche e specialistiche. L’innovazione digitale sta ridisegnando i confini e trasformando il modo di fare banca e finanza. Proprio per questo al MIP è nata la Fintech Academy, con un’offerta formativa dedicata all’intersezione tra il mondo della finanza e quello della tecnologia digitale. E’ la prima Fintech Academy in Italia.
Si tratta di numerosi corsi brevi (una o due giornate al massimo, quasi tutte svolte al MIP, via Lambruschini 4C al Campus Bovisa) che il MIP Politecnico di Milano Graduate School of Business ha messo a punto per permettere a manager dell’industria bancaria e finanziaria, a professionisti del mondo della consulenza e dei servizi e imprenditori o potenziali imprenditori del settore di approfondire aspetti strategici e gestionali della rivoluzione digitale legata al Fintech. Uno dei corsi si svolgerà a Londra alla Cass Business School, tra le business school europee più attive su questi temi, e sarà l’unico svolto in italiano e in inglese (gli altri sono tutti in italiano). I corsi, con un’impostazione fortemente applicativa, hanno l’obiettivo di delineare e discutere, anche con i contributi e le testimonianze di esperti nazionali e internazionali, di imprenditori, professionisti e consulenti, quali siano le sfide per il mondo bancario e finanziario e quali le possibili nuove soluzioni e opportunità che nascono dall’integrazione tra finanza e tecnologia digitale, anche grazie al know-how maturato nell’ambito dell’Osservatorio Fintech e Insurtech della School of Management del Politecnico di Milano.
“Dopo anni di ricerca e di analisi sui temi dell’innovazione digitale nel mondo dei financial services – spiega il professor Marco Giorgino, direttore della Fintech Academy – è maturata la consapevolezza e la voglia di mettere a disposizione del mercato strumenti formativi per consentire di orientare e accelerare nella giusta direzione chi sta governando e implementando processi di cambiamento, a chi sta offrendo consulenza per questa trasformazione e a chi sta provando a fondare nuove società Fintech e Insurtech” Il primo corso in partenza (23 e 24 marzo) è dedicato alla digital transformation nell’industria bancaria e finanziaria, cioè a come banche e società finanziarie, ma anche altri operatori, stiano ridefinendo il proprio modello di business per effetto dell’innovazione digitale, che ha mutato lo scenario competitivo e il sistema di regole.
Il secondo (13 e 14 aprile) vuole invece indagare la rilevanza e il posizionamento delle Fintech e delle Insurtech nel mondo dei servizi bancari e finanziari, sia come concorrenti che come fonti di innovazione per le incumbent, analizzando come nascono e come si sviluppano i loro modelli di business, anche attraverso business case e testimonianze di imprenditori del settore.
Ai benefici e alle opportunità che derivano dall’applicazione delle tecnologie Big Data e API e dalle soluzioni di Machine Learning nella gestione del business bancario e finanziario è dedicato il modulo che si svolge il 18 maggio. Saranno evidenziate le principali criticità e le aree attraverso le quali creare valore, con un taglio fortemente applicativo che parte da business case reali, sia di operatori incumbent che di operatori Fintech. Verranno trattati anche alcuni aspetti di cyber security.La tecnologia Blockchain è poi la protagonista del modulo del 19 maggio, che si pone l’obiettivo sia di illustrarne le caratteristiche distintive, sia di capire come queste possano portare vantaggi (o generare criticità) per i player tradizionali bancari e finanziari, anche attraverso un confronto con il mondo Fintech. Si illustrerà la relazione con il spesso citato Bitcoin, verranno discussi alcuni ambiti applicativi e si ospiteranno gli interventi di founder di successo che, tramite l’utilizzo della blockchain, hanno semplificato business esistenti o ne hanno creati di nuovi.L’innovazione digitale nel lending e nei servizi di pagamento è al centro del modulo che si svolgerà il 22 giugno, focalizzato sull’analisi di come la tecnologia digitale venga utilizzata da operatori bancari e finanziari, oltre che da Fintech, per modificare il servizio ai clienti nell’attività di lending e nella gestione del sistema delle transazioni.
Il corso del 23 giugno è dedicato a come l’industria dell’asset management si stia trasformando per effetto della digitalizzazione, sia nell’ambito della costruzione dei prodotti e delle valutazioni finanziarie associate alla loro gestione, sia in quello dei rapporti tra gestori della relazione con il cliente e investitori. Attenzione particolare verrà dedicata al tema dei Robo Advisor, fornendo un quadro a livello internazionale sulle attuali modalità di utilizzo.Infine, si terrà alla Cass Business School di Londra il corso del 21 settembre, in italiano e inglese, su l’”Ecosistema delle startup Fintech nella capitale europea della finanza”, che vuole fornire un quadro completo dello stato attuale del Fintech a Londra, presentando i nuovi trend e gli aspetti normativi che potrebbero influenzare le scelte di consumatori e investitori. Il modulo comprende visite nei più famosi incubatori Fintech a Londra, con la possibilità di interazione con startup e professionisti.
Fintech, blockchain, bitcoins… L’arrivo della tecnologia nel mondo finanziario ha portato tante opportunità, ma anche nuove sfide e una forte necessità di nuove competenze, sia di governo manageriale che tecniche e specialistiche. L’innovazione digitale sta ridisegnando i confini e trasformando il modo di fare banca e finanza. Proprio per questo al MIP è nata la Fintech Academy, con un’offerta formativa dedicata all’intersezione tra il mondo della finanza e quello della tecnologia digitale. E’ la prima Fintech Academy in Italia.
Si tratta di numerosi corsi brevi (una o due giornate al massimo, quasi tutte svolte al MIP, via Lambruschini 4C al Campus Bovisa) che il MIP Politecnico di Milano Graduate School of Business ha messo a punto per permettere a manager dell’industria bancaria e finanziaria, a professionisti del mondo della consulenza e dei servizi e imprenditori o potenziali imprenditori del settore di approfondire aspetti strategici e gestionali della rivoluzione digitale legata al Fintech. Uno dei corsi si svolgerà a Londra alla Cass Business School, tra le business school europee più attive su questi temi, e sarà l’unico svolto in italiano e in inglese (gli altri sono tutti in italiano). I corsi, con un’impostazione fortemente applicativa, hanno l’obiettivo di delineare e discutere, anche con i contributi e le testimonianze di esperti nazionali e internazionali, di imprenditori, professionisti e consulenti, quali siano le sfide per il mondo bancario e finanziario e quali le possibili nuove soluzioni e opportunità che nascono dall’integrazione tra finanza e tecnologia digitale, anche grazie al know-how maturato nell’ambito dell’Osservatorio Fintech e Insurtech della School of Management del Politecnico di Milano.
“Dopo anni di ricerca e di analisi sui temi dell’innovazione digitale nel mondo dei financial services – spiega il professor Marco Giorgino, direttore della Fintech Academy – è maturata la consapevolezza e la voglia di mettere a disposizione del mercato strumenti formativi per consentire di orientare e accelerare nella giusta direzione chi sta governando e implementando processi di cambiamento, a chi sta offrendo consulenza per questa trasformazione e a chi sta provando a fondare nuove società Fintech e Insurtech” Il primo corso in partenza (23 e 24 marzo) è dedicato alla digital transformation nell’industria bancaria e finanziaria, cioè a come banche e società finanziarie, ma anche altri operatori, stiano ridefinendo il proprio modello di business per effetto dell’innovazione digitale, che ha mutato lo scenario competitivo e il sistema di regole.
Il secondo (13 e 14 aprile) vuole invece indagare la rilevanza e il posizionamento delle Fintech e delle Insurtech nel mondo dei servizi bancari e finanziari, sia come concorrenti che come fonti di innovazione per le incumbent, analizzando come nascono e come si sviluppano i loro modelli di business, anche attraverso business case e testimonianze di imprenditori del settore.
Ai benefici e alle opportunità che derivano dall’applicazione delle tecnologie Big Data e API e dalle soluzioni di Machine Learning nella gestione del business bancario e finanziario è dedicato il modulo che si svolge il 18 maggio. Saranno evidenziate le principali criticità e le aree attraverso le quali creare valore, con un taglio fortemente applicativo che parte da business case reali, sia di operatori incumbent che di operatori Fintech. Verranno trattati anche alcuni aspetti di cyber security.La tecnologia Blockchain è poi la protagonista del modulo del 19 maggio, che si pone l’obiettivo sia di illustrarne le caratteristiche distintive, sia di capire come queste possano portare vantaggi (o generare criticità) per i player tradizionali bancari e finanziari, anche attraverso un confronto con il mondo Fintech. Si illustrerà la relazione con il spesso citato Bitcoin, verranno discussi alcuni ambiti applicativi e si ospiteranno gli interventi di founder di successo che, tramite l’utilizzo della blockchain, hanno semplificato business esistenti o ne hanno creati di nuovi.L’innovazione digitale nel lending e nei servizi di pagamento è al centro del modulo che si svolgerà il 22 giugno, focalizzato sull’analisi di come la tecnologia digitale venga utilizzata da operatori bancari e finanziari, oltre che da Fintech, per modificare il servizio ai clienti nell’attività di lending e nella gestione del sistema delle transazioni.
Il corso del 23 giugno è dedicato a come l’industria dell’asset management si stia trasformando per effetto della digitalizzazione, sia nell’ambito della costruzione dei prodotti e delle valutazioni finanziarie associate alla loro gestione, sia in quello dei rapporti tra gestori della relazione con il cliente e investitori. Attenzione particolare verrà dedicata al tema dei Robo Advisor, fornendo un quadro a livello internazionale sulle attuali modalità di utilizzo.Infine, si terrà alla Cass Business School di Londra il corso del 21 settembre, in italiano e inglese, su l’”Ecosistema delle startup Fintech nella capitale europea della finanza”, che vuole fornire un quadro completo dello stato attuale del Fintech a Londra, presentando i nuovi trend e gli aspetti normativi che potrebbero influenzare le scelte di consumatori e investitori. Il modulo comprende visite nei più famosi incubatori Fintech a Londra, con la possibilità di interazione con startup e professionisti.

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Possibili scenari USA previsti da Candriam per il 2018-2019

Posted by fidest press agency su giovedì, 8 febbraio 2018

A cura di Nadège Dufossé, CFA, Head of Asset Allocation di Candriam Investors Group. Dalla scorsa settimana, i mercati azionari hanno bruciato la maggior parte dei guadagni del 2018. La partenza a razzo delle borse a gennaio era stata troppo rapida e gli indicatori del sentiment erano diventati eccessivamente ottimistici. Tuttavia, il sell-off del mercato è più sistemico che basato sui fondamentali. Il crescente timore degli investitori che il cosiddetto scenario di Goldilocks stia per chiudersi è ingiustificato anzi, a nostro avviso, un contesto di fondamentali favorevoli finirà per prevalere.Dalla fine della scorsa settimana, gli investitori azionari hanno cominciato a monetizzare i loro guadagni del 2018, inizialmente perché preoccupati di una possibile fine dello scenario di Goldilocks, e in particolare, di un’improvvisa fiammata dell’inflazione statunitense. Tuttavia, il vero motivo alla base del crollo improvviso del mercato azionario americano di lunedì è stato un sell-off tecnico, non una paura legata all’inflazione, come dimostrato dal calo dei rendimenti obbligazionari durante il sell-off azionario. È stato il risultato di una vendita sistematica e del riacquisto di consistenti posizioni corte sull’indice di volatilità (Vix).Un’espansione molto più solida delle attese registrata qualche settimana fa, una rinnovata debolezza del dollaro statunitense e prezzi delle materie prime in crescita sono solo alcune delle molteplici ragioni che spingono a temere il ritorno dell’inflazione. Dopo quasi un decennio di sorprese deflazionistiche ininterrotte, la view generale di un prosieguo di un’inflazione al di sotto del trend sta vacillando. Noi concordiamo con la Fed sul fatto che quest’anno l’inflazione statunitense dovrebbe aumentare.Il ciclo statunitense è quello più avanzato a livello globale – come testimonia il tasso di disoccupazione – e ha ricevuto uno stimolo ulteriore dalla riforma fiscale. Ciò ha fatto sì che le percezioni cambiassero rapidamente. Da fine novembre, i rendimenti obbligazionari dei Treasury decennali, trainati da aspettative sull’inflazione in crescita, hanno registrato un netto rialzo. Tuttavia, i rendimenti reali statunitensi sono rimasti estremamente bassi, offrendo un forte supporto all’economia e alle azioni.Candriam prevede tre scenari per il 2018-2019 negli Stati Uniti:
Il mercato obbligazionario statunitense si rende finalmente conto che non è in arrivo alcuna recessione e si adatta rapidamente al percorso previsto dalla Fed di tre rialzi dei tassi per quest’anno e di altri tre nel 2019. In parte, i rendimenti obbligazionari in crescita sono maggiormente in sintonia con l’aumento del valore dei titoli azionari. Guardando al futuro, ci aspettiamo un’ulteriore normalizzazione, ma senza overshooting, con il rendimento dei titoli di Stato Usa a 10 anni che potrebbe raggiungere il 3% nel 2018, grazie alla forza dell’espansione.
La riforma fiscale induce le imprese a investire di più in modo stabile (+10% sia nel 2018 che nel 2019) con un forte aumento della produttività. In questo contesto, l’inflazione rimane contenuta e la Fed si attiene al suo piano. I mercati azionari continuano a crescere, sostenuti dagli incrementi degli utili. I tassi a lungo termine aumentano con l’incrementare del tasso di crescita potenziale e non provocano un rallentamento dell’economia.I mercati realizzano improvvisamente che la Fed sia dietro la curva e cominciano a temere un’impennata dell’inflazione: i tassi di interesse di lungo termine aumentano in maniera significativa, causando un calo nel mercato azionario. Questo timore si basa principalmente sulle aspettative inflazionistiche, piuttosto che su dati effettivi sull’inflazione.Al di fuori degli Stati Uniti, tuttavia, vi sono pochi segnali di pressioni inflazionistiche. In particolare, la situazione è molto diversa nell’Eurozona, dove è probabile che l’inflazione converga molto gradualmente verso l’obiettivo del 2% fissato dalla BCE. I dati pubblicati nel mese di gennaio, con l’indice annuale dei prezzi al consumo che è sceso all’1,3% (e quello core all’1%) hanno confermato un trend inflazionistico debole. Il movimento al rialzo della valuta negli ultimi 12 mesi sta allentando ulteriormente le tensioni.Per il momento, non c’è motivo di mettere in discussione il nostro scenario di base. Ci aspettiamo, infatti, che il contesto di Goldilocks prevarrà per tutto il 2018, grazie anche al perdurante sostegno dei fondamentali. Le azioni sono diventate ancora più interessanti dopo la recente correzione. I mercati azionari statunitensi scambiano, attualmente, a un multiplo di 17x gli utili per il 2018, mentre appena una settimana fa il P/E forward si attestava ancora al di sopra delle 20 volte. Infine, una forte crescita degli utili dovrebbe continuare a sostenere le performance dei mercati azionari. In questo contesto di mercato fondamentalmente solido, e sebbene potremmo assistere a una seconda ondata di vendite sistemiche, siamo in attesa di una stabilizzazione delle dinamiche di mercato e di un momento propizio per incrementare ulteriormente la nostra esposizione sull’azionario. (foto: Nadege_Dufosse)

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L’Europa messa alle corde

Posted by fidest press agency su sabato, 19 agosto 2017

dossier europa parte primadossier europa parte secondaNon stiamo a rivangare il passato, quello remoto per intenderci. Partiamo invece dall’inizio di questo nuovo secolo. Lo facciamo prendendo buona nota dai lanci della Fidest che da allora si sono infittiti sul tema europeo sino a permetterci di raccoglierli in tre volumi e oggi di comparare questi spunti con l’attualità.
La prima riflessione che ci giunge spontanea è l’insoddisfazione di molti europei per una comunità che sembra di più assumere una logica “imperiale” con un potere centrale che accentra e non riesce a comprendere lo spirito dei tempi. Fa poi da corollario un supporto umano nella leadership europea alquanto mediocre che non è in grado di riscattarsi con più centri di comando: Consiglio europeo, Commissione Europea, Parlamento Europeo, proprio perché diventano, in pratica, dispersivi e si trasformano spesso in una tribuna dove dar sfogo alle proprie pretese nazionalistiche e al più realizzando alleanze bipolari: franco-tedesche, paesi dell’Est europeo, ecc.
Una cosa, tuttavia, è certa: l’attuale leadership ci conduce verso un futuro incerto e al rischio concreto di uno sfaldamento dell’intero sistema. E la mediocrità non ci permette d’affrontare il futuro con la necessaria determinazione nel fare scelte coraggiose facendo perdere alcuni tabù legati alla “sovranità nazionale” per renderla collettiva. Pensiamo, ad esempio, alle politiche industriali e monetarie, a quelle del lavoro, fiscali e dei prezzi.
Ma anche la capacità d’avere una politica estera comune che sappia parlare al mondo con una sola voce perché, ad esempio, avremmo fatto volentieri a meno dell’intraprendenza del presidente Macron per la questione libica. Avremmo dovuto costruirla con quella europea con la Mogherini o chi per lei. Che senso, infatti, ha mostrare una pluralità di politiche internazionali se vogliamo essere dossier europa parte terzarappresentativi di una volontà collettiva di taglio europeo? L’Europa, per intenderci, ha perso la consapevolezza che il nostro tempo richiede decisioni immediate e, soprattutto, che i destinatari debbano essere certi d’avere a che fare con una forza unitaria e non spezzettata in più tronconi e persino l’un contro l’altro armata. E in politica estera, in particolare, avremmo molte ragioni per restare uniti e fermi nelle nostre scelte. Pensiamo ai rapporti con la Federazione russa di Putin e al vicino Oriente. La Russia, dopo tutto, al di qua degli Urali, è l’Europa e il Mediterraneo ci offre l’opportunità di tessere buoni rapporti con tutta l’area dei paesi nord africani e asiatici che si affacciano sulle sue sponde. Ci siamo mai chiesti quali politiche autonome e originali siamo stati capaci d’imbastire con questi paesi? Siamo solo riusciti a creare un gran “pasticcio”, per usare una parola educata, con le politiche migratorie. Abbiamo trasformato, in particolare, l’Italia in un grande capo profughi con seicentomila arrivi in due anni, ed ora ci ritroviamo a non sapere come gestirli perché non si tratta solo di rifocillarli ma di trovare loro un lavoro. Non sanno forse i grandi saputelli di Bruxelles che esiste una forte evoluzione tecnologica che tende a ridurre il lavoro degli “umili” e ad esaltare quello delle “intelligenze”? (Riccardo Alfonso direttore dei centri studi sociali e politici della Fidest)

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Uomini e finanza

Posted by fidest press agency su mercoledì, 19 luglio 2017

Uomini e finanza(Economia, lavoro, finanza) (Italian Edition) Scrive Giulio d’Orazio sull’Informatore economico sociale “La società industriale si è caratterizzata per la distribuzione del-la ricchezza mediante la produzione e la vendita dei pezzi prodotti: più vendo, più produco, più creo occupazione e quindi disponibilità all’acquisto. Il profitto era dato dalla concentrazione di lavoratori e di macchine, popolazioni e prodotti, risorse e ambiente; con uniformità di ritmi, orari, svaghi e accudimento ai bisogni; sviluppando attese di massa e politiche economiche e sociali, imperialiste e onnicomprensive. Questo modo di lavorare e di produrre oggi è superato”.
Se prima c’era una concentrazione di popolazione per diminuire i costi oggi con il p.c., il telefono, la telematica e la videomatica si è aperta un’espansione verso il territorio, essendo venute meno le esigenze d’accorpamento. “Come prima risposta alle mutate condizioni di vita e di gestione dell’economia è che essa non resta più un “appannaggio dei soli economisti” ma tende ad aprirsi a ceti e settori diversi.
Rivoluzioni gestionali nell’organizzazione del lavoro e nella presenza dell’azienda sul territorio si traducono, con la “qualità totale”, con la «movimentazione dei capitali”, con l’utilizzo sempre più ampio delle società di servizi e con l’impiego in-tensivo della robotizzazione delle produzioni, in altrettanti porta bandiere del nuovo che avanza. Un discorso che ci porta alle stesse conclusioni di D’Orazio, vice presidente dell’Associazione Nazionale dei sociologi, quando afferma che “acquistano sempre più importanza i flussi di pensiero tra soggetti: azienda di credito e azienda commerciale; autorità monetaria e cittadini; e così via”.
In tale situazione la comunicazione, l’immagine, la capacità di sapersi diffondere con efficacia e successo supera d’importanza i tradizionali fattori imprenditoriali. La partita, dunque, si gioca per intero sulla “comunicazione” e sulla capacità di saper gestire al meglio i relativi strumenti operativi. Un concetto che vede nell’elemento sinergico, tra le varie specializzazioni economiche, scientifiche e tecnologiche, proprio la comunicazione. Quando si parla di politica, di conflitti sociali, d’assistenza, di previdenza e di giustizia, noi facciamo dell’economia uno strumento che si associa agli altri e si fonde con essi e si manifesta non tanto e non solo come un’operazione finanziaria, o l’avvio o il consolidamento di un’attività industriale, ma come sintesi di un disegno strategico che tocca tutti in uguale misura.
E’ un genere di discorso che si compone di variabili aggreganti in un gran disegno che configura l’uomo protagonista solo se dimostra d’essere sociale e socievole in pari tempo.
Sotto questo profilo l’economia non differisce di molto dalla storia, dalla pedagogia, dalla sociologia, dalle dottrine politiche e giuridiche e, in genere, dalle restanti scienze dell’uomo poiché nel loro insieme rappresentano la “scienza del comportamento”. Ogni comportamento umano è, infatti, sempre il risultato dell’interazione di situazioni combinate, esterne e interne alla persona è sempre cioè indicativo. Sono modi di agire che non sono tra loro slegati. Ogni comportamento è un’unità strutturata, molare e non molecolare, che insieme al “come” del suo configurarsi implica sempre un “perché” che lo avvia. Dobbiamo, semmai, convenire che per cogliere l’uomo nella sua globalità, unità ed essenza occorre oltrepassare le scienze. L’economia rientra nella totalità di questo progetto. Non possiamo considerarla separata. Dobbiamo, semmai, fare in modo che si concili con le altre parti per dare alla vita un significato e un orientamento in grado di raggiungere traguardi rivolti all’universalità ed essenzialità del suo essere e del suo divenire.
E’ un impegno dovuto. L’uomo è l’unico che non si limita a esistere ma sente di essere, e di essere appieno, solo quando, spingendo avanti il suo intelletto invade la realtà con il suo pensiero. L’economia fa parte di questo disegno. E’ fondamentale, quindi, che si faccia carico del giusto uso di tali strumenti per raggiungere la meta che il destino gli ha assegnato: “inter mathematicam et naturalem”.

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