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L’occasione perduta alla fine della seconda guerra mondiale

Posted by fidest press agency su venerdì, 16 agosto 2019

L’Europa non sembrò conscia che qualcosa era cambiato. Lo dimostrò il rituale di sempre svoltosi, questa volta, a Yalta. I protagonisti di questa messa in scena, consueta per gli storici per i suoi numerosi precedenti, vollero scientemente ignorare che eravamo giunti al secolo delle ideologie e non a una prosecuzione di un’Europa degli Stati tanto declamata ed esaltata nel secolo XIX. Si negò, di fatto, l’autodeterminazione dei popoli e ponendo così le premesse del confronto che ha portato alla ripartizione del mondo in blocchi e alla corsa agli armamenti.
Si disse che Yalta, in qualche modo, aveva garantito anni di pace dopo la fine della seconda guerra mondiale. Sono stati davvero anni di pace e non di sofferenza? Oggi, purtroppo, non siamo altro che gli eredi di tali calcoli operati a tavolino. Abbiamo esorcizzato una guerra totale, ma ne abbiamo accese molte altre regionali. Abbiamo fondato la libertà sulla sua stessa negazione. Libertà, sviluppo, democrazia, ma su quali basi? A pagarne il prezzo resta l’uomo con i suoi limiti e le sue dottrine aberranti. E’ mancata la voce di chi avrebbe potuto richiamarci alla concretezza della vita fondata su valori intramontabili e che noi abbiamo calpestato in nome di logiche consumistiche e d’ideologie repressive.
L’Italia di oggi, come del resto negli altri Paesi del mondo, è il frutto acerbo di questa civiltà che si rivolge all’uomo per negarlo, si rivolge ai grandi pensatori per strappare a loro, con l’inganno, un consenso che altrimenti non avrebbero, si proietta nel futuro lasciando irrisolti i grandi temi che determineranno il nostro futuro. E’ mancata, in poche parole, così com’è accaduto agli stati maggiori dell’esercito anglo francese, la consapevolezza che i tempi sono mutati e che per vincere la pace e costruire la stabilità politica ed economica di un paese non è più necessario trincerarsi dietro la linea Maginot dei partiti e dei loro interessi di etichetta e corporativi, ma è più efficace una lotta di movimento.
Non dimentichiamo che da qui a qualche anno la parola operaio o impiegato assumerà un significato diverso e non si andrà più in pensione perché si è vecchi a 57 anni o a 62. Stiamo cambiando le cose e la mentalità mentre, d’altro canto, la nostra consapevolezza generazionale giunge tardiva ed è questo il nostro vero motivo di disagio esistenziale.
Un disagio che nasce dal non essere in politica, come in economia, reali e aderenti al modo come viviamo invece di pensare e agire solo e comunque al modo come vorremmo essere o come taluni bramerebbero che fossimo migliori per calcolo e non per passione, per odio e non per amore. (Riccardo Alfonso)

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“Si profila all’orizzonte la fine del ciclo economico”

Posted by fidest press agency su lunedì, 10 dicembre 2018

A cura di Adrian Hilton, Head of Global Rates and Currency (Responsabile Tassi Globali e Valute) di Columbia Threadneedle Investments. La maggiore sorpresa del 2018 è giunta dal ciclo economico, che si è rivelato più resistente e protratto di quanto prevedevamo. Gli sgravi fiscali del Presidente Trump hanno alimentato la fiducia dei consumatori e sostenuto i consumi, ma la spesa per investimenti delle aziende ha reagito in misura inferiore al previsto ai maggiori incentivi agli investimenti forniti dalla riforma fiscale.Per contro, gli sviluppi economici nel resto del mondo si sono rivelati deludenti. In Europa, le spiegazioni addotte per la crescita fiacca sono mutate nel corso dell’anno, ma sembra sempre più chiaro che la causa principale sia da ricercarsi nel calo della domanda esterna, non ultimo di quella cinese, dovuto all’esaurirsi dell’effetto di precedenti misure di stimolo.Si direbbe proprio che il ciclo stia per concludersi. Gli Stati Uniti beneficiano da qualche tempo di condizioni finanziarie favorevoli e, più di recente, di vantaggi fiscali, ma molti di questi fattori appaiono in procinto di cambiare. I mercati azionari continuano a scontare un certo ottimismo, anche se in misura inferiore dopo le turbolenze di ottobre e novembre 2018.Se ci troviamo davvero alla fine del ciclo, l’evolversi degli eventi appare diverso dal passato. Generalmente ci aspetteremmo la comparsa di pressioni inflazionistiche in risposta alla saturazione dei mercati del lavoro e alle limitazioni della capacità produttiva. In tale situazione, la Federal Reserve statunitense inasprirebbe la politica monetaria fino ad adottare un orientamento restrittivo per evitare il disancoraggio delle aspettative d’inflazione. Eppure, malgrado la crescita superiore alla media, l’inflazione non ha esibito una significativa accelerazione. Di conseguenza, la Fed non si è vista ancora veramente costretta ad alzare i tassi d’interesse, nemmeno per portarli ai livelli ritenuti ‘neutri’ dallo stesso istituto centrale.È possibile che il ciclo stia terminando, ma in maniera più graduale che in passato. Una possibile spiegazione di questa evoluzione anomala è che la risposta dell’inflazione al ridursi della capacità inutilizzata interna è inferiore alla media storica, per cui le autorità non hanno dovuto inasprire la politica monetaria in maniera particolarmente aggressiva. Ciò rappresenterebbe una buona notizia per gli attivi, in quanto le valutazioni potrebbero scendere lentamente senza che si abbia un inasprimento destabilizzante delle condizioni finanziarie.
Una potenziale fonte di volatilità nel 2019 potrebbe essere costituita da un rallentamento più sincronizzato e profondo della crescita globale. Se ciò avvenisse, i meccanismi di protezione contro una recessione potrebbero rivelarsi meno efficaci che in passato. Non arrivo a predire una crisi, ma se invece di una correzione graduale si avrà un atterraggio brusco, i rischi sono maggiori di quelli insiti in cicli più ‘normali’. Non è chiaro quali aree del globo dispongano ancora della flessibilità politica necessaria per contrastare una riduzione generalizzata dei livelli di indebitamento.Gli Stati Uniti potrebbero allentare nuovamente la propria politica monetaria, ma non è detto che dispongano ancora dello spazio di manovra necessario per una risposta fiscale significativa, data la natura prociclica del loro stimolo più recente. Inoltre, i livelli di debito cinese potrebbero non consentire alla Cina di adottare manovre di stimolo analoghe a quelle effettuate durante precedenti rallentamenti. L’altro cuscinetto potrebbe essere costituito dall’Europa che, a differenza degli Stati Uniti, gode di ampi avanzi delle partite correnti. È difficile tuttavia immaginare che ci sia la volontà politica per coordinare un’espansione fiscale; inoltre la BCE non dispone di ampia flessibilità in ambito di politica monetaria.
I fondamentali dell’area euro appaiono discretamente robusti. Le condizioni sui mercati del lavoro stanno migliorando, l’occupazione ha esibito buoni livelli di crescita e i salari sono finalmente in aumento. Le condizioni di finanziamento sono ancora relativamente rilassate nell’Eurozona e l’indebitamento dell’intera economia resta contenuto. Le limitazioni della capacità produttiva dovrebbero esercitare ulteriori pressioni al rialzo sui salari, facendo aumentare anche gli investimenti in conto capitale. La BCE intende iniziare a normalizzare la propria politica monetaria, ma l’Europa è esposta a rischi provenienti da fonti sia interne che esterne. L’accentuarsi del rallentamento cinese e l’ulteriore deteriorarsi del commercio internazionale potrebbero costituire una minaccia, data la crescente dipendenza dell’Eurozona dalle esportazioni negli ultimi anni. Lo scontro tra l’Italia e la Commissione europea innervosisce, a ragione, i mercati. La Brexit rappresenta un’ulteriore fonte di incertezza.Per il Regno Unito, molto dipenderà da come si configurerà la futura relazione commerciale con l’UE e quali saranno i rispettivi impatti sull’economia, sia sul lato della domanda che su quello dell’offerta. È difficile che gli attivi a reddito fisso britannici imbocchino una direzione precisa fino a che non comprenderemo la natura dello shock.
Quali sono le implicazioni di queste incertezze per i rendimenti obbligazionari? Riteniamo che la crescita statunitense abbia raggiunto il picco, per cui ci attendiamo rendimenti più bassi durante il 2019, anche se non di molto, se si eviterà una recessione. In tale contesto, la normalizzazione del bilancio della Fed e l’evoluzione della politica monetaria altrove potrebbero incidere positivamente sui premi a termine, che sono stati molto ridotti su tutti i mercati dei titoli di Stato.Molto dipende da un’eventuale accelerazione o meno dell’inflazione. Se negli Stati Uniti il rapporto tra limitazioni della capacità produttiva e inflazione si normalizzerà, la Fed potrebbe dover inasprire la politica monetaria più del previsto. In tal caso, il ciclo economico potrebbe estendersi ulteriormente, ma potrebbe poi terminare in modo più brusco.

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“Progetto Mediterraneo” come nasce e il suo fine

Posted by fidest press agency su domenica, 29 luglio 2018

Esso intende costituire un valido supporto operativo, con l’apertura di nuovi mercati nell’area del bacino Mediterraneo, con una formula di franchising e d’intese operative con le realtà economiche dei paesi che vi si affacciano. Il tema l’ho proposto in più occasioni e per ultimo parlando di consorzi d’imprese. E’ un genere di collegamento, quest’ultimo, che può consentire indubbi vantaggi nel superare i costi d’insediamenti ex novo in paesi poco o nulla noti. Vi sono, inoltre, fattori d’economicità congiunti a quelli logistici facilmente individuabili e già citati.
D’altra parte il rapporto può considerarsi interessante non solo in termini di evoluzione del mercato (struttura della clientela, potenziale di vendita, reti di vendita), ma anche per il suo valore aggiunto in termini di gestione delle materie prime, del controllo della qualità, dei sistemi di elaborazione dati e degli stessi scenari nel loro complesso.
E’ uno scambio che può essere configurato a 360 gradi. Può coinvolgere altre risorse e potenzialità aziendali ed extra aziendali dalla formazione all’istruzione, dalla ricerca di nuove formule lavorative alla comunicazione. Va poi considerato l’interscambio a livello di gestione aziendale vera e propria.
Per quanto riguarda direttamente l’Italia essa si distingue per l’essere il Paese, dove in talune zone del suo territorio, esiste, ed è prevalente, una imprenditorialità piccola e media ben radicata. Penso a Biella, a Prato, a Cusio, a Vigevano, ecc. Ora mi chiedo, con l’avvento della moneta unica e ciò che comporta sotto il profilo economico, della libera circolazione di beni e servizi e della concorrenza, cosa è cambiato. D’altro canto non è un mistero per nessuno costatare che le piccole imprese stanno attraversando difficoltà strutturali di non lieve entità. Anche sotto quest’aspetto annoto alcune affinità con le imprese agricole. Diciamo che la loro ridotta dimensione non consente economie ed economicità soddisfacenti. La mancanza funzionale e organizzativa, la scarsità di propri mezzi finanziari, il dover ricorrere spesso al credito e subire il peso del costo maggiore, rispetto alle consorelle più grandi, per via del rischio che presentano per gli istituti di credito, sono tutti elementi che compongono un mosaico non esaltante. Inoltre la loro incapacità di pensare e perseguire strategie ben definite e tali da essere considerate gradite alle attese dei mercati e di gareggiare con successo, data la loro maggiore ampiezza e livello di competitività e di aggressività, gioca un ruolo non certo positivo. Tutto questo per non parlare delle esistenti difficoltà strutturali e di durabilità d’imprese che affrontano il quotidiano con notevole determinazione, ma anche con crescenti limiti sui quali pesa una grossa ipoteca.
Il primo errore, a mio avviso, è quello di voler restare rinserrati nel proprio territorio. Più salutare ed efficace sarebbe una politica d’aggregazione tra imprese poste in territori e nazioni diverse.
Tale criterio consentirebbe due benefici immediati: Il primo è legato all’espansione del mercato per il quale esporsi da soli significherebbe caricarsi di costi aggiuntivi, che diventerebbero proibitivi, e il secondo di sviluppare una cultura dello stare insieme a livello di micro-imprenditorialità.
E’ essenziale superare difficoltà culturali, di saper pensare e agire in comune e non è cosa da poco. Eppure i ritorni sono indubbi. Esaminiamone taluni:
• Consente di assumere maggiori dimensioni con l’acquisizione di nuove commesse.
• Favorisce sbocchi commerciali in aree limitrofe o esterne e di porsi nelle condizioni di maggiore concorrenzialità con le imprese maggiori.
• Riduce l’onerosità di certi costi di approvvigionamento, di ricerca e sviluppo, di promozione ecc.
• Evita lo sperpero di patrimoni tangibili e intangibili in caso di cessazione, perché tali patrimoni potrebbero trovare agevole collocazione o recupero nella stessa aggregazione. (Riccardo Alfonso)

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Libro: La fine dell’Europa

Posted by fidest press agency su domenica, 17 settembre 2017

la fine dell'europaGiulio Meotti ha intrapreso un compito impopolare ma necessario nel mettere a nudo la verità allarmante sul declino demografico dei popoli europei indigeni.La risposta della nostra classe politica è quella di scrollare le spalle e dire “che importa?”. Come sottolinea l’autore, la nostra incapacità di riprodurci non è causata dalla povertà o dalla debolezza genetica. Al contrario, ciò è dovuto alla ricchezza, all’indolenza e alla voglia di aggrapparci alla sicurezza dello stato sociale. Ci ritiriamo dal lavoro il più presto possibile, e persino i giovani sono inclini a considerare i figli come un peso che è meglio evitare. Questo atteggiamento verso i bambini è l’opposto dell’atteggiamento religioso, e, come dimostra Meotti, è proprio l’indebolimento della fede cristiana ad aver portato i cittadini europei a smettere di fare figli. Possiamo fare qualcosa per questo problema? Una cosa è certa, senza il coraggio di essere ciò che siamo, e di trasmettere la nostra eredità ai nostri figli, noi europei siamo destinati a scomparire. E con noi scomparirà la più grande civiltà che il mondo abbia mai conosciuto.Con un saggio di Roger Scruton, filosofo inglese, e di Richard Millet, scrittore francese, ex editor di Gallimard. Giulio Meotti, scrittore, giornalista de Il Foglio. Giulio Meotti La fine dell’Europa. Nuove moschee e chiese abbandonate Cantagalli 2016 | pp. 224 | euro 17 (foto: la fine dell’Europa)

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Alla fine della notte di Jan-Philipp Sendker

Posted by fidest press agency su sabato, 17 giugno 2017

alla fine della notteUna storia commovente sul potere dell’amore, la paura della perdita e la forza dell’umanità dall’autore di L’arte di ascoltare i battiti del cuore.Il soggiorno nella provincia di Sichuan di Paul e Christine si è rapidamente trasformato in un incubo: il figlio di quattro anni, David, è stato rapito, gettandoli nella disperazione. Anche se David, attraverso circostanze fortunate, riesce a tornare da loro, i rapitori non si arrendono e fanno di tutto per sottrarlo di nuovo alla sua famiglia. L’unico posto sicuro è l’ambasciata americana a Pechino. Ma le stazioni, le strade e gli aeroporti sono controllati e dei poliziotti corrotti non ci si può fidare. Senza aiuto, Paul e Christine non hanno alcuna possibilità di arrivarci. Chi sarà disposto a dar loro una mano, anche a costo di rischiare la propria vita? Ma, soprattutto, di chi si possono davvero fidare Paul e Christine?Dall’acclamato autore del bestseller L’arte di ascoltare i battiti del cuore, Alla fine della notte costituisce una splendida conferma del talento di Jan-Philipp Sendker nel descrivere la dicotomia tra bene e male attraverso personaggi sapientemente descritti e una trama ricca di inaspettati colpi di scena.
Jan-Philipp Sendker è nato nel 1960 ad Amburgo, ha vissuto negli Stati Uniti dal 1990 al 1995 e dal 1995 al 1999 è stato corrispondente in Asia per lo Stern. Dopo un secondo soggiorno negli Stati Uniti è tornato in Germania, dove lavora come giornalista per lo Stern. Vive a Berlino con la sua famiglia. Con Neri Pozza ha pubblicato anche: L’arte di ascoltare i battiti del cuore, Gli accordi del cuore, Il sussurro delle ombre e Gli scherzi del dragone. Euro 18,00 368 pagine EAN 9788854514621 (foto: alla fine della notte)

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Il testamento biologico e le scelte del fine vita

Posted by fidest press agency su martedì, 7 febbraio 2017

comoComo Venerdì 17 febbraio, ore 21 Biblioteca comunale di Como P.zza V. Lucati 1. l’Associazione Accanto Onlus–Amici dell’Hospice San Martino di Como organizza, con il patrocinio del Comune di Como, l’incontro aperto al pubblico “La scelta finale – Riflessioni attorno al testamento biologico”. Poter scegliere di morire senza soffrire e con dignità. Un tema eticamente sensibile e sempre più d’attualità quello che riguarda le decisioni sul fine vita, tanto che il dibattito è al centro dell’attenzione anche in Italia, dove è in discussione al Parlamento il provvedimento sul testamento biologico. Per questo – per far conoscere l’idea del testamento biologico, dei suoi possibili contenuti, delle sue motivazioni soggettive. Interverranno il professor Giuseppe Remuzzi, direttore dell’U.O. di Nefrologia e Dialisi dell’Ospedale di Bergamo e coordinatore all’Istituto Mario Negri di Bergamo e la professoressa Silvia Salardi, ricercatrice di Filosofia del diritto e docente di Bioetica all’Università degli Studi di Milano-Bicocca. Moderatore sarà Giangiacomo Schiavi, giornalista, scrittore ed editorialista del Corriere della Sera, molto impegnato sui temi sociali e particolarmente sensibile all’argomento del testamento biologico.
Introdurrà l’incontro Gisella Introzzi, presidente di Accanto onlus. Associazione che, da oltre 10 anni, si occupa di contribuire alla diffusione della cultura e della pratica delle Cure Palliative, il cui scopo è quello di offrire le migliori condizioni possibili in ogni momento della vita, fino alla fine. (foto: schiavi, Remuzzi)

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Unicef: in Libia dopo la fine del conflitto

Posted by fidest press agency su mercoledì, 11 gennaio 2012

Flag of UNICEF

Image via Wikipedia

Più di 1,2 milioni di bambini sono tornati a scuola in Libia, 10 mesi dopo l’evacuazione dalle classi a causa dei combattimenti durante la rivolta popolare. Il conflitto ha comportato la chiusura delle scuole, danneggiate e utilizzate per fini militari e umanitari. Molti bambini hanno subito ferite profonde, dalle violenze alla perdita dei propri cari. “E’ stata un’operazione massiccia e una grande conquista per il popolo libico” – ha dichiarato Maria Calivis, Direttore regionale dell’UNICEF per il Medio Oriente e Nord Africa -“In un momento di grande speranza e di sconvolgimento, nessun settore ha più potenziale dell’istruzione per migliorare la società e riportare i bambini alla normalità”. Con il sostegno dell’UNICEF e di altri partner, il governo ha lavorato giorno e notte per ripristinare le infrastrutture e pulire le scuole da macerie, mine e ordigni inesplosi. 27 milioni di libri di testo sono in corso di stampa, di questi 10 milioni sono già stati distribuiti dal Ministero della Pubblica Istruzione in tutto il paese. I bambini in grave difficoltà e le loro famiglie stanno ricevendo supporto psico – sociale. Inoltre, si sta lavorando per rintracciare i bambini sfollati ed assicurare che vengano iscritti. Sono ancora molte le sfide, però, tra cui la difficile situazione degli sfollati, la carenza di banchi e di libri per bambini e il problema trasporti da e per le scuole. Con il sostegno dell’Unione Europea e di altri donatori, l’UNICEF
appoggerà le autorità libiche nel portare avanti riforme di ampio raggio. La Libia ha buoni livelli negli indicatori riguardanti l’istruzione, anche se sono richiesti una migliore qualità e un insegnamento più pertinente per fare in modo che il sistema sia in grado di rispondere ai problemi delle minoranze, a quelli dei bambini con disabilità e alle disparità di genere L’UNICEF sostiene una ricerca sulla scuola a livello nazionale, che sarà lanciata questo mese per raccogliere dati al fine di pianificare le necessità delle scuole, in termini di attrezzature, forniture, materiali didattici, insegnanti e numero di iscrizione. “L’investimento sui bambini e su un’istruzione inclusiva sono un primo passo verso la costruzione di una società tollerante e produttiva”, ha dichiarato Calivis.

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Amministrative: sia la fine per un nuovo inizio

Posted by fidest press agency su martedì, 31 maggio 2011

“Nel Pdl serve una rivoluzione copernicana che ponga il merito al centro ed eviti che Roma precipiti nello stesso abisso in cui stanno cadendo Milano e Napoli. E’ tempo di lavorare ancora più seriamente per il territorio e per le vere esigenze dei cittadini ed impegnarsi giorno dopo giorno in ogni settore della società civile con determinazione e concretezza. L’ombrello del presidente Berlusconi in campagna elettorale non basterà più” – lo dichiara in una nota Fabrizio Santori, consigliere del Pdl di Roma Capitale, che aggiunge: “I risultati delle elezioni di due settimane orsono sono stati inconfutabili e ora il ballottaggio conferma che tanti elettori hanno inviato un messaggio forte e chiaro a tutta la classe dirigente del Pdl”.

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La rivolta del mondo arabo e la fine del capitalismo

Posted by fidest press agency su mercoledì, 30 marzo 2011

Alla base delle guerre, in questo esordio cruento del 3° millennio, c’è l’interesse economico, sia di singole multinazionali, che di Stati i cui vertici sono assoggettati a quelle stesse multinazionali che ne hanno sponsorizzato la formazione; questo interesse trova nella globalizzazione dei mercati la sua attualità. La globalizzazione dei mercati, intesa come momento culminante del capitalismo spinto, per essere accettata necessita di essere imposta; il consumismo a cui porta non può essere accettato passivamente dai  popoli, che non vogliono privilegiare i consumi fittizi, ma le necessità  reali. Queste necessità reali sono state mortificate per decenni dall’indipendenza e, precedentemente, per secoli di colonialismo; chi ha pagato per tutti è stato il popolo, succube delle potenze coloniali prima e successivamente di avidi governanti, affascinati dalle promesse del capitalismo. Tra l’altro proprio la globalizzazione provoca l’acuirsi dello sfruttamento del lavoro minorile, del lavoro femminile sottopagato, perché produce esigenze di manovalanza a basso costo, tutto a discapito dei livelli di istruzione, perché gli stessi genitori inseriscono i figli nel panorama sordido dello sfruttamento prima possibile; lo impone la legge della sopravvivenza. Dopo avere usato tutte le leve del marketing avanzato, la politica della globalizzazione deve imporsi con altri mezzi, anche con i mezzi della violenza. Questo capitalismo avanzato e spinto alle estreme conseguenze , promosso indiscriminatamente dall’opulento mondo occidentale, conduce a diverse forme di consumo; oggi non si produce più per soddisfare i bisogni del consumatore, o per migliorare la qualità della vita, oggi si produce e basta, quindi, attraverso l’uso indiscriminato delle leve di marketing, si creano falsi bisogni; il consumatore è solamente un’entità da sfruttare attraverso l’imposizione di falsi bisogni. Possiamo affermare che l’economia capitalistica genera la globalizzazione dei mercati, la loro fusione consequenziale, per affermarsi sempre più, genera le politiche aggressive. Di segno opposto è l’indicazione operativa del cooperativismo, che si realizza nella integrazione fra i popoli, l’integrazione fra i popoli non è altro che la internazionalizzazione del concetto portante del cooperativismo, che a sua volta è l’aggiornamento dell’originario concetto di ‘corporativismo cattolico’. Con il concetto di integrazione fra i popoli viene recuperato il ruolo etico dell’economia, che ritorna ad essere una funzione al servizio dell’uomo, e non,  come accade nel sistema capitalistico, un modo per asservirlo alle esigenze dell’economia, fino alle estreme conseguenze, con lo sfruttamento, con una nuova schiavitù, con l’aggressività camuffata da nobili ideali, ma in realtà finalizzata alla rapina delle materie prime e delle fonti energetiche che servono al capitalismo in maniera sempre più esponenziale, mentre intere popolazioni, che, peraltro, costituiscono la grande maggioranza della popolazione mondiale, covano la ribellione motivata e giustificata dall’indigenza. (Rosario Amico Roxas)

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Brunetta e la fine della prima repubblica

Posted by fidest press agency su martedì, 14 dicembre 2010

Renato Brunetta: “Ci sono voluti 16 anni, ma finalmente l’Italia ce l’ha fatta a liberarsi dei fantasmi del passato. Con il voto di oggi ha finalmente  termine la Prima Repubblica nelle sue manifestazioni peggiori: la partitocrazia e le congiure di palazzo. Da domani dovremo lavorare per le riforme che consolidino la Repubblica dei cittadini. Quelle riforme che ci sono state impedite in tutti questi anni dalla retorica consociativa e dai rigurgiti conservatori delle vestali dello status quo”.

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La fine del viaggio: lectio magistralis

Posted by fidest press agency su lunedì, 29 novembre 2010

Parma 1 dicembre, alle ore 16, presso l’Aula Magna del Palazzo Centrale dell’Ateneo di (via Università 12). lectio magistralis del Prof. Giuseppe Gilberto Biondi dal titolo “La fine del viaggio: Joyce tra Omero e Dante.  La lezione è organizzata dalla Delegazione di Parma dell’Associazione Italiana di Cultura Classica (AICC), presieduta dal Prof. Gabriele Burzacchini, ordinario di Letteratura greca dell’Università di Parma, come incontro di apertura delle iniziative per l’anno accademico 2010-2011. Con questa iniziativa l’Associazione intende proseguire, anche quest’anno, la propria attività, esprimendo la sua spiccata vocazione a costituire un trait d’union tra la didattica dei licei e l’Università. Gli incontri organizzati dall’AICC e dal Dipartimento di Filologia Classica e Medievale rappresentano occasioni di ‘incontro’ sul comune terreno della civiltà classica, in particolare greca e latina, non solo per gli ‘addetti ai lavori’, vale a dire docenti e studenti universitari, ma anche per tutti coloro che coltivano interessi culturali. La lezione del 1° dicembre offre uno spunto di meditazione, dal momento che, oltre a classici come Omero, Virgilio e Dante, coinvolge anche l’autore contemporaneo per antonomasia, vale a dire James Joyce. Si vuole in questo modo proporre una riflessione su quelle che sono le colonne portanti della civiltà occidentale, sui modelli che l’hanno sorretta e sulla loro evoluzione e reciproca dipendenza: una sorta di panoramica sui codici letterari ma anche civili che hanno generato e tuttora sorreggono l’anima dell’uomo occidentale. Il Prof. Giuseppe Gilberto Biondi, già Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia, è attualmente Direttore del Dipartimento di Filologia Classica e Medievale del nostro Ateneo; membro scientifico di premi internazionali e socio dell’Accademia Nazionale Virgiliana, è direttore di “Paideia”, rivista scientifica di filologia, ermeneutica e critica letteraria, e della correlata collana di studi. Studioso dei maggiori poeti latini (Lucrezio, Catullo, Orazio, Virgilio, Lucano, Seneca tragico, etc.), ne indaga principalmente la poetica e la Weltanschauung, estendendo non di rado la propria ricerca anche alla poesia e cultura contemporanea (Pascoli, Montale, Eliot, etc.). Alcuni suoi lavori su Seneca e Catullo sono stati antologizzati e tradotti su prestigiose collane internazionali.

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Obama e la fine del suo capitale politico

Posted by fidest press agency su lunedì, 26 luglio 2010

Solo il ventidue percento dei californiani approva il lavoro di Arnold Schwarzenegger, il governatore del Golden State. Nel caso del presidente Barack Obama il quarantaquattro percento degli americani gli dà voti favorevoli.  Il contrasto dovrebbe far sorridere Obama ma solo qualche mese fa il suo tasso di approvazione era del sessantasette percento. Qualcosa non funziona dunque per il presidente degli Usa oltre che per il governatore della California.  Nel caso del secondo si tratta di un’anatra zoppicante dato che il suo mandato finirà a novembre. Per il residente della Casa Bianca si tratta di un’altra storia dato che è solo al secondo anno del suo mandato. Il calo di popolarità di Obama non riflette i suoi risultati legislativi. Nonostante la forte opposizione del Partito Repubblicano il presidente è riuscito a fare approvare importanti disegni di legge. A cominciare dallo stimolo all’economia di 862 miliardi di dollari. C’è poi stata la riforma sulla sanità e più recentemente la riforma finanziaria che dovrebbe evitare le crisi economiche regolando Wall Street e proteggendo i consumatori. Tutti questi successi legislativi sono dovuti al presidente Obama ma naturalmente anche al Partito Democratico che in grande misura ha votato favorevolmente. I voti repubblicani a questi sforzi legislativi si possono contare sulle dita di una mano. In linea generale il Partito Repubblicano si è dimostrato compatto nel suo tentativo di deragliare la politica legislativa di Obama.  Il calo di approvazione del presidente statunitense si deve quasi esclusivamente all’economia. Nonostante alcuni segnali di ripresa il numero di posti di lavoro non è ancora aumentato sufficientemente per ridurre la disoccupazione. Lo stimolo all’economia approvato l’anno scorso ha avuto degli effetti positivi. La maggior parte degli analisti credono che lo stimolo abbia salvato tre milioni di posti di lavoro. Ma è molto probabile che la misura dello stimolo sia stata insufficiente. Sono di questo avviso non pochi economisti tra i quali Paul Krugman, vincitore del Premio Nobel per l’economia l’anno scorso. Le elezioni di midterm che si terranno fra quattro mesi non sembrano dunque favorevoli ad Obama ed il Partito Democratico. Dato che non si tratta di un’elezione presidenziale il numero di partecipanti sarà più basso del solito. Solo questa ragione già favorisce il Partito Repubblicano dato che i membri del Gop si recano alle urne più regolarmente dei loro avversari. L’economia traballante aggiungerà ai problemi del partito di Obama. Ciononostante si tratta di elezioni locali ognuna delle quali ha le sue caratteristiche nonostante le ramificazioni nazionali. Se i repubblicani dovessero riottenere la maggioranza alla Camera dei Rappresentanti e al Senato si tratterebbe ovviamente di grossi grattacapi per Obama dato che la sua agenda politica sarebbe ancor più bloccata. Obama deve dunque sperare che l’economia si riprenda al più presto perché gli elettori spesso votano la situazione delle loro tasche. Durante incertezze economiche gli elettori cambiano direzione perché hanno poca pazienza specialmente nel mondo attuale. Obama potrebbe naturalmente giocare la carta di Ronald Reagan per cercare di spiegare le difficoltà economiche come il risultato di una politica con radici nell’amministrazione precedente. Ecco esattamente cosa fece Reagan nel 1982 quando il gipper dovette fare fronte ad una crisi economica subito dopo la sua elezione. Nel caso attuale Obama avrebbe tutte le ragioni per additare alle radici dei problemi nel passato considerando ciò che ha ereditato da George Bush: due guerre e un’economia all’orlo del precipizio. Obama potrebbe insistere su questo punto: ci sono voluti parecchi anni per sprofondare in questa crisi economica e ce ne vorranno parecchi per uscirne. Cambiare rotta per ritornare al clima politico del passato caratterizzato da tasse più basse per i ricchi non farebbe che peggiorare la situazione. Alla fine però Obama dovrà conquistarsi più capitale politico da sé stesso indicando i suoi successi invece dei fallimenti del suo predecessore. (Domenico Maceri)

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