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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 330

Posts Tagged ‘fisco’

Dl fisco: no multe a negozianti senza Pos

Posted by fidest press agency su mercoledì, 4 dicembre 2019

La commissione Finanze ha approvato l’abrogazione delle sanzioni per i commercianti che non hanno il Pos per i pagamenti con carta di credito/debito.”Una vergognosa retromarcia! Ancora una volta vincono le lobby” afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori.”In pratica si autorizzano i commercianti a rifiutare i pagamenti elettronici come hanno fatto fino ad oggi. Il Pos, infatti, era già previsto dall’ottobre del 2012, ossia da ben 7 anni, e le sanzioni erano già annunciate nella legge di stabilità del 2016, ossia da quasi 4 anni. Si trattava, quindi, semplicemente di dare attuazione alla norma, rendendola finalmente vincolante” prosegue Dona.”In Italia, infatti, le leggi restano inapplicate se non sono abbinate a sanzioni. Solo dando al cliente la possibilità di segnalare la trasgressione, si sarebbero fatti passi avanti, dando così al consumatore la possibilità di poter pagare come meglio crede. Ora i commercianti potranno continuare a rifiutare gli strumenti di pagamento elettronici per importi bassi” conclude Dona.

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Fisco e fiducia dei contribuenti. Come distruggerla: Iva e autoscuole

Posted by fidest press agency su domenica, 3 novembre 2019

Lo scorso 14 marzo la Corte di Giustizia europea, con una sentenza su un caso tedesco (C-449/17), ha fatto chiarezza sull’obbligo, per le autoscuole, di includere l’Iva nelle loro richieste di pagamento per i servizi che erogano all’utenza. L’Agenzia italiana delle Entrate, che non aveva mai avanzato pretese per una sua sbagliata interpretazione della norma del 1972, si è subito mossa chiedendo il pagamento dell’Iva per gli ultimi cinque anni, non prescritti. Facile prevedere che ci sarebbe stato un effetto ricaduta delle autoscuole sugli utenti e un “massacro” di corsi e ricorsi. Noi, tra gli altri, abbiamo chiesto un intervento legislativo a sanatoria . Che è arrivato. Ma sono cominciate le “baruffe chiozzotte” di interpretazione del testo con l’Agenzia delle Entrate che si è messa in prima fila per cercare di “succhiare” il più possibile a chi, ovviamente, si era comportato per essere in regola con la legge.
Diverse autoscuole, vista la sentenza della Corte di Giustizia, dallo scorso 14 marzo hanno cominciato a caricare l’Iva sulle loro fatture. Il provvedimento legislativo, che entrerà in vigore il 1 gennaio 2020, ha una sanatoria per i mancati versamenti Iva non effettuati in precedenza. Quindi, anche coloro che, pur in assenza di una norma italiana ma in virtù della sentenza della Corte di Giustizia (autorità giudiziaria oltre la quale non c’è nulla e ai cui dettami tutti i Paesi comunitari si devono uniformare) hanno cominciato a versare l’Iva dallo scorso 14 marzo, dovrebbero rientrare in questa sanatoria ed essere rimborsati.
Non è invece così per l’Agenzia delle entrate. Il provvedimento approvato prevede il pagamento dell’Iva al 22% da parte delle autoscuole a partire dal 1 gennaio 2020 “sono fatti salvi i comportamenti difformi adottati dai contribuenti anteriormente alla data di entrata in vigore della presente disposizione…”. Secondo la nostra Agenzia il comportamento difforme riguarda quello contrario alla nuova norma, cioé le autoscuole che hanno versato l’Iva a partire dal 14 marzo… e quindi nessun rimborso. Ma secondo alcuni membri delle commissioni parlamentari che hanno varato la norma, il “comportamento difforme” si riferisce a quello contrario alla sentenza della Corte di Giustizia, quindi quello di chi, al contrario di quanto stabilito dalla stessa Corte, non ha versato l’Iva: chi non ha pagato l’Iva dalla data della sentenza della Corte (14 marzo) all’entrata in vigore della norma (1 gennaio 2020), il periodo di vacatio-legis, è fatto salvo. Se così non fosse ci sarebbe un ingiustificato arricchimento da parte dell’Erario. Ora, di fronte a queste due interpretazioni sarà necessario un emendamento interpretativo. Vedremo come finirà.
Quel che rimane, e con molta evidenza e amarezza, è il comportamento e la pretesa dell’Agenzia delle Entrate. Agenzia che, nonostante dal 1972 sia stata responsabile della cattiva interpretazione e applicazione della norma, e nonostante nel momento di vacatio-legis sia subito partita in quarta nella sua pretesa di arretrati dopo la sentenza, oggi si affida ad interpretazioni cavillose per cercare di succhiare soldi alle autoscuole. E si tratta proprio di “succhiare” visto che la sua pretesa è rivolta solo ai virtuosi che, non sapendo che fare, hanno preferito “abbondare”. Evidenza ed amarezza che non ci deve stupire se poi abbiamo contribuenti sempre propensi a venir meno ai propri obblighi fiscali e legislatori che sono convinti di rimediarvi con galera et similia. (Vincenzo Donvito, presidente Aduc)

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Dl fisco: bozza,credito imposta Pmi su commissioni Pos

Posted by fidest press agency su domenica, 27 ottobre 2019

Nel decreto fiscale è previsto per i commercianti un credito d’imposta del 30% delle commissioni sulle transazioni con carte e bancomat. “Bene! Ora, però, chiediamo che sia il credito d’imposta che le multe siano anticipate dal 1° luglio al 1° gennaio 2020” afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori. “Non esistono, infatti, più scusanti. Questo provvedimento di fatto consentirà di aiutare i commercianti, indipendentemente da un accordo con le banche. Senza contare che c’è tutto il tempo per trovare intese con il mondo creditizio da qui alla fine dell’anno, visto che mancano più di due mesi. Quindi non ci sono più ragioni per non rendere vincolante un obbligo già in vigore dall’ottobre del 2002, ossia da ben 7 anni, e per non far scattare sanzioni già previste dalla legge di stabilità del 2016, ossia da quasi 4 anni” conclude Dona.

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Fisco e denaro di plastica

Posted by fidest press agency su sabato, 19 ottobre 2019

Ben venga il pagamento di servizi tramite denaro di plastica, ché probabilmente è un modo efficace per combattere l’evasione fiscale e semplificare la vita alle persone. Ma occorre affrontare e risolvere un problema che abbiamo riscontrato proprio stamane in un bar dove, accanto alla cassa c’era esposto un cartello con scritto “si accettano pagamenti con ogni carta ma solo per importi superiori ai 10 euro”. Problema che, ovviamente, tutti dicono esistere ma che non ci sembra (almeno al momento) venga affrontato in modo adeguato per impedire penalizzazione di consumatori e commercianti. L’uso del denaro di plastica ha un costo per consumatori e commercianti, e questo ne scoraggia l’uso per piccoli importi.Il ministro degli Affari Esteri, Luigi Di Maio così si esprime: “Sul Pos se mettiamo semplicemente una multa da 30 euro per chi non accetta la carta di credito”, otterremo come risultato che “il commerciante preferira’ pagare la multa piuttosto che le commissioni”. Per questo serve “un accordo con le banche per abbassare i costi dei pagamenti con le carte credito o i bancomat”. Insomma, “sono anni che si fa la lotta all’evasione facendo la lotta agli scontrini”, inseriamo “il carcere e la confisca per sproporzione e vedrete che le cose cambieranno” .Ci par di capire che venga auspicato il carcere e la confisca per i commercianti che non dovessero consentire l’uso delle carte nei propri esercizi. Auspichiamo che si arrivi a più miti pretese, ragionamenti e metodi, anche perché i metodi da giustizialismo fiscale (misti ad una sorta di dittatura fiscale), in un contesto in cui si dovrebbe tendere a far capire ai contribuenti che pagare le tasse conviene a tutti, è probabile che siano forieri solo di metodi più raffinati di evasione rispetto agli attuali. Allo stato dei fatti sembra che il governo si stia orientando sui premi/lotteria da concedere a chi paga con le carte. E che, a parte le parole, non ci sia nulla per quello che noi riteniamo il problema centrale: le commissioni agli istituti di credito di consumatori e commercianti. Commissioni la cui pretesa ci sembra legittima da parte degli istituti di credito e che crediamo che l’auspicato “accordo con le banche per abbassare i costi dei pagamenti con le carte credito o i bancomat” non porterà a nulla.
Per questo crediamo che invece della ‘lotteria degli scontrini’, lo Stato dovrebbe stanziare dei fondi per accollarsi le spese delle commissioni. Un provvedimento temporaneo perché, dopo gli inevitabili problemi e costi iniziali, non si può escludere che gli istituti di credito, visto il nuovo e consistente giro di soldi che transiterà dai loro forzieri (ed è questo, oltre le commissioni, il loro business), non si può escludere che potranno applicare una politica di “commissioni zero” alla bisogna. Spetterà ovviamente al governo monitorare in modo che la situazione non degeneri e, nel caso, prendere i necessari provvedimenti per garantire questo equilibrio. (Vincenzo Donvito, presidente Aduc)

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Fisco: solo il 12% dei contribuenti più “ricchi” versa 58% Irpef

Posted by fidest press agency su domenica, 22 settembre 2019

Secondo uno studio, il 12% dei contribuenti italiani più ricchi, che dichiarano più di 35 mila euro, paga quasi il 58% di tutta l’Irpef, mentre i contribuenti con redditi lordi sopra i 100.000 euro l’anno, pur essendo solo l’1,13% del totale, pagano il 19,35% di tutta l’Irpef.”Questi dati dimostrano, qualora ce ne fosse stato bisogno, che la flat tax è improponibile e che, visto il recente record di 2.409,9 miliardi di debito pubblico, provocherebbe un dissesto finanziario” afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori. “Non sappiamo a che livello il precedente Governo avrebbe collocato l’aliquota della flat tax, ma certo sarebbe stata ben sotto a quella del 38% che attualmente pagano i contribuenti nello scaglione tra 28 e 55 mila euro di reddito complessivo. Per non parlare di chi dichiara oltre 75 mila euro e che dà un grande contributo al gettito Irpef, visto che i contribuenti sopra i 100 mila euro pagano già il 20% di tutta l’Irpef” conclude Dona.

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Fisco: ricerca,12% contribuenti più “ricchi” versa 58% Irpef

Posted by fidest press agency su sabato, 21 settembre 2019

Secondo uno studio, il 12% dei contribuenti italiani più ricchi, che dichiarano più di 35 mila euro, paga quasi il 58% di tutta l’Irpef, mentre i contribuenti con redditi lordi sopra i 100.000 euro l’anno, pur essendo solo l’1,13% del totale, pagano il 19,35% di tutta l’Irpef.
“Questi dati dimostrano, qualora ce ne fosse stato bisogno, che la flat tax è improponibile e che, visto il recente record di 2.409,9 miliardi di debito pubblico, provocherebbe un dissesto finanziario” afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori.
“Non sappiamo a che livello il precedente Governo avrebbe collocato l’aliquota della flat tax, ma certo sarebbe stata ben sotto a quella del 38% che attualmente pagano i contribuenti nello scaglione tra 28 e 55 mila euro di reddito complessivo. Per non parlare di chi dichiara oltre 75 mila euro e che dà un grande contributo al gettito Irpef, visto che i contribuenti sopra i 100 mila euro pagano già il 20% di tutta l’Irpef” conclude Dona.

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Per l’Italia choc fiscale e investimenti pubblici

Posted by fidest press agency su giovedì, 1 agosto 2019

«La proposta economica di Fratelli d’Italia è molto simile a quella di Donald Trump: choc fiscale e investimenti pubblici. Tagliare le tasse alle imprese è per noi il primo passo e la nostra proposta di partenza è la tassa piatta al 15% sui redditi incrementali. Una flat tax che si può fare immediatamente e che può dare respiro alle aziende, far emergere il sommerso e far capire che quando produci e cresci lo Stato ti è vicino. Poi c’è la nostra proposta storica per inentivare il lavoro che possiamo riassumere in “più assumi e meno paghi”. FdI ha studiato un sistema di tassazione per le aziende mirato a incentivare il lavoro e che tiene conto della quantità di manodopera in rapporto al fatturato. Non ci interessa molto aiutare aziende che hanno fatturati da capogiro ma pochissima manodopera e non ci interessa molto la web tax al 3%: a noi interessa aiutare quelle aziende che hanno un’alta percentuale di lavoratori in rapporto a quello che guadagnano». Lo ha detto intervistata da Radio 24 il presidente di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni.

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Fisco, speculazioni e debito

Posted by fidest press agency su lunedì, 5 novembre 2018

(By Antonio De Lellis Comitato per l’Abolizione dei Debiti Illegittimi, CADTM Italia). La ”manovra del popolo” e le rinnovate paure di default dell’Italia richiamano la necessità di capire i meccanismi di formazione del debito pubblico italiano.
Lo studio, che è stato presentato da Cadtm Italia il 27 ottobre a Roma in una conferenza organizzata dal Comitato per l’Abolizione del Debito Illegittimo sul tema “Riforme fiscali e debito pubblico italiano”, ha avuto lo scopo di fornire informazioni sulla struttura del sistema fiscale italiano e sugli effetti che le controriforme dei passati decenni hanno avuto sulle entrate dello stato, e quindi sul debito pubblico.
Secondo le sue risultanze la principale causa dell’aumento del debito pubblico italiano dipende dalla spesa per interessi, la cui dinamica negli ultimi anni è stata sempre più condizionata dalla speculazione finanziaria.
Il tema è stato trattato da Paolo Raimondi e Mario Lettieri i quali con i numerosi editoriali su Italia Oggi hanno aperto finestre di approfondimento al tema. Se consideriamo solo tre episodi speculativi (1992-93; 2007-2007; 2011-2012) ricaviamo che la speculazione finanziaria è costata allo Stato italiano (e quindi a noi) la bellezza di 467,3 miliardi in valore assoluto, ovvero il 20,6% dell’intero debito pubblico del 2017. Qui non è fondamentale la cifra esatta, ma sapere che il problema della speculazione e dei suoi effetti nefasti sul debito esiste. Qualunque sia la cifra, che non si discosterà molto da quella individuata, occorre sapere che essa è andata a ingrassare la pancia delle multinazionali della finanza e delle banche e solo in minima parte i risparmiatori italiani, che detengono, solo il 5% del debito complessivo.
Analizzando il dossier su entrate fiscali e debito vediamo che se si considera il mancato gettito dovuto alla ridotta progressività delle riforme fiscali e al mancato cumulo, otteniamo una perdita per lo Stato, nel [solo] 2016, di 8,3 miliardi di euro, pari al 4,5% del gettito Irpef. Applicando lo stesso calcolo agli ultimi 34 anni (dal 1974 ad oggi), il mancato gettito complessivo ammonta a 146 miliardi. Tale ammanco di entrate è stato colmato dall’emissione di titoli di Stato che, in virtù degli interessi composti, hanno prodotto un maggior debito pari a 295 miliardi, il 13% di tutto il debito accumulato.
Un favore alle classi più ricche che è stato assai costoso per tutta la collettività! Solo per effetto delle speculazioni oggetto di studio e di una Irpef iniqua oltre 762 miliardi di euro, ovvero quasi il 34% del nostro debito, può considerarsi causato da dinamiche internazionali e nazionali che nulla hanno a che fare con scelte consapevoli degli abitanti dell’Italia.
L’attuale proposta di manovra finanziaria con l’enfasi sulla Flat tax non fa altro che contribuire ad alimentare tale business sul debito pubblico italiano. Solo il ripristino di una tassazione complessiva e unica per tutti i cespiti di reddito e il ritorno ad una più elevata progressività delle imposte possono contribuire non solo ad una maggiore equità fiscale ma anche a ridurre il debito pubblico.
Il dossier su Fisco e debito mostra come le soluzioni alla tanto paventata ”tenuta dei conti” si possano trovare battendo altre strade che tagli ed austerità, recuperando il punto di vista della Costituzione e il suo richiamo alla giustizia sociale.
Nel corso della giornata, Massimo Pallottino, della Caritas italiana e coportavoce della Coalizione Italiana contro la Povertà, ha tracciato il contesto dentro il quale si muove la tematica con un riferimento, alle tre grandi crisi: economica, sociale ed ambientale. Esse potranno trovare soluzioni solo con politiche coerenti ai tre obiettivi (agenda 20/30). Il tema del debito si collega anche all’iniziativa di varie organizzazioni cristiane dal titolo “Chiudiamo la forbice” sulle scandalose disuguaglianze, la cui misura in termini di aggravio Irpef per le classi medie è stato di oltre 900 miliardi dal 1983 al 2016. Non possiamo vedere cosa è accaduto agli impoveriti senza vedere ciò che è accaduto ai ricchi.
Marco Bersani, socio fondatore dell’Associazione per la tassazione delle transazioni finanziarie (ATTAC), ha affrontato il tema della spesa pubblica e di come la narrazione dominante riesce a modificare la realtà che vede l’Italia sotto la spesa pubblica della media europea con incrementi minimi. Questo crea una differenziazione sociale e la necessità di affrontare il tema che è il tabù dell’economia del debito. Insieme a questo il tema del debito degli enti locali con una tassazione che dal 2010 al 2016 è aumentata di 7,8 miliardi e con una liquidità complessiva diminuita di 5,6 miliardi, ovvero con un saldo di – 13 miliardi occorsi per finanziare il debito pubblico nazionale. Un enorme costo per la società se si pensa che il contributo degli Enti locali al debito pubblico è di solo 1,8%.
A questo riguardo si sottolinea l’importanza dell’assemblea pubblica a Napoli prevista per 23 novembre alle ore 15,00 con i sindaci italiani che vogliono avviare una vertenza nazionale sul tema dello schiacciamento degli Enti locali.
Numerosi gli interventi dal pubblico che hanno spaziato sul riconoscere al metodo del dossier fisco e speculazioni il merito di avere aperto una pista di indagine nuova che può essere applicata anche agli audit civici, alla necessità di sganciare la finanza pubblica da quella privata, per evitare le speculazioni sul debito pubblico, al debito di Roma ed a questioni molto pertinenti sulla tassazione e su come sia possibile a partire da questi dati proseguire ed approfondire.

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“Economia e Fisco alla sfida delle riforme”

Posted by fidest press agency su martedì, 23 ottobre 2018

Si è tenuto, presso il Senato della Repubblica, il seminario “Economia e fisco alla sfida delle riforme”, organizzato da DLA Piper, il principale studio legale internazionale presente in Italia. L’evento, nel corso del quale è stata presentata in anteprima una ricerca dello stesso studio legale sulle misure fiscali adottate da 41 Paesi, è il primo di una tre giorni di incontri alla presenza anche dei Soci Tax provenienti da tutto il mondo. Il Senato è stata la cornice di uno stimolante dibattito con istituzioni, accademici e operatori su argomenti di attualità economica e tributaria, rivolto principalmente a realtà societarie e finanziarie italiane e internazionali. L’Italia si trova in un momento storico particolarmente delicato, dove, alla non più procrastinabile necessità di realizzare riforme economiche e fiscali ambiziose si unisce un’attenzione sempre più alta ai conti pubblici.
“Scenario macroeconomico italiano e fattibilità delle riforme tra debito pubblico e Euro, i modelli economici per cambiare esistono?” è stato il tema dell’intervento di apertura di Antonio Mele (Professore ordinario di Finanza, USI, Senior Chair, Swiss Finance Institute), a dialogo con Alessandro Galimberti (Presidente Ordine Giornalisti Lombardia e UNCI, Il Sole 24 Ore). “I modelli quantitativi su cui lavoro da tempo, e che ho il piacere di presentare oggi – ha affermato Antonio Mele – suggeriscono meccanismi virtuosi di crescita economica ed anche di abbattimento del debito pubblico nel caso in cui si decida di ridurre razionalmente la pressione fiscale. Questo a patto che tali interventi di riduzione avvengano quando il rapporto debito/PIL è ancora inferiore a valori soglia di circa il 140%.”
Sono successivamente state approfondite le “novità della manovra tra economia e fisco, impatti domestici e internazionali” nella prima tavola rotonda, a cui hanno partecipato Carlotta Benigni (Tax Real Estate and Financial DLA Piper), Donatella Conzatti (Senatrice Forza Italia, 6a Commissione Finanze e Tesoro), Antonio Longo (Tax and Private Clients Sector, DLA Piper), Alessandro Pagano (Deputato Lega, VI Commissione Finanze), moderati da Bepi Pezzulli (Presidente Select, autore del libro “L’altra Brexit”).
“Riformare il sistema fiscale con effetti concreti sul piano economico – commenta Antonio Longo, Tax and Private Clients Sector, DLA Piper – significa anche razionalizzare le misure per l’attrazione del capitale umano in Italia e gli incentivi per il sostegno alle PMI.
L’introduzione di forme di compliance fiscale per le persone fisiche dovrebbe essere il naturale sviluppo dell’annunciato processo di “pacificazione fiscale” in particolare nel contesto attuale caratterizzato dal passaggio generazionale delle imprese e dei patrimoni familiari.”
“L’attale quadro internazionale – ha affermato Federico Pacelli, Head of Transfer Pricing, DLA Piper – è caratterizzato da una forte reazione di contrasto, da parte di molti Paesi, nei confronti della pianificazione fiscale aggressiva attuata su scala internazionale. In questo contesto, per le imprese multinazionali risulta sempre più importante, anche per motivi reputazionali, non solo rispettare formalmente le leggi dei Paesi in cui operano ma anche contribuire, in maniera equa, alle relative entrate tributarie. In quest’ottica, una corretta corporate governance impone una gestione del rischio fiscale in ottica preventiva, attraverso un rapporto di partnership e trasparenza con l’Amministrazione finanziaria.”

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Per far ricrescere l’economia italiana è necessario abbattere la burocrazia e il fisco

Posted by fidest press agency su domenica, 8 luglio 2018

È quanto ha dichiarato il vicepresidente della Camera dei deputati Fabio Rampelli intervenendo agli Stati Generali di Valore Impresa in corso a Roma al Teatro Eliseo.
“C’è bisogno di un cambiamento di paradigma culturale nella pubblica amministrazione. Si può fare a costo zero. La burocrazia deve diventare amica delle imprese, soprattutto quelle piccole, e non porsi di traverso o peggio ostacolarne la nascita. Semplificare la burocrazia significa soprattutto combattere la corruzione che vi si annida, ottenendo insieme due straordinari risultati”. “L’abbattimento delle tasse con l’introduzione della tassa piatta deve essere l’altro obiettivo da perseguire e sul quale giudicheremo il governo – ha aggiunto Rampelli – perché si deve procedere a un allineamento delle regole fiscali almeno a livello europeo per stroncare concorrenza sleale e conseguenti delocalizzazioni.
In Italia è opportuno rammentare che le imprese chiudono a un ritmo di 36 al giorno.
Soltanto lo scorso anno aziende e professionisti italiani hanno dovuto affrontare ben 200 scadenze fiscali. Assumendo una politica di riforme in questa direzione, si possono sviluppare nuova impresa, nuova ricchezza, nuova occupazione, nuovo Pil. Ma soprattutto si può contribuire a rendere finalmente l’Italia un Paese in grado di competere con i partner europei rispetto ai quali oggi è destinata a soccombere”.
“Non abbiamo bisogno di farci invadere dai migranti economici per irrobustire la nostra economia, come ha detto – azzardando soluzioni improprie – il presidente dell’Inps Boeri. Ci auguriamo che – ha concluso il vicepresidente – il nuovo Governo sappia imprimere una svolta –
Restituendo centralità all’economia reale, contestandone la finanziarizzazione ma anche l’automatizzazione selvaggia e senza garanzie sociali, perseguendo l’obiettivo della crescita e di una diversa capacità negoziale con l’Ue”.

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Documenti: per quanto tempo occorre conservarli

Posted by fidest press agency su lunedì, 18 giugno 2018

L’occasione è data con l’avvio delle attività per la dichiarazione dei redditi. Per quanto tempo occorre conservare i documenti? Come al solito la burocrazia ce la mette tutta per complicarci la vita, modulando in tempi diversi la custodia.Vediamo.
a) Dichiarazione dei redditi, tassa nettezza urbana, F24, Imu, Tasi: 5 anni, a partire dall’anno seguente a quello della dichiarazione o a quello del pagamento.
b) Affitto e spese condominiali: 5 anni.
c) Bollette luce, gas, telefono: 5 anni dalla data di scadenza.
d) Multe stradali: 5 anni.
e) Bollo auto: 3 anni a partire dall’anno seguente a quello del pagamento.
f) Canone RAI: 10 anni dalla scadenza.
Si consiglia, a titolo cautelativo, di conservare i documenti per uno o due anni in piu’ rispetto a quanto indicato. Per ulteriori approfondimenti si veda la scheda pratica: https://sosonline.aduc.it/scheda/prescrizione+decadenza_10118.php (Primo Mastrantoni, segretario Aduc)

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Il fisco deve riscuotere entro cinque anni

Posted by fidest press agency su mercoledì, 14 marzo 2018

La Corte di Cassazione, con l’importante e condivisibile ordinanza n. 1997 depositata in cancelleria il 26 gennaio 2018, ha confermato il principio, di carattere generale, secondo cui la scadenza del termine perentorio sancito per opporsi o impugnare un atto di riscossione mediante ruolo, o comunque di riscossione coattiva, produce soltanto l’effetto sostanziale della irretrattabilità del credito, ma non anche la cd. “conversione” del termine di prescrizione breve eventualmente previsto in quello ordinario decennale, ai sensi dell’art. 2953 c.c..Questo importante principio si applica con riguardo a tutti gli atti, in ogni modo denominati, di riscossione mediante ruolo o comunque di riscossione coattiva di crediti degli enti previdenziali, ovvero di crediti relativi ad entrate dello Stato, tributarie ed extra tributarie, nonché di crediti delle Regioni, delle Province, dei Comuni e degli altri Enti locali, nonché delle sanzioni amministrative per la violazione di norme tributarie o amministrative e così via. Pertanto, ove per i relativi crediti sia prevista una prescrizione (sostanziale) più breve di quella ordinaria, la sola scadenza del termine concesso al debitore per proporre l’opposizione non consente di fare applicazione dell’art. 2953 c.c., tranne che in presenza di un titolo giudiziale divenuto definitivo (Sez. Unite, sentenza n. 23397 del 17/11/2016). Nel caso in esame, non vi è stato alcun accertamento giudiziale definitivo tra la notifica della cartella di pagamento e la relativa iscrizione a ruolo, avvenuta in data 23 novembre 1999, per crediti del 1996, e l’avviso di mora notificato il 18 marzo 2009 e oggetto del ricorso, con la conseguenza che è stato giustamente e correttamente ritenuto totalmente prescritto il diritto, azionato ben oltre i termini di prescrizione quinquennale per esso previsto. L’importante ordinanza è diffusa dallo “Sportello dei Diritti” “Sportello dei diritti”, presieduto da Giovanni D’Agata e dall’Avvocato tributarista Maurizio Villani.

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Come contestare le cartelle di pagamento

Posted by fidest press agency su lunedì, 4 dicembre 2017

fisco2005aSi riporta una riflessione dell’avvocato Maurizio Villani che fa il punto sulla contestazione delle cartelle di pagamento alla luce della giurisprudenza amministrativa e tributaria in materia. Per Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, si tratta di significativi appunti di ricerca per tutti quei contribuenti che ritengono illegittime le pretese tributarie rappresentate nelle cartelle di pagamento e che intendono impugnarle. “A) Secondo l’insegnamento della Corte di Cassazione “la cartella di pagamento svolge la funzione di portare a conoscenza dell’interessato la pretesa tributaria iscritta nei ruoli, entro un termine stabilito a pena di decadenza della pretesa tributaria, ed ha un contenuto necessariamente più ampio dell’avviso di mora, la cui notifica è prevista soltanto per il caso in cui il contribuente, reso edotto dell’imposta dovuta, non ne abbia eseguito spontaneamente il pagamento nei termini indicati dalla legge. La mancata notificazione della cartella di pagamento comporta pertanto un vizio della sequenza procedimentale dettata dalla legge, la cui rilevanza non è esclusa dalla possibilità, riconosciuta al contribuente dall’art. 19, comma terzo, del d.lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, di esercitare il proprio diritto di difesa a seguito della notificazione dell’avviso di mora, e che consente dunque al contribuente di impugnare quest’ultimo atto, deducendone la nullità per omessa notifica dell’atto presupposto o contestando, in via alternativa, la stessa pretesa tributaria azionata nei suoi confronti. In entrambi i casi, la legittimazione passiva spetta all’ente titolare del credito tributario e non già al concessionario, al quale, se è fatto destinatario dell’impugnazione, incombe l’onere di chiamare in giudizio il predetto ente, se non vuole rispondere dell’esito della lite, non essendo il giudice tenuto a disporre d’ufficio l’integrazione del contraddittorio, in quanto non è configurabile nella specie un litisconsorzio necessario” (Cass. Sez. Unite, 25 luglio 2007, n. 16412). La Corte di Cassazione ha, tra l’altro, in proposito avuto modo di chiarire come “in tema di disciplina della riscossione delle imposte mediante iscrizione nei ruoli, nell’ipotesi di giudizio relativo a vizi dell’atto afferenti il procedimento di notifica cassazionedella cartella, non sussiste litisconsorzio necessario tra l’Amministrazione Finanziaria ed il Concessionario alla riscossione, né dal lato passivo, spettando la relativa legittimazione all’ente titolare del credito tributario con onere del concessionario, ove destinatario dell’impugnazione, di chiamare in giudizio il primo se non voglia rispondere delle conseguenze della lite, né da quello attivo, dovendosi, peraltro, riconoscere ad entrambi il diritto all’impugnazione nei diversi gradi del processo tributario così statuendo, la S.C. ha cassato la sentenza impugnata, rilevando, peraltro, che, nella specie, i vizi accertati nella decisione di primo grado in relazione alla pretesa tributaria riguardavano sia il suo fondamento iscrizione a ruolo sia il procedimento notificatorio della cartella, sicché erroneamente era stata esclusa la legittimazione dell’Amministrazione Finanziaria alla sua impugnazione” (Cass. n. 9762 del 2014). Nella specie la società contribuente con l’impugnazione “dell’iscrizione a ruolo e dell’intimazione di pagamento” si doleva, anzitutto, dell’inesistenza del credito dell’Amministrazione Finanziaria, dell’illegittimità della procedura di riscossione per la mancata notifica dell’atto presupposto, la cartella di pagamento, della decadenza dell’azione di riscossione, della prescrizione del presunto credito (in tal senso, correttamente, si è pronunciata la Corte di Cassazione – Sez. Tributaria Civile – con la sentenza n. 27776 depositata il 22/11/2017).
tar lazioB) Rimeditando la posizione espressa in passato dal TAR Lazio, (cfr. Sez. III, 29.01.2016 n. 1338), il TAR Lazio con la sentenza n. 11015 del 21 aprile 2017 ritiene, in primo luogo, di dover riconoscere al ricorrente un interesse diretto, concreto ed attuale all’accesso alle cartelle esattoriali, attribuito, in verità, al contribuente anche in via legislativa, mediante la previsione degli obblighi del concessionario per la riscossione. L’art. 26 del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 602, in tema di riscossione delle imposte sul reddito, stabilisce, in particolare, che “il concessionario deve conservare per cinque anni la matrice o la copia della cartella con la relazione dell’avvenuta notificazione o l’avviso del ricevimento ed ha l’obbligo di farne esibizione su richiesta del contribuente o dell’amministrazione”, effettuando, così, direttamente la valutazione sulla sussistenza dell’interesse all’esibizione. Deve essere parimenti affermata anche la legittimazione passiva di Equitalia S.p.A. atteso che la predetta società gestisce, in regime di concessione, il servizio pubblico di riscossione e, perciò, è tenuta a garantire l’accesso a fronte dell’interesse del privato di verificare eventuali illegittimità nell’azione di riscossione.Deve, poi, aggiungersi che la richiesta del contribuente non può mai essere valutata sotto il profilo della meritevolezza soggettiva da parte del concessionario, obbligato ex lege alla custodia ed all’esibizione, senza che allo stesso residui alcun margine di scelta (e lo stesso discorso vale oggi per l’Agenzia delle Entrate – Riscossione, che ha sostituito Equitalia). Né vi è equipollenza, attesa la diversità ontologica di forma e contenuto, tra la produzione degli estratti del ruolo e la cartella di pagamento (cfr. C.d.S., Sez. IV, n. 2834 del 9.6.2015; n. 02422/2014) che costituisce “ex se …strumento utile alla tutela giurisdizionale delle ragioni della ricorrente”, cosi che “la concessionaria non ha … alcuna legittimazione a sindacare le scelte difensive eventualmente operate dal privato” (Cons. Stato Sez. IV, 30 novembre 2009, n. 7486).È stato sottolineato (cfr. C.d.S., Sez. IV, 31.3.2015 n. 1705; TAR Campania, Napoli, Sez. VI, 4.02.2016 n. 629) che “le amministrazioni agiscono in via procedimentalizzata e hanno l’onere di conservare copia degli atti inoltrati al privato, che potrebbe non esserne più in possesso per svariate ragioni (disordine, perdita del documento, malconservazione, trasloco, furto etc)…”, ma che il privato “non può essere mutilato nella propria difesa, a cagione di tale accadimento: ritrae dallo stesso una “sanzione” endemica (paga, infatti, il rilascio della copia) ma ha il diritto comunque ad ottenerne copia per difendersi (arg, anche ex Cass. civ. Sez. VI – 5, Ord., 30-07-2013, n. 18252 in punto di necessità per le Amministrazioni di “provare” ciò che hanno comunicato al privato)”.In ultimo, preme, peraltro, precisare che il TAR Lazio, con la succitata sentenza, ha avuto modo di soffermarsi diffusamente sulla circostanza afferente il mancato possesso delle cartelle, addotta da Equitalia, la quale nel giudizio, a differenza di giudizi precedenti, trova anche supporto in una “certificazione” all’uopo prodotta, sicuramente atta a rivelare chiare ed inequivoche difficoltà oggettive per la parte resistente ad adeguarsi al dictum del giudice.Tale circostanza, però, proprio in quanto il “mancato possesso” opposto da Equitalia può essere configurato esclusivamente in termini di effetto e/o risultato di una mera “scelta aziendale della società” (come rilevato in precedenti pronunce cfr., tra le altre, TAR Lazio, Sez. II bis, n. 8948 del 2016), assunta, tra l’altro, in distonia con le prescrizioni di legge, non può che condurre a sollecitare la pronta attivazione della resistente ad organizzare o, meglio, ad espletare la sua gestione del servizio in stretta aderenza con le disposizioni normative su indicate, istituendo, ad esempio, un apposito ufficio o, ancora, incaricando suoi addetti al precipuo fine di rendere possibile e, dunque, consentire l’accesso agli atti richiesti, per non compromettere il diritto di difesa del contribuente.” (Avv. Maurizio Villani Avvocato Tributarista in Lecce Patrocinante in Cassazione)

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Fisco: come difendersi dagli studi di settore

Posted by fidest press agency su martedì, 28 novembre 2017

cassazioneGrazie al prezioso aiuto di un esperto in materia, l’Avv. Maurizio Villani, di seguito pubblichiamo un vademecum a sua firma, che elenca pratici consigli su come difendersi dagli studi di settore. La Corte di Cassazione ha affermato, con orientamento consolidato, che i parametri o studi di settore, rappresentando la risultante dell’estrapolazione statistica di una pluralità di dati settoriali acquisiti su campioni di contribuenti e dalle relative dichiarazioni, rivelano valori che, quando eccedono il dichiarato, integrano il presupposto per il legittimo esercizio da parte dell’Ufficio dell’accertamento analitico-induttivo, ex art. 39, comma 1, lett. d, del DPR n. 600 del 1973. Lo studio di settore deve essere necessariamente svolto in contraddittorio col contribuente, sul quale, nella fase amministrativa e, soprattutto, contenziosa, incombe l’onere di allegare e provare, senza limitazioni di mezzi e di contenuto, la sussistenza delle condizioni che giustificano l’esclusione dell’impresa dall’area dei soggetti cui possono essere applicati gli “standards” o la specifica realtà dell’attività economica nel periodo di tempo in esame, sì da giustificare un reddito inferiore a quello che sarebbe stato normale secondo la procedura di accertamento tributario standardizzato. All’ente impositore fa carico, invece, dimostrare l’applicabilità dello standard prescelto al caso concreto oggetto di accertamento, con le ragioni per le quali sono state disattese le contestazioni sollevate dal contribuente (S.U. n. 26635 del 2009; n. 14288 del 2016; n. 3415 del 2015; n. 12631 del 2017). L’esperimento del contraddittorio col contribuente e la puntuale valutazione delle relative risultanze costituiscono, dunque, elementi essenziali ed imprescindibili della validazione, da parte del giudice, dell’accertamento fiscale basato sugli studi di settore, in quanto l’elaborazione statistica dei parametri, di per sé soggetta alle approssimazioni proprie dello strumento statistico, deve essere adeguata alla realtà reddituale del singolo contribuente, solo così potendo emergere gli elementi idonei a commisurare la presunzione alla concreta realtà economica dell’impresa. Con la conseguenza che la motivazione dell’atto di accertamento non può esaurirsi nel mero rilievo dello scostamento dagli studi di settore, ma deve essere integrata, anche sotto il profilo probatorio, con le ragioni per le quali sono state disattese le contestazioni sollevate dal contribuente in sede di contraddittorio, soltanto così potendo emergere la gravità, precisione e concordanza attribuibile alla presunzione basata sugli studi di settore e la giustificabilità di un onere della prova contraria a carico del contribuente (Cass. n. 27822 del 2013).La giurisprudenza di merito, confermata dalla Corte di Cassazione con i principi sopra esposti, ha così ritenuto direttamente riconducibile all’accertamento presuntivo basato sugli studi di settore anche la determinazione della percentuale di ricarico, senza valutare le giustificazioni addotte dalla ricorrente e le circostanze ed elementi di fatto proposti per dimostrare l’eventuale allontanamento della sua attività dal modello normale, incorrendo così in un evidente vizio logico ed in un sostanziale travisamento degli oneri probatori gravanti ex lege sulle parti. Ciò in quanto l’accertamento basato sugli studi di settore non può esaurirsi nel mero rilievo dello scostamento del reddito dichiarato rispetto ad essi, ma deve essere integrato (anche sotto il profilo probatorio) con le ragioni per le quali sono state disattese le contestazioni sollevate dal contribuente in sede di contraddittorio, solo così emergendo la gravità, precisione e concordanza attribuibile alla presunzione basata sui suddetti studi di settore e la giustificabilità di un onere della prova contraria (ma senza alcuna limitazione di mezzi e di contenuto) a carico del contribuente (Cass. n. 15633 del 2014; n. 27822/2013; n. 25929/2017). La giurisprudenza di merito, confermata dalla Corte di Cassazione con i principi sopra esposti, ha così congruamente motivato, dando rilievo ad una serie di elementi forniti dal contribuente, idonei a superare le presunzioni dell’accertamento basato sugli studi di settore, quali: l’assenza di irregolarità contabili per quanto attiene alla fatturazione dell’attività espletata; il contesto economico-sociale degradato, con conseguente ridotta capacità di guadagno compatibile con il reddito dichiarato; la clientela con scarse capacità reddituali; la mancanza di indizi di evasione fiscale non enunciati nella parte motiva dell’accertamento. I contribuenti, evidenzia Giovanni D’Agata presidente dello “Sportello dei Diritti”, possono contestare gli studi di settore citando la suddetta giurisprudenza della Corte di Cassazione.

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Fisco amico? Manco per sogno

Posted by fidest press agency su giovedì, 28 settembre 2017

fisco2005aL’interruzione del sistema informatico della Sogei, la società che si occupa della gestione dei dati dell’Agenzia delle Entrate, la dice lunga sull’idea di “Fisco amico”. Complicare la vita ai cittadini, sembra, invece, la parola d’ordine. Vero è che l’evasione in Italia ci pone in alto nella classifica europea (nel 2014 l’evasione fiscale e contributiva ha raggiunto la cifra incredibile di 214 miliardi di euro) e che occorre applicare le norme europee, con obbligo di scambiare automaticamente le informazioni su tutti i nuovi accordi fiscali transfrontalieri, come ricorda la commissaria europea alla Concorrenza, Margrethe Vestager, per contrastare l’elusione delle imposte, ma infastidire i cittadini, con norme sempre più complesse e richieste di documenti, non risolve il problema e conferma che il fisco non è amico, anzi. La pubblica amministrazione ha ben 128 banche dati, basterebbe farle funzionare. Che cosa aspettano? Lo spesometro ha fatto un buco nell’acqua come avevamo previsto tre anni fa: l’Agenzia si attendeva 3 miliardi ma sono stati recuperati solo 377 milioni. Insomma, c’è sempre, ed è attivissimo, l’ufficio complicazione delle cose semplici. (Primo Mastrantoni, segretario Aduc)

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Fisco rappresenta 4 ricorsi su 10 per Cassazione

Posted by fidest press agency su mercoledì, 1 marzo 2017

TasseSecondo i dati resi noti oggi, gli italiani nel 2016 hanno “litigato” col fisco per 32 miliardi e 4 ricorsi su 10 in Cassazione negli ultimi 5 anni sono relativi alla materia tributaria.”Se gli italiani sono costretti ad arrivare fino in Cassazione contro le decisioni delle commissioni regionali è perché evidentemente ritengono di aver subito un’ingiustizia ed i gradi di giudizio precedenti non sono bastati ad aver ragione. La prima di riforma da fare, quindi, è quella di rendere le norme fiscali più chiari e semplici e fare in modo che il contribuente possa far valere fin da subito i suoi diritti” afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori.
“Qualche passo avanti si è fatto nel 2016 con la promozione della compliance, ma gli adempimenti spontanei funzionano se il contribuente pensa di aver torto, non ragione” conclude Dona.L’UNC ricorda che nel 2016 si sono ridotti i contribuenti che si sono rivolti alla Commissione tributaria provinciale, 85mila a fronte dei 107mila ricorrenti del 2015, – 20%. Ma questi passi avanti, come attestano i dati di oggi, evidentemente non sono sufficienti.

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Fisco e Ue: Aspettare che la mannaia ci caschi addosso?

Posted by fidest press agency su domenica, 11 dicembre 2016

europa comunitariaChe la Comunità Europea sia un brontosauro di burocrazia, non e’ una novità: per cui ogni volta che bisogna cambiare qualcosa, il procedimento e’ lungo, farraginoso, complicato e -sostanzialmente- mai tempestivo. E’ uno dei tanti deficit che abbiamo per il fatto che di avere un Unione poco politica e succube delle singole volonta’ nazionali. Ora stiamo vivendo un periodo di contestazione di questo assetto che si manifesta anche in forme estreme, come l’uscita da questa Unione. Alcuni “impreparati” e “’politici nostrani all’ingrosso” leggono in questo senso anche il recente risultato del referendum che ha bloccato la riforma della Costituzione. Ma i problemi sono molto, ma proprio molto piu’ grossi. Cosi’ noi leggiamo, per esempio, il segnale che ci e’ arrivato dalla Brexit e, notizia di ieri, dallo spostamento della base fiscale della multinazionale McDonald’s da Lussemburgo a Londra. Il ristorante globale dell’hamburger ha, con questa scelta, parato le prossime mosse della Commissione europea per impedirgli di avere facilitazioni fiscali da singoli Stati che l’Unione stessa valuta come lesivi della concorrenza. Ma, a parte che apre anche una nuova luce su una presunta nuova missione del Regno Unito per diventare una sorta di “Singapore del Tamigi”, il problema che piu’ ci riguarda e’ che l’Ue ne esce indebolita. Non perche’ non sia giusto combattere contro la concorrenza sleale, ma perche’ in un’economia di mercato, nel 2016, lascia perplessi il fatto che ci si faccia sfuggire un colosso del genere e che, sostanzialmente, il proprio assetto economico non sia attrattivo. Certo, abbiamo a che fare con chi vuole pagare meno imposte e per questo e’ disponibile a tutto, ma perche’ la nostra Unione non deve essere attrattiva in questo senso, considerato anche che al nostro interno abbiamo Paesi, come l’Irlanda per esempio, che hanno imposizioni fiscali per le aziende al 12,5%, rispetto a Londra che oggi (a Brexit non ancora attuata) si stanno avviando al 20% nel 2020? Cosa c’e’ che non basta al 12,5% dell’Irlanda da far favorire il 20% britannico, solo il fatto che quest’ultimo a breve sara’ fuori dell’Ue? E quanto e’ importante, per un McDonald’s, il regalo di Stato del Lussemburgo che gli ha provocato l’apertura dell’indagine per concorrenza sleale, si’ da farlo scappare nonostante, per esempio, avrebbe potuto semplicemente migrare in Irlanda dove la percentuale di imposizione fiscale e’ si’ bassa da far pensare di fare a meno di questi regali ritenuti sleali?Le risposte a queste domande sono complesse e non facili e di non immediata soluzione. Si puo’ -con tanta volonta’ politica- cercare di intraprendere un percorso che abbia come obiettivo il rendere attrattivo il sistema economico europeo rispetto alla domanda di liberta’ e intraprendenza economica che oggi pervade il Pianeta.
Qui, all’avvio di questa riflessione, possiamo solo accennare ad un punto fermo: la rimessa in discussione delle conquiste e dei diritti del lavoro e del consumo, delle liberta’ economiche ed individuali, delle assistenze sociali ed umanitarie deve si’ essere presa in considerazione, ma non per farle venire, bensi’ per armonizzarle con l’economia collaborativa e non solo. E qui il ruolo dell’Unione e’ centrale: senza l’Unione politica, senza l’Europa dei cittadini (e non degli Stati e delle Patrie), i tentativi continueranno ad essere inadeguati e non al ritmo della domanda e dell’offerta. L’alternativa e’ una sorta di mannaia che ci caschi addosso, dando ragione a quelli che abbiamo chiamato “impreparati” e “’politici nostrani all’ingrosso”. Siamo disposti a farci governare da questi ultimi, ognuno chiuso nel suo giardino o nel proprio slam? Oggi e’ McDonald’s, domani? (Vincenzo Donvito, presidente Aduc)

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Fisco, PD Campidoglio: “Riduzione Irpef regionale ottima notizia per famiglie romane”

Posted by fidest press agency su venerdì, 9 dicembre 2016

regione-lazio“Dalla Regione Lazio una buona notizia per i romani: nella manovra di bilancio c’è il taglio delle imposte con la riduzione dell’addizionale IRPEF regionale per gli scaglioni di reddito compresi tra i 15mila euro e i 75mila. La pressione fiscale per i redditi medio-bassi dei cittadini della capitale si alleggerisce grazie alla politica di rigore messa in campo dalla giunta Zingaretti. Un’ulteriore misura anticiclica che segue di pochi giorni la cancellazione del ticket sanitario regionale. Sono scelte importanti che accompagnano e favoriscono l’uscita dalla crisi e aumentano le disponibilità economiche di migliaia di famiglie e contribuenti soprattutto di quelli a basso reddito.” E’ quanto dichiara in una nota il gruppo capitolino del PD.

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Le aziende italiane soffocano nelle spire del fisco e della burocrazia

Posted by fidest press agency su venerdì, 26 agosto 2016

TasseE – quel che è peggio – in un modo che non ha pari in nessun altro paese d’Europa, con grave danno per la competitività sui mercati. Sarà pur vero dunque che, come ha recentemente dichiarato il premier, «la priorità di questo governo è abbassare le tasse sul lavoro per far lavorare più giovani», ma finora di cali delle tasse, così come di significative semplificazioni burocratiche, non s’è vista neanche l’ombra. Per quanto riguarda la burocrazia «Negli ultimi anni per complicare la vita delle imprese» sono state varate «qualcosa come circa 300 norme fiscali, un numero pari al 58,7 per cento di tutte le disposizioni di natura tributaria (491) introdotte attraverso tanti provvedimenti». C’è poi il solito capitolo dedicato alla pressione fiscale: quella sulle famiglie e i cittadini ha raggiunto il 44,6 per cento, quella sulle imprese anche il 70 per cento». Ogni 100 euro guadagnati da un imprenditore, in pratica, 70 li incassa il fisco. A chi lavora e produce lavoro, invece, restano 30 euro. Tutto questo mentre in Germania la pressione fiscale sulle imprese è pari al 46,8 per cento, in Spagna del 38,7 e nel Regno Unito del 35,5 per cento. Che il regime fiscale italiano si fosse esteso nel tempo in maniera incontenibile, fino a esplodere in un’indigeribile costellazione di tasse, imposte e gabelle si sapeva, ma quello che è più avvilente è l’immobilismo della politica che promette e non mantiene. In ogni meandro della vita civile, infatti, si annida un obolo da destinare allo Stato. Tra parentesi quando metti in piedi una (re)pressione fiscale del genere, con tanto di fustigazione pubblico-mediatica, come minimo lo STATO, le sue istituzioni e la sua burocrazia DOVREBBERO ESSERE IRREPRENSIBILI ed EFFICIENTI, dovrebbero erogare servizi ad un elevato livello di qualità.
E’ illusorio pensare che la lotta all’evasione fiscale possa avere successo senza un parallelo processo di restituzione fiscale: servono allo scopo precisi meccanismi di restituzione ai contribuenti in regola delle maggiori imposte riscosse attraverso la lotta all’evasione e all’elusione.
FenImprese lavorerà insieme a tutti i soggetti preposti per migliorare il sistema tributario. Diminuire i circa 220 giorni di lavoro all’anno che servono alle imprese per pagare le tasse. Chi fa impresa deve essere tutelato e non martoriato. Vogliamo dare dignità a chi imprende, a chi da posti di lavoro, a chi genera economia, perché senza tutto questo non esiste futuro.(foto: luca mancuso)

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Fisco, Tancredi (Ap): “Per crescita puntare su investimenti e incentivi a imprese”

Posted by fidest press agency su domenica, 21 agosto 2016

fisco2005a“Una leva fondamentale ed essenziale per la crescita del Paese sono gli investimenti, pubblici e privati. E questo sarà un altro punto sul quale ci batteremo nella nota di aggiornamento del Def e nella prossima legge di Bilancio. Dopo dieci anni di austerità e di spesa pubblica incontrollata, che va una volta per tutte riqualificata e tagliata la componente improduttiva, bisogna dunque insistere da un lato su interventi pubblici mirati e qualificati, soprattutto nel campo delle infrastrutture, e allo stesso tempo dobbiamo sostenere le imprese attraverso incentivi e un abbattimento della pressione fiscale che ne possano favorire gli investimenti. Forse ora come non mai la flessibilità richiesta in ambito europeo è più che giustificata e necessaria”. E’ quanto dichiara il capogruppo di Area popolare in commissione Bilancio alla Camera, Paolo Tancredi.
“La vitalità delle imprese è il metro per capire lo stato di salute di un Paese. Si tratta di un tassello fondamentale del mosaico che la coalizione di maggioranza sta realizzando in vista della legge di Bilancio, e che vede inoltre interventi per irrobustire la detassazione del salario produttivo e sgravi e incentivi per le famiglie. Riteniamo queste misure indispensabili – conclude Tancredi – nelle politiche economiche che si andranno a discutere nelle prossime settimane”.

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