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Scuola: Quota 100, flop, nessun esodo

Posted by fidest press agency su martedì, 26 febbraio 2019

A una settimana dalla scadenza soltanto in 8 mila presentano domanda per via delle penalizzazioni su assegno e liquidazione. Rimangono 80 mila posti vacanti in organico senza contare gli altri 40 mila in deroga su sostegno. Senza la riapertura delle GaE sarà un disastro per lo Stato. In tutto, comprendendo anche personale Ata e dirigenti scolastici, si arriva 8.525 richieste di accesso al pensionamento anticipato, formulato da chi può vantare non meno di 38 anni di contributi. I 50 mila che si attendevano rimangono lontanissimi, quasi irraggiungibili entro la scadenza di fine mese. In ogni caso, i posti che si verranno a liberare, sommati a quelli già vacanti o in procinto di diventarli per via dei 25 mila pensionamenti con la Legge Fornero, porteranno le cattedre libere ben oltre quota 80 mila. Marcello Pacifico (Anief): In questa situazione, serve un piano straordinario di assunzioni, che tuttavia potrebbe non servire a molto se l’amministrazione non deciderà di riaprire le GaE e di estendere il doppio canale di reclutamento alle graduatorie d’istituto.
Per comprendere i meccanismi di calcolo della riduzione dell’assegno con quota 100, è possibile rivolgersi a Cedan S.r.l.s. A meno di una settimana dalla chiusura delle domande per il pensionamento anticipato tramite quota 100, si conferma lo scetticismo del mondo della scuola nei confronti del provvedimento: a pochi giorni dall’opportunità fornita dal governo con l’approvazione del decreto n. 4 del 28 dicembre scorso, le domande presentate risultano appena 8.525. Di queste, 7.047 sono degli insegnanti, 1.290 da parte del personale Ata, appena 188 da parte dei dirigenti scolastici. Considerando le circa 25 mila uscite sicure, nello stesso comparto, riguardanti coloro che dal 1° settembre 2019 lasceranno per raggiunti limiti di età, 67 anni, o per aver superato i 41 anni e 10 mesi di contributi (12 mesi in più per gli uomini), la rivista Orizzonte Scuola ha calcolato che si arriverà a raggiungere “tra i 40 e i 45 mila posti liberi”. Per comprendere il perché, basti pensare che soltanto 8 anni fa con quota 96 si andava in pensione con il massimo contributivo, oggi con quota 100 si perdono quasi 300 euro al mese, un quinto dell’assegno, senza pensare ai meccanismi complicati di finanziamento e detassazione dell’anticipo del 30% della liquidazione che prima si riceveva subito, per intero e senza tassi. Il numero delle cattedre vacanti, comunque, è destinato a crescere. Prima di tutto perché per insegnanti, Ata e presidi c’è tempo fino alle ore 23,59 di giovedì prossimo per decidere di aderire per presentare domanda quota 100: anche se a malincuore, perché perderanno ingiustamente una parte dell’assegno di quiescenza con una riduzione anche oltre il 30% se l’anticipo è di oltre 4 anni, chi è in possesso di almeno 62 anni d’età e 38 anni di contribuzione potrebbe decidere di lasciare il servizio.
Ma il numero di posti disponibili è molto elevato anche perché già oggi sono molte ma molte di più le cattedre prive di titolare: basti pensare alle 32.217 immissioni in ruolo andate deserte la scorsa estate per via della mancata riapertura delle GaE, agli oltre 50 mila posti in deroga del sostegno, in pratica una su tre di quelle complessive affidata sistematicamente ad un precario. Ci sono 15.232 posti su disciplina coperti con l’organico di fatto, che poi però si rivelano in numero molto più alto. E anche di queste, sappiamo bene, che molte cattedre risultano a loro volta non legate a docenti titolari, momentaneamente collocati su altri ruoli o profili professionali. Ci sono, infine, ulteriori 2.400 posti di strumento musicale e per il potenziamento del tempo pieno nella primaria e almeno 4 mila posti liberi per l’insegnamento di religione, nonché 15 mila posti per il personale Ata.

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Ape Social, un flop annunciato: le maestre d’infanzia non aderiscono

Posted by fidest press agency su lunedì, 24 luglio 2017

ministero-pubblica-istruzioneDelle 66.409 candidature presentate all’Inps ben 26.632 riguardano lavoratori precoci. Solo una domanda su quattro è stata presentata dalle donne, che nella scuola dell’infanzia rappresentano il 99%. Ben 34.530 candidature alla pensione anticipata è poi rappresentato da disoccupati: poi ci sono quasi 14mila domande presentate da invalidi o dipendenti che devono assistere parenti in stato di necessità e altre 15mila invece inviate dai lavoratori gravosi. Appena 4.164 sono quelle presentate da operatori inclusi nelle professioni usuranti ed è in questa categoria che sono collocati i maestri della scuola dell’infanzia, assieme a chi svolge lavori notturni, infermieri e altri.
I maestri 63enni – che hanno un montante pensionistico in buona parte retributivo, quindi più pesante dei colleghi più giovani – scoraggiati dal fatto che l’anticipo avrebbe nella gran parte dei casi vanificato l’ultimo scatto stipendiale automatico dello stipendio e quindi ridotto l’assegno pensionistico, già assottigliato per via dell’uscita anticipata; inoltre, lo stesso assegno di quiescenza si sarebbe ulteriormente ridotto perché superando i 1.500 euro al mese si sarebbero dovuti accontentare di un ammontare più basso, oltre che costretti a restituire allo Stato una quota fissa per un ventennio.Marcello Pacifico (Anief-Cisal): I nostri dubbi su questo genere di agevolazione erano fondati. Il Governo ha voluto approvare un provvedimento tirando su troppi paletti, che alla lunga sono risultati preclusivi per l’accesso. Ora, a conti fatti, l’operazione si sta anche rivelando poco appetibile. Inoltre, di base, avere deciso di concedere l’Ape Social solo ad una parte dei docenti è stato discriminante: perché è tutto il corpo insegnante italiano ad elevato rischio burnout. L’Ape Social si è rivelata utile soprattutto per coloro che si trovano senza lavoro e assegno di disoccupazione, anche seguito del mancato rinnovo della cosiddetta ottava salvaguardia, rivolta a lavoratori esodati rimasti scoperti a causa della Riforma Fornero. Per il resto, per chi ha lavorato almeno 36 anni ed è giunto quasi alla pensione, il costo da pagare è risultato troppo alto. Figuriamoci, a questo punto, il livello di disinteresse che si andrà a determinare, prossimamente, per l’Ape normale, che prevede pure la restituzione di centinaia di euro al mese per vent’anni.

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Precariato: la Buona Scuola è stata un flop

Posted by fidest press agency su martedì, 17 gennaio 2017

sole-24-oreDa un bilancio della riforma approvata nell’estate 2015, realizzato dal Sole24Ore, risulta chiaramente che il numero di insegnanti non di ruolo che occupano stabilmente delle cattedre sia altissimo; inoltre, il bonus annuale si è rivelato un vero fallimento, perché è andato a incentivare un lavoratore della scuola su quattro, con cifre irrisorie che corrispondono in media a incrementi pari a circa 30 euro netti al mese a beneficiario. Gli aumenti veri dovevano, però, essere di 150mila euro per tutti. La strada del ricorso rimane l’unica percorribile. Marcello Pacifico (Anief-Cisal): il fallimento è totale, se solo si torna alle intenzioni espresse nell’estate del 2014 dall’ex premier Matteo Renzi nel presentare la sua riforma della scuola con 150mila assunzioni e la fine della supplentite. Noi, dal canto nostro, non avevamo dubbi su questo esito disastroso del piano assunzionale predisposto da un Governo tutto incentrato su stesso e incurante del parere di 600mila lavoratori scesi in piazza nella primavera di un anno e mezzo fa, come mai era successo prima. Non ha portato alcun beneficio nemmeno l’assegnazione del cosiddetto “merito” professionale.

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Il flop del job act

Posted by fidest press agency su venerdì, 20 Maggio 2016

inps“I dati diffusi dall’Inps in merito ai contratti a tempo indeterminato confermano le nostre amare ma purtroppo realistiche previsioni”. Lo scrive su Facebook Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia alla Camera dei deputati.
“Finita parzialmente la droga dal Jobs Act, che per tutto il 2015 ha distribuito a pioggia incentivi sui contratti stabili, adesso si torna dalla dura realtà: nei primi tre mesi del 2016 sono stati stipulati 428.584 contratti a tempo indeterminato mentre le cessazioni, sempre di contratti a tempo indeterminato sono state 377.497 con un saldo positivo di 51.087 unità, dato peggiore del 77% rispetto al saldo positivo di 224.929 contratti stabili dei primi tre mesi 2015.Numeri, questi dei primi tre mesi del 2016, addirittura peggiori anche rispetto al 2014 (+87.034 posti stabili nei primi tre mesi).In compenso crescono, nello stesso lasso temporale, i voucher (+45,6%), utilizzati evidentemente in modo inappropriato e incontrollato.
Quello di Renzi e Poletti si rivela ancora una volta un Flop Act. Non hanno riformato il mercato del lavoro, hanno solo usato soldi pubblici per alterare in modo truffaldino i numeri sui contratti a tempo indeterminato. Che tristezza, che miseria per il nostro malandato Paese”, conclude Brunetta.

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Referendum fallito? Un’analisi impietosa

Posted by fidest press agency su martedì, 19 aprile 2016

referendumIl referendum anti-trivelle è stato un flop, avendo portato alle urne meno del 32 per cento degli elettori, ben al di sotto del quorum del 50 per cento. Di chi è la colpa? Il presidente del Consiglio Matteo Renzi aveva invitato all’astensione, come già avevano fatto in passato molti suoi predecessori. Da un’analisi superficiale, potremmo limitarci ad attribuirgli la colpa della bassa affluenza – implicitamente riconoscendogli la capacità di convincere la stragrande maggioranza degli aventi diritto a rimanere a casa.
Ma l’oggetto del quesito abrogativo era proprio una norma promossa dal Governo, e visto il perverso meccanismo costituzionale del quorum – previsto proprio dalla “Costituzione piu’ bella del mondo” – il fronte del “no” partiva come sempre in vantaggio. Gli ultimi decenni dimostrano come scoraggiare l’affluenza sia il modo più efficace per contrastare un referendum abrogativo. Non sorprende quindi che il Governo e un partito, per difendere una propria norma, si avvalga del quorum per sconfiggere i promotori, come hanno sempre fatto tutti da trent’anni a questa parte. Pretendere altrimenti è ormai un’illusione civica, e l’unico modo per ottenere che i “si'” e i “no” si confrontino alla pari è abolire il quorum: chi vota decide, chi non vota tace e subisce la decisione.
Di fronte a questo scenario, che in passato non ha sempre impedito il raggiungimento del quorum, i fautori del “si'” avrebbero dovuto rimanere sul merito, invitando gli elettori a recarsi al voto per esprimere un voto consapevole, bombardandoli di informazioni. Ma pur dichiarandosi paladini dell’istituto referendario (quasi tutti lo sono a fasi alterne), hanno deciso di svilirlo ancor più di quanto potesse fare Renzi invitando all’astensione. Hanno voluto trasformare il voto, anche il solo andare a votare, in un “no” a Renzi. Come con l’antiberlusconismo, l’antirenzismo ha prevalso su ogni ragione di merito. Si votava contro Renzi e i suoi seguaci, si votava contro il Governo, si votava per “lanciare un messaggio” e “riprendersi l’Italia”. Dal comunista al fascista, dal populista fino al democristiano, l’armata antirenziana si è unita per un malcelato tentativo di spallata al Governo. Sono volate denunce, ricorsi, inchieste, interecettazioni, insomma tutto l’arsenale della caciara politica italiana da decenni. Come altro poteva finire se non con il fallimento del referendum? Il voto è stato visto come l’ennesimo scontro tra ragioni estranee al merito. Ieri, mentre mettevo la crocetta sulla scheda, non riuscivo a non essere deluso soprattutto da chi aveva voluto trasformare quel mio incerto e faticoso “si'” nel merito, in un voto contro qualcosa e qualcuno. Per la prima volta in vita mia sono stato tentato di astenermi deliberatamente, perché non avevo idea di quale significato sarebbe stato attribuito al mio voto. Fra un po’ leggerò i giornali e forse lo capirò. Ecco come muore il referendum. (Pietro Yates Moretti, vicepresidente Aduc)

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Manovra economica: flop governo

Posted by fidest press agency su giovedì, 4 agosto 2011

Come preannunciato le sedute del Parlamento di ieri si sono risolte in flop. Nulla di nuovo da parte del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e altrettanto dalle opposizioni. Se qualcuno si aspettava l’indicazione di un programma, o meglio di un proclama, che ci avviasse ad uscire dalle secche nelle quali il Paese e’ arenato, si è sbagliato. L’opposizione si e’ lasciata andare tra lo show e le proposte che lasciano il tempo che trovano (governo tecnico o di unita’ nazionale). Eppure di cose da fare ce ne sarebbero ad iniziare dalle riforme per lo snellimento della burocrazia che gravano sulle imprese per 10 miliardi o le liberalizzazioni dei servizi pubblici e delle professioni. Non si fa perche’ la stragrande maggioranza dei parlamentari e’ legata a questo o quell’interesse che impediscono al Paese di decollare. Cosi’ la discussione verte sugli stipendi o sulle indennita’ dei parlamentari, come se chi ha interessi da tutelare dia importanza alle briciole rispetto al ricco banchetto delle lottizzazioni e degli appalti. Come e’ noto il fumo serve a coprire qualcos’altro, piu’ consistente. (Primo Mastrantoni, segretario Aduc)

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Digitale terrestre: un flop annunciato

Posted by fidest press agency su mercoledì, 18 novembre 2009

Dal 16 novembre Roma è ufficialmente la prima capitale Europea passata al digitale, nonché la prima senza televisione; si, perché con il segnale che passa dall’analogico al digitale, Adoc sta raccogliendo le lamentele dei romani in difficoltà: alcuni canali sono spariti e il segnale in molte zone e’ debole o inesistente. I primi a farne le spese sono gli anziani, che oltre a non capire la sintonizzazione dei canali e a scontrarsi con la moltiplicazione dei telecomandi in casa, non riconoscono e non ritrovano più i loro palinsesti televisivi. Dopo infiniti rimandi, il digitale terrestre incontra più difficoltà del previsto e che, alla fine, rischia di rivelarsi per quello che è: una tecnologia obsoleta, costosa, limitata. La Capitale e’ stata abbandonata a sé stessa. Il 25% dei televisori non ha ancora il decoder a causa della confusione che permane tutt’oggi su di essi: quelli comprati a minor prezzo non danno garanzie di affidabilità, alcuni non hanno nemmeno gli standard europei e quindi non riescono a captare le frequenze Vhf, su cui trasmette la Rai, la sintonizzazione dei canali non è semplice e molte antenne vanno sostituite o ri-orientate, e comunque liberate dei vecchi filtri. Marco Polizzi, presidente di PrimoConsumo, afferma: “L’avvento del Digitale Terrestre ha portato problemi di investimenti (impiantarlo costa: bisogna comprare nuove frequenze, alimentare i trasmettitori, programmare nuovi decoder interattivi…); problemi economici (per mantenere attivi i trasmettitori ci vuole un enorme impiego di energia in un paese dove l’energia si compra a caro prezzo; per i consumatori inoltre sono spese su spese: nuovi decoder, nuovi televisori, costi di antennisti, elettricisti, smaltimento rifiuti particolari…); problemi ecologici (l’abbandono dei vecchi televisori nei cassonetti o nei parchi, in aggiunta al già considerevole inquinamento elettromagnetico). Tutto ciò ha portato –fin’ora- solo all’aumento degli abbonamenti alle piattaforme digitali private, ma che ne è della famosa “TV più bella, più interattiva, a misura di telespettatore” che hanno promesso ai consumatori?

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