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Individuato un sistema di faglie sui fondali pugliesi

Posted by fidest press agency su martedì, 30 giugno 2020

Un sistema di faglie esteso per almeno 100 km di lunghezza, lungo il quale si sono generati due ampi bacini sedimentari è stato identificato nel tratto di mare a sud-est di Santa Maria di Leuca (LE), grazie ad una ricerca condotta da un team di ricercatori dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) e dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale (OGS) nell’ambito del progetto FASTMIT, coordinato e supportato dal fondo premiale 2014 del Ministero dell’Università e della Ricerca, appena pubblicata sulla rivista “Tectonics” dal titolo ‘Active extension in a foreland trapped between two contractional chains: The South Apulia Fault System (SAFS)’.La scoperta di tale sistema di faglie, denominato South Apulia Fault System (SAFS), è stata possibile grazie una serie di campagne geofisiche eseguite con la nave OGS Explora.Attraverso, poi, l’analisi di dati batimetrici ad alta risoluzione e di diversi profili e linee sismiche che hanno permesso di illuminare sia le strutture crostali profonde che i sedimenti quaternari che costituiscono il fondale marino, i ricercatori hanno ricostruito la geometria tridimensionale dei principali orizzonti geologici e delle faglie presenti in quest’area fino a una profondità di circa 12 km.In particolare, lo studio congiunto OGS-INGV ha dimostrato che il SAFS ha iniziato la sua attività tettonica tra 1,3 e 1,8 milioni di anni fa, durante il Pleistocene inferiore, e che è tutt’ora attivo, come evidenziato dalla presenza di dislocazioni che interessano i sedimenti più recenti e il fondo mare. I tassi di movimento del SAFS sono nell’ordine di 0,2-0,4 mm/anno per quanto riguarda la sua componente estensionale, ma è stato possibile ipotizzare anche la presenza di una componente non trascurabile di movimento orizzontale.L’area in cui si trova il SAFS in Puglia è una porzione sommersa del cosiddetto avampaese (cioè, una regione adiacente a una catena montuosa) della “placca Adriatica”, un’area di crosta continentale considerata stabile rispetto alle due aree di catena poste ad ovest (la catena appenninica) e ad est (la catena ellenica).Le aree di avampaese sono tipicamente soggette a terremoti meno frequenti rispetto alle aree lungo i margini di placca e alle aree di catena, tuttavia non sono esenti da eventi di magnitudo anche significativa. In particolare, relativamente all’area studiata è storicamente noto il forte terremoto del 20 febbraio 1743, per il quale i cataloghi storici riportano una magnitudo stimata di 6.7. I cataloghi sismici riportano, inoltre, che questo terremoto causò ingenti danni sia nella regione salentina che nelle isole Ionie (Corfù, Lefkada e Cefalonia), oltre ad un probabile tsunami che interessò il porto di Brindisi. In base alla posizione geografica, alle evidenze di attività recente e all’assenza di altre strutture tettoniche di simile importanza all’interno dell’area di studio, gli esperti INGV e OGS hanno ipotizzato, dunque, che il SAFS possa essere la più probabile sorgente del terremoto del 1743.I ricercatori auspicano che, nel futuro, ulteriori studi anche multidisciplinari permettano di acquisire nuovi dati ad alta risoluzione, così da poter comprendere con maggiore precisione la reale estensione del SAFS caratterizzandone con più precisione i tassi di attività, le implicazioni geodinamiche e gli effetti di scuotimento del sisma e dello tsunami del 1743.

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Studiati in laboratorio i terremoti che generano tsunami: ecco perché si rompe il fondale oceanico

Posted by fidest press agency su venerdì, 1 dicembre 2017

Scienziati a bordo del RV.pngEsistono diversi tipi di tsunami, a volte generati dalla rottura di un piano di faglia, da collassi di apparati vulcanici o da grandi frane sottomarine innescate da terremoti. Uno studio condotto da un team di ricercatori dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), Università di Padova e Firenze, Royal Holloway University of London, Manchester e Durham University (Regno Unito), Tsukuba e Kyoto University (Giappone), tenta di svelare i processi fisici che consentono a un terremoto di generare uno tsunami per sollevamento del fondale marino. La ricerca Past seismic slip-to-the-trench recorded in Central America megathrust, è stata pubblicata su Nature Geoscience
I terremoti sono il risultato della propagazione di una rottura lungo una superficie che attraversa la crosta terrestre chiamata faglia. La propagazione della rottura consente ai blocchi di roccia a lato della faglia di spostarsi l’uno rispetto all’altro anche di decine di metri nel caso di terremoti eccezionalmente grandi (magnitudo nove). In genere, i terremoti che producono tsunami si distinguono da quelli che interessano la crosta continentale, come i recenti terremoti di Amatrice e Norcia del 2016, per avere una velocità di propagazione della rottura più lenta (1-2 km/s) rispetto agli altri terremoti (2-4 km/s), consentire grandi spostamenti dei blocchi di faglia vicino al fondale marino, e avere un epicentro situato non lontano dalla fossa oceanica.
“Fino a pochi anni fa”, spiega Paola Vannucchi, primo autore dell’articolo e ricercatrice della Royal Holloway of London, Regno Unito – Università di Firenze, “si riteneva che le rotture sismiche non fossero in grado di propagarsi attraverso i più superficiali e soffici sedimenti marini ricchi in argilla. Inoltre, non era stata presa in considerazione la presenza in questi sedimenti di strati non consolidati dallo spessore di decine fino a centinaia di metri composti da gusci calcarei di microrganismi marini. In generale, si riteneva che il coefficiente di attrito di questi materiali aumentasse con la velocità di scivolamento lungo una faglia arrestando la rottura prima che questa arrivasse a rompere il fondale marino”.
Lo studio ha, invece, evidenziato che la propagazione, durante grandi terremoti (magnitudo maggiore di sette), determina rotture sismiche lungo faglie dalla profondità dove nasce il terremoto (circa 15-35 km per questi terremoti) fino al fondale marino. “Il grande terremoto di Tohoku (magnitudo 9.0) e conseguente tsunami che ha inondato la costa settentrionale dell’arcipelago Giapponese l’11 marzo del 2011 ha messo in discussione proprio questa interpretazione. Evidenze sismologiche, geofisiche e geologiche hanno mostrato che in questo terremoto la rottura si è propagata fino a rompere il fondale oceanico con conseguenze devastanti”, prosegue Vannucchi. La rottura del fondale oceanico è associata all’innalzamento, anche di alcuni metri per grandi terremoti, del fondale e la conseguente energizzazione della colonna d’acqua marina sovrastante. Poiché in zona di fossa oceanica la colonna d’acqua è di diversi chilometri di altezza, il sollevamento del fondale in questi particolari ambienti oceanici comporta la generazione di imponenti e violentissime onde di tsunami, alte fino a 20-30 metri (un palazzo di dieci piani) quando queste si infrangono sulla costa, come nel caso del terremoto di Tohoku. “La ricerca”, aggiunge Giulio di Toro, ricercatore dell’Università di Padova associato all’INGV, “unisce dati da perforazione di fondali oceanici effettuati nel Pacifico in prossimità della fossa che costeggia il Costa Rica (America Centrale), da progetti Integrated Oceanic Discovery Programme (https://www.iodp.org/ ), da esperimenti condotti in Italia su sedimenti marini composti da argille e gusci di microrganismi marini campionati durante la perforazione”.
Gli esperimenti sono stati effettuati conl’apparato sperimentale SHIVA (Slow to HIgh Velocity Laboratorio Alte PressioniApparatus) che con i 300 kW (equivalente alla potenza dissipata da 100 appartamenti medi Italiani) è in grado di dissipare, in provini di roccia dalle dimensioni di un piccolo bicchiere del diametro di 50mm, il più potente simulatore di terremoti al mondo. “SHIVA, progettato e installato nel 2009 presso il Laboratorio Alte Pressioni – Alte Temperature di Geofisica e Vulcanologia Sperimentali dell’INGV di Roma, è una strumentazione in grado di comprendere la meccanica dei terremoti. Queste ricerche sono state finanziate da due progetti dell’Unione Europea denominati USEMS e NOFEAR (Uncovering the Secrets of an Earthquake: Multidisciplinary Study of Physico-Chemical Processes During the Seismic Cycle e New Outlook on seismic faults: from earthquake nucleation to arrest)”, afferma Di Toro, responsabile di questi progetti. “Questa ricerca”, conclude Elena Spagnuolo, ricercatrice dell’INGV, “tenta di svelare i possibili processi fisici che consentono a un terremoto di generare uno tsunami per sollevamento del fondale marino. In considerazione del fatto che questi sedimenti calcarei sono abbastanza comuni nelle fosse oceaniche e che, in base all’evidenza sperimentale, la loro presenza agevola la propagazione di una rottura sismica fino a rompere il fondale marino, si ritiene che questo fenomeno possa essere molto frequente”.
Il Laboratorio Alte Pressioni – Alte Temperature di Geofisica e Vulcanologia Sperimentali​ è collocato ​nella sede di Roma dell’INGV.​ ​Q​ui​ sono concentrate ​molte attività analitiche e sperimentali dell’INGV​ ​a supporto delle ricerche e del monitoraggio, ma anche ​svilupp​o ​di tecnologie e di nuove metodologie d’indagine​. ​Nel laboratorio si ​portano avanti ricerche​ di ​spicco dell’​​INGV​ in ambito sismologico, vulcanologico e ambient​ale​​, alcune delle quali finanziate nell’ambito di progetti europei​. Le attività sperimentali, svolte anche in collaborazione con laboratori di altri paesi, riguardano simulazioni e misure legate alla fisica delle rocce ​e dei terremoti, ​alle proprietà chimico-fisiche dei magmi,​ e​ ​la ​modellizzazione analogica dei processi vulcanici. ​Il laboratorio è anche​ ​un ​polo di attrazione per i ricercatori italiani e stranieri. (foto: Scienziati a bordo del R/V, Laboratorio Alte Pressioni)

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Monitorare le strutture edili

Posted by fidest press agency su martedì, 18 gennaio 2011

Il gruppo di lavoro coordinato dal professor Fabrizio Davì, docente di Scienza delle Costruzioni, composto dai dottori Stefano Buffarini e Vincenzo D’Aria del Laboratorio Ufficiale Prove Materiali e Strutture dell’Università Politecnica delle Marche, ha congegnato un sistema di monitoraggio delle costruzioni edili.  La ricerca e la prevenzione al servizio della verifica del comportamento delle strutture civili – edifici, ponti, dighe e così via – in situazioni a rischio: questo il contesto di un congegno che serve a monitorare gli effetti dei terremoti, di cedimenti dei fondali, di movimenti franosi sulla statica delle strutture, sia in fase di costruzione che durante la loro storia. Questo sistema rivela anche la minima fessurazione o lo spostamento in qualunque direzione dell’assetto richiesto e necessario.Il sistema si serve di una stazione topografica robotizzata ad alta precisione, che anche da distanze cospicue può registrare ogni flessione e darne una mappatura. La stazione topografica, con un sistema di puntamento automatico, sia fisso che periodico, permette di visualizzare, mediante un software dedicato, i valori registrati e le tendenze del movimento, sia graficamente che numericamente, della struttura nel periodo di monitoraggio. Il sistema è in questo momento applicato a un viadotto in calcestruzzo sul Marecchia, presso Rimini, cui è stata dedicata una notevole opera di rinforzo con strutture in carpenteria metallica. Il monitoraggio ne garantisce la fruizione in assoluta sicurezza. “È la sicurezza degli utenti e della costruzione stessa a imporre un controllo continuo i cui risultati permettono di prevenire – osserva il professor Davì – le implicazioni attuali e future di movimenti strutturali. Nessuna sorpresa, con questo sistema, nella tenuta di una struttura. Inoltre così si possono monitorare anche i processi di costruzione, individuando in anticipo i potenziali problemi”. (mappatura)

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Linea Blu in Sicilia occidentale

Posted by fidest press agency su lunedì, 8 giugno 2009

13 giugno alle 14.30 su RaiUno, il viaggio di Lineablu parte da Castellammare del Golfo e, passando attraverso suggestive tonnare, giunge a Favignana. Ripercorrendo le tappe della storia del porto di San Vito Lo Capo, ci addentreremo nella Riserva Naturale Orientata dello Zingaro: un luogo conosciuto, esplorato, ma mai completamente antropizzato, e che la popolazione locale ha fortemente voluto che rimanesse tale nel tempo. Natura sopra e sotto il mare: ci immergeremo tra le limpide acque del Golfo di Castellammare per scoprire il Marciapiede a Vermeti, una sorta di barriera corallina a ridosso della costa in cui pesci ed altri animali acquatici di rara bellezza hanno trovato tana e rifugio. Visiteremo la tonnara di Scopello, luogo dal fascino straordinario e con forti suggestioni, che riserva sorprese anche per i suoi fondali: grazie alla Soprintendenza del Mare esploreremo la zona antistante, in cui è possibile seguire nuovi percorsi archeologici. Veleggeremo poi verso Favignana per seguire la seconda edizione del Torneo Targa Florio: i regatanti sfideranno i venti che li porteranno a circumnavigare tutta la Sicilia per poi fare ritorno nella più grande delle Isole Egadi. Finale a sorpresa, con una cassata siciliana realizzata a ritmo di musica grazie alle coreografie gastronomiche del pasticcere Peppe Giuffrè. Con Fabrizio Gatta saremo in Liguria e riusciremo a dimostrare che per evadere dalla realtà di tutti i giorni non serve allontanarsi tanto dalle grandi città: Boccadasse, nel cuore pulsante di Genova, ne è un esempio. Infine, il Professor Calabrese ci svelerà la proprietà nutritive che fanno della cucina di mare una delle più nutrienti e ricche.

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