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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 259

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“Il rafforzamento dei fondamentali giapponesi passa inosservato”

Posted by fidest press agency su domenica, 21 aprile 2019

A cura di Alex Lee Gestore azionario da Columbia Threadneedle Investments (abstract) Il sentiment degli investitori esteri nei confronti del mercato azionario giapponese è estremamente negativo: nel 2018 le vendite nette di titoli nipponici da parte di investitori di altri paesi hanno raggiunto il livello più alto dal 1987, anno del tristemente noto crollo del Lunedì nero. Quest’ondata di vendite non è stata arginata neppure dai segnali della crescente capacità di tenuta dell’economia nazionale e dall’evoluzione del comportamento delle aziende, che ha spinto i margini di profitto verso livelli storicamente elevati.La cautela degli investitori è motivata soprattutto dalla convinzione diffusa che il Giappone sia fortemente orientato al ciclo economico globale: di conseguenza, i segnali di un rallentamento della crescita mondiale mettono seriamente in dubbio l’opportunità di investire in azioni giapponesi.Dopo due decenni di deflazione radicata, il prodotto interno lordo nominale del Giappone è tornato a crescere. Un cambiamento fondamentale ha riguardato il deflatore del PIL, che era rimasto stabilmente negativo dalla metà degli anni ‘90 ma che è tornato in territorio positivo negli ultimi anni. Si tratta in parte di un effetto ciclico che riflette un’attenuazione delle pressioni deflazionistiche globali e un’accelerazione della crescita internazionale. Tuttavia, importanti cambiamenti si sono registrati anche a livello nazionale.
Così, quando nel 2017 la nota società di spedizioni Yamato Holdings ha alzato i prezzi per la prima volta in 27 anni, la mossa ha destato prevedibilmente molto scalpore. Tuttavia, in uno scenario di domanda sostenuta e carenza di autisti, Yamato ha spiegato che non poteva più offrire un servizio di consegne di prim’ordine a prezzi stracciati se voleva pagare ai dipendenti un equo salario e realizzare un profitto. Adesso la società afferma che le prospettive dei suoi clienti sono cambiate: la mentalità deflazionistica secondo la quale i prezzi non possono mai salire è stata sostituita dall’accettazione del fatto che l’inflazione è talvolta appropriata. Le aziende sentono di essere finalmente in grado di aumentare i prezzi per riflettere la qualità dei propri beni e servizi senza doversi scusare con i clienti. Questi rincari contribuiscono a proteggere i loro margini e favoriscono una tendenza al miglioramento della redditività.
L’invecchiamento e la contrazione della popolazione giapponese, tuttavia, continuano a impedire un aumento significativo dell’inflazione. Di conseguenza, il ritorno a un contesto più inflazionistico sarà graduale e moderato. Le pressioni inflazionistiche continueranno ad avere natura congiunturale e riteniamo improbabile che l’obiettivo d’inflazione del 2% della Bank of Japan venga raggiunto nel prossimo futuro. Tuttavia, l’uscita dallo scenario di deflazione è di per sé molto importante e incoraggiante.Il paese è riuscito a richiamare nella forza lavoro persone in precedenza inattive, in particolare donne e anziani. Il tasso di partecipazione continua ad aumentare rapidamente; alla fine del 2018 si attestava al 61,4% e dovrebbe presto raggiungere l’omologo statunitense al 63,2% (Figura 2). Il tasso di attività delle donne in Giappone è già superiore a quello degli Stati Uniti, grazie alle politiche specificamente mirate a incrementare il tasso di partecipazione femminile che vanno sotto il nome di “Womenomics”.
Oltre a rappresentare una fonte di domanda estera, il turismo accresce anche l’esposizione della società giapponese alle influenze di altri paesi. Adesso il governo sta iniziando a riformare le norme nazionali sull’immigrazione, facilitando l’ottenimento di visti e favorendo i ricongiungimenti familiari in determinate circostanze. Queste tendenze sono ancora agli inizi: i lavoratori stranieri rappresentano attualmente solo il 2% della forza lavoro complessiva. Tuttavia, nel 2017 gli stranieri hanno generato il 30% della crescita del numero di lavoratori in Giappone. L’importanza di questi primi passi verso una società più aperta all’immigrazione non va sottovalutata, in quanto potrebbe essere un fattore determinante per l’andamento futuro dell’economia giapponese.
Di fronte all’aumento dei costi e alle difficoltà di un mercato del lavoro in cui la disoccupazione è quasi del tutto scomparsa, le aziende giapponesi hanno reagito con un gradito cambiamento dei comportamenti. In passato queste aziende avevano l’abitudine di effettuare grossi investimenti nelle fasi di espansione economica, creando una dannosa situazione di sovrainvestimento all’apice del ciclo, seguita da un crollo della redditività e da un’impennata delle svalutazioni nelle fasi di rallentamento della crescita. Oggi, invece, le imprese sembrano adottare un approccio molto più meditato, anche perché stentano ad assicurarsi la manodopera di cui hanno bisogno per espandersi. Di conseguenza, i loro investimenti sono sempre più concentrati sull’efficienza anziché sulla crescita della capacità. Le aziende antepongono la redditività a un’espansione inappropriata delle vendite. L’impiego più efficiente del capitale contribuisce a proteggere i margini e a sostenere i prezzi.
I margini di profitto delle aziende giapponesi sono in aumento e la loro redditività è ai massimi storici. Ciò è dovuto in parte ai cambiamenti di comportamento sopra citati, ma è anche il risultato di diversi anni di sofferte ristrutturazioni iniziate all’indomani della crisi finanziaria globale, quando il vigore dello yen e la concorrenza dei prodotti cinesi a basso costo hanno costretto le società giapponesi a risalire la catena della qualità e ad abbandonare l’attività a basso valore aggiunto. Una volta che l’Abenomics ha iniziato a indebolire la valuta, gli utili giapponesi hanno registrato un’impennata.
Il Giappone è stato duramente penalizzato dalla fase deflazionistica seguita al crollo di Lehman Brothers. La forte concorrenza della Cina e l’apprezzamento dello yen hanno costretto le aziende giapponesi a ristrutturarsi e ad abbandonare le attività a basso valore aggiunto. Questo processo ha dato i suoi frutti: dal 2013-14 la quota di esportazioni mondiali riconducibile al Giappone si è stabilizzata. Nonostante i problemi strutturali dell’economia interna, i produttori giapponesi sono diventati più competitivi a livello internazionale e si sono concentrati maggiormente sulla produzione ad alto valore aggiunto.Tuttavia, gli investitori internazionali continuano a ignorare i grandi progressi compiuti dal settore privato giapponese negli ultimi anni e le valutazioni sono riscese sui minimi di lungo termine. Nonostante l’incertezza che si profila nel breve periodo nell’attuale fase di crescita lenta dell’economia mondiale, riteniamo che le azioni giapponesi presentino valutazioni estremamente interessanti e che siano destinate a beneficiare più di quanto si pensi di una ripresa dell’attività globale.

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Nella lotta alle resistenze batteriche si deve tornare ai fondamentali

Posted by fidest press agency su giovedì, 1 febbraio 2018

Interno farmacia

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“Nel momento in cui il timore per la diffusione dei batteri resistenti agli antibiotici suscita un giustificato allarme, è bene ripartire, per così dire, dai fondamentali” dice il presidente della Federazione degli Ordini dei Farmacisti Italiani, senatore Andrea Mandelli. “Nei giorni scorsi il National Institute for Clinical and Healthcare Excellence (NICE) britannico ha pubblicato le nuove linee guida per il trattamento delle angine, cui di solito ci si riferisce come “mal di gola”, dicendo a chiare lettere che il ricorso agli antibiotici è inutile. In primo luogo perché nella maggioranza dei casi anche faringiti e tonsilliti sono dovute a virus, e non a batteri, e poi perché, anche quando si tratta di infezioni batteriche, il ricorso all’antibiotico cambia di poco l’evoluzione del disturbo. Se generalmente i sintomi si risolvono in sette giorni, con l’assunzione del farmaco, dicono gli studi, il decorso si abbrevia di poche ore. In compenso si corre il rischio di selezionare una popolazione batterica capace di sopravvivere all’azione dell’antibiotico”. Il NICE, quindi, ha raccomandato di ricorrere ad antinfiammatori e analgesici, per contrastare i sintomi dolorosi, medicinali che sono disponibili anche senza ricetta. “Il messaggio è semplice: anche se si ha in casa un antibiotico avanzato da una precedente occasione, assumerlo in queste circostanze è inutile e, anzi, controproducente, così come non ha senso insistere con il medico, o il farmacista, per ottenere questi medicinali” prosegue Mandelli “ che sono dispensabili solo dietro prescrizione. Poi è evidente che se la situazione peggiora, il disturbo si prolunga oltre i sette giorni o ai sintomi locali si aggiunge una situazione di malessere generale è fondamentale ricorrere al medico. Questi possono sembrare episodi di importanza minore, ma è proprio dall’impiego scorretto degli antibiotici per condizioni molto diffuse che viene alimentato il fenomeno dei cosiddetti superbatteri”.

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Europa: Nel 2017 ha cominciato a manifestarsi un mutamento dei fondamentali a livello globale

Posted by fidest press agency su venerdì, 12 gennaio 2018

Paul CassonLa crescita è accelerata in tutte le regioni dell’economia globale. I segnali di inflazione nell’eurozona erano tali da indurre la BCE a considerare la possibilità di ridurre gradatamente gli acquisti di titoli. In molti casi però è parso che gli investitori avessero passato buona parte del 2017 a rimanere ancorati ai timori deflazionistici del passato anziché prendere atto della nuova realtà economica. Infatti, ci sono stati lunghi periodi in cui il valore delle azioni costose con una crescita più lenta (ma meno sensibile al ciclo economico) degli utili è salito più di quello di azioni con prezzi convenienti ma con una crescita più rapida degli utili.
Quando i tassi di interessi scendevano, l’acquisto di azioni di crescita secolare o simil-obbligazionarie funzionava, grazie appunto a bassi tassi di interesse e ad un basso tasso di inflazione. Tali azioni in genere non rendono bene quando i tassi di interesse invece salgono. Quindi, se il 2017 è stato l’anno in cui le condizioni economiche hanno cominciato a cambiare, è possibile che il 2018 sia l’anno in cui gli investitori in Europa cominciano a adeguarsi alla nuova realtà macroeconomica? E quali altri cambiamenti potrebbe avere in serbo il 2018?
L’inflazione ha ripreso a salire. In passato si diceva che ciò era dovuto “solo” all’aumento dei prezzi petroliferi (chi nega la reflazione ama termini come “solo” e “ma” come se i fatti potessero essere ignorati solo perché le loro teorie non li prevedono). Sono diversi i fattori che contribuiscono a far salire l’inflazione. Una crescita economica più rapida è in genere il risultato di una domanda più elevata, che si traduce in un aumento dei prezzi da parte delle società e, a seguire, in una richiesta di salari più alti da parte dei lavoratori per tenere il passo con i prezzi. Il sindacato tedesco IG Metall, per esempio, ha chiesto un incremento salariale del 6% alla VW per il 2018. I salari dei metalmeccanici, non aumenteranno nella stessa misura, ovviamente, ma anche la metà di tale aumento sarebbe di gran lunga superiore all’inflazione obiettivo del 2% della BCE. Personalmente, ritengo che l’aumento sarà di circa il 4%. I lavoratori che ricevono aumenti in busta paga tendono a consumare di più, facendo salire la domanda e, potenzialmente, l’inflazione.
Se dovessi stilare una classifica degli attuali rischi dei mercati azionari, metterei ai primi posti non la Brexit, Trump o la Corea del Nord ma le (estremamente) costose azioni di crescita che ogni investitore ha già in portafoglio, le cui valutazioni sono sostenute da bassi tassi di interesse. Non ha senso presumere che le strategie di investimento che hanno funzionato in fase di calo dei tassi di interesse continueranno a funzionare anche quando questi ultimi saliranno. Se così fosse potremmo tranquillamente concludere che ci sono strategie buone per tutte le stagioni. Il passato però insegna che niente nei mercati azionari è per sempre.
Oggi il rapporto fra crescita e valore non è forse ai livelli estremi del 2016 ma non è molto lontano. Non è solo una questione di valutazione relativa ma sono le aziende cicliche a buon mercato che stanno alimentando in gran parte la crescita degli utili in Europa: banche e società di costruzioni, di prodotti di consumo discrezionali, industriali e energetiche. Riteniamo che sia opportuno investire in queste società nel 2018, specialmente perché molte di esse sono ancora a buon mercato, dopo anni di ritardo rispetto ai mercati. Un importante ruolo a favore degli azionisti di queste società è svolto anche dalle dinamiche dalla leva operativa in una fase di rialzo ciclico.
Uno dei settori più economici e bistrattati del mercato europeo è quello energetico. Questa cosa potrebbe cambiare. Quello energetico non è un settore amato dagli investitori, come dimostrato dal forte divario che si è manifestato fra i movimenti dei prezzi del petrolio e l’andamento delle azioni delle società del settore. La nostra impressione è che il divario sarà colmato con il rialzo dei prezzi delle azioni, che andranno così ad allinearsi al prezzo del petrolio, man mano che le aziende annunciano buone notizie. Le preoccupazioni circa la riunione dell’OPEC di novembre si sono rivelate infondate, con l’annuncio dei tagli alla produzione concordati fino alla fine del 2018. A nostro avviso, tutto questo è più che sufficiente per sostenere il prezzo del petrolio. L’offerta è già inferiore alla domanda e le scorte si stanno riducendo, una tendenza che riteniamo che durerà fino a quando la crescita economica globale resta sostenuta. (by Paul Casson gestore fondi di Artemis)

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Perché investire in Europa?

Posted by fidest press agency su giovedì, 12 maggio 2016

aziende1Da un punto di vista politico la confusione è grande e, sotto molti aspetti, le imprese non hanno vita facile. Comunque, le cose vanno così da anni. Le aziende buone – e ce ne sono tante in Europa – hanno capito che non possono contare sull’aiuto dei loro governi e devono quindi essere artefici del loro destino.
Noi facciamo lo stesso assumendo posizioni lunghe e corte. Invece di lasciare che i nostri profitti dipendano dai rialzi di mercato o dalla crescita economica, studiamo i fondamentali per identificare i titoli azionari che presentano anomalie di valutazione. Ce ne sono tantissimi. Il flusso delle nostre idee di investimento si arricchisce costantemente di strategie formulate per seguire le tendenze in atto. Le masse in gestione investite secondo questi tipi di strategie sono talmente imponenti che le tendenze interessate finiscono invariabilmente per esprimere valutazioni non sostenibili. Prima o poi tutti quelli che sfruttano una tendenza si ritrovano nella stessa posizione, con il risultato che le fonti di liquidità necessarie per alimentare la tendenza stessa inevitabilmente si prosciugano. Dopo tale sfruttamento intensivo la tendenza si affievolisce, per poi manifestare un’inversione piuttosto violenta, e per chi si trova dalla parte sbagliata di queste rotazioni improvvise sono dolori.
Nel 2015 la maggior parte dei gestori rialzisti (long-only) attivi ha sovraperformato nello stesso modo, cioè sovrappesando e sottopesando i medesimi settori; in particolare, questi gestori hanno evitato energia e materie prime per concentrarsi sulle società a media capitalizzazione e sulle azioni “di crescita” (growth). Sulle azioni di crescita il consenso era così schiacciante che tutte le notizie negative (o anche solo equilibrate) che potevano mettere in dubbio i multipli ai quali questi titoli passavano di mano venivano ignorate. D’altro canto, le indicazioni di un lento ritorno alla normalità o anche di un leggero miglioramento in aree in cui gli investitori avevano posizioni corte – materie prime e settori collegati – non erano neppure prese in considerazione.
Nella parte finale del 2015 qualche incerto segnale sembrava indicare che i prezzi delle materie prime fossero prossimi ai minimi. Tuttavia, a conferma della tendenza a prediligere in maniera acritica convinzioni radicate, il mercato non ha prestato attenzione. Analogamente, i rialzi delle azioni di Rio Tinto, Anglo American e Glencore sono stati attribuiti “semplicemente” alle ricoperture di scoperto; ma gli acquisti sono acquisti, anche se servono solo a coprire posizioni corte. Le valutazioni nei settori oil & gas e minerario erano cadute a un livello tale che – ad eccezione dei casi di fallimento – erano pronte per una rapida ascesa. Il prezzo dei minerali ferrosi è risalito notevolmente quest’anno, al pari di quello del rame, con importanti implicazioni per le azioni delle società minerarie, che scontavano previsioni di una persistenza delle quotazioni dei metalli ai minimi registrati nel 2015.
Quali altre tendenze sono sul punto di cedere? La riluttanza a riconoscere che le cose stanno migliorando per le impopolari azioni minerarie fa il paio con la scarsa disponibilità ad accettare che i fondamentali delle imprese edili del Regno Unito hanno cominciato a indebolirsi.È ovvio che gli immobili di pregio nel centro di Londra difficilmente perderanno in tempi brevi il fascino che li rende particolarmente appetibili, ma i prezzi degli appartamenti nuovi nelle zone periferiche sono diventati irrealistici. Inoltre, dalla fine dell’anno scorso gli investitori esteri manifestano sempre meno interesse a comprare immobili “sulla carta”. Alcuni acquirenti si stanno svincolando da consistenti impegni finanziari, anche perdendo la caparra. Inutile a dirsi, gli apologeti cercano tutti gli appigli possibili per negare che i prezzi delle case siano aumentati troppo. Non intendo affermare che i prezzi stiano per crollare; ci sono forti incentivi finanziari e remore psicologiche fra gli operatori a scongiurare questa evenienza, ma il numero delle operazioni diminuirà. Presumibilmente, le imprese edili preferiranno tenere gli appartamenti invenduti anziché svenderli; ma se da un lato le possibilità di vendere in tempi brevi a prezzi inflazionati diminuiscono, dall’altro i costruttori non potranno non ultimare i progetti già avviati. Tutti i cantieri aperti saranno portati a termine, incrementando l’offerta. Perciò, a causa dell’effetto congiunto dell’aumento dei costi e del calo dei volumi di vendita, i bilanci delle imprese edili del Regno Unito, che una volta erano floridi, dovranno per forza di cose indebolirsi. Ripeto: non prevedo un crollo, ma un calo precipitoso dei volumi di vendita può essere ugualmente deleterio per queste società, anche se i prezzi restano invariati.
Comunque, se le prospettive per l’edilizia del Regno Unito cominciano a deteriorarsi, quelle per l’Irlanda sono molto più incoraggianti. Il settore immobiliare irlandese si trova ora nella stessa posizione in cui si trovava quello del Regno Unito nel 2010, anno in cui la disoccupazione era elevata, nessuno costruiva e nessuno voleva (o poteva) cambiare casa. Il mutare di queste condizioni spianò la strada a una fase di grande prosperità per le imprese edili britanniche. Il settore immobiliare irlandese sembra sul punto di entrare in una fase analoga. I due Paesi hanno una cultura dell’abitare simile ma si trovano in fasi diverse del ciclo economico e immobiliare. Una posizione scoperta nel settore immobiliare di Londra e un investimento in quello di Dublino sembra una scelta intelligente. L’unica impresa edile irlandese quotata è Cairn Homes. I suoi concorrenti quotati in borsa sono falliti tutti quando c’è stato il crollo dell’edilizia in Irlanda, dando a quest’ultima la possibilità di acquistare terreni in zone di prestigio di Dublino a prezzi pari ad appena un terzo dei livelli raggiunti quando il mercato era agli apici.Cairn è solo una parte di un percorso intrapreso “seguendo il sole”. Per anni la ripresa nel Regno Unito è stata più sostenuta che nel resto d’Europa. Oggi, però, sembra che siamo arrivati al punto in cui i Paesi che hanno avuto le recessioni peggiori – e che quindi devono recuperare di più – evidenziano i segnali di una crescita più rapida. Uno è l’Irlanda e l’altro è la Spagna.
In Spagna abbiamo investito in Mediaset España. Analogamente a quanto accaduto ad alcuni dei migliori titoli azionari britannici negli ultimi anni, la società ha avuto una “buona recessione”. Il mercato della pubblicità televisiva in Spagna ha subito una contrazione del 40% dal picco raggiunto prima della crisi, con una riduzione da cinque a due del numero di grandi operatori presenti sul mercato. Una delle reti commerciali minori, Cuatro, è stata acquisita da Mediaset; un’altra, la Sexta, è ora di proprietà di Antena 3; la TV pubblica TVE, che tendeva a vendere spazi pubblicitari senza fare troppa attenzione ai prezzi, facendoli andare giù, non è più autorizzata ad accettare pubblicità. Tale cambiamento – e l’eliminazione di due concorrenti – ha trasformato il mercato pubblicitario spagnolo, rafforzando tutt’a un tratto il potere negoziale di Mediaset. Inoltre, il mercato televisivo spagnolo è particolarmente interessante. La siesta pomeridiana, quando molti spagnoli ritornano a casa per il pranzo, fa sì che in Spagna ci siano due fasce di massimo ascolto. Inoltre, l’idea che la televisione sia avviata verso un declino terminale per via di YouTube è un’assurdità. In Spagna la fruizione della TV “lineare” è addirittura in aumento. Si aggiunga a questo la capacità di Mediaset España di produrre contenuti, cosa che la solleva dall’onere di pagare cifre esorbitanti per le produzioni di terzi, e si può concludere che tutti i ricavi pubblicitari in più accresceranno direttamente i profitti della società. Gli investitori del Regno Unito hanno ottenuto ottimi risultati con ITV negli ultimi anni; riteniamo che Mediaset España sarà la prossima ITV per gli investitori (se non anche per i telespettatori).
Prendiamo le banche. Le aspettative di un calo dei tassi di interesse a lungo termine hanno appiattito la curva dei rendimenti, eliminando profitti da una delle principali attività delle banche. Per realizzare un utile dall’erogazione di credito le banche hanno bisogno di una curva dei rendimenti ripida. Inoltre, il carry trade sui titoli di Stato, che una volta consentiva di guadagnare, è scomparso. Nel 2011 gli istituti di credito dell’Europa meridionale si finanziavano presso la BCE a tassi irrisori per acquistare titoli di Stato a 10 anni che rendevano circa il 7%. Questa era un’operazione sicura e redditizia. Ora i rendimenti delle obbligazioni decennali negli stessi Paesi sono scesi all’1,5% e la BCE ha annunciato che comincerà ad acquistare obbligazioni societarie di emittenti non finanziari. Questa può essere una buona notizia per chi ha bisogno di finanziamenti ma non per le banche, che vedono erodersi i margini di un’altra delle loro attività.Anche se le loro fonti di reddito si riducono, i politici e i regolatori stanno costringendo le banche a rafforzare ulteriormente i mezzi propri per proteggersi da un’eventuale crisi del settore. Le conseguenze per il rendimento del capitale degli istituti di credito sono estremamente negative. A nostro avviso è chiaro che le banche sono diventate preda dei politici, che le usano per stabilizzare il sistema finanziario e per far arrivare all’economia “reale” tutto il denaro possibile. Secondo noi diverse banche europee sono sopravvalutate. Non c’è però, al momento, alcun trading direzionale contro il settore. Negli investimenti la tendenza è tua amica, finché dura. (by Paul Casson, Manager del Pan-European Aboslute Return Fund)

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Il ruolo dell’avvocatura nella tutela dei diritti fondamentali

Posted by fidest press agency su domenica, 31 gennaio 2016

convegno avvocaturaSi è svolto a Milano, presso il Salone Valente, il convegno “Il ruolo dell’avvocatura nella tutela dei diritti fondamentali. Italia e USA a confronto sui diritti LGBTI” organizzato da Rete Lenford, con il patrocinio dell’Ordine degli Avvocati di Milano, AIJA International Association of Young Lawyers, AIAF (Associazione Italiana degli Avvocati per la Famiglia e per i minori) Lombardia ed AIGA (Associazione Italiana Giovani Avvocati).Hanno preso la parola, tra gli altri, l’avvocata Maria Grazia Sangalli, presidente di Avvocatura per i Diritti LGBTI, l’avvocato Remo Danovi, presidente dell’Ordine degli Avvocati di Milano e James Esseks, Attorney at Law Director of the American Civil Liberties Union, che ha vittoriosamente patrocinato avanti la Corte Suprema degli Stati Uniti la causa Obergefell v. Hodges, con la quale è stato esteso alle persone omosessuali il diritto fondamentale al matrimonio.“Dovremmo concentrarci sui bambini in questa situazione. Indipendentemente dal fatto che il secondo genitore può legalmente adottare il bambino, il bambino vivrà con entrambi i suoi genitori. Danneggia il bambino non avere nessun rapporto giuridico con entrambi i genitori. Come può essere potenzialmente una buona cosa?” ha affermato l’avvocato James Esseks.“In Italia il Legislatore sembra non voler risolvere i problemi concreti delle famiglie” ha affermato la Presidente di Rete Lenford Maria Grazia Sangalli. “Negli Stati Uniti, lo ha ricordato oggi Esseks, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha rilevato come le leggi che vietano i matrimoni tra persone dello stesso sesso danneggiano ed umiliano i bambini nati nelle famiglie omogenitoriali privandoli del riconoscimento, della stabilità e della certezza del futuro che il matrimonio offre”, ha aggiunto Sangalli.“Le coppie gay e lesbiche non possono limitarsi ad attendere l’intervento legislativo per vedere riconosciuto il proprio diritto fondamentale al matrimonio, ma devono rivendicare con forza i loro diritti nelle aule dei tribunali, chiedendone il riconoscimento alla magistratura. In questo sarà determinante il ruolo dell’avvocatura” ha dichiarato Antonio Rotelli, cofondatore di Rete Lenford.“I diritti fondamentali delle persone non possono essere rimessi ad un voto di maggioranza, non possono dipendere dall’esito di un’elezione o un referendum”, ha evidenziato Marica Moscati, professoressa di diritto di famiglia della University of Sussex. “Negli Stati Uniti, in Sudafrica ed in altri Paesi la minoranza gay oppressa ha ottenuto il matrimonio egualitario grazie all’intervento della Corti Supreme che hanno applicato il principio di uguaglianza delle persone espresso dalle Costituzioni”, ha concluso Moscati. (foto: convegno avvocatura)

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“Principi fondamentali e garanzie a favore del contribuente”

Posted by fidest press agency su mercoledì, 23 settembre 2015

Duomo_e_Battistero_di_ParmaParma. Dalle ore 16.30 alle ore 18.30 in Aula dei Filosofi. Relatore d’eccezione l’autorevole studioso spagnolo Juan Ignacio Gorospe Oviedo. Sarà discusso un tema cruciale in ambito tributario, relativo a “Principi fondamentali e garanzie a favore del contribuente”, in un convegno in programma mercoledì 23 settembre, dalle ore 16.30 alle ore 18.30, nell’Aula dei Filosofi del Palazzo Centrale (via Università, 12) e promosso dal Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Parma. All’appuntamento, organizzato da Alberto Comelli, professore associato di Diritto tributario presso il Dipartimento di Giurisprudenza, parteciperà come relatore Juan Ignacio Gorospe Oviedo, autorevole studioso spagnolo, professore ordinario di Derecho Financiero y Tributario all’Università CEU San Pablo di Madrid, il quale sarà all’Università di Parma per quattro giorni per una serie di seminari e incontri di studio organizzati nell’ambito di un programma di scambi internazionali. Il convegno, moderato da Alberto Comelli, si aprirà alle ore 16.30 con i saluti di Giovanni Bonilini, Direttore del Dipartimento di Giurisprudenza. Alle ore 16.45 è previsto l’intervento di Juan Ignacio Gorospe Oviedo, che relazionerà sul tema “Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo: quali principi sono applicabili in materia tributaria?”. A seguire sarà la volta di Andrea Carinci, professore ordinario di Diritto tributario all’Università di Bologna, che parlerà di “Il contraddittorio nel procedimento tributario, tra attuazione della legge delega e incertezze giurisprudenziali”. Al termine degli interventi si aprirà la discussione.

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Diritti fondamentali: i deputati criticano gestione migranti e austerità

Posted by fidest press agency su mercoledì, 9 settembre 2015

parlamento europeoI diritti fondamentali dei richiedenti asilo potrebbero essere violati dalle condizioni dei centri di accoglienza, dalle cosiddette “procedure di espulsione a caldo” e dalle altre misure di dissuasione, affermano i deputati in una risoluzione non vincolante approvata martedì. Il testo sottolinea anche l’impatto negativo delle misure di austerità sui diritti economici, civili, sociali e culturali.
La risoluzione non legislativa, approvata da 369 voti a favore, 291 contrari e 58 astensioni, offre un quadro generale sulla situazione dei diritti fondamentali nell’Unione europea per 2013-2014.I deputati affermano che l’UE e i suoi Stati membri dovrebbero mettere la solidarietà e il rispetto dei diritti fondamentali dei migranti e dei richiedenti asilo al centro delle politiche migratorie dell’UE. Gli Stati membri dovrebbero adottare misure obbligatorie per prevenire ulteriori tragedie in mare, aggiungono. Essi chiedono inoltre l’istituzione di un sistema di asilo comune efficace e un’equa distribuzione dei richiedenti asilo tra gli Stati membri.
I deputati criticano per le procedure di rimpatrio “a caldo”, per l’accoglienza offerta ai migranti nei centri di detenzione e per gli stereotipi negativi e la disinformazione sui migranti. La risoluzione condanna anche le misure di sicurezza alle frontiere dell’UE, che ” che può giungere fino alla costruzione di muri e di sbarramenti di filo spinato” e chiede “controlli alle frontiere rispettosi dei diritti fondamentali”.I deputati deplorano il modo in cui la crisi finanziaria ed economica, insieme alle restrizioni di bilancio, hanno influenzato negativamente i diritti economici, civili, sociali e culturali.Al momento di decidere e attuare misure correttive e tagli di bilancio, le istituzioni dell’UE e gli Stati membri dovrebbero eseguire una valutazione d’impatto sui diritti fondamentali e garantire che risorse sufficienti siano messe a disposizione per salvaguardarli, dicono i deputati. Essi aggiungono che si devono garantire “livelli minimi essenziali per il godimento dei diritti civili, economici, culturali e sociali, prestando particolare attenzione ai gruppi maggiormente vulnerabili e socialmente svantaggiati”.

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Voci inascoltate

Posted by fidest press agency su lunedì, 2 aprile 2012

Giovani e anziani, genitori e studenti, lavoratori e disoccupati o cassa integrati o precari, parlano, ma chi li ascolta? Voci provenienti dalle case, dai posti di lavoro, dagli ospedali, dalle scuole, dai teatri, dalla strada, dai bar, dal mercato. Voci di persone vere. Ma cosa dicono queste voci che si perdono nell’aria, si dissolvono e lasciano un silenzio innaturale? Sono le voci della sofferenza più che della gioia. Parlano di morti ammazzati, di droga, di solitudine, di povertà, di ingiustizie. Sono le voci di una grande maggioranza che nutre nel suo mormorio il senso della fugacità della vita e delle sue ansie esistenziali. Parole sussurrate, gridate, arrochite dal tempo e che a volte esprimono un crescendo di violenza linguistica frutto della disperazione e dalla consapevolezza della propria nullità. Perché, taluno si chiede sono dalla parte di chi non ha, frutto di una inconsistenza che al massimo può generare negli altri solo pietà e tracce d’indifferenza?
Questo popolo di parlatori inascoltati, e destinato all’anonimato, può ricevere, sia pure solo a tratti, l’attenzione di chi pretende di parlare per loro e costui, da tale nobile scranno, accoglie gli onori dei media che lo citano, lo vezzeggiano e pendono dalla sue labbra, Ma è un’attenzione di chi non sa cogliere l’essenza delle cose, dimitte voces accipe sensum, e fa del male altrui il proprio bene.
E’ questo il destino di chi non riconosce l’universalità di due diritti fondamentali inscindibili tra loro: il diritto alla vita e a vivere. Perché dare la vita se non si permette alla stessa vita di vivere? Finchè non sciogliamo questo nodo cruciale, restano le voci inascoltate, resta la miseria dell’umanità, la sua abiezione morale. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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I fondamentali di una civiltà

Posted by fidest press agency su sabato, 17 settembre 2011

Stoà, Human Resource Management

Image by hillman54 via Flickr

Da più parti nel mondo si levano voci allarmate e al tempo stesso inviti accorati sulla necessità di rivedere gli strumenti che hanno costruito l’attuale rapporto sociale, civile e politico che regola le relazioni nazionali e internazionali e condiziona la vita dei suoi abitanti. In altri termini i nostri modelli di società, da quella cosiddetta “occidentale” a quella “orientale” con venature di tipo religioso, stanno mostrando per intero i loro limiti. In essi si sono persi i valori fondanti che sono alla base della nostra stessa ragione d’essere. Abbiamo in qualche modo affermato e consolidato il precetto della sacralità del diritto alla vita ma abbiamo disatteso quello altrettanto importante del diritto a vivere entro canoni di accettabilità. L’averlo disatteso comporta oggi che il 75% della popolazione mondiale non trova un ragionevole spazio per veder garantito i 5 fondamentali diritti che ci permettono un’esistenza dignitosa, a prescindere dai propri natali e dalle condizioni economiche dei genitori: diritto all’assistenza, diritto allo studio, diritto ad avere un’abitazione, diritto al lavoro, diritto al libero accesso ad alimentarsi. Premessa questa per una società ispirata a criteri di solidarietà e rispettosa della vita evitando, quindi, indebiti accaparramenti che ci fanno dire, oggi, che il 15% della popolazione del globo possiede l’80% delle risorse e lasciando un misero 20% all’altra grande fetta dell’umanità. E’ un’anomalia che si aggrava ancor più se si pensa agli sprechi che si perpetrano per l’accaparramento nelle mani di pochi delle fonti di ricchezza: guerre, conseguenti distruzioni, cattivo uso delle terre, sfruttamento, ecc. Ne consegue che le logiche consumistiche tendono ad inaridire gli animi e ad esaltare il valore dei beni materiali come oggetti di potere e di controllo per chi non li possiede condizionandone i comportamenti e provocando la sudditanza. Oggi, quindi, si fa strada la figura del predatore, di colui che toglie agli altri per appagare la sua avidità. E’ la logica dell’homo homini lupus che è involutiva alla civiltà del progresso e delle scienze verso la quale ci stiamo indirizzando. E’ tempo di scelte se vogliamo guardare avanti senza ripiegarsi su noi stessi. Lo dobbiamo se vogliamo ridare dignità e futuro alla nostra specie e a tutte quelle che con noi percorrono il cammino della vita terrestre. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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Diritti fondamentali in materia penale

Posted by fidest press agency su domenica, 29 maggio 2011

Siracusa 30 maggio al 1° giugno al Grand Hotel Minareto (Via del Faro Massolivieri, n. 26) nel convegno internazionale “Indagini transnazionali e tutela dei diritti fondamentali in materia penale”.- tra le sfide che l’Unione Europea sarà chiamata ad affrontare, al suo interno con l’allargamento dei confini a est e all’esterno nelle relazioni con i paesi extraeuropei, c’è la creazione di nuovi strumenti giuridici atti a garantire la tutela dei diritti fondamentali dell’uomo nelle indagini transnazionali sul terrorismo e la criminalità organizzata.
Il convegno, dedicato alla memoria di due grandi giuristi scomparsi, Vittorio Grevi e Giovanni Tranchino, è organizzato dal Consorzio Universitario Megara Ibleo, dall’Università di Messina e dalla Fondazione Bonino Pulejo, con il patrocinio del Consiglio Superiore della Magistratura di Catania, dell’Ordine degli Avvocati di Siracusa e dell’Associazione italiana giovani avvocati (Aiga) di Messina. Al simposio parteciperanno studiosi da tutto il mondo (Stati Uniti d’America, Russia, Cina, Messico, Colombia, Inghilterra, Germania e Spagna) che si confronteranno sui temi della costituzione di una Procura europea permanente per il riconoscimento delle decisioni giudiziali e la circolazione della prova nello spazio giudiziario comune e sulla comparazione tra la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo e quella della Corte interamericana. Per Sebastiano Caporale amministratore delegato del Consorzio Universitario Megara Ibleo, «La partecipazione di ben tredici Paesi, compreso l’Italia, e di ventidue università garantisce l’eccellenza del convegno che vuole trovare quella cooperazione giudiziaria per garantire ai cittadini la sicurezza e i diritti umani che purtroppo, spesso, vengono negati» [A. At.]

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Nord Africa in cerca di transizione democratica

Posted by fidest press agency su sabato, 5 febbraio 2011

Di Domenico M. Ardizzone –  La drammatica rivolta in Nord Africa, dall’Algeria alla Tunisia, all’Egitto si è mossa, ovunque,  per una identica voglia di cambiamento, contro la disoccupazione, l’aumento dei prezzi dei generi alimentari, contro le precarie condizioni di vita, contro la corruzione. I veri motivi delle  proteste, secondo gli analisti, sono la sovrappopolazione e l’indigenza. Sin dai primi fermenti il  segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, ha invitato alla moderazione, alla non  violenza e al rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali esortando i governanti ad  “ascoltare con attenzione la voce del popolo, le sue aspirazioni, le sue sfide e le sue speranze per un futuro migliore”.  L’Onu sta monitorando l’evoluzione delle proteste e le tensioni nell’intera regione del Nord  Africa. La situazione è complessa e le condizioni per una transizione democratica appaiono  ancora incerte laddove possa esserci il rischio di un vuoto di potere. Esperienza insegna che il  vento di democratizzazione soffiato in Africa dopo la caduta del muro di Berlino, ha generato,  purtroppo, anche altre fonti di conflitto, perché non sempre il cambiamento si è svolto rispettando le regole. Al riguardo, in un recente rapporto si legge che “regimi a più partiti  rimpiazzano quelli a partito unico, ma questi partiti sono spesso costituiti su una base regionale o tribale. Perciò ogni operazione elettorale è l’occasione di violenze. I risultati  vengono truccati o i favoritismi tribali diventano talmente palesi che scoppiano i conflitti. Per  fare fronte, tra l’altro, a questo tipo di situazioni l’Onu ha creato nel 1994 la Divisione per  l’assistenza elettorale. Ma nelle guerre in Africa gli interlocutori sono difficili da individuare o  tengono poco conto degli impegni che hanno firmato”.  Nel continente africano le Nazioni Unite sono presenti con diverse strutture. In aggiunta alle  missioni di peace keeping, ci sono delle Agenzie del sistema Onu che hanno il compito di trovare delle soluzioni: l’Alto commissariato per i diritti dell’uomo a cui si possono rivolgere le  vittime di soprusi, l’Unicef per i problemi dell’infanzia, la Fao per le necessità alimentari, l’Unesco per la salvaguardia dei beni culturali, l’Unhcr per aiutare i rifugiati, e così via. Ma  l’azione di queste strutture viene spesso vanificata dall’insufficienza di finanziamento. Inoltre la loro dipendenza finanziaria da pochi paesi risulta dannosa, perché ci sono dei tentativi di strumentalizzare l’Onu per gli scopi politici di singoli membri.  Esistono anche strumenti europei che potrebbero sostenere la transizione democratica in Nord Africa, come l’Unione per il Mediterraneo, ma fin quando prevarranno le politiche tardo-coloniali di alcuni paesi, sarà pressoché impossibile fare dei passi in avanti. Intanto UnioneEuropea e Stati Uniti hanno dichiarato pieno sostegno al processo di transizione democratica,  in Tunisia e in Egitto precisando di non voler interferire sulle scelte del popolo che dovranno  compiersi attraverso libere elezioni. Ma la transizione sarà difficile nel caso in cui insorgessero  dei vuoti di potere. Sarebbe quindi da auspicare un intervento ad hoc delle Nazioni Unite nella  sponda sud del Mediterraneo.

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Giustizia e magistratura onoraria

Posted by fidest press agency su venerdì, 15 gennaio 2010

Dichiarazione di Rita Bernardini, deputata radicale eletta nelle liste del PD, membro della Commissione Giustizia della Camera, prima firmataria di un’interpellanza del Gruppo del PD sulla riforma della magistratura onoraria Nella sua risposta all’interpellanza sulla Magistratura Onoraria, il Governo ha oggi confermato di aver predisposto uno schema di disegno di legge per la revisione organica della disciplina della magistratura onoraria lungo tre direttrici fondamentali: la predisposizione di uno statuto unico della magistratura onoraria; la rideterminazione del ruolo e delle funzioni dei giudici onorari di tribunale; la riorganizzazione dell’ufficio del giudice di pace. Stando così le cose, si tratta di una vera e propria controriforma, simile alla disciplina già contenuta nella cosiddetta legge Carotti, salvo – unica novità – la previsione di norme ancora più afflittive nei confronti dei magistrati onorari già privi di ogni garanzia giuslavoristica. Occorre pensare all’introduzione di una soluzione a regime diversa da quella contenuta nel disegno di legge governativo e che preveda nuove modalità di accesso e di retribuzione e che tenga conto anche della previdenza. Un sistema razionale dovrebbe infatti prevedere, come necessariamente propedeutico, l’esercizio delle attuali funzioni onorarie in vista dell’ingresso nella magistratura di carriera, alla quale invece si accede attraverso un concorso puramente teorico e di massa, privo di qualsiasi esperienza lavorativa e di vita. Inoltre deve essere riconosciuto ai magistrati onorari il diritto ad una retribuzione equa e proporzionata alla quantità e alla qualità del lavoro da essi svolto. Deve essere riconosciuto loro il diritto alla malattia, alla previdenza, alle ferie pagate, alla maternità. Né si può dimenticare che senza la Magistratura Onoraria, la già sfasciata giustizia italiana avrebbe dichiarato bancarotta: non solo i nostri uffici giudiziari chiuderebbero immediatamente, ma raddoppierebbe all’istante sia il numero annuale delle prescrizioni, sia il numero (già di per sé elevatissimo) delle condanne inferte all’Italia dalla Corte europea di
Strasburgo per la lentezza dei nostri processi. Da parte nostra, ci auguriamo due cose: la prima,  è che il Ministro della Giustizia (al quale va comunque riconosciuto il merito di aver deciso di affrontare il complesso e difficile nodo della riorganizzazione del ruolo e delle funzioni della magistratura onoraria) non voglia sottrarsi al confronto parlamentare con l’opposizione presentandoci un disegno di legge blindato e praticamente inemendabile. La seconda – e qui esprimo il parere della delegazione radicale all’interno del Gruppo del PD – è che il Governo inizi da subito a ripianare il vuoto di organici della Magistratura Ordinaria esigendo l’immediato rientro nei ranghi dell’ordine giudiziario dei cosiddetti “magistrati fuori ruolo”, cioè coloro che non esercitano il lavoro per il quale sono pagati, ma che bazzicano nei ministeri a scrivere leggi e a fare pressioni pro domo loro, vanificando il principio costituzionale della separazione dei poteri”.

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Riformare la Costituzione, ripartiamo dall’articolo 1

Posted by fidest press agency su mercoledì, 6 gennaio 2010

Intervento della sen. Donatella Poretti, Radicali-Pd. “Il sasso nello stagno lanciato dal ministro Renato Brunetta, sta producendo i primi effetti per aprire un dibattito sulla Costituzione, dibattito che fino ad oggi rimbalzava su un muro dove risuonava unanime un coro “la prima parte non si tocca”. Incredibile che quei tanti difensori della Costituzione con le proprie storie personali e di partito abbiano in realta’ contribuito a non applicarla e perfino a tradirla fin dal primo giorno in cui e’ entrata in vigore. Basti pensare che per avere una legge che disciplinasse la seconda scheda in mano agli elettori, quella del referendum abrogativo, si siano dovuti attendere 20 anni, piu’ o meno lo stesso tempo trascorso per istituire le Regioni. Per i partiti e i sindacati si deve registrare la mancata attuazione della norma costituzionale riguardante il loro funzionamento democratico, funzionamento che per i partiti viene aggravato dalla approvazione della legge sul finanziamento pubblico, concepita in modo da sottrarli ad ogni controllo pubblico. Il Presidente della Repubblica, cui la Costituzione assegna il compito supremo di garanzia della Costituzione nei rapporti fra poteri dello Stato, si trasforma gradatamente in un organo di mediazione tra le forze politiche. La stessa Corte Costituzionale per cui si e’ atteso “solo” 8 anni per la sua istituzione, dopo aver esercitato per un quindicennio un rigoroso servizio di sindacato di costituzionalità, viene sempre più condizionata dai partiti nella sua composizione e nella sua giurisprudenza. Lo stato della Giustizia, sia penale che civile, fa si’ che l’Italia sia il Paese piu’ condannato dalla Corte europea dei diritti umani, in particolare per la durata dei suoi processi, ed ha come conseguenza una sistematica impunita’ e incertezza del diritto. Su questo la denuncia dei Radicali e’ precisa e dettagliata e consultabile nel testo “La peste italiana” (http://www.radicali.it/download/pdf/peste_italiana.pdf).
Con il ddl n. 121 “Modifica dell’articolo 1 della Costituzione, in materia di principio della liberta’ e del rispetto della persona quale fondamento della Repubblica” (Poretti, Perduca, Cossiga) si propone questa nuova formula: “La Repubblica italiana e’ uno Stato democratico di diritto fondato sulla liberta’ e sul rispetto della persona”. L’Italia dovrebbe essere prima di tutto una Repubblica democratica fondata sulla liberta’, intesa quale totalita’ dei diritti della persona, senza i quali verrebbe meno la distinzione con quelle “repubbliche democratiche” che ieri, come oggi, opprimono intere genti nel nome della volonta’ popolare. La liberta’ trova la sua principale e massima protezione nello Stato di diritto: supremazia e rispetto della legge, in primis rispetto della Costituzione, Legge fondamentale di tutti i cittadini. Senza legalita’, senza certezza del diritto, perdono valore anche i piu’ alti e nobili principi enunciati nella Costituzione, in quanto difficilmente se ne potrebbe esigere ed ottenere il rispetto e l’applicazione. Il cittadino, posto dinnanzi all’incertezza del diritto, alla rassegnata accettazione di una diffusa illegalita’, si allontana dalle istituzioni e perde fiducia nella legge, percependola come astratta, relativa e soprattutto non vincolante. Soprattutto, sono sottoposti ai limiti  di legge le massime cariche dello Stato, proprio in virtu’ del grande potere loro conferito. E’ il principio dello Stato di diritto che da’ forza e vita non gia’ al primo articolo della Costituzione, ma all’intero dettato costituzionale e a tutte quelle norme da essa derivanti a tutela di diritti fondamentali.

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Il rapporto di convivenza fra individuo e comunità

Posted by fidest press agency su martedì, 25 agosto 2009

Coloro che si chiedono il motivo del successo della Chiesa cattolica e della sua capacità di farsi ascoltare dovrebbero in primo luogo capire il perché le comunità politiche nazionali non riescono a reggere il confronto di fronte alle profonde trasformazioni del rapporto di convivenza fra uomini e fa comunità e di fronte alle esigenze obiettive del bene comune universale. E’, in effetti, una crisi del diritto, delle sovranità e degli Stati nazionali, che costituisce oggi uno dei punti centrali del dibattito sulla globalizzazione. E’ una correlazione fra diritti fondamentali e doveri che sono insiti nella natura umana, si fondano sulla dignità della persona e sull’uguaglianza che ne deriva, e sono perciò universali ed inviolabili. La pace scaturisce dal riconoscimento di questi diritti e doveri. Essa viene definita come la realizzazione del bene comune: una convivenza che non sia fondata su rapporti di forza in contrasto con la pari dignità umana, ma sulla verità (il riconoscimento dei reciproci diritti e doveri), sulla giustizia (il rispetto degli uni e l’adempimento degli altri), sulla solidarietà (la promozione dei diritti altrui), sulla libertà (l’assunzione di responsabilità). Per quanto possa sembrarci ovvio e scontato esso rimane un messaggio innovativo in quanto non sembra sia stato digerita la sua essenza: la pace non già come tradizione, ma come bene universale comune che deve costituire l’obiettivo fondamentale della comunità politica mondiale.

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Hillary Clinton in sette paesi africani

Posted by fidest press agency su giovedì, 6 agosto 2009

«Speriamo che la visita di Hillary Clinton in sette paesi africani segni l’avvio di una nuova politica in favore delle persone svantaggiate dei paesi in via di sviluppo», auspica ActionAid, l’organizzazione non governativa che lotta contro la povertà. Va riconosciuta all’amministrazione Obama una rinnovata attenzione verso il tema della cooperazione e della lotta alla fame, ma, affinché gli effetti sulle popolazioni africane povere ed emarginate siano concreti e positivi, si devono ancora registrare alcuni cambiamenti. «’Aid For Trade’, il programma dell’amministrazione Obama che prevede l’entrata dei più poveri nel mercato grazie all’African Growth and Opportunity Act (AGOA), è destinato a fallire se negli USA i grandi agricoltori continueranno a ricevere forti sussidi e se non verranno rimossi i dazi imposti ai prodotti importati dai paesi africani», sostiene ActionAid. Valga ad esempio il caso del Kenya, il primo paese a essere visitato da Hillary Clinton. Dal 2003 ad oggi, l’esportazione del prodotto tessile di questo paese nel mercato USA ha registrato una caduta di oltre il 20%, gettando quella che era una nazione emergente in stato di difficoltà. Ancora, dal 1994 – anno in cui Nelson Mandela assumeva la presidenza del paese – gli USA hanno iniziato a incrementare la loro relazione con il Sudafrica, per diventare, dal 2001, il loro maggior partner commerciale. «Hillary Clinton arriva in Sudafrica in un momento molto difficile per il paese, in cui violenza e povertà sono a livelli molto alti – segnala ActionAid –  e gli Stati Uniti devono impegnarsi ad aiutare il paese a uscire da questa difficile situazione». Importante è inoltre, secondo ActionAid, che gli Stati Uniti supportino il progetto per una buona governance portato avanti dall’Unione Africana, di modo che i governi africani siano maggiormente responsabili e trasparenti nell’assicurare ai cittadini poveri i servizi di base e il rispetto dei diritti fondamentali.

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