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Taglio ai fondi sociali

Posted by fidest press agency su giovedì, 9 marzo 2017

ministero-finanzeSiamo in molti ad esserci posti questa domanda dopo che è stato reso noto quello che si vociferava con insistenza nei giorni scorsi: il Ministero dell’Economia ha siglato lo scorso 23 febbraio in Conferenza Stato-Regioni l’accordo per il raggiungimento degli obiettivi di finanza pubblica, ed in particolare, tra il resto, la riduzione dagli attuali 311 milioni di euro a 99 mil. di euro del fondo nazionale per le politiche sociali. A ciò si aggiunga che anche il fondo per le non autosufficienze verrà ridotto di 50 milioni di euro.Stiamo parlando, come è noto, di risorse che servono a coprire servizi essenziali nel campo delle povertà e delle fragilità: dai servizi per anziani a quelli per minori, dagli asili nido ai servizi per le persone con disabilità, dall’assistenza domiciliare ai centri antiviolenza. Una vera e propria ecatombe sociale che rischia di abbattersi, senza possibilità di scampo, su milioni di cittadini italiani appartenenti alle cosiddette fasce deboli della società.E la cosa che maggiormente impressiona è che un simile taglio non è originato da una decisione assurda di un Governo nazionale, contro la quale sarebbe lecito attendersi una alzata di scudi indignata da parte delle regioni. Al contrario: è frutto di un accordo, un patto scellerato, tra stato e regioni che considerano, evidentemente, i diritti dei propri figli più deboli serenamente sacrificabili sull’altare del dio denaro.
Non può esservi infatti altra spiegazione se consideriamo che alcune regioni, in particolare al meridione, sul trasferimento del fondo nazionale politiche sociali di fatto costruiscono la gran parte delle loro azioni territoriali. Peraltro ricordiamo tutti molto bene come nel 2010, si parlava allora della grande crisi, il FNPS era stato ridotto come oggi a circa 90 mil. Ci sono voluti oltre 5 anni per farlo tornare su cifre comunque insufficienti, ma quanto meno presentabili.
E da un momento all’altro, senza peraltro alcuna avvisaglia, ecco ora questa scelta a dir poco irresponsabile da parte del Governo e delle stesse regioni.
Del resto è sufficiente una rapida lettura del testo per comprendere come ancora oggi sia assolutamente inesistente l’attenzione della politica per le fasce marginali della popolazione. La tabella 3 dell’accordo, titolata riduzione risorse 2017, toglie oltre 211 milioni al FNPS e 50 milioni al FNA, quasi la metà di tutti i tagli realizzati ai trasferimenti (circa 700 mil.) tra i quali, ad esempio, quelli per il miglioramento genetico del bestiame, o il fondo inquilini morosi. La questione sta proprio in questi termini.Ad oggi purtroppo i servizi per le persone in difficoltà non sono considerati essenziali, e come tali possono essere tranquillamente tagliati in caso di necessità. Né più e né meno del fondo per il miglioramento genetico del bestiame!
Ed è altrettanto chiaro come in Italia le politiche sociali, per quanto investano diritti costituzionalmente garantiti, continuano ad essere sottomesse alle leggi di bilancio: non si cercano le risorse per rispondere ai bisogni dei cittadini, ma si piegano gli stessi bisogni alle ineluttabili leggi dell’economia. Fatto reso ancora più evidente se, come sembra, il Ministro per le politiche sociali non è stato neanche interpellato sulla questione. E’ così che succede quando si è figli di un dio minore.
Eppure risale a non più di tre mesi fa, il 19 dicembre 2016, una sentenza storica della Corte Costituzionale, chiamata a pronunciarsi su un caso di trasporto negato ad uno studente con disabilità per carenza di risorse (guarda caso proprio uno dei servizi gestiti con i fondi sottoposti al taglio). In tale occasione la Suprema Corte ha ribadito con chiarezza come non possa essere condivisa la tesi secondo cui ogni diritto, anche quelli incomprimibili perché costituzionalmente garantiti, debbano essere sempre e comunque assoggettati ad un vaglio di sostenibilità nel quadro complessivo delle risorse disponibili. Se ciò può essere consentito, continua la Corte, in relazione a spese correnti di natura facoltativa, diverso è il caso di servizi che influiscono direttamente sui diritti costituzionali dei cittadini.
Il patto scellerato tra Stato e regioni pone seriamente in discussione questi diritti per le fasce deboli, in particolare in alcune aree del Paese maggiormente in difficoltà, e rischia seriamente di compromettere il sistema di welfare che faticosamente si sta tentando di mettere in piedi sui territori.

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Fondi Sociali Europei per l’Abruzzo

Posted by fidest press agency su domenica, 28 febbraio 2010

“Il problema è che se soldi così indispensabili all’Abruzzo non sono stati spesi ciò è sinonimo del fatto che con molta probabilità i beneficiari di questi interventi, che presumibilmente vengono scelti a tavolino, questa volta non sono stati individuati con prontezza da quelle cariche istituzionali e politiche che ormai usano questi strumenti subdoli e deficitari per professione”. Questo il primo amaro commento della viceresponsabile per l’Abruzzo dell’Italia dei Diritti Barbara Del Fallo alla notizia che, dei 317 milioni di euro di Fondi Sociali Europei a disposizione della regione per il periodo 2007-2013, ne sono stati spesi solo una cifra pari al 5 per cento e ciò che è peggio è che il tempo per poterne usufruire sta per scadere. Prosegue indignata l’esponente del movimento presieduto da Antonello De Pierro: “Il fatto che il restante 95 per cento della somma non sia stato usato danneggia fortemente in modo irreversibile, data la situazione politico-sociale e lavorativa della regione, la condizione economica già in forte deficit in conseguenza agli scandali finanziari legati al settore sanitario, al disastro economico causato dal terremoto e in seguito soprattutto alla crisi occupazionale che di giorno in giorno mette in ginocchio la forza-lavoro regionale. I nostri politicanti – conclude stizzita la Del Fallo – farebbero bene a ricordarsi almeno ogni tanto non di rinsaldare le proprie tasche ma di utilizzare questi fondi che per loro sono superflui, vista la posizione economica raggiunta, per creare nuovi posti di lavoro che sono – e qualcuno glielo dovrebbe ricordare se loro sono così ‘smemorati’ – il motore economico essenziale per garantire la sopravvivenza e la crescita di ogni società civile”.

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