Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 106

Posts Tagged ‘forza lavoro’

La perdita di forza lavoro giovane e istruita rappresenta una sfida enorme per le comunità locali

Posted by fidest press agency su lunedì, 2 marzo 2020

Ciò riguarda tutta l’Unione europea. Il Comitato europeo delle regioni (CdR) avverte che, se non si affrontano gli squilibri sociali ed economici tra le regioni d’origine e di destinazione, il fenomeno della fuga di cervelli rischia di compromettere la sostenibilità a lungo termine del progetto europeo. Il parere elaborato sull’argomento da Emil Boc (RO/PPE), sindaco di Cluj-Napoca ed ex primo ministro romeno, è stato adottato dal CdR nella sessione plenaria del 12 febbraio.Secondo l’ indice di competitività globale , oggi molti degli Stati membri dell’Europa orientale e meridionale sono tra i paesi del mondo meno capaci di trattenere i loro talenti; ad esempio, quasi 3 milioni di romeni vivono attualmente in un altro Stato membro dell’UE, e il fenomeno riguarda in particolare i lavoratori altamente qualificati. Tutto ciò innesca un circolo vizioso che rende difficile portare a compimento la transizione verso un modello economico sostenibile e competitivo basato sull’economia della conoscenza e sui prodotti ad alto valore aggiunto.”È di vitale importanza”, spiega il relatore Boc, “raggiungere un equilibrio tra due principi essenziali dell’Unione europea: la libera circolazione dei lavoratori e la convergenza economica e sociale tra le regioni. Cittadini e lavoratori devono poter circolare liberamente all’interno dell’UE, ma solo per una libera scelta e non perché spinti ad abbandonare i territori d’origine dalla povertà e dalla penuria di opportunità economiche”.
Il Comitato chiede pertanto alla nuova Commissione europea di intensificare gli sforzi per ridurre le disparità regionali attraverso politiche e strumenti su misura che combinino la politica di coesione e altre fonti di finanziamento. Apprezza l’impegno politico della Commissione a garantire un salario minimo equo in Europa, in quanto una misura siffatta consentirebbe di affrontare il problema del tenore di vita e delle condizioni di lavoro – e avrebbe un impatto diretto sulla qualità della vita – nelle “regioni di partenza”.Nel suo parere il CdR suggerisce di avviare un meccanismo a livello dell’UE per integrare e coordinare le contromisure alla fuga dei cervelli, considerato che tutti gli aspetti di tale fenomeno (afflusso di cervelli, spreco di cervelli, circolazione dei cervelli, riemigrazione) devono essere affrontati insieme ai livelli di governo locali, regionali e nazionali. Un’attenzione particolare dovrebbe essere rivolta alla rimozione dei fattori strutturali che aggravano la fuga di cervelli, come la mancanza di istruzione, trasporti o infrastrutture digitali. Gli enti locali e regionali possono individuare al meglio le risorse e i talenti presenti nel loro territorio, nonché le politiche necessarie per valorizzarli. “Le città e le regioni”, conclude Boc, “possono diventare più attrattive promuovendo politiche e strumenti per lo sviluppo dell’imprenditorialità locale, del lavoro autonomo e di modelli alternativi di sviluppo delle imprese. I partenariati tra enti locali, imprese e università sono motori importanti della crescita e dello sviluppo a livello locale. E, ai fini di tale sviluppo, è di cruciale importanza riconoscere il ruolo delle università e dei fornitori di istruzione e formazione professionale, nel quadro dell’economia basata sulla conoscenza”.

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L’occupazione in Italia

Posted by fidest press agency su giovedì, 24 maggio 2012

In questi giorni si sta ampliando il dibattito sull’occupazione in Italia e molti si stupiscono sull’entità del fenomeno e altri attribuiscono all’attuale crisi economica la perdita dei posti di lavoro. In effetti la situazione ha avuto, se non vogliamo andare troppo a ritroso nel tempo, un precedente che forse alcuni dimenticano. Il primo effetto negativo sull’occupazione l’abbiamo avuto negli anni successivi la fine della seconda guerra mondiale. Allora vi era una ragione dettata dalle conseguenze dei danni bellici e dalla distruzione di molti stabilimenti industriali. Poi vi fu il “boom” della ricostruzione, del risveglio imprenditoriale congiunto all’aiuto del piano Marshall. Ciò non di meno fu chiaro che il Paese si trovava nella impossibilità di coprire, per intero, la forza lavoro disponibile tanto che si ricorse ad alcuni stratagemmi. Per prima cosa si continuò ad emigrare o a spostarsi dal Sud al Nord del paese. Per coloro che restarono furono ideati degli ammortizzatori sociali a partire dalla leva militare obbligatoria e dell’allungamento dei corsi universali (fuori corso) che avevano lo scopo preciso di ritardare la domanda di lavoro delle nuove generazioni. Nello stesso tempo si “dilatarono”, artificiosamente, i posti di lavoro nella pubblica amministrazione e persino nelle grandi aziende private come la Fiat. Pensammo in questo modo di esorcizzare la situazione e di perpetuarla nel tempo incoraggiati, come fummo, dalla situazione politica internazionale che aveva generato la guerra fredda tra i due blocchi e l’Italia era sotto attenta osservazione per l’essere il paese occidentale con il più consistente partito comunista e l’Urss non nascondeva di foraggiarlo. Dopo la caduta del Muro di Berlino e il tracollo dell’Urss le cose cambiarono anche per l’Italia sebbene i politici nostrani sembrarono non accorgersene. E la situazione si aggravò per il semplice motivo che la crisi del sistema impose la drastica riduzione dei surplus occupazionale mentre gli ammortizzatori sociali mostrarono i loro limiti vuoi per la fine della ferma obbligatoria vuoi per l’aumento dei giovani in cerca di un lavoro resi meno pazienti d’attendere le lungaggini dei corsi universitari. Solo ora ci rendiamo conto che di là della crisi economica esiste un gap occupazionale che non è mai venuto meno sebbene si sia aggravato in certi periodi in luogo di altri. E oggi siamo nella fase più acuta. Questo significa che se ritorniamo al regime di sviluppo normale dobbiamo, comunque, convivere con non meno di due milioni di disoccupati, se non di più. E’ una forza lavoro eccedentaria che va ad aggiungersi a quella sempre più consistente degli immigrati che oggi sono tollerati, dal punto di vista lavorativo, solo perché costituiscono il nerbo del lavoro in nero con bassi salari e costi sociali minimi. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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Avellino: cassa integrazione in calo

Posted by fidest press agency su giovedì, 17 marzo 2011

In base ai dati dell’ultimo rapporto Uil, in provincia di Avellino, nel mese di febbraio 2011, la cassa integrazione è diminuita del 32,7% rispetto al mese precedente, e del 25% rispetto all’anno 2010. Anche se tale indagine mette in evidenza una timida ripresa del sistema produttivo nella provincia campana, lo stesso sindacato dei cittadini ha dichiarato che il calo delle ore richieste di cassa integrazione potrebbe essere attribuito ad una ridotta forza lavoro all’interno delle aziende interessate dagli ammortizzatori sociali, e quindi non ad una reale risalita del mercato. Da qui la domanda di definire una rapida intesa Governo-Regioni per l’estensione della Cig in deroga anche per il 2011, salvaguardando i posti di lavoro in attesa della fine della crisi. Il responsabile per la provincia di Avellino dell’Italia dei Diritti, Alfredo Sabbatino, si esprime così sulla questione: “La mia intenzione non è quella di analizzare il rapporto Uil, purtroppo i numeri non possono restituire il reale disagio sofferto da tutti i lavoratori avellinesi. Al centro del problema – continua con rammarico l’esponente del movimento presieduto da Antonello De Pierro –, non ci sono solo difficoltà pratiche di trovare lavoro e di mantenerlo, ma anche tutti quei meccanismi di frustrazione e di malessere psicologico che s’innescano quando non si ha un’occupazione, e che si ripercuotono anche sulle relazioni interpersonali”. “Purtroppo – conclude Sabbatino – il morale diffuso è decisamente basso e questo non fa altro che alimentare la sfiducia nei confronti delle varie istituzioni che sembrano voler chiudere gli occhi di fronte al problema della disoccupazione”.

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Imprenditori e forza lavoro

Posted by fidest press agency su mercoledì, 24 novembre 2010

Le PMI di tutto il mondo sono maggiormente preparate a rischiare per perseguire la crescita e ad assumere nuovo personale rispetto alle imprese di grandi dimensioni. Poiché in ogni economia le PMI generalmente incidono per oltre il 50% dell’occupazione, questo è un importante indicatore della futura crescita per ogni paese. Regus, leader mondiale di soluzioni spazi lavoro, ha sondato l’opinione dei titolari di impresa in tutto il mondo al fine di ottenere il quadro della situazione relativo al settore delle PMI. I due quinti degli imprenditori (40% netto) intervistati ha affermato che intende aumentare il numero di dipendenti nei prossimi sei mesi, rispetto al 36% netto della media delle imprese in generale. I titolari delle PMI sono anche pronti ad assumere madri che tornano a lavorare (36%) tanto quanto lo sono le aziende di più grandi dimensioni. L’inchiesta ha sondato l’opinione di oltre 5 000 imprenditori in 78 paesi, intervistandoli sul recente andamento dei loro ricavi e utili, nonché sulla intenzione di assumere nuovo personale nei prossimi sei mesi. Inoltre, il sondaggio ha rivelato che i titolari di PMI sono maggiormente disposti alla flessibilità in termini di postazione di lavoro (76%) rispetto al totale delle imprese (66%); ciò indica che l’esigenza di alloggiare lo staff è una priorità e gli imprenditori riconoscono che deve essere gestita dai migliori professionisti del campo. In Italia, il 74% delle imprese è flessibile circa la postazione di lavoro, il 36% netto intende assumere nuovo personale e oltre un terzo delle aziende (34%) ha in programma di assumere madri che tornano a lavorare. “In Italia, dove le PMI incidono per circa il 99,9% delle imprese, ci sono forti segnali che il settore delle piccole e medie imprese si sta preparando a cogliere il primo slancio della ripresa per investire nelle assunzioni. Piuttosto che operare tagli al personale, le PMI stanno scegliendo di aumentare la flessibilità degli uffici e di ridurre gli spazi lavorativi fissi al fine di attrarre e premiare le migliori risorse umane, quali le madri che tornano a lavorare, affinché possano godere di un miglior equilibrio tra vita privata e lavorativa

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Forza lavoro e economie emergenti

Posted by fidest press agency su mercoledì, 20 ottobre 2010

In un radicale spostamento degli investimenti relativi alla forza lavoro, le aziende dei mercati in crescita, soprattutto in Cina e India, assumono personale sempre più in Nord America e in Europa: questo è ciò che emerge da un nuovo studio IBM, condotto intervistando più di 700 direttori delle risorse umane (CHRO) di aziende appartenenti a 31 settori diversi di 61 Paesi.  Lo studio ha rivelato che:
il 45% delle aziende in India prevede di aumentare il proprio organico in Nord America e il 44% nell’Europa occidentale;
il 33% delle aziende in Cina prevede di accrescere l’organico in Nord America e il 14% nell’Europa occidentale.
Condotto dall’IBM Institute for Business Value, lo studio IBM Global Chief Human Resource Officer 2010, intitolato “Working Beyond Borders” (Lavorare al di là delle frontiere), ha riscontrato che, mentre le organizzazioni sempre più velocemente continuano a sviluppare e a impiegare talenti in diverse aree in tutto il mondo, la strategia alla base degli investimenti relativi alla forza lavoro sta cambiando.
Anche se il social networking e la collaborazione possono essere considerati da molti “soft skills”, i dati dello studio suggeriscono che possono avere conseguenze anche a livello di risultati finanziari.
Nel campione preso in esame, le aziende con performance finanziarie superiori alla media, rispetto a quelle con risultati inferiori, utilizzano tool collaborativi e di social networking in misura maggiore (+57%), per consentire ai team globali di lavorare più efficacemente insieme.
• Gli intervistati hanno dichiarato di impiegare con più frequenza strumenti collaborativi per potenziare l’efficacia delle comunicazioni aziendali, dei programmi di apprendimento, per individuare e reclutare i canditati esterni.
Solo il 21% ha aumentato di recente l’importo investito nei tool richiesti per promuovere la collaborazione e il networking. Inoltre, meno del 20% utilizza costantemente la business analytics per comprendere l’impatto dei propri sforzi.
Solo il 19% degli intervistati usa regolarmente tecnologie collaborative per identificare gli individui in possesso delle conoscenze e delle competenze rilevanti, il 23% per preservare conoscenza critica e il 27% per diffondere più ampiamente l’innovazione.
D’altro canto, anche durante il picco della recessione globale, il 33% dei nostri intervistati nei mercati maturi, e il 43% nei mercati in crescita, ha aumentato il proprio investimento nello sviluppo della leadership: un numero significativo, a dispetto delle iniziative di contenimento dei costi avviate da molte aziende in tale frangente.
Il 2010 IBM Global Chief Human Resource Officer Study è la terza edizione del Global Human Capital Study, condotta congiuntamente dall’IBM Institute for Business Value e dalla practice IBM Strategy & Transformation. Tra novembre 2009 e aprile 2010, IBM ha intervistato 707 dirigenti, quasi tutti in incontri di persona. La ricerca è stata condotta con organizzazioni di tutte le dimensioni, in 61 paesi diversi ed è stata quasi uniformemente ripartita tra dirigenti nei mercati maturi e nei mercati in crescita.  Per consultare il rapporto completo dello studio, inclusi i risultati e lo studio dei casi, visitare il sito: ibm.com/chrostudy

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L’Italia e gli immigrati qualificati

Posted by fidest press agency su lunedì, 21 dicembre 2009

È dedicato ai lavoratori immigrati qualificati il Primo Rapporto Emn Italia, iniziativa inserita in un programma europeo (European Migration Network) che in Italia fa capo al Ministero dell’Interno con il supporto tecnico del Centro Studi e Ricerche Idos/Dossier Statistico Immigrazione Caritas/Migrantes.  Il rapporto tra mercato occupazionale e flussi qualificati presenta diversi aspetti problematici e anche con alcune prospettive promettenti. Le indagini dell’Istat sulla forza lavoro immigrata hanno sottolineato che, nel 2008, il 73,4% degli immigrati svolge una professione non qualificata contro il 32,9% degli italiani, con un loro sproporzionato sottoutilizzo professionale in lavori a bassa qualificazione, per i quali nella maggior parte dei casi basta la sola capacità di forza fisica e resistenza.  Nel settore sanitario, invece, diventa sempre più ricorrente l’impiego di infermieri stranieri che, sempre nel 2008, sono 34.043 su 354.436, uno ogni dieci sul totale ma più di uno ogni quattro nuovi assunti (incidenza del 28,4%). Per l’86,5% si tratta di donne, mentre la ripartizione vede prevalere il Nord con il 56,4% delle presenze. I comunitari, in prevalenza romeni e polacchi, ammontano al 57,8%. Altri importanti Paesi di provenienza sono la Svizzera, il Perù, l’Albania e l’India. Attualmente in Italia, complessivamente, vi sono solo 6 infermieri ogni 1.000 abitanti, ma il rapporto ideale dovrebbe essere di un medico ogni cinque infermieri. Secondo l’Ipasvi per soddisfare il fabbisogno complessivo delle strutture servirebbero altri 71 mila infermieri, che le strutture formative italiane non sono in grado di assicurare per cui gli stranieri sono i benvenuti. L’Italia, invece, ha una sufficiente disponibilità di medici, peraltro non destinata a perdurare perché nel futuro si determinerà una forte carenza in diversi settori, come già avviene ora in anestesia e radiologia. Secondo l’Ordine dei medici, se le possibilità di iscrizioni annuali alla facoltà di medicina continueranno a esser di 6.200 unità l’anno, come è avvenuto nell’ultimo ventennio, nel 2029 i medici diminuiranno a 280.000 (74 mila in meno nel corso di due decenni) e la loro età media salirà a 54 anni e vedremo tra di noi molti più medici stranieri rispetto agli attuali 14. 548. Questi e altri dati nel volume EMN sono completati con 36 storie di immigrati qualificati, riguardanti molteplici settori oltre a quello sanitario, raccolte nei mesi di maggio-giugno 2009 dal Centro Studi Idos e dalla Fondazione Ethnoland.     È fondamentale che sugli episodi di razzismo prevalga la politica delle pari opportunità. Perciò, per il prefetto Angelo Malandrino non bisogna confinare l’immigrato in condizioni di marginalità e precarietà sociale e economica, generando esclusione e conflitti sociali. Anche per Mario Sepi, presidente del Comitato Economico e Sociale Europeo non vi altra soluzione se non l’insistenza sull’integrazione.

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