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Francesco Forgione presenta in Calabria il suo nuovo libro “I tragediatori”

Posted by fidest press agency su martedì, 8 novembre 2016

Layout 3Siderno, venerdì 11 novembre, alle ore 18,00 presso la libreria Mondadori del Centro Commerciale “La Gru” e con la partecipazione del giornalista Michele Albanese, di Luigi Franco, direttore editoriale Rubbettino e della giornalista Maria Teresa D’Agostino per proseguire poi, il giorno successivo, 12 novembre, a Cosenza, alle 18,30 presso la libreria Ubik, con la partecipazione del Procuratore della Repubblica di Cosenza, Mario Spagnolo e il giornalista Arcangelo Badolati.Queste le prime due tappe calabresi del tour che sta portando Francesco Forgione in varie città e regioni d’Italia a parlare del suo nuovo libro intitolato “I tragediatori. La fine dell’antimafia e dei suoi miti”.Per troppo tempo l’antimafia non ha discusso di se stessa, della sua vita, del suo modo d’essere. Perché lo ha fatto? Non ha voluto o non ha potuto discutere? Perché è stato sempre impedito un dibattito libero, un confronto aperto sulla sua identità? E perché è stato impossibile esprimere punti di vista diversi da quelli dei protagonisti della vulgata egemone, che si sono autoproclamati depositari delle sue verità?
Sono anni ormai che personaggi e figure simbolo dello schieramento antimafia, sia in ambito istituzionale che civile, sono state innalzate allo status di icone pubbliche. Forti dell’autoassegnazione di un ruolo di rappresentanza dell’antimafia nel suo complesso, tali figure non vengono sottoposte ad alcuna critica se non da parte di chi, per collocazione politica o per il diretto coinvolgimento in vicende giudiziarie, si è dichiaratamente collocato nel campo avverso. Di conseguenza il loro linguaggio, i loro atteggiamenti e le loro azioni si sono trasformate nel Verbo dell’antimafia stessa.
Mettere in discussione anche solo parzialmente l’operato di tali figure significa incorrere nell’accusa di sovraesporle al rischio di diventare vittime dei killer mafiosi, di favorire l’isolamento di chi lotta contro la mafia o – nel caso di alcuni magistrati – di fare il gioco di chi ha interesse a zittirli e a neutralizzarne l’azione per coprire interessi e collusioni con il potere.
In questo contesto, nel mondo dell’antimafia si è imposto l’uso politico, strumentale e a volte persino intimidatorio, di un termine specifico: delegittimazione. L’accusa di delegittimazione è diventata un grimaldello ad uso e consumo dei custodi delle icone antimafiose, ed è stata utilizzata per neutralizzare o far tacere ogni critica, seppur espressa da soggetti dello stesso campo politico-culturale. Si è trattato di un’operazione culturale e mediatica di forte impatto.
Come conseguenza, un ampio settore dello stesso schieramento ha scelto di restare in silenzio: un silenzio che ha spianato la strada all’egemonia culturale di un’antimafia autoproclamatasi radicale, “dura e pura” nel suo giacobinismo e privilegiata nel rapporto diretto con alcuni magistrati, sempre più proiettati in una dimensione politico-mediatica.
È successo così che alcuni partiti, o esponenti di partiti variamente collocati a sinistra, abbiano pensato che per ottenere il marchio di garanzia dell’antimafiosità sia sufficiente un po’ di propaganda, un comunicato di solidarietà ai magistrati, un appello firmato da Roberto Saviano e Andrea Camilleri e, naturalmente, qualche incontro e convegno con i rappresentanti di Libera.
Non solo ma talvolta a conquistare la patente di “Paladini dell’Antimafia” sono stati proprio personaggi (come tante recenti indagini hanno dimostrato) che con la mafia hanno camminato a braccetto, conducendo loschi affari e trattative, ergendo il vessillo dell’antimafia per operare al sicuro.
Si è caduto così così nella “notte in cui tutti le vacche sono nere” di hegeliana memoria dove non si distingue più tra bianco, nero o grigio (chiaro o scuro che sia).
In questo libro l’autore, già presidente della Commissione Parlamentare Antimafia lancia un coraggioso j’accuse contro l’antimafia dei “tragediatori”, di coloro che vestono la maschera dei puri per celare il volto dei collusi. Ciò non per rendere tutto indistinguibile né per far crollare tutto in una sorta di pessimismo cosmico ma perché l’antimafia smetta di essere appannaggio di pochi per ritornare ai tanti ragazzi e alle tante risorse della società civile che in questi anni, spesso in silenzio o nell’indifferenza generale, hanno continuato a lottare e operare per estirpare il cancro delle mafie dalla nostra società.
Perché come ricorda l’autore se è vero che con realismo “continuiamo ad affermare che non è detto che vinca, con altrettanta convinzione possiamo dire che non è scritto da nessuna parte che siamo destinati a perdere”. (foto: i tragediatori)

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Presentazione libro: «I tragediatori» di Francesco Forgione

Posted by fidest press agency su venerdì, 14 ottobre 2016

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Roma 18 ottobre alle 18, presso la Sede dell’Associazione Stampa Estera presentazione del nuovo libro di Francesco Forgione, appena edito da Rubbettino «I tragediatori. La fine dell’antimafia e il crollo dei suoi miti» Il ministro della Giustizia Andrea Orlando e l’On. Rosy Bindi in qualità di Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia, presenteranno il libro di Forgione in un dibattito moderato dal giornalista dell’«Espresso» Giovanni Tizian. Per troppo tempo l’antimafia non ha discusso di se stessa, della sua vita, del suo modo d’essere. Perché lo ha fatto? Non ha voluto o non ha potuto discutere? Perché è stato sempre impedito un dibattito libero, un confronto aperto sulla sua identità? E perché è stato impossibile esprimere punti di vista diversi da quelli dei protagonisti della vulgata egemone, che si sono autoproclamati depositari delle sue verità?
Sono anni ormai che personaggi e figure simbolo dello schieramento antimafia, sia in ambito istituzionale che civile, sono state innalzate allo status di icone pubbliche. Forti dell’autoassegnazione di un ruolo di rappresentanza dell’antimafia nel suo complesso, tali figure non vengono sottoposte ad alcuna critica se non da parte di chi, per collocazione politica o per il diretto coinvolgimento in vicende giudiziarie, si è dichiaratamente collocato nel campo avverso. Di conseguenza il loro linguaggio, i loro atteggiamenti e le loro azioni si sono trasformate nel Verbo dell’antimafia stessa.
Mettere in discussione anche solo parzialmente l’operato di tali figure significa incorrere nell’accusa di sovraesporle al rischio di diventare vittime dei killer mafiosi, di favorire l’isolamento di chi lotta contro la mafia o – nel caso di alcuni magistrati – di fare il gioco di chi ha interesse a zittirli e a neutralizzarne l’azione per coprire interessi e collusioni con il potere.
In questo contesto, nel mondo dell’antimafia si è imposto l’uso politico, strumentale e a volte persino intimidatorio, di un termine specifico: delegittimazione. L’accusa di delegittimazione è diventata un grimaldello ad uso e consumo dei custodi delle icone antimafiose, ed è stata utilizzata per neutralizzare o far tacere ogni critica, seppur espressa da soggetti dello stesso campo politico-culturale. Si è trattato di un’operazione culturale e mediatica di forte impatto.
Come conseguenza, un ampio settore dello stesso schieramento ha scelto di restare in silenzio: un silenzio che ha spianato la strada all’egemonia culturale di un’antimafia autoproclamatasi radicale, “dura e pura” nel suo giacobinismo e privilegiata nel rapporto diretto con alcuni magistrati, sempre più proiettati in una dimensione politico-mediatica.
È successo così che alcuni partiti, o esponenti di partiti variamente collocati a sinistra, abbiano pensato che per ottenere il marchio di garanzia dell’antimafiosità sia sufficiente un po’ di propaganda, un comunicato di solidarietà ai magistrati, un appello firmato da Roberto Saviano e Andrea Camilleri e, naturalmente, qualche incontro e convegno con i rappresentanti di Libera.
Non solo ma talvolta a conquistare la patente di “Paladini dell’Antimafia” sono stati proprio personaggi (come tante recenti indagini hanno dimostrato) che con la mafia hanno camminato a braccetto, conducendo loschi affari e trattative, ergendo il vessillo dell’antimafia per operare al sicuro. Si è caduto così così nella “notte in cui tutti le vacche sono nere” di hegeliana memoria dove non si distingue più tra bianco, nero o grigio (chiaro o scuro che sia).
In questo libro l’autore, già presidente della Commissione Parlamentare Antimafia lancia un coraggioso j’accuse contro l’antimafia dei “tragediatori”, di coloro che vestono la maschera dei puri per celare il volto dei collusi. Ciò non per rendere tutto indistinguibile né per far crollare tutto in una sorta di pessimismo cosmico ma perché l’antimafia smetta di essere appannaggio di pochi per ritornare ai tanti ragazzi e alle tante risorse della società civile che in questi anni, spesso in silenzio o nell’indifferenza generale, hanno continuato a lottare e operare per estirpare il cancro delle mafie dalla nostra società.
Perché come ricorda l’autore se è vero che con realismo “continuiamo ad affermare che non è detto che vinca, con altrettanta convinzione possiamo dire che non è scritto da nessuna parte che siamo destinati a perdere”. (foto: forgione)

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Ustica: la verità dimezzata

Posted by fidest press agency su venerdì, 3 giugno 2011

Roma 6 giugno 2011, alle ore 18.30, presso la Libreria Rinascita in Via Savoia 30 (Piazza Fiume) Sinistra Ecologia Libertà organizza un incontro sul tema: Ustica: la verità dimezzata Presiede: Celeste Costantino (Presidenza Nazionale SEL). Intervengono: Daria Bonfietti (Presidente Associazione Parenti delle Vittime di Ustica); Alessandro Gamberini (Avvocato Associazione Parenti delle Vittime di Ustica); Andrea Purgatori (Giornalista e Sceneggiatore); Francesco Forgione (già Presidente Commissione Antimafia).
In un giorno normale, venerdì 27 giugno 1980… su un aereo normale, un DC9 dell’Itavia, compagnia che all’epoca copriva una buona quota di mercato sulle rotte aeree nazionali… gente normale, 77 persone che il venerdì tornavano da Bologna a Palermo, accompagnate dai 4 uomini dell’equipaggio… con un ritardo normale, perchè il DC9 doveva partire alle 18.45 mentre decollò da Bologna solo alle 20.08… avrebbe dovuto scendere la scaletta a Punta Raisi alle 21.15. Non arrivò mai. Poco prima delle 21 le comunicazioni col pilota cessarono, il DC9 scomparve dagli schermi radar e cadde in mare, da 7500 metri di altezza, fra Ponza e Ustica affondando a 3700 metri di profondità. All’alba del 28 giugno, gli elicotteri di soccorso avvistarono in mare una macchia oleosa, dei rottami e 38 cadaveri: la strage di Ustica era una drammatica certezza!
Perchè è precipitato il DC9 dell’Itavia? Una commissione di inchiesta del Ministero dei Trasporti (1980-1982), la Commissione Stragi (1982-2001) e la Magistratura, cercano la verità, ma emergono diverse possibili verità: la bomba terroristica a bordo, il missile sparato da un aereo da guerra per colpire un altro velivolo nemico, il volo ravvicinato di un aereo da guerra. E prende corpo il sospetto che alti ufficiali dell’Aeronautica militare italiana siano a conoscenza di uno scenario di guerra lungo la rotta del DC9 Itavia e nascondano la verità. Le successive sentenze della magistratura escluderanno le responsabilità degli ufficiali dell’Aeronautica. Ma diverse sentenze civili per il risarcimento dei familiari delle vittime, riconoscono la responsabilità dello Stato nel non aver adempiuto al proprio dovere di assicurare la sicurezza del volo. Non è dunque stato possibile dare un nome e un cognome ai colpevoli, ma è accertato che le istituzioni pubbliche preposte non hanno fatto fino in fondo il proprio dovere. Fra il 1987 e il 2001, quasi tutti i pezzi del DC9 vengono recuperati. Oggi rendono testimonianza alla violenza subita dalle 81 persone che viaggiavano sul DC9 Itavia, nel Museo della Memoria di Bologna fortemente voluto dall'”Associazione parenti delle vittime della Strage di Ustica” presieduta da Daria Bonfietti. Ma anche l’esame del relitto non ha consentito di dare una risposta certa sulle cause del disastro. Si saprà mai come davvero sono andate le cose in quella sera tragica del 27 giugno 1980? Oggi sappiamo con certezza che “qualcuno” non ha vigilato come doveva. Non è stato fin qui possibile dargli un nome e un cognome e condannarlo. Colpevole è lo Stato, e forse è anche peggio.

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Francesco Forgione: Mafia Export

Posted by fidest press agency su lunedì, 25 gennaio 2010

Tutto il mondo ne parla Come ’Ndrangheta, Camorra e Cosa Nostra hanno colonizzato il mondo. Prima trattazione globale del made in Italy mafioso, completa delle mappe a colori della diffusione delle mafie italiane nel mondo e delle rotte della droga. The tentacles of mafia are spreading to the UK, as British cities become key locations in the mob’s vital money-laundering operations, According to Italy’s leading expert in organised crime, Francesco Forgione. «The Observer»: solo un brutto sogno? Francesco Forgione sa bene di cosa parla… Lo documentano le impressionanti cartine contenute nel suo libro Mafia Export da poco edito in Italia da Baldini Castoldi Dalai editore: una geografia del crimine organizzato. «Süddeutsche Zeitung»  Forgione’s book crisscrosses the globe and publishes for the first time various maps showing how individual mafia clans have divided their business in countries as diverse as Canada, the United Kingdom, the United States, Colombia, Brazil, Venezuela and Australia. «Adnkronos International» Francesco Forgione, ex presidente de la Comisión Parlamentaria Antimafia de Italia, advirtió que la captura o muerte de capos mexicanos del narcotráfico, como en los casos de Arturo Beltrán Leyva y Teodoro García Simental, tendrá poco impacto dentro de las organizaciones criminales,  ya que lo fundamental es neutrali zar su estructura económica y arraigo entre la población.

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