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Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 335

Posts Tagged ‘fratture’

Prevenzione fratture, Uspstf aggiorna raccomandazioni su vitamina D e calcio

Posted by fidest press agency su giovedì, 26 aprile 2018

In un aggiornamento delle indicazioni esistenti sulla prevenzione delle fratture tramite integrazione con vitamina D e calcio pubblicato su JAMA, la U.S. Preventive Services Task Force (Uspstf) ha concluso che i dati oggi disponibili sono insufficienti per valutare l’utilità dell’uso di tali integratori, da soli o in combinazione, nella cornice preventiva negli uomini e nelle donne in pre-menopausa. La task force ha altresì espresso una raccomandazione contro l’integrazione giornaliera con 400 UI o meno di vitamina D e 1.000 mg o meno di calcio per prevenire le fratture nelle donne in post-menopausa, e ha dichiarato di non avere trovato prove sufficienti per esprimersi riguardo all’uso di vitamina D in dosi superiori a 400 UI e di calcio in dosi superiori a 1.000 mg nelle donne in post-menopausa. L’USPSTF ha esaminato studi sull’integrazione in adulti che vivono nella comunità, quindi non in una casa di riposo o in un altro contesto di assistenza istituzionale, e ha escluso lavori condotti in popolazioni con precedenti fratture o con noti disturbi del metabolismo osseo, che assumessero farmaci associati con l’osteoporosi. Il gruppo di lavoro ha sottolineato che queste raccomandazioni non si applicano alle persone con una storia di fratture osteoporotiche, aumento del rischio di cadute o diagnosi di osteoporosi o carenza di vitamina D. «In contrasto con altre raccomandazioni dell’USPSTF per lo screening che si basano su una singola azione da parte dei medici, questi servizi di prevenzione richiedono anche un’azione continua da parte dei pazienti» spiega David Reuben, della University of California Los Angeles, in un editoriale pubblicato su JAMA Internal Medicine. L’editorialista sostiene che le raccomandazioni della task force dovrebbero specificare che i risultati degli studi dipendono dall’aderenza del paziente, e se esprimono un risultato in condizioni ideali oppure normali di aderenza. «L’USPSTF ha concluso che sono necessarie ulteriori prove per valutare se dosi maggiori di vitamina D possano essere benefiche per la prevenzione. A tal proposito, ci sarà un aumento sostanziale dei dati disponibili sull’integrazione con vitamina D negli adulti residenti nella comunità da nuovi studi clinici nel prossimo anno» scrive in un altro editoriale su JAMA Heike Bischoff-Ferrari, della University of Zurich, di Zurigo in Svizzera. (fonte Doctor33)

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Trauma cranico: aumentare la sopravvivenza e ridurre la disabilità

Posted by fidest press agency su giovedì, 30 novembre 2017

fratture_cranioIl soccorso, l’ospedalizzazione e la riabilitazione del paziente con trauma cranico sono stati il tema principale del simposio internazionale “Critical issues in the management of polytrauma patient with traumatic brain injury” che si è svolto recentemente a Bergamo. Il simposio, organizzato dalla Fondazione per la Ricerca Ospedale Maggiore (FROM) di Bergamo e dalla ASST Papa Giovanni XXIII di Bergamo, e promosso dalla Fondazione Internazionale Menarini, ha visto la partecipazione dei massimi esperti internazionali che si sono confrontati sulle principali tematiche riguardanti i pazienti con trauma cranico, dall’importanza cruciale dell’assistenza nelle prime ore dopo l’incidente, alle nuove opportunità terapeutiche e chirurgiche.
«I traumi al cervello e le lesioni di più organi rappresentano la principale causa di morte e disabilità nei giovani» spiega Tiziano Barbui, Direttore Scientifico della Fondazione per la Ricerca Ospedale Maggiore (FROM) di Bergamo. «Negli ultimi anni i progressi nel soccorso pre-ospedale oltre alle terapie intensive e chirurgiche hanno ridotto la mortalità per incidenti, ma la situazione resta preoccupante. La strategia ideale per ottenere i migliori risultati probabilmente consiste nell’intervenire su diversi fronti: dal soccorso al paziente sulla scena dell’incidente fino alla riabilitazione, lo studio e l’utilizzo di nuove tecniche e procedure d’urgenza, l’aggiornamento dei team di pronto intervento e nella gestione del paziente in ospedale. Per questo prima di tutto dobbiamo considerare cruciale l’idea di “contaminazione culturale”. Dobbiamo cioè fare in modo che persone con differenti specializzazioni e ruoli imparino a lavorare in team, a condividere esperienze diverse, discutere e rivedere i casi difficili, imparare dalla ricerca ma anche dal lavoro sul campo».
Soltanto in questo modo è possibile ridurre le conseguenze del trauma, che rappresenta uno dei principali problemi sanitari. «È la sesta causa di morte nel mondo con oltre cinque milioni di morti l’anno, di cui la metà circa sono persone tra i 14 e i 45 anni d’età. È la quinta causa di disabilità e la prima per quanto riguarda la perdita di anni di capacità lavorativa» avverte Matteo Mondini, dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche “Mario Negri” di Bergamo. «Due azioni potrebbero essere avviate per ridurre l’impatto sulla popolazione: la prevenzione del trauma e l’ottimizzazione del trattamento. Per fare ciò sono utili una raccolta dei dati e una rigorosa e scientifica analisi delle informazioni raccolte. Purtroppo si tratta di dati che non sono disponibili in Italia, per la mancanza di un registro dei traumi».
Nel nostro Paese si contano infatti Centri di terapia intensiva di assoluta eccellenza, ma restano criticità soprattutto per quanto riguarda l’organizzazione.
«Ci sono differenze tra i centri di traumatologia italiani e di altri paesi» commenta Osvaldo Chiara, Direttore della Chirurgia generale trauma team dell’Ospedale Niguarda di MIlano. «Per esempio in alcuni paesi europei o in Canada vengono ammesse ai centri di traumatologia le persone più gravi e con minore probabilità di sopravvivenza. Questo perché il sistema di valutazione pre-ospedaliero è più selettivo. Le persone con traumi maggiori sono centralizzate nei centri di traumatologia più specializzati, mentre i pazienti meno gravi sono ricoverati in altri ospedali. In regioni italiane che sono comunque all’avanguardia, come la Lombardia, le persone con trauma sono invece distribuite in molti ospedali. Nell’ultimo anno soltanto il 37% dei traumi severi sono stati ammessi nei centri di traumatologia di alta specializzazione. Probabilmente sei centri di traumatologia di alta specializzazione e 24 centri di traumatologia locali sono probabilmente troppi per un bacino d’utenza di dieci milioni di abitanti, come è la Lombardia. Per cui una riorganizzazione del sistema è auspicabile per incrementare la centralizzazione dei traumi maggiori in pochi centri di traumatologia di alta specializzazione».
Un altro tema di grande attualità riguarda la qualità di vita delle persone colpite da un trauma cranico una volta dimesse dall’ospedale.
«Negli ultimi decenni i progressi nel soccorso pre-ospedaliero e nelle cure intensive hanno ridotto la mortalità dei pazienti con trauma cranico del 12 per cento ma le prognosi favorevoli sono aumentate soltanto del 6 per cento» sottolinea Francesco Biroli, ricercatore in neurochirurgia alla Fondazione per la Ricerca Ospedale Maggiore (FROM) di Bergamo. «Questi dati suggeriscono che molti dei pazienti salvati grazie ai trattamenti intensivi restano disabili o in stato vegetativo come conseguenza del trauma. In questa prospettiva, sapere il destino di un paziente colpito da un trauma cranico è fondamentale.
Per fare una prima valutazione si valutano alcuni fattori predittivi precoci di outcome positivo o meno: l’età del paziente, la gravità della compromissione neurologica al ricovero, la presenza di ipossia, ipotensione e reazione pupillare patologica, la presenza di altri traumi oltre al cranio che aggravano la prognosi e infine contano le condizionino generali del paziente: per esempio la prognosi è peggiore se è diabetico o iperteso. In questa prima fase acuta le previsioni poco attendibili e indicano più che altro la gravità del trauma. In terapia intensiva il paziente viene stabilizzato e si ottengono informazioni più accurate della lesione cerebrale grazie a esami come la Tac e la risonanza magnetica. Alla fine del periodo acuto, quando viene dimesso dalla terapia intensiva, la valutazione definitiva serve a programmare il trattamento riabilitativo».

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«La gestione appropriata delle fratture da fragilità»

Posted by fidest press agency su lunedì, 26 giugno 2017

osteoporosiRoma Martedì 27 giugno (ORE 11.00) CNR – Consiglio Nazionale delle Ricerche (sala Arangio Ruiz), via dei Marrucini: Gestione dell’osteoporosi e delle fratture da fragilità in occasione del Workshop «La gestione appropriata delle fratture da fragilità». Interverranno:
· Prof. Paolo Falaschi, Componente Commissione Intersocietaria per l’Osteoporosi, Università La Sapienza
· On. Federico Gelli, Deputato Commissione Affari Sociali della Camera
· Prof. Giancarlo Isaia, Coordinatore Commissione Intersocietaria per l’Osteoporosi e past President SIOMMMS
· Cav. Lav. Claudia Matta, Presidente Fondazione Osteoporosi
· Prof. ssa Silvia Migliaccio, Segretario Commissione Intersocietaria per l’Osteoporosi, Università degli Studi di Roma Foro Italico
· Prof. Ranuccio Nuti, Coordinatore gruppo di lavoro sulle Linee Guida della Commissione Intersocietaria per l’Osteoporosi.

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In Veneto diminuiscono le fratture di femore da osteoporosi

Posted by fidest press agency su domenica, 7 agosto 2016

osteoporosiLa buona notizia è in uno studio pubblicato sulla rivista scientifica internazionale “European Journal of Internal Medicine” in cui si ipotizza che tale riduzione sia dovuta a politiche sanitarie locali di grande efficacia. La ricerca, condotta da membri della Società Italiana dell’Osteoporosi, del Metabolismo Minerale e delle Malattie dello Scheletro (SIOMMMS) e coordinata dal professor Sandro Giannini dell’Università di Padova, è stata svolta sulla popolazione ultrasessantacinquenne residente in Veneto. L’analisi dei dati ha rivelato che, mentre la fragilità ossea va di pari passo con l’avanzare degli anni e sarebbe ovvio aspettarsi un incremento delle fratture di femore, ci possono essere inversioni di tendenza. Secondo gli ultimi dati, in 10 anni il numero assoluto di fratture di femore in Italia è cresciuto rispettivamente del 27% e del 36% nel sesso femminile e in quello maschile. Il numero assoluto è cresciuto anche in Veneto, ma la ricerca coordinata dal professor Giannini dimostra che il tasso di incremento è decisamente più basso e, durante il periodo in studio, le ospedalizzazioni per frattura di femore sono diminuite.
Gli autori dello studio ipotizzano che l’elemento alla base della diminuzione delle fratture sia l’adozione di politiche sanitarie specifiche per la gestione dell’osteoporosi. Nel caso specifico, il Sistema Sanitario del Veneto ha implementato interventi mirati a migliorare gli standard di cura dei pazienti affetti da osteoporosi. Tra queste azioni, le più importanti sono: l’istituzione di due Centri Regionali per l’Osteoporosi con compiti clinici, epidemiologici e di indirizzo sanitario; la somministrazione della vitamina D a tutti gli over 70 per scoraggiare l’osteoporosi che negli over 65 è causa del 95% delle fratture di femore; interventi volti a promuovere l’appropriatezza terapeutica. “I risultati dello studio ci fanno essere ottimisti – spiega il professor Giannini -, confermando che il mix di azioni di sensibilizzazione della popolazione, prevenzione delle cure e corrette politiche sanitarie sia un successo che migliora gli standard di vita della popolazione anziana e razionalizza la spesa sanitaria. Certamente serviranno dati nuovi e più completi per individuare meglio l’origine dei nostri risultati, che essendo molto diversi dai dati nazionali, non possono che dipendere da fattori non demografici locali”.“Finora in Italia non sono stati fatti molti progressi nell’approccio alla terapia dell’osteoporosi e delle fratture da fragilità – aggiunge il professor Claudio Marcocci, presidente della SIOMMMS -; i casi di USA, Canada, Danimarca, Spagna e Germania, dove si è assistito a una riduzione progressiva del numero di fratture, sono per noi un esempio da imitare. Ci fa piacere avere esempi di best practice anche in Italia, dove la SIOMMMS si sta impegnando perché tutti gli attori coinvolti portino un contributo verso una sanità più vicina alle esigenze dei pazienti, più efficiente in termini di costo ed economicamente più sostenibile nel lungo periodo”.In Italia, circa un quarto della popolazione è over 65; nel 2050, la percentuale di anziani salirà a oltre il 35%. Oltre 5 milioni di persone sono affette da osteoporosi nella penisola e circa 2 milioni di anziani non sono autonomi perché affetti da disabilità, spesso provocata da fratture. Gli ultimi dati nazionali parlano di oltre 90mila ultrasessantacinquennienni ospedalizzati per frattura di femore nel nostro Paese, con un costo a carico del SSN di oltre 1,2milioni. L’aumento atteso del numero di femori rotti nel mondo è drammatico: saranno 6,3 milioni nel 2050, con una spesa di gestione di circa 500 milioni di euro.

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Fratture, alendronato mostra un buon rapporto rischio-beneficio

Posted by fidest press agency su mercoledì, 13 luglio 2016

frattureSecondo un ampio studio caso-controllo pubblicato su The Bmj da un gruppo diretto Bo Abrahamsen, endocrinologo dell’Università della Danimarca meridionale, l’alendronato assunto per lunghi periodi appare associato a una riduzione del rischio di frattura d’anca, senza nessun aumento del rischio di fratture femorali. «L’osteoporosi è una malattia che ha drammatiche implicazioni sul piano sociale, economico e clinico a causa del significativo aumento dell’incidenza delle fratture in seguito a traumi minimi o addirittura in assenza di traumi» si legge nell’articolo, che sottolinea il fatto che i bisfosfonati sono i farmaci di prima scelta nella prevenzione delle fratture vertebrali e non vertebrali da fragilità nelle donne in post-menopausa (in particolare le dimostrazioni di efficacia più solide riguardano alendronato, zoledronato e risedronato). «Dagli studi svolti negli ultimi anni emerge che i bisfosfonati sono inibitori potenti ed efficaci del riassorbimento osseo in grado di ridurre il rischio di frattura aumentando la densità ossea e riducendo il turnover scheletrico» proseguono i ricercatori, sottolineando il fatto che solo di recente è emersa l’urgenza di determinare la durata ottimale del trattamento con bisfosfonati. I ricercatori hanno preso in esame i registri nazionali danesi, identificando 62.000 pazienti con osteoporosi nuovi utilizzatori del bisfosfonato, che sono stati seguiti per molti anni allo scopo di valutare sicurezza ed efficacia dell’uso per periodi uguali o superiori a dieci anni dell’alendronato. «All’interno di questa coorte, circa 8.200 persone che avevano sperimentato una frattura di anca o femorale subtrocanterica sono state abbinate a coetanei che non avevano avuto fratture» scrivono gli autori, che dopo gli opportuni calcoli statistici hanno scoperto che l’assunzione di alendronato per oltre un decennio era associata a un rischio ridotto di frattura d’anca e a nessun aumento del rischio di frattura femorale. «Questi risultati indicano per l’alendronato un accettabile bilancio tra benefici e rischi in termini di rischio fratturativo, anche dopo più di 10 anni di uso continuativo» conclude lo studio. (fonte doctor33) (foto: fratture)

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Osteoporosi: Stop alle fratture

Posted by fidest press agency su domenica, 3 luglio 2016

osteoporosiUn’emergenza sanitaria, è così che l’OMS definisce l’osteoporosi, per il numero di persone che colpisce oggi e che, a causa del progressivo invecchiamento della popolazione, colpirà nei prossimi anni. Basti pensare che, in Italia, ne sono affette 3.500.000 donne e 1.000.000 uomini, con 250.000 fratture all’anno dovute alla patologia, di cui 80.000 dell’anca e 70.000 del femore[1]. Dati allarmanti secondo gli esperti di Stop alle Fratture, anche alla luce di una scarsa aderenza alla terapia che porta ad un aumento del rischio di rifrattura.L’osteoporosi è una patologia cronica degenerativa che causa un progressivo e cronico indebolimento delle ossa e che, nella sua forma più grave, chiamata Fragilità Ossea, può portare fino alla frattura, anche in assenza di traumi che la giustifichino. Spesso, la patologia rimane silente fino a questo evento traumatico che necessita di un intervento chirurgico. Successivamente, per evitare che si verifichi un’ulteriore frattura, è però fondamentale avviare un Percorso Diagnostico Terapeutico Assistenziale (PDTA) corretto. Questa è la fase più critica, perché è necessario che la paziente aderisca allo schema terapeutico prescritto dal proprio medico per rafforzare le ossa, nei dosaggi e per il tempo stabilito, pena il suo mancato effetto e quindi, un aumentato rischio di una nuova frattura. “L’aderenza alla terapia – spiega il Prof. Umberto Tarantino, Direttore U.O.C. di ortopedia e Traumatologia, Policlinico Tor Vergata di Roma, e Presidente del Gruppo Italiano di Studio in Ortopedia dell’Osteoporosi Severa (GISOOS) – è un fattore determinante per garantire che il farmaco prescritto abbia effetto. E’ dimostrato, infatti, che la sospensione prima del tempo, piuttosto che la mancata assunzione del farmaco, mina la sua efficacia. Purtroppo, oggi, ad un anno dalla prima frattura, solo il 50% dei pazienti aderisce alle cure prescritte per l’osteoporosi e la fragilità ossea. Una delle soluzioni che si sono rivelate più efficaci per garantire che ciò non avvenga è la corretta ed esaustiva informazione alle pazienti. Per questo motivo, anche in Italia, ci stiamo impegnando molto per promuovere, oltre alle Fragility Fracture Unit, che include tutti gli specialisti dedicati alla gestione della patologia osteoporotica, anche il Fracture Liaison Service, che tenga sotto controllo l’aderenza alla terapia da parte del paziente.” Le motivazioni che portano ad una mancata aderenza alla terapie sono molteplici. “Nella pratica clinica abbiamo identificato quattro ragioni che determinano la non aderenza alla terapia – afferma il prof. Giancarlo Isaia, Direttore della Struttura Complessa ‘Geriatria e Malattie metaboliche dell’osso’ dell’A.O.U. Città della Salute e della Scienza di Torino e Past President della Società Italiana dell’Osteoporosi, del Metabolismo Minerale e delle Malattie dello Scheletro (SIOMMMS) –. La prima è una mancata percezione, da parte della paziente, del beneficio della terapia nel breve periodo. La seconda è che la paziente è spesso anziana e assume più farmaci, che sono sentiti come maggiormente necessari o con benefici più immediati. La terza è l’influenza di familiari o amici, che tendono a minimizzarne l’importanza. La quarta è una mancata cultura da parte della classe medica, che vede queste terapie come poco utili, mentre sono fondamentali. Come si può intendere dalla molteplicità di questi fattori e delle figure coinvolte, è importante educare ognuno di loro, a partire da specialisti e Medici di Medicina Generale, per ottenere una buona aderenza alla terapia e, quindi, diminuire il numero di fratture”. L’importanza dell’aderenza alla terapia viene dimostrata dall’impegno di tutte le Società Scientifiche che si occupano della salute dell’osso. Tra queste, proprio GISOOS e SIOMMMS. GISOOS, con il IV Congresso “Osteoporosi Severa. Nuove Acquisizioni per l’Appropriatezza Diagnostico Terapeutica”, che si tiene dal 30 giugno al 2 luglio a Palermo. SIOMMMS, con la fondazione della Commissione Intersocietaria dell’Osteoporosi, che riunisce sette Società Scientifiche Italiane con l’obiettivo di superare le numerose criticità presenti a livello Nazionale nella gestione dell’Osteoporosi.

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Osteoporosi: stop alla fratture

Posted by fidest press agency su venerdì, 17 ottobre 2014

osteoporosiIn occasione della Giornata Mondiale dell’Osteoporosi, il Prof. Giovanni Minisola, esperto di Osteoporosi e Direttore della Divisione di Reumatologia dell’Ospedale di Alta Specializzazione “San Camillo” di Roma, lancia un appello a tutta la popolazione femminile del Lazio, dai 50 anni in poi, affinché non vengano sottovalutati sintomi, come il dolore nei tratti dorsale e lombare della colonna, che possono essere dipendenti da fratture per fragilità ossea causata dall’osteoporosi severa, la cui incidenza è molto più comune di quanto si pensi.
La ricerca ha fornito un interessante spaccato relativo alla popolazione femminile del Lazio, da cui è emerso, ad esempio, che a fronte di una generale conoscenza della patologia (8 donne su 10), l’osteoporosi è però ritenuta grave soprattutto da chi soffre personalmente di fratture ricorrenti e dalle donne anziane (tra i 70 e i 79 anni). Assolutamente sottovalutati, invece, i rischi dovuti alla fragilità ossea a seguito di una caduta, che si accetta come una conseguenza dell’età e con un atteggiamento quasi di rassegnazione. Parlando di fattori di rischio, le donne del Lazio indicano l’essere andate in menopausa precoce come il principale, ma ritengono che anche avere un’alimentazione sbilanciata comprometta a lungo andare la salute delle ossa. Interessante è anche il fatto che, in caso di diagnosi di osteoporosi, esse non sono certe di rivolgersi ad un Centro specializzato per il trattamento di questa patologia e che, in generale, si dicono poco propense a riorganizzare la propria abitazione (togliere tappeti, spostare il mobilio…) in chiave preventiva di rischi di eventuali cadute.
«I risultati dell’indagine – dichiara il Prof. Giovanni Minisola – provano come tra le donne di età maggiore di 50 anni residenti nella nostra Regione sia diffuso rispetto al problema dell’Osteoporosi un atteggiamento arrendevole e rassegnato e come siano poco noti e sottovalutati i fattori che predispongono al rischio di fragilità ossea. Parliamo, ad esempio, del fumo, dell’eccessiva magrezza, dell’abuso di alcolici e della predisposizione famigliare per questa frequente e sottovalutata malattia, che causa fragilità ossea e che predispone al rischio di fratture. È chiaro come manchi ancora tra le donne un’informazione approfondita sull’Osteoporosi e sulle complicanze fratturative della forme severe. Ciò, verosimilmente, dipende anche dalla classe medica che non è stata finora in grado di sensibilizzare nella misura dovuta la popolazione femminile rispetto all’Osteoporosi e ai pericoli delle fratture ossee. Oggi, infatti, assistiamo ad una grave sottostima del rischio correlato alle fratture da fragilità ossea, come quelle del collo del femore, e non si considera che in tutto il mondo tali fratture sono tra le principali cause di morbilità e mortalità. Tutto lascia prevedere, stando alle ultime stime, che nei prossimi 40 anni, in assenza di percorsi diagnostico-terapeutici mirati per la popolazione a rischio, anche in Italia l’incidenza delle fratture da fragilità ossea raddoppierà».«Le istituzioni devono impegnarsi per creare una rete in grado di non lasciare sole le donne che soffrono di fragilità ossea, anche nella fase successiva alla cura, perché le percentuali di ricaduta sono altissime – spiega l’On. Rodolfo Lena, presidente della commissione Politiche sociali e Salute del Consiglio regionale – . Abbiamo nel Lazio dei centri di eccellenza per il trattamento dell’osteoporosi ma la sfida che oggi va raccolta è una piena integrazione sociosanitaria a livello territoriale» L’osteoporosi è una malattia di ampia rilevanza sociale e rappresenta, nel nostro paese, un importante problema di salute pubblica. Si tratta di una patologia sistemica dell’apparato scheletrico, caratterizzata da un aumentato rischio di fratturarsi sia per una bassa densità minerale ossea che per un deterioramento della microarchitettura del tessuto osseo che, come tutto il nostro organismo, è destinato ad invecchiare. Per questi motivi le ossa diventano più fragili e sono più suscettibili al rischio di frattura per traumi anche minimi.L’Osteoporosi può essere primaria, post-menopausale o senile, e secondaria. Quest’ultima forma è così denominata perché associata ad altre malattie e, in particolare, a malattie reumatiche come artrite reumatoide e lupus per le quali viene spesso impiegato il cortisone, un farmaco che favorisce lo sviluppo di osteoporosi anche severa. «La patogenesi dell’osteoporosi associata a malattie reumatiche è multifattoriale – specifica il Prof. Minisola – riconoscendo essenzialmente sia meccanismi specificamente legati alla natura delle diverse malattie, sia meccanismi riconducibili ai farmaci impiegati per il loro trattamento. Tra questi il cortisone, un farmaco largamente utilizzato in Reumatologia, fortemente osteopenizzante e, pertanto, in grado di aumentare considerevolmente il rischio di fratture. Per tali motivi è necessario che quanti sono colpiti da malattie reumatiche, specie se in trattamento cortisonico, vengano attentamente sorvegliati anche per le possibili complicanze a carico dello scheletro provocate non solo dalla malattia di base ma anche dalla terapia».Le fratture da fragilità ossea, conseguenza grave dell’osteoporosi, hanno un’incidenza che non deve essere assolutamente da sottovalutare: secondo la World Health Organization, infatti, ogni 3 secondi, si verifica una frattura da fragilità osteoporotica a carico di femore, polso e vertebre. Ciò equivale a circa 25 mila fratture al giorno o 9 milioni all’anno.Si calcola che almeno il 40% delle donne dopo i 50 anni andrà incontro ad una frattura da osteoporosi quali fratture di femore (17%), vertebrali (16%) o di altri segmenti ossei (polso, pelvi, omero prossimale ecc.). Secondo l’OMS e la IOF (International Foundation of Osteoporosis) la presenza di una frattura da fragilità ossea (vertebrale o di altri segmenti scheletrici), configura sempre una condizione di OP severa. «La politica non deve compiere lo stesso errore di quelle donne che sottovalutano l’emergenza osteoporosi – conclude l’On.le Lena – l’età media sempre più alta della popolazione femminile del Lazio e l’aumentata aspettativa di vita impone una riflessione approfondita su questa patologia, che va affrontata alla stregua delle altri grandi patologie di genere, come il cancro al seno, anche attraverso specifici programmi di informazione e prevenzione».
I principali fattori di rischio per le fratture da fragilità ossea sono l’età, le pregresse fratture da fragilità, la terapia cortisonica cronica, un aumentato rischio di cadute dovuto a carenze visive come anche la concomitanza di malattie neuromuscolari, il ridotto apporto di calcio o la carenza di vitamina D. Ma anche la famigliarità per fratture, la menopausa precoce, l’eccessiva magrezza, il fumo e l’abuso di alcol. Oltre ai cortisonici, anche altri farmaci (ad esempio antiepilettici e anticoagulanti) contribuiscono ad aumentare il rischio di osteoporosi.«Pertanto è assolutamente necessario individuare precocemente i soggetti a rischio – conclude Giovanni Minisola – per intraprendere un adeguato iter diagnostico-terapeutico finalizzato a ridurre significativamente il rischio fratturativo. Sono soprattutto le donne che hanno nella propria famiglia casi di frattura di femore e che hanno un elevato rischio personale di frattura quelle per le quali è particolarmente indicata una MOC. Si tratta di un esame fondamentale e non invasivo, che misura la densità dell’osso, che permette di accertare l’esistenza di Osteoporosi e che mette in condizioni il medico di attuare tempestivamente una terapia efficace e personalizzata».Dai 50 anni di età, per ogni donna è fondamentale conoscere il proprio rischio fratturativo. Sul sito http://www.stopallefratture.it è disponibile il Defra Test online, test di autodiagnosi per valutare il rischio personale di fratturarsi nei successivi 10 anni (basso, medio, elevato, molto elevato). A seconda del risultato ottenuto, verranno indicate, per tutte, raccomandazioni e consigli su come prevenire eventuali fratture da fragilità.

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Calcio e vitamina D non evitano fratture

Posted by fidest press agency su martedì, 19 marzo 2013

Mancano prove sufficienti a sostenere l’uso dell’aggiunta alla dieta di vitamina D e calcio per prevenire le fratture tra gli uomini sani e nelle donne sane in premenopausa. Parola di Virginia Moyer, professore di pediatria al Baylor College of Medicine di Houston, Texas, nonché coautrice di un documento ufficiale della Us preventive services task force (Uspstf) pubblicato su Annals of internal medicine. Anzi: secondo la task force ci sono addirittura prove per sconsigliare l’uso di vitamina D e calcio nella prevenzione primaria delle fratture nelle donne in postmenopausa. «Ciononostante, la decisi one ultima rimane ai clinici, che dovrebbero sì conoscere pro e contro della letteratura scientifica, ma prendere anche decisioni personalizzate a seconda del paziente che si trovano davanti» dice Moyer. Per arrivare alle conclusioni del suo documento ufficiale, l’Uspstf ha svolto due revisioni sistematiche e una metanalisi sugli effetti ossei della supplementazione di vitamina D con o senza calcio in una popolazione di adulti sani. E, analizzando i dati, ha scoperto da un lato che vitamina D e calcio non modificano la frequenza di fratture ossee, e dall’altro che non ci sono prove sull’ effetto benefico della vitamina D da sola sul rischio di frattura. «Infine, lo studio Women’s health iniziative, condotto su 36.282 donne sane in post-menopausa, dimostra un leggero aumento del rischio di nefrolitiasi associata alla supplementazione di vitamina D e calcio» riprende la ricercatrice, puntualizzando però l’esiguità del danno. E, in un editoriale di commento, Marian Nestle, ricercatrice della New York University e Malden Nesheim della Cornell university di Ithaca, New York, pongono l’accento sull’assenza di prove a favore dell’aggiunta di vitamina D. «C’è urgente bisogno di ulteriori studi che chiariscano il ruolo della vitamina D nell’organismo oltre alla mineralizzazione ossea» scrivono i due editorialisti. Ma in attesa di questi risultati, la USPSTF, prudentemente, invita i medici a riflettere prima di prescrivere calcio e vitamina D agli individui sani. (fonte ginecologia33, Ann Intern Med. 26 February 2013)

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Osteoporosi: stop alle fratture

Posted by fidest press agency su lunedì, 13 febbraio 2012

Firmato da 5 Società Scientifiche e ormai accreditato punto di riferimento per tutta la popolazione femminile sul tema della fragilità ossea e sui rischi delle fratture, il sito http://www.stopallefratture.it si arricchisce anche di un elenco di 564 strutture ospedaliere per il trattamento dell’Osteoporosi severa, diffuse su tutto il territorio nazionale.
In un’ottica di servizio sempre più personalizzato sulla paziente, l’obiettivo è quello di continuare a sensibilizzare su come, proprio a causa dell’osteoporosi severa, le ossa diventino più fragili e possano fratturarsi anche per traumi banali, ma soprattutto favorire il contatto con uno specialista di riferimento nell’ambito delle malattie metaboliche dell’osso. Contribuendo, così, a migliorare la gestione dell’osteoporosi severa, aumentando la percezione del rischio sia da parte delle pazienti, che degli operatori sanitari, per arrivare ad una più tempestiva, e certa, diagnosi del problema.
Dall’home page del sito, infatti, tutte le pazienti dai 50 anni in su, ovvero la popolazione femminile maggiormente suscettibile di fratture da fragilità ossea, potranno, infatti:
1 scoprire il proprio potenziale di rischio di frattura attraverso un test di auto-diagnosi,
2 stampare il risultato del proprio test,
3 parlarne con uno specialista, orientandosi nell’elenco dei centri ospedalieri autorizzati per osteoporosi severa disponibili da oggi disponibili nel database del sito.
Sempre dall’home page, infatti, è possibile accedere all’elenco delle strutture e, selezionando la provincia di residenza, scegliere in quale struttura prenotare autonomamente una visita specialistica, attraverso i riferimenti telefonici presenti sul sito.

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Osteoporosi e fratture vertebrali

Posted by fidest press agency su venerdì, 24 settembre 2010

Cremona il 25 settembre  presso la Sala Monteverdi dell’Hotel Impero. Il convegno, presieduto dal Prof. Giuseppe Galli, Direttore del reparto di Neurochirurgia dell’Azienda Ospedaliera di Cremona, rappresenta l’occasione per informare i Medici di Medicina Generale sulle nuove tecniche di chirurgia mininvasiva vertebrale e proporre procedure condivisibili per avviare immediatamente i pazienti verso un corretto percorso di cura.
Ogni anno in Italia si verificano oltre 100.000 fratture vertebrali causate da osteoporosi. Il progressivo invecchiamento della popolazione, specie nei Paesi più sviluppati, unito alle aumentate esigenze funzionali, fanno sì che le problematiche mediche legate alle patologie della colonna vertebrale, in vertiginoso aumento, siano diventate uno dei principali problemi a cui devono far fronte le persone anziane. Nel corso del convegno verrà inquadrata l’osteoporosi da un punto di vista clinico ed eziopatologico, e si darà largo spazio al confronto tra le diverse procedure, attualmente in uso, di intervento mininvasivo  per le fratture vertebrali.
In particolare, compito del medico di base è quello di riconoscere immediatamente i casi da trattare chirurgicamente, abbattendo le naturali resistenze dei pazienti, soprattutto anziani, all’idea del bisturi. Per questo, un altro importante obiettivo del corso è informare i medici di famiglia delle procedure di chirurgia vertebrale mininvasive più innovative e sicure. Ad oggi i sistemi più utilizzati sono la cifoplastica con palloncino e la vertebroplastica. Entrambe le tecniche prevedono l’iniezione di cemento nella vertebra fratturata, ma la caratteristica che rende unica la cifoplastica è l’uso di un “palloncino” inserito per via percutanea, che una volta gonfiato, oltre a stabilizzare la frattura, risolleva la vertebra collassata posizionandola il più vicino possibile all’altezza originale. A questo punto, si procede con l’inserimento di un cemento sintetico o biologico.
La cifoplastica con palloncino è un intervento della durata di circa un’ora che viene eseguito in anestesia locale e sedazione o generale, a seconda del paziente. Dopo l’intervento, il paziente rimane in osservazione per un paio di giorni, mentre i suoi sintomi dolorosi scompaiono nell’immediato. I vantaggi correlati a questa tecnica chirurgica sono numerosi: dalla rapidità con cui viene restituita la mobilità al paziente, ai notevoli risparmi economico-sociali rispetto alle cure tradizionali. Vengono infatti evitati i costi di ospedalizzazione, riabilitazione e cura farmacologica del dolore.
L’osteoporosi è un problema assai diffuso (in Italia ogni anno si verificano oltre 100.000 casi), in particolar modo tra le donne in età post-menopausale. La patologia si manifesta con un andamento cronico e con una elevata predisposizione alle fratture in quanto l’osso diminuisce di consistenza, diventa poroso e quindi fragile. Il progressivo invecchiamento della popolazione, specie nei Paesi più sviluppati, unito alle aumentate esigenze funzionali fanno sì che le problematiche mediche legate alle patologie discali abbiano subito un vertiginoso incremento in termini numerici e non solo.

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Sindrome del Tunnel Carpale

Posted by fidest press agency su lunedì, 19 luglio 2010

La Sindrome del Tunnel Carpale è una neuropatia che interessa il polso ed è causata dalla compressione del nervo mediano nel suo passaggio attraverso il tunnel carpale. Il tunnel carpale è un canale costituito dalle ossa carpali sulle quali è teso un nastro fibroso che prende il nome di il legamento traverso del carpo e costituisce il tetto del tunnel stesso. In questo spazio denominato tunnel passano il nervo mediano, dei vasi e dei tendini. Le donne soffrono maggiormente di questa sindrome in un rapporto di 3:1 rispetto agli uomini. Più frequente nella fascia di età che va dai 50 ai 60 anni, si presenta in oltre il 50% dei pazienti in entrambi i polsi. Anche le malattie sistemiche come il diabete mellito, l’artrite reumatoide, il mixedema e i traumi come pregresse fratture del polso, artriti e artrosi deformanti possono essere associate alla sindrome del tunnel carpale. Nelle fasi iniziali la sindrome del tunnel carpale si manifesta con:
formicolii
intorpidimento della mano
gonfiore alla mano
Questi sintomi prevalgono per le prime tre dita della mano in particolar modo  al mattino o durante la notte. In una fase successiva il dolore può irradiarsi all’avambraccio. Con l’aggravarsi della malattia si può arrivare a:
perdita di sensibilità alle dita
perdita della forza della mano
atrofia dell’eminenza thenar
Nel corso degli anni la sindrome del tunnel carpale tende ad aggravarsi anche se può rimanere stazionaria nel tempo in alcuni casi. I periodi invernali aumentano i sintomi della malattia, mentre nei periodi estivi questi tendono a rendersi meno evidenti.
Si può intervenire attraverso una terapia conservativa quando non ci sono deficit della forza o della sensibilità o i valori degli esami EMG/ENG non sono fortemente alterati.La terapia chirurgica prevede il taglio del legamento traverso del carpo associato talvolta a una neurolisi.
L’intervento si effettua in anestesia locale: attraverso un’incisione sul polso o sul palmo della mano di circa 2 centimetri si espone il legamento del carpo consentendo così al nervo mediano di non essere più compresso ed ottenere d’eliminare del dolore. L’intervento è rapido e si esegue in regime di day hospital. Dopo l’intervento si applica una fasciatura per permettere ai tessuti di cicatrizzare. (D.ssa Daniela Messori c. Einaudi 18/A – Torino http://www.danielamessori.it)

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Fratture vertebrali

Posted by fidest press agency su venerdì, 28 Maggio 2010

Ferrara 4 e 5 giugno 2010 presso la Sala dei Congressi delle Fiere di Ferrara. Il Congresso, organizzato dal Professor Leo Massari, Direttore della Clinica Ortopedica e Traumatologica dell’Università di Ferrara, rappresenta l’occasione per affrontare l’argomento delle lesioni della colonna vertebrale dal punto di vista epidemiologico, diagnostico e degli approcci terapeutici, da quelli farmacologici a quelli chirurgici.  Il Congresso è articolato in 5 sessioni nelle quali si parlerà della epidemiologia e della diagnostica delle fratture vertebrali, delle lesioni spinali, delle fratture del rachide cervicale, delle fratture del rachide toraco-lombare e lombare, nonché delle fratture vertebrali da fragilità. Sabato 5 giugno, in particolare, il Professor Massari parlerà delle fratture da fragilità causate da osteoporosi, problema assai diffuso (in Italia ogni anno si verificano oltre 100.000 casi), in particolar modo tra le donne in età post-menopausale. L’osteoporosi si manifesta con un andamento cronico e con una elevata predisposizione alle fratture in quanto l’osso diminuisce di consistenza, diventa poroso e quindi fragile. Il progressivo invecchiamento della popolazione, specie nei Paesi più sviluppati, unito alle aumentate esigenze funzionali fanno sì che le problematiche mediche legate alle patologie discali abbiano subito un vertiginoso incremento in termini numerici e non solo.  Presso la clinica di Ortopedia e Traumatologia dell’Università di Ferrara, il Professor Massari e la sua equipe eseguono circa 70 interventi all’anno di cifoplastica a cui si aggiungono i circa 65-70 interventi di chirurgia vertebrale “maggiore” di stabilizzazione per fratture, patologie degenerative o tumorali. Numeri che esprimono la bontà dei risultati ottenuti, consistenti principalmente nella risoluzione della sintomatologia dolorosa, anche nei casi di crolli di più corpi vertebrali.
La cifoplastica con palloncino è un intervento della durata di circa mezz’ora che viene eseguito in anestesia locale o generale, a seconda del paziente e della sede della frattura. Dopo l’intervento, il paziente rimane in osservazione qualche ora, mentre i suoi sintomi dolorosi scompaiono quasi subito. I vantaggi correlati a questa tecnica chirurgica sono numerosi: dalla rapidità con cui viene restituita la mobilità al paziente, ai notevoli risparmi economico-sociali rispetto alle cure tradizionali. Vengono infatti evitati i costi di ospedalizzazione, riabilitazione e cura farmacologica del dolore.  Finora, in tutto il mondo, sono state trattate con la tecnica della cifoplastica con palloncino più di 600.000 fratture su oltre 450.000 pazienti. Secondo un recente Studio pubblicato nel febbraio 2009 su The Lancet che ha coinvolto 300 pazienti di 21 centri clinici di otto Paesi, i pazienti sottoposti alla cifoplastica con palloncino, a un mese dall’intervento, hanno manifestato, rispetto a coloro che hanno ricevuto solo trattamenti conservativi, un miglioramento più marcato con un recupero più rapido della funzionalità e della mobilità e una maggiore riduzione del dolore. Benefici che si sono mantenuti costanti sull’arco di 12 mesi.

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Fratture vertebrali da trauma

Posted by fidest press agency su venerdì, 7 Maggio 2010

Oggi le fratture vertebrali possono essere trattate con moderne tecniche chirurgiche minivasive, tra cui la più innovativa è la cifoplastica con palloncino. Questo intervento della durata di circa mezz’ora, eseguito in anestesia locale o generale a seconda del paziente, prevede l’inserimento di un “palloncino” percutaneo che, oltre a ridurre e stabilizzare la frattura in modo controllato, ripristina, attraverso l’inserimento di cemento biologico, l’altezza del corpo vertebrale e corregge la deformità angolare. In questo modo è possibile far recuperare in breve tempo ai pazienti la completa mobilità della colonna, evitando gli svantaggi dell’immobilizzazione a letto e dell’utilizzo di busti o corsetti – i cosiddetti trattamenti conservativi – oltre alla massiccia assunzione di farmaci per lenire l’intenso dolore alla schiena. Notevoli anche i risparmi economico-sociali rispetto alle cure tradizionali, dal momento che vengono evitati i costi di ospedalizzazione, riabilitazione e cure farmacologiche. L’equipe del Professor Antonio Franco, responsabile dell’Unità Operativa di Neurochirurgia dell’Ospedale San Giovanni Bosco di Napoli, ha completato a Febbraio 2010 uno studio, partito nel 2005, su 54 pazienti con fratture vertebrali di tipo traumatico, che ha confermato la validità del trattamento della cifoplastica con palloncino. “La nostra esperienza ha confermato che la cifoplastica con palloncino può diventare un trattamento d’elezione per risolvere sia le fratture vertebrali che la sintomatologia dolorosa – asserisce il Professor Franco – A dispetto del termine, infatti, i trattamenti “conservativi” delle fratture vertebrali traumatiche non sono né privi di rischi, né indolori, mentre il ripristino dell’altezza del corpo vertebrale può produrre un immediato miglioramento della qualità di vita del paziente.”

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Fratture vertebrali oncologiche

Posted by fidest press agency su martedì, 4 Maggio 2010

Le fratture vertebrali dolorose da compressione rappresentano uno dei maggiori fattori invalidanti in alcune patologie ematologiche e oncologiche, come il mieloma multiplo e le metastasi vertebrali dovute a neoplasia del polmone, della mammella, della prostata, del colon, dell’esofago, dell’utero e dell’osso stesso.  Le conseguenze di queste fratture sono molteplici: oltre al dolore vertebrale e la disabilità, i pazienti soffrono anche di ridotta mobilità e dell’insorgenza di deformità spinali come cifosi e scoliosi. Il trattamento finora utilizzato prevedeva l’immobilizzazione forzata del paziente con impiego di busto, radioterapia, assunzione di notevoli dosi di farmaci antidolorifici ed eventuali interventi di stabilizzazione vertebrale estremamente invasivi. L’equipe del Prof. Angelo Lavano, in collaborazione con le Unità Operative di Neuroradiologia diretta dal Prof. Kurt Pardatcher, di Anestesia diretta dal Prof. Ermenegildo Santangelo e di Oncologia diretta dai Professori Piersandro Tagliaferri e PierfrancescoTassone, ha completato a Febbraio 2010 uno studio partito nel 2007 su 49 pazienti con fratture vertebrali derivanti da patologie onco-ematologiche, che ha confermato la validità del trattamento.
La cifoplastica con palloncino è un intervento della durata di circa mezz’ora che viene eseguito in anestesia locale o generale, a seconda del paziente. Dopo l’intervento, il paziente rimane in osservazione per qualche ora, mentre i suoi sintomi dolorosi scompaiono nell’immediato. I vantaggi correlati a questa tecnica chirurgica sono numerosi: dalla rapidità con cui viene restituita la mobilità al paziente, ai notevoli risparmi economico-sociali rispetto alle cure tradizionali. Vengono infatti evitati i costi di ospedalizzazione, riabilitazione e cura farmacologica del dolore.
Il Prof. Giovanbattista De Sarro,  Preside della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Ateneo “Magna Graecia” di Catanzaro, ha tenuto a precisare con soddisfazione che, interventi di questo tipo non possono che portare ad un progressivo sviluppo della ricerca scientifica in campo universitario e della sanità in Calabria.

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Fratture vertebrali

Posted by fidest press agency su martedì, 20 aprile 2010

“Oggi – dichiara il dottor Giuseppe Sabadin, Primario del reparto di Ortopedia dell’Ospedale di Vittorio Veneto – è possibile trattare le fratture vertebrali con moderne tecniche chirurgiche minivasive come la cifoplastica con palloncino che consiste nell’introduzione attraverso il peduncolo vertebrale di un cemento acrilico a presa rapida, previa espansione del soma vertebrale mediante apposito palloncino. Questa tecnica è stata ideata per ridurre prima e stabilizzare poi la frattura in modo controllato, correggere le deformità della colonna vertebrale, prevenire l’insorgere di nuove fratture, alleviare il dolore in modo rapido e prolungato e migliorare la qualità della vita del paziente”. La caratteristica che rende unica questa tecnica rispetto ad altri interventi chirurgici è l’uso di un “palloncino” che, oltre a stabilizzare la frattura, ripristina l’altezza del corpo vertebrale e corregge la deformità angolare.
La cifoplastica con palloncino è un intervento della durata di circa un’ora che viene eseguito in anestesia locale o generale, a seconda del paziente. Il palloncino viene inserito per via percutanea, e una volta gonfiato, risolleva la vertebra fratturata posizionandola il più vicino possibile all’altezza originale. A questo punto, si procede con l’inserimento di un cemento osseo, biologico, totalmente riassorbibile. Dopo l’intervento, il paziente rimane in osservazione per qualche ora, mentre i suoi sintomi dolorosi scompaiono nell’immediato. I vantaggi correlati a questa tecnica chirurgica sono numerosi: dalla rapidità con cui viene restituita la mobilità al paziente, ai notevoli risparmi economico-sociali rispetto alle cure tradizionali. Vengono infatti evitati i costi di ospedalizzazione, riabilitazione e cura farmacologica del dolore.  Finora, in tutto il mondo, sono state trattate con la tecnica della cifoplastica con palloncino più di 600.000 fratture su oltre 450.000 pazienti.
Secondo un recente Studio pubblicato nel febbraio 2009 su The Lancet che ha coinvolto 300 pazienti di 21 centri clinici di otto paesi, i pazienti sottoposti alla cifoplastica con palloncino, a un mese dall’intervento, hanno manifestato, rispetto a coloro che hanno ricevuto solo trattamenti conservativi, un miglioramento più marcato con un recupero più rapido della funzionalità e della mobilità e una maggiore riduzione del dolore. Benefici che si sono mantenuti costanti sull’arco di 12 mesi.  La frequenza di effetti avversi non ha presentato differenze fra i gruppi. Come confermato dalle radiografie effettuate a un anno di distanza, la cifoplastica con palloncino non ha comportato un aumento significativo di nuove fratture vertebrali rispetto al gruppo di controllo.

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Le fratture nell’anziano

Posted by fidest press agency su giovedì, 11 marzo 2010

Circa 3 milioni di italiani soffrono di Osteoporosi, una malattia delle ossa che colpisce una donna su tre e un uomo su dodici durante la loro vita, soprattutto superati i 65 anni. E se in Italia si calcolano circa 70 mila fratture d’anca, 50 mila fratture del polso e 40 mila della colonna vertebrale, in tutto il mondo e’ stato calcolato che le sole fratture dell’anca passeranno da 1 milione e 700 mila del 1990 ai 6 milioni e 500 mila nel 2050. Un vero e proprio allarme mondiale che trova una possibile soluzione in una delle vitamine piu’ diffuse e comuni: la Vitamina C, la cui assunzione tramite l’accurata dieta a cui dovrebbero sottoporsi gli anziani coadiuvata dagli integratori alimentari, potrebbe divenire fondamentale per la prevenzione dell’Osteoporosi e dei suoi rischi, in primo luogo per gli over65. Lo dichiara l’Osservatorio FederSalus, la Federazione Nazionale dei Produttori di Prodotti Salutistici, che rende noto uno studio elaborato dalla Framingham Osteoporosis Study e condotto su 929 partecipanti. Secondo la ricerca statunitense, infatti, emerge come fondamentale l’assunzione di Vitamina C rispetto ad altre vitamine come la D, al Calcio e ad altre sostanze nutritive. I partecipanti allo studio sono stati seguiti dai 15 ai 17 anni e, durante la somministrazione, si sono verificate solo 100 fratture dell’anca e 180 fratture non-vertebrali di cui, rispettivamente, l’80% e l’86% nelle donne. Mentre sia gli uomini sia le donne che hanno assunto le giuste dosi di Vitamina C, somministrata con una media di 313 milligrammi al giorno, hanno riscontrato un rischio inferiore del 44% rispetto ai soggetti che hanno avuto una somministrazione della vitamina piu’ bassa di 94 milligrammi. Il rischio inferiore di possibili fratture non-vertebrali, inoltre, e’ stato riscontrato nei soggetti che hanno assunto una dose di Vitamina C piu’ alta.  In conclusione, i ricercatori hanno dunque spiegato che una giusta assunzione di Vitamina C, a cui possono concorrere a mantenere le dovute quantita’ gli integratori alimentari, potrebbe proteggere le ossa attraverso la sua azione antiossidante. Inoltre, i risultati dello studio suggeriscono un possibile effetto preventivo della Vitamina C sull’integrita’ delle ossa, soprattutto nei soggetti piu’ a rischio, ovvero gli anziani.

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Lasofoxifene riduce fratture ma aumenta Tev

Posted by fidest press agency su lunedì, 1 marzo 2010

Secondo quanto pubblicato su New England Journal of Medicine, in donne affette da osteoporosi lasofoxifene riduce il rischio di fratture vertebrali, tumore mammario e malattie cardiovascolari, ma aumenta quello di tromboembolismo venoso. L’indagine, condotta presso il San Francisco Coordinating Center, California Pacific Medical Center Research Institute, ha riguardato 8.556 donne di età compresa tra 59 e 80 anni e con indice T di densità minerale ossea, al collo del femore o spinale, pari o inferiore a -2,5. Le partecipanti sono state randomizzate alla somministrazione, una volta al giorno, di 0,5 mg di lasofoxifene oppure placebo. Con il farmaco, rispetto al placebo, è stata registrata una riduzione del rischio di fratture vertebrali (hazard ratio = 0,58); fratture non vertebrali (hr = 0,76); tumori al seno Er-positivi (hr = 0,19); eventi coronarici (hr = 0,68) e ictus (hr = 0,64). In aggiunta, a dosi più basse (0,25 mg al giorno), lasofoxifene ha ridotto il rischio di fratture vertebrali (hr = 0,69) e ictus (hr = 0,64). Entrambe le dosi, tuttavia, aumentano il rischio di tromboembolismo venoso (hr = 2,67 e 2,06, rispettivamente). (L.A.)

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