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Su bonus 80 euro resta fregatura

Posted by fidest press agency su venerdì, 24 Mag 2019

“Solo chiacchiere, resta la fregatura! Il Governo continua a lanciare il sasso e poi a nascondere la mano. Ieri il vice di Tria, on. Garavaglia, ha parlato di trasformazione, oggi Tria di riassorbimento, ma la sostanza è la stessa. Se si abbassano le aliquote per tutti, ma per i dipendenti che guadagnano meno di 24 mila euro si sottraggono 960 euro, è evidente che saranno penalizzati rispetto agli altri lavoratori” afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori, replicando al Mef, secondo il quale il ministro Giovanni Tria oggi non ha mai parlato di taglio degli 80 euro, ma piuttosto di un possibile riassorbimento.”E’ certo possibile, in linea teorica, che i beneficiari del bonus alla fine non vengano penalizzati in valore assoluto, a fronte di un abbassamento dell’aliquota Irpef tale da compensare la perdita di 80 euro dalla busta paga, ma lo sarebbero comunque in termini relativi rispetto a chi oggi, essendo più benestante, non ha mai usufruito del bonus. Insomma, sarebbe una flat tax ancora più iniqua” prosegue Dona.”Tutto questo anche se si ipotizzasse che il riassorbimento non fosse fatto per fare cassa e per recuperare 10 miliardi, cosa difficile da credere” conclude Dona.

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Copenaghen?

Posted by fidest press agency su giovedì, 7 gennaio 2010

“E’ stato un fallimento” –  Questo il commento quasi unanime che ha frettolosamente messo una pietra sopra l’evento politico principale del 2009.  La sensazione è che tutto sia stato semplificato nel solito gioco di accuse; anche il nostro ministro per l’ambiente, ha accusato gli USA e la Cina di aver affossato il vertice in cinque minuti (vedi La Stampa 20/12/2009). In realtà a Copenaghen è successo qualcosa di importante che interessa il sistema di relazioni e poteri a livello multilaterale e che non riguarda solo il clima, ma l’economia, il commercio e molto altro. Ma per prima cosa occorre sgombrare il campo dalle false aspettative della vigilia del vertice. Chi aveva un minimo di conoscenza delle diverse posizioni mondiali, e non solo di quella europea o statunitense, o cinese, sapeva molto chiaramente che era assolutamente impossibile concludere un accordo vincolante. Non c’è analisi pre vertice che non lo mettesse bene in chiaro perchè le posizioni erano troppo distanti e il vertice dei paesi APEC, svoltosi a Singapore a metà novembre, lo aveva ufficializzato per tutti. Tanto per fare due conti, si calcola che dal 1800 al 2050 il pianeta abbia un bonus di emissioni di circa 2.200 miliardi di tonnellate di CO2 (per evitare che la temperatura media superi i due gradi). Sino al 2008 i paesi industrializzati ne hanno emessi 240, se si facesse una divisione pro capite fra gli abitanti della terra si otterrebbe che abbiamo superato la nostra “equa” quota, ovvero che abbiamo un debito rispetto al resto del mondo di 159 miliardi di t.l PVS, per farla corta, dicono che siamo in debito, che dobbiamo metterci a dieta e dubitano delle nostre intenzioni (la volontà di chiudere l’accordo di Kyoto è interpretata negativamente), pensano che i nostri sforzi per convincerli a ridurre le emissioni siano, per dirla brutalmente, “una fregatura” (il passato depone a loro favore), un modo per limitare il loro sviluppo, tenuto conto che da qui al 2020 la loro popolazione raddoppierà mentre la nostra rimarrà costante. A Copenaghen è qunque accaduto quello che accadde a Cancun nel corso dle vertice WTO nel 2005: I cosiddetti Basic: Brasile, India, Sud Africa e Cina hanno fatto gruppo e hanno dettato legge dicendo no ad un accordo che considerano non equilibrato. Copenaghen aveva un obiettivo irrealizzabile in un mondo che non crede nella cooperazione e nella condivisione degli oneri e dei benefici. Una analisi firmata da Nicholas Stern il 6 dicembre 2009, segnalava che se i paesi che hanno già stabilito dei limiti alle proprie emissioni con riferimento al 2020, li rispettassero, saremmo vicini a raggiungere l’obiettivo di limitare al 2020 il totale delle emissioni di CO2 equivalenti a 44 miliardi di tonnellate. Per la precisione il rapporto quantifica gli attuali impegni dichiarati in un target di 46 Gt al 2020, ne mancherebbero da tagliare solo 2 Gt. Detto in altre parole se i paesi lo vorranno non servirà alcun nuovo accordo. Tutto dipende dalla direzione in cui si muoveranno gli investimenti economici. Da cosa vorranno coloro che votano. (Roberto Meregalli in sintesi)

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