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Quotidiano di informazione – Anno 34 n° 349

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Per leggere la crisi politica in Italia occorre Freud e avere presente Putin

Posted by fidest press agency su sabato, 23 luglio 2022

By Enrico Cisnetto. Mettete in fila i fatti: mentre Conte si contorceva le budella, preso tra i due fuochi della componente governista (che voleva tornare sui passi incautamente compiuti) e di quella barricadera (pronta a fare la scissione se avesse votato la fiducia e a prendersi la leadership se l’avesse negata) di ciò che rimane dei 5stelle, a Draghi è apparso chiaro che il vero “nocciolo della questione” era rappresentato dalla Lega di Matteo Salvini. Ed ecco che incontra Enrico Letta, così “segretamente” che si viene a sapere subito. Gli esponenti del centro-destra di governo sbraitano e si riuniscono a casa Berlusconi (ma una sede di partito non ce l’hanno?). Gianni Letta, l’unico lucido della compagnia, esce affranto da quella riunione che, come nelle migliori tradizioni, si protrae fino a notte fonda: “mettiamo condizioni stringenti di assoluta discontinuità”, farfugliano. Il giorno dopo, nel suo discorso al Senato, Draghi avrà cura di riservare a loro, quasi esclusivamente a loro, le mazzate dialettiche che era logico aspettarsi da chi somma risentimento, fondati motivi di merito e malcelato desiderio di mettere fine ad un’esperienza che considera conclusa da gennaio, una volta chiusa (malamente) la partita del Quirinale. Si è detto: ma se Draghi avesse fatto un discorso meno spigoloso, la fiducia l’avrebbe portata a casa. A parte il fatto che non gli è ugualmente mancata – seppure spiccioli – ma l’immediato intervento del capogruppo della Lega, Romeo, quando ancora a casa Berlusconi erano all’aperitivo, dimostra che il dado era già stato tratto. E a Draghi non è parso vero di poter raggiungere il Colle e dire a Mattarella “visto, presidente? Glielo l’avevo già detto a febbraio, a minare il cammino del mio governo non erano solo i pentastellati, ma anche e soprattutto gli inaffidabili salviniani, cui al momento del redde rationem Berlusconi finisce per accodarsi”. Quanto a Salvini, ci ha pensato Elsa Fornero sulla Stampa a farne la diagnosi, pur senza citarlo, quando parla di “piccoli uomini incapaci di crescere, di comprendere la gravità dei problemi del Paese, immaturi come bambini che si sentono offesi da un rimprovero senza domandarsi se almeno un po’ se lo siano meritato e che reagiscono rompendo il giocattolo”. Per analizzare Berlusconi, invece, bisognerebbe riportare in vita Freud e forse non sarebbe sufficiente – siamo alla circonvenzione. Resta però un dubbio: è del tutto casuale che la parola fine al governo Draghi l’abbia scritta l’ineffabile trio Conte-Salvini-Berlusconi, cioè coloro che in questi anni, e persino in questi mesi di guerra scatenata non solo contro l’Ucraina ma l’intero Occidente democratico, sono stati i più ambiguamente vicini a Putin? È una pura coincidenza che il giorno delle definitive dimissioni di Draghi le consegne di gas all’Italia da parte di Gazprom siano aumentate del 70%, da 21 a 36 milioni di metri cubi al giorno? Per Carlo Nordio (ospite del mio War Room, qui il link) non ci sono prove di un diretto intervento del pur attrezzato apparato russo di ingerenza nei sistemi politici occidentali, ma le coincidenze – specie se si pensa a quanto è avvenuto a Londra a Boris Johnson, cioè il più fiero alleato di Kiev dei leader europei – sono diventati “indizi gravi, precisi e concordanti” (parola di magistrato, seppur in quiescenza). Sta di fatto che mentre Roma bruciava Draghi, a Mosca si festeggiava quella che viene considerata una vittoria, più che se avessero conquistato militarmente Kiev.Ed è difficile credere, salvo essere stolti, che questa crisi e le sue conseguenze siano avulse dal contesto internazionale, caratterizzato dal più grave squilibrio geopolitico, con epicentro l’Europa, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Possiamo domandarci se chi ha fatto saltare in aria il governo Draghi sia stato un complice consapevole dei disegni putiniani o sia solo un utile idiota. Rimane il fatto che dovrà essere chiaro a tutti gli italiani che quando a settembre si recheranno alle urne saranno chiamati ad una netta scelta di campo. Essa sarà tra chi ha considerato e considera quella subita dall’Ucraina un’ingiustificata aggressione, il che comporta di schierarsi con Kiev senza se e senza ma (fornitura di armi compresa) nell’ambito dell’alleanza europea e atlantica, e chi con nettezza o, peggio, con disprezzabile ambiguità, magari travestita da pacifismo prêt-à-porter, si è posto dall’altra parte della barricata. E a quel punto dipenderà da loro, dai cittadini elettori, decidere se restituire il Parlamento alla prevalenza delle forze euro-atlantiste, collegate alle grandi famiglie politico-culturali europee, o se riconsegnarlo, come nel 2018, a forze sovraniste con simpatie e connessioni orbaniane e lepeniste. D’altra parte, non è un caso che questa legislatura – che non esito a definire come la peggiore di tutta la storia repubblicana – dopo essersi aperta all’insegna dei populismi di 5stelle e Lega (apertamente rivendicati come tali), ora volga al termine nuovamente sotto l’egida del duo Conte-Salvini che insieme hanno consumato il nome dell’italiano più autorevole e l’unica formula politica, l’unità nazionale, in grado di affrontare emergenze come la pandemia e la guerra e le loro conseguenze economiche e sociali. Emergenze che sono ancora nel pieno della loro gravità, e che ora si pensa di poter affrontare immaginando chissà quale salvifica risposta potranno fornire le urne. Indicazione che non verrà, sia perché gli italiani, cui questo suicidio collettivo della politica non è affatto piaciuto, sono più sfiduciati che mai. Sia perché i partiti ancora una volta si acconciano a proporsi agli elettori secondo il vecchio schema bipolare, nel frattempo diventato bipopulista, già ampiamente fallito e sorretto dalla pessima legge elettorale attuale, che tutti hanno detto di voler cambiare e che per questo è rimasta tale. Quello che non si è ancora capito è che senza un radicale ripensamento del sistema politico e una strutturale riforma istituzionale, ogni sforzo, anche quello del Superman di turno, sarà vano. Insomma, l’Italia ha bisogno di entrare nella vera Terza Repubblica, evitando di commettere gli errori che caratterizzarono la fine della Prima Repubblica. Va definitivamente archiviato il bipolarismo, che per vent’anni ha prodotto il declino italiano, e che dal 2018 è diventato bipopulismo, la sua versione peggiore. Lo schema centro-destra contro centro-sinistra non ha funzionato, essendo basato sul presupposto non di aggregare forze omogenee ma di formare armate Brancaleone che hanno come unico obiettivo quello di battere elettoralmente la parte avversa. Ovviamente, di qui al 25 settembre non sarà possibile fare alcunché. Si può solo auspicare che anche questi temi siano oggetto della campagna elettorale, pur temendo invece che sarà la solita solfa inutile. Ma questo dipende un po’ anche da noi, dalla società civile che ama dileggiare i politici – ed è fin troppo facile – ma poi non va a votare il referendum sulla giustizia, che pure avrebbe potuto dare un segnale forte. Se così non sarà, allora vorrà dire che aveva ragione Charles De Gaulle, al netto dell’evidente sciovinismo, quando disse che “l’Italia non è un Paese povero, è un povero Paese!”. (abstract) Fonte Newsletter TerzaRepubblica http://www.terzarepubblica.it by Enrico Cisnetto direttore.

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Freud: Fuori dagli schemi delle letture scolastiche

Posted by fidest press agency su venerdì, 4 settembre 2020

Se mi avessero imposto a scuola lo studio su Freud forse mi sarebbe andato in uggia. Oggi, invece, mostro sempre più interesse ai suoi studi, alle sue ricerche, ai suoi pensieri e non disdegno di compararli con altri studiosi della psiche e delle funzioni cerebrali. La sua opera destinata ad alleviare le cure degli esseri umani mi fa tanto credere che fosse profondamente religioso nonostante il suo proclamato ateismo e nel non aver avuto nella sua infanzia alcuna educazione religiosa. Non è stato così se si tengono da conto le sue critiche soprattutto in ciò che identifica nelle sue forme patologiche una religiosità che è assimilabili alle nevrosi. In altri termini Freud accusa la religione di imposizione dogmatica e irrazionale e di conseguente irrazionalità irrituale e ossessiva. Forse il suo giudizio si riferiva alla repressione di certe pulsioni anche se sono escludibili in alcune religioni come il Buddhismo e il Taoismo dove non esistono immagini corrispondenti ad un padre durissimo o originario, come lo disegna Freud. Antiautoritario è anche l’atteggiamento dello Zen, una corrente formatasi più tardi in seno al Buddhismo, nei confronti degli esseri superiori. Un concetto che è stato ripreso anche dallo stesso padre gesuita Hugk E. Lasalle circa il Buddhismo Zen:” Ciò significa che non basta scoprire la verità liberatrice assoluta per mezzo del pensiero dialettico, o di credervi basandosi sulla trasmissione per via orale. Al contrario essa va raggiunta per intuizione o esperienza interiore personale. A questa intuizione si accede mediante lo Zazen o meditazione Zen. Essa è l’illuminazione (satori) e l’intuizione dell’essere (kensho)”.
C’è chi, tra i suoi critici, come il Pfiser, osserva che nel campo religioso Freud dimostra di non aver preso sufficientemente in considerazione e approfondito lo studio di questo settore. Se lo avesse fatto, osserva, non avrebbe commesso errori così grossolani. Ma è proprio questa la spiegazione? Probabilmente sì, ma dobbiamo anche soggiungere che la critica a Freud oggi si arricchisce degli studi approfonditi relativi ai cosiddetti fossili viventi culturali delle opere arcaiche. E non solo. Freud avrebbe potuto conoscere situazioni, se fosse stato coevo a tali studi, ben diverse e alternative della teoria pura e semplice del “capo dell’orda” con tutte le susseguenti effetti interni ed esterni. E non sono di certo gli unici casi da vagliare. Penso agli studi sul cervello da parte del prof. James Jyane, scienziato di Princeton, al premio Nobel John Eccles e al neurologo Karl Pribram per citare a memoria quelli che ricordo. Se in tutto questo vi è una morale è che le letture del passato sono valide in chiave storica ma prima di ricondurle all’attualità occorre riallacciarle agli altri anelli che compongono la catena poiché da quando abbiamo imboccato una strada dobbiamo mettere da conto non una ma tante pietre miliari lungo il suo percorso oltre quelle già superate da poco ma non del tutto digerite dalla comunità scientifica. (Riccardo Alfonso)

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Freud e l’arte

Posted by fidest press agency su sabato, 29 agosto 2020

L’arte secondo Freud non è analizzabile. Freud afferma che se la psicoanalisi può far comprendere per quali vie una persona ha preso la strada dell’arte quest’ultima resta un mistero. In altri termini non esiste una spiegazione logica sull’esistenza stessa dell’arte. Il motivo lo spiega considerandola di livello autonomo superiore e diverso ovvero “L’essenza dell’attività artistica è inaccessibile psicoanaliticamente”. In questa fattispecie l’artista si ritrae come il nevrastenico dal mondo insoddisfacente della realtà per passare in quello della fantasia. Ma è, egli soggiunge, un passaggio ben diverso dalla nevrastenia in quanto sa trovare la via del ritorno e rientrare nelle sue consuete abitudini. Ma dopo queste osservazioni precisa: “La psicanalisi non può dire nulla per spiegare l’ingegno artistico, e neppure è il suo compito scoprire i mezzi con i quali l’artista lavora, cioè la tecnica artistica.” Con questo pensiero nella mente ho riletto il capolavoro di Daudet “Saffo” dove si traccia la storia di un esclusivo disperato amore tra una bellissima modella che pittori e scultori hanno ritratto nelle più libere pose. Lungo queste corde sensibili di un amore, che attraverso il campo dell’arte, si esalta e si sublima, si mette a nudo l’estro artistico nelle sue diverse percettibilità e le rendono inquietanti in una società fortemente legata alle tradizioni borghesi del Diciannovesimo secolo. E gli artisti che dalla tavolozza alla tela fanno di una modella il loro “verismo” dai tratti nevrastenici che poi si ricompongono nell’essere strumenti di atti sensuali per ricondurli alla crudezza della vita finché non giunge il vero amore capace di emarginare l’atavico e il selvatico delle loro manifestazioni nevrasteniche. E se ritorniamo alle parole di Freud l’aspetto sessuale vive nell’ambito di quell’antologia che Platone chiamava eros e che io considero sublimata in livelli più alti di quello abituale e biologico. E’ come dire l’arte è amore in tutte le sue più variegate rappresentazioni ed entrambi non si lasciano catturare dal gelido sguardo della psicanalisi. (Riccardo Alfonso)

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Freud critica la religione per un semplice pregiudizio?

Posted by fidest press agency su lunedì, 25 Maggio 2020

Dice Oscar Pfister che ha ben conosciuto Freud: “Le critiche di Freud alla religione non sono nuove, inoltre, nonostante il suo proclamato ateismo, la sua opera, destinata ad alleviare le cure degli uomini, fa di lui un uomo implicitamente religioso”. Freud si vanta nelle sue note autobiografiche non di non aver ricevuto nessuna precisa educazione da piccolo e, quindi, di non avere pregiudizi e preconcetti che secondo il suo giudizio, indeboliscono quindi l’intelligenza e la comprensione dei fatti in questo campo.
Non dobbiamo, comunque, dimenticare l’importanza, che indirettamente nella sua formazione, in specie nell’età infantile, può aver giocato la cultura ebraica hassidica galiziana nella quale la sua famiglia per decenni aveva vissuto. Scrive ancora Maryse Choiry “Freud è stato così ateo come ha detto? L’ha detto troppo. Egli stesso ci ha insegnato a diffidare delle asserzioni assolute. Il tutto quello che è esagerato è insignificante di Talleyrand si traduce nel linguaggio psicoanalitico in tutto quello che è esagerato, contiene un elemento contrario. Freud non è stato piuttosto ambivalente nei confronti della religione? Egli vuole troppo convincermi perché io sia convinto. Quando dimentica di essere ateo, gli avviene talora di scrivere una pagina mistica suggestiva”.
Freud con molta probabilità pensava alla religione nella sua duplice configurazione di atto di fede e di religiosità espressa nei rituali. La prima proviene dall’io profondo e la seconda dalle suggestioni e le emotività che ci accompagnano nel nostro cammino esistenziale. In difetto non si potrebbe spiegare altrimenti la sua contraddittorietà in dichiarazioni quali: “Io sono il diavolo che apre la strada, dopo verrà Dio. Il diavolo apre sempre la strada a Dio” e ancora “Se io pure con le mie interpretazioni ho ucciso Dio negandolo, nelle mie scoperte scientifiche c’è invece la premessa per farlo risorgere e riemergere dopo alla visione e alla constatazione degli uomini”. Come un antico profeta ebraico, Freud sembra dire quindi: “Altri tempi verranno”. Una dimostrazione di questa dualità è riscontrabile nelle accuse di Freud alle imposizioni dogmatiche della religione e alle sue ossessive irrazionali ritualità. È quindi la forma e non alla sostanza che s’incentra la critica. In Freud tracce di questo interesse trapelano spesso in osservazioni e considerazioni che si possono riconoscere qua e là nelle sue opere. Alla fine, si potrebbe sostenere che tutto il sistema psicologico nel profondo di Freud è anche un travestimento profano del sacro. È lo stesso Freud, infatti, a sostenere come la Kabbala non è altro che il linguaggio manifesto e condizionato e quindi derivato da un altro profondo inconscio linguaggio. Anche Jung, a questo riguardo, vedeva nelle formulazioni scientifiche di Freud aspetti di teologia mascherata. La nostra eredità spirituale è indubbia. Vi può essere, semmai, una forma di sensibilità diversa tra un soggetto e l’altro che può rendere stridente il rap-porto tra fede e pratica religiosa con i suoi rituali e i suoi dogmi.
Ciò significa, per dirla con Lassalle allorché ci parlava del Buddhismo Zen, “Che non basta scoprire la verità liberatrice assoluta per mezzo del pensiero dialettico, e di credervi basandosi sulla trasmissione per via orale: al contrario essa va raggiunta per intuizione o esperienza interiore personale. A questa intuizione si accede mediante lo Zazen o meditazione Zen. Il mondo che si rivela nell’illuminazione. Si definisce, quindi, “mondo dell’identità”, in opposizione al “mondo delle differenze”. Secondo la dottrina buddhista questo mondo non ha realtà, ma è solo illusione”. L’origine della religione sostanzialmente nell’ipotesi di Freud coincide con il complesso di Edipo. Ma commenta Charles Hainchelin in “Le origines de la religion»: «Freud in questo campo si appoggia su una ipotesi di Robertson Smith e egli ha molto utilizzato i lavori di Frazer relativi alla leggenda della morte di Dio-Padre e del Figlio. Il guaio è che questa ipotesi, e pertanto le teorie che sono fondate su di essa, non è confermata dai fatti. Un complesso come quello di Edipo non potrebbe, in effetti, datare che da una fase già avanzata dello sviluppo sociale, che d’altra parte determinerebbe un’insolubile contraddizione, perché con la promiscuità primitiva, poi il matrimonio per gruppi, il padre era sconosciuto. Il passaggio dalla poligamia alla monogamia, che sembra supporre la tesi di “Totem e tabù” è assai recente: esso è in generale legato all’apparizione della proprietà privata che contribuì a dissolvere la famiglia consanguinea. (Riccardo Alfonso)

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Freud e la religione

Posted by fidest press agency su venerdì, 15 Maggio 2020

A questo punto non sarei del tutto esaustivo se trascurassi ciò che la religione ha rappresentato per l’essere umano nella storia di tutti i tempi e che Freud arriva a finire che si tratta di un’alienazione quando si spostano e si proiettano paure e speranze in un aldilà fantastico e astratto. È un modo di allontanarsi dalla realtà. Come prima di lui Schopenhauer e Nietzsche, e come il dott. Laurence avrebbe fatto dopo di lui, Freud interpreta l’essenza conoscitiva della religione come dislocazione del sentimento emotivo nei confronti dell’autorità. Oltre a far risalire la religione a sentimenti infantili di dipendenza, Freud l’accusava di essere una preoccupazione fondamentalmente femminile. Gli interessava far risalire il pathos dell’uomo religioso, che è costretto come una donna, all’obbedienza incondizionata. Essere religiosi, nel modo inteso da Freud, significa essere passivi, docili, dipendenti, cioè manifestare dei tratti tipicamente femminili. La religione, secondo Freud, nasce dal fomentare un sempre crescente “senso di colpa”. “Quando una tendenza istintiva è repressa, disse Freud in “Il disagio nella civiltà”, i suoi elementi libidici si trasformano in sintomi e le parti aggressive in senso di colpa”. Di tanto in tanto i clan celebrano delle feste religiose, durante le quali i membri della famiglia totemica riproducono con danze rituali i momenti caratteristici del loro totem.
Scrive Kereny: “Lo scopo di Freud era precisamente quello di soddisfare l’uomo irreligioso che pure s’interroga sul fenomeno, così difficile da comprendere, delle religioni, e questo era appunto il caso dello stesso Frazer e di Freud. Ma la storia dell’umanità non presenta né l’evoluzione “magia-religione-scienza” che Frazer pretendeva, né un modello puro ed incontaminato, sicché Frazer fu costretto a costruire con semplificazioni assai più spinte di quelle alle quali ricorre Bachofen nella sua teoria sull’evoluzione della famiglia”. Per Kereny: “Freud non vide, come non lo notò Frazer, che i loro modelli per l’origine della religione, che avrebbero dovuto spiegare addirittura il grande sacrificio del Cristianesimo, equivalgono a generalizzare a tutta l’umanità, una nevrosi preistorica”.
Un altro elemento che Freud non colse, perché gli mancava la visione d’insieme necessaria, è che una religione totemistica con tutti i suoi contrassegni caratteristici, totem, tabù ed esogamia, non è dimostrabile in nessuno dei popoli che ebbero parte, in un qualche periodo nel maturare della nostra civiltà occidentale caratterizzata dall’evoluzione, né presso gli indogermani né presso i mesopotamici, e neppure presso gli egizi. E neppure presso gli israeliti. Sia Schopenhauer sia Freud davano per scontata l’assurdità della credenza religiosa agli occhi degli uomini razionali. Oggetto della discussione è semplicemente il problema se la fede sia necessaria per controllare la maggioranza non illuminata, oppure se il valore della religione, che è comunque in declino, se non sia stato sopravvalutato e non costituisca, in realtà, una forza che contrasta con le finalità illuministiche: ragione, progresso, effettivo miglioramento dell’umanità. Il ragionamento del Demofilo di Schopenhauer è molto simile a quello dell’interlocutore di Freud in “L’avvenire di un’illusione”. Il Demofilo dice: “Non hai idea di quanto sia sciocca la maggior parte della gente”. Il “Dialogo” di Schopenhauer uscì nel 1851, quello di Freud nel 1928. Così commenta Jacquard: “Freud pensa che la religione non possa essere altro che una fase necessaria nell’evoluzione umana, fase paragonabile all’adolescenza”. Freud ha affermato nelle sue analisi, che vietando l’uso delle facoltà critiche in una particolare direzione, si determina un abbassamento generale dell’acume critico del soggetto, danneggiando le capacità razionali.
Freud ammette, d’altra parte volentieri, che le sue “speculazioni” non hanno parte integrante del sistema analitico. Ciò vuol dire che è possibile usare la metodologia (psicoanalitica) anche al servizio dell’opinione opposta. È quello che farà Oscar Pfister nel libro “L’illusione di un avvenire”.
Ma Freud non è il solo né il primo ad avanzare l’idea di un’anima collettiva. Lo sostennero sia Durkeim, della scuola sociologica francese, sia Wundt. Commenta in proposito Fromm: “oltre che un’illusione, dice Freud in sostanza, la religione è un pericolo, perché tende a santificare certe cattive istituzioni umane con cui si è sempre alleata. La religione, inoltre, tende a impoverire l’intelligenza, insegnando a credere a un’illusione e proibendo il pensiero critico”. Non c’è dubbio che, come asserisce Jung, inflazionare in questo modo la portata del complesso di Edipo sul piano della cultura e dell’inconscio collettivo, può significare tendere ad eliminare quel fattore religioso che ha tanta parte nei livelli più alti della personalità umana.
Da parte mia sono convinto che il fattore religioso sin dai primordi della vita ma ancor più nel momento in cui il primo essere umano ha alzato gli occhi alle stelle vi sia stato, nel comune sentire, un avvertimento religioso. Fu il primo desiderio per capire ciò che eravamo manifestamente in tutti i nostri comportamenti. In qualche modo ci richiamavano a una particolare “religiosità”. Non certo a caso i recenti studi comparati dell’antropologia culturale relativi alle simbologie superiori delle èlite del grande sciamanesimo arcaico, risultanti dai graffiti preistorici, tutti analoghi nei tre continenti antichi e studiati da Eliade, da Leroi-Gouhran, da Marsach e dalle loro scuole rivelano un concetto religioso profondamente avvertito e immaginifico nelle sue rappresentazioni murarie. Lo stesso dicasi per i cosiddetti fossili viventi culturali delle epoche arcaiche. Il loro “sentire e udire” cosmico è espresso dai simboli superiori delle grotte e da cui discendono tutte le tradizioni che ritroviamo nei millenni successivi. Inoltre, i grandi problemi delle origini si sono fatti molto più complicati riguardo varie fasi che si affacciano, man mano che si accrescono gli studi neurologici. (Riccardo Alfonso)

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Twelve Works by Bacon and Freud

Posted by fidest press agency su mercoledì, 12 settembre 2018

London This October during London’s Frieze Week, Christie’s will present the largest and most diverse selection of 12 works by Francis Bacon and Lucian Freud, two British masters of the 20th century. The group is led by Francis Bacon’s Figure in Movement (1972, estimate on request), held for 41 years in the prestigious collection of Magnus Konow. The work is a poignant meditation on human existence, expressed through the memory of Bacon’s muse and lover George Dyer, whose tragic suicide took place less than thirty-six hours before the opening of Bacon’s career-defining retrospective at the Grand Palais, and had a devastating impact upon the artist. Within Bacon’s oeuvre, Figure in Movement sits at the centre of the black triptychs. In addition, a collection of some of the earliest works on record by Bacon, comprises six pieces including his earliest surviving large-scale work, Painted Screen (circa 1930), a precursor to his famed triptychs. On loan to Tate, London, since 2009, the collection bears an outstanding provenance that includes Bacon’s first patron Eric Allden and his early artistic mentor Roy de Maistre. In the 1940s, five of the works entered the family collection of Francis Elek, who met Allden around this time; he acquired the sixth following de Maistre’s death in 1968. Similarly, Lucian Freud’s early Man in a Striped Shirt (1942, estimate: £1,000,000-1,500,000), created when the artist was 19, also from the collection of Magnus Konow, is presented alongside a still-life celebrating the artist’s love for his wife Caroline Blackwood, and a 1980 portrait of his friend and lover Susanna Chancellor. Two of the first studies of Francis Bacon Freud created in 1951 are also included. Selected works from this group will be on view at Christie’s Hong Kong (4-7 September), Los Angeles (5-8 September), New York (15-18 September) and King Street from 28 September, ahead of the auction on 4 October 2018.

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