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Cervelli in fuga, è controesodo

Posted by fidest press agency su lunedì, 28 settembre 2020

Non ci sono dubbi, un periodo di lavoro all’estero arricchisce qualsiasi curriculum vitae. In certi casi, anzi, un’esperienza oltreconfine è quasi un obbligo: si pensi, per esempio al settore della ricerca, all’interno del quale un CV che non conta nemmeno una breve parentesi all’estero viene spesso valutato negativamente a priori.Per questo motivo, nonché per le condizioni spesso migliori garantite da Paesi come Germania, Gran Bretagna, Stati Uniti e via dicendo, sono tantissimi gli italiani che negli ultimi anni hanno preferito accettare lavori in Paesi diversi dall’Italia, andando a ingrossare le fila dei cosiddetti cervelli in fuga.Sono però tante le persone che – anche grazie agli incentivi introdotti dagli ultimi governi – decidono a un certo punto di tornare a lavorare in Italia, e che dunque si trovano di fronte alla necessità di ricollocarsi sul mercato del lavoro italiano. Un numero che in questo periodo post-lockdown è in deciso aumento. Come affrontare questo delicato passaggio? Con Carola Adami, head hunter e CEO della società di selezione del personale Adami & Associati (www.adamiassociati.com), approfondiamo questo tema, per dare qualche prezioso consiglio ai professionisti italiani che hanno scelto di rientrare nel Paese di origine. Quanti sono gli italiani che, dopo un periodo all’estero, decidono di tornare a lavorare in Italia? Quella del “ritorno a casa” è certamente un strada che, ultimamente, è stata imboccata da un numero crescente di giovani emigrati all’estero. Ne abbiamo conferma quotidianamente, quando riceviamo i curricula di italiani che, pur essendo impiegati oltre confine, si candidano presso delle aziende italiane. E a confermarlo ci sono delle interessanti indagini effettuate negli ultimi mesi, a partire da uno studio effettuato dal Centro Studi Pwc mediante LinkedIn, secondo il quale 1 talento su 5 desidererebbe tornare in Italia. Quali sono i motivi che spingono questi professionisti a tornare in Italia? Ci sono tanti fattori che spingono un expat a guardare nuovamente con attenzione al mercato italiano del lavoro. Indubbiamente, però, l’emergenza sanitaria ha rafforzato e ampliato questo fenomeno, un po’ per la volontà di poter stare vicino ai propri cari, un po’ anche per le azioni messe in campo dallo Stato italiano a partire da marzo 2020, le quali sotto molti punti di vista sono state percepite come più efficaci rispetto a quelle elaborate da altri Paesi europei. Quale è l’errore da non fare in questi casi? L’errore che fanno in molti è quello di buttarsi subito nella ricerca vera e propria, senza un momento di riflessione. Questo è uno sbaglio che potrebbe costare caro, perché prima di mettersi alla ricerca degli annunci di lavoro è bene riflettere sulla propria esperienza professionale e sui propri obiettivi, capire cosa si può offrire alle aziende proprio in virtù della propria esperienza all’estero e via dicendo. Solo nel momento in cui si sarà costruito uno storytelling professionale efficace e focalizzato sulle proprie peculiarità e sui propri obiettivi ci si potrà muovere con successo verso le nuove opportunità lavorative. Qual è il primo passo per chi desidera ritornare a lavorare in Italia? Si parte come sempre dall’aggiornamento del curriculum vitae, con l’inclusione dell’esperienza lavorativa effettuata all’estero. Quando si parla di CV ogni dettaglio può fare la differenza, ed è quindi bene soffermarsi su ogni singola informazione per comunicare in modo chiaro, idoneo e coerente. Una volta perfezionato il curriculum vitae vale certamente la pena ottimizzare il proprio profilo LinkedIn, visto che la maggior parte dei selezionatori italiani, infatti, utilizza ormai abitualmente questa piattaforma per individuare nuovi talenti. A tal proposito noi abbiamo inserito nel nostro organico dei consulenti di carriera, che sono pronti ad aiutare i talenti che desiderano ricollocarsi al meglio sul mercato italiano, pianificando al meglio il ritorno in Italia.

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Italia: Fuga dei cervelli

Posted by fidest press agency su sabato, 12 settembre 2020

“Una recente indagine, di Talents in motion, conferma che il tema della “fuga dei cervelli”, in particolare, è estremamente sentito dai giovani talenti italiani. Il 71% degli intervistati starebbe valutando di rientrare in Italia, complice il fatto che la risposta del Governo alla pandemia da Covid-19 è ritenuta tra le migliori in Europa.Uno Stato che si prende cura dei propri cittadini, come ha fatto l’Italia, anteponendo la salute dei cittadini ad ogni altro tipo di interesse, è un ottimo incentivo a rimanere. Ma non è il solo, perché dopo parecchi anni abbiamo finalmente invertito la politica degli investimenti, che per troppo tempo sono rimasti fermi, a partire da settori strategici come sanità a ricerca scientifica. Abbiamo iniziato a creare, nuovamente, condizioni lavorative favorevoli, promuovendo programmi di formazione all’interno delle aziende, nuovi fondi per le start-up, forme di decontribuzione incisive e ad investire sui servizi, con il fine di migliorare la qualità della vita dei cittadini. Risultati come l’eliminazione del superticket, oppure il taglio del cuneo fiscale per i lavoratori dipendenti e la nuova decontribuzione del 30% per i lavoratori del sud sono solo alcuni dei risultati che abbiamo portato a casa in questi mesi, e sono molto incoraggianti”. Lo scrive, sui social, il Vice Ministro dell’Economia e delle Finanze, Laura Castelli.

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Nel 2020 le alluvioni hanno portato alla fuga oltre 650.000 somali

Posted by fidest press agency su domenica, 16 agosto 2020

Più di 150.000 somali sono stati costretti a fuggire dalle proprie case dalla fine di giugno, di cui circa 23.000 solo nell’ultima settimana, a causa di improvvise inondazioni fluviali nelle regioni meridionali della Somalia. Secondo una rapida stima, le comunità di Hirshabelle e del Sud Ovest risultano essere tra le più colpite. Il 2020 è stato caratterizzato da gravi inondazioni che hanno causato lo spostamento di oltre 650.000 persone in tutto il Paese.Molti dei nuovi sfollati vivono ora in rifugi improvvisati e sovraffollati, costruiti con vecchi vestiti, sacchetti di plastica, cartoni e bastoni in luoghi già inadeguati per gli sfollati interni. Tali rifugi forniscono scarsa protezione dalle intemperie e lasciano le famiglie esposte ad un maggior rischio di essere vittime di crimini, come rapine e stupri.Le scorte di cibo sono scarse e molti sono gli affamati, con una crescente malnutrizione tra i bambini, a maggior rischio di morire di fame. In alcune aree, i prodotti alimentari di base, in particolare il latte e la verdura, hanno visto aumentare il prezzo tra il 20 e il 50 per cento.Le condizioni sanitarie e l’accesso alle cure mediche sono scarsi. I partner in ambito sanitario avvertono del rischio di contrarre diarrea, malattie trasmesse da vettori, infezioni delle vie respiratorie e altre malattie trasmissibili che si diffondono rapidamente tra la popolazione sfollata. Sebbene non siano stati segnalati gravi focolai di COVID-19, i test rimangono estremamente limitati, e la congestione e le scarse condizioni igieniche sono fattori di rischio per una trasmissione diffusa. L’UNHCR, Agenzia ONU per i Rifugiati, ha fornito a migliaia di famiglie colpite beni di prima necessità come coperte, taniche e teli di plastica, oltre che riparo e denaro contante. Le distribuzioni continueranno nei prossimi giorni e settimane, raggiungendo un totale di circa 70.000 tra le persone che stanno affrontando le più gravi situazioni di vulnerabilità, tra cui donne, famiglie di donne con bambini, disabili, anziani, malati e membri vulnerabili della comunità ospitante.L’assistenza dell’UNHCR sta raggiungendo alcune delle regioni più colpite tra cui Benadir, la regione del Sud Ovest, Hirshabelle, Jubbaland, Puntland e Galmudug. Il governo federale della Somalia ha attuato una risposta alle inondazioni, stanziando nelle ultime settimane 500.000 dollari per far fronte alle inondazioni nell’aerea sud-occidentale del Paese. Nonostante questi interventi, tuttavia, è necessario un maggiore sostegno umanitario per affrontare le insicurezze relative a cibo, acqua, servizi igienici, rifugi di emergenza e servizi sanitari.Un numero maggiore di persone rischia di essere sfollato poiché le inondazioni potrebbero continuare in alcune regioni. Secondo l’ultimo rapporto consultivo sulle inondazioni redatto dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO), i livelli delle acque del fiume Shabelle continueranno a salire a causa delle forti piogge.Le ultime inondazioni presentano un modello preoccupante, secondo cui le condizioni meteorologiche estreme stanno aumentando in frequenza e intensità. Prima di giugno 2020, inondazioni improvvise e fluviali causate da piogge stagionali hanno sfollato oltre 450.000 persone nel Paese. Con le inondazioni del 2018 e del 2019 che hanno causato rispettivamente 281.000 e 416.000 sfollati, i dati relativi agli sfollamenti dovuti a inondazioni mostrano un trend in aumento di anno in anno. Le ricorrenti emergenze climatiche della Somalia hanno un impatto devastante sulle comunità che dipendono fortemente dall’agricoltura e dal bestiame per il sostentamento.
Le crescenti inondazioni e i conseguenti sfollamenti avvengono sullo sfondo della lotta in corso in Somalia per limitare la diffusione del COVID-19, che ha un impatto sproporzionato sui più vulnerabili, compresi gli sfollati. Il governo della Somalia, l’UNHCR e i partner umanitari continuano a lavorare negli insediamenti di sfollati in tutto il Paese per fornire sia agli abitanti che alle comunità di accoglienza vulnerabili attrezzature mediche, dispositivi di protezione individuale, supporto igienico-sanitario e assistenza in denaro. L’UNHCR sollecita i proprietari terrieri nel Paese a sostenere, in queste circostanze estremamente difficili, una moratoria sugli sfratti.La comunità internazionale deve sostenere urgentemente gli sforzi legati alle operazioni di soccorso. Finora l’UNHCR ha ricevuto solo il 33% dei 15,44 milioni di dollari necessari per le sue attivita’ umanitarie in Somalia, per il supporto di circa 2,6 milioni di sfollati interni e 30.000 rifugiati e richiedenti asilo ospitati nel paese.

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“Fuga. Due ruote, la strada, il diabete”

Posted by fidest press agency su mercoledì, 29 luglio 2020

E’ un romanzo originale tratto da una vera pagina di sport, ispirato dall’avvincente e affascinante storia di un gruppo di ciclisti professionisti accomunati da una particolarità. Sono tutti persone, e atleti, con diabete mellito di tipo 1: il Team Novo Nordisk.
Tutto nasce da un giovane ciclista con diabete di tipo 1, Phil Southerland, che innamoratosi da bambino della bicicletta, e avendo sperimentato in prima persona gli effetti benefici dello sport e dell’attività fisica sulla propria malattia, convince l’amico Joe Eldridge, anche lui giovane con diabete, a dare vita, nel 2005, a una squadra ciclistica. L’idea è di trasferire la loro l’esperienza di vita e di sport, condividendola con tutte le persone affette da diabete. Nel 2008, il passaggio al professionismo e, nel 2012, l’incontro con Novo Nordisk e la nascita del Team Novo Nordisk, sulla base di un obiettivo che accomuna lo sportivo americano e la multinazionale danese: ispirare, educare e incoraggiare le persone con diabete in tutto il mondo e dimostrare che la malattia non deve impedire ad alcuno di realizzare i propri sogni. Oggi il Team Novo Nordisk è una squadra sportiva internazionale composta da ciclisti con diabete a tutti i livelli agonistici, guidata dalla prima e unica squadra professionistica al mondo interamente composta da corridori con diabete. Il Team Novo Nordisk è parte del programma Changing Diabetes®, il progetto globale di Novo Nordisk per migliorare la qualità di vita del mezzo miliardo di persone che oggi hanno il diabete e di quelle a rischio di sviluppare questa malattia. È Luca Gregorio, giornalista con l’amore per lo sport e il ciclismo a raccontare questa storia: la lotta al diabete, i sogni, la fuga, la passione, la vita di tutti gli atleti professionisti del Team Novo Nordisk, in particolare dei due italiani in squadra – il veterano Andrea Peron, alla sua ottava stagione in maglia Novo Nordisk, autore all’esordio alla Milano Sanremo del 2015 di uno straordinario exploit, in fuga solitaria per oltre 200 chilometri, e il più giovane Umberto Poli, quarta stagione la sua, ma autore di un’impresa simile a quella del suo compagno, quando nel 2017, da atleta più giovane in corsa nella classicissima che apre la stagione professionistica mondiale, fece parte del gruppo in fuga per la maggior parte dei 298 chilometri da Milano a Sanremo.Andare in fuga diventa dunque, per il Team Novo Nordisk, un obiettivo e una missione. Da vivere con il sorriso. In questo libro, disponibile on line sui siti di Novo Nordisk, AGD Italia, Aniad e Associazione Ciclismo e Diabete, prendono vita le storie e le testimonianze dirette di alcuni ragazzi, si comprende meglio la storia della squadra e si capiscono quali siano i traguardi da raggiungere.

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Rifugiati: Numeri record di persone in fuga

Posted by fidest press agency su lunedì, 29 giugno 2020

Secondo le stime rese note ieri dall’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, in occasione di un forum annuale sul reinsediamento, l’anno prossimo oltre 1,4 milioni di rifugiati, attualmente soggiornanti in 62 Paesi di accoglienza, avranno bisogno di essere reinsediati.Quest’anno, la conferenza sui reinsediamenti è presentata insieme al governo del Canada e al Consiglio canadese per i rifugiati e si sta tenendo virtualmente.Secondo il rapporto sulle esigenze di reinsediamento globali previste per il 2021 (Projected Global Resettlement Needs 2021), lanciato ieri nel corso delle Consultazioni, tra i rifugiati a rischio più elevato e bisognosi di reinsediamento vi sono quelli siriani. Per il quinto anno consecutivo costituiscono la popolazione che presenta il numero di esigenze di reinsediamento più elevato (41 per cento), seguiti dai rifugiati sudsudanesi (9 per cento) e da quelli congolesi (9 per cento).Il reinsediamento, che prevede il ricollocamento dei rifugiati da un Paese di asilo a un Paese che ha accettato di ammetterli sul proprio territorio concedendo il diritto di potervisi stabilire in modo permanente, permette di proteggere coloro le cui vite potrebbero essere in pericolo o che sono portatori di esigenze particolari che non possono essere prese in carico nel Paese in cui hanno cercato protezione.I Paesi in via di sviluppo accolgono l’85 per cento dei rifugiati di tutto il mondo. Per regione di asilo, quella che comprende Africa orientale e Corno d’Africa continua a costituire la regione che presenta il numero di esigenze di reinsediamento più elevato. Seguono Turchia, che accoglie 3,6 milioni di rifugiati, Medio Oriente e Nord Africa, Africa centrale e regione dei Grandi Laghi.Condividere responsabilità e mostrare solidarietà nei confronti degli Stati che assicurano sostegno alle popolazioni di rifugiati di vaste dimensioni, incrementando le opportunità che consentono ai rifugiati di trasferirsi in Paesi terzi grazie al reinsediamento e a canali di ammissione complementari, quali ricongiungimento familiare e programmi per l’impiego e gli studi, costituisce uno degli obiettivi chiave del Global Compact sui Rifugiati.L’anno scorso, l’UNHCR e i partner hanno lanciato una Strategia triennale su reinsediamento e canali complementari che prevede il reinsediamento di un milione di rifugiati e l’ammissione di due milioni di rifugiati mediante percorsi complementari entro il 2028. A tal fine, è necessario che un numero maggiore di Paesi prenda parte al programma di reinsediamento e offra posti ai rifugiati.Nel 2019, 26 Paesi hanno ammesso al reinsediamento 107.800 rifugiati, quasi 64.000 dei quali beneficiavano dell’assistenza dell’UNHCR. Quest’anno, sono solo 57.600 i posti messi a disposizione dell’UNHCR dagli Stati. Purtroppo, la pandemia da COVID-19 condizionerà la piena realizzazione dei programmi.

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L’1 per cento della popolazione mondiale è in fuga secondo il rapporto annuale dell’UNHCR Global Trends

Posted by fidest press agency su domenica, 21 giugno 2020

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, rivolge oggi un appello ai Paesi di tutto il mondo affinché si impegnino ulteriormente per dare protezione a milioni di rifugiati e altre persone in fuga da conflitti, persecuzioni o violenze che compromettono gravemente l’ordine pubblico. Come dimostra il rapporto pubblicato oggi, gli esodi forzati oggi riguardano più dell’1 per cento della popolazione mondiale – 1 persona su 97 – mentre continua a diminuire inesorabilmente il numero di coloro che riescono a fare ritorno a casa.Il rapporto, inoltre, rileva come per i rifugiati sia divenuto sempre più difficoltoso porre fine in tempi rapidi alla propria condizione. Negli anni Novanta, una media di 1,5 milioni di rifugiati riusciva a fare ritorno a casa ogni anno. Negli ultimi dieci anni la media è crollata a circa 385.000, cifra che testimonia come oggi l’aumento del numero di persone costrette alla fuga ecceda largamente quello delle persone che possono usufruire di una soluzione durevole.
Il rapporto Global Trends mostra che dei 79,5 milioni di persone che risultavano essere in fuga alla fine dell’anno scorso, 45,7 milioni erano sfollati all’interno dei propri Paesi. La cifra restante era composta da persone fuggite oltre confine, 4,2 milioni delle quali in attesa dell’esito della domanda di asilo, e 29,6 milioni tra rifugiati (26 milioni) e altre persone costrette alla fuga fuori dai propri Paesi.L’incremento annuale, rispetto ai 70,8 milioni di persone in fuga registrati alla fine del 2018, rappresenta il risultato di due fattori principali. Il primo riguarda le nuove preoccupanti crisi verificatesi nel 2019, in particolare nella Repubblica Democratica del Congo, nella regione del Sahel, in Yemen e in Siria, quest’ultima ormai al decimo anno di conflitto e responsabile dell’esodo di 13,2 milioni di rifugiati, richiedenti asilo e sfollati interni, più di un sesto del totale mondiale.
8 dati essenziali sulle persone in fuga:
Almeno 100 milioni di persone sono state costrette a fuggire dalle proprie case negli ultimi dieci anni, in cerca di sicurezza all’interno o al di fuori dei propri Paesi. Si tratta di un numero di persone maggiore di quello dell’intera popolazione dell’Egitto, il 14° Paese più popoloso al mondo.
Il numero di persone in fuga è quasi raddoppiato dal 2010 (41 milioni allora contro 79,5 milioni oggi).
L’80 per cento delle persone in fuga nel mondo è ospitato in Paesi o territori afflitti da insicurezza alimentare e malnutrizione grave – molti dei quali soggetti al rischio di cambiamenti climatici e catastrofi naturali.
Oltre i tre quarti dei rifugiati di tutto il mondo (77 per cento) provengono da scenari di crisi a lungo termine – per esempio quella in Afghanistan, ormai entrata nel quinto decennio.
Oltre otto rifugiati su 10 (85 per cento) vivono in Paesi in via di sviluppo, generalmente in un Paese confinante con quello da cui sono fuggiti.
Due terzi delle persone in fuga all’estero provengono da cinque Paesi: Siria, Venezuela, Afghanistan, Sud Sudan e Myanmar.
Il rapporto Global Trends considera tutte le principali popolazioni di sfollati e rifugiati, compresi i 5,6 milioni di rifugiati palestinesi che ricadono sotto il mandato dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione dei rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente (United Nations Relief and Works Agency/UNRWA).L’impegno a “non lasciare indietro nessuno” sancito dall’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile ora include esplicitamente i rifugiati, grazie a un nuovo indicatore sui rifugiati approvato dalla Commissione statistica delle Nazioni Unite a marzo di quest’anno.

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Donne e bambine in fuga o apolidi a rischio più elevato durante la pandemia da coronavirus

Posted by fidest press agency su giovedì, 23 aprile 2020

Il COVID-19 non sta solamente mietendo vittime e stravolgendo la vita delle comunità di tutto il mondo, ma sta anche comportando enormi rischi per la protezione di donne e bambine costrette a fuggire dalle proprie case, ha affermato oggi Gillian Triggs, Assistente Alto Commissario per la Protezione dell’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati.
“In questo momento storico segnato dalla pandemia, è necessario assicurare con urgenza la protezione di donne e bambine rifugiate, sfollate e apolidi, essendo tra le persone più a rischio. È necessario sbarrare le porte agli aggressori e non risparmiare alcuno sforzo per assicurare assistenza alle donne sopravvissute ad abusi e violenze”, ha dichiarato Gillian Triggs.Le politiche di isolamento, confinamento e quarantena adottate in tutto il mondo in risposta alla pandemia hanno portato a una restrizione della libertà di circolazione, una riduzione delle interazioni tra comunità, la chiusura dei servizi e a un peggioramento delle condizioni socioeconomiche. Questi fattori stanno facendo aumentare significativamente i rischi di violenze nei rapporti di coppia. “Alcune possono ritrovarsi confinate all’interno dei propri alloggi o delle proprie case, intrappolate coi propri aggressori senza alcun opportunità di prenderne le distanze o di chiedere aiuto”.“Altre, comprese quante sono prive di documenti di identità o che hanno perso i propri precari mezzi di sostentamento a seguito dei devastanti effetti economici inflitti dal COVID-19, possono ritrovarsi costrette a prostituirsi per sopravvivere o a contrarre matrimoni precoci imposti dalle famiglie. In casa, molte donne si stanno inoltre facendo carico di responsabilità sempre maggiori prendendosi cura dei propri familiari”.Per coloro che sono sopravvissute a violenza o che vi sono esposte, le conseguenze del COVID-19 comportano anche un accesso limitato a servizi di assistenza vitali, quali quelli di sostegno psicosociale, sanitari e di sicurezza. A causa delle restrizioni imposte alla mobilità e delle misure di contenimento del virus, diventa più difficile accedere agli aiuti, senza dimenticare che alcuni servizi, tra i quali l’accoglienza in centri sicuri, sono stati temporaneamente sospesi, riconvertiti o chiusi.“Tutta la rete di unità dell’UNHCR incaricate della protezione è in elevato stato di allerta a livello mondiale. Ove possibile, stiamo adeguando al nuovo contesto i nostri programmi salvavita per donne e bambine vittime di violenza. In alcune località sono ora gestiti da remoto da assistenti sociali col sostegno di reti comunitarie di volontari adeguatamente formati”, ha affermato Gillian Triggs.Le donne sfollate sono esse stesse coinvolte in prima linea nelle operazioni di risposta, comunicando alle proprie comunità informazioni in merito al rischio di violenze e alle misure di prevenzione e protezione sanitaria. Inoltre, aiutano le sopravvissute ad accedere ai servizi di assistenza specializzata disponibili.L’UNHCR sta assicurando, inoltre, assistenza d’emergenza in denaro contante alle donne a rischio e a quante sopravvissute. Si tratta di un’azione coordinata tra tutti gli attori umanitari al fine di attenuare i rischi di violenza sessuale e di genere nei contesti in cui sono implementate le operazioni, tra cui quella di risposta di emergenza alla crisi sanitaria. “Per preservare la vita di ogni individuo e garantirne i diritti, i governi, insieme agli attori umanitari, devono assicurare che, nella definizione dei piani nazionali di prevenzione, risposta e ripresa dagli effetti del COVID-19, terranno in considerazione i crescenti rischi di violenza a cui sono esposte donne sfollate e apolidi”, ha dichiarato Gillian Triggs.Ciò vuol dire assicurare che i servizi vitali destinati a persone sopravvissute a violenza sessuale e di genere siano considerati essenziali e che tutte coloro che sono costrette alla fuga possano accedervi. Tra i servizi vi sono quelli di assistenza sanitaria e di sicurezza, sostegno psicosociale e centri di accoglienza sicuri. Anche il diritto di accesso alla giustizia deve essere garantito.
Considerato l’aggravarsi delle condizioni socioeconomiche a cui stanno facendo fronte molti Paesi che accolgono rifugiati, il sostegno dei donatori sarà fondamentale per mantenere le operazioni che assicurano i servizi essenziali di prevenzione e risposta alla violenza sessuale e di genere, compresi quelli forniti dalle organizzazioni locali gestite da donne.“Tutte le donne e tutte le bambine hanno diritto di vivere una vita libera da qualunque forma di violenza. Restiamo al fianco delle donne e delle bambine in fuga o apolidi, ribadiamo il messaggio del Segretario Generale ed esortiamo tutti i governi a dare priorità alla sicurezza di donne e bambine nella risposta alla pandemia”.

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La situazione di insicurezza in Burkina Faso costringe migliaia di rifugiati maliani alla fuga

Posted by fidest press agency su giovedì, 9 aprile 2020

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, esprime nuovamente apprensione per la crescente insicurezza in Burkina Faso, che, ogni giorno, costringe migliaia di persone alla fuga.Per effetto delle violenze scoppiate in tutta la regione del Sahel, a partire da gennaio 2019 il Burkina Faso ha registrato la fuga di oltre 838.000 persone – una cifra che, giorno dopo giorno, non fa che aumentare.La diffusione del COVID-19 ha introdotto un nuovo fattore di insicurezza nella già instabile situazione.Inoltre, gli attacchi dei militanti hanno colpito circa 25.000 rifugiati maliani, che vivevano presso campi in aree remote a ridosso del confine tra Burkina Faso e Mali. La maggior parte di questi ora ha preso la decisione di fare ritorno a casa, nonostante le condizioni di insicurezza vigenti anche in quelle aree, ritenendo che tale scelta rappresenti il minore tra i due mali. In seguito ad attacchi e ultimatum imposti da parte di gruppi armati, che hanno costretto i rifugiati a fuggire per mettersi in salvo, il campo di Goudoubo, che di recente era arrivato ad accogliere 9.000 persone, di fatto ora risulta essere svuotato.In seguito alla chiusura delle scuole, dell’ambulatorio e del posto di guardia del campo, circa la metà degli ospiti, direttasi verso le regioni di Gao, Mopti e Timbuctu in Mali, ha riferito come insicurezza e aggressioni armate abbiano costituito le ragioni che li hanno costretti a fuggire senza avere altra opzione se non quella di fare ritorno.La restante metà si è trasferita in altre località all’interno del Burkina Faso. Circa 2.500 rifugiati hanno raggiunto i numerosi sfollati burkinabé presenti nella città di Dori, in cui la popolazione vive in condizioni disperate e necessita con urgenza di alloggi, acqua e servizi sanitari. Attacchi sferrati nell’area circostante il campo hanno costretto alla fuga anche una parte di abitanti del villaggio di Goudoubo.La situazione di insicurezza ha ora travolto tutte le 13 regioni del Burkina Faso. La settimana scorsa, nel corso di una serie di attacchi, almeno 32 persone sono state uccise e moltissime altre sono rimaste ferite.Le violenze, inoltre, a novembre 2019 hanno costretto l’UNHCR a ricollocare il proprio personale fuori dal campo profughi di Mentao, vicino a Djibo. Da allora, l’accesso a oltre 6.000 rifugiati è potuto avvenire solo sporadicamente e le loro condizioni di vita sono andate peggiorando. Molti rifugiati accolti nel campo, inoltre, hanno riferito l’intenzione di fare ritorno in Mali una volta allentate le restrizioni dovute alla diffusione del COVID-19.Tuttavia, l’instabilità della situazione in Mali non permette a molti di fare ritorno alle proprie terre di origine. Le condizioni di insicurezza permangono e, nell’ambito della risposta al COVID-19, le autorità hanno imposto il coprifuoco, misura che ha alimentato le preoccupazioni in relazione alla sicurezza e alla salute tra le categorie vulnerabili. L’UNHCR lavora sul campo con le autorità e con i partner, assicurando che i rifugiati di ritorno ricevano alloggio, beni di prima necessità e assistenza in denaro per soddisfare le esigenze iniziali. L’UNHCR, inoltre, sta fornendo alle autorità i dispositivi sanitari e igienici necessari nell’ambito della risposta alla pandemia da COVID-19.

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Aumenta il numero di camerunensi in fuga verso la Nigeria

Posted by fidest press agency su domenica, 16 febbraio 2020

Nelle ultime due settimane, quasi 8.000 rifugiati camerunensi sono fuggiti verso gli Stati di Taraba e di Cross River, nella Nigeria sudorientale, portando il totale della popolazione camerunense rifugiata nel Paese a quasi 60.000 unità. Considerate le testimonianze di rifugiati secondo cui vi sarebbero ancora persone in aree remote di frontiera che potrebbero tentare di fare ingresso in Nigeria, l’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, stima che vi saranno ulteriori arrivi.Quest’ultimo afflusso si è verificato proprio alla vigilia delle elezioni politiche tenutesi in Camerun lo scorso fine settimana. Le persone fuggono dalle violenze in corso tra forze di sicurezza e gruppi armati. Quest’esodo rappresenta solo l’ultimo stadio di una crisi che ha fatto registrare un aumento del numero di sfollati interni nelle regioni camerunensi del Nordovest e del Sudovest nell’arco dell’ultimo trimestre del 2019.I rifugiati hanno riferito di essere fuggiti dalle violenze e alcuni hanno perfino varcato il confine riportando ferite da arma da fuoco. Secondo quanto comunicato dai nuovi arrivati, la maggior parte di essi proviene da aree di frontiera e ha percorso a piedi la savana e le foreste.Governi e comunità locali, i primi chiamati a rispondere a questi ultimi arrivi, devono assicurare cibo, riparo e articoli domestici, beni di cui coloro che sono fuggiti abbandonando tutti i propri averi hanno disperato bisogno.Attualmente, i nuovi arrivati sono accolti all’interno di scuole pubbliche e strutture sanitarie oppure presso famiglie locali. I 51.000 rifugiati registrati arrivati prima di quest’ultima ondata sono accolti tra circa 87 comunità locali negli Stati di Akwa-Ibom, Benue, Cross River e Taraba. Inoltre, presso quattro insediamenti l’UNHCR e i partner umanitari stanno garantendo protezione, cibo, beni di sostentamento, alloggio e assistenza sanitaria.“L’UNHCR sta lavorando a stretto contatto con le autorità nigeriane per garantire che i rifugiati possano accedere ad alloggi e servizi di base. Viste le pressanti esigenze umanitarie, stiamo supportando sia i rifugiati sia le comunità che li accolgono assicurandoci, inoltre, che su queste ultime non gravino oneri insostenibili date le modeste risorse a loro disposizione”, ha dichiarato Roger Hollo, Vice Rappresentante dell’UNHCR in Nigeria.“I rifugiati devono inoltre essere supportati per divenire autosufficienti. L’accesso a istruzione, servizi sanitari e mercato del lavoro, potrà permettere loro di prendersi cura delle proprie famiglie e di contribuire alla vita sociale ed economica delle comunità che li accolgono”. Cibo, alloggio e assistenza sanitaria restano le esigenze prioritarie dei nuovi arrivati. È inoltre necessario rilevare come le scuole non possano ospitare tutti i minori rifugiati in arrivo, considerato che alcune classi accolgono contemporaneamente oltre 200 bambini.
Secondo stime delle Nazioni Unite, agli oltre 679.000 sfollati interni attualmente presenti nelle regioni camerunensi del Nordovest e del Sudovest, vanno ad aggiungersi i quasi 60.000 civili che hanno varcato la frontiera in cerca di asilo in Nigeria.In Nigeria, l’UNHCR guida la risposta internazionale volta a proteggere le persone costrette a fuggire a causa di conflitti e persecuzioni.

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Per contrastare la fuga di cervelli, occorrono sforzi congiunti ‎ per migliorare la qualità della vita in tutte le regioni dell’UE

Posted by fidest press agency su domenica, 16 febbraio 2020

Il 20 febbraio il Consiglio “Istruzione, gioventù, cultura e sport” terrà un dibattito orientativo sul tema “Brain circulation – a driving force for the European Education Area” (La circolazione dei cervelli: una forza trainante per lo spazio europeo dell’istruzione). Il 23 gennaio il relatore Emil Boc ha presentato il progetto di parere del CdR al comitato Istruzione del Consiglio, su invito della presidenza croata del Consiglio dell’UE. La presidenza croata ha incluso tra le sue priorità la garanzia di una mobilità equilibrata di scienziati e ricercatori, grazie alla promozione di un apprendimento di alto livello lungo tutto l’arco della vita e allo sviluppo di competenze per i posti di lavoro del futuro.Nel novembre 2018 il CdR ha pubblicato uno studio dal titolo “Addressing brain drain: The local and regional dimension” (Affrontare il problema della fuga di cervelli: la dimensione locale e regionale) , che, illustrando 30 iniziative di successo realizzate da enti locali e regionali di 22 Stati membri, fornisce elementi utili per comprendere meglio i modi in cui le regioni potrebbero rendersi più attrattive e quindi trattenere o richiamare forza lavoro giovane e qualificata.

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A migliaia costretti alla fuga dalla recrudescenza delle violenze nel Mozambico settentrionale

Posted by fidest press agency su domenica, 9 febbraio 2020

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, sta intensificando la risposta nella provincia di Cabo Delgado, in Mozambico, dove il recente riacutizzarsi delle violenze ha costretto migliaia di persone a fuggire per mettersi in salvo. Sono almeno 100.000 le persone attualmente sfollate in tutta la provincia.Nei mesi passati si è registrato un drastico aumento di aggressioni brutali perpetrate da gruppi armati, con le ultime settimane rivelatesi il periodo più instabile dagli incidenti scoppiati nell’ottobre del 2017. In totale, nella provincia sono stati registrati almeno 28 attacchi dall’inizio dell’anno. Attualmente, risultano aggressioni commesse in nove dei sedici distretti di Cabo Delgado. La provincia è una delle aree meno sviluppate del Paese. Le violenze si stanno ora verificando anche nei distretti meridionali di Cabo Delgado, spingendo le persone a fuggire verso Pemba, il capoluogo della provincia. Uno degli incidenti più recenti è avvenuto a soli 100 km da Pemba.Gruppi armati hanno colpito in modo casuale i villaggi locali terrorizzando la popolazione. Le persone in fuga riferiscono di omicidi, mutilazioni, torture, case date alle fiamme, e coltivazioni ed esercizi commerciali distrutti. L’UNHCR ha raccolto testimonianze di decapitazioni, rapimenti e sparizioni di donne e bambini. Talvolta, gli aggressori avvertono la popolazione locale comunicando luogo e ora in cui colpiranno, creando così il panico e spingendo le persone a fuggire in fretta e furia dai villaggi. La maggior parte si lascia tutto alle proprie spalle, non avendo tempo di prendere effetti personali, cibo o documenti d’identità. Al momento sono centinaia i villaggi dati alle fiamme o completamente abbandonati per la campagna a tutto campo di indiscriminato terrore condotta dagli aggressori. Anche le istituzioni governative sono state oggetto di attacchi.I civili sono fuggiti in diverse direzioni, anche verso piccole isole in cui molti non hanno un alloggio in cui vivere. Alcuni, tra cui numerosi bambini e donne, dormono all’aperto e hanno accesso limitato all’acqua potabile. La maggior parte degli sfollati interni (internally displaced persons/IDP) ha trovato riparo presso famiglie o amici andando, così, a incrementare la pressione sulle già scarse risorse locali. Molti sfollati vivono in condizioni estremamente precarie. Il mese scorso, sei persone sono morte di diarrea sull’isola di Matemo.In risposta al rapido aggravarsi della situazione, e su richiesta del Governo del Mozambico rivolta a tutte le agenzie umanitarie, l’UNHCR sta estendendo la propria presenza su tutta la provincia per rispondere in modo più efficace alle crescenti esigenze della popolazione sfollata. Molti sono sopravvissuti a violenze e violazioni dei diritti umani e necessitano urgentemente di protezione e sostegno psicosociale.L’UNHCR contribuirà al coordinamento di tutte le attività di protezione in partenariato col Governo. L’Agenzia, inoltre, nelle prossime settimane dispiegherà personale e aiuti supplementari per soddisfare le necessità, inizialmente a beneficio di 15.000 IDP e delle comunità di accoglienza.Molte delle aree colpite dagli attacchi erano state devastate dal ciclone Kenneth nell’aprile 2019. In quell’occasione, circa 160.000 persone erano state direttamente interessate e hanno necessità di assistenza. Gli abitanti di Cabo Delgado, inoltre, sono stati gravemente colpiti da recenti inondazioni che hanno distrutto i ponti, limitandone ulteriormente l’accesso a cibo e ad altre risorse.L’UNHCR chiede che sia garantito con urgenza un sostegno deciso volto a consentirle di intensificare l’intervento in Mozambico. Nel frattempo, l’Agenzia impegnerà 2 milioni di dollari dalle proprie riserve operative per rispondere alle esigenze iniziali.

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La fuga dei cervelli: il maggior deficit dell’Italia

Posted by fidest press agency su sabato, 8 febbraio 2020

A cura di Sabino Costanza, Co-Founder di Credimi. Da sempre la capacità di attrarre e trattenere i migliori talenti fa la differenza nello sviluppo di un’impresa, ma oggi sembra essere diventata una sfida molto più difficile. Basti pensare che secondo l’indagine Talent Trends Report 2019, condotta dalla società di risorse umane Randstad Sourceright su 17 Paesi, per il 76% dei manager la scarsità di figure con competenze avanzate è una preoccupazione costante ed è l’elemento che influenza maggiormente le performance aziendali. In Italia la situazione è resa più complicata dalla nota fuga dei cervelli, che costa 14 miliardi di euro l’anno: poco meno di un punto di Pil e quasi metà dell’intera legge di bilancio 2020. Secondo il ministro dell’Istruzione, Lorenzo Fioramenti, ogni laureato che lascia l’Italia crea un danno alle casse dello Stato – sotto forma di tasse perse – da 250mila euro, 300mila se chi se ne va ha in tasca anche un master.Negli ultimi 10 anni, i governi hanno studiato ogni tipo d’incentivazione al rientro dei cervelli: per esempio l’ultimo decreto crescita ha portato l’abbattimento dell’imponibile per i lavoratori rimpatriati dal 50% al 70% (addirittura al 90% se la residenza viene trasferita in una delle regioni del Mezzogiorno) e ha aumentato la durata del beneficio che in presenza di particolari condizioni (ad esempio per chi ha figli e per chi acquista un’abitazione di proprietà) può arrivare fino a 13 anni. E qualcosa inizia a muoversi: quest’anno per la prima volta Milano è entrata nella top 50 del Global Talent Competitiveness Index, presentato di recente a Davos, al 41esimo posto nella classifica mondiale delle città più allettanti per i talenti.Eppure, secondo i dati Istat, tra il 2013 e il 2017 il numero di laureati espatriati è aumentato del 41,8%, mentre i rimpatri sono rimasti pressoché costanti. Di conseguenza, il saldo migratorio con l’estero è peggiorato negli anni. Solo nel 2017 sono emigrati circa 115mila italiani e più della metà era in possesso di un titolo di studio medio-alto: 33mila diplomati e 28mila laureati. Peggio: quasi 48 mila persone avevano tra i 18 e i 34 anni, mentre gli italiani tra i 35 ed i 49 anni che hanno lasciato il Paese sono stati 32mila.Nonostante gli sforzi della politica, quindi, l’Italia sta sperimentando un brain drain da Paese in via di sviluppo. Anche perché i numeri mostrano la sostanziale inefficacia delle politiche a sostegno del rientro: dei 14mila italiani rientrati negli ultimi 8 anni in università ed enti di ricerca nazionali, la metà ha già scelto di riapprodare in un ateneo nordeuropeo, un laboratorio londinese, una multinazionale con sede lontana sia da Roma che da Milano. Come a dire che terminati gli incentivi, la strada maestra è quella della nuova fuga.
E così, relativamente agli ultimi dieci anni, la fondazione Leone Moressa calcola un saldo negativo fra gli italiani emigrati all’estero è quelli rientrati in patria pari a 250mila unità. È quindi fondamentale mettere in atto ampie strategie di sistema attraverso le quali l’Italia possa diventare più attrattiva per i talenti stranieri e meno ostile verso i suoi laureati.E in questo senso il ruolo del governo è importante, ma lo è altrettanto quello delle aziende perché come abbiamo visto in questi anni non si può pensare di competere con il resto del mondo a colpi di incentivi fiscali. È cruciale lavorare sullo scopo delle aziende, sui loro obiettivi. Soprattutto quando ci si rivolge alle generazioni più giovani bisogna essere consapevoli di quanto sia fondamentale per loro il senso di quello che fanno.Più che sugli incentivi, quindi, lo Stato potrebbe lavorare sulla semplificazione normativa per agevolare la nascita di aziende innovative capaci di intercettare questi bisogni. La storia di Credimi, in questo senso, è molto chiara: il 25% dei nostri collaboratori è tornato in Italia per lavorare con noi, per sposare un progetto che aiuta le aziende a finanziare la propria crescita attraverso uno strumento, quello del factoring digitale, rapido e trasparente.Cogliere l’importanza del ruolo dell’azienda all’interno della società permette di far fronte a ostacoli che una volta erano insormontabili come quello dello stipendio: oggi la remunerazione non è l’unica voce che conta, anzi, più la carriera del lavoratore avanza più sono importanti altri aspetti. Secondo una ricerca della School of Management della Bocconi, i Millennial più che ad un’alta remunerazione, puntano alla possibilità di crescere, fare formazione, godere di benefit e avere orari di lavoro flessibili, resi possibili dall’approccio digitale. Per i giovani lavoratori è importante, in particolare, ottenere un buon bilanciamento tra lavoro e vita privata: per questo anche in Credimi stiamo studiando pacchetti sempre più innovativi come, per esempio, la possibilità di operare da remoto in luoghi scelti dagli stessi lavoratori.Essere flessibili è fondamentale per attrarre le persone migliori e per farlo è ancora più importante non limitarsi solo all’Italia: noi ci siamo concentrati molto sulle nostre comunità all’estero perché riteniamo che la diversità all’interno dell’azienda sia un valore enorme. Il beneficio per le aziende di questo tipo di approccio è evidente, ma attrarre persone preparate e motivate fa la differenza anche per il sistema Paese.Tutti possono fare la loro parte: le aziende con uno scatto avanti coraggioso; ma anche lo Stato, creando un ecosistema accogliente, meno burocratizzato e con più servizi, in cui le imprese si sentano più libere di muoversi.

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Fuga dei cervelli all’estero

Posted by fidest press agency su lunedì, 3 febbraio 2020

I dati relativi all’occupazione prevedono un numero pari a 461 mila assunzioni nel 2020, ma le competenze richieste scarseggiano. I dati sono stati diffusi dal Bollettino mensile del Sistema informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere e Anpal. La professione che vanta la maggior difficoltà di reperimento è quella degli specialisti in scienze informatiche, fisiche e chimiche (65%); i giovani possono avere più opportunità innalzando sempre più il livello della propria preparazione e arricchendola con ogni possibile esperienza lavorativa. «I nostri giovani sono le risorse migliori su cui l’Italia può puntare non solo per crescere, ma per diventare il principale competitor su scala mondiale- dichiara Antonio Marchese, vicepresidente esecutivo di Soft Strategy-. Perché continuare a perdere le menti migliori nell’indifferenza generale, perché non cercare di arginare la cosiddetta “fuga dei cervelli” all’estero? La soluzione per la crescita del Paese sono proprio loro. Il nostro esempio lo dimostra: puntiamo sui talenti migliori per galoppare l’epoca dell’industria 4.0 e della digitalizzazione dei processi anche in ambito pubblico, è anche grazie a loro che il Gruppo Soft Strategy in tre anni è stato capace di passare da 14 a 25 milioni di fatturato. E se aumenta il fatturato delle imprese aumenta la possibilità di investire e di conseguenza l’economia riparte. Noi crediamo molto anche nelle competenze presenti al Sud ed è per questo che nel 2019 abbiamo deciso di investire anche con la creazione di una nuova realtà, Soft Strategy Local Government con sede operativa a Palermo focalizzata sulla pubblica amministrazione locale». E mentre le menti migliori lasciano il Paese, continua a crescere il cosiddetto mismatch, ovvero il gap tra la domanda delle aziende che devono assumere e il livello di competenze che i giovani riescono ad offrire. Stando ai dati elaborati nell’ultimo Rapporto Excelsior di Unioncamere “La domanda di professioni e di formazione delle imprese italiane nel 2018”, Una delle informazioni più preziose contenute nell’indagine è proprio la valutazione operata dalle imprese sulla difficoltà di reperimento delle figure professionali da cui emerge che dall’analisi delle prime trenta professioni, si evidenza come nella filiera dell’elettronica e informatica si concentra una significativa richiesta di figure non facilmente reperibili sul mercato a diversi livelli di specializzazione (analisti e progettisti di software, esperti di apparecchiature informatiche, ingegneri elettrotecnici). «Al mercato del lavoro al momento mancano i profili giusti- dichiara Miriam Persico, Direttore Area Legal e risorse Umane di Soft Strategy-. Gli studenti che fanno percorsi di studi che hanno un’evoluzione in linea con i sistemi informatici sono pochi, per questo facciamo fatica a reperire risorse. All’interno dei nostri percorsi di formazione aziendale creiamo dei veri e propri vivai sostenendo e incentivando master di formazione attraverso i quali riusciamo a collocare nella nostra azienda i profili in base alle professionalità di ognuno».

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Migliaia di persone costrette alla fuga a causa delle violenze in Darfur

Posted by fidest press agency su giovedì, 30 gennaio 2020

Oltre 11.000 persone sono state costrette a rifugiarsi nel vicino Ciad a partire dal mese scorso a causa degli scontri in corso a El Geneina, nello Stato del Darfur Occidentale. Di queste, 4.000 sono fuggite solo nell’ultima settimana e si stima, inoltre, che ci siano altri 46.000 sfollati interni.La maggior parte delle persone coinvolte era già costituita da sfollati interni e quando, a fine dicembre 2019, gli attacchi sono stati sferrati nel Darfur Occidentale, anche ai danni dei campi di accoglienza, hanno trovato rifugio temporaneo in scuole, moschee e altri edifici di El Geneina.Trovandosi El Geneina a soli 20 km dal confine, migliaia di rifugiati hanno fatto ingresso in Ciad. L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, prevede che il numero potrebbe toccare le 30.000 unità nelle prossime settimane, considerato che le tensioni non accennano a diminuire. Il personale dell’UNHCR sul campo ha raccolto testimonianze di persone costrette a fuggire in seguito agli attacchi contro villaggi, proprietà e case, diverse delle quali distrutte da incendi.
In Ciad, attualmente i rifugiati sono sparsi tra diversi villaggi lungo una linea che corre per quasi 100 km a ridosso del confine, intorno al paese di Adré, provincia di Ouaddaï, in un’area che accoglie già 128.000 rifugiati sudanesi. Le condizioni abitative sono disperate. La maggior parte non ha un riparo o vive in alloggi di fortuna, esposta alle intemperie. È necessario assicurare cibo e acqua potabile, e anche le condizioni sanitarie sono fonte di preoccupazione.L’UNHCR, le controparti governative e i partner umanitari sono impegnati sul campo per coordinare la risposta a quest’emergenza, registrare i rifugiati e assicurare aiuti salvavita quali cibo, acqua potabile, beni di prima necessità. Sono attive le procedure per l’identificazione e l’assistenza dei rifugiati portatori di esigenze particolari, tra i quali i minori non accompagnati.Tuttavia, il numero di rifugiati in arrivo rischia di eccedere le capacità di risposta. Saranno necessari maggiori risorse e sostegno per far fronte alla crisi.In collaborazione col Governo del Ciad, l’UNHCR sta individuando un’area più lontana dal confine, nella quale i rifugiati possano essere trasferiti e vedersi garantite la sicurezza e l’assistenza di cui hanno disperatamente bisogno. Intanto nel Darfur Occidentale, l’UNHCR e altri attori umanitari stanno inoltre distribuendo con solerzia beni di prima necessità quali coperte, materassi e taniche a uomini, donne e bambini, in oltre trenta punti di raccolta. La settimana scorsa, in altri Stati del Darfur sono stati consegnati ulteriori beni grazie ai carichi trasportati su camion provenienti dai depositi dell’UNHCR, ed altri aiuti sono in procinto di essere consegnati.L’UNHCR continua a chiedere alla comunità internazionale di sostenere il governo di transizione del Sudan per sradicare le cause del conflitto in Darfur. Per costruire la pace sarà fondamentale ripristinare la sicurezza. Ciò consentirà anche di avviare programmi di assistenza allo sviluppo necessari per supportare la realizzazione di soluzioni sostenibili, tra le quali il ritorno degli sfollati interni sudanesi e di coloro che si sono rifugiati oltreconfine, quando le condizioni lo consentiranno.

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Il costo della fuga dei giovani

Posted by fidest press agency su martedì, 8 ottobre 2019

Da circa un decennio l’Italia è tornata ad essere terra di emigrazione: in dieci anni abbiamo perso quasi 500 mila italiani (saldo tra partenze e rientri di connazionali). Tra questi, quasi 250 mila giovani (15-34 anni). Considerando le caratteristiche lavorative dei giovani in Italia, possiamo stimare che questa “fuga” ci sia costata 16 miliardi di euro (oltre 1 punto percentuale di PIL): è infatti questo il valore aggiunto che i giovani emigrati potrebbero realizzare se occupati nel nostro paese.Il gap tra giovani italiani ed europei. Tra le cause di questo esodo vi sono sicuramente le (scarse) opportunità occupazionali che l’Italia offre ai propri giovani. L’Italia registra il tasso di occupazione più basso d’Europa nella fascia 25-29 anni (54,6%, contro una media Ue del 75,0%). Il tasso di disoccupazione italiano (19,7%) è il terzo più alto dopo Grecia e Spagna, dieci punti oltre la media europea (9,2%). Nella stessa fascia d’età, anche il tasso di NEET (chi non studia e non lavora) è il più alto d’Europa: 30,9%, media Ue 17,1%. Inoltre, il livello d’istruzione dei nostri giovani è molto basso: tra i 25 e i 29 anni solo il 27,6% è laureato, quasi 12 punti in meno rispetto alla media europea. Il declino demografico dell’Italia. La popolazione italiana sta diminuendo: si fanno pochi figli (mediamente 1,32 per donna) e il saldo tra nati e morti è negativo da oltre 25 anni. Quindi calano i giovani e aumentano gli anziani: l’Istat prevede che nel 2038 gli over 65 saranno un terzo della popolazione (31,3%). Ciò determinerà squilibri economici e finanziari, dato che proporzionalmente diminuiscono i lavoratori e aumentano i pensionati.Chi sono gli immigrati in Italia. La presenza straniera in Italia è stabile negli ultimi anni, con 5,2 milioni di stranieri residenti a fine 2018 (8,7% della popolazione). Il saldo migratorio rimane positivo (+245 mila), anche se la composizione dei nuovi arrivi è molto diversa rispetto al passato: prevalgono i ricongiungimenti familiari, si stabilizzano gli arrivi per motivi umanitari, mentre sono quasi nulli gli ingressi per lavoro. Vi è, complessivamente, una lieve prevalenza di donne (52%) e una netta dominanza di paesi dell’Est Europa (oltre il 45% del totale). Le prime nazionalità (23,0% Romania, 8,4% Albania, 8,0% Marocco) evidenziano che la maggior parte degli immigrati è qui da oltre dieci anni. Il valore dell’immigrazione. Nel 2018 i lavoratori stranieri sono 2,5 milioni, pari al 10,6% degli occupati totali. La ricchezza prodotta da questi lavoratori è stimabile in 139 miliardi di euro, pari al 9% del PIL. Gli occupati stranieri si concentrano nelle professioni non qualificate (33,3%), mentre solo il 7,6% svolge mansioni qualificate (il restante 60% si divide quasi equamente tra operai / artigiani e commercianti / impiegati). Il contributo economico dell’immigrazione è inoltre dato da oltre 700 mila imprenditori nati all’estero (9,4% del totale) e, a livello fiscale, da 2,3 milioni di contribuenti. Da essi provengono un gettito Irpef di 3,5 miliardi di euro (su un ammontare di 27,4 miliardi di redditi dichiarati) e 13,9 miliardi di contributi previdenziali e assistenziali versati.

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Dietro la fuga di Kappler i litigi tra leader della Democrazia Cristiana

Posted by fidest press agency su venerdì, 16 agosto 2019

By David Spagnoletto. Una storia in salsa italiana, tipica della strategia della tensione che ha coinvolto il Paese dalla strage di Piazza Fontana agli attentati dei primi Anni 80: la verità mescolata a tante bugie col risultato che ognuno sposava una tesi diversa, creando una voluta Babele di opinioni e di presunte verità.Non esce da questo schema, la fuga di Herbert Kappler, nazista condannato all’ergastolo per l’eccidio delle Fosse Ardeatine e a 15 anni per la “requisizione arbitraria” di 59 chilogrammi d’oro della Comunità Ebraica di Roma. Se ne sono scritte tante sull’evasione del SS dal reparto di chirurgia del Celio, ospedale militare di Roma. Come quella che lo voleva nella valigia della moglie che lasciava il nosocomio indisturbata. Una suggestione fatta balenare dal dc Vito Lattanzio, ministro della Difesa, rivelatasi ovviamente infondata viste le misure della borsa lunga 80 centimetri, larga 65 e con uno spessore di 15: per intenderci non ci sarebbe entrato dentro neanche un bambino. Prima, le due versioni di suor Barbara, la prima che si accorse della sparizione. In un primo momento la religiosa sostenne di aver trovato un fantoccio nel letto al posto dell’ufficiale delle Ss, salvo poi ritrattare dicendo di aver pensato che l’uomo fosse in giardino per una passeggiata. Comun denominatore: allarme tardivo e altro vantaggio decisivo per Kappler.Poi è la volta della signora Kappler, che inizialmente disse di essersi caricato addosso il marito e di averlo calato dalla finestra con fune e carrucola, dall’altezza di dodici metri, fatto arrivare in strada grazie al montacarichi. Nel 2007 ammise la messinscena: Parlai della corda e della carrucola perché non volevo che qualcuno fosse incolpato. In realtà, avvolsi il colonnello in una coperta e lentamente ci avviammo per le scale, scendendo un gradino alla volta senza fare il minimo rumore. Giunti in macchina, distesi mio marito sul sedile posteriore. Era quasi l’una di notte e sapevo di poter contare su almeno sette ore di vantaggio, fino al controllo mattutino del prigioniero.I complici della fuga furono talmente tanti che si fa fatica a contarli. La verità è che Italia e Germania erano in trattativa da mesi in quel caldo 1977, anno passato alla storia per il “governo della non sfiducia” per l’astensione del Pci di Enrico Berlinguer al governo di solidarietà nazionale presieduto da Giulio Andreotti. Un anno dopo durante la prigionia nel carcere del popolo della Brigate Rosse, il presidente dc Aldo Moro scrisse una lettera dissociandosi da una trattativa di cui il capro espiatorio fu il ministro Lattanzio.

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Migliaia in fuga da nuove violenze in Congo

Posted by fidest press agency su giovedì, 27 giugno 2019

Circa 7.500 rifugiati congolesi sono arrivati in Uganda dall’inizio di giugno, incrementando la pressione sulle strutture di accoglienza già sovraccariche.La recrudescenza degli scontri tra i gruppi rivali Hema e Lendu nel nord-est della Repubblica Democratica del Congo (RDC) costringe gli abitanti del paese a fuggire e ad attraversare il confine con l’Uganda a un ritmo di 311 persone al giorno, più del doppio rispetto a quanto avvenuto nel mese di maggio (145 persone al giorno).Gli arrivi più recenti testimoniano una brutalità estrema. Gruppi armati starebbero attaccando villaggi, saccheggiando e incendiando case, e uccidendo uomini, donne e bambini. La maggior parte delle persone fugge in Uganda attraverso il lago Albert dalla provincia di Ituri, dove si stima che dall’inizio di giugno il numero di sfollati abbia raggiunto quota 300.000.Alcuni rifugiati arrivano portando con sé numerosi beni ed effetti personali, temendo di non poter fare ritorno a casa per molto tempo. Altri, fuggiti da pericoli imminenti, hanno con sé poco più dei loro vestiti. Quasi due terzi delle persone in fuga sono minori.
I rifugiati giunti in Uganda affermano che molte altre persone potrebbero arrivare; tuttavia, i gruppi armati starebbero impedendo ad alcune persone di lasciare la RDC, mentre altri cercano, con fatica, di ottenere il denaro necessario a pagarsi il viaggio in barca – una somma equivalente a meno di 6 dollari USA.In Uganda, intanto, le strutture di transito e accoglienza sono al limite. I nuovi arrivati vengono innanzitutto portati in un centro di transito a Sebagoro, un piccolo villaggio di pescatori sulla riva del lago, dove vengono sottoposti a controlli sanitari. I rifugiati vengono in seguito trasferiti al centro di accoglienza di Kagoma, a pochi chilometri di distanza. Attualmente il centro ospita circa 4.600 persone, 1.600 in più della capienza massima prevista.Centinaia di rifugiati hanno ricevuto lotti di terra vicino all’insediamento di Kyangwali. Tuttavia, a causa del ritmo con cui nuovi rifugiati arrivano in Uganda, i bisogni delle persone superano di gran lunga l’assistenza che gli operatori umanitari sono in grado di fornire.Alloggi e generi di primo soccorso costituiscono la priorità più urgente. Inoltre, autobus e camion sono necessari per trasferire i rifugiati dai centri di accoglienza sul confine agli insediamenti. Molti rifugiati hanno poi urgente bisogno di supporto psico-sociale e post-trauma.Mentre i punti di raccolta e i centri di transito e accoglienza sono dotati di apparecchiature per i controlli diagnostici, le strutture sanitarie hanno bisogno di essere ristrutturate, e nelle cliniche mancano personale medico e farmaci.Le scuole, già sovraffollate e a corto di personale, hanno bisogno di notevole sostegno al fine di soddisfare le esigenze relative all’istruzione dei nuovi arrivati.L’UNHCR fa appello alla comunità internazionale affinché renda disponibili ulteriori finanziamenti. All’avvicinarsi della fine di giugno, l’UNHCR e i partner con cui lavora per rispondere alla situazione dei rifugiati in Uganda hanno ricevuto 150 milioni di dollari USA, equivalenti al 17% dei 927 milioni necessari per finanziare le loro operazioni.

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70 milioni in fuga nel mondo

Posted by fidest press agency su giovedì, 20 giugno 2019

Nel 2018, Il numero di persone in fuga da guerre, persecuzioni e conflitti ha superato i 70 milioni. Si tratta del livello più alto registrato dall’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, in quasi 70 anni di attività. I dati raccolti nel rapporto annuale dell’UNHCR Global Trends, mostrano come attualmente siano quasi 70,8 milioni le persone in fuga. Per coglierne la portata, tale cifra corrisponde al doppio di quella di 20 anni fa, con 2,3 milioni di persone in più rispetto a un anno fa, e a una popolazione di dimensione compresa fra quelle di Thailandia e Turchia.
La cifra di 70,8 milioni registrata dal rapporto Global Trends è composta da tre gruppi principali. Il primo è quello dei rifugiati, ovvero persone costrette a fuggire dal proprio Paese a causa di conflitti, guerre o persecuzioni. Nel 2018 il numero di rifugiati ha raggiunto 25,9 milioni su scala mondiale, 500.000 in più del 2017. Inclusi in tale dato sono i 5,5 milioni di rifugiati palestinesi che ricadono sotto il mandato dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione dei rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente (United Nations Relief and Works Agency/UNRWA).
Il secondo gruppo è composto dai richiedenti asilo, persone che si trovano al di fuori del proprio Paese di origine e che ricevono protezione internazionale, in attesa dell’esito della domanda di asilo. Alla fine del 2018 il numero di richiedenti asilo nel mondo era di 3,5 milioni.Infine, il gruppo più numeroso, con 41,3 milioni di persone, è quello che include gli sfollati in aree interne al proprio Paese di origine, una categoria alla quale normalmente si fa riferimento con la dicitura sfollati interni (Internally Displaced People/IDP).
La crescita complessiva del numero di persone costrette alla fuga è continuata a una rapidità maggiore di quella con cui si trovano soluzioni in loro favore. La soluzione migliore per qualunque rifugiato è rappresentata dalla possibilità di fare ritorno nel proprio Paese volontariamente, in condizioni sicure e dignitose. Altre soluzioni prevedono l’integrazione nella comunità di accoglienza o il reinsediamento in un Paese terzo. Tuttavia, nel 2018 solo 92.400 rifugiati sono stati reinsediati, meno del 7 per cento di quanti sono in attesa. Circa 593.800 rifugiati hanno potuto fare ritorno nel proprio Paese, mentre 62.600 hanno acquisito una nuova cittadinanza per naturalizzazione.
“Ad ogni crisi di rifugiati, ovunque essa si manifesti e indipendentemente da quanto tempo si stia protraendo, si deve accompagnare la necessità permanente di trovare soluzioni e di rimuovere gli ostacoli che impediscono alle persone di fare ritorno a casa”, ha dichiarato l’Alto Commissario Filippo Grandi. “Si tratta di un lavoro complesso che vede l’impegno costante dell’UNHCR, ma che richiede che anche tutti i Paesi collaborino per un obiettivo comune. Rappresenta una delle grandi sfide dei nostri tempi”.

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Persone in fuga dal Venezuela

Posted by fidest press agency su venerdì, 24 maggio 2019

Ginevra. Considerato l’aggravarsi delle condizioni politiche, economiche, umanitarie e relative al rispetto dei diritti umani in Venezuela che, ad oggi, hanno spinto 3,7 milioni di persone a fuggire, l’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, ritiene che la maggioranza di queste necessiti di protezione internazionale.In una nota d’orientamento aggiornata pubblicata oggi, l’UNHCR rinnova l’appello agli Stati affinché consentano ai venezuelani l’accesso ai propri territori assicurando loro protezione e standard di accoglienza adeguati, sottolineando la necessità cruciale di garantire la sicurezza di quanti sono costretti a fuggire per salvare la propria vita e la propria libertà.L’obiettivo della nota d’orientamento aggiornata è quello di assistere le figure preposte all’esame delle domande di protezione internazionale presentate dai richiedenti asilo venezuelani e i responsabili delle politiche governative in materia.Alla fine del 2018, circa 460.000 venezuelani avevano presentano formalmente domanda di asilo, la maggior parte in Paesi vicini in America Latina. La nota riconosce che il numero di persone in fuga dal Venezuela pone sfide complesse e che esaminare le domande di asilo individualmente potrebbe rivelarsi non praticabile, motivo per cui in essa si raccomanda di procedere al riconoscimento per gruppi.Per determinati profili di venezuelani a rischio, la nota di orientamento dell’UNHCR suggerisce di applicare la Convenzione relativa allo statuto dei Rifugiati del 1951. In ogni caso, sulla base dei criteri più generali previsti dalla Dichiarazione di Cartagena del 1984 in vigore in America Latina, la maggioranza dei venezuelani necessita di protezione internazionale. Tale riferimento normativo è giustificato dai rischi per la vita, la sicurezza e la libertà derivanti dalle circostanze che stanno turbando gravemente l’ordine pubblico in Venezuela.
L’UNHCR, insieme all’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM/IOM), ha più volte accolto con favore la solidarietà mostrata dai governi latinoamericani e caraibici nell’accoglienza dei cittadini venezuelani attraverso una serie di accordi volti a permetterne il soggiorno regolare. Per garantire ai venezuelani maggiore protezione, ora più che mai necessaria, l’UNHCR continua a chiedere agli Stati di coordinare le proprie risposte.L’UNHCR, inoltre, rivolge un appello agli Stati affinché garantiscano che i venezuelani, a prescindere dal proprio status giuridico, non siano espulsi o rimpatriati forzatamente in Venezuela.L’UNHCR, insieme all’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, sta lavorando coi governi, con altre agenzie delle Nazioni Unite e con i partner per assicurare protezione e soddisfare le esigenze di base di rifugiati e migranti venezuelani. Le due organizzazioni hanno nominato un Rappresentante Speciale congiunto, Eduardo Stein, e guidano insieme la Piattaforma regionale inter-agenzie per assicurare una risposta operativa coerente e uniforme.

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Nicaragua: a un anno dall’inizio della crisi, più di 60.000 persone costrette a fuggire oltre confine

Posted by fidest press agency su domenica, 21 aprile 2019

A un anno dall’inizio della crisi politica e sociale che ha colpito il Nicaragua, sarebbero 62.000 le persone fuggite nei Paesi confinanti, e la stragrande maggioranza di queste, circa 55.500 persone, cerca rifugio in Costa Rica.Molti – in un flusso che perlopiù è costituito da rifugiati – hanno dovuto attraversare le frontiere irregolarmente per evitare di essere scoperti, spesso camminando per ore lungo terreni accidentati ed esposti alla forte calura, all’umidità e al rischio di contrarre la malaria. Inizialmente il flusso era costituito principalmente da adulti, ma ora fuggono oltre confine anche famiglie, a volte con figli piccoli.Secondo l’Autorità per le Migrazioni della Costa Rica, a marzo 2019 erano circa 29.500 i nicaraguensi che avevano formalmente presentato domanda d’asilo. Ma con le strutture di accoglienza messe a dura prova, ve ne sono altri 26.000 in attesa di vedere le proprie domande formalizzate.Fra i richiedenti asilo vi sono studenti, ex funzionari pubblici, esponenti politici di opposizione, giornalisti, medici, attivisti per i diritti umani e agricoltori. In numeri significativi necessitano di cure mediche, supporto psicosociale, alloggio e assistenza alimentare.Sia l’Ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (OHCHR) sia la Commissione Interamericana dei Diritti Umani (IACHR) hanno espresso preoccupazione per l’aggravarsi della situazione in Nicaragua a partire da aprile 2018, denunciando gravi violazioni dei diritti umani perpetrate nei confronti di quanti hanno preso parte alle proteste contro il governo e di quanti li hanno sostenuti.L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, elogia gli sforzi compiuti dalla Costa Rica per facilitare alle persone in fuga l’ingresso sul proprio territorio e l’accesso alla procedura d’asilo. Tali sforzi sono ancora più ammirevoli considerata la pressione notevole a cui sono soggetti il sistema d’asilo e le comunità locali.
L’UNHCR sta sostenendo il governo al fine di rafforzare le capacità di accoglienza e di ridurre i tempi necessari per prendere in carico i casi dei nuovi arrivati. Sono stati messi a disposizione 30 ulteriori esperti per la determinazione dello status di rifugiato (case adjudicators), nonché uffici, corsi di formazione e attrezzature per incrementare la capacità dell’Unità Rifugiati del governo, sia nella capitale San José sia nella sede di Upala, vicino al confine, aperta a dicembre 2018. L’UNHCR ha inoltre sostenuto il dispiegamento del personale dei suoi partner lungo il confine e a San José per facilitare l’implementazione di una risposta efficace e coordinata con le autorità statali.L’accesso all’istruzione primaria è garantito a tutti i bambini in Costa Rica, indipendentemente dal loro status giuridico: l’UNHCR ha sostenuto le scuole primarie situate lungo il confine settentrionale che hanno accolto alunni nicaraguensi, mettendo a disposizione banchi, sedie e articoli di cancelleria.Senza una soluzione politica alla crisi in Nicaragua, è probabile che le persone continueranno a fuggire. È necessario raccogliere fondi con urgenza per rafforzare la risposta umanitaria dell’UNHCR volta a consentire ai richiedenti asilo che ne hanno estremo bisogno di accedere agli aiuti, invece di dover ricorrere a lavori informali per pagarsi affitto e alimenti a prezzi fuori dalla loro portata.L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, insieme ad altre agenzie delle Nazioni Unite, sta sviluppando un piano di risposta umanitaria inter-agenzie al fine di sostenere il governo nel soddisfare le esigenze immediate di richiedenti asilo e comunità di accoglienza in condizioni di crescente vulnerabilità.

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