Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 34 n° 316

Posts Tagged ‘fuga’

Abdulrazak Gurnah: Voci in fuga

Posted by fidest press agency su venerdì, 24 giugno 2022

Collana Oceani, trad. Alberto Cristofori, pp. 416, 20 euro. Il nuovo romanzo del vincitore del premio Nobel della Letteratura 2021. Un impetuoso romanzo sulla perdita e la riconquista –della propria terra, dell’amore, di sé – una storia di destini incrociati che unisce le leggende del continente africano e i segreti più nascosti della nostra Europa. Il giovane Ilyas è poco più che un bambino quando viene rapito dalla famiglia per mano di un soldato ascaro di stanza nelle colonie tedesche dell’Ostafrika. Cresce affidato a un agricoltore europeo, impara la lingua e si guadagna un’istruzione, ma la vita insieme ai colonizzatori lo allontana dal suo popolo, ne fa un forestiero a casa propria. Allo scoppio della prima guerra mondiale si arruola volontario per combattere al fianco dei tedeschi, lasciando la sorella Afiya nella casa dell’amico Khalifa. Qui la ragazza incontra il giovane Hamza, tornato dal conflitto senza un soldo e con molte cicatrici nel corpo e nell’anima: dalla loro unione nasce una speranza, un figlio chiamato Ilyas come lo zio scomparso. Ma sono gli anni trenta, i venti di una guerra che sta per scuotere ancora l’Europa arrivano fino alle colonie africane, e il piccolo Ilyas comincia a sentire una voce misteriosa che sembra parlare solo con lui.

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Abdulrazah: “Voci in fuga”

Posted by fidest press agency su lunedì, 30 Maggio 2022

Collana Oceani, trad. Alberto Cristofori, pp. 416, 20 euro. Il nuovo romanzo del vincitore del premio Nobel della Letteratura 2021. Un impetuoso romanzo sulla perdita e la riconquista – della propria terra, dell’amore, di sé – una storia di destini incrociati che unisce le leggende del continente africano e i segreti più nascosti della nostra Europa. L’autore sarà per la prima volta in Italia, a Milano, il 13 giugno, ospite della Milanesiana, ideata e diretta da Elisabetta Sgarbi. Gurnah riceverà il Sigillo della città dal sindaco Beppe Sala; saluti istituzionali del Ministro Franceschini, dell’Assessore alla Cultura Tommaso Sacchi e del presidente di Bookcity Piergaetano Marchetti. Lettura di Gurnah, a seguire un dialogo con Paolo Giordano, concerto di Uri Caine, Change! Il giovane Ilyas è poco più che un bambino quando viene rapito dalla famiglia per mano di un soldato ascaro di stanza nelle colonie tedesche dell’Ostafrika. Cresce affidato a un agricoltore europeo, impara la lingua e si guadagna un’istruzione, ma la vita insieme ai colonizzatori lo allontana dal suo popolo, ne fa un forestiero a casa propria. Allo scoppio della prima guerra mondiale si arruola volontario per combattere al fianco dei tedeschi, lasciando la sorella Afiya nella casa dell’amico Khalifa. Qui la ragazza incontra il giovane Hamza, tornato dal conflitto senza un soldo e con molte cicatrici nel corpo e nell’anima: dalla loro unione nasce una speranza, un figlio chiamato Ilyas come lo zio scomparso. Ma sono gli anni trenta, i venti di una guerra che sta per scuotere ancora l’Europa arrivano fino alle colonie africane, e il piccolo Ilyas comincia a sentire una voce misteriosa che sembra parlare solo con lui.

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Fuga dei cervelli, opportunità o sventura?

Posted by fidest press agency su domenica, 27 marzo 2022

Bologna Lunedì 28 marzo, ore 18 Accademia di Belle Arti di Bologna, Aula Magna. L’impatto su Università e Impresa, ospitata nell’Aula Magna dell’Accademia di Belle Arti di Bologna e organizzata dall’Accademia Clementina con la partecipazione di Carlo Cottarelli, economista ed ex Direttore del Dipartimento Affari Fiscali del Fondo Monetario Internazionale, Giulia Pastorella, autrice del libro Exit Only. Cosa sbaglia l’Italia sui cervelli in fuga (Laterza, 2021), e Giacomo Di Federico, docente presso in Dipartimento di Scienze Giuridiche dell’Università di Bologna. La fuga di talenti comporta perdita di capacità di creazione di impresa e di innovazione culturale e produttiva. Gli effetti negativi dell’emigrazione qualificata sono particolarmente evidenti quando, come nel caso dell’Italia, tende a essere una fuga unidirezionale senza essere compensata da talenti esteri in entrata. L’incontro sarà un’occasione per interrogarsi allo stesso tempo sulle opportunità e sulle difficoltà che il fenomeno generalizzato dei cervelli in fuga rappresenta, analizzando l’impatto sulle Università e sulle Imprese italiane.

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9 Ottobre 1982, la fuga di Al Zomar dopo l’attentato alla Sinagoga di Roma

Posted by fidest press agency su mercoledì, 2 febbraio 2022

A prima vista potrebbe sembrare una storia italiana. Una di quelle che ha caratterizzato i primi decenni della storia repubblicana. Un attentato di cui non si conoscono i veri mandanti, ma solo la manovalanza, spesso neanche per intero. Perché in Italia, durante gli Anni Piombo si sono conosciute le identità di molte vittime e di pochi carnefici.È la storia di Osama Abdel Al Zomar, condannato in contumacia per il reato di strage dalla corte d’appello di Roma nel 1991, perché accusato di far parte del commando che il 9 ottobre 1982 sparò all’impazzata contro la folla che stava uscendo dalla Sinagoga Maggiore della capitale, uccidendo il piccolo Stefano Gay Taché di soli due e anni e ferendo 37 persone.Secondo la ricostruzione dell’allora fidanzata italiana, Osama Abdel Al Zomar avrebbe avuto il ruolo di basista nell’atto terroristico che colpì al cuore l’ebraismo romano.Intervistata negli ultimi giorni da Repubblica, l’attuale professoressa di 62 anni ha detto che la sera del 9 ottobre parlò con lui dell’attentato dopo aver sentito la notizia al TG1: “Discutemmo, perché lui provava a giustificarli. Qualche giorno dopo mi disse che aveva avuto un ruolo, come basista. E poi scappò”. Qualcosa però nelle settimane precedenti aveva insospettito la donna: l’acquisto di una Mercedes da parte dello “squattrinato” Al Zomar. La segnalazione allora riuscì a portare all’automobile e al suo proprietario grazie a una multa in una zona vicina al quartiere ebraico romano. Almeno così dissero le autorità italiane, che su quel maledetto giorno avrebbero ancora molte cose da rivelare. Degli attentatori, quindi, solo Al Zomar venne individuato, gli altri (di cui non si conosce l’esatto numero) furono inghiottiti dai segreti della storia grazie a coperture logistiche locali e internazionali. Osama Abdel Al Zomar fece la sua ricomparsa in Grecia meno di un mese dopo l’attentato. Era il 20 novembre 1982, giorno in cui il terrorista palestinese venne arrestato al confine turco, perché nella sua auto, con la targa di Bari, venne trovato un carico di esplosivo. Condannato per traffico di armi fu rilasciato dopo un periodo nelle carceri greche. Rilasciato, riuscì a raggiungere la Libia, nonostante le richieste di estradizione avanzate dall’Italia al governo di Atene.Dal 1991 di Al Zomar non si hanno notizie. Secondo alcuni fonti pare siamo rimasto in Libia fino alla caduta del regime di Gheddafi, secondo altre sembra sia morto assieme ai suoi segreti.Le domande sono diverse. Quali sono le reti logistiche che hanno permesso ad Al Zomar (come gli altri attentatori del 9 ottobre 1982) di fuggire dall’Italia? Dal 9 ottobre al 20 novembre 1982, dove è stato? L’esplosivo ritrovato nella sua automobile a chi e per cosa era destinato? Perché la Grecia si è opposta all’estradizione in Italia? Magari per patti segreti, che oggi come allora, sono inconfessabili…

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Italia: la fuga dei cervelli e il costante aumento degli anziani nel Paese

Posted by fidest press agency su venerdì, 19 novembre 2021

Rome Business School, scuola parte del network Formación y Universidades creato nel 2003 da De Agostini e dal Gruppo Planeta, ha pubblicato lo studio: “I cambiamenti demografici. Analisi di un fattore determinante per la crescita economica sostenibile, la resilienza sociale e lo sviluppo tecnologico”. La ricerca, a cura di Valerio Mancini, Direttore del Centro di Ricerca della Rome Business School e Katerina Serada, Fondatrice del SDG Hub (Center for Sustainable Economies and Innovation), si sofferma sui cambiamenti demografici in Italia e nel mondo analizzando come questo importante fattore strutturale può determinare l’andamento della crescita economica, dell’innovazione e della transizione verso un’economia digitale, verde e resiliente. Per studiare i cambiamenti demografici e il loro profondo impatto, la ricerca propone un’analisi degli ultimi trend globali e fa il punto sulle debolezze e critiche dell’Italia: i cervelli in fuga e l’essere il paese più anziano d’Europa. Alla fuga dei cervelli e l’aumento della popolazione anziana, si somma il bassissimo tasso di natalità dell’Italia. Gli ultimi dati dell’ISTAT (2021) lanciano un allarme che deve far riflettere sul futuro equilibrio del nostro Paese dal punto di vista demografico, sociale ed economico. Sempre secondo l’ISTAT, nel 2021 c’è stata una straordinaria caduta della frequenza di nascite sotto la soglia simbolica delle mille unità giornaliere: la media è di 992 nati al giorno, a fronte dei 1.159 di gennaio 2020. Nel corso di 12 anni si è passati da un picco relativo di 577mila nati a 404mila (-30%). Il problema della natalità è presente ovunque: le nascite, che su scala nazionale risultano inferiori del 3,8% sul 2019, lo sono dell’11,2% in Molise, del 7,8% in Valle d’Aosta, del 6,9% in Sardegna. Tra le province, sono soltanto 11 (su 107) quelle in cui si rileva un incremento delle nascite: Verbano-Cusio Ossola, Imperia, Belluno, Gorizia, Trieste, Grosseto, Fermo, Caserta, Brindisi, Vibo Valentia e Sud Sardegna. Per ridurre significativamente le perdite in termini di capitale umano sarà determinante investire adeguatamente e nei tempi prestabiliti i fondi stanziati dal PNRR, migliorare le capacità delle infrastrutture e delle istituzioni nazionali, creare un ambiente favorevole per chi fa figli, puntare sullo sviluppo di politiche innovative, sull’aumento e il miglioramento delle tecnologie digitali, sul supporto di business circolari, al settore ricerca e sviluppo, sull’ottimizzazione dell’uso delle risorse naturali e, infine, sugli investimenti in alcuni settori particolarmente connessi al trend demografico attuale, come la silver economy.

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Fermare la crescita del numero di persone costrette alla fuga

Posted by fidest press agency su domenica, 20 giugno 2021

L’UNHCR, Agenzia ONU per i Rifugiati, esorta oggi i leader mondiali a intensificare gli sforzi per promuovere la pace, la stabilità e la cooperazione, al fine di fermare e iniziare a invertire la tendenza che vede crescere il numero di persone costrette alla fuga da violenza e persecuzione da quasi dieci anni. Nonostante la pandemia, nel 2020 il numero di persone in fuga da guerre, violenze, persecuzioni e violazioni dei diritti umani è salito a quasi 82,4 milioni, secondo l’ultimo rapporto annuale Global Trends dell’UNHCR pubblicato oggi a Ginevra. Si tratta di un aumento del quattro per cento rispetto alla cifra record di 79,5 milioni di persone in fuga toccata alla fine del 2019.Il rapporto mostra che alla fine del 2020 c’erano 20,7 milioni di rifugiati sotto mandato UNHCR, 5,7 milioni di rifugiati palestinesi e 3,9 milioni di venezuelani fuggiti all’estero. 48 milioni di persone erano sfollati all’interno dei loro paesi. Altri 4,1 milioni erano richiedenti asilo. Questi numeri ci dicono che nonostante la pandemia e l’appello per un cessate il fuoco globale, i conflitti hanno continuato a costringere le persone ad abbandonare le proprie case.

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Medici: fuga dagli ospedali

Posted by fidest press agency su lunedì, 17 Maggio 2021

Sono oltre 3000 i medici che nel 2019 si sono dimessi dall’ospedale per cercare realizzazione professionale e migliore qualità di vita nel privato o sul territorio. Ma in 10 anni sono aumentati del 81%. È quanto emerge da uno studio di Anaao Assomed, l’associazione dei medici dirigenti. “Questi numeri – avverte il sindacato medico – sono un segnale di allarme rispetto all’inizio della fine del sistema sanitario pubblico e universalistico per come lo conosciamo, che semplicemente non esiste senza i suoi medici. Se la politica non interviene, e rapidamente, per motivare, valorizzare, premiare e trattenere i medici ospedalieri – sottolinea Anaao – gli ospedali diventeranno quinte teatrali anche se ammodernati dal punto di vista tecnologico e digitale e resi resistenti ai terremoti. Ma non a quelli provocati dalla fuga delle competenze e delle conoscenze”. Nel 2019, dai dati del Conto annuale del Tesoro, il 2,9% dei medici ospedalieri ha deciso di dare le dimissioni, di lasciare il lavoro prima di andare in pensione, di licenziarsi. Si tratta di 3.123 camici bianchi. Il 2,9% rappresenta la media nazionale, ma il fenomeno ha interessato alcune Regioni più di altre: nelle Marche, ad esempio, nel 2019, si è dimesso il 6.6% dei medici ospedalieri, a seguire il Veneto con 5.9%, poi Valle d’Aosta (3.8%) e Piemonte (3.5%). Le Regioni in cui maggiori sono le dimissioni volontarie sono quelle del Nord: è possibile che la ragione sia da ricercare nelle maggiori opportunità di lavoro nell’ospedalità privata o nel settore libero professionale. Se al Centro spiccano le Marche, al sud sono Campania e Calabria. Se poi analizziamo il trend degli ultimi 10 anni, i dati sono allarmanti: la percentuale di medici che si sono dimessi dagli ospedali – evidenzia lo studio – risulta in aumento in quasi tutte le regioni italiane. In numero assoluto si è passati da una media italiana di dimessi di 1.849 medici nel 2009 a 3.123 nel 2019. Ma se analizziamo le dimissioni in relazione al numero totale di medici dipendenti, in Italia si è passati dall’1,6% di dimessi nel 2009 al 2,9% nel 2019. In 10 anni, dunque, i medici che si licenziano sono aumentati del 81%. In Veneto, le dimissioni in 10 anni si sono quintuplicate, raggiungendo nel 2019 il numero di 465. In Lombardia, che nel 2009 contava numeri già alti, le dimissioni sono aumentate di 2,5 volte, nelle Marche e in Piemonte di oltre 3 volte.Se analizziamo infine l’andamento, è da notare come la curva dei licenziati si impenni proprio negli ultimi tre anni. In particolare, nelle Marche dal 2017 al 2019 il numero di medici che si è dimesso è quasi triplicato, in Lazio e in Campania è più che raddoppiato. Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna, nonostante partissero da numeri assoluti molto alti, in 3 anni hanno aumentato i medici che si sono dimessi rispettivamente del 115%, 50% e del 66%. In ospedale i problemi sono molti – sottolinea l’Anaao – il taglio del personale e la carenza di specialisti hanno creato organici sempre più ridotti rendendo insostenibile il carico di lavoro. La presenza delle donne in sanità è in progressivo aumento e i turni disagevoli previsti dal lavoro in ospedale non consentono, soprattutto a loro, di dedicarsi alla famiglia come vorrebbero. Il lavoro burocratico – indica Anaao – è diventato intollerabile. L’autonomia decisionale è svilita, la professionalità poco premiata e per nulla incentivata, il coinvolgimento nei processi decisionali è assente, il loro lavoro – elenca lo studio – ha perso valore, anche economico, come il proprio ruolo sociale. E ancora: la solitudine di fronte a tutte le mancanze e le carenze organizzative è pesante da tollerare, il rischio di denunce legali e aggressioni verbali e fisiche è aumentato negli anni, le ambizioni di carriera sono state rese scarse: in Italia nel 2009 i direttori di Struttura complessa, cioè l’apice della carriera professionale, erano 9.691, nel 2019 solo 6.629, il 31,5% in meno. I responsabili di Struttura semplice, il livello immediatamente inferiore, nel 2009 erano 18.536, dopo 10 anni il 44% in meno, cioè 10.368.In queste condizioni – sottolinea lo studio – il privato diventa sempre più attrattivo, anche per la possibilità di un trattamento fiscale agevolato del reddito prodotto e la medicina di famiglia o specialistica ambulatoriale per il fatto di non conoscere il lavoro notturno e festivo. La speranza è soprattutto di avere un lavoro meno burocratico, più autonomo, con orari più flessibili. I medici ospedalieri – denuncia l’analisi dell’Anaao – si sentono pedine per coprire i turni, alle quali mandare ordini di servizio, chiedere di sopperire alle carenze del sistema, dalle quali pretendere sempre maggiore produzione ed efficienza. Non parte di un progetto, ma elementi marginali, sostituibili, che pesano sul bilancio quando sono malati, in gravidanza o in congedo, anche per motivi formativi. I dati del Conto annuale del Tesoro ci permettono di fotografare le dimissioni dei dirigenti medici solo fino al 2019. Ma, c’è da scommettere – avverte l’Anaao – che la pandemia da Covid-19 aggraverà le fuoriuscite. E lo vedremo probabilmente dal 2021, perché nel 2020 lo spirito di servizio ha certamente fatto posticipare la scelta di dimettersi. Durante l’emergenza i dirigenti hanno dimostrato senso di abnegazione, ma le condizioni e i carichi di lavoro non sono migliorati con i mesi. Mentre la stanchezza, il senso di frustrazione e impotenza, fino al burnout fisico e psicologico sono peggiorati. Da eroi della prima ondata sono diventati oggetto di attacchi, critiche, a volte denunce, nelle fasi successive. I dati dei licenziamenti volontari, che peggiorano di anno in anno, paiono un grido di aiuto. E se è vero che nei colleghi sopravvive una grande passione per il loro lavoro – conclude il sindacato medico – è anche vero che in tanti stanno cercando luoghi diversi dall’ospedale pubblico dove realizzarla. E più della metà si vede fuori nei prossimi due anni. (fonte Doctor33)

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Libro: Fuga dalla città

Posted by fidest press agency su martedì, 9 febbraio 2021

Il Covid 19 ha per sempre cambiato il mondo. Nessun continente escluso. Ogni singola nazione ha dovuto fronteggiare l’emergenza sanitaria, l’Italia è stata al centro dell’attenzione mondiale all’inizio della pandemia, la regione Lombardia al centro dell’attenzione mediatica, Milano l’emblema della fuga. Proprio sulla città meneghina vuole stringere il fuoco della lente il volume del giornalista Fabio Massa “Fuga dalla città”, edito da Chiarelettere. In libreria dal prossimo 11 febbraio il testo racconta la città attraverso i protagonisti della scena milanese culturale, politica, economica, universitaria, attraverso delle interviste al Presidente della regione Lombardia Attilio Fontana, il sindaco di Milano Beppe Sala, e ancora tra gli altri, al già presidente di Regione Lombardia e Fondazione Cariplo Giuseppe Guazzetti, Stefano Boeri, Ferruccio Resta, Pierfrancesco Maran.Il libro di Massa racconta una città che da modello urbano e sociale è finita nel vortice delle cronache. Fuga dalla città significa fuga dei capitali, dei lavoratori, degli studenti, dei turisti. Fuga dalla città racconta la trasformazione improvvisa e violenta di Milano: i grandi affari immobiliari bloccati e le nuove strategie dei poteri che contano, l’emergenza abitativa, gli uffici vuoti, il presente e il futuro dello smart working, le sacche esagerate di ricchezza e benessere da un lato e la schiavitù e lo sfruttamento del lavoro dall’altro (dai rider al caporalato), il disastro della sanità “d’eccellenza” incapace di affrontare l’emergenza, la cultura a pezzi (dalla Scala ai piccoli teatri), il calcio in panne, con l’avventura del nuovo stadio fermata sul nascere, la crisi profonda della politica ma anche le risorse e le possibilità per uscirne, costruendo una città più giusta, eguale, umana. By Alessia Testori

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Cervelli in fuga, è controesodo

Posted by fidest press agency su lunedì, 28 settembre 2020

Non ci sono dubbi, un periodo di lavoro all’estero arricchisce qualsiasi curriculum vitae. In certi casi, anzi, un’esperienza oltreconfine è quasi un obbligo: si pensi, per esempio al settore della ricerca, all’interno del quale un CV che non conta nemmeno una breve parentesi all’estero viene spesso valutato negativamente a priori.Per questo motivo, nonché per le condizioni spesso migliori garantite da Paesi come Germania, Gran Bretagna, Stati Uniti e via dicendo, sono tantissimi gli italiani che negli ultimi anni hanno preferito accettare lavori in Paesi diversi dall’Italia, andando a ingrossare le fila dei cosiddetti cervelli in fuga.Sono però tante le persone che – anche grazie agli incentivi introdotti dagli ultimi governi – decidono a un certo punto di tornare a lavorare in Italia, e che dunque si trovano di fronte alla necessità di ricollocarsi sul mercato del lavoro italiano. Un numero che in questo periodo post-lockdown è in deciso aumento. Come affrontare questo delicato passaggio? Con Carola Adami, head hunter e CEO della società di selezione del personale Adami & Associati (www.adamiassociati.com), approfondiamo questo tema, per dare qualche prezioso consiglio ai professionisti italiani che hanno scelto di rientrare nel Paese di origine. Quanti sono gli italiani che, dopo un periodo all’estero, decidono di tornare a lavorare in Italia? Quella del “ritorno a casa” è certamente un strada che, ultimamente, è stata imboccata da un numero crescente di giovani emigrati all’estero. Ne abbiamo conferma quotidianamente, quando riceviamo i curricula di italiani che, pur essendo impiegati oltre confine, si candidano presso delle aziende italiane. E a confermarlo ci sono delle interessanti indagini effettuate negli ultimi mesi, a partire da uno studio effettuato dal Centro Studi Pwc mediante LinkedIn, secondo il quale 1 talento su 5 desidererebbe tornare in Italia. Quali sono i motivi che spingono questi professionisti a tornare in Italia? Ci sono tanti fattori che spingono un expat a guardare nuovamente con attenzione al mercato italiano del lavoro. Indubbiamente, però, l’emergenza sanitaria ha rafforzato e ampliato questo fenomeno, un po’ per la volontà di poter stare vicino ai propri cari, un po’ anche per le azioni messe in campo dallo Stato italiano a partire da marzo 2020, le quali sotto molti punti di vista sono state percepite come più efficaci rispetto a quelle elaborate da altri Paesi europei. Quale è l’errore da non fare in questi casi? L’errore che fanno in molti è quello di buttarsi subito nella ricerca vera e propria, senza un momento di riflessione. Questo è uno sbaglio che potrebbe costare caro, perché prima di mettersi alla ricerca degli annunci di lavoro è bene riflettere sulla propria esperienza professionale e sui propri obiettivi, capire cosa si può offrire alle aziende proprio in virtù della propria esperienza all’estero e via dicendo. Solo nel momento in cui si sarà costruito uno storytelling professionale efficace e focalizzato sulle proprie peculiarità e sui propri obiettivi ci si potrà muovere con successo verso le nuove opportunità lavorative. Qual è il primo passo per chi desidera ritornare a lavorare in Italia? Si parte come sempre dall’aggiornamento del curriculum vitae, con l’inclusione dell’esperienza lavorativa effettuata all’estero. Quando si parla di CV ogni dettaglio può fare la differenza, ed è quindi bene soffermarsi su ogni singola informazione per comunicare in modo chiaro, idoneo e coerente. Una volta perfezionato il curriculum vitae vale certamente la pena ottimizzare il proprio profilo LinkedIn, visto che la maggior parte dei selezionatori italiani, infatti, utilizza ormai abitualmente questa piattaforma per individuare nuovi talenti. A tal proposito noi abbiamo inserito nel nostro organico dei consulenti di carriera, che sono pronti ad aiutare i talenti che desiderano ricollocarsi al meglio sul mercato italiano, pianificando al meglio il ritorno in Italia.

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Italia: Fuga dei cervelli

Posted by fidest press agency su sabato, 12 settembre 2020

“Una recente indagine, di Talents in motion, conferma che il tema della “fuga dei cervelli”, in particolare, è estremamente sentito dai giovani talenti italiani. Il 71% degli intervistati starebbe valutando di rientrare in Italia, complice il fatto che la risposta del Governo alla pandemia da Covid-19 è ritenuta tra le migliori in Europa.Uno Stato che si prende cura dei propri cittadini, come ha fatto l’Italia, anteponendo la salute dei cittadini ad ogni altro tipo di interesse, è un ottimo incentivo a rimanere. Ma non è il solo, perché dopo parecchi anni abbiamo finalmente invertito la politica degli investimenti, che per troppo tempo sono rimasti fermi, a partire da settori strategici come sanità a ricerca scientifica. Abbiamo iniziato a creare, nuovamente, condizioni lavorative favorevoli, promuovendo programmi di formazione all’interno delle aziende, nuovi fondi per le start-up, forme di decontribuzione incisive e ad investire sui servizi, con il fine di migliorare la qualità della vita dei cittadini. Risultati come l’eliminazione del superticket, oppure il taglio del cuneo fiscale per i lavoratori dipendenti e la nuova decontribuzione del 30% per i lavoratori del sud sono solo alcuni dei risultati che abbiamo portato a casa in questi mesi, e sono molto incoraggianti”. Lo scrive, sui social, il Vice Ministro dell’Economia e delle Finanze, Laura Castelli.

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Nel 2020 le alluvioni hanno portato alla fuga oltre 650.000 somali

Posted by fidest press agency su domenica, 16 agosto 2020

Più di 150.000 somali sono stati costretti a fuggire dalle proprie case dalla fine di giugno, di cui circa 23.000 solo nell’ultima settimana, a causa di improvvise inondazioni fluviali nelle regioni meridionali della Somalia. Secondo una rapida stima, le comunità di Hirshabelle e del Sud Ovest risultano essere tra le più colpite. Il 2020 è stato caratterizzato da gravi inondazioni che hanno causato lo spostamento di oltre 650.000 persone in tutto il Paese.Molti dei nuovi sfollati vivono ora in rifugi improvvisati e sovraffollati, costruiti con vecchi vestiti, sacchetti di plastica, cartoni e bastoni in luoghi già inadeguati per gli sfollati interni. Tali rifugi forniscono scarsa protezione dalle intemperie e lasciano le famiglie esposte ad un maggior rischio di essere vittime di crimini, come rapine e stupri.Le scorte di cibo sono scarse e molti sono gli affamati, con una crescente malnutrizione tra i bambini, a maggior rischio di morire di fame. In alcune aree, i prodotti alimentari di base, in particolare il latte e la verdura, hanno visto aumentare il prezzo tra il 20 e il 50 per cento.Le condizioni sanitarie e l’accesso alle cure mediche sono scarsi. I partner in ambito sanitario avvertono del rischio di contrarre diarrea, malattie trasmesse da vettori, infezioni delle vie respiratorie e altre malattie trasmissibili che si diffondono rapidamente tra la popolazione sfollata. Sebbene non siano stati segnalati gravi focolai di COVID-19, i test rimangono estremamente limitati, e la congestione e le scarse condizioni igieniche sono fattori di rischio per una trasmissione diffusa. L’UNHCR, Agenzia ONU per i Rifugiati, ha fornito a migliaia di famiglie colpite beni di prima necessità come coperte, taniche e teli di plastica, oltre che riparo e denaro contante. Le distribuzioni continueranno nei prossimi giorni e settimane, raggiungendo un totale di circa 70.000 tra le persone che stanno affrontando le più gravi situazioni di vulnerabilità, tra cui donne, famiglie di donne con bambini, disabili, anziani, malati e membri vulnerabili della comunità ospitante.L’assistenza dell’UNHCR sta raggiungendo alcune delle regioni più colpite tra cui Benadir, la regione del Sud Ovest, Hirshabelle, Jubbaland, Puntland e Galmudug. Il governo federale della Somalia ha attuato una risposta alle inondazioni, stanziando nelle ultime settimane 500.000 dollari per far fronte alle inondazioni nell’aerea sud-occidentale del Paese. Nonostante questi interventi, tuttavia, è necessario un maggiore sostegno umanitario per affrontare le insicurezze relative a cibo, acqua, servizi igienici, rifugi di emergenza e servizi sanitari.Un numero maggiore di persone rischia di essere sfollato poiché le inondazioni potrebbero continuare in alcune regioni. Secondo l’ultimo rapporto consultivo sulle inondazioni redatto dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO), i livelli delle acque del fiume Shabelle continueranno a salire a causa delle forti piogge.Le ultime inondazioni presentano un modello preoccupante, secondo cui le condizioni meteorologiche estreme stanno aumentando in frequenza e intensità. Prima di giugno 2020, inondazioni improvvise e fluviali causate da piogge stagionali hanno sfollato oltre 450.000 persone nel Paese. Con le inondazioni del 2018 e del 2019 che hanno causato rispettivamente 281.000 e 416.000 sfollati, i dati relativi agli sfollamenti dovuti a inondazioni mostrano un trend in aumento di anno in anno. Le ricorrenti emergenze climatiche della Somalia hanno un impatto devastante sulle comunità che dipendono fortemente dall’agricoltura e dal bestiame per il sostentamento.
Le crescenti inondazioni e i conseguenti sfollamenti avvengono sullo sfondo della lotta in corso in Somalia per limitare la diffusione del COVID-19, che ha un impatto sproporzionato sui più vulnerabili, compresi gli sfollati. Il governo della Somalia, l’UNHCR e i partner umanitari continuano a lavorare negli insediamenti di sfollati in tutto il Paese per fornire sia agli abitanti che alle comunità di accoglienza vulnerabili attrezzature mediche, dispositivi di protezione individuale, supporto igienico-sanitario e assistenza in denaro. L’UNHCR sollecita i proprietari terrieri nel Paese a sostenere, in queste circostanze estremamente difficili, una moratoria sugli sfratti.La comunità internazionale deve sostenere urgentemente gli sforzi legati alle operazioni di soccorso. Finora l’UNHCR ha ricevuto solo il 33% dei 15,44 milioni di dollari necessari per le sue attivita’ umanitarie in Somalia, per il supporto di circa 2,6 milioni di sfollati interni e 30.000 rifugiati e richiedenti asilo ospitati nel paese.

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“Fuga. Due ruote, la strada, il diabete”

Posted by fidest press agency su mercoledì, 29 luglio 2020

E’ un romanzo originale tratto da una vera pagina di sport, ispirato dall’avvincente e affascinante storia di un gruppo di ciclisti professionisti accomunati da una particolarità. Sono tutti persone, e atleti, con diabete mellito di tipo 1: il Team Novo Nordisk.
Tutto nasce da un giovane ciclista con diabete di tipo 1, Phil Southerland, che innamoratosi da bambino della bicicletta, e avendo sperimentato in prima persona gli effetti benefici dello sport e dell’attività fisica sulla propria malattia, convince l’amico Joe Eldridge, anche lui giovane con diabete, a dare vita, nel 2005, a una squadra ciclistica. L’idea è di trasferire la loro l’esperienza di vita e di sport, condividendola con tutte le persone affette da diabete. Nel 2008, il passaggio al professionismo e, nel 2012, l’incontro con Novo Nordisk e la nascita del Team Novo Nordisk, sulla base di un obiettivo che accomuna lo sportivo americano e la multinazionale danese: ispirare, educare e incoraggiare le persone con diabete in tutto il mondo e dimostrare che la malattia non deve impedire ad alcuno di realizzare i propri sogni. Oggi il Team Novo Nordisk è una squadra sportiva internazionale composta da ciclisti con diabete a tutti i livelli agonistici, guidata dalla prima e unica squadra professionistica al mondo interamente composta da corridori con diabete. Il Team Novo Nordisk è parte del programma Changing Diabetes®, il progetto globale di Novo Nordisk per migliorare la qualità di vita del mezzo miliardo di persone che oggi hanno il diabete e di quelle a rischio di sviluppare questa malattia. È Luca Gregorio, giornalista con l’amore per lo sport e il ciclismo a raccontare questa storia: la lotta al diabete, i sogni, la fuga, la passione, la vita di tutti gli atleti professionisti del Team Novo Nordisk, in particolare dei due italiani in squadra – il veterano Andrea Peron, alla sua ottava stagione in maglia Novo Nordisk, autore all’esordio alla Milano Sanremo del 2015 di uno straordinario exploit, in fuga solitaria per oltre 200 chilometri, e il più giovane Umberto Poli, quarta stagione la sua, ma autore di un’impresa simile a quella del suo compagno, quando nel 2017, da atleta più giovane in corsa nella classicissima che apre la stagione professionistica mondiale, fece parte del gruppo in fuga per la maggior parte dei 298 chilometri da Milano a Sanremo.Andare in fuga diventa dunque, per il Team Novo Nordisk, un obiettivo e una missione. Da vivere con il sorriso. In questo libro, disponibile on line sui siti di Novo Nordisk, AGD Italia, Aniad e Associazione Ciclismo e Diabete, prendono vita le storie e le testimonianze dirette di alcuni ragazzi, si comprende meglio la storia della squadra e si capiscono quali siano i traguardi da raggiungere.

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Rifugiati: Numeri record di persone in fuga

Posted by fidest press agency su lunedì, 29 giugno 2020

Secondo le stime rese note ieri dall’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, in occasione di un forum annuale sul reinsediamento, l’anno prossimo oltre 1,4 milioni di rifugiati, attualmente soggiornanti in 62 Paesi di accoglienza, avranno bisogno di essere reinsediati.Quest’anno, la conferenza sui reinsediamenti è presentata insieme al governo del Canada e al Consiglio canadese per i rifugiati e si sta tenendo virtualmente.Secondo il rapporto sulle esigenze di reinsediamento globali previste per il 2021 (Projected Global Resettlement Needs 2021), lanciato ieri nel corso delle Consultazioni, tra i rifugiati a rischio più elevato e bisognosi di reinsediamento vi sono quelli siriani. Per il quinto anno consecutivo costituiscono la popolazione che presenta il numero di esigenze di reinsediamento più elevato (41 per cento), seguiti dai rifugiati sudsudanesi (9 per cento) e da quelli congolesi (9 per cento).Il reinsediamento, che prevede il ricollocamento dei rifugiati da un Paese di asilo a un Paese che ha accettato di ammetterli sul proprio territorio concedendo il diritto di potervisi stabilire in modo permanente, permette di proteggere coloro le cui vite potrebbero essere in pericolo o che sono portatori di esigenze particolari che non possono essere prese in carico nel Paese in cui hanno cercato protezione.I Paesi in via di sviluppo accolgono l’85 per cento dei rifugiati di tutto il mondo. Per regione di asilo, quella che comprende Africa orientale e Corno d’Africa continua a costituire la regione che presenta il numero di esigenze di reinsediamento più elevato. Seguono Turchia, che accoglie 3,6 milioni di rifugiati, Medio Oriente e Nord Africa, Africa centrale e regione dei Grandi Laghi.Condividere responsabilità e mostrare solidarietà nei confronti degli Stati che assicurano sostegno alle popolazioni di rifugiati di vaste dimensioni, incrementando le opportunità che consentono ai rifugiati di trasferirsi in Paesi terzi grazie al reinsediamento e a canali di ammissione complementari, quali ricongiungimento familiare e programmi per l’impiego e gli studi, costituisce uno degli obiettivi chiave del Global Compact sui Rifugiati.L’anno scorso, l’UNHCR e i partner hanno lanciato una Strategia triennale su reinsediamento e canali complementari che prevede il reinsediamento di un milione di rifugiati e l’ammissione di due milioni di rifugiati mediante percorsi complementari entro il 2028. A tal fine, è necessario che un numero maggiore di Paesi prenda parte al programma di reinsediamento e offra posti ai rifugiati.Nel 2019, 26 Paesi hanno ammesso al reinsediamento 107.800 rifugiati, quasi 64.000 dei quali beneficiavano dell’assistenza dell’UNHCR. Quest’anno, sono solo 57.600 i posti messi a disposizione dell’UNHCR dagli Stati. Purtroppo, la pandemia da COVID-19 condizionerà la piena realizzazione dei programmi.

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L’1 per cento della popolazione mondiale è in fuga secondo il rapporto annuale dell’UNHCR Global Trends

Posted by fidest press agency su domenica, 21 giugno 2020

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, rivolge oggi un appello ai Paesi di tutto il mondo affinché si impegnino ulteriormente per dare protezione a milioni di rifugiati e altre persone in fuga da conflitti, persecuzioni o violenze che compromettono gravemente l’ordine pubblico. Come dimostra il rapporto pubblicato oggi, gli esodi forzati oggi riguardano più dell’1 per cento della popolazione mondiale – 1 persona su 97 – mentre continua a diminuire inesorabilmente il numero di coloro che riescono a fare ritorno a casa.Il rapporto, inoltre, rileva come per i rifugiati sia divenuto sempre più difficoltoso porre fine in tempi rapidi alla propria condizione. Negli anni Novanta, una media di 1,5 milioni di rifugiati riusciva a fare ritorno a casa ogni anno. Negli ultimi dieci anni la media è crollata a circa 385.000, cifra che testimonia come oggi l’aumento del numero di persone costrette alla fuga ecceda largamente quello delle persone che possono usufruire di una soluzione durevole.
Il rapporto Global Trends mostra che dei 79,5 milioni di persone che risultavano essere in fuga alla fine dell’anno scorso, 45,7 milioni erano sfollati all’interno dei propri Paesi. La cifra restante era composta da persone fuggite oltre confine, 4,2 milioni delle quali in attesa dell’esito della domanda di asilo, e 29,6 milioni tra rifugiati (26 milioni) e altre persone costrette alla fuga fuori dai propri Paesi.L’incremento annuale, rispetto ai 70,8 milioni di persone in fuga registrati alla fine del 2018, rappresenta il risultato di due fattori principali. Il primo riguarda le nuove preoccupanti crisi verificatesi nel 2019, in particolare nella Repubblica Democratica del Congo, nella regione del Sahel, in Yemen e in Siria, quest’ultima ormai al decimo anno di conflitto e responsabile dell’esodo di 13,2 milioni di rifugiati, richiedenti asilo e sfollati interni, più di un sesto del totale mondiale.
8 dati essenziali sulle persone in fuga:
Almeno 100 milioni di persone sono state costrette a fuggire dalle proprie case negli ultimi dieci anni, in cerca di sicurezza all’interno o al di fuori dei propri Paesi. Si tratta di un numero di persone maggiore di quello dell’intera popolazione dell’Egitto, il 14° Paese più popoloso al mondo.
Il numero di persone in fuga è quasi raddoppiato dal 2010 (41 milioni allora contro 79,5 milioni oggi).
L’80 per cento delle persone in fuga nel mondo è ospitato in Paesi o territori afflitti da insicurezza alimentare e malnutrizione grave – molti dei quali soggetti al rischio di cambiamenti climatici e catastrofi naturali.
Oltre i tre quarti dei rifugiati di tutto il mondo (77 per cento) provengono da scenari di crisi a lungo termine – per esempio quella in Afghanistan, ormai entrata nel quinto decennio.
Oltre otto rifugiati su 10 (85 per cento) vivono in Paesi in via di sviluppo, generalmente in un Paese confinante con quello da cui sono fuggiti.
Due terzi delle persone in fuga all’estero provengono da cinque Paesi: Siria, Venezuela, Afghanistan, Sud Sudan e Myanmar.
Il rapporto Global Trends considera tutte le principali popolazioni di sfollati e rifugiati, compresi i 5,6 milioni di rifugiati palestinesi che ricadono sotto il mandato dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione dei rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente (United Nations Relief and Works Agency/UNRWA).L’impegno a “non lasciare indietro nessuno” sancito dall’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile ora include esplicitamente i rifugiati, grazie a un nuovo indicatore sui rifugiati approvato dalla Commissione statistica delle Nazioni Unite a marzo di quest’anno.

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Donne e bambine in fuga o apolidi a rischio più elevato durante la pandemia da coronavirus

Posted by fidest press agency su giovedì, 23 aprile 2020

Il COVID-19 non sta solamente mietendo vittime e stravolgendo la vita delle comunità di tutto il mondo, ma sta anche comportando enormi rischi per la protezione di donne e bambine costrette a fuggire dalle proprie case, ha affermato oggi Gillian Triggs, Assistente Alto Commissario per la Protezione dell’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati.
“In questo momento storico segnato dalla pandemia, è necessario assicurare con urgenza la protezione di donne e bambine rifugiate, sfollate e apolidi, essendo tra le persone più a rischio. È necessario sbarrare le porte agli aggressori e non risparmiare alcuno sforzo per assicurare assistenza alle donne sopravvissute ad abusi e violenze”, ha dichiarato Gillian Triggs.Le politiche di isolamento, confinamento e quarantena adottate in tutto il mondo in risposta alla pandemia hanno portato a una restrizione della libertà di circolazione, una riduzione delle interazioni tra comunità, la chiusura dei servizi e a un peggioramento delle condizioni socioeconomiche. Questi fattori stanno facendo aumentare significativamente i rischi di violenze nei rapporti di coppia. “Alcune possono ritrovarsi confinate all’interno dei propri alloggi o delle proprie case, intrappolate coi propri aggressori senza alcun opportunità di prenderne le distanze o di chiedere aiuto”.“Altre, comprese quante sono prive di documenti di identità o che hanno perso i propri precari mezzi di sostentamento a seguito dei devastanti effetti economici inflitti dal COVID-19, possono ritrovarsi costrette a prostituirsi per sopravvivere o a contrarre matrimoni precoci imposti dalle famiglie. In casa, molte donne si stanno inoltre facendo carico di responsabilità sempre maggiori prendendosi cura dei propri familiari”.Per coloro che sono sopravvissute a violenza o che vi sono esposte, le conseguenze del COVID-19 comportano anche un accesso limitato a servizi di assistenza vitali, quali quelli di sostegno psicosociale, sanitari e di sicurezza. A causa delle restrizioni imposte alla mobilità e delle misure di contenimento del virus, diventa più difficile accedere agli aiuti, senza dimenticare che alcuni servizi, tra i quali l’accoglienza in centri sicuri, sono stati temporaneamente sospesi, riconvertiti o chiusi.“Tutta la rete di unità dell’UNHCR incaricate della protezione è in elevato stato di allerta a livello mondiale. Ove possibile, stiamo adeguando al nuovo contesto i nostri programmi salvavita per donne e bambine vittime di violenza. In alcune località sono ora gestiti da remoto da assistenti sociali col sostegno di reti comunitarie di volontari adeguatamente formati”, ha affermato Gillian Triggs.Le donne sfollate sono esse stesse coinvolte in prima linea nelle operazioni di risposta, comunicando alle proprie comunità informazioni in merito al rischio di violenze e alle misure di prevenzione e protezione sanitaria. Inoltre, aiutano le sopravvissute ad accedere ai servizi di assistenza specializzata disponibili.L’UNHCR sta assicurando, inoltre, assistenza d’emergenza in denaro contante alle donne a rischio e a quante sopravvissute. Si tratta di un’azione coordinata tra tutti gli attori umanitari al fine di attenuare i rischi di violenza sessuale e di genere nei contesti in cui sono implementate le operazioni, tra cui quella di risposta di emergenza alla crisi sanitaria. “Per preservare la vita di ogni individuo e garantirne i diritti, i governi, insieme agli attori umanitari, devono assicurare che, nella definizione dei piani nazionali di prevenzione, risposta e ripresa dagli effetti del COVID-19, terranno in considerazione i crescenti rischi di violenza a cui sono esposte donne sfollate e apolidi”, ha dichiarato Gillian Triggs.Ciò vuol dire assicurare che i servizi vitali destinati a persone sopravvissute a violenza sessuale e di genere siano considerati essenziali e che tutte coloro che sono costrette alla fuga possano accedervi. Tra i servizi vi sono quelli di assistenza sanitaria e di sicurezza, sostegno psicosociale e centri di accoglienza sicuri. Anche il diritto di accesso alla giustizia deve essere garantito.
Considerato l’aggravarsi delle condizioni socioeconomiche a cui stanno facendo fronte molti Paesi che accolgono rifugiati, il sostegno dei donatori sarà fondamentale per mantenere le operazioni che assicurano i servizi essenziali di prevenzione e risposta alla violenza sessuale e di genere, compresi quelli forniti dalle organizzazioni locali gestite da donne.“Tutte le donne e tutte le bambine hanno diritto di vivere una vita libera da qualunque forma di violenza. Restiamo al fianco delle donne e delle bambine in fuga o apolidi, ribadiamo il messaggio del Segretario Generale ed esortiamo tutti i governi a dare priorità alla sicurezza di donne e bambine nella risposta alla pandemia”.

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La situazione di insicurezza in Burkina Faso costringe migliaia di rifugiati maliani alla fuga

Posted by fidest press agency su giovedì, 9 aprile 2020

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, esprime nuovamente apprensione per la crescente insicurezza in Burkina Faso, che, ogni giorno, costringe migliaia di persone alla fuga.Per effetto delle violenze scoppiate in tutta la regione del Sahel, a partire da gennaio 2019 il Burkina Faso ha registrato la fuga di oltre 838.000 persone – una cifra che, giorno dopo giorno, non fa che aumentare.La diffusione del COVID-19 ha introdotto un nuovo fattore di insicurezza nella già instabile situazione.Inoltre, gli attacchi dei militanti hanno colpito circa 25.000 rifugiati maliani, che vivevano presso campi in aree remote a ridosso del confine tra Burkina Faso e Mali. La maggior parte di questi ora ha preso la decisione di fare ritorno a casa, nonostante le condizioni di insicurezza vigenti anche in quelle aree, ritenendo che tale scelta rappresenti il minore tra i due mali. In seguito ad attacchi e ultimatum imposti da parte di gruppi armati, che hanno costretto i rifugiati a fuggire per mettersi in salvo, il campo di Goudoubo, che di recente era arrivato ad accogliere 9.000 persone, di fatto ora risulta essere svuotato.In seguito alla chiusura delle scuole, dell’ambulatorio e del posto di guardia del campo, circa la metà degli ospiti, direttasi verso le regioni di Gao, Mopti e Timbuctu in Mali, ha riferito come insicurezza e aggressioni armate abbiano costituito le ragioni che li hanno costretti a fuggire senza avere altra opzione se non quella di fare ritorno.La restante metà si è trasferita in altre località all’interno del Burkina Faso. Circa 2.500 rifugiati hanno raggiunto i numerosi sfollati burkinabé presenti nella città di Dori, in cui la popolazione vive in condizioni disperate e necessita con urgenza di alloggi, acqua e servizi sanitari. Attacchi sferrati nell’area circostante il campo hanno costretto alla fuga anche una parte di abitanti del villaggio di Goudoubo.La situazione di insicurezza ha ora travolto tutte le 13 regioni del Burkina Faso. La settimana scorsa, nel corso di una serie di attacchi, almeno 32 persone sono state uccise e moltissime altre sono rimaste ferite.Le violenze, inoltre, a novembre 2019 hanno costretto l’UNHCR a ricollocare il proprio personale fuori dal campo profughi di Mentao, vicino a Djibo. Da allora, l’accesso a oltre 6.000 rifugiati è potuto avvenire solo sporadicamente e le loro condizioni di vita sono andate peggiorando. Molti rifugiati accolti nel campo, inoltre, hanno riferito l’intenzione di fare ritorno in Mali una volta allentate le restrizioni dovute alla diffusione del COVID-19.Tuttavia, l’instabilità della situazione in Mali non permette a molti di fare ritorno alle proprie terre di origine. Le condizioni di insicurezza permangono e, nell’ambito della risposta al COVID-19, le autorità hanno imposto il coprifuoco, misura che ha alimentato le preoccupazioni in relazione alla sicurezza e alla salute tra le categorie vulnerabili. L’UNHCR lavora sul campo con le autorità e con i partner, assicurando che i rifugiati di ritorno ricevano alloggio, beni di prima necessità e assistenza in denaro per soddisfare le esigenze iniziali. L’UNHCR, inoltre, sta fornendo alle autorità i dispositivi sanitari e igienici necessari nell’ambito della risposta alla pandemia da COVID-19.

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Aumenta il numero di camerunensi in fuga verso la Nigeria

Posted by fidest press agency su domenica, 16 febbraio 2020

Nelle ultime due settimane, quasi 8.000 rifugiati camerunensi sono fuggiti verso gli Stati di Taraba e di Cross River, nella Nigeria sudorientale, portando il totale della popolazione camerunense rifugiata nel Paese a quasi 60.000 unità. Considerate le testimonianze di rifugiati secondo cui vi sarebbero ancora persone in aree remote di frontiera che potrebbero tentare di fare ingresso in Nigeria, l’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, stima che vi saranno ulteriori arrivi.Quest’ultimo afflusso si è verificato proprio alla vigilia delle elezioni politiche tenutesi in Camerun lo scorso fine settimana. Le persone fuggono dalle violenze in corso tra forze di sicurezza e gruppi armati. Quest’esodo rappresenta solo l’ultimo stadio di una crisi che ha fatto registrare un aumento del numero di sfollati interni nelle regioni camerunensi del Nordovest e del Sudovest nell’arco dell’ultimo trimestre del 2019.I rifugiati hanno riferito di essere fuggiti dalle violenze e alcuni hanno perfino varcato il confine riportando ferite da arma da fuoco. Secondo quanto comunicato dai nuovi arrivati, la maggior parte di essi proviene da aree di frontiera e ha percorso a piedi la savana e le foreste.Governi e comunità locali, i primi chiamati a rispondere a questi ultimi arrivi, devono assicurare cibo, riparo e articoli domestici, beni di cui coloro che sono fuggiti abbandonando tutti i propri averi hanno disperato bisogno.Attualmente, i nuovi arrivati sono accolti all’interno di scuole pubbliche e strutture sanitarie oppure presso famiglie locali. I 51.000 rifugiati registrati arrivati prima di quest’ultima ondata sono accolti tra circa 87 comunità locali negli Stati di Akwa-Ibom, Benue, Cross River e Taraba. Inoltre, presso quattro insediamenti l’UNHCR e i partner umanitari stanno garantendo protezione, cibo, beni di sostentamento, alloggio e assistenza sanitaria.“L’UNHCR sta lavorando a stretto contatto con le autorità nigeriane per garantire che i rifugiati possano accedere ad alloggi e servizi di base. Viste le pressanti esigenze umanitarie, stiamo supportando sia i rifugiati sia le comunità che li accolgono assicurandoci, inoltre, che su queste ultime non gravino oneri insostenibili date le modeste risorse a loro disposizione”, ha dichiarato Roger Hollo, Vice Rappresentante dell’UNHCR in Nigeria.“I rifugiati devono inoltre essere supportati per divenire autosufficienti. L’accesso a istruzione, servizi sanitari e mercato del lavoro, potrà permettere loro di prendersi cura delle proprie famiglie e di contribuire alla vita sociale ed economica delle comunità che li accolgono”. Cibo, alloggio e assistenza sanitaria restano le esigenze prioritarie dei nuovi arrivati. È inoltre necessario rilevare come le scuole non possano ospitare tutti i minori rifugiati in arrivo, considerato che alcune classi accolgono contemporaneamente oltre 200 bambini.
Secondo stime delle Nazioni Unite, agli oltre 679.000 sfollati interni attualmente presenti nelle regioni camerunensi del Nordovest e del Sudovest, vanno ad aggiungersi i quasi 60.000 civili che hanno varcato la frontiera in cerca di asilo in Nigeria.In Nigeria, l’UNHCR guida la risposta internazionale volta a proteggere le persone costrette a fuggire a causa di conflitti e persecuzioni.

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Per contrastare la fuga di cervelli, occorrono sforzi congiunti ‎ per migliorare la qualità della vita in tutte le regioni dell’UE

Posted by fidest press agency su domenica, 16 febbraio 2020

Il 20 febbraio il Consiglio “Istruzione, gioventù, cultura e sport” terrà un dibattito orientativo sul tema “Brain circulation – a driving force for the European Education Area” (La circolazione dei cervelli: una forza trainante per lo spazio europeo dell’istruzione). Il 23 gennaio il relatore Emil Boc ha presentato il progetto di parere del CdR al comitato Istruzione del Consiglio, su invito della presidenza croata del Consiglio dell’UE. La presidenza croata ha incluso tra le sue priorità la garanzia di una mobilità equilibrata di scienziati e ricercatori, grazie alla promozione di un apprendimento di alto livello lungo tutto l’arco della vita e allo sviluppo di competenze per i posti di lavoro del futuro.Nel novembre 2018 il CdR ha pubblicato uno studio dal titolo “Addressing brain drain: The local and regional dimension” (Affrontare il problema della fuga di cervelli: la dimensione locale e regionale) , che, illustrando 30 iniziative di successo realizzate da enti locali e regionali di 22 Stati membri, fornisce elementi utili per comprendere meglio i modi in cui le regioni potrebbero rendersi più attrattive e quindi trattenere o richiamare forza lavoro giovane e qualificata.

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A migliaia costretti alla fuga dalla recrudescenza delle violenze nel Mozambico settentrionale

Posted by fidest press agency su domenica, 9 febbraio 2020

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, sta intensificando la risposta nella provincia di Cabo Delgado, in Mozambico, dove il recente riacutizzarsi delle violenze ha costretto migliaia di persone a fuggire per mettersi in salvo. Sono almeno 100.000 le persone attualmente sfollate in tutta la provincia.Nei mesi passati si è registrato un drastico aumento di aggressioni brutali perpetrate da gruppi armati, con le ultime settimane rivelatesi il periodo più instabile dagli incidenti scoppiati nell’ottobre del 2017. In totale, nella provincia sono stati registrati almeno 28 attacchi dall’inizio dell’anno. Attualmente, risultano aggressioni commesse in nove dei sedici distretti di Cabo Delgado. La provincia è una delle aree meno sviluppate del Paese. Le violenze si stanno ora verificando anche nei distretti meridionali di Cabo Delgado, spingendo le persone a fuggire verso Pemba, il capoluogo della provincia. Uno degli incidenti più recenti è avvenuto a soli 100 km da Pemba.Gruppi armati hanno colpito in modo casuale i villaggi locali terrorizzando la popolazione. Le persone in fuga riferiscono di omicidi, mutilazioni, torture, case date alle fiamme, e coltivazioni ed esercizi commerciali distrutti. L’UNHCR ha raccolto testimonianze di decapitazioni, rapimenti e sparizioni di donne e bambini. Talvolta, gli aggressori avvertono la popolazione locale comunicando luogo e ora in cui colpiranno, creando così il panico e spingendo le persone a fuggire in fretta e furia dai villaggi. La maggior parte si lascia tutto alle proprie spalle, non avendo tempo di prendere effetti personali, cibo o documenti d’identità. Al momento sono centinaia i villaggi dati alle fiamme o completamente abbandonati per la campagna a tutto campo di indiscriminato terrore condotta dagli aggressori. Anche le istituzioni governative sono state oggetto di attacchi.I civili sono fuggiti in diverse direzioni, anche verso piccole isole in cui molti non hanno un alloggio in cui vivere. Alcuni, tra cui numerosi bambini e donne, dormono all’aperto e hanno accesso limitato all’acqua potabile. La maggior parte degli sfollati interni (internally displaced persons/IDP) ha trovato riparo presso famiglie o amici andando, così, a incrementare la pressione sulle già scarse risorse locali. Molti sfollati vivono in condizioni estremamente precarie. Il mese scorso, sei persone sono morte di diarrea sull’isola di Matemo.In risposta al rapido aggravarsi della situazione, e su richiesta del Governo del Mozambico rivolta a tutte le agenzie umanitarie, l’UNHCR sta estendendo la propria presenza su tutta la provincia per rispondere in modo più efficace alle crescenti esigenze della popolazione sfollata. Molti sono sopravvissuti a violenze e violazioni dei diritti umani e necessitano urgentemente di protezione e sostegno psicosociale.L’UNHCR contribuirà al coordinamento di tutte le attività di protezione in partenariato col Governo. L’Agenzia, inoltre, nelle prossime settimane dispiegherà personale e aiuti supplementari per soddisfare le necessità, inizialmente a beneficio di 15.000 IDP e delle comunità di accoglienza.Molte delle aree colpite dagli attacchi erano state devastate dal ciclone Kenneth nell’aprile 2019. In quell’occasione, circa 160.000 persone erano state direttamente interessate e hanno necessità di assistenza. Gli abitanti di Cabo Delgado, inoltre, sono stati gravemente colpiti da recenti inondazioni che hanno distrutto i ponti, limitandone ulteriormente l’accesso a cibo e ad altre risorse.L’UNHCR chiede che sia garantito con urgenza un sostegno deciso volto a consentirle di intensificare l’intervento in Mozambico. Nel frattempo, l’Agenzia impegnerà 2 milioni di dollari dalle proprie riserve operative per rispondere alle esigenze iniziali.

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La fuga dei cervelli: il maggior deficit dell’Italia

Posted by fidest press agency su sabato, 8 febbraio 2020

A cura di Sabino Costanza, Co-Founder di Credimi. Da sempre la capacità di attrarre e trattenere i migliori talenti fa la differenza nello sviluppo di un’impresa, ma oggi sembra essere diventata una sfida molto più difficile. Basti pensare che secondo l’indagine Talent Trends Report 2019, condotta dalla società di risorse umane Randstad Sourceright su 17 Paesi, per il 76% dei manager la scarsità di figure con competenze avanzate è una preoccupazione costante ed è l’elemento che influenza maggiormente le performance aziendali. In Italia la situazione è resa più complicata dalla nota fuga dei cervelli, che costa 14 miliardi di euro l’anno: poco meno di un punto di Pil e quasi metà dell’intera legge di bilancio 2020. Secondo il ministro dell’Istruzione, Lorenzo Fioramenti, ogni laureato che lascia l’Italia crea un danno alle casse dello Stato – sotto forma di tasse perse – da 250mila euro, 300mila se chi se ne va ha in tasca anche un master.Negli ultimi 10 anni, i governi hanno studiato ogni tipo d’incentivazione al rientro dei cervelli: per esempio l’ultimo decreto crescita ha portato l’abbattimento dell’imponibile per i lavoratori rimpatriati dal 50% al 70% (addirittura al 90% se la residenza viene trasferita in una delle regioni del Mezzogiorno) e ha aumentato la durata del beneficio che in presenza di particolari condizioni (ad esempio per chi ha figli e per chi acquista un’abitazione di proprietà) può arrivare fino a 13 anni. E qualcosa inizia a muoversi: quest’anno per la prima volta Milano è entrata nella top 50 del Global Talent Competitiveness Index, presentato di recente a Davos, al 41esimo posto nella classifica mondiale delle città più allettanti per i talenti.Eppure, secondo i dati Istat, tra il 2013 e il 2017 il numero di laureati espatriati è aumentato del 41,8%, mentre i rimpatri sono rimasti pressoché costanti. Di conseguenza, il saldo migratorio con l’estero è peggiorato negli anni. Solo nel 2017 sono emigrati circa 115mila italiani e più della metà era in possesso di un titolo di studio medio-alto: 33mila diplomati e 28mila laureati. Peggio: quasi 48 mila persone avevano tra i 18 e i 34 anni, mentre gli italiani tra i 35 ed i 49 anni che hanno lasciato il Paese sono stati 32mila.Nonostante gli sforzi della politica, quindi, l’Italia sta sperimentando un brain drain da Paese in via di sviluppo. Anche perché i numeri mostrano la sostanziale inefficacia delle politiche a sostegno del rientro: dei 14mila italiani rientrati negli ultimi 8 anni in università ed enti di ricerca nazionali, la metà ha già scelto di riapprodare in un ateneo nordeuropeo, un laboratorio londinese, una multinazionale con sede lontana sia da Roma che da Milano. Come a dire che terminati gli incentivi, la strada maestra è quella della nuova fuga.
E così, relativamente agli ultimi dieci anni, la fondazione Leone Moressa calcola un saldo negativo fra gli italiani emigrati all’estero è quelli rientrati in patria pari a 250mila unità. È quindi fondamentale mettere in atto ampie strategie di sistema attraverso le quali l’Italia possa diventare più attrattiva per i talenti stranieri e meno ostile verso i suoi laureati.E in questo senso il ruolo del governo è importante, ma lo è altrettanto quello delle aziende perché come abbiamo visto in questi anni non si può pensare di competere con il resto del mondo a colpi di incentivi fiscali. È cruciale lavorare sullo scopo delle aziende, sui loro obiettivi. Soprattutto quando ci si rivolge alle generazioni più giovani bisogna essere consapevoli di quanto sia fondamentale per loro il senso di quello che fanno.Più che sugli incentivi, quindi, lo Stato potrebbe lavorare sulla semplificazione normativa per agevolare la nascita di aziende innovative capaci di intercettare questi bisogni. La storia di Credimi, in questo senso, è molto chiara: il 25% dei nostri collaboratori è tornato in Italia per lavorare con noi, per sposare un progetto che aiuta le aziende a finanziare la propria crescita attraverso uno strumento, quello del factoring digitale, rapido e trasparente.Cogliere l’importanza del ruolo dell’azienda all’interno della società permette di far fronte a ostacoli che una volta erano insormontabili come quello dello stipendio: oggi la remunerazione non è l’unica voce che conta, anzi, più la carriera del lavoratore avanza più sono importanti altri aspetti. Secondo una ricerca della School of Management della Bocconi, i Millennial più che ad un’alta remunerazione, puntano alla possibilità di crescere, fare formazione, godere di benefit e avere orari di lavoro flessibili, resi possibili dall’approccio digitale. Per i giovani lavoratori è importante, in particolare, ottenere un buon bilanciamento tra lavoro e vita privata: per questo anche in Credimi stiamo studiando pacchetti sempre più innovativi come, per esempio, la possibilità di operare da remoto in luoghi scelti dagli stessi lavoratori.Essere flessibili è fondamentale per attrarre le persone migliori e per farlo è ancora più importante non limitarsi solo all’Italia: noi ci siamo concentrati molto sulle nostre comunità all’estero perché riteniamo che la diversità all’interno dell’azienda sia un valore enorme. Il beneficio per le aziende di questo tipo di approccio è evidente, ma attrarre persone preparate e motivate fa la differenza anche per il sistema Paese.Tutti possono fare la loro parte: le aziende con uno scatto avanti coraggioso; ma anche lo Stato, creando un ecosistema accogliente, meno burocratizzato e con più servizi, in cui le imprese si sentano più libere di muoversi.

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