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G20 di Osaka: la fine del multilateralismo?

Posted by fidest press agency su domenica, 7 luglio 2019

Il G20 di Osaka, purtroppo, è sostanzialmente fallito. Ci sembra che gli Stati partecipanti, che rappresentano l’80% del prodotto mondiale, non riescano a dimostrare capacità e volontà sufficienti per “gestire” insieme i problemi e le sfide globali, perdendo così autorevolezza, affidabilità ed efficacia decisionale.
Intanto il mondo rischia di dilaniarsi in conflitti economici, finanziari e monetari, in cui i dazi e le ritorsioni sui commerci assomigliano sempre più a guerre combattute, per fortuna, senza l’utilizzo delle armi.
La risoluzione finale del G20, infatti, si limita a riconoscere che “le tensioni commerciali e geopolitiche si sono intensificate. Noi continueremo a fronteggiare questi rischi e intendiamo essere pronti a intraprendere successive azioni”. E’ davvero poca cosa!
Si ignora del tutto che nei mesi passati ognuno è andato per proprio conto, subendo le quotidiane provocazioni del presidente Trump che impone dazi e sanzioni. A Osaka sono finanche scomparse le parole “dazi” e “protezionismo”, che non hanno avuto citazione nel documento finale. Invece il termine “protezionismo” fu esplicitamente menzionato, prima di finire all’indice, al G20 di Amburgo nel luglio 2017 quando si dichiarò di voler ”continuare a lottare contro il protezionismo e tutte le altre pratiche commerciali scorrette, riconoscendo il ruolo degli strumenti di legittima difesa commerciale”.
Si tratta, quindi, di un notevole passo indietro rispetto ai G20 precedenti.
Esce certamente sconfitto il multilateralismo. Trump ancora crede di poter determinare in modo unilaterale tutte le problematiche geopolitiche e geoeconomiche, mentre è sempre più evidente la necessità di affrontarle e risolverle insieme. Non si dimentichi che anche il ruolo delle Nazioni Unite è stato sempre più eroso.
E’ un altro passo indietro anche rispetto al G20 del dicembre 2018 a Buenos Aires, dove almeno si affermò chiaramente “l’impegno di lavorare insieme per migliorare un ordine internazionale basato sulle regole, che sia capace di rispondere in modo efficace a un mondo in continuo cambiamento”. Già allora, però, su una materia delicata, quella ambientale, Trump pretese che nel documento finale fosse scritto che”gli Usa ribadiscono la loro decisione di ritirarsi dall’Accordo di Parigi”. Si trattava dell’importante Accordo dell’Onu sul clima e sulla riduzione delle emissioni di CO2.
Il fallimento di Osaka è del resto provato dal fatto che hanno dominato gli incontri bilaterali, anche se importanti. Ma non è questo il compito primario del G20.
Forse il meeting più significativo, ai margini del G20, è stato quello dei capi di Stato dei paesi del BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa), che puntano a rappresentare oltre il 50% della crescita del pil mondiale entro il 2030. Essi hanno dichiarato che “sostengono un commercio internazionale trasparente, non discriminante, aperto, libero e inclusivo. Il protezionismo e l’unilateralismo sono contro lo spirito e le regole dell’Organizzazione mondiale del commercio. Riaffermano l’impegno per il multilateralismo e la legge internazionale e il sostegno per un sistema commerciale multilaterale basato sulle regole, con l’Omc al suo centro”.
Tuttavia, la risoluzione finale del summit contiene alcune idee e proposte rilevanti. Prima di tutto l’impegno verso la digitalizzazione dell’intero sistema economico e sociale e la valorizzazione delle infrastrutture, quale “motore della crescita economica e della prosperità”, in grado di coinvolgere anche gli investitori privati. Osaka, inoltre, propone positivamente una tabella di marcia per la riforma non più procrastinabile dell’Organizzazione mondiale del commercio, perché da tempo non riflette più i reali processi economici e il ruolo dei nuovi attori internazionali.
Ancora una volta i paesi dell’Unione europea hanno fatto solo presenza, in ordine sparso, concentrandosi, come ha fatto anche il nostro governo, su problemi di “casa propria” e su quelli interni all’Unione. Il lungo viaggio in Giappone non è stato messo a frutto per mostrare al mondo che l’Ue è un soggetto capace di intervenire, proporre e incidere realmente sulle questioni globali. (Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e Paolo Raimondi economista)

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G20 di Buenos Aires: pericolosi passi indietro

Posted by fidest press agency su lunedì, 17 dicembre 2018

I partecipanti al recente summit del G20 di Buenos Aires possono dichiararsi soddisfatti per il fatto di essere riusciti a terminare il meeting con una dichiarazione unitaria. Il contenuto della stessa, però, sembra non solo annacquato ma anche di secondaria importanza.
Evidentemente si è cercato in tutti i modi di non ripetere ciò che è successo due settimane prima al summit dei paesi dell’Asia-Pacific Economic Cooperation (APEC), a Papua Nuova Guinea. Infatti, quel meeting, con la partecipazione degli Usa, della Russia e della Cina, non è approdato a nulla e non vi è stato alcun comunicato congiunto.
Nella memoria di alcuni c’è stato anche l’ultimo G7 in Québec, Canada, quando, poche ore dopo la sua conclusione, Trump ricusò i contenuti della dichiarazione finale, rendendola così un documento vuoto, sostanzialmente inutile. Probabilmente molti hanno ricordato anche la precedente sconcertante decisione americana di non sottoscrivere il trattato di Parigi sul clima. Nonostante il G20 sia la sede per eccellenza dove affrontare discussioni e proposte a livello multilaterale per trovare soluzioni condivise alle problematiche mondiali e alle sfide politico-economiche più difficili e urgenti, il summit di Buenos Aires ha, secondo noi, segnato un pericoloso arretramento e un ritorno alla pratica dei negoziati bilaterali. In proposito, il presidente americano Trump e quello cinese Xi Jinping hanno convenuto di posticipare di tre mesi la decisione americana di portare dal 10 al 25% i dazi su molti prodotti cinesi per un valore complessivo di 200 miliardi di dollari e di evitare le conseguenti ritorsioni cinesi. Una decisione modesta, se persino la banca Goldman Sachs, che ha parecchi uomini nell’amministrazione Usa, dà un misero 20% di probabilità a un futuro successo di un accordo tra le due superpotenze.
Intanto, l’andamento dell’economia mondiale si sta raffreddando. L’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) stima che i dazi del 10% nei confronti della Cina, e la conseguente risposta cinese, produrrebbero una diminuzione dello 0,2% del pil mondiale e che, se portati al 25%, i dazi farebbero aumentare la perdita fino all’1%.
Segna, inoltre, quasi plasticamente, il ritorno al bilateralismo, la cancellazione dell’incontro con il presidente russo Putin da parte di Trump.
In una situazione mondiale di gravi squilibri, lo svuotamento del ruolo di dialogo propositivo dei massimi organismi internazionali non può che suscitare grandi e diffuse preoccupazioni. Si ricordi che il G20, che rappresenta l’85% del pil e i due terzi della popolazione mondiale, fu convocato la prima volta dieci anni fa, al culmine della Grande Crisi della finanza e dell’economia globale, per cercare le soluzioni più efficaci alla grave situazione creatasi. Si temeva, giustamente, che lo sconquasso del sistema finanziario potesse mettere in discussione anche il già precario equilibrio politico e militare mondiale. Oggi, invece, nonostante molti denuncino le avvisaglie di una nuova crisi finanziaria sistemica, irresponsabilmente, secondo noi, Washington e altri vorrebbero “smantellare” le uniche istituzioni internazionali dove è possibile dialogare sui temi più delicati. In Argentina, purtroppo, sembra che il concetto di multilateralismo sia scomparso, così come ogni riferimento ai pericoli del protezionismo economico. Si menziona soltanto la necessità di una generica riforma dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, perché “il sistema multilaterale del commercio adesso non è in grado di rispettare i suoi obiettivi”. La riforma è indubbiamente giusta e urgente. Sui contenuti della stessa, però, sembra esserci una vera e propria guerra ideologica: protezionismo e unilateralismo o accordo multipolare di libero e più giusto mercato?
L’Unione europea, attraverso una nota a firma del presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker e del presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, si è correttamente schierata contro il rischio che “la lotta contro il protezionismo e l’appoggio al sistema commerciale multilaterale diventino delle parole vuote”. L’Europa vuole, invece, una “cooperazione coordinata” per una “globalizzazione più giusta” e una “riforma delle regole finanziarie globali”. Si rammenti che, se venisse meno la volontà degli Stati di collaborare, ne risentirebbero anche i tanti progetti, annunciati nella dichiarazione finale di Buenos Aires, relativi alla realizzazione delle infrastrutture, alla modernizzazione tecnologica, alle nuove energie, alla digitalizzazione del sistema economico, al maggiore rispetto del lavoro e dei diritti civili. Il mondo di oggi non si può permettere una simile involuzione. (Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e Paolo Raimondi economista)

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Il G20 delle imprese passa dal coordinamento della Germania a quello dell’Argentina

Posted by fidest press agency su giovedì, 2 novembre 2017

buenos airesBuenos Aires. Race e Paganini (Competere): ora bisogna implementare i risultati del vertice di Amburgo, lavorare ad un mercato aperto e concorrenziale che sia un beneficio per tutti e trovare le soluzioni alle sfide globali attraverso la cooperazione internazionale. “Il B20 è fondamentale per un G20 efficace che gestisca la globalizzazione”, hanno affermato Jürgen Heraeus e Daniel Funes de Rioja, l’attuale e il futuro Presidente del dialogo aziendale G20 Business 20 (B20), prima del passaggio di consegne dei lavori del B20 a Buenos Aires. La cerimonia ufficiale di consegna, un mese prima di quella del G20, avrà luogo il primo novembre 2017 presso il Ministero degli Esteri argentino.”Possiamo essere orgogliosi di ciò che abbiamo realizzato come B20 Germania”, ha dichiarato Heraeus. Con sette tasks force e un’iniziativa, più di 700 rappresentanti del settore hanno potuto sviluppare raccomandazioni politiche congiunte che sono state consegnate al cancelliere tedesco Angela Merkel al vertice B20 nel maggio 2017. “Il vertice G20 di Amburgo è stato un successo parziale, visto il difficile clima negoziale. Siamo tuttavia delusi che il G20 abbia fatto poco più che assicurare lo status quo di molti settori, come nel commercio internazionale”, ha proseguito Heraeus. “Il G20 deve ora mantenere gli impegni di Amburgo”, ha dichiarato il presidente del B20 Germany. Heraeus, che sarà accompagnato dal B20 Sherpa Stormy-Annika Mildner, rappresenterà tre associazioni di imprese tedesche, inviate dal governo a presiedere il dialogo tedesco B20: la Federazione delle industrie tedesche (BDI), la Confederazione dei datori di lavoro tedeschi, Associazioni (BDA) e l’Associazione delle Camere di Commercio e Industria Tedesche (DIHK).”Come B20 Germania, ci schieriamo dalla parte dei mercati aperti e regolamentati. Al tempo stesso vogliamo assicurarci che i benefici della globalizzazione vengano diffusi all’interno della società. Dobbiamo investire di più nell’istruzione e nell’educazione”, ha aggiunto Funes de Rioja. Il B20 Argentina sarà guidato da Funes de Rioja in qualità di Presidente, designato dal governo argentino.
Daniel Funes de Rioja è l’ex presidente dell’Organizzazione internazionale dei datori di lavoro (IOE) e ha anche partecipato al processo B20 in Germania come co-presidente della task force per l’occupazione e l’istruzione. Sarà assistito da sei sedi operative – ADEBA, BCBA, CACS, CAMARCO, SRA e UIA – come co-presidenti. I B20 Sherpa Carolina Castro (Sherpa esecutivo) e Fernando Landa (Policy Sherpa) sono incaricati di mettere in piedi il B20. “Questa è una grande opportunità per la nostra regione e per il nostro paese, tenendo conto del processo di trasformazione che sta attraversando l’Argentina e delle riforme strutturali che il governo sta mettendo in atto per affrontare le sfide di un’economia aperta, del processo di globalizzazione e dell’integrazione intelligente”, ha detto Funes de Rioja. A rappresentare l’Italia al B20 il Segretario Generale di Competere Roberto Race.
“Il B20 condotto dalla presidenza tedesca- dichiara Race- ha ottenuto importanti risultati nel settore del commercio, dell’ambiente, della competitività, della sanità e dell’innovazione, ci auguriamo vengano perseguiti con altrettanto impegno anche in Argentina” afferma Roberto Race, Segretario Generale di Competere. “Come Competere ci impegneremo anche durante il mandato argentino a produrre analisi e policy paper per quantificare le trasformazioni sociali e il progresso tecnologico raggiunto”. Mandiamo un in bocca al lupo all’Argentina”.

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Pericolosi passi indietro al G20 di Amburgo

Posted by fidest press agency su venerdì, 4 agosto 2017

amburgoAmburgo. L’ultimo summit del G20 di Amburgo segna, purtroppo, un grande e pericoloso arretramento sul fronte delle riforme dell’economia e della finanza. Si ha l’impressione che sia stato definito un “commercio internazionale à la carte”. Infatti, nonostante i media abbiano evidenziato il compromesso raggiunto sul commercio estero, secondo noi, non vi è affatto chiarezza. Nel documento si afferma che “continueremo a combattere il protezionismo e tutte le pratiche commerciali scorrette e riconosciamo allo stesso tempo il ruolo degli strumenti di difesa commerciale legittima”, ma sembra proprio che ogni Paese sia legittimato a fare ciò che vuole. Protezionismo no, ma anche sì. Potrebbe aversi una ripresa delle guerre commerciali. L’altro fronte, tanto sbandierato, è quello del clima. Gli Usa hanno bloccato il loro contributo finanziario per la realizzazione del trattato di Parigi, mantenendo un vago impegno ad abbassare le emissioni di co2 nel quadro del sostegno alla propria crescita economica e del miglioramento della propria sicurezza energetica. Ad alcuni può suonare accettabile, ma si tratta di un drastico ritorno alla politica dell’unilateralismo americano. I passi indietro sono ancora più evidenti se si confronta il comunicato di Amburgo con le linee guida e le proposte formulate qualche mese prima a Baden Baden nel summit dei ministri delle finanze e dei governatori delle banche centrali del G20.
Sono del tutto scomparsi alcuni passaggi rilevanti relativi alla politica monetaria. Per non mettere in discussione eventuali prolungamenti del Quantitative easing , non si fa più riferimento al fatto che “la politica monetaria da sola non può portare ad una crescita bilanciata”. Coerentemente con la nuova politica commerciale con meno regole, la dichiarazione finale non menziona più che ”l’eccesso di volatilità e i movimenti disordinati sui tassi di cambio possono avere delle implicazioni negative per la stabilità economica e finanziaria”. Scompare anche la volontà di “trattenersi da svalutazioni competitive e dall’uso dei tassi di cambio per scopi competitivi”.
Scompare il precedente impegno a “ridurre gli eccessivi squilibri economici”. Prima si voleva mitigare i grandi surplus commerciali di alcuni Paesi per non danneggiare gli altri e per evitare eventuali crisi sistemiche.
Nel documento finale non si menziona più “il rafforzamento dei controlli sui flussi di capitale e della gestione dei rischi risultanti da un’eccessiva volatilità del flusso di capitali”. Meno male che si riafferma la necessità di mantenere i controlli su possibili rischi sistemici e sulle vulnerabilità associate al cosiddetto “sistema bancario-ombra”.
Particolarmente grave è l’assenza di ogni riferimento al pericolo rappresentato dai derivati over the counter, notoriamente i più speculativi e destabilizzanti. Mentre a Baden Baden si affermava l’importanza del lavoro del Financial Stability Board nel definire le riforme dei mercati dei derivati otc e si invitava i membri del G20 a completare tempestivamente e a rendere operative in tempi brevi le riforme relative agli otc. Inoltre il G20 ha quasi del tutto ignorato le analisi e le raccomandazioni del Fondo Monetario Internazionale che, poco tempo prima, aveva evidenziato l’importanza della progressiva multipolarità negli affari economici, monetari e commerciali internazionali. Si ricordi che, tra l’altro, il Fondo aveva anche sollevato la questione destabilizzante, divenuta periodica, della volatilità nei flussi di capitali e degli alti debiti pubblici di molti Paesi. Di conseguenza, il Fondo aveva proposto il rafforzamento di una Global Financial Safety Net, che è un insieme di misure per evitare eventuali destabilizzazioni finanziarie. A tal fine poneva l’accento sul ruolo positivamente crescente dei Diritti speciali di prelievo che, com’è noto, sono la moneta internazionale basata su un paniere di valute importanti. Il summit ha anche ignorato le raccomandazioni della Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea che ha evidenziato il rischio rappresentato dal debito globale dei paesi del G20. Si ricordi che, senza contare il settore finanziario, esso è pari a 220% del loro Pil, con un aumento del 40% rispetto al 2007.
Nel documento di Amburgo, purtroppo, non si tiene conto del monito della BRI circa l’aumento del protezionismo: escludendo i dazi, dal 2010 le misure concernenti i regolamenti protettivi e i sussidi, sono quadruplicate. Mentre in dieci anni il commercio internazionale è rimasto fermo al 60% del Pil mondiale.
Si ha l’impressione che il meeting di Amburgo sia stato negativo nei risultati. Tutt’al più è stato uno scenario amplificato per l’ingresso di due nuovi protagonisti, Trump e Macron. (Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e Paolo Raimondi economista)

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Il G20 perde colpi mentre i BRICS vanno avanti

Posted by fidest press agency su lunedì, 1 agosto 2016

Bank-of-England“La situazione economica globale è difficile e i rischi di caduta persistono, come indicano le fluttuazioni dei prezzi delle commodity e la bassa inflazione in molte economie… La volatilità eccessiva e i movimenti disordinati nei tassi di interesse possono avere delle implicazioni negative per la stabilità economica e finanziaria.” Sono questi gli argomenti che introducono la dichiarazione finale del summit dei ministri delle Finanze e dei governatori delle Banche Centrali del G20 riuniti il 24 luglio scorso a Chengdu in Cina.
Volatilità finanziaria e incertezza economica che il G20 addebita soprattutto ai conflitti geopolitici, al terrorismo, ai flussi migratori e, da ultimo, agli effetti della Brexit. Tutte cause politiche che non si possono ignorare. Ma ci sembra si ponga scarsa attenzione ai meccanismi finanziari che noi riteniamo essere la vera causa della persistente crisi.Per il resto la dichiarazione è farcita dai soliti “we welcome” e “we recognize” che, purtroppo, denotano chiaramente la mancanza di vere iniziative e di programmi efficaci di intervento. Ciò risulta in modo più evidente se si confronta il G20 con due altre importanti conferenze tenutesi in Cina pochi giorni prima: quella della New Development Bank (NDB) dei Paesi BRICS e quella dell’Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB), a cui anche l’Italia si è associata.A Shanghai si è svolto il meeting annuale della NDB dedicato al finanziamento delle grandi infrastrutture. La Banca evidentemente si pone come alternativa alla Banca Mondiale ed intende raccogliere più capitali sia per gli investimenti infrastrutturali che per le politiche di maggiore integrazione economica tra i Paesi dell’alleanza. Del resto si afferma apertamente di voler giocare un ruolo più incisivo nella ‘governance’ economica mondiale anche per imprimere un nuovo orientamento al sistema finanziario globale . In verità sono le necessità oggettive che impongono nuove scelte. L’India, per esempio, necessita di ben 1.500 miliardi di dollari di investimenti nei prossimi dieci anni per colmare il proprio gap infrastrutturale. Essa sarà una delle principali aree di sviluppo del mondo. La Banca ha anche stanziato circa un miliardo di dollari nelle energie rinnovabili dei differenti Paesi BRICS. Sta inoltre testando le proprie capacità di operare efficacemente con nuovi strumenti finanziari di lungo termine, per generare prestiti sia a enti pubblici che privati. Ha già emesso obbligazioni quinquennali denominate in yuan al tasso di interesse del 3,07% per l’equivalente di circa mezzo miliardo di dollari per l’economia ‘verde’.
E’ noto che contemporaneamente il primo ministro cinese Li Kequiang ha invitato le sei agenzie economiche internazionali (l’Organizzazione Mondiale del Commercio, l’Organizzazione internazionale del Lavoro,l’OCSE, il Financial Stability Board, la Banca Mondiale e il FMI) riunite a Pechino a porre attenzione al pericolo insito nelle attuali fluttuazioni finanziarie globali e alla necessità di regolare il “settore bancario ombra”, anche quello cinese. Già al suo incontro annuale, tenutosi lo scorso fine giugno a Pechino, l’AIIB, guidata dalla Cina, ha manifestato la volontà di accogliere oltre 100 Paesi con l’intento di diventare il più importante istituto di credito multilaterale delle economie emergenti.
In quest’ottica intende inoltre assumere la leadership mondiale nel finanziamento delle grandi infrastrutture. Si consideri che già oggi la Cina supera gli Stati Uniti nel finanziamento delle infrastrutture globali. Noi riteniamo che, alla luce dei dati ufficiali, la finanza internazionale sia in via di totale trasformazione. Già nell’aprile 2015, Larry Summers, segretario al Tesoro della presidenza Clinton, riconobbe che l’AIIB avrebbe avuto effetti devastanti per l’egemonia degli Stati Uniti e avrebbe rappresentato “il momento in cui gli Stati Uniti persero il ruolo di garante del sistema economico globale”. Perciò noi ribadiamo che un nuovo sistema monetario internazionale basato su un paniere di monete sia quanto mai indispensabile e urgente. Finora la Cina ha agito con estremo realismo. Oltre all’utilizzo dello yuan e di altre monete locali, molti prestiti sono emessi ancora nella valuta statunitense. Ma l’AIIB opera già nell’intera regione asiatica ed è pronta a muoversi verso altri continenti. Certamente la realizzazione della rete infrastrutturale della cosiddetta “Nuova Via della Seta” resta un’assoluta priorità. Finanzia anche un vasto programma di investimenti, tra cui il miglioramento residenziale in Indonesia, la costruzione di autostrade in Pakistan e in Tagikistan, l’elettrificazione di aree rurali del Bangladesh, eccetera. E’ evidente che, al di là del riassetto finanziario, sono le politiche di sviluppo che possono incidere sulle condizioni di vita e di lavoro soprattutto nei Paesi poveri e frenare le quotidiane migrazioni cui stiamo assistendo da troppo tempo. (Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e Paolo Raimondi economista)

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Shanghai G20: allarme crisi sistemica

Posted by fidest press agency su giovedì, 10 marzo 2016

shanghai-chinaIl summit dei ministri delle finanze e dei banchieri centrali del G20, recentemente tenutosi a Shanghai, ha dato un messaggio preoccupante sul futuro dell’economia e della finanza globale. Ha riconosciuto apertamente che le politiche ‘lanciate’ dopo la grande crisi non stanno producendo i risultati positivi desiderati. “La politica monetaria da sola non riesce a promuovere una crescita bilanciata”, è scritto nella dichiarazione finale, per cui il G20 dovrebbe promuovere un programma coordinato di stimoli attraverso “l’uso flessibile della politica fiscale per rafforzare la crescita, l’occupazione e la fiducia”.
Sono solo enunciazioni di buona volontà. Mancano azioni concordate e progetti reali di rilancio dell’economia. Nel contempo vi è una lunga lista di preoccupate dichiarazioni come “eccesso di volatilità, movimenti disordinati sui mercati dei cambi, pesante caduta nei prezzi delle commodity, accresciute tensioni geopolitiche, rischi di revisione al ribasso delle aspettative economiche globali”.
Il dato è che l’altalena dei mercati, purtroppo, continua mentre i governi e le economie procedono in ordine sparso, ognuno per proprio conto e anche in aperta competizione sia sul fronte monetario che finanziario.
Perciò è assai interessante il fatto che negli ultimi giorni alcuni dei maggiori attori economici, attivi durante la crisi del 2007-8, abbiano espresso pubblicamente i loro dubbi sulle attuali strategie economiche e finanziarie.
Mervyn King, governatore della Bank of England nel periodo 2003-2013, ha recentemente affermato che “le maggiori banche dei più grandi centri finanziari del mondo avanzato hanno fallito, provocando un crollo generalizzato della fiducia e la più grave recessione dopo quella degli anni trenta. Come è successo? E’ stato il fallimento degli uomini, delle istituzioni o delle idee? Se non si comprendono le cause sottostanti alla crisi non capiremo mai quello che è successo e saremo incapaci di prevenire una sua ripetizione e di sostenere una vera ripresa delle nostre economie”.
Persino Alan Greenspan, che per vent’anni ha governato la Federal Reserve fino alla vigilia della crisi, ha ammesso che la riforma finanziaria americana, conosciuta come la legge Dodd-Frank, ha fallito. “Avrebbe dovuto affrontare i problemi che avevano portato alla crisi del 2008, ma non lo sta facendo. Le banche ‘too big to fail’ erano la questione cruciale allora e lo sono anche adesso. Gli investimenti nei settori reali sono molto al di sotto della media perché l’incertezza sul futuro continua a dominare.” Purtroppo è così.
Infatti molti indicatori dimostrano che la finanza sta pericolosamente operando con il vecchio schema del ‘business as usual’. Ad esempio, un recente studio del Credit Suisse prova che il mercato globale del ‘leveraged finance’, dopo la contrazione registratasi a seguito della crisi, è ritornato ai suoi massimi livelli. Il ‘leveraged finance’ comporta l’accensione di prestiti sulla base di un capitale minimo dato in garanzia (la famosa leva del debito) per acquistare titoli, soprattutto prodotti finanziari ad alto rischio come i derivati. In pratica si scommette prevedendo un guadagno superiore ai costi del capitale preso a prestito. Sono tutte operazioni fatte dalle grandi banche!
Nel periodo 2011-14 questo mercato a livello mondiale è cresciuto del 42%. L’esposizione delle banche europee è anch’essa aumentata, anche se in dimensioni minori, del 16%. Nel 2014 le banche europee hanno incassato ben 5 miliardi di dollari con tali operazioni speculative. E’ riconosciuto da tutti, a cominciare dalle banche centrali e dalle altre agenzie di controllo, che, nonostante siano consapevoli dell’enorme rischiosità dei citati giochi finanziari, continuano ad astenersi dall’intervenire. Sono anche il frutto amaro della politica del tasso di interesse zero che oggettivamente spinge sui facili sentieri della speculazione.
Ancora una volta quindi il G20 ha concluso i propri lavori predicando rigore ma con un negativo e clamoroso nulla di fatto che consente il solito ‘laissez-faire’. (Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e Paolo Raimondi economista)

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G20 – all climate targets in, but large Emissions Gap remains

Posted by fidest press agency su domenica, 15 novembre 2015

climateAhead of the G20 Summit in Turkey on Sunday The Climate Action Tracker has looked at the climate action (INDCs, or “Intended Nationally Determined Contributions”) by all the member G20 countries, and calculates that, together, compared to a baseline level of emissions (the CAT’s ‘current policies pathways’), the INDCs contribute to bringing the G20 closer to its 2°C-consistent emissions level by only 8% and 15% in 2025 and 2030. The earlier G20 2020 pledges only bring them 6% of the way. Taken together, the CAT finds that the aggregate G20 emissions gap for the period 2020-2030 is actually larger than the global emissions gap. This is because, under a variety of effort-sharing methodologies, many non G20 countries will be allowed emissions increases. A political commitment from the G20 to increase its climate action as a group would have a disproportionate positive benefit on closing the emission gap.
omments from CAT: “The G20, which constitutes more than 80 percent of global emissions, and is responsible for an enormous emissions gap – even bigger than the global gap under collective effort-sharing. This weekend the G20 has an opportunity – and responsibility – to collectively act to close this gap,” said Dr Niklas Höhne, NewClimate Institute. “Without strong climate action by the G20, there is little the most vulnerable countries on the planet can do to stop the avalanche of very severe climate impacts heading toward them. To have any chance of holding warming to 1.5 or 2degC, the G20 as whole needs to lift its game on emission reductions” said Bill Hare, Climate Analytics. (foto: climate)

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G20: molte delusioni

Posted by fidest press agency su sabato, 5 novembre 2011

Robin Hood Tax Stunt in Brussels, 6 September 2010

Image by Oxfam International via Flickr

Cannes, 4 novembre 2011 – In un G20 monopolizzato dalle discussioni sulla Grecia e dal caso Italia, il crescente consenso sull’adozione della tassa sulle transazioni finanziarie (o Robin Hood Tax) è l’unica nota positiva di un vertice deludente sul piano della lotta alla povertà.La Robin Hood Tax ha mosso i primi passi a Cannes. Francia, Spagna e Germania sono i suoi più decisi sostenitori, seguiti da Brasile, Argentina. Etiopia e Sudafrica, che affermano di volerne utilizzare il ricavato per favorire la lotta alla povertà globale. Gli Stati uniti hanno superato la precedente opposizione alla proposta, maturata in ambito UE, di istituire una tassa sulle transazioni finanziarie nell’Eurozona.“La tassa sulle transazioni finanziarie può rappresentare davvero una soluzione concreta per raccogliere risorse a beneficio della spesa sociale, nel Nord e nel Sud del Mondo. Il prossimo passo è realizzarla il prima possibile, a partire dall’Eurozona”, afferma Elisa Bacciotti, portavoce di Oxfam Italia. “Per questo ci auguriamo che l’Italia, paese che a Cannes ha preso impegni precisi in ambito economico-finanziario, possa comprendere appieno le potenzialità di questo strumento per la lotta alla povertà e schierarsi presto a fianco degli altri paesi europei che promuovono l’adozione della tassa”.Novità positive anche sul fronte della finanza innovativa per la lotta al cambiamento climatico: il G20 ha gettato le basi per un accordo su un’equa tassazione delle emissioni di carbonio dei trasporti marittimi. Al G20 Francia, Germania e Sudafrica hanno sostenuto la proposta, mentre altri paesi l’hanno appoggiata per la prima volta. E’ ora compito dei negoziati Onu sul clima, in programma Durban a fine novembre, concludere l’accordo.Delusione invece per le misure a sostegno della lotta alla fame: il G20 ha fatto un primo passo per migliorare la trasparenza dei mercati e sperimentare la costituzione di riserve alimentari regionali per diminuire la volatilità dei prezzi. I leader hanno espresso un sì condizionale alla proposta di una migliore regolazione dei derivati su merci o materie prime, ma hanno affrontato in primis le conseguenze degli alti prezzi, non le cause. Come per esempio l’eccessiva speculazione e le politiche di sostegno ai biocarburanti che trasformano enormi quantità di cibo in carburante.“I grandi sconfitti di questo G20 rimangono le persone affamate – poco meno di un miliardo – che questo vertice avrebbe potuto aiutare riformando il sistema alimentare al collasso. La tavola del summit era imbandita con misure pratiche per controllare i prezzi alimentari fuori controllo, ma i leader non le hanno messe sul loro piatto”, dichiara Luc Lampriere, portavoce di Oxfam International.

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G20 leaders to cut fossil fuel subsidies and kick start Climate Fund

Posted by fidest press agency su mercoledì, 2 novembre 2011

CANNES

Image by TOMOYOSHI via Flickr

Cannes 2/11/2011 Greenpeace today challenged G20 leaders attending this week’s summit in Cannes to deliver on their pledge to cut fossil fuel subsidies and instead invest in green jobs, in response to the current global financial, economic, and environmental crisis. A World Bank report prepared for the G20 shows that if developed countries transferred $10 billion from fossil fuel subsidies to climate finance, this could kick start the $100 billion Green Climate Fund and pay for real solutions that cut emissions, create jobs and help the most vulnerable countries adapt to climate change. This $10 billion funding would represent only 20 percent of the current spend on climate-destroying subsidies.“G20 leaders must deliver on their 2009 pledge by setting a clear timetable for cutting fossil fuel subsidies”, said Patricia Lerner, Greenpeace International Senior Political Advisor. “Instead of lining the pockets of oil companies during a time of financial crisis, this is an opportunity for world leaders to act in the interests of the people instead of polluting corporations.”Greenpeace is calling on the G20 to formulate a timetable for the phase-out of fossil fuel production subsidies. The consumption subsidy reforms required for this phase-out need to be delivered through socially just transition plans, designed to protect the poor in developing countries.The international environmental organization also issued a checklist (4) today of four key criteria for a successful G20, calling on leaders to honour their promises to protect their citizens from the climate crisis, which will make the current economic crisis look small, if leaders fail to act decisively to prevent catastrophic climate change. “Time is of the essence for bailing out the climate”, Lerner added. “With just weeks to go before the climate summit in Durban, governments must show that the G20 can be a calming force for both the world economy and climate, by cutting polluting subsidies and shifting that money to create the green jobs and climate protection investments the world so urgently needs.”
Greenpeace is an independent global campaigning organisation that acts to change attitudes and behaviour, to protect and conserve the environment and to promote peace.

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A Seul soltanto un nulla di fatto

Posted by fidest press agency su mercoledì, 24 novembre 2010

Il G20 di Seul si è concluso con un colossale nulla di fatto. Anzi possiamo dire che rappresenta un passo indietro rispetto agli impegni presi nei passati summit. Il problema più recente della crisi globale, cioè il rischio di uno scontro sui mercati dei cambi e tra le monete, è stato accantonato per evitare una rottura internazionale. È una sostanziale ammissione di impotenza del G20, confermata anche dalla decisione di proseguire con incontri annuali invece che semestrali.  Il prossimo G20 infatti si terrà in Francia a fine 2011. Sempre che non si verifichi qualche nuova emergenza. Anche sul fronte della riforma finanziaria e della governance si deve ancora passare ai fatti.  Senza entrare nel merito della portata e dell’efficacia delle proposte, si può dire che Mario Draghi, in qualità di presidente del Financial Stability Board, ha correttamente sintetizzato la questione. Ha detto: «Abbiamo fatto molto, in breve tempo, con le regole. Ora occorrono le leggi». I governi e i parlamenti devono quindi approvare le leggi di attuazione per non lasciare solo sulla carta il lavoro finora fatto.  In realtà il G20 è  stato paralizzato dalla decisione, presa qualche giorno prima in modo autonomo dalla Federal Reserve di immettere nuova liquidità per ben 600 miliardi di dollari. Essa dovrebbe servire ad acquistare titoli di stato americano, mantenendo sempre più bassi i tassi di interesse per favorire la domanda e la ripresa dell’economia Usa. Le autorità americane hanno giustificato tale scelta con la mancata rivalutazione dello yuan cinese che penalizzerebbe le esportazioni Usa, favorendo nel contempo quelle cinesi.  A nostro avviso tale affermazione non è del tutto fondata. In verità se c’è qualcuno che in questi giochi dei cambi rischia di essere penalizzato è l’Europa con il suo euro forte. Il bombardamento mediatico intorno alla ritrosia cinese sulla flessibilità del tasso di cambio è servito da cortina fumogena per presentare come inevitabile e necessario il «fait accompli» della Fed di stampare altra moneta.  Basta la semplice lettura dei dati economici relativi alla bilancia commerciale americana per capire la portata meramente finanziaria dell’operazione. Nel periodo gennaio-settembre 2010, gli Usa hanno accumulato un deficit commerciale di circa 380 miliardi di dollari. Ma il problema è ben maggiore in quanto dalla composizione delle esportazioni americane emerge che esse sono rappresentate per il 30% da servizi, in particolare finanziari e assicurativi. che vantano un avanzo di oltre 110 miliardi. I settori produttori dei beni di consumo e dei beni capitali, invece, insieme registrano un disavanzo di quasi 500 miliardi!  Gli Usa, per esempio, spendono 190 miliardi di dollari solo per importare petrolio grezzo. Se è vero che 200 miliardi del deficit relativo ai beni sono nei confronti della Cina, è altrettanto vero che i restanti 300 miliardi riguardano il resto del mondo: 60 verso l’Eu, 42 verso il Giappone, ben 45 miliardi verso l’Africa, ecc. Forse il dato che meglio rivela i problemi dell’economia americana è il deficit di 56 miliardi di dollari nel settore dei prodotti «advanced technology», ad alta tecnologia.  Dovrebbe essere lapalissiano che la nazione più avanzata del mondo non può avere un deficit commerciale nelle tecnologie! Gli unici settori tecnologici che ancora «tengono» sono quelli dove gli Usa godono di un monopolio storico: quello aeronautico e quello bellico, che può contare su un budget ufficiale di oltre 700 miliardi di dollari (senza considerare gli extra).  Perciò l’economia americana non arranca perché il valore dello yuan è basso e tanto meno può riprendere quota attraverso le svalutazioni competitive del dollaro. Come ha recentemente sostenuto Wolfang Schaeuble, il ministro delle Finanze tedesco, «il modello di crescita all’americana è nel mezzo di una crisi profonda». Non c’è stata una distorsione del sistema, ma si è all’inizio della fine di un modello insostenibile.  Ciò non ci rallegra. Ma a Seul il presidente Barack Obama, sconfitto alle elezione di medio termine, è sembrato appiattirsi sulle posizione della Fed. Solo pochi mesi fa, presentando il bilancio 2011, aveva denunciato il fatto che il «moral hazard» del mondo finanziario e bancario avesse fatto lievitare il debito pubblico di ben 3.000 miliardi di dollari portandolo alla vetta dei 12.000 miliardi. Evidentemente il peso dei signori della finanza è ancora intatto. In America e non solo. (Mario Lettieri Sottosegretario all’economia nel governo Prodi  e Paolo Raimondi Economista)

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Seul: il G20 delude

Posted by fidest press agency su sabato, 13 novembre 2010

Il G20 di Seul lascia in eredità un piano di promesse, ma non prevede nessuna azione concreta. Il nuovo Consenso di Seul fa intendere che lo sviluppo è importante, ma che le vere azioni dovranno aspettare. Un’attesa che quasi un miliardo di persone affamate nel mondo e altri milioni ridotti in povertà dalla crisi economica non possono permettersi. “Il Consenso sullo sviluppo di Seul deve mettere sul tavolo le risorse necessarie a finanziare scuole, salute e sostegno ai piccoli contadini che sono fondamentali per una crescita economica sostenibile”, dichiara Farida Bena, portavoce di Oxfam Italia. “E’ necessario che i paesi ricchi concordino una tabella di marcia per fornire gli aiuti che hanno già promesso. Combattere l’evasione fiscale e adottare una tassa sul settore delle transazioni finanziarie sono due misure eque e fattibili per trovare fondi addizionali senza aumentare il peso sulle spalle del contribuente medio”. L’Italia, ricorda Oxfam, deve fare la sua parte sostenendo l’adozione della tassa sulle transazioni finanziarie a livello europeo e al prossimo G20 in Francia. “Siamo contenti che il G20 abbia messo i bisogni delle persone povere nella sua agenda e abbia rigettato le politiche pre-confezionate del Washington Consensus”, conclude la Bena. “Ma dopo le promesse di aiuto non mantenute dal G8, il G20 deve fare di più che limitarsi a nuove e vuote promesse”. Nessun progresso si registra per i negoziati sul commercio del Doha round. “Battere il tamburo rotto di Doha è in genere un segno di disperazione o confusione. Il G20 non ha neanche potuto accordarsi sul primo passo: aprire i mercati dei paesi ricchi ai paesi poveri”, osserva Jeremy Hobbs, direttore di Oxfam International”. Per un vero accordo commerciale, i paesi ricchi dovranno fare concessioni che hanno rifiutato di fare negli ultimi nove anni. Non succederà”. Il G20 ha espresso il suo sostegno a un’area di libero commercio africana. La proposta non deve però deviare l’attenzione dal punto fondamentale: “Il sostegno a un’area di libero commercio africana non può sostituire un accordo sul libero accesso dei paesi poveri ai mercati di quelli più ricchi, senza quote e tassi doganali”, continua Hobbs. Anche la tanto annunciata riforma del Fondo Monetario Internazionale ha troppi punti deboli. La quota dei paesi in via di sviluppo, infatti, aumenterà solo del 2,8 per cento. Con meno di un mese al vertice di Cancun, infine, il G20 ha perso l’opportunità di spingere verso un accordo mondiale per affrontare i cambiamenti climatici. Il G20 dovrebbe ascoltare i consigli dell’Advisory Group di Alto Livello su Cambiamenti Climatici, che sostiene le tasse sulle transazioni finanziarie e altre opzioni possibili.

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G20 e le guerre monetarie

Posted by fidest press agency su giovedì, 11 novembre 2010

Seoul  La CRBM chiede con forza al G20 di affrontare alla radice il problema di come risolvere gli squilibri dell’economia mondiale e coordinare le politiche monetarie. Per far fronte alla gravità della crisi economica e sociale che viviamo, è necessaria una reintroduzione del controllo dei capitali in tutti i Paesi, seguendo il modello di successo di Cina, Corea del Sud e India, e l’applicazione di una tassa sulle transazioni finanziarie. Soltanto in questo modo si porrà un freno alla speculazione finanziaria che continua indisturbata e si eviterà che la liquidità foraggiata dai piani di stimolo all’economia aumenti i fenomeni speculativi sulle commodity e sulle valute. Allo stesso tempo la società civile internazionale chiede che il G20 lavori per la creazione di un nuovo sistema monetario internazionale che soppianti il dollaro come moneta di riserva internazionale e stabilizzi i tassi di cambio, a vantaggio di tutti. Soltanto così si ridurranno strutturalmente i deficit commerciali e gli accumuli eccessivi di riserve di alcuni Paesi che spingono poi altri all’indebitamento. Alla vigilia del vertice a sorpresa il governo italiano ha richiesto ai partner del G20 di prendere misure urgenti per prevenire la speculazione sulle commodity agricole ed energetiche regolamentando il mercato dei prodotti derivati. “Se davvero il governo ci tiene a porre un freno a questa speculazione che penalizza i Paesi poveri e i consumatori da noi, perché allora si oppone ferocemente alla tassa sulle transazioni finanziarie che andrebbe nella stessa direzione e garantirebbe anche un gettito per il nostro Stato?” ha dichiarato da Seoul Antonio Tricarico, coordinatore della CRBM. “Dal momento che gran parte dei soggetti che speculano operano tramite i paradisi fiscali, perché il governo non chiede che questo tema sia discusso nuovamente e risolto davvero, non come fatto in maniera inadeguata al G20 di Londra? Dalle risposte a queste domande si giudicherà la credibilità dell’estemporanea azione del governo” ha concluso Tricarico.

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Berlusconi e il vertice G20

Posted by fidest press agency su lunedì, 28 giugno 2010

“A poche ore dalla conclusione formale del Vertice G20, le anticipazioni sul contenuto della dichiarazione finale sono sconfortanti: zero in condotta per i leader dei venti Paesi più ricchi del mondo che preferiscono rinviare ogni decisione a Novembre, al Summit di Seoul”, dichiara Luca De Fraia, Vice segretario generale di ActionAid Italia. “In tema di sviluppo, si dà vita a un nuovo gruppo di lavoro che dovrebbe portare all’approvazione dei piani di azione al prossimo Vertice di Seoul. Ma non abbiamo grandi aspettative, visto il fallimento di quelli concordati negli anni precedenti”, continua De Fraia. “Il G20 parla di sicurezza alimentare, ma i leader non sono riusciti a dire quello che il Gruppo degli Otto aveva mancato di chiarire il giorno precedente, ovvero con quali e in che modo le risorse promesse a L’Aquila verranno spese”. Il confronto fra G8 e G20 si chiude, quindi, con una nota negativa. La prossima prova d’appello per i grandi del pianeta sarà il G20 di Seul, a novembre. “Nel sostenere le conclusioni di questo Vertice, dove si parla di appoggio al Fondo Monetario Internazionale e alla Banca Mondiale, il Primo Ministro Berlusconi dovrebbe ricordarsi che l’Italia ha un debito accumulato verso le istituzioni internazionali di circa 1300 milioni di euro”, conclude De Fraia.

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Il Consiglio Europeo e il G20

Posted by fidest press agency su lunedì, 28 giugno 2010

il Consiglio Europeo ha deciso di assumere la leadership nel G20 per sostenere la proposta di una tassazione nel settore finanziario. L’Italia, ultima in Europa per risorse destinate alla lotta alla povertà, dovrebbe essere più coraggiosa nell’adottare nuovi strumenti finanziari, come la Financial Transaction Tax (FTT)”. Questo l’appello di Luca De Fraia, Vice segretario generale di ActionAid, presente al media center di Toronto. “La proposta di una tassa sulle transazioni finanziarie (FTT) può contribuire a coprire i costi generati dalla crisi e, soprattutto, potrebbe rappresentare un sostegno importante al flusso degli aiuti diretti ai Paesi in via di sviluppo”, dichiara De Fraia. Si stima che, tassando dello 0,05 per cento ogni compravendita di titoli non-statali e strumenti finanziari, nella sola Unione Europea si potrebbe registrare un gettito tra i 163 e i 400 miliardi di dollari annui. A livello mondiale, il gettito sarebbe compreso tra 400 e 946 miliardi di dollari l’anno. “Si tratta di risorse che potrebbero essere destinate ai Paesi più poveri, contribuendo quindi al raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio”, afferma De Fraia. “Le conseguenze della crisi economica globale si stanno abbattendo sulle fragili economie di Paesi che meno hanno contribuito a scatenarla”, afferma De Fraia. Nei Paesi in via di sviluppo, infatti, la crisi finanziaria arriva immediatamente dopo la crisi energetica, quella alimentare e quella climatica del 2007-2008, traducendosi in un aumento dei poveri e degli affamati. L’avvio dell’annunciata ripresa economica è minacciata non solo dalla mancata realizzazione degli impegni in tema di aiuti ma anche dalla riduzione dello spazio fiscale a diposizione per interventi in campo sociale. Nel 2009, in Africa Sub-Sahariana si è passati da un surplus dell’1% nel 2008 a un deficit superiore al 5,5%. Nonostante il Ministro degli Esteri Frattini abbia riconosciuto gli importanti risultati che l’adozione della FTT potrebbe garantire, il Presidente Berlusconi, nella conferenza stampa conclusiva del Vertice G8, ha dichiarato di avere messo un veto su questa proposta. “Il G20 di Toronto può ancora essere l’occasione per accelerare l’adozione di questo strumento”, afferma De Fraia. “Auspichiamo che l’Italia riveda le sue posizioni e si unisca a Francia e Germania nel realizzare a livello globale la tassa sulle attività finanziare. In Italia, il Parlamento dia un segnale all’opinione pubblica mondiale: calendarizzi il disegno di legge per l’introduzione dell’imposta nei giorni successivi al Vertice G8/G20”, conclude De Fraia.

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G20: nessun sacrificio per le banche

Posted by fidest press agency su lunedì, 28 giugno 2010

Il G20 ha perso un’occasione d’oro per affrontare la povertà globale, limitandosi a constatare che non c’è accordo su come far pagare il costo della crisi economica alle banche. “Dopo che il G8 ha lasciato cadere nel vuoto il suo impegno di aiutare i paesi più poveri, il G20 ha perso l’occasione di ridurre la povertà attraverso l’adozione di una tassa sulle banche”, commenta Farida Bena, portavoce di Oxfam e Ucodep. “Per usare un linguaggio calcistico, i difensori del Canada hanno impedito agli USA e e all’Unione Europea di fare goal nella partita più importante per l’Africa. Il G20 avrebbe dovuto applicare una tassa al settore finanziario per dare veramente una mano ai 64 milioni di persone impoverite dalla crisi economica”. Di fronte a Francia e Germania, che sostengono una tassa sulle transazioni finanziarie, e a Inghilterra e Stati Uniti, che già hanno adottato un’imposta sulle loro banche, per bloccare la misura il Canada ha dovuto convincere alcune economie emergenti. “E’ comprensibile che le economie emergenti non vedano di buon occhio una tassa che è stata pensata per tutelare Wall Street e gli altri mercati più ricchi ”, osserva Bena. “Ma sono pronta a scommettere che questi paesi sarebbero disposti ad adottarla per evitare che i paesi poveri, a causa della crisi, debbano tagliare la sanità, l’istruzione e altri servizi essenziali”.  Una minuscola tassa sulle transazioni finanziarie, applicata nei mercati dei paesi più ricchi, potrebbe generare centinaia di miliardi all’anno per raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio (OSM) e per aiutare i paesi poveri ad affrontare i cambiamenti climatici. “L’Italia dovrebbe sostenere una tassa del genere, che non causerebbe alcuna fuga di capitali né ricadrebbe sul consumatore medio” continua Bena. “Ci auguriamo che il Presidente Berlusconi appoggi le proposte del Consiglio e del Parlamento Europeo in merito”. Le popolazioni più povere, travolte dalla crisi economica causata da un settore finanziario impazzito, possono solo sperare in risultati più positivi al prossimo negoziato nella Corea del Sud, affermano Oxfam e Ucodep, che valutano in modo incoraggiante la decisione del G20 di assumere un ruolo più decisivo nel promuovere lo sviluppo del Sud del mondo, in vista della Presidenza G8 e G20 della Francia nel 2011.

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G8 e G20: dare risposte concrete

Posted by fidest press agency su venerdì, 25 giugno 2010

Toronto (Canadà) 26-27 giugno 2010. Le principali reti della società civile italiana – coese nel promuovere la Campagna Zerozerocinque – si appellano ai leader del G20 affinché il vertice chiamato a regolamentare i mercati finanziari e a dare risposte concrete alla crisi economica approvi, tra le altre misure, anche l’introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie. Tale tassa pur con un’incidenza minima – si ipotizza lo 0,05% sul valore di ogni transazione – sarebbe in grado di generare un gettito importante da utilizzare per le misure di contrasto alla crisi economica, di sostegno all’occupazione, per le politiche sociali, ambientali e di cooperazione allo sviluppo. «Si pensi alla crisi della Grecia, all’attacco all’euro, alla finanziaria da 24 miliardi approvata in Italia e alle misure analoghe allo studio in tutta Europa. Chiediamo ai Governi e alle istituzioni finanziarie di adottare misure per anticipare i mercati e ridare alla politica strumenti di controllo sulla sfera finanziaria, valutando le proposte che da tempo le reti della società civile internazionale promuovono. Tra queste la tassa sulle transazioni finanziarie – a cui si sono già detti favorevoli i governi Francese, Tedesco e Belga».
I promotori della Campagna 005 promettono di non fermarsi: se il G20 non sarà in grado di prendere decisioni e si concluderà con l’ennesimo nulla di fatto, chiedono che l’Europa si muova da sola sulla scia di quanto già discusso nell’ultimo vertice del Consiglio Europeo. L’introduzione della tassa sulle transazioni finanziarie potrebbe essere efficace anche se applicata nella sola Europa o nella sola area Euro. Inoltre una tale volata in avanti dell’Europa sarebbe un segnale forte per i prossimi G20 in Corea e in Francia.

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G20 e i paradisi fiscali

Posted by fidest press agency su giovedì, 5 novembre 2009

Alla vigilia dell’incontro dei ministri delle Finanze di St Andrews, la CRBM chiede al G20 di compiere dei passi concreti nella lotta contro i paradisi fiscali. Secondo la CRBM finora al riguardo si è fatto ben poco. Affidare un ruolo fondamentale all’OCSE non ha pagato i dividendi, tanto che la lista nera dell’organizzazione sovranazionale è già vuota, quasi come se il problema fosse quasi del tutto risolto. Meglio allora far riferimento al Financial Secrecy Index (http://www.financialsecrecyindex.com/), che invece annovera ben 60 Paesi nella sua lista nera basata su una serie di indicatori ben precisi. Colpisce come in “prima posizione” si trovi lo Stato americano del Delaware, meno rinomato come paradiso fiscale rispetto a Lussemburgo, Svizzera e Cayman Island, che invece seguono “in classifica”. “E’ inutile l’attivismo nazionale dell’ultima ora del ministro Giulio Tremonti”, ha dichiarato Andrea Baranes della CRBM, presente in Inghilterra nei giorni del vertice, “se poi non si riesce a fare veri progressi a livello multilaterale”. “E’ palese che le liste OCSE sono inefficaci, e l’evasione e l’elusione fiscali continuano indisturbate in barba agli impegni del G20 o ai dubbi scudi fiscali” ha continuato Baranes. “Il problema non si risolve solo con sortite lampo in Svizzera, ma è l’intera rete internazionale dei paradisi fiscali che va smontata ed oggi la società civile internazionale propone la via di uscita tecnica ed operativa per farlo. Serve solo una vera volontà politica” ha concluso Baranes

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Vertice dei G20

Posted by fidest press agency su mercoledì, 23 settembre 2009

Pittsburgh, Usa 24 e 25 settembre 2009 I temi in agenda e i loro aspetti controversi. Lo scorso 2 aprile il vertice dei G20 tenutosi a Londra ha dato in pasto ai media una cifra di portata iperbolica: un trilione di dollari di fondi messi a disposizione per lenire gli impatti della crisi nei quattro angoli del pianeta. I leader riuniti nella capitale inglese non hanno tuttavia evidenziato come nella sostanza la quantità di “nuovi fondi” concessi sia molto ridotta e che il resto riguardi impegni già presi in passato. I 61 Paesi a basso reddito hanno ricevuto solo il 4,5 per cento del trilione, ovvero 50 miliardi, mentre tutto il resto è destinato al Nord ricco. Per la verità il 50 per cento di questo ammontare non è ancora stato elargito, mentre una buona parte del denaro trasferito è sotto forma di prestiti, con il rischio di aumentare il già consistente debito estero delle realtà più sfortunate del Pianeta.  L’istituzione più generosa con gli Stati a basso reddito è il Fondo monetario internazionale. Sono 21 i miliardi di dollari esigibili tramite gli special drawing rights (diritti speciali di prelievo), ai quali non sono attaccate condizionalità ma che prevedono tempi (e soprattutto interessi) ben specificati per la restituzione. Degli special drawing rights beneficiano tutti i Paesi, tanto che i 250 miliardi distribuiti in totale sono andati in buona parte a membri del G20. Risulta inoltre irrisorio l’utilizzo delle risorse per i Paesi più poveri che l’Fmi dovrebbe liberare dalla vendita di una parte delle proprie risorse auree. A fronte di un potenziale rientro fino a 10 miliardi di dollari, meno di uno andrà in prestiti agevolati agli Stati a basso reddito. Val la pena notare che nessuno di questi Paesi è in alcun modo presente nel G20 e che le stime della Banca mondiale prevedono che nel solo 2009 la parte più povera del mondo si ritroverà a perdere risorse per un totale tra i 350 e i 635 miliardi di dollari. Basti pensare che la contrazione delle importantissime rimesse dei migranti si attesterà sul meno 7,5 per cento rispetto al 2008.  Non a caso entro la fine dell’anno nel mondo avremo altri 100 milioni di persone che vivranno con meno di un dollaro al giorno. Per la società civile globale i fondi a disposizione dei Paesi del Sud del mondo devono quanto meno essere triplicati ed erogati sotto forma di doni, non prestiti. Inoltre sarebbe fondamentale istituire una moratoria di cinque anni sul debito estero, così che preziose risorse siano utilizzate per mettere un argine agli effetti della crisi. Queste azioni risulterebbero molto più incisive di nuovi impegni generici e “di propaganda” da parte dei governi del G20, tra cui le questioni dei finanziamenti per la lotta ai cambiamenti climatici e per una ennesima nuova iniziativa ad hoc per la sicurezza alimentare, che la Presidenza americana sembra intenzionata a sollevare a Pittsburgh nonostante specifici processi in ambito Nazioni Unite stiano negoziando le stesse questioni.

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