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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 259

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La trappola di Gaza: perché si è riaperta e che cosa Israele può fare

Posted by fidest press agency su mercoledì, 8 maggio 2019

By Ugo Volli. Riassumo la situazione di Gaza per chi non l’avesse seguita o non fosse riuscito a capire quel che è successo dalle cronache del tutto insufficienti dei giornali. Venerdì pomeriggio Hamas ha organizzato il solito assalto di massa verso il confine di Israele. Erano pochi, meno di diecimila, ma quanto basta per mandare centinaia di bombe incendiarie volanti sul territorio israeliano, per coprire un terrorista armato di coltello che è stato arrestato dopo che aveva superato la barriera di sicurezza e soprattutto dei cecchini che hanno sparato sui soldati israeliani incaricati di difendere il confine, ferendone due. A questo punto le forze israeliane hanno reagito come è necessario in questi casi, sparando contro le posizioni di Hamas e uccidendo due terroristi. La reazione dei gruppi terroristi è stata molto intensa. In circa 24 ore hanno sparato quasi 500 razzi e proiettili di mortaio su città e villaggi israeliani vicini a Gaza. La maggior parte di questi missili sono caduti in campagna o sono stati fermati dal sistema antimissile Iron Dome, ma alcuni sono arrivati direttamente nelle case, uccidendo un uomo e facendo alcune decine di feriti. Un paio di morti li hanno provocati con razzi difettosi sulla popolazione di Gaza. Bisogna sottolineare che obiettivi dei razzi e perdite riguardano solo civili: non si è trattato di un confronto militare, ma di un atto terroristico. Israele ha reagito con un bombardamento mirato su impianti militari e su sedi di Hamas, sembra anche sulle case dei suoi massimi dirigenti. Mentre vi scrivo (domenica a mezzogiorno) il confronto va avanti nonostante il tentativo di mediazione egiziano. Per aggiornamenti continui, vi consiglio questo link.
Fin qui la cronaca. Per capire che succede, bisogna porsi alcune domane. La prima è: che cosa fa la comunità internazionale, l’Unione Europea, l’Onu, il Vaticano di fronte allo spettacolo di un gruppo terrorista che cerca di incendiare il territorio di uno stato vicino, spara alle guardie di frontiera, spedisce 430 razzi in un giorno contro la sua popolazione civile? La risposta è “nulla”, se va bene spende qualche parola di “condanna alla violenza”. “Da tutt’e due la parti”, naturalmente. L’eccezione è l’America, ma si sa che Trump è un “sovranista” cattivo e che non conta. Magari altri “sovranisti” si uniranno alla solidarietà americana, chessò, Bolsonaro, Orban Salvini; ma sono cattivi anche loro. Nessuna sorpresa, basta vedere le cronache dei giornali per capire come questo atteggiamento di tolleranza del terrorismo contro Israele sia condiviso dai benpensanti.
La seconda domanda, più seria, è perché i terroristi agiscono così. La risposta va divisa in punti. Il primo punto è che non si tratta affatto di gesti popolari o spontanei. Il fatto che gli attacchi da Gaza procedano a ondate, con l’uso massiccio di risorse militari, testimonia che sono sotto il controllo delle centrali terroriste, che sono atti politici, di cui bisogna capire il senso. Si possono ricostruire tre obiettivi principali. Il primo è cercare di conquistare nuove regole del gioco, in cui sia sancita che la violenza quotidiana di Hamas (attacchi al confine, spari sui soldati, palloni incendiari, oltre ovviamente ai coltelli e al resto della “resistenza popolare”) è legittimo e dev’essere subito, mentre la reazione israeliana non lo è e merita rappresaglie. E’ una stortura criminale che ho cercato di spiegare qui, ma è anche un loro obiettivo politico costante. Il secondo obiettivo è ottenere vantaggi concreti (l’ampliamento della zona di pesca, la consegna dei finanziamenti che vengono dal Qatar ecc.), approfittando con attenzione delle scadenze interne israeliane: un mese fa le elezioni, oggi il concorso dell’Eurovision, che è importante per il turismo e l’immagine internazionale di Israele. Il terzo è procedere verso l’obiettivo strategico della distruzione di Israele e del genocidio che vorrebbero realizzare, e più realisticamente mostrare a tutti i militanti palestinisti che questa è la strada che si persegue a Gaza, a differenza dei mollaccioni di Ramallah, indebolendo ulteriormente l’incapace e senile Mohamed Abbas.Un quarto obiettivo, che probabilmente è il principale, viene dall’esterno, dal regime iraniano che controlla, finanzia e arma sia Hamas che la Jihad islamica, l’altro gruppo terrorista di Gaza che sta crescendo di forza e dimensioni. L’Iran grazie all’azione dell’aviazione israeliana sta perdendo la battaglia decisiva per la costruzione di un’infrastruttura militare in Siria da cui attaccare Israele. E’ interesse vitale dell’Iran dividere e logorare le forze armate di Israele, che non possono essere numerosissime, data la dimensione del paese. Altrettanto importante per gli ayatollah è rompere la coalizione che si è formata per contrastare la loro spinta imperialistica, in cui Israele la parte militarmente più importante, insieme a Egitto e Arabia. Per ottenere entrambi questi risultati il modo migliore sarebbe far impantanare l’esercito israeliano in un’operazione e poi magari in un’occupazione a Gaza, che impegnerebbe forze importanti distogliendole dal fronte settentrionale e produrrebbe molte perdite sia fra i militari sia inevitabilmente nella popolazione civile in Israele come a Gaza, esaltando i sentimenti antiebraici dei paesi arabi, anche quelli di fatto oggi alleati a Israele.
E’ un calcolo che fanno tutti, gli iraniani che ci sperano, Hamas che ci rimetterebbe ma deve starci visto che i suoi padroni vogliono così (e che comunque ne ricava uno spazio di immunità) e il governo e lo Stato Maggiore israeliano che devono pagare dei prezzi politici per non cadere in trappola (a questo proposito sono particolarmente ciniche le dichiarazioni di Gantz, che sa di cosa parla, e di Lapid, che probabilmente invece non capisce, cioè degli sconfitti delle ultime elezioni che attaccano il governo su scelte condivise da tutto l’apparato militare). In sostanza i responsabili di Israele, e prima di tutto Netanyahu, sanno di non dover cadere nella trappola iraniana di cui Hamas è l’esca. Un’operazione su Gaza porterebbe i morti dalle unità alle centinaia, esporrebbe a rischio la popolazione israeliane e probabilmente non sarebbe risolutiva se non seguita da una complicata, difficile e sanguinosa rioccupazione di Gaza.Anche perché le perdite delle due ultime grosse ondate di terrorismo dei missili, questa e quella del Novembre scorso (tre morti finora e alcune decine di feriti) sono ben lungi dal presentare un pericolo esistenziale per Israele, anzi sono inferiori ai costi del terrorismo spicciolo, quello dei coltelli, delle macchine, delle bombe incendiarie e dei sassi, che Israele subisce da anni cercando di arrestare o eliminare i terroristi. Noi siamo più impressionati dai missili, ma non bisogna cedere all’emozione. Anche perché le minacce di bombardare Tel Aviv o l’aeroporto Ben Gurion sono rimaste per ora sulla carta, ma certamente in caso estremo sarebbero attuate, provocando probabilmente altre perdite.
Che può fare dunque Israele? probabilmente potrebbe ampliare i suoi obiettivi, di alzare il prezzo del terrorismo dei missili, mirando a colpire la catena gerarchica di Hamas, cosa che negli ultimi anni non si è fatta. Anche qui con molta oculatezza, perché al di là della retorica del tifo, l’escalation non è interesse di Israele. Vedremo il seguito di questa vicenda. Ricordando sempre che essa non va valutata sulla base passionale dello sdegno per i crimini terroristi o del bisogno di vendetta immediata, ma sulla logica strategica dei danni e delle convenienze.

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Più di 700 missili sono stati sparati da Gaza verso Israele

Posted by fidest press agency su martedì, 7 maggio 2019

Hanno causato la morte di 4 persone. Dalla Striscia un massiccio lancio di ordigni che ha portato a un’escalation e alla risposta dello Stato ebraico in difesa dei suoi cittadini.
All’alba di ieri è arrivato il cessate il fuoco grazie alla mediazione dell’Egitto. Dalla comunità internazionale era arrivata una ferma condanna del lancio di razzi palestinesi contro i civili israeliani. Usa, Francia e Ue, fra gli altri, avevano chiesto ad Hamas e Jihad Islamica di fermare i vili attacchi.È la fredda cronaca di un fine settimane molto difficile per Israele, che ha visto la sua popolazione attaccata e colpita dall’odio del terrorismo palestinese. Ma anche per il governo di Gerusalemme, che si è riunito cinque ore per decidere il da farsi: rispondere bombardando precisi obiettivi militari.
Entrando nello specifico, il numeroso lancio di missili, oltre a seminare il terrore nei civili israeliani, ha mostrato l’enorme capacità bellica di Hamas e Jihad Islamica, data dai continui finanziamenti ricevuti: i razzi costano molto denaro, difficile sostenere che all’interno della Striscia non ci siano soldi.I soldi ci sono, ma invece di destinarli all’aiuto per la popolazione palestinese, vengono utilizzanti per uccidere i civili israeliani. Non solo perché ai terroristi palestinesi non interessa neanche la vita dei loro concittadini: hanno usato edifici civili per nascondersi mettendo in pericolo la popolazione palestinese di Gaza.

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WJC condemns missile attack from Gaza that wounded 7 Israelis

Posted by fidest press agency su lunedì, 25 marzo 2019

NEW YORK – The World Jewish Congress strongly condemns the missile attack from Gaza that struck northern Tel Aviv on Monday, wounding seven people.“It is absolutely intolerable that militants in the Gaza Strip are taking a free hand to callously escalate violence against Israel, completely unprovoked and in violation of international norms. The World Jewish Congress holds Hamas responsible for every attack that emanates from its territory, and strongly underscores that Israel reserves the full right to defend itself and its citizens against all aggression,” World Jewish Congress President Ronald Lauder said.“Our thoughts are with the victims of this attack, who miraculously survived despite a direct hit on their home. It is inconceivable that the residents and citizens of Israel should have to live in fear for their lives and property. Hamas is a terrorist organization that exploits the lives of innocent civilians in its boundless quest to terrify Israelis and destroy the State of Israel. It is high time that the international community recognize Hamas for what it is and condemn it in the strongest terms possible,” Lauder said.

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Gaza: Perché Israele non ha reagito ai bombardamenti di Hamas con un’operazione militare

Posted by fidest press agency su giovedì, 15 novembre 2018

By Ugo Volli. Tutti sappiamo che nei giorni scorsi ci sono stati una serie di gravi incidenti a Gaza e dintorni. Una missione segreta, forse di raccolta di informazioni ma di cui non conosciamo l’obbiettivo e lo svolgimento, è stata scoperta e ha subito un’imboscata. Un tenente colonnello israeliano particolarmente stimato è stato ucciso e un altro ufficiale ferito. Nell’operazione di salvataggio la squadra dei terroristi che li aveva assaliti è stata distrutta, con sette morti dalla loro parte, fra cui un alto dirigente militare di Hamas; un’altra dozzina è stata ferita. In rappresaglia a queste perdite i terroristi hanno spedito quasi cinquecento fra razzi e colpi di mortaio su obiettivi civili Israele, uccidendo una persona (il caso ha voluto che fosse un lavoratore arabo di Hebron, che dormiva in una casa di Ashkelon e ferendone in diversa misura parecchie altre. Iron Dome ha abbattuto quasi tutti (ma non tutti) i razzi che apparivano diretti su luoghi abitati. L’aviazione israeliana ha risposto distruggendo una settantina di obiettivi militari e uccidendo una dozzina di terroristi. Dopo un giorno l’incidente è finito: Hamas ha chiesto il cessate il fuoco e il gabinetto di guerra israeliano ha deciso di non procedere con l’operazione di terra che era pronta. Gli abitanti delle comunità intorno a Gaza hanno protestato, e giustamente perché la loro vita è spesso resa difficilissima dagli attacchi missilistici e dai palloni molotov dei terroristi. Meno giustamente l’opposizione di sinistra (che rivendica l’eredità dei governi di Peres che ha consegnato quasi tutta Gaza all’Autorità Palestinese e di Sharon che ha sgomberato gli ebrei da quel che restava) ha attaccato il governo come incapace di difendere il paese. Ma questo sta nella dialettica democratica e saranno gli elettori a decidere chi ha ragione. All’estero e anche in Italia ci sono stati alcuni generali da salotto che senza alcun diritto politico o morale e soprattutto senza alcuna competenza hanno predicato l’occupazione di Gaza o la sua “distruzione”, dando dell’imbelle a Netanyahu.
In realtà il problema di Gaza non è risolvibile, può solo essere delimitato. Cerchiamo di guardare le cose dal punto di vista freddo di chi deve prendere le decisioni per Israele. A Gaza vi è un milione e mezzo di persone che non c’è modo di fare magicamente scomparire. Buona parte fra loro appoggiano i terroristi, che sono forti di parecchie decine di migliaia di uomini armati e hanno usato tutte le loro risorse per preparare tunnel e bunker di difesa, fortemente minati. Questi e i loro centri comando, le loro fabbriche e i loro depositi di armi, sono accuratamente sistemati vicino o sotto case d’abitazione, ospedali, scuole. Naturalmente non è possibile, per ragioni etiche e anche politiche, pensare di “spianare la striscia” con bombardamenti, come scrivono alcuni stupidi o provocatori. Né Hiroshima né Dresda possono essere esempi per l’esercito israeliano. Chi fosse così pazzo da tentarlo, provocherebbe la distruzione morale e probabilmente anche politica di Israele.
L’esercito israeliano può però conquistare sul terreno quest’incubo militare, ma a prezzo di molte decine o centinaia di morti suoi, e di migliaia o decine di migliaia di morti arabi, in buona parte civili. Ci sarebbe un prezzo politico altissimo da pagare, non solo sulle piazze occidentali ma anche nelle relazioni fondamentali che Israele sta costruendo con gli stati arabi contro l’Iran, che è il vero nemico pericoloso. Questa è la ragione per cui l’Iran sta finanziando Hamas esattamente per risucchiare Israele in un’operazione del genere.Una volta conquistata Gaza, bisognerebbe decidere che farne. Tenerla occupata, senza avere eliminato tutti i terroristi fino all’ultimo (il che è impossibile), ci sarebbe un’emorragia continua di morti e feriti nell’esercito, a causa di attentati. Inoltre dovrebbero stare qui truppe che servono a difendere il Nord, richiedendo richiami massicci di riservisti, con i problemi conseguenti. Lasciarla vorrebbe dire restituirla a Hamas, che ha radici profonde nella striscia e quadri anche all’estero; o darla alla Jihad islamica, che è espressione diretta dell’Iran, o consegnarla a Fatah, cioè ad Abbas, ammesso che volesse e sapesse tenerla; ma non bisogna farsi illusioni, il movimento non ha meno propensione al terrorismo di Hamas. Più probabilmente ne uscirebbe una specie di anarchia, in cui le bande terroriste competerebbero fra loro sulla capacità di infliggere danni a Israele. Si potrebbe infine fare un’operazione limitata come le precedenti, l’ingresso di qualche chilometro nel territorio di Gaza, con distruzione di risorse e organizzazione terroriste. Ma il risultato sarebbe solo provvisorio come nei casi precedenti. Al prezzo di qualche decina di morti fra i soldati israeliani e di qualche centinaia o migliaia di terroristi (ma anche di civili), e di costi politici notevoli, si restaurerebbe per un po’ di tempo la calma. Purtroppo se c’è una cosa che a Hamas non manca sono i ricambi militari, dato il lavaggio del cervello che ha inflitto alla popolazione. Le perdite, come è accaduto in passato, sarebbero presto ripianate.Guardiamo ora l’altro lato della bilancia, sempre con la lucidità al limite del cinismo che occorre in questi casi. Hamas ha usato 500 missili in un paio di giorni, ottenendo un morto e qualche ferito. Di fatto non ha danneggiato Israele se non nel morale degli abitanti vicino alla Striscia, costretti a subire un logorante bombardamento nei rifugi. Ma sul piano militare non è accaduto nulla di significativo. Anzi, si è dimostrata con chiarezza l’impotenza del terrorismo dei missili. Hamas avrebbe potuto continuare una settimana o un mese, senza fare davvero male allo stato ebraico. Anche il tentativo di concentrare nel tempo e nello spazio il bombardamento non ha avuto esiti: ci sono stati 80 missili lanciati in un’ora su un territorio limitato, e Iron Dome ha retto. Si può dire che questa occasione abbia dimostrato che l’arma dei razzi, almeno di quelli a corto raggio di Hamas, è spuntata. (Per quelli molto più sofisticati di Hezbollah e dell’Iran il discorso potrebbe essere diverso.) Come del resto non sono decisivi i loro tunnel e gli assalti in massa alla frontiera. Hamas è nell’angolo, può gridare vittoria quanto vuole, sul piano militare, come su quello politico è perdente.
In nome della “deterrenza” bisognava fare un’operazione di rappresaglia e entrare a Gaza, come Hamas ha in sostanza invitato a fare? No, era una trappola. Così ha valutato l’esercito israeliano e così ha deciso il gabinetto di guerra e Netanyahu. Israele è interessato alla calma, non vuole avere perdite inutili, non vuole offrire il fianco alla propaganda antisemita, sa che la guerra vera è quella del Nord, con Iran, Hezbollah, Siria (e dietro, almeno in parte la Russia). Ha scelto una linea razionale, non emotiva. Non si è fatto tentare dalla logica di “punire” Hamas per le sue provocazioni, ma ha badato al calcolo dei propri interessi. Non ha consentito che si lacerasse la trama del dialogo con i paesi sunniti. Non ha dato armi propagandistiche ai boicottatori. Non ha mostrato debolezza, ma lucidità.

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World Jewish Congress President Ronald S. Lauder mourns loss of life in Gaza border violence

Posted by fidest press agency su mercoledì, 16 maggio 2018

NEW YORK – Reacting to the deadly demonstrations on the Gaza Strip’s border with Israel this week, World Jewish Congress President Ronald S. Lauder said: “The World Jewish Congress mourns the senseless loss of civilian life on the Israel-Gaza border, and holds Hamas fully responsible for the violent developments.“Hamas is a terrorist organization that has hijacked the Palestinian citizens’ right to protest peacefully and brought bloodshed and misery to the people for whose welfare it claims to be responsible.”By fueling hatred against Israelis and massive unprecedented violence on the border, Hamas has incited both innocent civilians and confirmed terrorists to commit acts of suicidal violence against Israel. The hallmark of the group is the cynical use of its own people, including children, as cannon fodder.“Israel has the right, like all sovereign nations, to defend its borders from attack and infiltration, and to protect its citizens.“It is critical to recognize the fact that Hamas is controlling and leading this violence, and endangering the lives of tens of thousands of its own citizens by pushing them to charge toward the border fence into the path of fire.”We urge the international community to call for calm, and to ensure that the facts of this situation are disseminated accurately and widely. The lives of both Palestinians and Israelis depend on this,” Lauder said.

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Gaza. Meotti: la colpa di quei morti è di Hamas

Posted by fidest press agency su mercoledì, 16 maggio 2018

Roma 21 maggio, alle 17,30, presso il Centro Studi Americani di via Caetani 32 si discuterà del libro di Giulio Meotti «Israele. L’ultimo stato europeo» e seguirà il commento sugli fatti di Gaza. All’evento, moderato da Barbara Pontecorvo, prenderanno parte Angelino Alfano, Emanuele Fiano, Enrico Mentana, Stefano Parisi e Ofer Sachs.
Per Giulio Meotti «È grave il bilancio di morti e feriti palestinesi oggi al confine fra Gaza e Israele. Lo stato ebraico, che nelle stesse ore è impegnato a Gerusalemme a celebrare lo spostamento lì dell’ambasciata americana e il riconoscimento di quella città come capitale, a Gaza sta difendendo il suo confine riconosciuto dalla comunità internazionale. La responsabilità degli scontri ricade infatti su Hamas, il movimento terrorista che vuole distruggere Israele e governa la Striscia di Gaza. Qualsiasi altro paese difenderebbe i propri confini e le proprie case da manifestazioni con 50.000 persone che vuole abbatterli. I tragici scontri di Gaza illuminano la condizione unica in cui si trova Israele fin dalla sua nascita 70 anni fa, ovvero quella di una democrazia minacciata nel suo diritto a esistere e a difendersi.»Questo il commento a poche ore dalla notizia degli ultimi scontri in M.O. di Giulio Meotti, giornalista de «Il Foglio» e autore per Rubbettino del libro in uscita in libreria “Israele. L’ultimo stato europeo” nel quale l’autore definisce lo stato israeliano come un avamposto della democrazia, del diritto e della cultura occidentale, che il fondamentalismo islamico vuole spazzare via e che l’Occidente dovrebbe avere a cuore. Perché un piccolo paese assediato nelle sedi internazionali e sui campi di battaglia è tra i più felici del mondo? Il segreto di Israele risiede in un modello culturale opposto a quello oggi in voga in un Occidente dominato dal relativismo, dal pacifismo e dal politicamente corretto. A 70 anni dalla nascita, Israele è una delle più antiche democrazie al mondo che ha eccelso in tutti i campi dello scibile umano e uno dei più straordinari successi della società aperta. Mentre raccoglieva i Premi Nobel, compiva scoperte scientifiche, riempiva le sale da concerto e stampava il più alto numero di libri pro capite, Israele si difendeva con le unghie e con i denti. È la grande storia della “villa nella giungla”. L’Occidente è quello che è grazie alle sue radici bibliche e illuministiche. Se l’elemento ebraico di quelle radici è rovesciato e Israele è perso, allora anche l’Occidente è perso. Per questo come va per la stato ebraico, andrà per tutti noi. Israele è la frontiera felice della cività occidentale.

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Per la prima volta in Italia, il film libanese “Degradé”

Posted by fidest press agency su giovedì, 19 novembre 2015

dègradèMilano 21 novembre – ore 21.00 Teatro Litta – C.so Magenta, 24 anteprima nazionale di DEGRADÉ Regia di Tarzan Abunasser, Arab Abunasser In occasione del 6° WeWorld Film Festival. la rassegna cinematografica è nata con l’obiettivo di accrescere la consapevolezza sulla condizione femminile in contesti difficili utilizzando un linguaggio immediato e coinvolgente come quello cinematografico. La storia ha inizio durante una giornata di una calda estate nella Striscia di Gaza, un salone di bellezza è affollato di clienti di sesso femminile. La loro routine è però interrotta quando sentono degli spari provenienti dall’altra parte della strada. Bloccate nel salone con la prospettiva di una morte sempre più vicina, le donne inizieranno a svelarsi in attesa degli eventi.
Sabato 21 novembre si parlerà di stereotipi di genere e di come le pressioni sociali non riguardino solo le donne. Alle 16.30 si parte con l’anteprima di “The Mask You Live In”, un documentario di Jennifer Siebel Newsom che racconta il viaggio – a volte difficoltoso – di ogni giovane uomo per diventare adulto. “Non frignare”. “Non fare la femmina”. “Sii uomo”. A seguire la Tavola Rotonda Stereotipi, anticamera di bullismo? Cambiamo prospettiva. Stefano Piziali di WeWorld Onlus, Letizia Gambi, Cantante Jazz, Valeria Cavalli Regista di “Io me ne frego” e Letizia Ciancio, Corrente Rosa. Segue, infine, Degradé.

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Aiuti alla popolazione palestinese della Striscia di Gaza

Posted by fidest press agency su lunedì, 16 marzo 2015

gazaIn questi giorni sono stati consegnati i primi aiuti della campagna solidale in favore della popolazione palestinese della Striscia di Gaza lanciata da Solidarité Identités, nel luglio dello scorso anno.Dopo i raid israeliani su Gaza della scorsa estate, l’Associazione di volontariato europeo, da anni in prima linea nel campo dellacooperazione internazionale a beneficio delle minoranze offese, ha messo a disposizione di chiunque avesse a cuore le sorti di quasi 2 milioni di abitanti inermi, tra cui donne e bambini, la possibilità di offrire loro un aiuto concreto.“Di fronte ai nostri occhi si sta consumando un terribile conflitto, per vittime civili senz’altro il più sanguinoso che il Vicino Oriente abbia mai conosciuto dal 2009, restare a guardare o limitarsi a condannare ciò che sta accadendo non solo non è sufficiente ma è criminale, per queste ragioni – annunciava Solidarité identités – abbiamo deciso diattivare immediatamente una raccolta fondi in aiuto del Popolo palestinese”.Così lo scorso sabato, in collaborazione con l’Associazione Al Baqyat Al Salehat, è avvenuta la consegna dei primi 40 pacchi alimentari per le famiglie palestinesi, per un totale di ca. 1.000 kg tra cui 200 kg di riso, 80 kg di pasta, 120 litri di olio d’oliva, 40 litri di tahini, 120 kg di zucchero, 40 kg di latte in polvere e 100 kg carne in scatola. A breve sarà lanciata una nuova raccolta fondi per l’acquisto di nuovi pacchi alimentari da destinare sempre alle famiglie palestinesi della Striscia di Gaza. (foto: Gaza)

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Gli attacchi sistematici contro i civili perpetrati da Israele saranno esaminati dal Tribunale Russell sulla Palestina

Posted by fidest press agency su domenica, 21 settembre 2014

Gazastrip24-25 settembre – Bruxelles – Albert Hall, Bruxelles. La sessione straordinaria su Gaza del Tribunale Russell prenderà in esame gli attacchi sferrati contro i civili e le infrastrutture civili durante l’“Operazione Margine Protettivo” nei mesi di luglio e agosto di quest’anno.
Recentemente, il Human Rights Watch ha accusato Israele di aver commesso crimini di guerra in un rapporto che analizza tre attacchi contro le scuole di Jabalya, Beit Hanoun e Rafah, in cui sono rimaste uccise 45 persone, tra cui 17 bambini.
Non è la prima volta che un’indagine giunge a queste conclusioni. Anche le Nazioni Unite e Amnesty International avevano trovato prove di crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Secondo le Nazioni Unite, durante i 50 giorni dell’offensiva israeliana, 2.131 palestinesi sono rimasti uccisi. Tra questi, 501 erano bambini, sotto i 12 anni nel 70% dei casi, stando ai dati UNICEF.Nello stesso periodo, i dati diffusi dal Ministero della Salute di Gaza parlano di 10.918 feriti, tra cui 3.312 bambini e 2.120 donne. Le Nazioni Unite hanno dichiarato che 244 scuole sono state bombardate e che una è stata utilizzata come base militare. Secondo l’organizzazione per i diritti umani Al Mezan, almeno 10.920 abitazioni private sono state danneggiate o distrutte; tra queste, 2.853 sono state rase al suolo. Inoltre, sono stati colpiti anche 161 moschee, otto ospedali, sei dei quali resi inagibili, 46 ONG, 50 pescherecci e 244 veicoli.John Dugard, Professore di Diritto internazionale e ex Relatore Speciale ONU sui Territori Palestinesi Occupati ha dichiarato:
“Nell’atto di bombardare case e palazzi potenzialmente occupati da militanti di Hamas, le IDF (Forze di Difesa Israeliane) hanno dimostrato un atroce cinismo verso quello che consideravano soltanto un danno collaterale; il problema è che questo danno collaterale spesso coincideva con uccisioni e ferimenti di civili e con la distruzione delle loro case. La mancata distinzione tra obiettivi militari e civili costituisce un palese crimine di guerra” Raji Sourani, Direttore del Centro Palestinese per i Diritti Umani con sede a Gaza, ha dichiarato: “I civili sono stati nell’occhio del ciclone durante tutta l’offensiva. Israele ha seguito la legge della giungla. Questo perché nessuno lo ha chiamato a rispondere in merito alle Operazioni Piombo Fuso e Pilastro di Difesa. C’è bisogno del diritto internazionale e di un’assunzione di responsabilità, per porre fine all’occupazione israeliana, che è, di per se stessa, un atto criminale”. Ivan Karakashian, Coordinatore del servizio di difesa legale del DCI-Palestine, presenterà il caso dei bambini utilizzati come scudi umani da parte dell’esercito israeliano, come è accaduto a Ahmed Abu Raida, trattenuto per cinque giorni a questo scopo. Ivan ha dichiarato:
“Le indagini interne all’esercito israeliano non sono trasparenti né indipendenti, e di sicuro non sono serie. Finora, nessun ufficiale israeliano ha contattato Ahmad o la sua famiglia per ottenere informazioni sul fatto che sia stato usato come scudo umano. In un contesto del genere, la Corte penale internazionale e iniziative come il Tribunale Russell sulla Palestina sono fondamentali per chiedere e ottenere giustizia per i bambini palestinesi.” Il tribunale raccoglierà le dichiarazioni di esperti e testimoni che erano sul posto durante l’attacco, tra cui il giornalista britannico Paul Mason, del Channel 4 News in merito al bombardamento delle scuole, il Direttore del Raji Sourani in merito agli attacchi contro civili, i chirurghi Mads Gilbert e Mohammed Abou-Arab in merito agli attacchi contro strutture e operatori medici, il giornalista Martin LeJeune in merito ai bombardamenti contro zone industriali e fabbriche, e Ashraf Mashharawi in merito agli attacchi contro infrastrutture per l’energia e i rifiuti.

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Every minute, four children inside Syria are forced to flee their homes

Posted by fidest press agency su martedì, 16 settembre 2014

gaza-mapExtremists in Iraq and eastern Syria are carrying out widespread ethnic and religious cleansing in the large areas under their control. In Gaza, about half a million children were unable to return to school because their classrooms were either destroyed or they house refugees. And large tracks of the best lands are being confiscated by Israel in the Occupied Palestinian Territories.
As part of the humanitarian community, we are confronted with the greatest crisis the world has faced since the Second World War.
And in a terrible echo of that war, in Mosul in Iraq, the Arabic letter for “n,” the first letter in the word “Nazarene”, was painted on doors to identify the homes of Christians who were then beaten or executed. How do we confront such evil?
The West seeks to build a military alliance and send more bomber planes and drones to Syria and Iraq.
But further violence is never the answer. It will just lead to more ‘senseless slaughter’ in the words of Pope Benedict XV, describing the 1914-1918 Great War. As we mark the centenary of that conflict, we also recall that Pope Benedict XV said at the time: “Force can repress the body, but it cannot repress the souls of men”.Pope Francis said last week, “War is never a necessity, nor is it inevitable. Another way can always be found: the way of dialogue, encounter and the sincere search for truth.”That is why we have come together. To find the other way. And we have on our side tools more powerful than any weapons.In a message to Arabic speaking pilgrims at the General Audience last Wednesday, Pope Francis said, “The Church faces hatred with love, defeats violence with forgiveness; responds to weapons with prayer.”For the Caritas confederation our first task is a humanitarian one. The challenge is staggering.There are 13 million Syrians in desperate need, 3 million as refugees outside their country.Caritas Syria, Caritas Lebanon, Caritas Jordan and Caritas Turkey have been supported by the confederation to provide food, shelter, protection, schooling, health and counseling to over 900,000 Syrians since the conflict began.When Caritas Internationalis held its Representative Council meeting in Amman, Jordan in May, we had the opportunity to speak with Syrian and Iraqi refugees.I was struck both with their desire to go back home or to a third country and a great appreciation for the work of Caritas.In Gaza, an estimated 10,000 homes were destroyed this summer, along with 70 percent of factories and the main power plant. Caritas Jerusalem staff worked throughout the bombardment, providing food and health care to those in need.Over 1.3 million Iraqis have been forced from their homes since the start of the year. They are often living out in the open, under trees or bridges. Caritas Iraq staff themselves were forced to flee, but they still have continued to provide aid to those in need.Confronting crises on these fronts, one aim of our meeting this week is how to support national Caritas organisations and the local Church to provide ongoing care everywhere it is needed.As needs grow and resources shrink, we must coordinate better to ensure we help as many people as we are able. We must reach out to our Church members and partners to build alliances of good will.
We must also challenge the shortfalls in funding. Less than half of $7.7 billion worth of humanitarian appeals by the international community for the Syria crisis alone have been met. We must urge governments, in particular those who are fueling the wars or letting them develop, to stop their actions and to do more to ensure they support aid programmes.Lebanon, Jordan and Turkey and other neighboring countries cannot be left to deal with the Syria and Iraq crises alone. And that also means other countries accept their fair share of refugees.But that is not sufficient, humanitarian aid cannot solve the problems. We must engage with advocacy for peace.
Conflicts in the Middle East are being fuelled by the guns, bombs and bullets that continue to flow into the region.
Countries, including those on the UN Security Council, are providing arms and ammunition and entertaining the wars and their consequences. Many of those shrinking from their responsibilities to provide humanitarian aid are among those providing the greatest number of arms. It seems there is not enough money for both, and political agendas come first before people.
Governments must agree to a total cessation of arms transfers to the Middle East countries engulfed by conflict.
The Israeli blockade of Gaza is inhuman. It must end to allow Gazans to protect their lives and livelihoods and so they can live a dignified life.The whole question of Palestine must at last be solved in justice. Israeli occupation must come to an end, and a manageable state of Palestine be recognised by Israel and the international community on the officially recognized borders of 1967.
His Beatitude Patriarch Louis Raphael Sako, President of the Catholic Bishops Assembly in Iraq, speaks of the ‘extinction’ of Christians and Yezidis from lands they have lived in for millennia.
The exodus of Christians from the Middle East and the collapse of pluralist societies is a great concern. It has huge consequences for the communities themselves, for their societies, for the whole world itself, but also for the future of the work of Caritas. Confronting this reality must be key to our meeting. Peace in the Middle East must be based on justice for all peoples. It must not be imposed from outside, but achieved from within. We need inclusive regional talks. “Peacemaking calls for courage, much more so than warfare,” said Pope Francis to his guests – the Israeli and Palestinian Presidents Shimon Peres and Mahmoud Abbas – as he welcomed them to his home in June for an Invocation for Peace in the Holy Land.As Pope Francis is inviting us to, let us reflect on how we can engage in an ongoing worldwide prayer for peace.Join me in praying for courage and ideas for the best response, now and in the future, that our meeting will be fruitful and that we will one day witness a just and lasting peace in the Middle East. (by Patrick Nicholson)

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Cardinal Rodríguez Maradiaga on the Gaza crisis

Posted by fidest press agency su venerdì, 1 agosto 2014

GazastripSince early July, almost two million Palestinians in Gaza and people in Israel have been caught up in a devastating war. People have no safe place to hide when the bombs rain down on the densely-populated, small stretch land that is Gaza. They see their children slaughtered, their neighbourhoods razed to the ground and all hopes for a future of peace torn to shreds. The battlefield is neighbourhoods full of children, women and men. It contains hospitals over-burdened with the injured and dead and schools which are being bombed even if they are meant to offer refuge. As Caritas, we have called for a permanent ceasefire but this is just the first step on the road to a just peace based on inclusive negotiations across the region. The path towards reconciliation is long but it starts with ourselves. Israel and Hamas, why do you keep pointing out the speck in the eye of your brother while missing the plank in your own eye? Instead, you should put down your arms and pick up a pair of binoculars so you can see that most of your victims are innocent people. This is the third war in five years between Israel and militants in Gaza. In the intervening years, Palestinians in Gaza have lived a life where water is scarce, much of their food comes from humanitarian organisations and where the dignity of a job is beyond many people’s reach. Caritas brings material and spiritual aid to the people of Gaza in their times of need and despair.
We call for the lifting of the blockade on Gaza to allow Gazans to protect their lives and livelihoods and so they can live a dignified life.
When he met the presidents of Israel and Palestine at the Vatican recently, Pope Francis said, “Peacemaking calls for courage, much more so than warfare. It calls for the courage to say yes to encounter and no to conflict: yes to dialogue and no to violence; yes to negotiations and no to hostilities; yes to respect for agreements and no to acts of provocation; yes to sincerity and no to duplicity.”
As Caritas, we pray for peace in the Holy Land. We pray for the Palestinian and Israeli families who have lost their children, mothers and fathers and for those who have been killed. Our prayers are with the children who live in terror and whose mental scars will run deep long after this war is over. The Caritas confederation sends its love and solidarity to Caritas workers who are risking their lives every day in Gaza. These people work humbly and tirelessly in the service of Christ in the most difficult conditions imaginable. May God be with them every step of the way. We also pray for our colleagues at Caritas Jerusalem and the vital support that they’re giving to their staff on the ground at this time. As we mark the anniversary of the First World War 100 years ago, we remember the words of the then Pope Benedict XV: “Force can repress the body, but it cannot repress the souls of men” and we pray that despite this terrible time of war and oppression, the souls of Palestinians and Israelis will remain free to believe in a future of justice and peace. Yours in Christ, Oscar Andrés Cardinal Rodríguez Maradiaga, S.D.B

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Bishops call for leaders of hope

Posted by fidest press agency su venerdì, 17 gennaio 2014

gaza-mapAs bishops from Europe, South Africa and North America we came to the Holy Land to pray with and support the Christian community and the cause of peace. In Gaza we witnessed the deep poverty of the people, and the courageous presence of the small and vulnerable Christian communities there.Gaza is a man-made disaster, a shocking scandal, an injustice that cries out to the human community for a resolution. We call upon political leaders to improve the humanitarian situation of the people in Gaza, assuring access to the basic necessities for a dignified human life, the possibilities for economic development, and freedom of movement.In the seemingly hopeless situation of Gaza, we met people of hope. We were encouraged by our visit to tiny Christian communities, which day after day, through many institutions, reach out with compassion to the poorest of the poor, both Muslim and Christian. We continue to pray for and support the priests, religious and laypeople working in Gaza. They exercise a ministry of presence, care for disabled children and the elderly, and teach the young.Their testimony of faith, hope and love gave us hope. This is precisely the hope needed at this moment to bring peace, a peace that can only be built on justice and equity for both peoples. Palestinians and Israelis desperately need this peace. For example, in the Cremisan valley the route of the security barrier threatens the agricultural land held for generations by 58 Christian families. The current peace talks come at a critical time. Now is the time to ensure that the aspirations for justice of both sides are fulfilled.We urge public officials to become leaders of hope, not people of obstruction. We call upon them to listen to the words of Pope Francis, who recently said to the Diplomatic Corps: “The resumption of peace talks between Israelis and Palestinians is a positive sign, and I express my hope that both parties will resolve, with the support of the international community, to take courageous decisions aimed at finding a just and lasting solution to a conflict which urgently needs to end” (13 January, 2014).As we leave the Holy Land, the bishops and people of the local Church remain in our hearts. They are not alone. Together with them we are people of hope. We pray that the visit of Pope Francis to the Holy Land will reinforce hope in the region. We believe a lasting peace is possible.

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Riconoscimento dello Stato palestinese

Posted by fidest press agency su venerdì, 30 settembre 2011

Gazastreifen Karte

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I deputati europei considerano legittima la richiesta di riconoscimento dello Stato palestinese e, in una risoluzione approvata giovedì, chiedono ai governi dell’UE di assumere una posizione comune al riguardo. I deputati ritengono, tuttavia, che il riconoscimento debba essere il risultato di negoziati in seno all’Assemblea Generale ONU. Il testo approvato afferma “l’indiscutibilità tanto del diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione e a un proprio Stato sovrano quanto del diritto di esistenza dello Stato d’Israele entro frontiere sicure”.
Il Parlamento ha ribadito il sostegno per la soluzione dei due Stati sulla base dei confini del 1967, con Gerusalemme capitale di entrambi gli Stati, e chiesto la ripresa senza indugi dei negoziati. La risoluzione sottolinea che “non dovrebbero essere accettate modifiche ai confini precedenti al 1967, anche per quanto riguarda Gerusalemme, se non quelle concordate tra le parti”.
Il Parlamento chiede all’Alto rappresentate per gli affari esteri Ashton e agli Stati membri di raggiungere una posizione comune sulla richiesta palestinese per evitare divisioni. I deputati sottolineano anche che la comunità internazionale dovrebbe confermare l’impegno a garantire la sicurezza d’Israele.
Il Parlamento chiede al governo israeliano di fermare la costruzione e l’ampliamento degli insediamenti in Cisgiordania e a Gerusalemme est e insiste sulla necessità di trovare un accordo su una tregua definitiva che eviti lanci di missili dalla Striscia di Gaza verso Israele.

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La “rappresaglia” di Israele (fidest)

Posted by fidest press agency su sabato, 20 agosto 2011

Gz-mapa

Image via Wikipedia

Oggi Il Sole24Ore titola in prima pagina “Israele. Razzi contro bus, 14 morti a Eilat. Rappresaglia su Gaza: 6 vittime”. La prima parte della frase e’ neutra, la seconda invece no, perche’ si usa la parola “rappresaglia”. Nella mente degli italiani il termine “rappresaglia” riporta alla seconda guerra mondiale, ed in particolare alle azioni dei nazisti contro la popolazione civile. Un termine che ha in se’ tutte le negativita’ attribuite. Inoltre, gli israeliani sono “morti” invece i palestinesi sono “vittime”. Nel caso di specie, ad una azione e’ corrisposta una reazione, se vogliamo mantenere l’asetticita’ dei termini. Oppure, si potrebbe titolare “Terroristi contro bus: 7 vittime e 26 feriti. Risposta israeliana: 6 morti.” Come si vede le convinzioni “politiche” degli editori e di giornalisti lasciano il segno. Noi vorremmo l’informazione sui fatti, per le opinioni ci sono appositi spazi dove chi scrive esprime la sua. (Primo Mastrantoni, segretario Aduc)

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Parlamento europeo su Gaza

Posted by fidest press agency su domenica, 20 giugno 2010

Gaza: il Parlamento chiede inchiesta internazionale sull’attacco alla flotilla e fine del blocco  Un’indagine internazionale, rapida e imparziale, sull’attacco al convoglio umanitario, l’apertura di tutti i valichi di frontiera da e per Gaza, compreso il porto, e la fine immediata del blocco sono le principali richieste contenute in una risoluzione approvata giovedì dal Parlamento europeo. I deputati chiedono anche la ridefinizione globale della politica dell’UE verso il Medio Oriente.
Fine immediata del blocco di Gaza  Israele dovrebbe immediatamente porre fine al blocco di Gaza, che, secondo i deputati, ha portato a un disastro umanitario, paralizzato la ricostruzione e l’economia della Striscia e favorito la radicalizzazione politica. Allo stesso tempo, l’Aula domanda all’Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione Catherine Asthon di presentare un piano al Quartetto per contribuire alla fine del blocco di Gaza. Per affrontare invece le preoccupazioni di Israele in materia di sicurezza, i deputati propongono il dispiegamento di una forza navale internazionale incaricata di monitorare la spiaggia di Gaza ed eventualmente la riattivazione della missione UE di assistenza alle frontiere (EU-BAM). Allo stesso tempo, Hamas deve cessare ogni attacco a Israele. Inoltre, i deputati domandano la liberazione immediata del soldato israeliano Gilad Shalit, rapito da Hamas il 25 giugno 2006 in territorio israeliano e da allora detenuto.  Pur evidenziando che i recenti eventi hanno seriamente deteriorato le relazioni tra la Turchia e Israele, il Parlamento esorta il governo turco a concentrare il proprio impegno diplomatico e politico per aiutare il popolo palestinese e per contribuire al processo di pace in Medio Oriente.  La convocazione immediata del Consiglio di associazione UE-Israele e del Comitato misto UE-Autorità  palestinese è infine un’altra richiesta urgente formulata nel testo adottato.  La risoluzione è  stata approvata con 470 voti a favore, 56 contrari e 56 astensioni.

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“Caffè Europa”

Posted by fidest press agency su venerdì, 18 giugno 2010

Milano 18 giugno 2010 ore 10,00 Sala Conferenze del Parlamento europeo – Corso Magenta, 59 “Caffè Europa”, incontro mensile di approfondimento delle tematiche più rilevanti per il territorio/i e i media, affrontate dal Parlamento Europeo nel corso della Sessione di Strasburgo, che verranno discusse con i nostri Europarlamentari. L’incontro si aprirà con la presentazione della ricerca “Il rapporto fra il Parlamento Europeo e le comunità professionali italiane” realizzata per il lancio del sito Europarlamento24, del Gruppo 24 ore.   Hanno confermato la loro presenza i deputati europei: – Gabriele Albertini, presidente della Commissione per gli Affari esteri; – Carlo Fidanza, Commissione per i Trasporti e il turismo.  Si discuterà, tra l’altro di: – ruolo delle autorità europee di controllo nel garantire la vigilanza finanziaria e mercati dei derivati efficienti e sicuri;  – progetto di Bilancio europeo 2011 (cooperazione e coordinamento con il Consiglio europeo alla luce del Trattato di Lisbona); – contratti atipici, carriere professionali sicure, flessibilità, sicurezza e nuove forme di dialogo sociale; – rete ferroviaria europea per un trasporto merci competitivo;  – equiparazione dell’orario di lavoro degli autotrasportatori autonomi a quello degli autotrasportatori dipendenti; – tutela dei diritti di proprietà intellettuale nel mercato interno e innovazioni nella governance di internet; – nuove norme di etichettatura alimentare in grado di facilitare scelte più consapevoli da parte dei consumatori: – “Diritti delle donne”: aspetti di genere della recessione, tabella di marcia parità tra donne e uomini, Carta dei diritti della donna;  – “Diritti umani”: Relazione annuale sui diritti umani, politiche dell’UE a favore dei difensori dei diritti dell’uomo, divieto di commercio internazionale degli strumenti di tortura: – Gaza Freedom Flotilla e situazione umanitaria nella Striscia di Gaza.

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Gaza: i deputati dibattono attacco con Ashton

Posted by fidest press agency su lunedì, 14 giugno 2010

Strasburgo Parlamento europeo 14/6/2010 (attività legislativa dal 14/6 al 18/6) I deputati europei discuteranno l’operazione militare d’Israele contro il convoglio umanitario, effettuata in acque internazionali, e la situazione umanitaria nella Striscia di Gaza con l’Alto rappresentante per la politica estera dell’UE Catherine Ashton. Il dibattito sarà concluso con una risoluzione in votazione giovedì.

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Mostra fotografica effetti collaterali

Posted by fidest press agency su mercoledì, 2 giugno 2010

Napoli 3 giugno 2010 18.00 – 23.30 Feltrinelli di Piazza dei Martiri  via S. Caterina a Chiaia, 23 (ang. piazza dei Martiri). Dopo la presentazione del volume fotografico Effetti collaterali a cura di Gianni Pinnizzotto, docente del nostro corso di Fotogiornalismo, tenutasi giusto lo scorso gennaio alla Pigrecoemme, approda adesso a Napoli, presso lo spazio della Feltrinelli di Piazza dei Martiri, l’omonima esposizione fotografica, che mette ora in mostra circa venti scatti tra le centoventisei fotografie raccolte nel volume. Il percorso si presenta come una drammatica e commovente testimonianza di un viaggio lungo vent’anni nei martoriati territori occupati, che, alla luce degli ultimi terribili avvenimenti perpetrati dall’ennesima, cruenta iniziativa del governo di Netanyahu (l’assalto alla nave “Mavi Marmara” da parte della Marina israeliana, mentre era in viaggio carica di generi di prima necessità verso la Striscia di Gaza), acquista un’urgenza e un pathos se possibile ancora più dilanianti.

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Gaza: Emergency Response for Freedom Flotilla

Posted by fidest press agency su domenica, 30 maggio 2010

As the remaining boats of the Freedom Flotilla left for Gaza yesterday, Israel continues to conduct training exercises to stop the convoy “at any cost.” The Freedom Flotilla is expected to arrive at its destination within 48 hours.  A violent response from Israel will breathe new life into the Palestine solidarity movement, drawing attention to the blockade. Already in response to Israel’s publicized military threats, the Gaza Freedom March, a coalition focused on breaking the Israeli siege of Gaza, prepares to launch a worldwide emergency campaign consisting of protests, hunger strikes, public relations, and government pressure in the event the peaceful flotilla is attacked or high-jacked by Israel. Following the technical failure experienced by one of ships from Greece, its passengers have been successfully transferred to the Turkish ship, Mavi Marmara. Eight ships are now en route to Gaza with over 10,000 tons of medical, construction, and school supplies. The flotilla includes some 800 passengers, including 35 MP’s from 15 countries, 20 newscasters, 11 Gaza Freedom Marchers, and various artists and human rights activists.  Gaza Freedom March calls on all world citizens to voice their dissent at Israeli embassies and other points of contact with Israeli officials this week as the flotilla of ships from Ireland, Turkey and Greece loaded with humanitarian aid attempts to dock in Gaza. Since August 2008 international human rights workers in the Free Gaza Movement have been sending boats to Gaza in order to break the siege. Although the first five voyages successfully docked, the last three attempts have all been violently stopped by the Israeli military.  Israel’s deplorable attacks on unarmed ships are a violation of both international maritime law and the UN Convention on the Law of the Sea, which states that “the high seas should be reserved for peaceful purposes.” There is no law or moral code in the world that allows Israel to forcibly prevent unarmed ships from carrying humanitarian and developmental aid to a suffering and occupied people. The ongoing blockade of the Palestinian population in Gaza constitutes collective punishment of an occupied civilian population; an act strictly prohibited under Article 33 of the Fourth Geneva Convention, which has created a man-made and deliberately sustained humanitarian catastrophe.  In December 2008 Israel unleashed a brutal massacre on Gaza and the war crimes committed in the course of “Operation Cast Lead” in Gaza have been judiciously documented in the “Goldstone Report,” an investigation mandated by UNHCR.  Our response must be commensurate with this crisis. Given the sustained failure of the international community to enforce its own laws and protect the people of Gaza, we strongly believe that we have a moral obligation to directly intervene to uphold international principles.

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