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Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 335

Posts Tagged ‘genocidio’

Il genocidio dei diversi

Posted by fidest press agency su venerdì, 16 luglio 2021

Ogni volta le pagine della storia grondano di sangue innocente. Penso ai cristiani dati in pasto ai leoni nell’antica Roma, ai bambini handicappati che gli spartani buttavano dalla rupe. Penso alla polizia etnica serba ai danni dei kosovari, alla caccia e alla morte di milioni di ebrei nella civile ed evoluta Germania, alle leggi razziali fasciste, alle migliaia di bambini ebrei che in Francia alcuni funzionari del governo, del maresciallo Pétain, alleato con i nazisti, nella Seconda guerra mondiale, denunciavano e mandavano a morire nelle camere a gas. E ancora gli zingari e i disabili e a guerra finita, nel 1945, i nazisti continuavano a trucidare gli ebrei ungheresi che sino a quel momento erano stati dimenticati o se vogliamo risparmiati. È stata una mattanza senza soluzione di continuità. Tutti, possiamo dire, ci hanno intinto il pane e ancora oggi i rigurgiti, di tanta bieca violenza, si avvertono qua e là in manifestazioni antisemite, razziste, omofobe, che fanno vittime di ogni genere anche per ragioni religiose tra cristiani e musulmani, tra musulmani ed induisti, tra integralisti musulmani colpevoli di essere sciiti o sunniti. È la prova provata che nemmeno le democrazie occidentali oggi restano immuni da questo veleno sottile che s’insinua nelle loro viscere e le rende altrettanto esposte a revanscismi di natura razzista. Perché ancora oggi pregare in una moschea, o in una cattedrale cristiana o in una sinagoga o in un tempio indù fa la differenza e la distinzione nel radicamento della cultura del diverso, dell’esclusivo, del fedele in opposizione all’infedele? Perché ancora oggi le logiche del consumismo impongono la figura di un essere umano vincente, di una figura super agiata, se non ricca, dai natali doc e si volgono cinici per una selezione della razza che ha tanto il sapore del razzismo nel nome del diverso, dell’escluso, del povero, dell’emarginato. Se noi non superiamo questi limiti di natura religiosa e laica che danno la misura dei nostri egoismi, è difficile poterci considerare costruttori di pace, di fraternità e di solidarietà universale. (Riccardo Alfonso)

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In Tigray si sta consumando un genocidio

Posted by fidest press agency su martedì, 1 giugno 2021

Giovani presi di mira, uccisioni indiscriminate di civili, diffuse violenze sessuali, rapimenti di suore, sono tutte manifestazioni del genocidio in corso ai danni del gruppo etnico della regione etiopica settentrionale del Tigray. Lo riferisce ad Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS) una fonte vicina alla Chiesa locale, coperta da anonimato per ragioni di sicurezza. I militari provenienti dalla vicina Eritrea, presenti sul territorio per sostenere le truppe federali etiopiche, continuano a massacrare civili. Secondo la fonte di ACS «si tratta chiaramente di genocidio ai danni della popolazione del Tigray. Non si tratta solo di combattimenti: stanno uccidendo chiunque, e ciò è un segno di genocidio. Molte gente scappa dal Tigray verso il Sudan e alcuni di loro, in particolare i giovani, fuggono perché vengono presi di mira. I giovani vengono uccisi, le nostre donne sono oggetto di abusi sessuali, e anche questo è segno di genocidio». La denuncia di genocidio della fonte di ACS segue un’analoga denuncia del Patriarca Mathias, capo della Chiesa Ortodossa di Etiopia, che agli inizi di questo mese di maggio ha descritto i sequestri di donne e il bombardamento di chiese nella regione quali segni di genocidio. Secondo la fonte di ACS gli abusi sessuali ai danni delle donne del Tigray, suore incluse, stanno dilagando. Responsabili sono le truppe provenienti dalla vicina Eritrea: «le nostre sorelle sono state rapite. Abbiamo dovuto portare in ospedale alcune di loro, sono state sequestrate anche delle suore. Le donne e le ragazze stanno sperimentando un diverso tipo di abusi, mai sentiti prima, cose davvero terribili». Il conflitto è esploso in quest’area del nord Etiopia lo scorso novembre dopo l’invio, da parte del primo ministro etiope Abiy Ahmed, di truppe federali supportate da quelle eritree allo scopo di combattere il Fronte di Liberazione Popolare del Tigray (TPLF), accusato di aver organizzato elezioni illegittime. La fonte di ACS racconta che «quasi il 90% della popolazione del Tigray è sfollato. Questa guerra ha determinato un’immane crisi umanitaria,manifestata dall’enorme numero di omicidi di civili, dai milioni di sfollati, dalla distruzione delle basi economiche e sociali, dalla sofferenza psicologica e dal panico… Da questo punto di vista i più colpiti sono donne incinte, bambini, disabili e anziani». La fonte sottolinea che la regione ha un disperato bisogno di aiuto internazionale. «La Chiesa dà una mano ovunque», prosegue, aggiungendo di «ricordare Aiuto alla Chiesa che Soffre. Ricordo che siamo stati partner per lungo tempo». ACS nel Tigray fornisce aiuti di emergenza per suore e religiosi e sostegno ai sacerdoti tramite le offerte per Messe. Dal 2019, in Etiopia, ha realizzato quasi 100 progetti, fra i quali la costruzione di cappelle e monasteri, la formazione di catechisti e il sostegno ai trasporti per finalità pastorali.

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Una legge contro la negazione del genocidio in Bosnia

Posted by fidest press agency su martedì, 1 dicembre 2020

L’Alto rappresentante per la Bosnia ed Erzegovina, l’austriaco Valentin Inzko, ha annunciato una legge contro la negazione dei crimini di genocidio, attesa da tempo. In un’intervista alla stampa di qualche giorno fa, ha confermato che avrebbe usato i suoi cosiddetti Poteri di Bonn a questo scopo se il parlamento del Paese non avesse presto approvato una legge in tal senso. I politici serbi impediscono da anni una legge che punisca la negazione del genocidio. I sopravvissuti ai crimini e i parenti delle vittime aspettano da 25 anni che la negazione del genocidio diventi finalmente un reato punibile. Questo è essenziale per la pace in Bosnia e per il futuro del Paese. Si spera così che l’11 luglio 2021, alla celebrazione del 26. anniversario del massacro di Srebrenica, nessuno possa più affermare impunemente che questo omicidio di massa non sia avvenuto. Soprattutto nella Repubblica Srpska, dominata dai serbi, la negazione del genocidio è stata finora un luogo comune. Ai bambini serbi viene insegnata a scuola una versione fantasy della storia. I miti di eroi e vittime totalmente distorti vengono trasmessi alla generazione successiva. I criminali di guerra condannati sono apertamente venerati nella parte serba della Bosnia, le istituzioni statali portano il loro nome e per loro vengono eretti monumenti – ma si impediscono i memoriali alle vittime. In queste condizioni non ci può essere una riconciliazione duratura. Al contrario, rende più probabili ulteriori violenze. Una regolamentazione giuridica, simile al divieto di negazione dell’Olocausto in Germania e in Austria, non è solo un dettato di giustizia. La riconciliazione e la pace sono considerate condizioni preliminari decisive per l’ulteriore sviluppo della Bosnia. Il Paese si sta impegnando per l’adesione all’Unione Europea e alla NATO. La Bosnia ha ancora molto lavoro da fare su questa strada. Le necessarie riforme della pubblica amministrazione e la lotta alla corruzione e alla criminalità organizzata sono tuttora bloccate dalla Republika Srpska: proprio l’accordo di pace di Dayton le aveva concesso questa possibilità. In questi giorni ricorre il 25. anniversario dell’accordo di pace di Dayton, che ha formalmente posto fine alla guerra in Bosnia. Per questa occasione l’Associazione per i Popoli Minacciati ha pubblicato un memorandum che analizza le enormi mancanze dell’accordo e i suoi effetti sui tempi attuali. Il memorandum in tedesco “25 anni dopo Dayton.

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Processo d’appello per genocidio contro Ratko Mladic

Posted by fidest press agency su martedì, 1 settembre 2020

Aia. Martedì prossimo 25 agosto, inizierà all’Aia il processo di appello per Ratko Mladic. Il tribunale dell’ONU aveva condannato il comandante in capo dei serbi bosniaci all’ergastolo nel 2017 per genocidio, crimini contro l’umanità e violazioni delle leggi o degli usi di guerra. Le udienze di appello sono già state rinviate tre volte. La difesa del carnefice di Bosnia ha ovviamente tentato una tattica dilatoria affinché il settantasettenne possa non vivere abbastanza per vedere la sentenza finale. Tuttavia, il tribunale responsabile del procedimento ha smascherato la tattica e ha annunciato la sua intenzione di iniziare definitivamente le udienze il 25 agosto. Nove anni dopo l’inizio delle trattative e 25 anni dopo il genocidio di Srebrenica, i parenti delle vittime meritano finalmente giustizia. Dopo 16 anni di fuga, Mladic è stato arrestato nel marzo 2011. Nel 2018 ha presentato ricorso contro la sentenza del Tribunale dell’Aia. Già prima della prima udienza, la difesa di Mladic aveva chiesto la ricusazione di tre giudici per presunta mancanza d’imparzialità e terzietà. Una seconda udienza ha dovuto essere rinviata a causa di un intervento medico. Al terzo tentativo, le restrizioni di viaggio dovute alla pandemia hanno impedito ad alcuni giudici di partecipare. Mladic stesso se lo desidera potrà partecipare al processo in video dalla sua cella.La comunità internazionale continua a fallire nella prevenzione del genocidio e nella coerente attuazione della sua responsabilità nella protezione delle vittime. Ma anche l’azione penale dopo tali atrocità deve diventare più efficace. Perché se i colpevoli la fanno franca per anni di impunità, altri sono incoraggiati a commettere atti simili. Mladic è anche responsabile di genocidio in sei comunità bosniache vicine a Srebrenica, e deve essere condannato anche per questo. Tuttavia, poiché inizialmente è stato assolto per i crimini commessi a Kljuc, Kotor Varoš, Sanski Most, Prijedor, Vlasenica e Foca, l’accusa ha fatto ricorso anche in appello. Ci aspettiamo che il tribunale confermi il verdetto di prima istanza e riconosca la responsabilità di Mladic per i crimini commessi anche nelle altre sei comunità bosniache. Per l’Associazione per i popoli minacciati (APM) si spera che la glorificazione di questo brutale massacratore termini con questo processo e la narrazione della negazione del genocidio sia così messa a tacere per sempre.Il Meccanismo internazionale per le funzioni residue dei tribunali penali ad hoc (IRMCT) è responsabile del caso Mladic. Questo tribunale è il successore legale del Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia e del Tribunale penale internazionale per il Ruanda. Sono previste due giornate, il 25 e il 26 agosto, per le udienze d’appello. Il pubblico non avrà accesso all’aula, ma il procedimento sarà trasmesso sul sito web dell’IRMCT (www.irmct.org/en/cases/mict-courtroom-broadcast) con un differimento di 30 minuti.

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Il genocidio dei diversi ma diversi “da chi?”

Posted by fidest press agency su domenica, 9 agosto 2020

Ogni volta le pagine della storia grondano di sangue innocente. Penso ai cristiani dati in pasto ai leoni nell’antica Roma, ai bambini handicappati che gli spartani buttavano dalla rupe. Penso alla polizia etnica serba ai danni dei kosovari, alla caccia e alla morte di milioni di ebrei nella civile ed evoluta Germania, alle leggi razziali fasciste, alle migliaia di bambini ebrei che in Francia alcuni funzionari del governo, del maresciallo Pétain, alleato con i nazisti, nella seconda guerra mondiale, denunciavano e mandavano a morire nelle camere a gas. E ancora gli zingari e i disabili e a guerra finita, nel 1945, i nazisti continuavano a trucidare gli ebrei ungheresi che sino a quel momento erano stati dimenticati o se vogliamo risparmiati. E’ stata una mattanza senza soluzione di continuità. Tutti, possiamo dire, ci hanno intinto il pane e ancora oggi i rigurgiti, di tanta bieca violenza, si avvertono qua e là in manifestazioni antisemite, razziste, omofobe, che fanno vittime di ogni genere anche per ragioni religiose tra cristiani e musulmani, tra musulmani ed induisti, tra integralisti musulmani colpevoli di essere sciiti o sunniti. È la prova provata che nemmeno le democrazie occidentali oggi restano immuni da questo veleno sottile che s’insinua nelle loro viscere e le rende altrettanto esposte a revanscismi di natura razzista. Perché ancora oggi pregare in una moschea, o in una cattedrale cristiana o in una sinagoga o in un tempio indù fa la differenza e la distinzione nel radicamento della cultura del diverso, dell’esclusivo, del fedele in opposizione all’infedele?
Perché ancora oggi le logiche del consumismo impongono la figura di un essere umano vincente, di una figura super agiata, se non ricca, dai natali doc e si volgono cinici per una selezione della razza che ha tanto il sapore del razzismo nel nome del diverso, dell’escluso, del povero, dell’emarginato. Se noi non superiamo questi limiti di natura religiosa e laica che danno la misura dei nostri egoismi, è difficile poterci considerare costruttori di pace, di fraternità e di solidarietà universale. (Riccardo Alfonso)

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Finalmente riconosciuto in Italia il genocidio armeno

Posted by fidest press agency su martedì, 28 aprile 2020

“Grazie anche all’impegno di Fratelli d’Italia in parlamento, si può – dopo anni di oblio – finalmente dire che lo sterminio degli armeni condotto dall’Impero Ottomano è stato un genocidio. Oggi, giornata del ricordo del “grande male”, il Metz Yeghern per gli armeni, vogliamo ribadire la nostra vicinanza al popolo armeno. Da presidente della commissione Cultura di Roma Capitale, chiesi l’istituzione di un giardino proprio alla tragedia storica del genocidio armeno. Ci chiediamo, infine, come mai il sindaco Raggi non abbia voluto onorare la ricorrenza.” Così il deputato FDI Federico Mollicone in occasione del 105° anniversario del genocidio degli Armeni.

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2° guerra mondiale: Parliamo di un conflitto scatenato dai nazisti

Posted by fidest press agency su domenica, 1 settembre 2019

Non si tratta, in ogni caso, di una semplice elencazione, degli avvenimenti storici che, dall’inizio della guerra, ci hanno portato alla vittoria strepitosa degli eserciti tedesco e giapponese e poi, via via, al loro tracollo.
Ho voluto, semmai, cogliere alcuni aspetti, più indicativi, e che, a mio avviso, hanno caratterizzato meglio lo stato d’animo di chi ha vissuto quei tormentati momenti sia da protagonisti e sia da figli della gleba. Lo faccio, in primo luogo, sperando che tutto ciò non cada nell’oblio e che, dagli orrori di una guerra fratricida, le nuove generazioni possano rendersi conto di quanto fosse assurda e, soprattutto, aberrante la piega assunta dagli eventi, traendone una lezione da non dimenticare. Lo faccio perché il ricordo del passato ci possa insegnare qualcosa nel nostro vivere quotidiano e in quello che attenderà i nostri nipoti.
Resta, nel suo insieme, un messaggio che va accolto e ricondotto a futura memoria.
Sono stati sei anni di una lunga guerra nata per distruggere la libertà dell’uomo, per imporre l’autorità di un dittatore, per umiliare nel fisico e nelle tradizioni, civili e culturali, intere popolazioni e per trascinarle, privandole d’ogni dignità, in atroci luoghi di tortura, per martoriarle nel fisico e negli affetti più cari, trucidando i loro congiunti e amici, e per ridurre l’uomo ora a carnefice e ora a vittima. (Riccardo Alfonso)

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Il genocidio dei diversi

Posted by fidest press agency su venerdì, 2 marzo 2018

Ogni volta le pagine della storia grondano di sangue innocente. Penso ai cristiani dati in pasto ai leoni nell’antica Roma, ai bambini handicappati che gli spartani buttavano dalla rupe. Penso alla polizia etnica serba ai danni dei kosovari, alla caccia e alla morte di milioni di ebrei nella civile ed evoluta Germania, alle leggi razziali fasciste, alle migliaia di bambini ebrei che in Francia alcuni funzionari del governo, del maresciallo Pétain, alleato con i nazisti, nella seconda guerra mondiale, denunciavano e mandavano a morire nelle camere a gas. I massacri delle foibe ai danni della popolazione italiana della Venezia Giulia e della Dalmazia. E ancora gli zingari e i disabili e a guerra finita, nel 1945, i nazisti continuavano a trucidare gli ebrei ungheresi che sino a quel momento erano stati dimenticati o se vogliamo risparmiati. E’ stata una mattanza senza soluzione di continuità. Tutti, possiamo dire, ci hanno intinto il pane e ancora oggi i rigurgiti, di tanta bieca violenza, si avvertono qua e là in manifestazioni antisemite, razziste che fanno vittime di ogni genere anche per ragioni religiose tra cristiani e musulmani, tra musulmani ed induisti, tra integralisti musulmani colpevoli di essere sciiti o sunniti. E’ la prova provata che nemmeno le democrazie occidentali oggi restano immuni da questo veleno sottile che s’insinua nelle loro viscere e le rende altrettanto esposte a revanscismi di natura razzista. Perché ancora oggi pregare in una moschea, o in una cattedrale cristiana o in una sinagoga o in un tempio indù fa la differenza e la distinzione nel radicamento della cultura del diverso, dell’esclusivo, del fedele in opposizione all’infedele?
Perché ancora oggi le logiche del consumismo impongono la figura di un essere umano vincente, di una figura super agiata, se non ricca, dai natali doc e si volgono cinici per una selezione della razza che ha tanto il sapore del razzismo nel nome del diverso, dell’escluso, del povero, dell’emarginato. Se noi non superiamo questi limiti di natura religiosa e laica che danno la misura dei nostri egoismi, è difficile poterci considerare costruttori di pace, di fraternità e di solidarietà universale. (Riccardo Alfonso)

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Il genocidio dei diversi

Posted by fidest press agency su mercoledì, 27 settembre 2017

sinagoga romaOgni volta le pagine della storia grondano di sangue innocente. Penso ai cristiani dati in pasto ai leoni nell’antica Roma, ai bambini handicappati che gli spartani buttavano dalla rupe. Penso alla polizia etnica serba ai danni dei kosovari, alla caccia e alla morte di milioni di ebrei nella civile ed evoluta Germania, alle leggi razziali fasciste, alle migliaia di bambini ebrei che in Francia alcuni funzionari del governo, del maresciallo Pétain, alleato con i nazisti, nella seconda guerra mondiale, denunciavano e mandavano a morire nelle camere a gas. E ancora gli zingari e i disabili e a guerra finita, nel 1945, i nazisti continuavano a trucidare gli ebrei ungheresi che sino a quel momento erano stati dimenticati o se vogliamo risparmiati. E’ stata una mattanza senza soluzione di continuità. Tutti, possiamo dire, ci hanno intinto il pane e ancora oggi i rigurgiti, di tanta bieca violenza, si avvertono qua e là in manifestazioni antisemite, razziste che fanno vittime di ogni genere anche per ragioni religiose tra cristiani e musulmani, tra musulmani ed induisti, tra integralisti musulmani colpevoli di essere sciiti o sunniti. E’ la prova provata che nemmeno le democrazie occidentali oggi restano immuni da questo veleno sottile che s’insinua nelle loro viscere e le rende altrettanto esposte a revanscismi di natura razzista. Perché ancora oggi pregare in una moschea, o in una cattedrale cristiana o in una sinagoga o in un tempio indù fa la differenza e la distinzione nel radicamento della cultura del diverso, dell’esclusivo, del fedele in opposizione all’infedele?
Perché ancora oggi le logiche del consumismo impongono la figura di un essere umano vincente, di una figura super agiata, se non ricca, dai natali doc e si volgono cinici per una selezione della razza che ha tanto il sapore del razzismo nel nome del diverso, dell’escluso, del povero, dell’emarginato. Se noi non superiamo questi limiti di natura religiosa e laica che danno la misura dei nostri egoismi, è difficile poterci considerare costruttori di pace, di fraternità e di solidarietà universale. (Riccardo Alfonso)

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3° anniversario del genocidio agli Yezidi in Iraq

Posted by fidest press agency su domenica, 30 luglio 2017

iraq-MMAP-mdL’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) e l’organizzazione umanitaria yazida con sede in Germania HAWAR.help, in occasione del terzo anniversario del dell’inizio del genocidio agli Yezidi in Iraq (3 agosto 2015), si sono rivolti alle istituzioni politiche in Germania e in Europa con la richiesta urgente di aiutare i sopravvissuti a questo orribile crimine che si trovano tutt’ora in uno stato di emergenza umanitaria. La richiesta riguarda il sostegno agli Yezidi che vivono ormai da molti anni in Germania perché possano aiutare gli appartenenti alla loro comunità religiosa rimasti in Iraq. E’ urgente e necessario sviluppare iniziative per realizzare progetti concreti di aiuto ai profughi yazidi, soprattutto donne e bambini, come è già stato realizzato ad esempio nella regione della bassa Sassonia e del Baden-Württemberg con l’assistenza psicologica a gruppi di donne traumatizzate. I profughi hanno urgente bisogno di sostegno psicologico, in quanto i campi profughi non hanno sufficiente possibilità finanziaria e in più si devono trovare i finanziamenti per la ricostruzione nella regione d’origine dei profughi, la regione del Sinjar nel nord dell’Iraq.Si tratterebbe di un gesto importante e non solo simbolico per mostrare ai sopravvissuti al genocidio la nostra vicinanza. L’obiettivo a lungo termine degli Yezidi è di identificare i responsabili del genocidio e portarli davanti ad un Tribunale internazionale. I sopravvissuti sperano nel riconoscimento ufficiale di questo genocidio. Per facilitare questo obiettivo si dovrebbe da subito lavorare per far ottenere alla regione montuosa del Sinjar, al principale zona di insediamento degli Yezidi in Iraq, una forma di autonomia amministrativa.Gli Yezidi del Sinjar sono stati attaccati dalle milizie dello Stato Islamico il 3 agosto 2014. Secondo dati delle Nazioni Unite sono stati uccisi circa 5.000 Yezidi, un numero maggiore sono stati rapiti e 430.000 sono stati costretti a fuggire. L’obiettivo dell’IS era espellere o distruggere tutti gli Yezidi dalla regione del Sinjar. Tutti gli uomini e ragazzi che non erano in grado di fuggire o non volevano convertirsi all’Islam, sono stati uccisi. Fino a 5.000 donne e ragazze sono state rapite e solamente 900 di loro sono riuscite in seguito a fuggire. Le donne prigioniere sono state violentate, costrette a sposarsi o vendute nei mercati degli schiavi. I sopravvissuti descrivono scene terribili, di uomini barbuti addosso a piccole ragazzine che piangevano, di bambini che urlavano chiamando le proprie madri e delle urla di donne disperate. Essi riferiscono che molte donne, dopo essere state trattate così crudelmente, hanno tentato o commesso suicidio. Circa 300.000 profughi Yezidi che hanno perso tutto in seguito agli attacchi, sono ancora ospitati in tendopoli.Solamente in Germania si stima che vivano almeno 120.000 membri della più grande comunità yezida della diaspora. La maggior parte di loro sono fuggiti in Germania a causa delle persecuzioni religiose negli anni ’80. Solamente nell’area di Bielefeld vivono 5.000 Yezidi.

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Srebrenica a 22 anni dalla strage

Posted by fidest press agency su martedì, 11 luglio 2017

srebenicaRoma Si è svolta oggi presso la sala “Caduti di Nassirya” di palazzo Madama e con il patrocinio del Senato della Repubblica, l’evento di commemorazione del genocidio di Srebrenica: “In Ricordo del Genocidio di Srebrenica: 1995-2017” introdotto dal Senatore Aldo Di Biagio, membro della Commissione Diritti Umani del Senato e promotore dell’iniziativa insieme alla Comunità di Bosnia ed Erzegovina a Roma, che ha ricordato come ” Srebrenica non rappresenta solo il dramma di un popolo, ma una ferita aperta nel cuore dell’Europa e nella sua storia recente”. Di Biagio ha poi insistito sulla necessità di ” uno sforzo comune e condiviso per cercare una pacificazione tra i popoli” ricordando il ruolo delle istituzioni, in particolare quelle italiane nella istituzionalizzazione dell’11 luglio come giorno di commemorazione del genocidio Srebrenica, dando seguito alla risoluzione del Parlamento europeo del 2009 già oggetto di atti parlamentari”. La Dott.ssa Vesela Planinic, Ministro Consigliere dell’Ambasciata di Bosnia ed Erzegovina in Italia, ha osservato come ” Srebrenica, zona protetta, dalle Nazioni Unite si è trasformata nel più buio orrore delle Nazioni Unite e nel peggior crimine sul suolo europeo dopo la Seconda Guerra Mondiale. Chiunque sia nobile, onesto e morale dovrebbe sentirsi umanamente obbligato a ridare dignità e fornire giustizia a coloro che sono sopravvissuti” sottolineando “una necessità di tutti noi qui riuniti che in questo modo, nella profondità del nostro essere, esprimiamo sincere condoglianze. Questo è il nostro impegno per il futuro delle nuove generazioni”. L’on. Giulio Marcon, membro del gruppo Parlamentari per la Pace, ha ricordato come “Tenere viva la memoria è un compito al quale non dobbiamo mai venire meno, tenendo ferma la consapevolezza di quello che è successo. Fare di tutto per custodire la verità è il modo migliore per custodire la pace” assicurando l’impegno presso le sedi parlamentari per realizzare iniziative in supporto di questa memoria. La Vicepresidente dell’Associazione « Bosnia nel cuore»  Slavica Josipovic ha ringraziato a nome dell’Associazione tutti coloro che negli anni hanno contribuito a realizzare la commemorazione del genocidio di Srebrenica soprattutto nelle sedi istituzionali. Ha poi osservato come “Srebrenica rappresenta la vergogna Europea” aggiungendo “Desideriamo che la comunità internazionale ci aiuti a creare finalmente una pace e una ripresa per la Bosnia”. Il giornalista e scrittore Luca Leone ha poi portato la sua esperienza di lavoro con le scuole sul tema di Srebrenica, raccontando come:” quando portiamo i ragazzi a Srebrenica sono inizialmente delusi, perché avrebbero voluto andare altrove, ma poi conoscono la storia, i luoghi, la verità e sono contenti: acquisiscono una consapevolezza nuova. Partiamo con dei ragazzi e torniamo con degli uomini”. In conclusione è intervenuto il foto-reporter Mario Boccia, che ha proiettato un reportage fotografico su Srebrenica, ricordando come “la speranza non deve morire mai e non bisogna mai avere paura della verità” Boccia ha poi raccontato attraverso le sue fotografie, l’iniziativa di “insieme”, una cooperativa di donne bosniache di diversa provenienza e dall’elevatissimo valore morale e sociale, sorta in un territorio dove sono ancora forti delle divisioni. “Queste donne portano avanti la speranza, resistono e insieme ritorna il sorriso”. L’incontro è stato moderato da Fatima Neimarlija, Presidente dell’Associazione «Bosnia u srcu – Bosnia nel cuore» che in apertura dei lavori ha presentato “Ricordo”, il simbolo di Srebrenica: un fiore, realizzato a mano dalle donne di Srebrenica, che riflette la speranza per il futuro e la volontà di non dimenticare. L’assemblea ha osservato un momento di silenzio e raccoglimento in ricordo delle vittime. (foto fonte “Il fatto” quotidiano)

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22° anniversario del genocidio di Srebrenica

Posted by fidest press agency su mercoledì, 5 luglio 2017

SrebrenicaRoma 11 luglio 2017, alle ore 12.00 presso la sala Caduti di Nassirya di palazzo Madama si terrà la conferenza stampa dal titolo “In Ricordo del Genocidio di Srebrenica: 1995-2017”. L’evento è promosso su iniziativa del Senatore Aldo Di Biagio, membro della Commissione Diritti Umani del Senato, e della Comunità di Bosnia ed Erzegovina a Roma.
Assieme al Sen. Di Biagio porterà il proprio saluto il Sen. Pierferdinando Casini, Presidente della Commissione Esteri del Senato. Seguiranno interventi della Dott.ssa Vesela Planinic, Ministro Consigliere dell’Ambasciata di Bosnia ed Erzegovina in Italia, dell’On. Giulio Marcon e della Vicepresidente dell’Associazione «Bosnia u srcu – Bosnia nel cuore» Slavica Josipovic. Interverranno inoltre il giornalista e scrittore Luca Leone e il foto-reporter Mario Boccia, di cui sarà proiettato un reportage fotografico su Srebrenica. L’incontro sarà moderato da Fatima Neimarlija, Presidente dell’Associazione “Bosnia”; Bosnia nel cuore».

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Siria, Binetti (Ap): “In sguardo Omran c’è la condanna del genocidio siriano”

Posted by fidest press agency su domenica, 21 agosto 2016

attacchi chimici siriani“A sorpresa, su tutte, ma proprio su tutte le prime pagine dei quotidiani oggi campeggia la fotografia di un bambino di pochi anni appena accolto dalla Croce rossa, ferito, sembra non gravemente, ma talmente sporco da far pensare a tanti giorni lontano dall’acqua e da possibili cure materne o umanitarie. Ma ciò che colpisce è il suo sguardo che ha la profondità di chi ha già visto l’inferno della guerra e sembra stupito di trovarsene fuori, almeno per qualche istante. E’ lui l’immagine stessa del danno infinito che è stato fatto alle future generazioni della Siria, sempre più martoriata dalla guerra e ora dagli ultimi raid russi, che hanno raso al suolo quel poco che restava di una antica civiltà, compromettendone ogni possibilità di ripresa a breve o medito termine. La distruzione è stata radicale e qualunque fosse la causa scatenante all’inizio, oggi possiamo parlare di un vero e proprio genocidio siriano, senza paura di inflazionare questa parola. Perché di genocidio si tratta, iniziato con le minoranze cristiane, espulse poco a poco, costretta alla fuga, anche per la confisca dei loro beni, mentre oggi il genocidio travolge tutti, qualsiasi religione professino. Non a caso si parla di catastrofe umanitaria”. Lo afferma l’onorevole Paola Binetti di Area popolare.
“Oggi lo sguardo d Omran ci giudica con la profondità degli occhi dei bambini che denunciano l’assoluta irrazionalità di una guerra, contro la quale a parole sono intervenuti da Papa Francesco a tutti i potenti della terra. Tutti ricordiamo la preghiera della pace intensamente voluta nella veglia di preghiera a San Pietro di quasi due anni fa. Allora – prosegue Binetti – sembrò che il pericolo della guerra potesse essere scongiurato e la pace tra le diverse fazioni potesse essere ristabilita. Ma da allora tutto è precipitato verso la catastrofe e i famosi potenti della terra hanno fatto a gara per peggiorare le cose. A tal punto che oggi l’Onu non ritiene più possibile l’invio degli aiuti umanitari che in questi mesi hanno garantito la sopravvivenza e la Russi si limita a promettere brevi interruzioni dei bombardamenti, senza accennare alla loro possibile fine definitiva. Ci si chiede cos’altro debba succedere laggiù – conclude Binetti – per decidersi a dire basta: basta alla guerra e un si convinto ad una iniziale ricostruzione del Paese che crei, con le risorse sottratte agli armamenti internazionali, tanti di quei posti di lavoro da far tornare in patria i siriani fuggiti. Oggi i rifugiati in Italia e ammassati ai confini con la Grecia, la Francia, la Germania, in condizioni che ci appaiono oggettivamente miserabili, stanno sempre e comunque meglio di coloro che sono rimasti in Siria, in uno scenario di guerra denso di orrore e senza fine”.

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21° anniversario del genocidio di Srebrenica

Posted by fidest press agency su martedì, 12 luglio 2016

sebrenica“Fermarsi a riflettere su quanto accaduto a Srebrenica-Potocari nel 1995, che ha lasciato una ferita indelebile nel vissuto dell’Europa, è un atto che acquista oggi un valore simbolico imprescindibile per la strutturazione di una coscienza di pace e rispetto per l’intera comunità internazionale”. Lo dichiara in una nota Aldo Di Biagio, senatore di Area Popolare.”Nel 21° anniversario del genocidio di Srebrenica, ricordare i drammatici eventi di quei giorni, in cui persero la vita oltre 8.500 uomini e ragazzi musulmani nella città da cui furono deportati oltre 25.000 donne, bambini e anziani rappresenta un atto doveroso sotto il profilo storico, culturale ed umanitario -spiega- E le commemorazioni ufficiali e gli eventi che in Italia e in Europa celebreranno la giornata non devono essere mera retorica ma strumento di riflessione attraverso cui lanciare un monito universale: contro ogni genocidio, contro ogni barbarie, contro ogni violenza che calpesta la dignità umana”.”Questo monito – prosegue Di Biagio – è tanto più attuale oggi, alla luce delle atrocità, conflittualità geopolitiche e contrapposizioni ideologiche che ancora contaminano con crescente violenza lo scenario internazionale e in ragione delle quali è doveroso guardare al passato con lucidità storica e consapevolezza. Di Biagio conclude: “si cominciano a vedere segnali di evoluzione culturale nel tessuto sociale, soprattutto nei social, una crescente sensibilità su un tema finora ignorato, che sono il germe di una coscienza condivisa e il segno che il lavoro fatto finora sta dando i suoi primi frutti. Certamente il cammino da fare è ancora lungo ed un primo significativo passaggio deve essere il riconoscimento, anche in Italia, della giornata della memoria l’11 luglio, motivo per il quale c’è una mozione già depositata in Parlamento, per ratificare la risoluzione P6-TA (2009) 0028 approvata dal Parlamento Europeo il 15 gennaio 2009”.

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Il genocidio armeno

Posted by fidest press agency su martedì, 29 marzo 2016

armeniadi Martino Diez. Nel centenario del genocidio armeno non sono mancate le pubblicazioni. Ma il volume curato da Bozarslan, Duclert e Kévorkian spicca, oltre che per l’abbondante documentazione, per la capacità di leggere in prospettiva gli avvenimenti, tanto da costituire – si può affermarlo senza esagerazione – una lettura essenziale non solo per quanti vogliano conoscere i fatti del 1915, ma anche per chi desideri capire qualcosa delle contraddizioni in cui si dibatte la Turchia contemporanea. Elemento non irrilevante, nel momento in cui la questione curda è riesplosa con inaudita violenza e Ankara appare sempre più coinvolta nel conflitto siriano.
Notevole la provenienza geografica e culturale degli autori, rispettivamente curdo di Turchia, francese e armeno. A differenza di molti volumi a più mani, in cui i capitoli si giustappongono senza veramente interloquire tra loro, gli autori entrano in un dialogo fecondo tra diverse specializzazioni e discipline, a partire da una convinzione condivisa: che cioè gli eventi del 1915, primo genocidio del Novecento, contengano una lezione che trascende le circostanze storiche in cui si produssero.
I fatti innanzitutto. Li presenta Raymond Kévorkian nella prima parte, La distruzione degli armeni ottomani. Nel corso della prima guerra mondiale furono sterminati due terzi della popolazione armena dell’impero, pari a 1,2-1,5 milioni di persone. Il massacro affonda le sue radici nei pogrom ordinati tra il 1894 e il 1896 dal sultano Abdülhamid (200mila morti stimati), a seguito dei quali la federazione rivoluzionaria armena si pone come obbiettivo il rovesciamento del sultano. E per un paradosso della storia fu proprio al movimento armeno che s’ispirarono i Giovani Turchi del Comitato Unione e Progresso nel preparare la rivoluzione del 1908. Ma se i due attori del dramma si conoscono particolarmente bene, i rapporti si guastano molto rapidamente. La prima guerra balcanica accentua nel Comitato Unione e Progresso la sindrome dell’accerchiamento, la teoria del complotto e l’insistenza sulla necessità di creare una nazione etnicamente omogenea. Dopo la disastrosa offensiva contro i russi nel Caucaso, ordinata da Enver Pasha in persona contro il parere degli alti gradi dell’esercito e conclusasi con una sonora sconfitta (dicembre-gennaio 1915), la questione armena diventa prioritaria nei piani del Comitato. È creata la “organizzazione speciale” e i soldati armeni impegnati al fronte sono disarmati e riassegnati ad apposite unità da adibire a lavori civili, iniziando gradualmente a “scomparire”. Il segnale è dato il 24 aprile, con l’arresto di diversi esponenti dell’élite armena di Costantinopoli. Ufficialmente è avviata una deportazione per allontanare gli armeni, sospettati di connivenza con le truppe zariste, dalle zone di confine. In realtà, i civili sono immediatamente spogliati di tutti i loro beni, la gran parte è uccisa già lungo il cammino, in particolare con annegamenti collettivi. Chi sopravvive finisce internato in campi di concentramento nel deserto siriano, dove le malattie, la fame e le sevizie fanno il resto. Dopo la guerra, i liberali ottomani, che controllano quel che resta dell’impero dopo la fuga dei principali leaders unionisti a bordo di un incrociatore tedesco, avviano un processo contro i responsabili dei massacri, sotto la pressione delle potenze alleate. Ma già nel 1923 quelle stesse potenze, esauste dalla guerra in Europa e preoccupate dall’avanzata sovietica, negoziano con Kemal Atatürk il trattato di Losanna, archiviando di fatto la “questione armena” e garantendo l’impunità per i massacri. E proprio dal tradimento degli alleati prende avvio la terza parte, Il genocidio degli armeni, una storia mondiale, di Vincent Duclert. Le opinioni pubbliche europee infatti furono informate quasi immediatamente dei massacri in corso, grazie in particolare alla rete di missionari americani che, essendo nel 1915 ancora neutrali nel conflitto mondiale, poterono restare in Anatolia.
La ragione politica e la necessità di scendere a patti con la potenza kemalista nascente – come pure, ma l’opinione non è nel libro, le eccessive richieste degli armeni al trattato di Sèvres – indurranno l’Intesa a fare marcia indietro rispetto alle roboanti dichiarazioni del 1915. Abbandonati dalle potenze europee, alcuni dei sopravvissuti al genocidio abbracciano la strada della vendetta. Nel primo dopoguerra i componenti del triumvirato dei Giovani Turchi sono così tutti eliminati in attentati, di cui quello a Talat Pasha a Berlino nel 1921 fa particolare scalpore in quanto l’aggressore è catturato dalla polizia tedesca, processato e prosciolto per infermità mentale. Tra i molti particolari di questa triste storia di “seduzione e tradimento” tra Occidente e Armenia, colpisce l’atteggiamento di Jean Jaurès, il celebre socialista francese. Se dopo i massacri del 1894-1896 Jaurès aveva assunto la guida in Francia di un vasto fronte pro-armeno (cui aderirono personaggi tra loro così diversi come Charles Péguy, Georges Clemenceau e Anatole France), molto più cauta appare la sua reazione ai massacri di Adana nel 1909, che del genocidio appaiono retrospettivamente come la prova generale. La ragione? Mentre nel primo caso responsabile delle violenze era il “sultano sanguinario”, incarnazione del dispotismo ottomano, nel 1909 «i liberali e socialisti europei […] vogliono credere ancora all’avvento della libertà nell’impero e alla fine del “malato d’Europa”» (p. 274).
Non è un segreto che la definizione di genocidio sia sempre stata rifiutata dai governi turchi, di qualsiasi orientamento: i 300.000 morti armeni che la Turchia è ufficialmente disposta a riconoscere non sarebbero più eccezionali dei 3 milioni di turchi scomparsi nel primo conflitto mondiale. È in particolare negata l’esistenza di un piano preordinato di sterminio, ignorando le prove raccolte già dall’amministrazione ottomana nel 1919, e si attribuisce la maggior parte delle morti ad azioni di bande irregolari o agli stenti caratteristici del tempo di guerra. La deportazione è infine giustificata sulla base dell’imminente “tradimento” armeno, amplificando i numeri dei volontari nell’esercito zarista e attribuendo a tutta la popolazione rurale, contro ogni verosimiglianza, l’atteggiamento delle avanguardie rivoluzionarie più politicizzate.Ma l’elemento essenziale è di natura ideologica. «Gli architetti del 1915 poterono proseguire la loro opera aldilà del 1918, con il pieno riconoscimento della comunità internazionale, che salutava nell’esperienza turca un modello di modernità e occidentalizzazione. […] In nessuna parte del mondo gli autori di genocidi furono celebrati a livello ufficiale dopo la loro sconfitta o scomparsa, in nessuna parte del mondo salvo che in Turchia» (p. 226). Fondamento ideologico del regime dei Giovani Turchi è – secondo Bozarslan – un darwinismo sociale che interpreta la storia come una competizione tra razze rivali, in cui la più forte schiaccia inesorabilmente la più debole. «La guerra – scrive Bozarslan – si era trasferita dal controllo degli spazi a quello delle specie» (p. 147). Il Comitato Unione e Progresso rappresenta dunque uno dei primi esempi di regimi non più solo autoritari, ma propriamente totalitari in quanto non riconosce alcun principio etico al di fuori del divenire storico e dell’interesse del partito e della razza. Eloquente uno dei suoi slogan: «Yok kanun? Yap kanun» «Non c’è una legge? Fai la legge».
Rispetto a questa ideologia materialista e storicista, il ruolo dell’Islam è subordinato: esso infatti agisce come fattore di mobilitazione presso le masse popolari, ancora impregnate di riferimenti religiosi, ma, come scrisse l’ambasciatore americano Henry Morgenthau, «gli uomini che concepirono il crimine avevano tutt’altro obbiettivo: essendo quasi tutti atei, e non rispettando il maomettanesimo [l’Islam] più di quanto non rispettassero il Cristianesimo, la loro unica ragione fu una questione d’implacabile politica di Stato» (pp. 160-161). Pur condannando i massacri nel 1920 in un intervento in parlamento definendoli un «atto vergognoso» (p. 354), Atatürk attinse i propri quadri dai membri locali del Comitato Unione e Progresso. Già nel 1921 i kemalisti salutavano in Talat Pasha «un gigante della storia e un genio la cui immensità passerà ai posteri» (p. 234) e Mustafa Kemal concedeva alla vedova una pensione per i servizi resi alla nazione. Continuando la prassi unionista, Atatürk prega nel 1920 uno dei suoi generali di apportare tutto l’aiuto necessario agli armeni del Caucaso, salvo inviare subito dopo un secondo telegramma cifrato in cui gli comanda di «distruggere l’Armenia politicamente e fisicamente» (p. 218). La guerra di liberazione nazionale infatti completò quello che il genocidio non aveva potuto realizzare: la cancellazione quasi totale della presenza armena in Turchia.
Il genocidio armeno costituisce per la Turchia contemporanea un autentico buco nero, una memoria costantemente rimossa. Ma costantemente risorgente. Come ha scritto Taner Akçam, storico turco-tedesco tra i maggiori studiosi del genocidio, «la nostra esistenza […] significa l’assenza di un’altra entità, i cristiani. Accettare il “1915” significa accettare che dei cristiani abbiano vissuto su queste terre, ciò che equivale a proclamare la nostra inesistenza» (p. 237). Eppure – ha affermato Papa Francesco – «ricordarli è necessario, anzi doveroso, perché laddove non sussiste la memoria significa che il male tiene ancora aperta la ferita; nascondere o negare il male è come lasciare che una ferita continui a sanguinare senza medicarla!» (Santa Messa per i fedeli di rito armeno, saluto all’inizio della celebrazione, 12 aprile 2015). (abstract -Copyright ©2013 Fondazione Internazionale Oasis http://www.oasiscenter.eu/it

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Convegno Genocidio dei Cristiani: La Jihad da Oriente a Casa nostra

Posted by fidest press agency su lunedì, 19 ottobre 2015

camera deputati2Roma lunedì 19 ottobre, dalle ore 14.30 (con accreditamento dalle ore.14.00) presso l’Aula del Gruppi Parlamentari, in Via Campo Marzio 78.
L’evento è organizzato dall’Associazione Umanitaria Padana Onlus e dall’Associazione Pakistani Cristiani in Italia, in collaborazione con l’On. Marco Rondini e altri parlamentari italiani.«Questo convegno – spiegano i promotori – intende interpellare con lucido realismo la coscienza e la ragione del nostro paese, dando voce alle minoranze cristiane d’Oriente che, pur nella prova, continuano a testimoniare una fede viva in Cristo». Al tempo stesso, si vuole «puntare i riflettori sui pericoli dell’espansionismo jihadista da Oriente a casa nostra, con la volontà di chiedere al mondo dell’informazione e della politica un’analisi priva di retorica, risposte precise e, soprattutto, impegni concreti».
All’intervento introduttivo di Sara Fumagalli, Coordinatrice di Umanitaria Padana Onlus e Presidente Onorario dell’Associazione Pakistani Cristiani in Italia, seguirà la testimonianza di Samaan Daoud, profugo cristiano di Damasco.Il pomeriggio si articolerà quindi in tre tavole rotonde. Nella prima, moderata dal vaticanista del Tg2 Enzo Romeo, il mondo dei media dialogherà con quello delle associazioni sul tema Notizie, analisi e percezioni. Interverranno: Alessandra Buzzetti, vaticanista del Tg5, Riccardo Cascioli, direttore La Nuova Bussola Quotidiana, Renato Farina, editorialista de Il Giornale, Sara Fornari, redattrice di Telepace, Paolo Rodari, vaticanista de La Repubblica, Don Salvatore Lazzara, vice Presidente Coordinamento Nazionale per la Pace in Siria, Massimo Polledri, Associazione Amicizia e Cooperazione Italia-Pakistan (Isiamed), Attilio Tamburrini, socio fondatore di Alleanza Cattolica. Seguirà la visione di un videoreportage dell’Umanitaria Padana Onlus, dal titolo “SOS Cristiani”. Nella seconda tavola rotonda, moderata dalla portavoce di Aiuto alla Chiesa che Soffre Marta Petrosillo, si darà invece spazio a La voce dei perseguitati. Interverranno: S. B. Gregorios Laham, patriarca della Chiesa Greco Cattolica Melchita, S. B. Louis Raphael Sako, patriarca della Chiesa di Babilonia dei Caldei, S. B. Ignacio Joseph III Younan, patriarca della Chiesa di Antiochia dei Siri, S. E. Monsignor Joseph Arshad, vescovo di Faisalabad (Pakistan), S.E. Monsignor Giorgio Bertin, vescovo di Gibuti e amministratore Apostolico di Mogadiscio (Somalia), Archimandrita Tovma Khachatryan, responsabile della Chiesa Armena Apostolica d’Italia e vicario generale del Delegato Pontificio dell’Europa Occidentale, Don Gilbert Shahzad, assistente ecclesiastico dell’Associazione Pakistani Cristiani in Italia.
La terza tavola rotonda, moderata dalla presidente dell’Associazione Parlamentare Amici del Pakistan On. Luisa Capitanio Santolini, è quindi dedicata a La risposta della politica italiana. Interverranno: On. Marco Rondini, Commissione Affari Sociali Camera dei Deputati, On. Paola Binetti, Commissione Affari Sociali Camera dei Deputati, On. Mara Carfagna, Commissione Affari Esteri e Comunitari Camera, On. Eugenia Roccella, Commissione Affari Sociali Camera dei Deputati, Sen. Maurizio Gasparri, vice Presidente del Senato.Dopo il dibattito, concluderà i lavori il Prof. Shahid Mobeen, docente di Pensiero e Religione Islamica presso la Pontificia Università Lateranense e fondatore Associazione Pakistani Cristiani in Italia.
Alle ore 19.00 seguirà la Santa Messa in Liturgia in Rito Orientale, in Italiano e Aramaico, nella vicina Chiesa di Santa Maria della Concezione in Campo Marzio.

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Foibe: io non scordo

Posted by fidest press agency su mercoledì, 8 febbraio 2012

Italiano: Tempio nazionale dell'internato igno...

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“10 febbraio: io non scordo” che vedrà venerdì dalle 11 alle 12 centinaia di siti internet, blog e forum, con Tricolore listato a lutto, osservare un’ora di silenzio nel rispetto dei connazionali caduti per mano dei titini. Come ogni anno, CasaPound Italia si mobilita per tenere viva la memoria dei tragici eventi che dall’8 settembre 1943 in poi colpirono la comunità italiana di Istria, Dalmazia e Friuli-Venezia Giulia. ‘’Dopo anni di oblio e di minimizzazioni di un genocidio che costò la vita a decine di migliaia di italiani, impegnarsi per tenere viva la memoria di quei fatti è un dovere – sottolinea Cpi in una nota – Purtroppo, però, a quasi otto anni dalla legge che ha istituito il giorno del ricordo, assistiamo a una nuova ondata di negazionismo strisciante, che trova breccia nell’insipienza, quando non nella vera e propria complicità, delle istituzioni e delle forze dell’ordine. Come a Napoli, dove il sindaco Luigi de Magistris ha deciso che le foibe quest’anno non saranno commemorate perché ‘l’evento non era stato inserito nei programmi dell’Amministrazione comunale’. O come a Ostia, dove, per fare spazio a iniziative pretestuose del Coordinamento Antifascista, il presidente del XIII Municipio, l’alemanniano Giacomo Vizzani, ha concesso per tre giorni consecutivi, il 10, l’11 e il 12 febbraio, piazza Anco Marzio a Prc, Pd e giovani democratici, utilizzando poi proprio la scusa della presenza in piazza dell’estrema sinistra per negare a CasaPound Italia la possibilità di tenere, nel giorno del ricordo, una commemorazione davanti al monumento ai Caduti di tutte le guerre in piazza della stazione Vecchia. Tutto questo mentre l’11 febbraio al Teatro del Lido, struttura occupata da oltre due anni da un non meglio precisato ‘Comitato per la riapertura’, andrà in scena una conferenza negazionista organizzata dal Collettivo l’Officina in collaborazione con il Collettivo Militant’’.‘’Cortei vietati, spazi non concessi, manifestazioni non autorizzate  per sedicenti problemi burocratici o di ordine pubblico, boicottaggi: anche questo è un modo per tradire la memoria degli italiani infoibati – sottolinea Cpi – Tuttavia, uno Stato degno di questo nome ha il dovere di far rispettare una legge, come la 92 del 2004, votata da un parlamento che fino a prova contraria è ancora sovrano, e ci aspettiamo che i tanti che si sono battuti per farla approvare reagiscano ai sempre più evidenti tentativi di ributtare nel dimenticatoio una tragedia su cui il silenzio l’ha fatta da padrone già per oltre sessant’anni. Dal canto suo CasaPound Italia, come ogni anno, sarà in piazza in tutta Italia per dire ‘la verità non può essere infoibata’’

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Ratko Mladic arrestato in Serbia

Posted by fidest press agency su giovedì, 26 Maggio 2011

General Ratko Mladic (centre) arrives for UN-m...

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L’arresto di Ratko Mladic ha assicurato alla giustizia l’ultimo dei tre principali responsabili del genocidio di musulmani bosniaci. Mladic è stato responsabile delle fucilazioni di massa di 8.372 uomini e ragazzi di Srebrenica e insieme a Radovan Karadzic e a Slobodan Milosevic è responsabile dell’istituzione di campi di concentramento e internamento come quelli di Omarska, Manjaca, Keraterm, Trnopolje, Susica, Foca e Luka Brcko in cui furono uccisi migliaia di prigionieri. Mladic è inoltre responsabile dell’utilizzo sistematico dello stupro come arma da guerra, dell’arresto sistematico e dell’uccisione dei membri dell’élite accademica e amministrativa, della messa in fuga di 2,2 milioni di Bosniaci, di quattro anni di bombardamenti delle cosiddette zone di protezione dell’ONU (Tuzla, Gorazde, Srebrenica, Zepa, Sarajevo e Bihac) che solo a Sarajevo fece 11.000 vittime, tra cui 1.500 bambini, di massacri e fucilazioni di massa in numerosi villaggi e città della Bosnia settentrionale, occidentale e orientale, della sistematica distruzione di oltre 1.000 moschee e santuari islamici. L’Associazione per i Popoli Internazionale vuole ricordare anche l’atteggiamento di molte istituzioni e partiti europei che per molto tempo hanno taciuto gli orrori e il genocidio commesso in Bosnia. Non solo, ma il governo britannico del premier John Major e il governo francese di Mitterand addirittura avevano apertamente sostenuto e facilitato l’aggressione serba alla Bosnia.

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Gheddafi ha vinto

Posted by fidest press agency su venerdì, 4 marzo 2011

E’ la sensazione di queste ultime ore. La rivolta avrebbe avuto un motivo se fosse riuscita al primo colpo sparato come avvenne quarantuno anni fa. Allora vi era un capo che guidava i rivoltosi e un gruppo di ufficiali che seppero fare da garanti con l’occidente. Oggi appare più un’armata Brancaleone dove il minimo comune multiplo è il riscatto dalla miseria e dall’abiezione, ma al tempo stesso l’incapacità di avere una guida che in cui tutti possano riconoscersi per stabilire le basi ad una alternativa, che in ogni caso non porterà molto lontano se non si ristabiliscono le regole di una convivenza civile e si affermi un governo  rappresentativo e capace di costruire una democrazia non tanto e non solo dell’alternativa ma per un’equa distribuzione delle risorse. D’altra parte sembra ben misero il destino di una nazione che solo Gheddafi come Tito nei Balcani è riuscito a darle un contenuto unitario ma ora sembra destinato, dopo i giorni della rabbia, a dividersi in tanti tronconi. Così si sfalda un sistema senza che al suo posto si riesca a trovare uno strumento valido che possa prendere il controllo della situazione. Forse, rispetto ai vicini tunisini ed egiziani la “sfortuna” dei libici sta proprio nella ricchezza del sottosuolo. E’ la leva di una prosperità che continua a fare gola a tanti nei potentati arabi e in quelli occidentali o orientali che siano, ma da questo gioco continueranno ad essere esclusi gli stessi rivoltosi di oggi, checchè si possa dire o pensare. Alla fine alla rabbia di oggi, come è accaduto nell’Iraq di Saddam Hussein, qualcuno si chiederà se, tutto sommato, non sarebbe stato meglio tenersi il rais che si vuole cacciare. E l’occidente, proprio per gli errori del passato ha oggi le mani legate. Se interviene militarmente ci troveremo, senza meno, con lo stesso dramma dell’Irak dove le sue truppe un giorno osannate da liberatori il giorno dopo sono state ritenute degli usurpatori. Proprio per questo motivo c’è già chi in occidente si chiede se Gheddafi, per quanto inviso, non sia il male minore per una situazione di ingovernabilità dell’area sempre più ricca solo di incognite dal punto di vista dell’unità nazionale, della governabilità e della rappresentatività internazionale. Forse, in questo bailamme si troverà nel figlio di Gheddafi un compromesso o nel suo ex ministro della giustizia ma bisogna accelerare i tempi della successione se non si vuole ancora di più percorrere la via della guerra civile, del genocidio, della ingovernabilità e dell’anarchia. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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Genocidio di Srebrenica

Posted by fidest press agency su mercoledì, 21 luglio 2010

Nella commissione Affari Esteri e Comunitari della Camera dei Deputati, è stata presentata una risoluzione, a firma congiunta degli onorevoli  Aldo Di Biagio e Franco Narducci, condivisa bipartisan da altri deputati, al fine di sollecitare l’impegno del Governo all’adozione  delle risoluzione del Consiglio Europeo,  P6-TA (2009) 0028, con cui si chiede ai governi europei e dei Balcani Occidentali di riconoscere ufficialmente il giorno 11 luglio  come la giornata della Memoria della Strage di Sbrebrenica”. “Sono felice, precisa Aldo Di Biagio, dell’immediata sottoscrizione trasversale e bipartisan della risoluzione, che ha  un alto valore simbolico e rappresenta il doveroso  tributo alle vittime di quell’orrendo genocidio che fu perpetrato in tre giorni e che ha visto il massacro di più di 8.500 musulmani; l’Italia, in quanto paese dell’Unione Europea e membro delle Nazioni Unite e della NATO,  ha il dovere morale e istituzionale di riconoscere le istanze delle vittime o delle famiglie di vittime di quella strage che ancora oggi vivono in Bosnia e chiedono giustizia e verità,  il dovere di mostrare rispetto e riconoscimento nei confronti delle migliaia di cittadini bosniaci che oggi vivono e lavorano nel nostro paese, l’occasione per ribadire ancora una volta il valore della dignità di tutti gli essere umani, indipendentemente da  razza, etnia o religione. L’adozione della Risoluzione europea per il nostro Paese significa completare il processo di riconciliazione con quei fatti  attraverso lo strumento  importante della memoria, in quanto la memoria rappresenta un monito teso a ricordare  a tutta l’umanità e alle generazioni future  che la dignità umana  non può essere più violata e in modo così profondo e insopportabile”.

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