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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 301

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E’ venuto il momento che Gentiloni parli al Paese

Posted by fidest press agency su martedì, 24 gennaio 2017

gentiloniAvviso ai naviganti: se dopo aver buttato via il 2016 per colpa del referendum, ora l’Italia dovesse far rotta nel mare periglioso e inquinato di una lotta politica basata sul ritorno o meno di Matteo Renzi, e relativa guerra interna al Pd, dividendosi su legge elettorale – la prossima settimana dovrebbe arrivare il giudizio della Corte Costituzionale sull’Italicum – e data delle elezioni, si può star certi che finiremo violentemente contro gli scogli. Anche perché si sta profilando una nuova stagione di delegittimazione – questa volta con le banche, e in parte le imprese, nel mirino, o se si vuole contro i luoghi e le modalità di generazione e detenzione di ricchezza, stipendi (alti) compresi – che rischia di far riprecipitare il Paese nel clima del 1992-94, con tutto quello che significa per la tenuta del sistema politico-istituzionale e di quello economico. Con la conseguenza di consegnare ai grillini un warrant elettorale che le urne si incaricheranno di trasformare in un biglietto d’accesso a Palazzo Chigi, magari in compagnia di Matteo Salvini.
Sia chiaro, è più che comprensibile, oltre che probabile, che l’ex presidente del Consiglio tenti di tornare al centro della scena, così come che nel Pd si scateni una battaglia politica – se poi fosse sulle idee, magari sarebbe meglio – e va da sé che tra le forze politiche si debba aprire una discussione sul sistema elettorale da scegliere (anche qui, se già che ci siamo si riuscisse a rendere omogenei i meccanismi non solo tra Camera e Senato ma anche per gli enti locali, sarebbe tanto di guadagnato). L’importante, però, è che agli italiani non sia data in pasto solo questa roba. Perché il rigetto sarebbe totale e assoluto. Psicologicamente, il Paese sta messo peggio di quanto già non fosse dopo la lunga recessione. Renzi è stato una droga – all’epoca delle primarie e poi nella prima parte del suo esecutivo, ha riacceso speranze sopite – che però ha generato la depressione che compare quando la sostanza stupefacente smette i suoi effetti. Ora Gentiloni ha riportato normalità, ed è un gran bene. E Mattarella è apparso ai più come un solido ancoraggio. Ma è evidente che non basta. Anche perché tanto lo scenario geopolitico – l’incognita dell’era Trump, le dinamiche russo-turche, Brexit, Libia e Siria – quanto quello economico – si pensi solo alla sempre più probabile e ravvicinata fine della stagione dei tassi zero – sono in grande fermento e proiettano forti e ansiogene incertezze. Occorre dunque un salto di qualità. Prima di tutto nell’analisi, che necessariamente va aggiornata e anche (ri)portata su un livello strategico da cui da tempo è scesa. E poi nelle decisioni di governo.
Il nostro suggerimento a Gentiloni è quello di provare ad andare oltre il pur apprezzabile ritorno alla collegialità nell’esecutivo. Crei un gruppo di lavoro di personalità esterne al governo, politiche e non, ed elabori un piano da poter attuare di qui fino alla fine della legislatura, che deve essere il suo orizzonte temporale. Inoltre cominci a parlare agli italiani, dicendo loro parole di verità sulla situazione in cui siamo e sulle difficoltà ma anche le possibilità che abbiamo di aggredire i problemi e invertire la curva del nostro più che ventennale declino strutturale. Sarebbe già molto, sia in termini di metodo che di merito. Lo sappiamo, questa non può essere, non fosse altro che per ragioni temporali, una stagione politica nuova. Ma una nuova fase sì. Il cui significato politico più profondo deve essere quello della lotta al populismo dilagante.
Da dove partire? Sicuramente non dal vuoto pneumatico dell’intervista, pur preannunciata come epocale, di Renzi ad Ezio Mauro. Le parole che abbiamo letto su Repubblica erano una finta autocritica, la descrizione di sé come di un “combattente solitario” che ha perso, per ragioni di cattiva comunicazione, una battaglia ma che è pronto a riprendere e vincere la guerra. Analisi politica, economica e del sentire collettivo, zero.
Invece, diciamo che i tre punti – ambiziosi – indicati dal ministro Calenda da quando è tornato libero di potersi esprimere (Renzi considerava ogni sua uscita, come quelle di Delrio e di altri ministri troppo poco ortodossi per i suoi gusti, come un delitto di lesa maestà) paiono un buon punto di partenza: messa in sicurezza del Paese con un piano straordinario di interventi; rilanciare l’economia attraverso investimenti strategici, tutelando in modo più netto gli interessi nazionali; avviare una vera politica di inclusione sociale. Anche prendendo tutti gli spazi di bilancio che servono. Noi aggiungeremmo una postilla a quest’ultimo punto – più deficit per investimenti in conto capitale assolutamente sì, ma piano per una riduzione del debito attraverso l’uso del patrimonio pubblico – e un ulteriore punto: la necessità di cominciare a dare qualche segnale di inversione di tendenza a favore del garantismo e a scapito della giustizia sommaria. Non fosse altro per fermare la deriva della guerra sociale strisciante e l’insopportabile ulteriore decadimento della credibilità della politica e delle istituzioni pubbliche.Bisogna assolutamente che al più presto Gentiloni dia il segno di una discontinuità nella politica economica. Va dato all’Europa, che sembra essere – anche in vista degli appuntamenti elettorali tedeschi e francesi – molto meno disposta alla benevolenza di fronte all’ennesimo sforamento della legge di bilancio 2017 sugli obiettivi precedenti. E va dato sia alle imprese, che devono tornare ad investire e fermare l’emorragia di cessioni (a stranieri e soggetti finanziari), sia ai lavoratori, cui chiedere più produttività in cambio di più salari. Industria 4.0 non può essere uno slogan buono per i convegni, ma deve assumere centralità nell’agenda del governo. Infine si affronti con decisione il tema delle banche – modesta proposta: perché non affidare ad Atlante, magari attraverso la forma del prestito obbligazionario, i 20 miliardi stanziati ad hoc? – prima che la marea montante dello scandalismo prenda il sopravvento.La possibilità che le prossime elezioni, al di là della data, non aprano la porta di palazzo Chigi ai colleghi di Virginia Raggi è tutta nelle mani di Gentiloni e di una scelta finalmente lungimirante del Parlamento sulla legge elettorale, non di Renzi e della sua agognata rivincita. (Enrico Cisnetto direttore Terza Repubblica quotidiano online di Società Aperta)

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Chiediamo a Gentiloni discontinuità nella politica economica

Posted by fidest press agency su martedì, 17 gennaio 2017

governo“Chiediamo di riconoscere gli errori fatti, quelli sulle banche, quelli sulla politica delle mance, sugli 80 euro. Se ci sarà un riconoscimento degli errori fatti ed un cambiamento di linea noi saremo pronti a dare le nostre indicazioni. Ma se Padoan continuerà a dire che tutto va bene, che tratterà con Bruxelles, che non è cambiato nulla e che è solo sfortuna, non possiamo accettarlo. Non possiamo accettare le facce di bronzo, la sfortuna”.Lo ha detto Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia alla Camera dei deputati, parlando con i giornalisti in sala stampa a Montecitorio.“Questa sui conti non è sfortuna, è polvere messa sotto il tappeto che ti fa inciampare. Adesso si vede, e gli italiani lo hanno già visto con il referendum, ora purtroppo lo pagheranno.Noi siamo all’opposizione, chiediamo discontinuità e chiediamo che vengano accettate le nostre proposte: attacco al debito, taglio delle politiche clientelari, cambio della linea di politica economica. Fino ad ora di discontinuità se n’è vista ben poca, ma fino ad ora Aspettiamo ancora perché siamo pazienti e responsabili, ma la nostra pazienza non è infinita”.

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Il caso banche e le mosse di Gentiloni

Posted by fidest press agency su lunedì, 16 gennaio 2017

gentiloniBy Enrico Cisnetto. Anno nuovo, (cattive) abitudini vecchie. Quando la politica italiana fatica a risolvere i problemi, vuoi per mancanza di soluzioni vuoi per incapacità di metterle in atto quando ci sono, puntualmente si rifugia nell’ammuina mediatica intorno al tema del “perché” ma soprattutto del “per colpa di chi” i problemi medesimi si sono creati. Ora, se analizzare la genesi di una questione aiuta a trovare le risposte migliori e a concretizzarle, ben venga. Ma se, invece, serve solo a sollevare polveroni dentro i quali nascondere l’indecisionismo e la felloneria, allora sono guai. Perché i problemi marciscono, e i loro effetti negativi si moltiplicano. L’ultimo esempio di questa tendenza che la Seconda Repubblica ha consacrato a “stile di governo” da oltre due decenni, è la crisi delle banche. E in particolare la deriva, che non esitiamo a definire populista e giustizialista, per cui il nocciolo della questione starebbe tutto nel rivelare i nomi degli indebitati che non restituiscono i soldi e che, con ciò, hanno zavorrato gli istituti di credito di “sofferenze”. Già, la mitica “trasparenza”, in nome della quale la gogna diventa “giusta”. Quando le cose vanno male, è più facile gettare dei nomi in pasto ai media perché li trasformino in colpevoli, piuttosto che risolvere i problemi.Spiace che in questo caso a sollevare la questione sia stata una persona che stimiamo, dal candido pedigree liberale come il presidente dell’Abi Antonio Patuelli. Ma al di là della tattica al servizio degli interessi che – doverosamente – per ragioni istituzionali egli difende, francamente fatichiamo a capire il senso di questa idea cui subito politici di ogni fronte si sono accodati. Intanto perché i nomi dei grandi debitori – Sorgenia per capirci – sono stranoti, mentre le banche sono piene di non performing loans (npl) di decine di migliaia di Brambilla qualunque i cui nomi possono al massimo essere riconosciuti dai vicini di casa. Poi perché ogni situazione fa caso a sé, ed è arduo – tanto più per tribunali del popolo – distinguere tra normali dinamiche di mercato (errori imprenditoriali e erronee valutazioni bancarie) e uso doloso del credito. Ma al di là della loro inutilità ai fini conclamati della trasparenza, e senza neppure giudicarle per quelle che sono – barbarie giustizialista da processo in piazza – le “liste di proscrizione” sono oggettivamente uno strumento di “distrazione di massa” da quella che è la vera essenza del problema bancario in Italia. Che chiama in causa prima di tutto gli ultimi governi. I quali, dapprima non sono stati in grado di “leggere” le difficoltà del nostro sistema creditizio e prendere provvedimenti, come gli altri paesi europei hanno preso, salvo poi pretendere di metterli in atto dopo che sono state varate – con il nostro voto favorevole – norme restrittive. E poi, da un lato, non hanno saputo mettere in discussione nelle sedi opportune le pratiche di vigilanza sulle banche a dir poco cervellotiche praticate dalle autorità europee (Bce, Eba, ecc.), sollevando problemi politici che potevano e dovevano essere evidenziati, e dall’altro hanno maldestramente affrontato tematiche importanti come la riforma delle banche popolari (sospesa per mano del Consiglio di Stato e in attesa di una decisione della Corte Costituzionale) e la gestione sistemica delle sofferenze bancarie (con le GACS-Garanzia sulla Cartolarizzazione delle Sofferenze la montagna ha partorito il topolino). Infine, se a questa insipienza si aggiungono le scelte sbagliate del governo Renzi, sia in termini di difesa di interessi di bottega (caso Etruria) sia in termini di disegni di potere (caso Mps, con la giubilazione dei vertici della banca su istigazione di una banca d’affari americana, JP Morgan), il disastro è completo. A fronte del quale, anche i casi di uso predatorio del credito – a cui comunque deve (o dovrebbe) provvedere la giustizia penale – passano in secondo piano.Per questo il nodo del risanamento e della modernizzazione del nostro sistema bancario – cosa che era e resta decisivo ai fini del consolidamento di una ripresa economica tuttora fragile – non può essere sciolto cercando i colpevoli, veri o presunti, ma studiando il problema e proponendo soluzioni. Con le commissioni d’inchiesta, invece, non si va da nessuna parte. E di questo deve essere e mostrarsi consapevole Gentiloni, se vuole dare un senso al suo governo e consentirgli – come noi crediamo che voglia, al pari del Capo dello Stato – di durare fino alla fine della legislatura, rendendo inutili le manovre di chi intende imporre a tutti i costi, per interessi personali e di bottega, le elezioni anticipate. Tanto più ora, che è stato sgombrato il campo (quello del governo, non del Pd, che resta ad alto rischio di spaccare sul tema) dal pericolo del referendum sull’articolo 18 voluto dalla Cgil. Solo che c’è bisogno di segnali immediati, che vadano ben al di là del decreto – comunque positivo – con cui sono stati stanziati 20 miliardi per le necessità di capitale del Montepaschi ed eventualmente di altri istituti.Il fatto è che, mentre ministri come Minniti (bene la minor tolleranza sui temi della sicurezza) e Calenda (ottimo il piglio su Alitalia e tutta da valorizzare la sua proposta “keynesiana” di politica economica) stanno dimostrando di saper imprimere alle azioni di governo, per quel che a loro compete, una forte carica di decisionalità e progettualità, dal lato del dicastero più importante, quello dell’Economia, continuano a giungere, come già con Renzi, flebili e contraddittori messaggi. E questo è un problema che il primo ministro dovrà affrontare quanto prima. Per almeno tre motivi. Primo: è al Tesoro che passano i fili della politica economica, e saperli tirare per il verso giusto – come non è accaduto con Letta e Renzi – è decisivo per il governo stesso ma soprattutto per il Paese. Secondo: se è vero che inizialmente ha dovuto pagare un prezzo alto alla continuità con Renzi (fino a far ribattezzare il suo esecutivo come Renzi-bis), ora Gentiloni ha tutto l’interesse a marcare la discontinuità. E dove se non nel ministero chiave? Terzo: in questa fase storica, il tema politico di fondo è arginare la deriva populista. Tema che Renzi ha interpretato giocando al gatto con il topo con i grillini, un po’ cercando sputtanarli e un po’ imitandoli. Cosa che si è rivelata sbagliata – tanto che oggi il topo rischia di mangiarsi il gatto – nonostante i madornali e ripetuti errori dei seguaci del comico, l’ultimo dei quali, la vicenda delle alleanze europee dei 5stelle, è stato addirittura una ridicola pantomima. Per il semplice motivo che i 5stelle non si battono mettendo in rilievo i loro difetti – se così fosse, sarebbero già morti – ma correggendo i propri, quelli delle forze di governo e garantiste. Gentiloni, torna presto e batti un colpo.(fonte: http://www.terzarepubblica.it)

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Presidente Gentiloni: Rapporto sul terrorismo

Posted by fidest press agency su venerdì, 6 gennaio 2017

gentiloni“Il rapporto sul terrorismo presentato dal presidente Gentiloni e dal ministro Minniti non corrisponde alla realtà dei fatti. Diciamo che la lettura politica che ne dà il governo fornisce un quadro fortemente edulcorato. Non sappiamo se la ‘censura’ dei dati più significativi sia dettata dalla volontà di non creare allarmismo nell’opinione pubblica, già provata, o se serva a coprire le pesanti responsabilità del governo sul mancato oggettivo controllo dei flussi migratori”. È quanto dichiara il capogruppo di Fratelli d’Italia-Alleanza nazionale alla Camera dei deputati Fabio Rampelli. “Intanto, se è vero che la radicalizzazione avviene nelle carceri e attraverso il web- ha aggiunto Rampelli- è altrettanto vero che per andare in carcere ci vuole un reato e quindi, prima di finire in prigione, il recluso si è già posizionato ai bordi della società e fuori dalle regole di convivenza civile”.
“Completamente e irresponsabilmente elusa nel rapporto del governo – ha precisato- è la maggiore fonte di indottrinamento radicale, quello che avviene nelle moschee clandestine e abusive, migliaia in Italia. Vorremmo conoscere inoltre quali studi e percentuali tra gli appartenenti alle comunità islamiche italiane siano stati svolti attraverso sondaggi. Secondo infatti le analisi del King’s College di Londra sono altissime le adesioni alle tesi complottiste anti-Occidentali dei predicatori radicali e oltre il 50% degli intervistati islamici ritiene giusto il ricorso alla violenza contro chi offende, a loro giudizio, il Profeta”.
“Sul fatto poi che l’Islam radicale in Italia sia meno radicale…. sono i fatti a dimostrare il contrario: quasi tutti i responsabili degli attentati in Europa sono passati per l’Italia, hanno organizzato da qui la logistica, hanno i loro fiancheggiatori e restano parcheggiati ricevendo soldi e accoglienza. Le centrali del terrorismo islamico sono radicate sia nel nord che nel Mezzogiorno”.
“In sostanza, cari Gentiloni e Minniti, – ha concluso il capogruppo- dopo i disastri di Renzi occorre responsabilità, l’approccio sociologico e l’ipocrisia buonista hanno fallito, vanno bene per le accademie non per governare processi complessi. Scendete dal piedistallo e andate a farvi un giro tra i cittadini di Cona e Tor Sapienza, avrete quelle informazioni salienti che i vostri esperti a senso unico non potevano dare. Per interesse, per surplus di astrazione o per malafede”. (Quanto esposto da Rampelli nel suo comunicato ci trova in gran parte concordi. Vorremmo aggiungere un aspetto, a nostro avviso, più inquietante. E’ che gli italiani, proprio a causa delle politiche immigratorie del governo e della maggioranza che lo regge, stanno diventando razzisti. Eppure abbiamo più volte segnalato la disponibilità dei romani, nello specifico, all’accoglienza, ma l’aumento della criminalità di strada, i furti nelle abitazioni, le leggi permissive esistenti che sembrano facilitare la diffusione degli illeciti amministrativi e penali e che alcuni immigrati colgono a loro vantaggio convinti di poter farsi beffa delle leggi italiane, rendono la convivenza sempre più difficile. Diciamo che la filiera giustizia già inadatta a gestire la normale amministrazione ora a fronte del fenomeno migratorio mostra delle crepe ancora più vistose e rischia di fare flop.)

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Il governo Gentiloni ha un nemico in Matteo Renzi?

Posted by fidest press agency su lunedì, 19 dicembre 2016

gentiloniParadossale. Il governo Gentiloni nasce ed è destinato a vivere incarnando una clamorosa contraddizione: appare, e per molti versi è, un Renzi bis, ma nello stesso tempo ha nell’ex presidente del Consiglio il suo peggior nemico. Il quale, non avendo per nulla metabolizzato la sconfitta, né per quanto lo riguarda personalmente né per il più generale significato di spartiacque tra un prima e un dopo che il referendum è destinato ad avere nella politica italiana, si muove in perfetta continuità con il profilo caratteriale che ha mostrato e le modalità politiche che ha adottato nei suoi mille giorni a palazzo Chigi.Ricordare la sequenza degli eventi che disegnano la reazione di Renzi alla consultazione referendaria è utile per capire cosa l’ex primo ministro farà nell’immediato, a cominciare tra poche ore all’assemblea del Pd, che deve decidere se instradare o meno il partito verso un congresso ravvicinato. Uno: la conferenza stampa di mezzanotte nella domenica elettorale, in cui annunciava le sue dimissioni prima ancora di aver conferito con il Capo dello Stato. Due: il tentativo, durato 48 ore e stoppato da Mattarella, di spingere il Paese ad elezioni immediate, usando l’Italicum non ancora giudicato dalla Corte Costituzionale. Tre: le consultazioni parallele a quelle del Quirinale, per spingere la candidatura di Gentiloni, la figura da lui ritenuta meno ingombrante per se stesso e che era nella sua testa ormai da settimane. Naturalmente il presidente incaricato lo sapeva e non ha potuto che tenerne conto in sede di formazione del governo. Quattro: la richiesta che il nuovo esecutivo fosse il più possibile fotocopia del suo e l’insistenza perché Luca Lotti diventasse ministro e mantenesse la delega all’editoria, e perché Maria Elena Boschi fosse sottosegretaria alla presidenza del Consiglio, e pure senza che altri avessero pari grado (contrariamente a quanto si racconta, è stato lui e non lei, che invece era consapevole della necessità di uno stop, a pretendere la nomina). Cinque: l’indicazione, fatta trapelare dai suoi, dell’11 giugno come data possibile per il voto anticipato (cosa che ha fatto nuovamente imbestialire il Quirinale). Tutto questo per ribadire che, nonostante la vittoria del No, è ancora lui a dare le carte. E che, partendo dal presupposto – infondato, ma questa è una valutazione che proprio non gli riesce di fare – di poter contare alle politiche su tutti i 13 milioni di Sì, la rivincita gli sorriderà.Fin qui Renzi, di cui scopriremo fra poco le intenzioni anche per quanto riguarda il partito. Ma ora a palazzo Chigi c’è Gentiloni. Tutti dicono: è troppo debole, politicamente e caratterialmente, per opporsi ai disegni di chi gli ha consegnato le chiavi. Noi, che lo conosciamo bene da decenni, tendiamo non solo a sperare ma anche a credere che il neo primo ministro consideri saldato il debito a Renzi proprio con le modalità con cui è stato formato il governo, visto che il prezzo pagato con la “fotocopia” è assai alto. Inoltre, Gentiloni può contare su Mattarella, che a sua volta ha compreso come il vero settennato sia iniziato adesso, ed è ovvio che desideri lasciare il segno, seppur con il suo stile dimesso. Ed entrambi, Gentiloni e Mattarella, hanno tutto l’interesse che il governo duri, possibilmente anche fino al termine naturale della legislatura, e sono pienamente consapevoli che il pericolo maggiore è rappresentato dal fuoco amico renziano. Naturalmente, tutto dipenderà da come il governo saprà giocarsi le carte nelle partite aperte e in quelle che inevitabilmente, specie sul terreno economico, si apriranno via via. Il primo banco di prova riguarda due questioni delicatissime. Una attiene al decreto necessario per fornire alle banche quelle garanzie anti-crack che Renzi avrebbe dovuto produrre molti mesi fa, quando sia la vicenda Montepaschi sia quella delle due banche venete erano gestibili con molti meno affanni. L’impressione è che il Tesoro stia finalmente lavorando senza i pesanti condizionamenti che finora gli erano arrivati da palazzo Chigi, ma certo è ancora presto per giudicare. Il secondo problema che Gentiloni si trova ad affrontare è quello della scalata della francese Vivendi a Mediaset, che rischia di essere il preludio di altre e ben peggiori – dal punto di vista degli interessi strategici del sistema paese – capitolazioni degli ultimi baluardi del capitalismo nostrano (Unicredit e Generali, che andrebbero ad aggiungersi a Telecom, già persa). Qui si tratta di sottrarsi al solito e sterile dibattito su mercato e Stato, per assumere un atteggiamento pragmatico ma risoluto di moral suasion per evitare la colonizzazione (in questo caso francese). In che modo? Suggeriamo al presidente del Consiglio di studiare bene come Renzi si è comportato nella vicenda Mps, e poi fare l’esatto contrario. Sapendo che ultimamente il barometro dei rapporti tra Mattarella e Berlusconi volge finalmente al bello. E questo aiuta non poco Gentiloni.Naturalmente, la partita politicamente più scivolosa è quella della legge elettorale. Il presidente del Consiglio fa bene a pensare che il governo debba avere la mano leggera, e ha fatto bene a ricordare al Parlamento il ruolo che dovrà avere. Ma farebbe male a chiamarsi fuori. Deve fare un lavoro, tanto discreto quanto fattivo, dentro il Pd, e deve avviare contatti con Berlusconi – da quelle parti non gli mancano le entrature, e poi la vicenda Vivendi-Mediaset da questo punto di vista rappresenta una grande opportunità – con l’obiettivo di definire già prima del pronunciamento della Corte Costituzionale sull’Italicum il profilo della nuova legge. Anche qui, come e più che per la durata del governo, avrà Renzi come nemico. Al quale difetta, come abbiamo detto, l’analisi sul significato più vero del voto referendario. Ci pare, infatti, ma vorremmo tanto essere smentiti dai fatti, che al segretario del Pd sfugga il fatto che la vittoria del No abbia messo fine – ed era ora – alla lunga e per molti versi fallimentare stagione del maggioritario e dell’uomo solo al comando.Due facce, queste, della stessa medaglia, e cioè quella dell’illusione che esista una scorciatoia democratica per assicurare governabilità laddove l’offerta e la domanda politica faticano ad incontrarsi in modo virtuoso. Non si tratta di tornare al proporzionale puro della Prima Repubblica – alla quale peraltro vengono tuttora riservati giudizi ingenerosi – ma di scegliere una modalità istituzionale, per esempio quella tedesca, capace di dare il maggior potere decisionale possibile al governo senza per questo mortificare il parlamento ed evitando che ciò derivi da alchimie che consentano di formare maggioranze fittizie rispetto agli orientamenti dei cittadini.Chi blatera sul proporzionale dovrebbe riflettere sul fatto che l’abominevole sfilata di 42 partiti, partitini e mono-soggetti politici che si è vista al Quirinale nel corso della crisi non è certo figlia della congrua misurazione dei voti bensì delle forzature a suon di premi di maggioranza di questi anni, e che per assicurare un’adeguata semplificazione della rappresentatività basta e avanza l’uso di una soglia di sbarramento. Pierluigi Bersani, ospite lunedì scorso a Roma Incontra, è parso pienamente consapevole di tutto ciò. Adesso aspettiamo di vedere se lo sarà, una volta per tutte, la maggioranza del Pd. (Enrico Cisnetto direttore http://www.terzarepubblica.it)

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Gentiloni svende la sovranità italiana all’Europa

Posted by fidest press agency su venerdì, 16 dicembre 2016

gentiloniLa sovranità espropriata un pezzetto alla volta. E questa volta tocca al Parlamento Italiano (che è appunto sovrano, secondo la Costituzione appena salvata dai cittadini): niente voto parlamentare sul Consiglio europeo, in calendario oggi.Finora i Governi, prima di ogni Consiglio Ue, hanno comunicato al Parlamento la posizione che intendevano assumere in Europa in rappresentanza dell’Italia sui vari temi, ricevendo poi mandato dalle Camere dopo il voto sulle risoluzioni delle varie forze politiche (è la legge 234 del 2012). Sia chiaro: il Parlamento, a maggioranza, non ha mai votato contro le proposte governative. Però almeno la nazione salvava la faccia, consentendo ai propri rappresentanti di essere informati, discutere, votare e decidere sulle istanze da portare in Europa. Bando alle ciance, deve essersi detto il nuovo esecutivo: tutti sanno che il Parlamento non conta nulla, che il governo italiano è sottomesso all’Europa in tutto, quindi perché perdere tempo? D’altronde Gentiloni è colui che nel 2012 twittava: “Dobbiamo cedere sovranità all’Europa”, quindi se ne andrà a Bruxelles senza informare gli italiani e con le mani libere riguardo a dossier scottantissimi quali: immigrazione e accordi di Dublino, MES Cina e sanzioni alla Russia.Il Parlamento sarà allora lasciato a commemorare ricorrenze, mentre i burattinai prenderanno le decisioni per nostro conto oltreconfine. E tra i burattinai, ne siamo certi, Gentiloni non è neppure incluso. (fonte blog 5 stelle)

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Gentiloni non licenzia ma riconferma Lorenzin

Posted by fidest press agency su giovedì, 15 dicembre 2016

ministero-pubblica-istruzione“Per un attimo ci avevamo sperato, ma il neo Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni alla fine ci ha delusi. Beatrice Lorenzin è ancora a capo del Dicastero della Salute”. Sono queste le parole con cui Claudio Giustozzi, segretario nazionale dell’Associazione Dossetti, ha commentato nel primo pomeriggio di oggi la riconferma della Ministra, dal 2013 in forze alla squadra di Governo e, ieri, nuovamente confermata alla guida dell’organo dell’Esecutivo. “Cambiando l’ordine degli addendi, certamente il risultato non cambia – ha poi proseguito Giustozzi, già fortemente critico verso le dichiarazioni di Lorenzin in merito alle migliorie sanitarie che sarebbero conseguite dalla modifica del Titolo V della Costituzione. “ Dopo aver illuso i malati italiani, in modo particolare i diabetici, con la favola del Sì al referendum che avrebbe magicamente avviato i Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) – ha chiosato il Segretario – ci chiediamo quale sarà il prossimo coniglio dal cilindro di questo Ministero, al cui timone Lorenzin continua a resistere”.
La Dossetti – dal 2000 ad oggi in prima linea per la salvaguardia del diritto alla Salute e per il ripristino delle Pari Opportunità nell’accesso alle cure in tutto il territorio nazionale – non ha mai nascosto evidenti perplessità su alcune pubbliche dichiarazioni della Ministra Lorenzin – che rimarrà negli annali per lo scivolone preso in occasione della campagna sul Fertility Day: “Auspichiamo vivamente la riabilitazione della dott.ssa Daniela Rodrigo – ha sottolineato al riguardo – augurandoci che, da questo momento, il Capo del Dicastero riesca a distinguere il bianco dal nero, evitando magari nuovi scivoloni dai contorni pseudo razzisti. Sarebbe interessante sapere quanto denaro pubblico si è speso in tal circostanza e se tali somme siano state in qualche modo restituite al contribuente”.
Solo due mesi fa, a ridosso della querelle per lo stanziamento dei fondi 2017 per il comparto, il segretario dell’associazione intitolata al presbitero, giurista e deputato della I Legislatura Giuseppe Dossetti, aveva parlato di “Sanità allo sbando e SSN non lontano dalla bancarotta”. Ieri, la doccia fredda giunta con l’ufficializzazione del Governo Gentiloni: “Le minestre scaldate non ci sono mai piaciute – ha concluso Giustozzi – ma non per questo getteremo la spugna, determinati più che mai nel nostro percorso di risorgimento civile dei diritti di tutti i malati, in particolar modo di quelli illusi dal miraggio referendario di un farmaco innovativo che mai arriverà”.

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Forza Italia nega la fiducia al governo Gentiloni per il bene dell’Italia

Posted by fidest press agency su giovedì, 15 dicembre 2016

pietro_laffranco“Quello di Gentiloni non è un governo di responsabilità ma è un governo di scopo. Ha lo scopo di dare tempo a Renzi per riprendersi dalla sconfitta ed organizzare il suo ritorno. Questo è anche il governo del demerito. Alcune riconferme ai posti di governo gridano vendetta a tutto spiano. Ma evidentemente l’unità di misura è stata ‘più hai fatto male più ti premio’. Questo è poi anche il governo dell’inganno perché nasce sulle precise indicazioni di chi ha detto più e più volte che qualora avesse perso il referendum avrebbe abbandonato la politica. Queste parole sono attribuibili sia a Matteo Renzi che a Maria Elena Boschi e sono state parole palesemente disattese. L’ex premier e l’attuale segretario di Stato condividono oltre ad un progetto politico fallito anche la peculiarità di aver preso in giro reiteratamente gli italiani. Vorrei credere alle parole di Gentiloni quando dice che ci sarà rispetto delle Istituzioni e delle opposizioni, questo sì che sarebbe un segno di discontinuità con chi l’ha preceduto. Noi però diciamo no a questo governo perché rispettiamo davvero le Istituzioni e negheremo la fiducia a quest’esecutivo perché la stella polare che ci guida è l’interesse dell’Italia e degli italiani. Viva l’Italia e speriamo che tutto questo finisca presto.” E’ quanto afferma Pietro Laffranco, deputato di Forza Italia, nel suo intervento in aula dopo le comunicazione del Primo Ministro Gentiloni

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Gentiloni e il caso dei marò

Posted by fidest press agency su mercoledì, 15 aprile 2015

marò«Il ministro Gentiloni accusa Giulio Terzi per nascondere il suo totale immobilismo e quello del Governo Renzi sul caso Marò. Se la memoria del ministro degli Esteri non fa difetto, dovrebbe ricordare che il merito di aver fatto rientrare in Italia Girone e Latorre, nel pieno rispetto delle norme internazionali e in attesa di un arbitrato internazionale, fu proprio di Terzi. E che a rimandare in India i due fucilieri della nostra marina Militare furono Monti e Passera, ribaltando vergognosamente quello che aveva stabilito il governo sostenuto dalla maggioranza di cui lo stesso Gentiloni faceva parte. Proprio il totale dissenso rispetto a questa assurda decisione fu la causa delle dimissioni immediate di Terzi da ministro degli Esteri. Il governo Renzi, degno successore di Monti e Letta, ha supinamente accettato di lasciar processare in India i due Marò in piena violazione delle norme di diritto internazionale. In cambio ha ottenuto solo un clamoroso disastro nei rapporti economici con l’India oltre che una vergognosa e indegna umiliazione internazionale».Lo dichiara il presidente di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni.

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