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La mutazione degli investimenti sostenibili

Posted by fidest press agency su martedì, 27 marzo 2018

A cura di Giancarlo Sandrin, CFA, Presidente CFA Society Italy. Gli investimenti sostenibili stanno ottenendo un grande interesse da parte di tutti gli operatori, dagli emittenti agli asset manager, dai fondi pensione alle assicurazioni, passando per gli stessi regolatori. Anche noi come CFA Institute e CFA Society Italy stiamo seguendo da vicino questo cambiamento. Ma perché un investimento che sino a 10 anni fa era praticamente snobbato dall’industria oggi sta riscuotendo tale successo? Una delle spinte più grandi probabilmente è stata data nel 2015 con il lancio degli UN Sustainable Development Goals (SDGs). Si tratta di 17 obiettivi che le Nazioni Unite puntano a raggiungere entro il 2030. Gli SDG concordati a livello globale non sono altro che un’articolazione delle questioni ambientali, sociali ed economiche più urgenti del mondo e, in quanto tali, costituiscono un elenco definito dei fattori ESG che dovrebbero essere presi in considerazione in fase di selezione degli investimenti.Questa dichiarazione d’intenti ha reso trasparente il fatto che, per risolvere alcuni dei problemi più urgenti che il mondo sta affrontando, sia necessario l’intervento del settore privato. Alle società e agli investitori istituzionali viene quindi chiesto di contribuire agli SDG attraverso le loro attività commerciali, l’asset allocation e le decisioni di investimento.Il dovere fiduciario che viene richiesto agli investitori professionali nell’agire nel migliore interesse dei beneficiari implica che vadano presi in considerazione non soltanto le classiche variabili finanziarie ma anche i fattori ambientali, sociali e di governance (ESG).A seguito di ciò, la Commissione europea ha richiesto alle EBAs (le autorità di vigilanza Europee su Banche, Assicurazioni e Mercati) di adottare all’interno dei propri regolamenti linee guida ESG. In questo ambito la commissione ha assegnato all’High-Level Expert Group (HLEG) on Sustainable Finance il compito di definire le linee guida, che sono state pubblicate a fine gennaio.Se guardiamo alla parte degli Asset Manager vediamo che questi operatori dovranno garantire che le loro pratiche di governance, expertise e di stewardship tengono conto della sostenibilità, al fine di garantire il miglior risultato possibile per gli investimenti dei clienti. Ad esempio nell’utilizzo di analisi esterna dovrebbero tener conto di una ricerca che tenga in considerazione un mix di aspetti di crescita nel lungo termine, compresi temi ESG. Dovrebbero inoltre essere tenuti a stabilire una chiara comprensione delle preferenze dei loro clienti in materia di sostenibilità, governance e qualsiasi altro problema etico. Con la clientela istituzionale quindi si suggerisce che vengano richiesti eventuali vincoli in termini di sostenibilità, governance o etica. Ma le raccomandazioni si allargano alla stessa clientela retail, il comitato HLEG suggerisce che vengano forniti in maniera trasparente ai distributori e ai clienti le caratteristiche ESG dei prodotti, evidenziando le azioni volte a minimizzarne i rischi.Un altro aspetto sul quale si sta lavorando è la tassonomia all’interno degli investimenti sostenibili. Ad oggi non è ancora stato definito un criterio completamente condiviso per classificare le attività di tipo sostenibile.
Come ricorda anche l’OCSE, questa mancanza di chiarezza, e in particolare il persistente sospetto che l’integrazione ESG sia motivata da preoccupazioni etiche o morali piuttosto che da preoccupazioni finanziarie, ha probabilmente ritardato l’integrazione dei fattori ESG nella governance degli investimenti. Questa difficoltà è aggravata dalla velocità con cui si stanno sviluppando nuove strategie di investimento ESG, rendendo più difficile per gli investitori istituzionali la selezione della strategia “giusta”. Basti pensare che ad oggi esistono criteri di:
· Screening: si escludono alcuni settori, come quello Tabacco, armi, alcool. Sono le più utilizzate anche perché oltre ad essere “semplici” sono tra le prime ad essere state create.
· General ESG integration: tra le più complesse perché le società vengono valutate anche sulla base di un punteggio ESG che riassume come la società vada a mitigare i cosiddetti rischi ESG. In questo caso è necessario avere un team di analisti interni oppure utilizzare una ricerca esterna
· Best-in-class: a differenza dello screening che esclude alcuni settori, queste non ne escludono nessuno, semplicemente prendono le società che meglio performano in termini di criteri ESG (Best-in-class)
· Investimenti tematici: si costruiscono dei temi d’investimento legati ad alcune tematiche ESG come i carbon free, water supply, ecc.
Un ulteriore approccio che può essere indipendente da quelli precedenti è relativo all’engagement, dove l’investitore istituzionale cerca di influenzare, tramite la propria quota, le decisioni aziendali al fine di renderle più vicine ai criteri ESG.
Le cose non si stanno muovendo però soltanto a livello Europeo, ricordiamo che In Italia la Consob, a gennaio di quest’anno, ha emanato per la prima volta un regolamento che norma la pubblicazione delle informazioni di carattere non finanziario (i c.d. bilanci di sostenibilità). È lecito quindi attendersi delle novità sull’intera catena produttiva del risparmio gestito, dai “manifacturer” come assicurazioni e asset manager, agli emittenti di titoli, finendo sui financial advisor. Come accennato, anche noi come CFA Institute e CFA Society Italy stiamo impegnati in questo cambiamento, con varie iniziative e paper di approfondimento. In particolare ricordiamo che ad aprile in collaborazione con CFA Institute e PRI United Nation presenteremo in due convegni a Milano il 19 Aprile e a Roma il 20 Aprile, un risultato su come gli investitori Italiani vedono l’investimento ESG.

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Investech, la cenerentola del Fintech

Posted by fidest press agency su mercoledì, 13 dicembre 2017

GiancarloSandrinA cura di Giancarlo Sandrin, CFA, Presidente CFA Society Italy. La parola Fintech è ormai divenuta quello che gli inglesi chiamano “Buzz Word”, una di quelle parole che nascono a seguito di grandi cambiamenti sociali, politici e tecnologici, un po’ com’è accaduto con i termini App, Tweet, Millenials e tanti altri che hanno segnato il cambiamento di un’epoca. Spesso si pensa che la tecnologia sia qualcosa che limiti i costi e migliori l’accesso ai servizi. In realtà non è solo questo.Nel 2017 il World Economic Forum ha pubblicato un’interessante ricerca sul Fintech [1]individuando alcuni fenomeni dirompenti. Ne vorrei sottolineare alcuni. Il primo riguarda la trasformazione dei costi (e delle infrastrutture) in commodity, cioè la capacità di sfruttare, condividendo o fornendo, anche a competitor, sistemi tecnologici sviluppati in comunità o in-house, lo stesso documento riporta il caso di BlackRock con la piattaforma Aladdin.Un secondo aspetto è la trasformazione della tradizionale catena del valore, saltando parte della catena distributiva o produttiva, il caso di Vanguard e di Betterment.L’Experience ownership, il detentore del potere sul cliente tende a divenire chi fornisce l’interfaccia e la miglior user experience al cliente stesso.La crescente importanza delle piattaforme, queste diverranno il modello dominante per la fornitura di servizi finanziari. Ad esempio la cinese Webank di Tencent (azienda tecnologica Cinese) offre diversi operatori per il credito e l’asset managment all’interno della sua piattaforma.
La monetizzazione dei dati, l’analisi dei big data relativi a singoli clienti o a gruppi di clienti diventerà fondamentale. Pensiamo alla nuova normativa europea (PSD2) che trasferisce la proprietà dei dati bancari ai singoli clienti e obbliga le istituzioni a rendere disponibili questi dati tramite API. I provider tecnologici che, con il consenso del cliente, potranno avere accesso a questi dati potranno profilare gli utenti in maniera rivoluzionaria anche grazie all’intelligenza artificiale, con la possibilità di forme di profilazione rivoluzionarie.La “Bionic Workforce”, cioè l’abilità dei computer di replicare sempre di più i comportamenti umani. Da un lato alcune funzioni saranno sostituite dalle macchine, dall’altro il ruolo delle persone dovrà avere una interazione ancora maggiore con la tecnologia.Osserviamo differenti settori impattati dal fintech: pagamenti, prestiti P2P, insurance, blockchain, capital raising ed investimenti per citare i maggiori.La parte investimenti rappresenta, probabilmente, quella che attualmente, nonostante il potenziale, è la meno sviluppata in termini di business. È ragionevole pensare che esistano tre aspetti che maggiormente ne frenano lo sviluppo: alta regolamentazione, alta marginalità offerta dalle soluzioni attualmente presenti e alta variabilità dei risultati finali (performance degli investimenti). Quest’ultimo aspetto rende ancora più importante il fattore fiducia nel provider del servizio.Prendiamo per un istante un esempio opposto, i pagamenti. Tra tutti i servizi finanziari questo rappresenta quello con il maggior sviluppo tecnologico. Si tratta di un segmento con margini (percentuali) particolarmente bassi, livelli di regolamentazione piuttosto bassi, oltre che risultati piuttosto semplici in termini di servizio e certi nell’esecuzione. Si tratta infatti di trasferire una somma X dal soggetto A al soggetto B. Esempi classici in Europa sono PayPal e ApplePay.Nei paesi dove la regolamentazione è più elastica c’è stato un vero e proprio boom, basti pensare al caso dei mercati emergenti. Caso più eclatante è l’Asia dove società come Alibaba, tramite Ant Financial, è in grado di fornire servizi di pagamento mobile con Alipay a 520milioni di utilizzatori (pari quasi al numero di utenti con carte Visa e Mastercard messi assieme), oltre che sevizi d’investimento tramite un fondo Money Market da $200miliardi di masse.Anche un continente come l’Africa ha i suoi casi di successo. Le società di telecomunicazioni, grazie alla diffusione di smartphone a basso costo riescono ad avere una presenza più capillare rispetto a sportelli bancari e POS. Questo ha portato società di telefonia mobile come M-Pesa in Kenya a divenire un vero e proprio colosso nel sistema dei pagamenti, gestendo transazioni pari al 43% del PIL domestico del Kenya.Guardando a questi fenomeni sembra impossibile che la parte investimenti sia rimasta così indietro, sicuramente la regolamentazione nei paesi Europei e Americani è un freno per le big tech, che preferiscono tenersi lontane dal rischio di divenire eccessivamente regolamentate. In Europa inoltre i modelli distributivi attuali hanno in parte contribuito a ritardare l’adozione di soluzioni fintech.
Questo però potrebbe essere solo parte del problema. Negli US dove il modello distributivo è cambiato da parecchi anni, il più grosso RoboAdvisor, Betterment, dichiarava a luglio 2017 circa $10miliardi di asset, un ammontare che in assoluto risulterebbe piuttosto basso anche per una rete italiana.
Come accennato in precedenza il problema della fiducia è particolarmente sentito, la customer aquisition per i cosiddetti insurgent (nuovi player tecnologico-finanziari) è troppo costosa, il fattore fiducia in un settore dove la possibilità di subire perdite (legate all’andamento dei mercati) rimane ancora elevata. Allo stesso tempo la conoscenza finanziaria della popolazione è particolarmente bassa. Da un lato serve un brand che rassicuri, dall’altro il rapporto umano ha un forte impatto, “tranquillizza” e aiuta nelle scelte d’investimento.Rimarrà sempre cosi? CFA Institute, in una ricerca tra i suoi associati presenti in tutto il mondo, ha cercato di rispondervi. Il risultato è che l’88% degli intervistati ritiene che la clientela retail sarà (e dovrà) essere seguita, anche in parte da “macchine”. Il 70% ritiene, inoltre, che questo processo non avverrà per la parte di clientela con patrimoni più elevati, in quanto la complessità della relazione e del patrimonio (al quale aggiungerei la marginalità) rendono preferibile una consulenza più evoluta che può portare a soluzioni più ampie in termini di servizi e di tipologie offerte. La strada sembra quindi tracciata, almeno per il mercato retail, forse anche grazie a Mifid2.È probabile che, almeno in Europa, sarà il first mover tra i big finanziari, magari in partnership con una dinamica azienda fintech, a muovere il mercato e a porre le basi per una rivoluzione trasformando, come nella favola di cenerentola, una zucca in una carrozza. (foto: Giancarlo Sandrin)

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Mifid 2, quali competenze devono avere gli operatori finanziari che si interfacciano con i clienti

Posted by fidest press agency su giovedì, 29 giugno 2017

borsa-merci-telematica-italianaA cura di Giancarlo Sandrin, Pesidente CFA Society Italy. Tra i vari aspetti regolamentati da Mifid 2, c’è un aspetto che dovrebbe essere maggiormente considerato in Italia, la parte legata alla conoscenze e competenze degli operatori finanziari.
Si parla spesso di trasparenza e di come Mifid 2 possa aiutare a migliorare l’asimmetria informativa tra intermediari e clienti. Purtroppo la scarsa cultura finanziaria (l’Italia rimane ancora sotto la media OECD) rimane l’ostacolo principale per evitare situazioni di “mis-seling”, dovute spesso più alla scarso cultura finanziaria dei risparmiatori e degli operatori stessi, che a situazioni di malafede. ESMA ha fornito degli orientamenti sulla valutazione delle conoscenze e competenze, le autorità Nazionali devono ora metterle in pratica. Sono giustamente state individuate due figure, personale addetto alla fornitura di informazioni riguardanti prodotti e servizi di investimento e personale addetto alla prestazione di consulenza in materia di investimenti. Le due figure avranno requisiti di conoscenza e competenze differenti, in particolare i requisiti per i secondi saranno necessariamente superiori vista la delicatezza del loro compito.
ESMA ha previsto una serie di conoscenze che gli operatori dovranno avere, l’accertamento di queste competenze sarà fatta a cura degli intermediari, in che modo? Questo è il punto fondamentale che l’autorità locale dovrà chiarire. È ragionevole attendersi da parte degli operatori un gioco al ribasso sui requisiti che saranno definiti, più questi saranno alti, maggiori saranno i costi di formazione a carico degli intermediari.
Come CFA Society Italy riteniamo che sia fondamentale assicurare un adeguato livello di formazione per evitare errori di valutazione e conseguenti danni economici ai risparmiatori.Dovrebbe in realtà essere nell’interesse degli intermediari mantenere dei livelli elevati, inoltre gli investitori stessi dovrebbero pretendere una formazione adeguata dei propri consulenti. In questo caso sarebbe utile fare un paragone con la sanità. Gli ospedali con la miglior reputazione sono quelli che fanno maggiori investimenti e ricerca, per migliorare i propri processi e attrarre i migliori dottori. I pazienti a loro volta preferiscono strutture nelle quali si sentono più sicuri perché seguiti da personale competente. Ovviamente non potrà esserci un unico programma di formazione, come quello per esempio legato all’iscrizione albo unico dei consulenti finanziari. Per due motivi: il primo è che i nuovi requisiti dovrebbero incoraggiare, non scoraggiare, i professionisti degli investimenti a cercare percorsi di qualificazione ancora più rigorosi. Dovrebbero sempre esserci opzioni riconosciute per coloro che vogliono ulteriormente ampliare le proprie competenze. Il secondo è legato al fatto che siamo parte di un mercato Europeo aperto. In tal senso sarebbe utile creare un elenco di qualifiche paneuropee di riferimento che soddisfino gli standard per una qualifica appropriata ovunque nell’UE al fine di facilitare la mobilità professionale.
Per quanto ci riguarda, riteniamo che il percorso per divenire CFA chartholder, è abbondantemente qualificato secondo le linee guide ESMA. Il carico di lavoro necessario per la certificazione è particolarmente corposo: 3 esami che corrispondono a circa 250 ore di studio, su di un arco temporale di 6 mesi per ciascuno degli esami. Chartered Financial Analyst® (CFA) è la certificazione finanziaria più rispettata e riconosciuta nel mondo, che fornisce un forte fondamento per un’analisi avanzata degli investimenti e di gestione dei portafogli. Il conseguimento della certificazione però non deve essere la fine, ma la base per un percorso di formazione continuo. Come associazione abbiamo lo scopo di mantenere viva nel tempo questa formazione, perché i mercati finanziari sono in continua evoluzione e non possiamo permetterci di non considerare e conoscere le continue innovazioni che contraddistinguono il mondo economico e finanziario.

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