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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 259

Posts Tagged ‘giudici’

Taxi: giudici di Roma bloccano Uber Black

Posted by fidest press agency su sabato, 8 aprile 2017

tribunaleIl Tribunale di Roma, in risposta a una causa intentata da associazioni taxi, ha deciso di inibire l’erogazione del servizio UberBLACK sull’intero territorio nazionale, entro 10 giorni da oggi.”Dopo Uber pop, è la volta di Uber black: I giudici, a suon di sentenze, stanno entrando a gamba tesa nella materia e stanno bloccando tutti i servizi tecnologici di mobilità (per di più sulla base di inconcepibili presupposti di urgenza), ostinandosi a voler inquadrare questi servizi a tutti i costi nella legge attuale. Peccato che siano una cosa nuova e diversa e che, quindi, non possano inquadrarsi nella legge quadro esistente” afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori.
L’associazione di consumatori ricorda che secondo l’Autorità dei trasporti gli STM configurano “la creazione di un nuovo e specifico segmento del mercato della mobilità urbana non di linea”, mentre per l’Antitrust, UberPop è un servizio di trasporto privato non di linea.”Se ogni cosa nuova viene vietata, solo perchè non prevista dalla legge vigente, finiamo per bloccare ogni innovazione, violando l’art. 41 della Costituzione” prosegue l’avv. Dona.“Ma se i giudici hanno tutto questo spazio nel nostro Paese, lo dobbiamo alla pigrizia del legislatore e alle paure elettorali del Governo che deve cambiare rotta: va stracciata la bozza finora circolata che prevede che le prenotazioni per il servizio di noleggio con conducente, anche se effettuate con modalità telematiche, debbano avvenire presso la sede del titolare dell’autorizzazione. Una norma assurda, considerato le potenzialità dell’innovazione digitale che rischiano di restare frustrate se le regole le lasciamo scrivere dai giudici” conclude il presidente Dona.

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Lettera aperta ai Giudici della Corte Costituzionale

Posted by fidest press agency su giovedì, 2 marzo 2017

ergastolaniSignori Giudici, ventisei anni di carcere mi hanno insegnato che prima di scrivere bisogna leggere. E dopo bisogna tentare di riflettere con la mente e con il cuore. Subito dopo però bisogna avere il coraggio di scrivere quello che si pensa.
È quello che ho deciso di fare adesso: non sono assolutamente d’accordo con voi che avete deciso di ritenere corretta la norma che consente all’amministrazione penitenziaria di vietare ai detenuti sottoposti al regime di tortura del 41 bis di ricevere libri e riviste dall’esterno. In questo modo, il “fine giustifica i mezzi” e, secondo voi, questo divieto consente di prevenire contatti del detenuto con l’organizzazione criminale di provenienza. A mio parere però con questa decisione avete fatto un “favore” alla mafia perché non avere tenuto conto che i libri potrebbero aiutare a sconfiggere l’anti-cultura mafiosa.
Signori Giudici, credo che pensiate in questo modo perché leggete poco, forse perché non avete tempo. Io, invece, in questi 26 anni di carcere, ho letto moltissimo. Potrei affermare che sono sempre stato con un libro in mano. E sono convinto che senza libri non ce l’avrei potuta fare.
Mi sono fatto la convinzione che noi siamo anche quello che leggiamo e, soprattutto, quello che non leggiamo. Vi confido che nei libri ho vissuto la vita che non ho potuto vivere: ho sofferto, ho pianto, ho amato, sono stato amato, sono cresciuto, sono stato felice ed infelice nello stesso tempo. E sono morto e vissuto tante volte.
Una volta, una giornalista mi ha chiesto qual era il libro che mi era piaciuto più di tutti. Mi è stato difficile rispondere, perché i libri sono un po’ come i figli: si amano tutti, perché tutti ti danno qualcosa. Alla fine ho detto che mi è piaciuto molto il libro “Il Signore degli anelli” perché molti prigionieri sono un po’ come i bambini. E per vivere meglio si immaginano di vivere in mezzo a boschi e palazzi incantati, fra meraviglie o incantesimi. Mi ha entusiasmato anche il libro “Il rosso e nero” di Stendhal perché mi ha insegnato che l’amore è fatto di amore. Poi ho citato il libro “Delitto e castigo” di Fëdor Michailovic Dostoevskij perché mi ha insegnato come si sconta la propria pena e che la vita è fatta di errore, se no non sarebbe vita. Infine, ho elencato i libri di Hermann Hesse, fra cui “Siddharta” e “Il Lupo della steppa”, perché mi hanno insegnato che quello che penso io lo pensano anche gli altri… a parte forse voi.
Signori Giudici, permettetemi di affermare che nei libri non ci sono dei nemici. Anzi, essi aiutano a frugare meglio dentro se stessi. Solo gli sciocchi hanno paura dei libri. Per la prossima volta che dovrete prendere delle importanti decisioni, vi consiglio di leggere prima un buon libro, come facevano i padri della nostra Carta Costituzionale che il carcere lo conoscevano bene, perché sotto il regime fascista vi hanno trascorso molti anni della loro vita.
I libri sono stati la mia luce in tutti questi anni di buio, mi hanno anche aiutato a continuare a lottare e a stare al mondo perché, come scrive Elvio Fassone (ex magistrato e componente del Consiglio della magistratura, oltre che Senatore della Repubblica), nel suo libro “Fine pena: ora”: “Certe volte una pagina, una frase, una parola smuove delle pietre pesanti sul nostro scantinato”.
Fin dall’inizio della mia lunga carcerazione ho iniziato a leggere, all’inizio con la testa e alla fine con il cuore. L’ho fatto prima per rimanere umano, dopo per sopravvivere, alla fine per vivere. Credetemi non è stato facile leggere in carcere quando ero sottoposto al regime di tortura del 41 bis o nei circuiti punitivi e d’isolamento, perché spesso, per ritorsione, mi impedivano persino di avere libri o una penna per scrivere. E in certi casi mi lasciavano il libro, ma mi levavano la copertina.
Penso che ci dovrebbe essere una buona legge per “condannare” i detenuti a tenere più libri in cella e, forse, anche una norma per obbligare i giudici della Corte Costituzionale a leggere di più. (Carmelo Musumeci)
Anche per questo l’Associazione Liberarsi, Sabato 8 aprile 2017, nella Sala del Centro Sociale Valdese in Via Manzoni, 21 – FIRENZE, ha organizzato il Convegno dal titolo: 1992- 2017: 25 ANNI DI 41 BIS 25 ANNI DI TORTURA

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Cirielli: Governo rispetti indipendenza toghe

Posted by fidest press agency su domenica, 29 gennaio 2017

Davigo“Condivido le affermazioni del presidente dell’Anm Piercamillo Davigo. Quanto accaduto sulla proroga delle pensioni per alcuni magistrati è grave e colpisce l’indipendenza e l’autonomia della Magistratura. I governi non possono scegliere chi fa o non fa il giudice”. È quanto dichiara Edmondo Cirielli, deputato di Fratelli d’Italia-Alleanza Nazionale, responsabile nazionale del Dipartimento Giustizia.
“Renzi e il Pd hanno ingannato la Magistratura – aggiunge -, promettendo una modifica alla legge fatta ad hoc per ingraziarsene i vertici, a scapito di tutta l’Istituzione e questo è inaccettabile. Inoltre la tesi del governo e del fido Legnini, ossia che il disastro della giustizia sia un problema di organizzazione degli uffici giudiziari, è davvero un’offesa all’intelligenza delle persone. Mancano 9.000 cancellieri e se ne assumono 2.000 nei prossimi tre anni; mancano 1.200 magistrati su 9.000 e ne vengono prorogati solo 18 mandando in pensione anticipata altre centinaia. La realtà oggettiva non può essere stravolta senza cadere nel ridicolo. Gentiloni metta le risorse sul tavolo e cambi passo”.

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Giustizia e procedure europee. Giudici pace violano diritti cittadini

Posted by fidest press agency su lunedì, 25 aprile 2016

giustiziaMolti giudici di pace italiani ignorano l’esistenza del procedimento europeo per le controversie transfrontaliere sotto ai 2.000 euro, previsto dal Regolamento UE 861/2007. Celere e agevole per il cittadino che può effettuarlo senza assistenza legale, richiede la sola compilazione di moduli standard da inviare con raccomandata al giudice di pace italiano, che poi dovrebbe farsi carico di ogni ulteriore adempimento. Senza questo Regolamento, se si volesse ad esempio fare causa ad una compagnia aerea come Ryanair perché ci ha cancellato un volo, ci dovremmo rivolgere al giudice irlandese, magari avvalendosi di un legale irlandese.
Perché si diffondesse questo nuovo strumento di giustizia europea, il Regolamento impone anche l’obbligo agli Stati di informarne il cittadino e fornire ausilio alla compilazione dei moduli previsti.
A distanza di sette anni dall’entrata in vigore del Regolamento, la sua applicazione in Italia è ancora una chimera. Ci sono giunte numerose segnalazioni di cittadini che si sono rivolti al giudice di pace, ricevendo un secco: vai dall’avvocato, o peggio ancora, non ne sappiamo nulla ecc…Del resto, la situazione informativa sui siti istituzionali del Ministero di Giustizia e sui siti dei Giudici di Pace è eloquente: il procedimento non appare mai, neppure mediante il link ai siti istituzionali europei. I moduli non sono messi a disposizione dell’utenza né tanto meno vi è alcun aiuto alla compilazione.
Le nostre richieste di intervento al Ministero giustizia sono state ad oggi ignorate, con la conseguenza che prima o poi l’Italia sarà soggetta all’ennesima sanzione per infrazione del diritto europeo.
Anche il Giudice di Pace di Firenze non rispettava il Regolamento, pur essendo tra i pochi Uffici italiani ad averne dato una quantomeno parziale e tempestiva attuazione. Fino ad oggi, infatti, i giudici fiorentini imponevano al cittadino di effettuare le notifiche alla controparte, peraltro non indicandone le necessarie modalità e tempistiche di legge ed esponendolo quindi al rischio di perdere la causa. Su segnalazione dell’Aduc, il coordinatore dei giudici di pace di Firenze, dott.sa Manila Peccantini, ci ha comunicato che da qui in avanti l’ufficio fiorentino applicherà a pieno la normativa europea. Da oggi, almeno per chi si rivolgera’ ai giudici fiorentini, sarà più semplice e rapido ottenere giustizia.
Chiediamo nuovamente al Ministro Orlando di voler intervenire affinché tutti i giudici di pace italiani seguano l’esempio fiorentino e comincino così a rispettare la legge italiana e il diritto europeo, oltre che i diritti dei suoi cittadini. (fonte Aduc)

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Come fare le cause civili ai giudici

Posted by fidest press agency su giovedì, 2 aprile 2015

un dettaglio del palazzaccioRecita l’art. 328 del codice penale, comma 2: «..il pubblico ufficiale o l’incaricato di un pubblico servizio, che entro trenta giorni dalla richiesta di chi vi abbia interesse non compie l’atto del suo ufficio e non risponde per esporre le ragioni del ritardo, è punito con la reclusione fino ad un anno o con la multa fino a milletrentadue euro». Il 323 cp sanziona invece il procurarsi, nell’esercizio delle funzioni o del servizio, vantaggi patrimoniali illeciti; mentre il cogliere, ad esempio, i frutti dell’appartenenza ad un’associazione delittuosa configura reati diversi. Ciò detto non vengono pagate, dal MEF e dal Ministero della Giustizia, le competenze (né le sorta liquidate ai clienti, i quali però agiranno eventualmente ex 323/328 cp autonomamente), impignorabili, per un totale (tra sorta clienti e spese mie) di circa 2100 procedure (all. 1) relative a circa 1.200 decreti (di Corte d’Appello) e sentenze (di Cassazione) Pinto, notificati a partire dal 2007 in formula esecutiva unitamente alla sia pur non necessaria richiesta espressa di pagamento (all. 2a: n. 2 sent. con allegata richiesta di pagamento; ed all. 2b: n. 8 sent. senza richiesta espressa di pagamento). Richiesta mancante in quelli notificati dal 2010 circa. Termine di 30 giorni dopo il quale il pubblico impiegato che «non compie l’atto del suo ufficio e non risponde per esporre le ragioni del ritardo» incorre negli effetti del 328 cp. Inoltre, ad colorandum, le Corti d’Appello di Roma e di Perugia, in relazione a circa 3.700 ricorsi ‘vecchio rito’ depositati il 2011/2012, ora che, di recente, dopo mille proteste, hanno fissato le udienze di quelli del 2011 e parte di quelli del 2012, le hanno però fissate al 2016/2017, calpestando vieppiù il diritto a veder conclusa la causa nel termine ordinatorio di 4 mesi.
Ad colorandum perché oggetto di questa denunzia sono i mancati pagamenti, mentre le mancate fissazioni ed ora le fissazioni dopo ulteriori anni delle udienze costituiscono violazioni civilistiche avverso le quali sono in via di deposito le istanze di fissazione o di anticipazione ex L 117/88 novellata (legge sulla responsabilità dei magistrati), art. 3, c. 1, per poi procedere, in caso di mancato accoglimento, per diniego di giustizia, alle azioni risarcitorie in danno dei magistrati dopo i 30 giorni previsti in assenza di altri termini.
Nel contempo (sempre ad colorandum, ma anche al fine di ulteriori, eventuali, azione risarcitorie), devo pagare ad equitalia una rata mensile di 55.000 euro per altri circa 100 mesi e – dopo averne pagate 18 (le prime 5 di 80.000 euro), più 300.000 euro iniziali che, ignoro perché, mi si è costretto a pagare per poter accedere alla rateazione – ho già omesso, per impossibilità materiale, il pagamento di 7 rate. Per cui, omettere (e dovrò ometterlo se non verrò pagato) il saldo dell’ottava comporterebbe la perdita del diritto alla rateazione per un presunto ‘debito’ (l’ho impugnato) che, comprese alcune altre cartelle ancora da rateizzare, è di circa 8 milioni per tributi dichiarati e non pagati. 8 milioni che sono meno di 4 di tributi, perché il resto sono sanzioni, aggi, interessi ecc.
Debito che ho impugnato – oltre che per l’illiceità dei tributi stante il signoraggio, l’assurdità delle aliquote e l’usurarietà delle sanzioni, aggi ecc – soprattutto perché gli utili vengono assorbiti dal sommarsi dei costi indeducibili lungo un arco temporale che, per ogni causa Pinto, è, fino all’incasso, anche 20 o più volte maggiore dei 4 mesi previsti.
Specie poi considerando le mini-competenze che liquidano i giudici, anche loro in genere molto ostili alle Pinto. ‘Debito’ che, non potendolo pagare, causerebbe il pignoramento presso gli stessi enti pagatori di qualunque somma mi dovesse essere versata, con le immaginabili conseguenze. Una pesante situazione causatami illecitamente anche attraverso una serie di norme, sentente e condotte istituzionali, italiane ed europee, contra me, rivolte a fermare la legge Pinto e le mie cause, contro i responsabili delle quali sto per agire sia civilmente (citerò in giudizio i responsabili per risarcimento danni da diffamazione aggravata ed altro), sia penalmente (ho già presentato delle denunzie, ma ora le riformulerò aggiungendo anche lì, agli altri reati, l’omissione ed abuso di atti, la cui sussistenza è manifesta, ma che nelle precedenti denunzie non ho adeguatamente considerato. Quanto ai mancati pagamenti dei decreti/sentenze è stata anche inoltrata richiesta del nome dei responsabili dei procedimenti e, nei termini (dal 10.4.2015), notificherò i ricorsi al TAR per ottenerli (se, come ritengo, non mi verranno comunicati), e procedere alle azioni risarcitorie.
Azioni complesse per l’erroneità della norma, ben potendo il responsabile del procedimento non essere il colpevole o il reo, ove, in ipotesi, non lo si sia provvisto di fondi (fondi che qui, invece, riferiscono alcuni addetti, ci sono).
Di tal che la denunzia contro ignoti ex art 323/328 cp è il rimedio ottimale, perché il giudice penale, con i suoi poteri, può facilmente identificarlo. Reati di omissione o abuso di atti, o altri, associativi o no, frutto di un impeto da zeloti delle ‘buone ragioni’ della PA, ma in realtà degli agi, vantaggi e privilegi delle caste pubbliche capeggiate dalla magistratura: una ‘guerra’ per opporsi – con mezzi non contemplati, tra cui intralciare i pagamenti – alle cause Pinto: unico, vero e pertanto aborrito antidoto contro la burocrazia («tendenza a rendersi temibili o inaccessibili nei propri ruoli allo scopo di poterseli vendere»), e quindi contro me che quelle cause brandisco con più veemenza di altri. Un ritenere sussista per gli omessi pagamenti quantomeno un «dolo eventuale» di ignoti, e che le responsabilità siano di rango più elevato di quel che appare, frutto anche della deduzione che – a fronte della sacrosanta fondatezza delle richieste, della perniciosità sociale dei mancati pagamenti, e del tumulto che hanno comprensibilmente generato – se si fosse trattato solo di accidia degli addetti, qualcuno sarebbe intervenuto a sollecitarli. Senza contare che gli inadempimenti frutto di accidia o interessi illeciti di singoli possono svilupparsi in un contesto impiegatizio pubblico solo se occulti, ma non tra simili clamori.
Sempre sperando taluno non voglia ora persuadermi, dopo quanto ho dovuto subire, che i 12 anni di vigenza della legge Pinto non siano stati 12 anni di lotte assurde contro la grave ed iniqua avversione giudiziaria ed istituzionale, finché, nel 2012, il governo Monti l’ha neutralizzata trasformandola in un inefficace surrogato per evitare causasse quella velocizzazione delle cause invocata quanto indesiderata, giacché è il vero rimedio contro gli infiniti volti della corruzione. È un fatto ad esempio che il TAR Campania e la Corte d’Appello Lavoro di Napoli, negli anni in cui ottenevo migliaia di decreti Pinto di condanna avverso le loro lungaggini, dovettero molto velocizzarsi (la Corte d’Appello anticipò le prime udienze previdenziali da 7,5 ad 1,5 anni). Una velocizzazione molto invisa a resistenti quali le banche e le forze che esse fanno prosperare, tra cui la predetta burocrazia, necessaria (anche) per fini elettorali, per impastoiare la società, per depredarla attraverso le illecite tasse: un mostruoso contesto reso possibile solo dalla copertura di una magistratura – spiace dirlo proprio mentre ad essa mi sto rivolgendo – a tacer d’altro, salvo eccezioni che non cambiano nulla, furba, opportunista, strategica, neghittosa, prona ai peggiori, indifferente al giusto ed ai giusti, nemica degli ideologi, dei filosofi, dei giuristi, degli scienziati, dei deboli, della società. Magistratura rea, oltre che del disastro sociale, del disastro climatico, causato dal non avere essa fatto osservare, per favorire le lobby, l’art. 41 della Costituzione.
Come pure è un fatto – come spiegato in Parlamento dalla dr Maria Cannata, alto dirigente del MEF destinataria anch’essa dei miei documenti e dunque al corrente di questa vicenda – che, presso esso MEF, ignoti, nel mentre si arrampicano da anni sugli specchi per non pagare ai miei clienti ed a me delle sentenze di condanna, hanno regalato 2,6 miliardi di euro a Morgan Stanley inventandosi siano una ‘penale’ relativa ad un contratto di derivati per meno di 100 milioni. Oltre ad altri miliardi regalati ad altre banche di cui Cannata, quasi fossero suoi, ha addotto di non poter parlare. Dolo diretto indiretto o eventuale da parte di ignoti che non può stupire in un contesto in cui, come niente fosse, ignoti causano il mancato pagamento anche per 8 anni delle sentenze di condanna, ed il decorso di quasi altrettanti dal deposito di un ricorso alla decisione, dopo la quale chissà quanti altri dovranno quindi passarne prima che saranno pagati i quattro pidocchi che forse verranno liquidati. Ricorsi molto invisi – si osservi – perché depositati prima dell’11.9.2012, cioè perché scampati, in quanto ‘vecchio rito’, alla ‘riforma’ di Monti. Dolo eventuale per il quale è sufficiente che la lesione sia anche solo preveduta, non anche direttamente voluta, come possibile conseguenza della propria condotta o omissione.
Un dolo caratterizzato, sotto il profilo psicologico, dall’accettazione del rischio in danno altrui. Condotte dense di gravi effetti in danno di migliaia di persone in relazione alle quali si chiede vogliano le Procure di Roma, Perugia e Napoli, accertare la sussistenza, ad opera di ignoti, dei reati di cui al 323 e 328 cp, e di ogni altro, associativo o no, in regime di dolo diretto, intenzionale o eventuale, con l’adozione URGENTE di ogni provvedimento utile a porre rimedio. Si sporge cioè, alla luce dei fatti esposti e delle considerazioni svolte, formale denunzia-querela nei confronti di coloro che saranno ritenuti responsabili, di cui si chiede espressamente la punizione. Con riserva di costituirmi parte civile e, ripeto, con espressa istanza mi venga comunicata ogni eventuale richiesta di archiviazione da parte del PM ai sensi dell’art 408 del cpp. (Alfonso Luigi Marra)

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Giustizia italiana in tilt

Posted by fidest press agency su lunedì, 21 ottobre 2013

English: The Palace of Justice in Rome, Italy,...

English: The Palace of Justice in Rome, Italy, seat of the Supreme Court of Cassation. View from the opposite side of Umberto I bridge Français : Le Palais de Justice en Rome, Italie, siège de la Court de Cassation, vue de Pont Umberto I Deutsch: Die Justizpalast in Rom, die Oberster Kassationsgerichtshofs Palast Italiano: Il Palazzo di Giustizia, anche noto come Palazzaccio, sede della Corte di Cassazione, a Roma, visto dalla mezzeria di ponte Umberto I (Photo credit: Wikipedia)

Sovraffolamento carceri, responsabilità civile dei giudici, lentezza dei processi. Non si contano più le condanne che l’Europa ha inflitto all’Italia per i casi di malagiustizia. L’Italia ha il più alto numero di sentenze della Corte per i diritti dell’uomo non eseguite fra i paesi del Consiglio d’Europa. Un primato che ha conquistato anche grazie all’apporto della malagiustizia. Responsabilità civile dei magistrati, lunghezza dei processi, sovraffollamento carcerario: le condanne e le procedure di infrazione aperte su questi e altri temi di giustizia dall’Europa, si sono stratificate di anno in anno senza che le istituzioni italiane vi dessero risposta. Se entro primavera il Parlamento non riuscirà a riformare la giustizia, a eliminare il sovraffollamento delle carceri, gli italiani saranno doppiamente beffati, costretti a pagare multe salate a causa di una giustizia ingiusta di cui sono spesso vittime.
RESPONSABILITÀ CIVILE. Il 25 settembre è stata proposta una nuova procedura d’infrazione alla Commissione europea, guidata da Josè Manuel Barroso. Se entro i prossimi mesi l’Italia non si adeguerà alla sentenza del 2010 della Corte di giustizia Ue che chiede la modifica della legge sulla responsabilità civile dei magistrati 117/1988, dovrà pagare sanzioni pecuniarie.
SOVRAFFOLLAMENTO. Il nostro Paese ha tempo fino al 28 maggio del 2014 per risolvere il sovraffollamento delle carceri ed evitare pesanti sanzioni. Se non sarà risolto, la Corte europea dei diritti umani potrebbe condannare l’Italia al pagamento di 100 mila euro di multa per ogni detenuto che abbia presentato ricorso a Strasburgo, come fece pochi mesi fa con una sentenza che la condannò a risarcire 7 carcerati con 700 mila euro.
LENTEZZA PROCESSI. Da quasi 15 anni la Corte europea dei diritti dell’uomo condanna l’Italia per l’irragionevole durata dei processi. In numerose cause la Cedu ha constato in Italia l’esistenza in Italia non solo di un cumulo di trasgressioni al termine ragionevole dei processi ma anche un problema diffuso inerente i pagamenti degli indennizzi. Tra le cause ipotizzate di questi ritardi, la Corte riscontrò, in una sentenza del 2010, l’incapacità e l’insicurezza nel prendere decisioni giudiziarie chiare e definitive. Da allora poco è stato fatto per rimediare alla situazione.
GIUDICI INADEMPIENTI. La lentezza dei processi non è soltanto colpa della politica. Ma anche dei magistrati. La Commissione europea ha recentemente aperto una procedura di infrazione nei confronti dell’Italia a causa di giudici della Cassazione che per ben due volte, in una vicenda giudiziaria che va avanti da 31 anni, hanno respinto la richiesta di un imprenditore di rinviare un caso di competenza europea alla Corte di giustizia dell’Ue. La Corte di Cassazione in questo modo ha violato il Trattato europeo, che la obbliga a rimettere gli atti alla Corte di giustizia dell’Ue per ottenere l’interpretazione di una norma di diritto europeo, laddove una parte ne faccia richiesta. Si tratta di un obbligo giuridico. La violazione di questo obbligo è causa diretta della durata eccessiva della vicenda giudiziaria vissuta dall’imprenditore in questione, secondo la Commissione Ue.

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Giudici e giuristi del Bangladesh partecipano a un convegno sulla legge baha’i

Posted by fidest press agency su lunedì, 19 dicembre 2011

DHAKA, Bangladesh, (BWNS) – Quasi 180 professionisti della legge provenienti da tutto il paese si sono riuniti in un convegno sulla Fede baha’i e le leggi della persona e della famiglia ai quali i suoi membri devono attenersi. Questo evento, che non ha precedenti e che si è svolto nell’auditorium della Corte suprema del paese, intendeva preparare avvocati e giudici ai quali potesse essere chiesto di assistere baha’i su temi legali relativi al matrimonio e all’eredità. Nel Bangladesh, c’è una divisione fra le leggi pubbliche e quelle private o personali e le questioni familiari ricadono sotto la legislazione religiosa. Circa il 90 per cento della popolazione è musulmana e le leggi islamiche della persona e della famiglia sono ben note nel paese.«La cosa è significativa perché se sorgono problemi fra baha’i, i giudici devono giudicare in base alle leggi personali baha’i», ha detto Jabbar Eidelkhani, membro del Corpo continentale dei Consiglieri che ha parlato durante il convegno. «E ora gli avvocati e i giudici che hanno partecipato a questo convegno e alle sessioni di formazione che l’hanno preceduto sono meglio informati sulle leggi che riguardano i baha’i», ha detto. Il convegno durato un giorno, il 3 dicembre, è stato aperto da Mizanur Rahman, presidente della commissione del Bangladesh per i diritti umani. «Se la religione serve ad assicurare la dignità della persona, la legge baha’i della persona si occupa di questo tema. Sotto questo aspetto la Fede baha’i non è diversa da altre religioni», ha detto il dottor Rahman. Hanno parlato anche il giudice Delwar Hossain, che ha presentato un documento programmatico sull’origine e il background delle leggi baha’i della persona e l’avvocato Samarendra Nath Goswami, il principale organizzatore dell’evento, che ha discusso il significato delle leggi baha’i per i professionisti della legge. Prima del convegno il signor Goswami ha condotto piccole sessioni di formazione sul tema. I baha’i sono presenti nel Bangladesh sin dagli anni 1920. La prima Assemblea Spirituale Locale si è formata a Dhaka nel 1952. L’Assemblea Spirituale Nazionale dei Baha’i del Bangladesh è stata formata nel 1972, poco dopo la dichiarazione d’indipendenza del paese. In questo momento si calcola che nel paese vivano circa 13 mila baha’i.

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Caso Berlusconi

Posted by fidest press agency su venerdì, 21 gennaio 2011

Dichiarazione del Vice Presidente del Gruppo PD Luigi Zanda  “Nel suo ultimo video messaggio Berlusconi ha detto: ‘Io vorrei andare subito dai giudici’. E’ una dichiarazione di straordinaria impudenza. Da vent’anni Berlusconi non fa altro che trovare ogni stratagemma per non presentarsi mai ai giudici e per non rispondere alle numerosissime e gravi imputazioni che gli sono state sempre contestate sempre sulla base di consistenti elementi di fatto”. Così’ il Vice Presidente del Gruppo Pd al Senato Luigi Zanda commenta il video messaggio del Presidente del Consiglio. “Sentire adesso Berlusconi – ha continuato Zanda – dire di voler andare subito dai giudici, la dice lunga sulla credibilità degli argomenti che porta per difendersi dalla valanga di fatti riportati nella documentazione inviata dalla Procura di Milano al Parlamento. L’unica verità di quel video è la minaccia finale di Berlusconi di ritorsioni alla magistratura”

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Giudici e imprenditore in manette a Roma

Posted by fidest press agency su martedì, 27 luglio 2010

“Come possono i cittadini pagare serenamente le tasse e nutrire senso dello Stato, se i primi a tradirlo per una mazzetta sono coloro i quali dovrebbero garantire equa e imparziale giustizia?”. L’interrogativo retorico di Roberto Soldà, vicepresidente dell’Italia dei Diritti, prende le mosse dalle cinque ordinanze di custodia cautelare indirizzate al giudice onorario del Tribunale di Roma Giovanni Dionesalvi, all’imprenditore Giampaolo Mascia e alla sua famiglia composta dalla moglie Piera e dai figli Vittorio e Gianmarco, entrambi avvocati. Corruzione e associazione a delinquere finalizzata alla concussione sono i capi d’accusa. Mascia avrebbe promesso al giudice regali o altre utilità in caso di ritardo o non esecuzione di alcune operazioni immobiliari. “Sarà anche finita la Prima Repubblica con Tangentopoli – commenta l’esponente del movimento presieduto da Antonello De Pierro – ma la corruzione continua a dilagare imperterrita. L’auspicio è che si tratti di un errore, ma se i giudici dovessero provare i capi di imputazione – conclude Soldà – ci troveremmo davanti ad una gravissima situazione, socialmente difficile da sanare”. (n.r. il provvedimento emesso dalla magistratura, è bene ricordarlo, è fondato sulla presunzione di reato ma resta da verificarlo nelle successive fasi dibattimentali e di giudizio. Alla fine di questo lungo corso che nella migliore delle ipotesi non durerà meno di 6-7 anni sapremo se la decisione della procura ha avuto un fondamento o meno. Questa notizia abbiamo potuta pubblicarla perché la legge sulle intercettazini è tuttora all’esame del parlamento).

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