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L’Unione Europea, oggi: una recita di sordo-ciechi nel teatro dell’assurdo

Posted by fidest press agency su mercoledì, 8 ottobre 2014

commissione europeaDi Giuseppe ALVARO. La crisi che stiamo vivendo appare inarrestabile. E sempre più mette in evidenza l’incapacità dell’Unione di affrontarla e risolverla. In Belgio, per rivendicazioni salariali, di recente sono scese in sciopero anche le forze dell’ordine. La Francia non è più nelle condizioni di rispettare gli impegni assunti qualche anno addietro di riportare entro il 2015 il coefficiente deficit-Pil entro il limite del tre per cento, previsto dai Trattati. Per il nostro Paese, con una disoccupazione giovanile prossima al 50 per cento, le statistiche relative alle prospettive del quadro economico appaiono sempre più drammatiche. Anche in Germania la crisi ha investito l’attività produttiva e gli scambi con l’estero. Gli ordini all’industria tedesca in agosto sono crollati del 5,9 per cento, segnando la flessione più accentuata dall’agosto 2009 e l’ottava flessione consecutiva.
Col vento della crisi che ha raggiunto la Germania, il cerchio si è così chiuso: in crisi non è più questo o quel Paese. In crisi è l’Unione, come peraltro aveva previsto il “Dio mercato” qualche anno addietro. E’ da irresponsabili fingere di non accorgersi che la crisi sta scuotendo le fondamenta dell’Unione. E di non accorgersi che questa crisi si chiama: mancanza nell’Unione di una linea di politica economica adatta ad affrontare i problemi dell’economia nella loro cadenza temporale: breve, medio, lungo periodo. Adatta cioè al governo: a) della debolezza della domanda delle famiglie (breve periodo); b) degli investimenti (medio e lungo periodo); c) delle riforme (medio e lungo periodo). E’ un vuoto di governo, questo, che l’Unione deve colmare, se vuole sopravvivere nel tempo. Regola universalmente adottata, eccetto che dall’Unione, è che, quando una casa brucia, il primo, ineludibile problema da affrontare è: spegnere l’incendio il più rapidamente possibile e con ogni mezzo disponibile. Stare a discutere se l’acqua da trovare e usare debba essere sporca o pulita oppure a discettare sul colore del vestito dei pompieri e/o sul colore delle pompe da utilizzare significa volere, consapevolmente o meno, lasciare bruciare la casa. Ciò è quanto sta accadendo nell’Unione con il complesso e confuso dibattito sugli strumenti di misurazione dell’entità della crisi in atto! Con una crisi che si sta autoalimentando, che si sta avvitando sempre più velocemente e intensamente su se stessa; che si sta spazialmente allargando e non sta risparmiando nemmeno i Paesi fino a ieri additati come esempio di virtù politica e di efficienza economico-sociale, quali nei fatti sono i rimedi di pronto intervento che l’Unione propone per il governo dell’economia nei tempi brevi? Riforme e investimenti. Tra i quali oggi timidamente cominciano a fare apparizione anche quelli pubblici. Sono suggerimenti e rimedi corretti se vengono collocati in un contesto atemporale. Se, però, si inserisce la non trascurabile (almeno in democrazia) variabile tempo, non lo sono più, perché la natura del problema non è, oggi, il continuo, pressante, doveroso e corretto richiamo alla necessità di fare le riforme, di fare, quindi, ciò che investe tempi medio-lunghi. No. La natura del problema è l’urgente necessità di intervenire nei tempi brevi per spegnere l’incendio, ossia per arrestare nei tempi brevi la crisi che colpisce tutti i Paesi dell’Unione e che sta determinando impoverimento di risorse, peggioramento delle condizioni di vita dei cittadini, perdita di posti di lavoro, fallimenti delle imprese e finanche, per i giovani, la privazione della speranza di un futuro.
E’ oggi motivo di responsabilità politica, sociale, civile uscire dal sottinteso, dall’ovattato linguaggio diplomatico e dalla criptica terminologia tecnico-accademica e porre in termini espliciti alcune domande di chiarimento intorno alle modalità di governo dell’Unione, domande a cui una democrazia chiede siano date esplicite, puntuali e documentate risposte. E’ certa Bruxelles che, nei tempi brevi, il solo rimedio “Riforme e investimenti” sia sufficiente ad affrontare la crisi in atto? E’ certa Bruxelles che se stiamo vivendo una crisi di domanda si possa rispondere imponendo ai singoli Paesi di adottare rimedi che, seppur necessari: a) servono ad affrontare soprattutto problemi che sorgono dal lato dell’offerta e b) manifestano i loro effetti nei tempi medi e lunghi? E’ certa Bruxelles che riforme di profonda natura strutturale, quali quelle indicate, si possano realizzare nei tempi brevi e sempre nei tempi brevi possano sufficientemente attivare la domanda delle famiglie?
E’ certa Bruxelles che in presenza di una domanda delle famiglie debole e stagnante, gli imprenditori avvertano la necessità di effettuare investimenti, quando le loro imprese registrano già una capacità produttiva più che sufficiente a soddisfare la stagnante domanda interna, senza nemmeno avere la prospettiva di export (come lo dimostra il calo di commercio estero delle imprese tedesche) ed in presenza, per di più, di una fiscalità falcidiante i loro margini di profitto? E’ certa Bruxelles che gli investimenti pubblici, stanti le attuali difficoltà di bilancio della Pubblica Amministrazione, trovino nei tempi brevi il necessario finanziamento e, in caso di risposta positiva, possano essere realizzati nei tempi brevi e nei tempi brevi possano produrre gli auspicati stimoli della domanda delle famiglie? Se è certa, responsabilità politica e responsabilità istituzionale impongono che lo debba dimostrare. E, per dimostrarlo, non c’è che una strada: col concorso degli uffici studi e degli uffici statistici operanti nei singoli Paesi, l’Unione è tenuta ad approntare e a far approntare una documentazione economica che consenta di costruire scenari alternativi per capire se, come e in che termini ciascuna riforma possa essere realizzata nei tempi brevi e di valutare la sua capacità di generare, sempre nei tempi brevi, crescita e posti di lavoro. L’Unione, se vuole sopravvivere a se stessa, è tenuta a presentare all’opinione pubblica una siffatta documentazione, perché solo per tal via le proposte acquistano valenza quantitativa, efficacia e forza politica, i soli elementi, questi, che danno una democratica spinta alla loro realizzazione.La crisi dell’Unione sta tutta qui: nell’impreparazione, incapacità, insensibilità (solo tecnica?) di Bruxelles di proporre una linea di politica economica modulata secondo le esigenze di breve, medio e lungo periodo.
Ed è il vuoto della politica economica di breve, manifestato da Bruxelles, il responsabile, in parte o in tutto, di quanto nel nostro Paese avvenuto negli ultimi anni, in cui si è raggiunto il “brillante” risultato: elevato aumento della pressione fiscale; depressione delle attività produttive; flessione del Pil; aumento del rapporto debito pubblico-Pil; difficoltà crescenti della gestione del debito pubblico. Come l’esperienza del governo Monti ampiamente dimostra! Ed è alla luce dell’esperienza fin qui vissuta che il governo ha oggi tutta la forza di far intendere a Bruxelles: a) che in ogni Paese, la vivacità della vita economica è generata e alimentata dalla sincronica interazione che si ha tra riforme, domanda e offerta; b) che la de-sincronizzazione produce disarmonie e squilibri nella sequenzialità temporale degli accadimenti economici e sociali. Giacché, riforme, domanda e offerta sono i pilastri di un sistema economico che insieme si potenziano, insieme si sostengono, insieme crollano.
E’illusorio ritenere che il potenziamento del solo pilastro “Riforme” possa generare e produrre, nei tempi brevi e automaticamente, come continua a ripetere Bruxelles, il potenziamento degli altri due e la loro conseguente interazione. Ed è giunto anche il momento di far capire a Bruxelles che l’Italia ha l’esigenza di realizzare evidenti segni di crescita a cominciare dai tempi brevi. La rigida applicazione dei vincoli fin qui perseguita da Bruxelles non lo permette. Anzi, come un canarino costretto a cantare e saltellare in una gabbia che diviene via via sempre più stretta, la teutonica applicazione di tali parametri porta al soffocamento dell’economia, costretta a muoversi nell’infernale circolo stagnazione-deflazione. Evento, questo, e ciò è noto, che porta ad un progressivo e inarrestabile aumento del rapporto debito-pil e conseguentemente ad imboccare la strada che conduce alla insolvibilità del debito. Con tutte le perverse reazioni a catena che un tale accadimento farebbe registrare sul tessuto economico, politico, sociale in Italia, in Europa e nell’economia mondiale. Perdurando la volontà di non introdurre e non realizzare le necessarie riforme per adeguare il governo dell’Unione alle esigenze dei mutamenti della Società nel tempo è doveroso porsi la domanda: fino a quando l’Unione potrà continuare l’attuale recita di sordo-ciechi nell’attuale teatro dell’assurdo? (in sintesi)

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