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Giustizia razziale: risarcimenti per i discendenti degli schiavi?

Posted by fidest press agency su martedì, 15 giugno 2021

By Domenico Maceri. Il consiglio di amministrazione della Washington and Lee University ha deciso di non eliminare “Lee” dal nome dell’ateneo convertendo semplicemente a “Washington University”. L’università ha riconosciuto però che il nome Lee “può essere doloroso per coloro che continuano a soffrire del razzismo”. Gli studenti e i professori dell’università, sita in Virginia, avevano votato per il cambiamento perché il nome del generale confederato Robert E. Lee suggerisce legittimità alla schiavitù. Ricorda anche il tentativo di secessione dagli Stati Uniti facendo di Lee un “traditore” alla patria. Non merita dunque di essere celebrato, specialmente per l’angoscia che continua a causare agli afro-americani. Se Lee e il Sud avessero vinto la Guerra Civile la macchia della schiavitù sarebbe continuata molto più a lungo. I ricordi della schiavitù continuano ad avere effetti negativi sugli afro-americani e negli ultimi tempi si è cominciato a parlare di risarcimento per gli eredi degli schiavi i quali hanno sofferto effetti traumatici dal punto di vista psicologico e umano ma persino in termini economici. Anche quando gruppi di afro-americani sono riusciti ad avere successo economicamente in non pochi casi i loro beni sono stati distrutti. Ce lo ha ricordato il presidente Joe Biden nel suo recente discorso per l’eccidio avvenuto a Tulsa, Oklahoma, nel 1921. La sezione di questa città chiamata Greenwood era popolata da una fiorente comunità di afro-americani che per il suo successo era stata denominata Black Wall Street. In quell’anno, però, a causa di conflitti tra afro-americani e bianchi, Greenwood fu rasa al suolo, causando la morte a più di 300 dei suoi residenti e si calcola che più di 10 mila persone rimasero senza tetto. Dopo l’eccidio i sopravvissuti fecero richiesta di risarcimento alle compagnie di assicurazione senza però ottenere compensi.L’amministrazione di Biden sta lavorando su programmi che aiuterebbero gli afro-americani a comprare case ma ciò non sarebbe sufficiente per colmare le perdite storiche subite né il divario di ricchezza esistente. Secondo alcuni studi, il patrimonio di una famiglia afro-americana equivale solo al dieci percento di quello di una famiglia bianca. Il professore William Darity della Duke University, autore di un libro sulle riparazioni, ha chiarito in un’intervista al programma televisivo di sinistra Democracy Now che la famiglia afro-americana media ha un patrimonio di 840 mila dollari meno di una famiglia bianca. L’assistenza proposta da Biden aiuterebbe ma solo in parte poiché il possesso casa equivale solo al 25 percento del patrimonio totale di una famiglia tipica. Risarcire gli eredi degli afro-americani economicamente per i danni subiti nel corso della storia, secondo Darity, costerebbe 11 mila miliardi di dollari, cifra altissima e difficilmente giustificabile per gli elettori.Ciononostante l’idea di risarcire gli afro-americani per i danni subiti dai loro antenati continua ad aumentare in accettabilità. In un sondaggio del 2000 solo il 4 percento degli americani bianchi era favorevole ai risarcimenti. In un altro sondaggio del 2018, però, la cifra era salita al 16 percento e in uno più recente è arrivata al 30 percento. Ovviamente la maggioranza degli americani non vede il risarcimento necessario per danni subiti da generazioni precedenti. Si guarda al passato con occhi egoisti dal punto di vista psicologico, ricordando gli eroi e le glorie che riflettono l’America come se tutti gli americani attuali avessero partecipato agli eventi memorabili. Quando poi si ricordano le tragedie non si vuole assumere responsabilità per le malefatte degli antenati. Il fatto che le cose stiano migliorando va però visto con ottimismo. Ricompense monetarie per correggere o almeno minimizzare azioni abominevoli degli antenati sono già state messe in atto. In America i giapponesi americani internati fra il 1941 e 1944, vittime di discriminazione, hanno ricevuto 20 mila dollari di compensi, anche se non tutti sono stati coperti dalla legge del 1988. Il concetto di riparazione del governo per vittime di attacchi terroristici si è persino verificato anche se i responsabili venivano dal di fuori. Le famiglie di vittime degli attacchi dell’undici settembre 2001 hanno ricevuto compensi finanziari che non possono coprire le perdite dei loro cari ma hanno diminuito i loro disagi finanziari. Anche gli individui presi in ostaggio dagli iraniani fra il 1979 e il 1981 hanno ricevuto compensi. In questo caso si tratta di 10 mila dollari per ognuno dei 444 giorni di cattività, quindi un totale di 4,4 milioni di dollari a ciascuno dei 52 individui affettati.Altri Paesi come la Germania e la Francia hanno anche riconosciuto le loro responsabilità per eventi tragici. Riparazioni economiche sono state fatte dal governo tedesco a vittime dell’olocausto. La Germania ha anche riconosciuto i massacri tedeschi fra il 1904-1908 nell’attuale Namibia, Africa Sudovest, ed ha stanziato un miliardo di dollari per progetti a beneficio delle comunità dove risiedono gli eredi delle vittime. La Francia di Emmanuel Macron ha riconosciuto e chiesto scusa per la complicità negli eccidi in Ruanda nel 1994 in cui 800 mila persone persero la vita.Risarcimenti per i 40 milioni di eredi degli schiavi americani è ovviamente una situazione molto più complessa ma ha attirato l’interesse della politica. Nel 2019 un disegno di legge è stato introdotto alla Camera per creare una commissione che esplori possibili compensi ai discendenti degli schiavi. Il giornalista e scrittore Ta-Nehisi Coates ha anche scritto nelle pagine della nota rivista Atlantic che questi risarcimenti sono più che legittimi. Coates cita le penalizzazioni subite da afro-americani per le violenze avvenute nella schiavitù dei loro antenati. La situazione di povertà delle famiglie afro-americane, per Coates, è dovuta in gran parte alla discriminazione e al lavoro gratis contribuito dal 1619 fino alla Guerra Civile. Ma anche con la liberazione le leggi discriminatorie specialmente nel Sud del Paese hanno continuato ad aggravare la situazione svantaggiata degli afro-americani.La conclusione della Guerra Civile nel 1865 eliminò la schiavitù ma poco a poco il governo federale cedette e negli Stati del sud occorse un ritorno graduale ai tempi prima del conflitto. La discriminazione contro gli afro-americani continuò con violenza di vari tipi, linciaggi, e leggi segregazioniste sancite anche dalla Corte Suprema americana. Queste politiche contro gli afro-americani si sono ampliate in tempi successivi anche negli Stati del Nord dove non pochi afro-americani si trasferirono. In un certo senso dunque il “systemic racism” (razzismo sistemico) si espanse in tutto il Paese come ci dimostrano le continue morti di afro-americani in scontri con la polizia.Il presidente Biden nel suo discorso a Tulsa ha riconosciuto che nonostante tanti progressi l’America ha molta strada da fare per garantire pieni diritti a tutti i cittadini. Riparazioni finanziarie agli eredi degli schiavi non risolverebbero questi problemi ma confermerebbero ingiustizie avvenute nella storia americana tracciando un percorso per una società più giusta non solo per il nostro Paese ma anche come modello per il resto del mondo. Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

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Referendum Giustizia. Perché sono importanti anche per i consumatori

Posted by fidest press agency su venerdì, 4 giugno 2021

L’Iniziativa riguarda anche i cittadini consumatori, che ogni giorno devono lottare e resistere per affermare i propri diritti, di fronte alle istituzioni e ai privati. Il motivo principale per gli abusi che i consumatori subiscono è il mancato funzionamento della giustizia. I profittatori pubblici e privati lo sanno bene, soprattutto per le ingiustizie legate a piccole somme: fruire della giustizia (e spesso anche dei sistemi extragiudiziali) quasi sempre viene a costare più di quanto viene rivendicato. Questo scoraggia il ricorso da parte dei consumatori e moltiplica gli illeciti e le truffe dei profittatori.E’ chiaro che questi referendum, raccolte le firme, tenute le consultazioni e vinte le stesse, non sono automaticamente un toccasana. Rappresentano il primo fondamentale passo verso una giustizia per il cittadino, invertendo l’attuale trend in cui il cittadino è solo suddito.Aduc si mobilita accanto ai promotori, mettendo anche le sue strutture e sedi a disposizione per coloro che volessero firmare.Sono sei i referendum promossi dalla Lega e dal Partito Radicale: 1) Elezioni del Csm; 2) responsabilità diretta dei magistrati; 3)equa valutazione dei magistrati; 4) separazione delle carriere dei magistrati; 5) limiti agli abusi della custodia cautelare; 6) abolizione del decreto Severino.Vincenzo Donvito, presidente Aduc

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Giustizia: Equo processo

Posted by fidest press agency su lunedì, 31 maggio 2021

“Meno «show» dei rappresentanti della magistratura, maggiore parità tra accusa e difesa, meno soggezione degli indagati da parte delle Procure, l’inaccettabile lunghezza dei processi e la mancata divisione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici. Sono questi i «vecchi mali della giustizia italiana» secondo la Corte Europea di Giustizia che, segnalati anche nella direttiva (UE) 2016/343 del Parlamento europeo e del Consiglio del 9 marzo 2016 (Rafforzamento di alcuni aspetti della presunzione di innocenza e del diritto di presenziare al processo nei procedimenti penali) sono al centro dell’interrogazione indirizzata al ministro della giustizia, Marta Cartabia, presentata dal senatore di Fratelli d’Italia, Claudio Barbaro.Una direttiva europea che, come si legge nel testo, «tarda ad essere recepita, nonostante siano passati 5 anni dalla sua entrata in vigore; all’art. 11, la direttiva prevede che entro il 1° aprile 2020, e successivamente ogni tre anni, gli Stati membri trasmettono alla Commissione i dati disponibili relativi al modo in cui sono stati attuati i diritti sanciti e prescritti dalla medesima fonte comunitaria».I comportamenti che mancano di garanzie nei confronti degli imputati non vanno solo a violare la Direttiva ma coprono un arco di diritto che a partire dall’art.27 della Costituzione («l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva») toccano gli artt. 47 e 48 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, l’art. 6 della CEDU, l’art. 14 del Patto internazionale sui diritti civili e politici e l’art. 11 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.Il sen. Barbaro chiede, quindi, al Ministro un maggiore impegno nel monitoraggio dei dati richiesti dalla Direttiva UE 2016/343 e «se intenda adoperare gli strumenti a sua disposizione, compresi quelli ispettivi e di controllo, al fine di verificare ed eventualmente censurare comportamenti contrari all’articolo 27 della Costituzione, anche trasmettendone le risultanze agli organi competenti, in particolar modo per quanto concerne le esternazioni di alcuni pubblici ministeri in materia di presunzione di innocenza degli imputati».

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Riforma giustizia: le proposte che lasciano perplessi

Posted by fidest press agency su venerdì, 14 maggio 2021

Sulle proposte che circolano e che potrebbero essere inserite nella riforma della giustizia penale, c’è quella di estendere l’utilizzo dei riti alternativi per sgravare i carichi processuali. In proposito intervengono l’avvocato Elisabetta Aldrovandi, Presidente dell’Osservatorio Nazionale Sostegno Vittime, e Barbara Benedettelli, giornalista e attivista per le vittime di reato: “Questi emendamenti prevedono di aumentare lo sconto di pena automatico dato dal rito abbreviato (che se chiesto dall’imputato va concesso) dal 30% al 50% per i reati puniti con pena massima fino a 5 anni, e quella di allargare la possibilità del patteggiamento (concesso all’imputato se il PM è favorevole) anche ai reati per cui si prevede una pena finale non superiore a 8 anni, con uno sconto anche qui del 50% della pena.” “Ciò comporterà”, precisa Aldrovandi “che molti reati gravi avranno più possibilità di essere puniti con pene sospese o misure alternative che, di fatto, significano nessuna pena, o comunque una pena che vedrà modificata, se non azzerata, la sua funzione afflittiva, retributiva e riabilitativa. Dall’altra parte”, prosegue l’avvocato, “si cercherà di valorizzare la parte riparativa della condanna, subordinando l’archiviazione del procedimento penale al risarcimento danni o a un’azione riparatoria da parte dell’imputato, avvilendo ancora di più il ruolo della vittima in ambito processuale, già ora considerata, a tutti gli effetti, una parte eventuale del processo, il quale si può svolgere anche in assenza di una sua partecipazione formale. Ma a un anziano truffato piuttosto che a una persona massacrata di botte o a una vittima di stalking o maltrattamenti in famiglia, giusto per citare qualche esempio, chi penserà? Se queste richieste saranno approvate e diventeranno legge, assisteremo a contro riforme inaccettabili e a un’involuzione giuridica e processuale, dopo anni di battaglie per le vittime e a piccoli grandi passi raggiunti, come il divieto del rito abbreviato per i reati puniti con l’ergastolo.” “Trovo inaccettabile”, interviene Benedettelli “che una società arrivata al lockdown e al coprifuoco – misure tipiche delle guerre, che comprimono al limite della legittimità le libertà personali – per tutelare la vita e la salute da un virus, possa pensare di ridurre la portata delle pene, dunque di ‘quel sensibile motivo che impedisce di commettere illeciti’ per dirla con Beccaria, per reati da gravi a gravissimi che ove commessi comportano una lesione della salute psicofisica delle persone. Reati che, se non opportunamente puniti, possono portare i rei a superare i limiti fino ad uccidere, come ben dimostra quanto accaduto dopo l’ultimo indulto.” “Per questo”, chiosano Aldrovandi e Benedettelli “invitiamo tutte le forze politiche, soprattutto quelle che in passato hanno sostenuto importanti sfide per le vittime, a essere unite e coese nel contrastare queste proposte. Perché una vittima non vuole vendetta, ma semplicemente giustizia. E regalare sconti di pena a pioggia o mortificare ancor più il ruolo della vittima non è degno di uno Stato di diritto”.

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Recovery: Sulla giustizia risorse irrisorie

Posted by fidest press agency su giovedì, 29 aprile 2021

Il Recovery investe risorse insufficienti, per non dire irrisorie, nel settore della giustizia, e non c’è riforma che tenga senza investire sulla riorganizzazione e sugli organici, soprattutto dei magistrati”. Lo dichiara il senatore di Fratelli d’Italia Alberto Balboni, vicepresidente della commissione Giustizia.”L’inefficienza della giustizia – osserva Balboni – costa all’Italia il 2,5 per cento del Pil e 130mila posti di lavoro. Serve mettere mano a tutto, dalla magistratura onoraria alla riforma del Csm come a quella del processo civile e penale, quest’ultimo che spesso rappresenta la vera pena per innocenti e colpevoli indifferentemente e che nello scorso anno è costato allo Stato la somma di 46 milioni di risarcimenti per errori e ingiusta detenzione. Sull’ergastolo ostativo occorre avere il coraggio di riformare la Costituzione per impedire che vengano rimessi in libertà pericolosi mafiosi e persino che ha sciolto i bambini nell’acido”.”Serve anche la riforma della responsabilità civile dei magistrati, un privilegio medioevale indegno di una democrazia moderna, come serve porre fine alle porte girevoli fra politica e magistratura: chi si candida non può tornare a fare il giudice. Se Draghi sarà in grado di garantire queste riforme ci troverà al suo fianco – conclude Balboni”.

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Sgomitate per i vaccini e operatori di Giustizia. Come distruggere lo Stato

Posted by fidest press agency su mercoledì, 31 marzo 2021

La Giunta Esecutiva Centrale dell’Associazione Nazionale Magistrati ha invitato “i dirigenti degli uffici giudiziari ad adottare, a tutela della salute, energiche misure organizzative al fine di rallentare immediatamente tutte le attivita’ dei rispettivi uffici, senza escludere, nei casi piu’ estremi, anche la sospensione dell’attivita’ giudiziaria non urgente”. L’invito dell’Anm nasce dalla decisione del governo di non prevedere una riduzione dei ritmi dell’attivita’ giudiziaria alla luce della pandemia e di non prevedere piu’ i lavoratori del comparto giustizia tra le priorita’ per le vaccinazioni . Un potere dello Stato che sciopera contro uno degli altri poteri. Problematico e, nel contempo, sfascista, proprio da parte di chi dovrebbe invece garantire solidità allo Stato.A parte le numerose battute che si potrebbero fare del tipo “rallentare la giustizia? E chi se ne accorgerebbe…” …. il problema è più drammatico di quanto potrebbe sembrare, anche in considerazione che a chiunque si chieda sulle priorità vaccinali, tolti sanitari, anziani, forze dell’ordine e scuole, a nessuno verrebbe in mente la giustizia.Per capire, vista la pandemia, è come se i lavoratori dei supermercati (servizio essenziale in pandemia come e forse più della giustizia) facessero le stesse minacce. Anche se all’Anm sono dotti per definizione e al supermercato il contrario, cosa dovrebbe fare l’Autorità esecutiva? Forse per i supermercati manderebbe l’esercito…. Cosa difficile e non auspicabile per la giustizia. Ma questi dell’Anm sono stati espliciti e se dovesse accadere la crisi coinvolgerebbe lo Stato tutto e la nazione (noi utenti dei servizi dello Stato). Per evitare il braccio di ferro l’Esecutivo dovrebbe desistere e vaccinare dal giardiniere del tribunale al più alto togato? Noi ovviamente non abbiamo una risposta. Da sudditi, potremo solo trarne le conseguenze qualunque sia la decisione che venga presa, confermando la sfiducia che già c’è verso lo Stato. In questo caso la responsabilità è dell’Associazione nazionale Magistrati.Vincenzo Donvito, presidente Aduc

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Una pagina molto importante nella storia della giustizia

Posted by fidest press agency su mercoledì, 31 marzo 2021

Grazie al Ministro Cartabia si segnerà una pagina molto importante nella storia della giustizia. La direttiva europea sulla massima tutela per l’imputato del 2016 entrerà a pieno titolo nella legislazione nazionale! Un passo avanti sulla strada dello stato di diritto con il riconoscimento sostanziale della presunzione d’innocenza, principio costituzionale contenuto all’interno dell’art. 27 comma 2 : “L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva”. Avanti tutta! (n.r. Un aspetto altrettanto importante è il pretendere che l’iter processuale richieda tempi brevi. Non si possono attendere, come oggi accade normalmente, anche più di dieci anni prima che una sentenza diventi definitiva. Questo andazzo provoca, tra l’altro, una sfiducia nei confronti della giustizia facendole perdere credibilità e rispetto. Le ricadute, per altro, non riguardano solo l’ambito giudiziario ma coinvolgono nel suo articolato l’intera società e le istituzioni che le rappresentano dalla politica all’economia, dal sociale all’ordinamento scolastico.)

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Governo. Bonafede, la relazione sullo stato della giustizia e l’abolizione della prescrizione

Posted by fidest press agency su mercoledì, 27 gennaio 2021

Dobbiamo evitare che i colpevoli siano agevolati dai tempi lunghi dei processi e quindi siano assolti per decorrenza dei tempi. Così il M5S propose, e il governo Conte 1 (M5S-Lega) approvò, la legge sulla abolizione della prescrizione dopo il primo grado di giudizio.Sarà utile? No. E’ utile solo a soffiare fumo sugli occhi dei creduloni di turno.La prescrizione significa che un reato non è più perseguibile dopo un determinato periodo. Dopo quanto tempo scattava la prescrizione?Vediamo, prendendo ad esempio alcuni reati:
a) Corruzione per atti contrari ai doveri di ufficio: 15 anni;
b) Rapina: 25 anni;
c) Furto in abitazione: 12 anni;
d) Inquinamento ambientale: 25 anni.
La domanda, che qualsiasi persona di buon senso pone, è la seguente: sono sufficienti 25 anni per svolgere un processo a una persona accusata di rapina? E 12 anni per corruzione e 25 anni per inquinamento ambientale?
La risposta è semplice: sì, sono più che sufficienti e, se in tale periodo non si arriva a sentenza definitiva, significa che c’è un problema che riguarda l’amministrazione giudiziaria.Invece, il governo Conte 1, con l’abolizione della prescrizione, non ha posto limite alla durata di un processo. Insomma, fine processo mai. Il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, depositerà una relazione al Parlamento sullo stato della giustizia. Se fosse un ministro della Giustizia dovrebbe annunciare la cancellazione della legge sulla abolizione della prescrizione. Purtroppo, abbiamo un Bonafede e un premier che, subito dopo il crollo del ponte Morandi, aveva dichiarato che non si potevano attendere i tempi della giustizia. Già, ma con l’abolizione della prescrizione i tempi della giustizia li ha dilatati all’infinito. Primo Mastrantoni, segretario Aduc

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Giustizia-lumaca. Funzionamento e affidabilità a livello zero. Prospettive?

Posted by fidest press agency su lunedì, 11 gennaio 2021

E’ di ieri la sentenza di Cassazione sulla strage di Viareggio: 11 anni di procedimenti, ora torna in Appello. Le informazioni in materia sono abbondanti. Colpisce non che ci sia un reo o meno, ma la prescrizione delle accuse di omicidio colposo. La prescrizione, tipico risultato dei processi-lumaca, è la legittima impossibilità di giudicare. Che è bene ci sia e che (al contrario del ministro di Giustizia) non deve essere merce di scambio per far finta che non esistano i processi-lumaca. Notizie di questi giorni: – dopo 14 anni, per un genitore di Torino (oggi 80enne) accusato di violenza sessuale, il processo è ancora in corso. – a Napoli dopo 31 anni, lo Stato ha risarcito per una trasfusione sbagliata una signora che, 37 anni all’epoca, oggi di anni ne ha 68. 26 anni per la sentenza, 5 anni per costringere lo Stato a pagare. Attualità e due notizie di questi giorni che non ci devono far dimenticare le tante vicende simili non note. E’ questa la giustizia di un Paese civile? Non ci rende affidabili: – per gli amministrati, rei o innocenti o desiderosi di giustizia che siano; – per gli investitori che se finiscono in un giudizio, civile o penale, devono rinunciare, e se non capitolano andare oltre confine. Come mai il capitolo giustizia è stato assente dai discorsi di fine anno del presidente Mattarella, così come è praticamente assente dai “ricoveri” e recuperi di qualche tipo? In questi giorni, 100 anni fa, nasceva Leonardo Sciascia, uno dei massimi denunciatori del sistema giustizia. Quando era in vita – scrittore, politico e deputato – quasi tutti lo emarginavano. Oggi viene decantato anche da chi all’epoca lo denigrava. E’ un fenomeno del passato o un esempio vivo da cui trarre lezione e passare ai fatti? Vincenzo Donvito, presidente Aduc,

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Giustizia: Perseguitati e persecutori

Posted by fidest press agency su lunedì, 4 gennaio 2021

La giustizia in Italia ha toccato il fondo. I suoi limiti sono sotto gli occhi di tutti. E’ una giustizia che può essere imbrigliata come si vuole se si hanno gli ingredienti giusti e si adottano i suoi difetti per giustificare i propri. L’anomalia è nella lungaggine dei suoi tre gradi di giudizio. Il difetto sta nel legislatore che può cambiare a comando le leggi mentre si celebrano i processi depenalizzando il falso in bilancio, riducendo la prescrizione trasformando il legittimo impedimento in una farsa. Così questa giustizia ante litteram trasforma l’imputato in inquisitore e gli consente di prendersi beffa delle istituzioni trasformando le aule dei tribunali in tribune elettorali e per fare in modo che si proclami vittima e perseguitato. E questa farsa è destinata perpetuarsi perché la vittima-imputato ha da guadagnarci in termini elettorali riscuotendo negli ingenui elettori simpatie e complicità. Siamo noi come cittadini di questo paese che si chiama Italia a doverci vergognare che questa melina continui a rubare le prime pagine della carta stampata e dei media, più in generale, invece di parlare dei problemi reali del paese tra disoccupazione e miseria, ricchezza e povertà. Smettiamola una volta per sempre, diventiamo adulti. (Riccardo Alfonso)

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Scuola: Intesa ministeri Istruzione e Giustizia

Posted by fidest press agency su domenica, 13 dicembre 2020

L’istruzione va portata avanti sempre e comunque. Anche negli istituti di pena. Un importante accordo tra i ministeri dell’Istruzione e della Giustizia, e che potrebbe allargarsi ad “altri soggetti Istituzionali”, è stato parte dalla volontà di dare un’espressione attuativa al decreto legislativo 15 aprile 2005, n. 76, che ha come protagonisti i “soggetti ristretti nelle strutture penitenziarie italiane e quelli sottoposti a provvedimenti penali non detentivi da parte dell’Autorità giudiziaria minorile”. Le parti coinvolte concordano nell’attuazione di percorsi formativi “certificabili, modulari e flessibili in contenuti e durata, con possibilità di prosecuzione anche dopo l’uscita dal circuito detentivo e finalizzati a favorire il raggiungimento dei titoli di studio previsti dagli ordinamenti vigenti; l’acquisizione ed il recupero di abilità e competenze individuali; lo sviluppo di una politica dell’istruzione integrata con la formazione professionale e supportata dalla collaborazione con le Regioni ed il mondo delle imprese”. La collaborazione intra-ministeriale prevede che le attività si realizzino “attraverso metodi e strumenti innovativi e soluzioni organizzative basate sulla personalizzazione del percorso rieducativo di ciascuno, partendo da un patto formativo individuale”, facendo “particolare attenzione ai soggetti con disturbi dell’apprendimento”, che sia “finalizzato all’acquisizione di competenze da spendere anche per il reinserimento nella vita sociale e lavorativa, e potranno prevedere”. La personalizzazione dei percorsi prevede, laddove necessario, anche “attività di sostegno e accompagnamento attraverso attività di tutoraggio”. La formazione avverrà utilizzando, laddove possibile, le “tecnologie dell’informazione e della comunicazione, sia” realizzando “percorsi di formazione a distanza (FAD)”: l’avvio di forme di didattica a distanza serviranno pure a colmare “il divario digitale dei soggetti in esecuzione pena detentiva e non detentiva, in considerazione del fatto che la conoscenza in campo digitale è ormai indispensabile per ogni tipo di attività lavorativa, di istruzione/formazione, economica ed associativo/relazionale”. L’accordo prevede anche percorsi di formazione e aggiornamento professionale del personale, l’allestimento di laboratori didattici e potenziamento delle biblioteche.

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Giustizia: Ministro ascolta tutti tranne sindacato, necessario confronto

Posted by fidest press agency su mercoledì, 4 novembre 2020

“Il ministro Bonafede incontra tutti tranne i rappresentanti dei lavoratori della Giustizia. Si confronti con il sindacato e ascolti le ragioni delle lavoratrici e dei lavoratori”. Ad affermarlo sono Fp Cgil, Cisl Fp e Uil Pa, aggiungendo che: “Stiamo assistendo in questi giorni a un tourbillon di incontri del Ministro della Giustizia con le varie associazioni professionali che ruotano intorno ai servizi giudiziari. Verso tutti ha avuto parole rassicuranti e in particolare si è soffermato sullo sforzo che si sta facendo per modernizzare il servizio, velocizzare le procedure e implementare le dotazioni tecnologiche degli uffici”.Eppure, aggiungono i sindacati, “sin dall’inizio del dell’emergenza non si rintraccia purtroppo alcuna dichiarazione pubblica del Ministro che ringrazia i lavoratori per lo sforzo incredibile attuato, nella nota situazione di carenze organizzative e di organico, per garantire la continuità di un servizio essenziale per i cittadini. Persino nelle occasioni in cui i lavoratori sono diventati oggetto di attacchi odiosi e strumentali da parte di alcuni esponenti di categorie professionali, tanto più ingiustificati alla luce della grave emergenza vissuta dal Paese, non è arrivato alcun segnale ai lavoratori della Giustizia di solidarietà da parte del loro Ministro”. In tale contesto, osservano i sindacati, “l’utilizzo dello smart working emergenziale si è anche rivelato una opportunità quasi unica per avviare nuovi modelli di organizzazione del lavoro che certo potranno consentire quella modernizzazione delle infrastrutture tecnologiche e dei sistemi informatici sempre invocata e mai attuata. A questo processo i lavoratori e le loro rappresentanze stanno contribuendo in modo responsabile, fattivo e costruttivo, come possono testimoniare gli accordi raggiunti sulla gestione dell’emergenza e sul lavoro agile ed il sacrificio delle migliaia di lavoratori presenti negli Uffici Giudiziari e negli Unep, negli Istituti e Uffici penitenziari, anche minorili, e negli Archivi Notarili, troppo spesso costretti ad operare in condizioni non rispettose delle procedure di sicurezza che lo stesso Ministero ha adottato, anche con applicazioni su tutto il territorio nazionale disposte d’ufficio. Si pensi poi a coloro che sono chiamati a svolgere il loro lavoro all’esterno degli uffici come gli ufficiali giudiziari e gli assistenti sociali i quali sono stati esclusi colpevolmente dai processi di innovazione tecnologica nonostante gli impegni assunti e con grave pregiudizio per l’efficienza della Giustizia”. Per queste ragioni, proseguono, “ci chiediamo allora perché il Ministro Bonafede non abbia trovato il modo ed il tempo di corrispondere alle ormai datate richieste di incontro inviate dalle Segreterie Nazionali Fp Cgil, Cisl Fp e Uil Pa. Un incontro per fare il punto sulla gestione dell’emergenza, per discutere e confrontarsi sui piani di riqualificazione del lavoro e dei lavoratori, a partire dalla piena applicazione degli accordi sottoscritti nel 2017, di un piano di occupazione straordinaria che miri alla copertura totale delle carenze in organico, della necessità di mettere risorse fresche e aggiuntive sul salario di produttività dei lavoratori, anche in relazione alla necessità di utilizzo delle risorse provenienti dal Recovery Fund da destinare al funzionamento della Giustizia. Un confronto che riteniamo ineludibile: se veramente si vuole avviare e portare alla realizzazione un piano di modernizzazione dei servizi che abbatta i tempi della Giustizia allora è fondamentale rinnovare il patto con i lavoratori, riconoscere la funzione essenziale e il valore sociale del loro servizio”, concludono. (by Giorgio Saccoia)

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La giustizia è un tema centrale per la democrazia

Posted by fidest press agency su domenica, 23 agosto 2020

di Nunzio Raimondi. Non ne posso davvero più di ascoltare lunghe litanie sulla Magistratura! Sono oltre trent’anni che difendo i magistrati dai mille sospetti che i cittadini avanzano su di loro. Ed io a ripetere: “smettetela di dire queste cose! La magistratura nella sua stragrande maggioranza è sana”. E giù loro a dirmene di tutti i colori: interessi personali e familiari, pressioni politiche, malcostume diffuso, corruzioni, concussioni… Sembra non esserci più un palmo di netto!
Ma ora il fenomeno ha raggiunto davvero il limite di guardia. Credetemi, non so più che dire a tutti quelli che chiedono il controllo della magistratura su ogni sorta di nefandezza ed in moltissimi settori della società. Il mondo delle idee forti, dei valori per i quali al mattino ti svegli e vai a fare il tuo dovere, si scontra con una realtà immutabile e sembra di combattere contro un muro di gomma!L’ordine giudiziario deve essere profondamente riformato dalle sue radici. È di pochi giorni fa la notizia che finalmente, dopo un “combattimento” durato quasi trent’anni, un candidato al concorso in magistratura dell’anno 1992, bocciato agli scritti con tre compiti perfetti, è riuscito ad ottenere, dopo non so più quante sentenze a lui favorevoli, le copie di tutti i compiti dei candidati al suo concorso.
Per scoprire cosa? Che ogni sottocommissione aveva impiegato tre minuti (tre minuti!) per leggere, correggere e discutere collegialmente ogni compito di ciascun candidato, che i compiti dei promossi presentavano evidenti segni di riconoscimento e grossolani errori di diritto. Mentre altri compiti perfetti erano stati scartati a prescindere. Non se n’è fatto nulla, naturalmente. Ma rimane un problema che, unito a quel che si apprende (e che tutti hanno sempre saputo) circa le nomine del CSM, offre un quadro realistico di una Magistratura con la quale l’Avvocatura italiana si confronta quotidianamente. Fatte le debite distinzioni, fra inchieste su magistrati corrotti, quelli fatti oggetto di pressioni politiche ed il carrierismo dell’antimafia, c’è poco da stare allegri. Insomma il Parlamento, espropriato di tutto, dovrebbe riprendersi il primato che gli spetta, che è poi il primato della sovranità popolare (non populista) utilizzando gli strumenti che la Carta soltanto al Parlamento appresta per produrre un’autentica metanoia.
Si dirà: non ci sono i numeri per una battaglia delle opposizioni (che tradizionalmente non riescono a gestire le Commissioni d’inchiesta se non con tempi biblici, incompatibili con i tempi di una Legislatura oramai avanzata) e poi la politica, come dimostrano le ultime inchieste, è fortemente compromessa con questo sistema. Per questo motivo l’”operazione pulizia” dovrebbe essere bipartisan e non perché occorre reagire ad una magistratura che ha da tempo asfaltato pure la politica (ora perfino “Attila” riconosce che la sentenza che condannò B. fu pilotata…), ma perché senza una messa a nudo del sistema infetto (ora pure alcuni irriducibili, caduti da cavallo sulla via di Damasco,sembrano essersi convertiti alla separazione delle carriere…) non si può ricostruire la credibilità dell’Ordine, oramai penosamente deturpata.
Dicevano i latini: ubi pus, ibi evacua. Ecco questa materia purulenta va evacuata: chi ha goduto di queste posizioni, mettendo a rischio la democrazia, deve essere messo alla porta. Solo così la ferita pian piano si rimarginerà. Perché soltanto il bisturi di una Commissione Parlamentare d’Inchiesta può restituire alla democrazia un Ordine giudiziario veramente rinnovato ed al Paese una fiducia nella giustizia, altrimenti definitivamente perduta. (abstract) (fonte: On. Mario Tassone)

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Mario Tassone: la riforma della giustizia

Posted by fidest press agency su giovedì, 20 agosto 2020

Si riprende la scena la riforma del Consiglio Superiore della Magistratura da tempo auspicata. Ci sono state nel passato delle modifiche (ministri Castelli e Mastella) che non hanno raggiunto effetti apprezzabili. Ora se ne avverte l’urgenza dopo la vicenda Palamara che non può essere derubricata a episodio ma è la spia di un malessere profondo. Tutto questo è stato da tempo rilevato. Il Parlamento ha mostrato debolezza nei confronti di un ordinamento, non organo costituzionale. Con tangentopoli la politica si è arresa allo strapotere delle procure lasciando che il percorso della espansione della democrazia e delle libertà fosse interrotto e alterato. I cittadini hanno applaudito anche quando lo “Stato di diritto” e le istituzioni di democrazia rappresentativa venivano umiliati. Per interesse veniva e viene fatto un “unicum” tra i responsabili di comportamenti illegali e le istituzioni depositari della sovranità popolare. La riforma del CSM è urgente. Una riforma vera e non gli aggiustamenti tecnici-amministrativi del Ministro della giustizia. Come si fa a proporre la elezione per sorteggio dei membri del CSM e per sorteggio la designazione dei componenti le commissioni come quella disciplinare sempre del CSM? Il problema vero è che senza una “rivisitazione” complessiva dell’ordinamento giudiziario ogni tentativo di riformare il CSM è destinato ad essere un “diversivo”. Le questioni vera, a mio avviso, non è la separazione delle carriere tra inquirenti e magistrati giudicanti, ma il superamento dei due “status” diversi. Infatti gli inquirenti promuovono l’azione penale ma non giudicano. Quindi non possono far parte dell’ordinamento dei giudici ma per essi va studiato un ordinamento proprio e un ordine di autogoverno. L’accusa e la difesa non possono essere squilibrate. Inoltre nel CSM non possono fare parte più gli eletti del Parlamento. Così si va verso la pienezza dell’indipendenza (non dalla legge come è stato più volte inteso con comportamenti “consequenziali”) della magistratura giudicante. Va, poi, regolato il funzionamento dell’organismo degli inquirenti che non è un CSM. Un’ultima considerazione. Da più parti si chiede chiarezza per i concorsi in magistratura. C’è chi propone come l’avv. Raimondi, ottimo professionista, una commissione parlamentare di inchiesta per valutare le criticità dei concorsi e apportare le necessarie correzioni. La selezione dei magistrati e la trasparenza dei concorsi è vitale: condizione Imprescindibile di una riforma della giustizia altrimenti continua lo spettacolo che non diverte ma uccide il Paese!

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La giustizia che non si vuole riformare

Posted by fidest press agency su mercoledì, 19 agosto 2020

Quante volte abbiamo sentito dai nostri politici che è loro intenzione portare avanti una seria riforma della giustizia? Tante, tantissime sino al punto di aver perso il conto delle volte che questa fatidica parola è stata pronunciata. Qualcuno ingenuamente potrebbe chiedersi e chiedere perché non si riesce nell’intento? A costoro potremmo addurre non una ma decine di ragioni ma per contenere la risposta al nocciolo potremmo dire che fa comodo soprattutto a chi si prende beffa della giustizia e può fare i suoi comodi certo che nella mala parata vi sarà, alla fine del percorso processuale, nei suoi vari gradi di giudizio, una provvidenziale prescrizione per decorso dei termini. In questo modo abbiamo due cammini giudiziari dove il primo non riesce a colpire i super dotati di poteri politici e clientelari e l’altro che fa scendere la sua mannaia sul povero Cristo che è finito sotto i suoi ingranaggi per aver rubato un tozzo di pane per fame. Il primo avrà nella peggiore delle ipotesi un processo lungo fino alla prescrizione e l’altro sarà condannato per direttissima. Si aggiunge poi alla beffa lo scorno quando un solerte poliziotto che arresta un borseggiatore in flagranza di reato lo porta in commissariato per le misure di competenza. Il solito ingenuo mi dirà: sarà processato per direttissima e condannato con tanto di pena, ed invece no. Si prendono i suoi estremi e viene rilasciato nel giro di poche ore. Così è probabile che lo stesso poliziotto se lo rivedrà in giro per continuare a commettere lo stesso reato, se non peggio.
Oggi sta diventando molto rischioso persistere con questo andazzo perché la gente è arcistufa di una giustizia ad orologeria e finisce con il prendersela proprio con chi nella filiera giustizia è il più esposto, ovvero il poliziotto. Dove abbiamo imparato che la giustizia è una cosa seria? Probabilmente sul pianeta Marte. Ma la giustizia, per chi lo avesse dimenticato è davvero una cosa seria, anzi serissima e allora perché non la facciamo funzionare? Qui non si tratta di ledere i diritti della difesa e i doveri dei magistrati tra giustizialismo e garantismo ma significa semplicemente che quando nella convivenza civile si stabiliscono delle regole o si rispettano sino in fondo, senza sconti partigiani, o si dichiara forfè e si scade nell’anarchia. Cosa vogliamo fare? (Riccardo Alfonso)

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Giustizia o ingiustizia. E’ urgente investire nell’amministrazione

Posted by fidest press agency su lunedì, 10 agosto 2020

Siamo messi proprio male con la giustizia. Il problema principale è che lo Stato dovrebbe investire nella amministrazione della giustizia per garantire che i cittadini possano fruire di questo strumento. Sembra una riforma semplice, ma probabilmente noi utenti della giustizia parliamo una lingua diversa da quella dei decisori e di chi ci governa: a noi interessano garantismo, tempi rapidi, economicità.
Il primo. Garantismo. Fa parte di una lotta eterna dove, al momento, visto anche il ministro della Giustizia in carica, hanno la meglio i giustizialisti. Tant’è che il partito del ministro in carica (M5S), grazie a questa impostazione, è anche riuscito a diventare maggioranza nel Paese. Non solo ma, incredibile e pur vero, ha stretto alleanza con quelli che dicono di essere garantisti (PD)… come? Semplicemente (miracoli della politica) facendo a questi ultimi continuare a dire che sono garantisti ma di fatto accodandoli alle loro riforme giustizialiste (ultima quella sull’allungamento dei tempi della prescrizione).
Tempi rapidi. Un velo pietoso è bene che sia steso. Un riferimento: si provi a fare un ricorso in appello, quando sarà comunicata la data della prima udienza, si capirà perchè, mediamente, ogni legale di buon senso fa di tutto per consigliare il suo cliente a risolvere tutto prima, magari anche avendo ragione, e nonostante questo, adeguandosi ad un accordo extragiudiziale.
Altro esempio: i tempi dei ricorsi degli immigrati contro decisioni ritenute ingiuste nei confronti del loro status di soggiorno: situazioni che ritengono interventi molto veloci ma che di fatto favoriscono il permanere dello status di illegalità dei ricorrenti in attesa delle udienze.Altro esempio: cause civili per questioni di separazione con figli. Questi ultimi rimangono ostaggi delle attese giudiziali in situazione di disagio che, chi ha o meno un figlio, è facile comprendere possa essere molto incidente sulla vita del minore.
Economicità. I contributi unificati sono la pena. Un solo esempio dalla nostra esperienza, e su quei ricorsi che si fanno in genere senza avvocato: se si riceve una multa considerata ingiusta, per esempio di 80 euro, conviene pagare subito con lo sconto del 30% (concepito proprio per stimolare a pagare subito) oppure fare ricorso pagando un contributo unificato di 43 euro? Domanda pleonastica, considerato il fatto che oltre ai soldi si deve mettere in conto la compilazione del ricorso (magari dando un contributo all’associazione di consumatori a cui si è chiesta consulenza), prendersi una mattinata libera per il giorno dell’udienza… 2+2 fa 4… rimane solo l’azione per motivi di principio. E’ evidente che, senza voler togliere i necessari contributi economici perché la giustizia possa funzionare, che per tante questioni (quella da noi citata ne è una) ci vorrebbero metodi diversi di giustizia, non di semplice conciliazione. Infine, se a qualcuno è capitato di dover
fare un ricorso al Tribunale amministrativo regionale (TAR), che è il solo strumento per rivalersi giudizialmente contro l’amministrazione locale, sa che l’onere economico per farlo è l’elemento essenziale che scoraggia (contributi unificati e costi degli avvocati amministrativisti).
Tutti e tre gli aspetti che abbiamo sollevato sono connessi, in generale, alle maggioranze politiche, quindi spetta agli elettori decidere. Ma, a parte la questione garantismo/giustizialismo, le questioni di tempi ed economicità potrebbero essere affrontate da qualunque maggioranza. Crediamo infatti che nessun legislatore o esecutivo non possa non avere a cuore una riforma della giustizia in questi termini. E allora, perché non si procede? Annuiamo già le risposte del tipo “la cosa non è tanto semplice rispetto a come voi avete posto il problema”… tipica risposta “politichese”. Noi poniamo il problema da utenti del servizio giustizia, ne siamo vittime e, spesso, utenti mancati. Che si fa? By Vincenzo Donvito, presidente Aduc

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Libertà, giustizia, democrazia sono solo parole?

Posted by fidest press agency su sabato, 18 luglio 2020

Quante volte mi sono imbattuto con queste parole e mi sono chiesto quanta saggezza e lungimiranza possa aver avuto chi assiso nel suo scranno le ha evocate e instillate in noi con la forza della sua autorevolezza? Mi sono anche chiesto se la nuda terra e il solco tracciato siano stati in grado di accogliere questi semi di saggezza antica e di farli germinare e trasformarli in fiorenti spighe di grano e in pari tempo annichilire la gramigna che avrebbe potuto insidiarne la crescita?  Mi concentro su ciò che offre lo spettacolo della distesa di un campo dove l’occhio si perde al cospetto di questo rigoglio di una natura che si manifesta in tutta la sua bellezza e fecondità. E poi mi sovvengono le parole di Plutarco sulla libertà. Per lui è “il maggiore dei beni per un uomo ma che per un uomo savio è un dono più pericoloso da fare a un popolo stolto.” E rifletto pensando alla “circolarità della forma” che dalla esteriorità riporta alla interiorità. Come il campo prima di accogliere il seme vada scelto con cura, concimato, atteso il tempo giusto così l’essere umano, destinatario di queste parole, deve riuscire a metterle a frutto nella pratica di vita. Ma noi, mi chiedo, siamo davvero pronti nel saper pilotare tali scelte verso la più alta gerarchia dei fini? E il dubbio, a questo punto, s’insinua in me. Perché vedo i tanti che si imbevono in queste parole ma ne fanno scempio nell’ombra. Perché predicano in malafede. Perché chi li ascolta non sa cosa farsene di parole di cui crede servano solo per ammannire gli stolti e non si accorge che lo stolto è proprio lui. Sono parole facili da esprimere ma ardue da praticare perché non sempre in noi è presente la consapevolezza e la lungimiranza del saggio. È qui che si misura la grandezza di un popolo. Impariamo a farne pratica di vita e a rispettarle per quello che vogliono insegnarci e soprattutto che non c’è posto per gli stolti. (Riccardo Alfonso)

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Quanto male si fa in nome della giustizia o della sicurezza sociale?

Posted by fidest press agency su lunedì, 25 maggio 2020

In più di un quarto di secolo di carcere, qualche volta ho pensato che i “buoni” sono peggio dei cattivi. Solo che la loro cattiveria non la chiamano crudeltà, ma la chiamano giustizia. Credo che molti confondano la giustizia con la vendetta, ma spesso questa non solo è inutile ma è veramente una maligna spirale di odio. Sul ritorno in carcere di alcuni boss mafiosi rottamati, in disuso, anziani e malati, ho letto in rete dei commenti di persone contente di questa decisione. Non capisco cosa ci sia da essere contenti se la legge li aveva messi fuori, ma forse il mio senso di giustizia è diverso da quello della gente comune, perché penso che i morti non chiedano vendetta, credo piuttosto che questa la vogliano i vivi. Dopo tanti anni lo spirito di vendetta è ingiustificato nei confronti di persone che nel mondo criminale non contano più nulla. In questi giorni abbiamo visto che l’attenzione politica e mediatica si è concentrata su vecchi dinosauri condannati per la mafia del passato, invece di cercare i nuovi spavaldi mafiosi del presente. Si è persino criticato l’operato della magistratura di sorveglianza, che ha solo rispettato la legge e la Costituzione.A chi farà comodo che questi vecchi boss muoiano in carcere? Non lo so. Penso che forse farà comodo ad alcuni politici, o ai nuovi boss che da anni hanno preso il loro posto. Credo che la vendetta non renda migliore né chi la prova né chi la subisce. E inoltre si fa un favore alla cultura mafiosa. Perché la legittima. E così sembra che la mafia vinca sempre anche quando perde, perché la vendetta moltiplica il male, anche quando viene giustificata in nome della giustizia. Ovviamente se uno commette un reato deve pagare per la gravità di quel reato commesso, ma certo non si deve arrivare alla vendetta o alle condanne esemplari perché non servono a niente (accanirsi contro uno non purifica la società dalla delinquenza).
Nelle carceri andrebbero garantiti i diritti fondamentali delle persone e salvaguardata la dignità, altrimenti, se insegnano durezza, avremo in cambio solo persone aride. Se le carceri sono solo luoghi di frustrazione e tortura, è certo che non faranno diventare le persone migliori. Credo che far morire in carcere un ex boss, vecchio e malato, anche se ben curato, ma lontano dai familiari, sia una sconfitta per la giustizia e per le vittime stesse e, come se non bastasse, sia un favore alla mafia, perché in certi ambienti cancerogeni molti di questi mafiosi una volta defunti passeranno da eroi.
In tutti i casi penso che quello che debba far inorridire non sia tanto la notizia che alcuni boss siano usciti per motivi di salute ma, soprattutto, il fatto che siano stati messi alla gogna mediatica quei magistrati che hanno rispettato una legge dello Stato. (by Carmelo Musumeci)

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La giustizia ai tempi del Covid-19

Posted by fidest press agency su mercoledì, 6 maggio 2020

«L’emergenza Covid-19 ha dato evidenza alle potenzialità di una parte del nostro Paese che spesso sono soffocate dalla presenza di una minoranza, perché di minoranza si tratta, rappresentata dalla criminalità. Mai come in questa vicenda mi sono sentito fiero delle mie radici. Ho sempre pensato che il nostro Paese sia unitario. Qualcuno, invece, ha iniziato a pensare all’unitarietà dell’Italia quando si è subodorata la possibilità che potessero esserci nuove prospettive di tipo commerciale ed economico». Lo ha dichiarato il Procuratore Capo presso la Procura della Repubblica di Salerno, Giuseppe Borrelli, che è intervenuto al talk #GiffoniAUnMetroDaTe condotto dal direttore di Giffoni Opportunity, Claudio Gubitosi, con la partecipazione di due giffoners, Elena Manco, 19 anni, e Pietro Rapuano, 21 anni, entrambi studenti di Giurisprudenza, che hanno sottoposto al Procuratore domande e sollecitato spunti di riflessione. Un confronto che il procuratore ha molto apprezzato: «Sono onorato di partecipare ad un gruppo di lavoro come questo – ha spiegato –in un contesto tanto apprezzato come Giffoni, una delle poche realtà in Italia note positivamente».Il mondo della giustizia ai tempi del coronavirus, cos’è successo? Come si sono riorganizzati gli uffici giudiziari e quale effetto resterà di questa fase sul sistema giudiziario? «Quello che è successo – ha spiegato il procuratore capo di Salerno – ha cambiato il modo di rapportarci nella quotidianità. La Procura è stata la cartina di tornasole di questi cambiamenti avvenuti, molti dei quali in termini negativi, perché il momento che abbiamo vissuto e che stiamo vivendo è drammatico. Ci sono stati, però, anche aspetti positivi. La prima cosa che ho fatto è stata quella di allontanare i dipendenti ed i collaboratori dagli uffici quanto più possibile. Ho dovuto razionalizzare l’impiego del personale amministrativo, parliamo di circa cento dipendenti. Abbiamo creato presìdi che assicurassero i servizi essenziali. Questo ha comportato di fatto un blocco dell’attività giudiziaria. La telematica moderna, però, ci ha consentito di fare nel giro di un mese e mezzo più passi in avanti di quanti se ne siano fatti in anni di lavoro. Tanti gli sbarramenti che sono stati superati. Pensate ad esempio che qualche giorno fa ho fatto un interrogatorio in video-conferenza. Tutto quello che sta succedendo anche nella nostra organizzazione di lavoro è stata la conferma che, come italiani, diamo il meglio di noi in condizioni di emergenza».Con il ritorno alla normalità questi cambiamenti cederanno il passo all’organizzazione tradizionale del lavoro? «Sarebbe positivo che qualcosa di questa fase rimanesse perché la tecnologia oggi offre strumenti che sono utili se non si ci sono, però, estremizzazioni – è l’augurio del dottor Borrelli – Se utilizzassimo quanto di positivo è emerso in questo periodo, potremmo determinare un buon cambiamento del sistema».A cambiare anche le tipologie di reati che in questa fase sono stati commessi con la gente sempre a casa e le abitudini completamente stravolte dal lockdown: «Sono aumentati i crimini informatici, come era immaginabile – ha illustrato il Procuratore Capo di Salerno – su questo abbiamo un grosso ritardo. Il fenomeno ha assunto proporzioni gigantesche e non esiste una preparazione specifica al contrasto. Abbiamo reparti specializzati come la Polizia Postale o alcuni nuclei della Guardia di Finanza, ma la loro consistenza numerica è molto limitata. Il web offre numerosissime possibilità di diventare vittime di reati. Si pensi alle truffe online ad esempio. A questo si aggiungano i tentativi di adescamento, il fenomeno della pedo-pornografia. C’è una vasta gamma di reati in questo senso cui si è aggiunto l’utilizzo dei social e il fenomeno delle fake news. E’ una realtà pericolosa che non ha rilievo penale ma che ha un suo evidente peso nella misura in cui condiziona gli orientamenti delle persone. In questo senso ci dovremmo attrezzare anche con interventi normativi nuovi. Il fenomeno è complesso perché si corre il rischio di determinare limitazioni di diritti garantiti costituzionalmente come il diritto alla libera manifestazione del pensiero».

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Ministro Giustizia sblocchi risorse per avvocati d’ufficio

Posted by fidest press agency su mercoledì, 29 aprile 2020

“Gli avvocati da tempo non ricevono i compensi che hanno maturato e per altro già deliberati dai magistrati per l’espletamento delle difese di ufficio. Ciò è la conseguenza del mancato trasferimento dei fondi alle autorità giudiziarie da parte del Ministero della Giustizia. Per questo ho presentato un’interrogazione per sapere dal ministro Bonafede quando intende sbloccare questa grave situazione, che merita la massima urgenza”. A dirlo il senatore di Fratelli d’Italia, Nicola Calandrini, capogruppo in Commissione Bilancio.”I fondi per liquidare le parcelle degli avvocati di ufficio infatti, continua il senatore Calandrini, stando a quanto si apprende dalla corrispondenza tra Consiglio nazionale forense e Corte di Appello di Roma, sarebbero esauriti. Questa grave criticità si somma allo stallo dell’intero settore giudiziario dovuto alle disposizioni di contenimento del contagio da Covid-19, che impediscono agli avvocati di esercitare la loro attività professionale. Come se non bastasse, gli avvocati non hanno ancora visto ricevuto l’esiguo bonus da 600 euro da parte della cassa forense. Per supportare questa categoria così ingiustamente penalizzata ho proposto anche al ministro competente di inserire già nel prossimo ‘decreto aprile’ apposite forme di compensazione orizzontale per i crediti già determinati dall’autorità giudiziaria per compensi da difese d’ufficio non ancora corrisposti, con qualsiasi forma di tassazione diretta o indiretta statale, quali IMU, Irpef, Iva”.”Resta tuttavia necessario che le risorse necessarie per il pagamento dei compensi arrivino quanto prima. Mi attendo una risposta che possa dare sostegno agli avvocati, che oggi sono nelle condizioni di non poter lavorare e di non avere altre forme di sostegno economico, neppure quelle già maturate” conclude il senatore Calandrini.

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