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Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 302

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Banca Italia e il suo governatore: Il caso Renzi

Posted by fidest press agency su venerdì, 20 ottobre 2017

banca d'itaa“Trovo grottesco che Renzi si chiami fuori quando per primo non ha mai fatto convocare il Comitato di Sicurezza Finanziaria, pur emergendo crisi di rilievo, e in secondo luogo ha fatto adottare il bail in pur non capendo cosa fosse e questa è una colpa che riguarda non solo lui ma tutte le classi dirigenti, inclusa la Banca di Italia”. Con queste parole Giulio Tremonti a Focus Economia di Sebastiano Barisoni su Radio 24 critica il comportamento di Renzi in merito alla mozione contro Visco e aggiunge: “Trovo aberrante quello che ha fatto Renzi, cioè metterla in termini di regolamento dei conti sul passato. A lui non interessa che vada il migliore, gli interessa dissociarsi in campagna elettorale dalla Boschi e da Etruria e da quelle attività non particolarmente positive che hanno fatto da quelle parti”. Giulio Tremonti sottolinea ancora a Radio 24: “Renzi non ha mai fatto il suo dovere sul comitato di sicurezza, che è scomparso, e soprattutto non ha capito che il bail in è stato la causa di tutto questo, l’Italia poteva rinviarlo, io avevo scritto contro il bail in e ho votato contro. Devono essere assolti per non avere compreso il fatto”.Sulla nomina del nuovo Governatore l’ex ministro Giulio Tremonti chiarisce a Radio 24: “La nomina la deve fare il Capo dello Stato. La legge dà al Capo dello Stato un grossissimo potere, un’indicazione viene dal Governo, ma la nomina la fa il Capo dello Stato. L’interesse del paese è che il Capo dello Stato nomini una persona capace, fuori dalle polemiche della campagna elettorale. Non dobbiamo dire uno o l’altro nome, è responsabilità del Capo dello Stato, ma non dobbiamo fare l’errore di utilizzare la nomina per fare vendetta”.

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Palermo: Crocetta a un bivio

Posted by fidest press agency su venerdì, 17 luglio 2015

crocetta“Il gesto del governatore Crocetta di autosospendersi è la scelta obbligata sul piano etico e morale. La frase pronunciata da Matteo Tutino ha offeso la popolazione siciliana. Auspichiamo che l’autosospensione sia propedeutica a una riflessione che porti in breve alle dimissioni e quindi al voto”. A dirlo è Nino Minardo, deputato del Gruppo Area Popolare (Ncd-Udc). E conclude: “la frase riportata nelle intercettazioni è un fatto grave che calpesta il ricordo di Borsellino e offende chi cerca di perpetrarne la memoria. Inoltre, lede la dignità del popolo siciliano. Solidarietà, pertanto, a Lucia Borsellino che con le sue dimissioni aveva già manifestato l’inadeguatezza politica del governatore Crocetta.

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Il governatore della California e i quattro voti repubblicani

Posted by fidest press agency su lunedì, 27 giugno 2011

“Firmare questa proposta di bilancio significherebbe lo stesso disastro per il prossimo anno”. Parla Jerry Brown il governatore della California, mentre spiega l’imposizione del suo veto alla proposta approvata dalla Camera statale per fare quadrare i conti per l’anno 2011-12.
Imporre un veto alla proposta del bilancio non succedeva in California dal 1901. Poi bloccare la proposta approvata con voti solo democratici, il partito di Brown, vuol dire che qualcosa non funzionava. Il problema ovviamente è di colmare il buco di 9,6 miliardi di dollari per l’anno prossimo che i legislatori democratici hanno compiuto con il loro decreto usando i soliti “trucchi” degli anni passati quando il governatore era Arnold Schwarzenegger. Alcuni di questi dispositivi poco trasparenti sarebbero di rimandare fondi dovuti alle scuole più nel futuro, vendere alcune proprietà dello Stato, ed altre misure ritenute inaccettabili dal governatore. La pressione dei legislatori democratici di approvare il bilancio a tempo gli veniva dal nuovo referendum dell’anno scorso il quale toglie lo stipendio ai legislatori se il bilancio non è approvato entro il quindici giugno. Per quanto riguarda i democratici alla Camera e Senato statali il lavoro era fatto.
Il segretario di Stato però, John Chiang, che dovrebbe firmare gli assegni degli stipendi, ha deciso che il bilancio approvato non soddisfa i requisiti legislativi e quindi niente soldi. I legislatori potranno fare ricorso ai tribunali ma nel frattempo solo i ricchi legislatori potranno farcela fino a fine mese. I democratici hanno spiegato che non avevano scelta. Impossibile colmare il buco al deficit senza l’estensione alle tasse approvate dall’amministrazione precedente che scadranno fra breve. Brown durante la campagna elettorale dell’anno scorso aveva promesso che non avrebbe aumentato le tasse senza l’approvazione degli elettori. Il suo piano era di presentare un referendum all’elettorato ed estendere le tasse approvate dal suo predecessore. Non ci sarebbe dunque un “aumento” nuovo ma un’estensione. Le mani di Brown sarebbero state meno sporche dal “sangue” delle tasse. Per procedere con il referendum però bisognava che la legislatura lo approvasse, procedura che richiede i due terzi dei voti. Tutti i democratici avrebbero votato a favore ma Brown aveva bisogno di quattro repubblicani, due alla Camera e due al Senato. Dopo quattro mesi di negoziazioni con una mezza dozzina di legislatori repubblicani Brown non è riuscito a trovare i suoi voti. Durante la campagna elettorale Brown aveva chiarito che data la sua lunga esperienza a Sacramento, soprattutto i suoi due mandati a governatore (1975-83), sapeva navigare le rapide politiche. La sua avversaria, Meg Whitman invece, era politicamente “un’apprendista”, come lo era stato Arnold Schwarzenegger. Sembra però che anche un politico esperto come Brown non riesca a creare un clima politico bipartisan. La realtà è che molti cambiamenti sono avvenuti negli anni dopo i primi due mandati di Brown. Il clima politico è diventato più estremista e persino tossico. I moderati di destra sono tutti scomparsi e si sono rifugiati nella loro promessa solenne di mai e poi mai aumentare le tasse. Ciò non avveniva nel passato ai tempi di Ronald Reagan quando l’opposizione alle tasse in crisi economiche veniva messa da parte. Reagan, per esempio, sia da governatore della California che da presidente, aumentò le tasse parecchie volte. Il problema dunque per la California, 38 milioni di abitanti, ottava potenza economica mondiale con un Pil che rivaleggia le nazioni più importanti, consiste dell’incapacità di offrire agli elettori stessi la scelta di aumentare le tasse o no. Chi ha paura? Certo di più i repubblicani, schiavi della loro “religione” antitasse. Dal canto loro, i democratici, che al momento controllano ambedue le camere e il potere esecutivo, non hanno la supermaggioranza per governare. I repubblicani dunque, nonostante la loro minoranza, riescono a bloccare l’approvazione del bilancio che potrebbe avere serie conseguenze alla fragile ripresa economica dello Stato ma anche del Paese. La stessa situazione di stallo avvenuta a Washington nei primi due anni dell’amministrazione di Barack Obama è presente in California. Ma se il governo federale non deve assolutamente fare quadrare il bilancio, la California non ha questa scelta. Si avranno i tagli draconiani promessi da Brown o all’ultimo minuto i quattro repubblicani richiesti vedranno la luce? (Domenico Maceri)

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Elezione Usa: Il ruolo di Romney

Posted by fidest press agency su lunedì, 21 marzo 2011

“Mi piace il presidente Obama” ma non ha “nessun’idea su come creare posti di lavoro.” Ecco cosa ha dichiarato Mitt Romney al New York Times. Romney, candidato alla nomination presidenziale repubblicana nel 2008, si presenta come uno dei più papabili per la prossima corsa che non è ancora ufficialmente iniziata. Nel caso di Romney, però, gli indizi sono chiari che lui ci riproverà, essendo arrivato vicino al bersaglio la volta scorsa. Ovviamente non sarà facile ma l’ex governatore del Massachusetts ha buonissime chance. A cominciare dalla raccolta di fondi nella quale è considerato al primo posto fra i possibili aspiranti all’opportunità di sfidare Obama l’anno prossimo. Infatti, Romney è così efficiente con l’aspetto economico che ha persino speso non pochi quattrini ad aiutare altri candidati repubblicani con contributi. Il suo gruppo Free and Strong America ha già donato più di 300 mila dollari a candidati alla Camera ed al Senato quest’anno.Romney sta usando il suo potere di raccogliere fondi per spianarsi il terreno al livello nazionale e crearsi alleanze con i leader in parecchie parti del Paese. Il problema  per lui dunque non sarà l’aspetto economico che è di vitale importanza nelle costosissime elezioni presidenziali americane. Per quanto riguarda le idee si tratta di un’altra cosa. Romney è visto da molti analisti come un  candidato che farebbe qualunque cosa per vincere.  Da governatore del Massachusetts  fra il 2002 e il 2007 Romney ha firmato una legge sulla sanità del suo Stato che riflette in linea generale la riforma approvata dal governo americano l’anno scorso. Una delle caratteristiche principali  di ambedue i programmi è la disposizione che obbliga tutti a comprare l’assicurazione  medica.Adesso però Romney vuole fare abrogare la riforma federale sulla sanità creandogli così l’immagine di “flip-flop”, politico voltafaccia secondo la situazione. Questa instabilità di Romney si vede anche chiaramente con il suo spostamento a destra nelle sue posizioni sull’aborto e sul ruolo dei gay. Nell’elezione del 2008 Romney aveva iniziato la campagna presentandosi come un uomo di affari che sa creare posti di lavoro. Poi però si spostò sul campo sociale cercando di ricrearsi. Ebbe abbastanza successo riuscendo a vincere le primarie in 11 Stati con il 21% dei voti, classificandosi al secondo posto dopo John McCain. Questi cambiamenti sono decisamente politici dato che per potere avere delle chance e vincere la nomination del suo partito Romney deve dirigersi agli elementi più conservatori.  Questa svolta a destra è anche dimostrata dai legami e contatti di Romney. Recentemente ha ricevuto l’appoggio economico di David Koch, l’ultra conservatore magnate che ha anche supportato gruppi di estrema destra come i membri del Tea Party. Una volta poi ottenuta la nomination del suo partito egli farebbe ciò che tutti i candidati sono costretti a fare e spostarsi verso il centro onde ottenere una buona percentuale degli elettori indipendenti che eventualmente decidono gli esiti finali. Supponendo che Romney riesca a conquistarsi la nomina repubblicana dovrà ricrearsi e sottolineare le sue qualità positive per risolvere i problemi del Paese. Fin ad oggi si è limitato a dire che lui viene dal mondo degli affari e sa creare posti di lavoro. L’evidenza però   non è apparente e Romney si limita a parlare in generalità. Una delle poche eccezioni è stata la sua recentissima proposta di offrire incentivi fiscali ad aziende americane che hanno esportato posti di lavoro altrove e riportare in patria le loro fabbriche.  La realtà è che Romney è fondamentalmente un repubblicano moderato il quale si è spostato a destra una volta uscito dalle acque Statali del Massachusetts, un Stato principalmente liberal. In questo processo Romney ha seguito il Partito Repubblicano che si è spostato ulteriormente a destra,  in parte per l’ascesa del gruppo dei Tea Parties, nato principalmente come reazione anti-Obama. La sfida per i candidati repubblicani sarà quella di mantenere unito il partito durante le primarie e poi di sperare che l’economia non si riprenda. In caso contrario poco importerà chi sia il candidato repubblicano perché Obama diverrebbe imbattibile. (Domenico Maceri)

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“Hawaii Five-0”- “Blue Bloods”

Posted by fidest press agency su domenica, 27 febbraio 2011

Roma  2 marzo ore 11.00 Sala A viale Mazzini, 14 (entrata via Pasubio, 7) Presentazione e visione di  “Hawaii Five-0”- “Blue Bloods”  Hawaii Five-0: cop series su una task force speciale che opera al servizio del governatore  delle Hawaii; Blue Bloods: le vicende della famiglia Reagan, i cui componenti, da generazioni, lavorano come poliziotti presso in New York City Police Department.  Al termine della proiezione di “Hawaii five-0” e di un estratto di “Blue Bloods”, ore 12.00 circa, incontro con il Direttore di Raidue Massimo Liofredi, il capostruttura cinema e fiction Giorgio Buscaglia e Giovanni Pedde di CBS Studios International  In onda su Rai 2, da domenica 6 marzo ore 21.45

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U.S.A.: L’astensione al voto

Posted by fidest press agency su mercoledì, 27 ottobre 2010

La venticinquenne assistente nel laboratorio di lingue alla mia scuola non ha mai votato in vita sua. Meg Whitman, cinquantaquattro anni, l’ultraricca candidata repubblicana a governatore della California, ha anche lei votato solo sporadicamente. La prima non aveva mai visto la necessità di votare. La seconda ha dichiarato di non essere orgogliosa della sua mancanza ma lo ha spiegato dicendo che era stata occupata con il lavoro e la famiglia. Nessuno dei due casi è atipico. Spesso una buona fetta dell’elettorato americano non si presenta alle urne. Le cifre di assenteismo non sono insignificanti. L’astensione  si aggira spesso sul cinquanta per cento. Una delle più basse astensioni è avvenuta nell’elezione presidenziale del 1960 quando il sessantadue percento degli americani si presentò alle urne. Nell’elezione presidenziale del 1996 solo il 49% partecipò.
Le cifre nelle elezioni di midterm sono sempre più basse perché l’assenza di candidati presidenziali attira meno partecipanti. In questo tipo di elezione l’assenteismo arriva e spesso oltrepassa il sessanta percento. Nell’ultima elezione di questo tipo avvenuta nel 2006 solo il trentacinque percento ha partecipato.  Chi guadagna quando la gente non vota? In linea generale il Partito Repubblicano ottiene grossi vantaggi perché i poveri e meno abbienti quando votano scelgono il Partito Democratico. Ecco come si spiega il fatto che il Gop cerca sempre di spingere per rendere il voto più complesso e difficile. Ciò avviene in parte creando ostacoli alla pertecipazione al voto. Spesso le contee che sono responsabili per condurre le elezioni non spendono abbasanza soldi per il materiale e gli strumenti necessari. Non è atipico dovere affrontare lunghe file nelle contee con poche risorse oppure utilizzare delle macchine elettorali vecchie che causano problemi al conteggio. Perché non vota la gente? Una risposta all’apatia è che le elezioni non hanno valore e che nulla cambierà dato che i politici sono tutti bugiardi e corrotti. Questo è infatti il messaggio del Partito Repubblicano che non fa altro che parlare di meno governo perché l’iniziativa privata sa fare tutto meglio dei burocrati. Nonostante questo messagio gli elettori di fede repubblicana partecipano in numeri più alti degli elettori che tendono verso il Partito Democratico. Non era sempre così.  Fino agli anni 60 molta più gente votava in quanto esisteva un grande divario fra i ricchi e i poveri che in un certo senso si ridusse con i programmi sociali del New Deal di Franklin  Roosevelt e la Great Society di Lyndon Johnson del 1964. L’azione del governo con spinte principalmente del Partito Democratico a beneficio dei cittadini ha avuto l’effetto contrario alla partecipazione al voto. Una volta ridotta l’importanza della questione economica che spingeva molti a votare, le questioni importanti divennero di natura ideologica come i diritti dei gruppi minoritari, la religione, la definizione della famiglia, i gay, ecc. Sono queste delle tematiche che in grande misura hanno attirato elettori repubblicani alle urne.
Nell’ultima elezione presidenziale i giovani ed i gruppi minoritari si sono presentati alle urne in massa ispirati in grande misura dal carisma di Barack Obama. Nell’elezione di midterm di quest’anno del 2 novembre si prevede un forte calo. Si tratta di una situazione triste perché la vittoria repubblicana di una o ambedue le camere continuerebbe a legare le mani dell’agenda legislativa di Obama. Spianerebbe il ritorno di una conquista della Casa Bianca al Partito Repubblicano. La mancanza di votare si nota però in modo significativo nelle situazioni locali. Nella California del Sud, la cittadina di Bell, non lontano da Los Angeles, è stata fonte di problemi per i cittadini. La giunta comunale di Bell era riuscita mediante elezioni speciali a farsi percepire salari stratosferici. Eventualmente tutto è venuto a galla. Si è saputo che in una di queste elezioni solo il 2% dei cittadini aveva votato. Alla fine, la responsabilità per i governanti è dovuta alla partecipazione o mancanza di essa da parte degli elettori. Il voto non è solo un diritto ma anche un dovere che ci protegge dalla possibile tirannia dei nostri eletti. (Domenico Maceri)

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Sos banche zombie

Posted by fidest press agency su domenica, 17 ottobre 2010

La recente dichiarazione del governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, sul rischio rappresentato anche in Europa da certe «banche zombie» è veramente inquietante. Non tanto per il colore delle parole usate quanto per la pesante verità che esse nascondono.  Draghi ha detto che «alcune banche sono diventate molto dipendenti dalle emissioni di liquidità  della Banca Centrale Europea, sono diventate addicted rispetto ai fondi ottenuti». Esse hanno preso a prestito a zero tasso di interesse la liquidità che la Bce da due anni sta fornendo a piene mani. Si tratta di una replica minore del «quantitative easing», cioè dell’espansione della base monetaria attivata dalla Federal Reserve americana. I soldi ottenuti in prestito dalle banche sono stati utilizzati dalle stesse per operazioni ad alto rischio, con l’intento di un’immediata redditività finanziaria. Come abbiamo più volte sottolineato, certi settori più aggressivi del mondo bancario hanno sfruttato l’emergenza finanziaria per accaparrarsi fondi da «giocare» sui tavoli della speculazione. Proprio come prima della crisi.  Queste banche hanno abusato del moral hazard, sottovalutando i rischi e confidando sempre negli stati come creditori di ultima istanza. Cosa succederebbe se i tassi di interesse dovessero salire per contenere i rischi inflazionistici di una liquidità smisurata? Avremmo una nuova reazione a catena di collassi bancari innestata su un sistema fortemente indebolito da due anni di recessione e già enormemente indebitato.  Draghi dovrebbe dirci se simili zombie bancari esistono anche in Italia. Di certo alcune banche irlandesi entrano a pieno titolo in questa categoria. L’anno scorso una parte dei loro titoli tossici, circa 80 miliardi di euro, furono trasferiti nella National Assets Management Agency (Nama), una sorta di bad bank messa in piedi dal governo di Dublino. Adesso si prospettano altri aiuti per circa 50 miliardi di euro per tamponare le nuove falle della Anglo Irish Bank e della Allied Irish Bank. L’Irlanda rappresenta un rischio concreto per l’Europa e per le banche internazionali, soprattutto europee, che sono esposte per 844 miliardi di dollari immessi nell’economia irlandese. Questo piccolo stato, con una popolazione pari a quella del Lazio, con un Pil in caduta libera e con un deficit di bilancio del 32% previsto nel 2010, è diventato una piccola «bomba atomica finanziaria». I primi a soffrire sono gli stessi irlandesi ma i rischi sono per l’intera Europa.  Si consideri inoltre che la Fed e la Bce sono in continua fibrillazione per la crescente bolla del debito pubblico degli stati. Entrambe hanno deciso di acquistare i rispettivi titoli di stato per evitare rischi di insolvenza, ma anche per cercare di contenere i tassi di interesse sui titoli stessi ed evitare buchi di bilancio più grandi. Dal programma di salvataggio della Grecia di maggio, la Bce ha acquistato circa 65 miliardi di euro di obbligazioni emesse dai singoli stati europei. Tanti, ma pochi rispetto agli acquisti di Treasury bond fatti dalla Fed.  Queste politiche hanno fallito il loro scopo di riportare l’economia globale fuori dalla crisi. Anche Obama ha riconosciuto che lo squilibrio del bilancio americano è insostenibile. Adesso si appresterebbe ad apportare tagli di bilancio che faranno sentire gli effetti negativi sulla produzione e sull’occupazione, mentre però la liquidità continua a rifluire verso i settori finanziari. È un mix esplosivo. Perfino il Fondo Monetario Internazionale recentemente ha evidenziato il danno che l’eccessiva forbice di «bassi tassi di interesse e tagli di bilancio» produrrebbe nel breve periodo al sistema economico. E’ anche da prendere come un serio avviso la recente ipotesi di studio sul rischio di «iper inflazione» fatta dall’International Accounting Standards Board (IASB), l’ente responsabile dei principi contabili internazionali. Nonostante il tanto parlare di grandi riforme, il sistema finanziario continua ad operare come prima. Basti un dato. L’ultimo bollettino dell’Office of the Comptroller of the Currency (Occ) americano sull’andamento dei derivati finanziari Otc conferma che a giugno, alla fine del secondo trimestre 2010, essi sono aumentati di 9 trilioni di dollari, pari al 3 % rispetto al trimestre precedente. Se l’economia americana va alla deriva con un deficit di bilancio di 1.500 miliardi di dollari, come è possibile che si tolleri un’ulteriore crescita della speculazione? Si avrà la forza di deliberare un’effettiva exit strategy a Seul il prossimo novembre? (di Mario Lettieri Sottosegretario dell’economia nel governo Prodi e Paolo Raimondi Economista fonte Italia oggi)

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Lombardo a clandestinoweb com

Posted by fidest press agency su mercoledì, 22 settembre 2010

Il Governatore della Sicilia è stato intervistato da Clandestinoweb.com. Riportiamo il testo con le domande e le risposte:
D.Il sottosegretario Gianfranco Miccichè ha detto: “Oggi Lombardo preferisce una follia tecnica”.
R.“Io ho detto ieri che la prima riforma che dobbiamo fare si chiama abolizione delle province, ma è il decentramento dei poteri della Regione e del suo presidente. Il presidente potrebbe fare il sultano, vivere sereno per il resto dei suoi giorni lui con tutta la sua famiglia allargata, perché c’è troppo potere, spesso mal governato, che si concentra nella regione. Tutti questi poteri devono passare ai comuni in modo che anche il presidente ne abbia di meno e nessuno perda la testa per fare il presidente della Regione. Miccichè vuole fare il presidente? Mi auguro che si troverà un presidente con pochi poteri: di ispirazione, di progettazione, di individuazione di una strategia e di controllo dell’assemblea del governo e del presidente”.
D. C’è chi parla di elezioni anticipate in Sicilia. E’ fiducioso nella permanenza del suo governo? E si ricandiderebbe a guida della sua regione?
R.“Io vado avanti lungo questa strada e non cambio direzione. Se ci sono le condizioni si va avanti per un mese, per un anno, per mille, mi auguro sempre sulla strada dell’autonomia e non del tradimento e dello sfruttamento della Sicilia come è stato fino ad oggi. Se non ci sono le condizioni non tradisco né la mia coscienza né i siciliani. Si vede che non è il caso e non è il momento e se ne parlerà tra un secolo o chissà quando”.
D. In futuro prenderebbe in considerazione un’alleanza con Miccichè per la creazione di una Lega Sud?
R.“Se la Lega Sud è Lega Sud non può essere subalterna né a Berlusconi né a Prodi. Un partito autonomista come quello del trentino può fare accordi con tutti nell’interesse del territorio. Micchichè ha dichiarato che così fa un favore a Berlusconi e a Bossi. Mi pare che l’abbia sparata grossa e che l’abbia sbagliata del tutto. Una Lega del sud, un partito autonomista si allea con o contro Berlusconi nell’interesse del territorio. Se è legato a priori è chiaro che il Berlusconi di turno se ne fotte degli interessi di quel partito e del territorio che pretende di rappresentare, ma che in fondo tradisce”.
D. Il 28 settembre ci sarà il discorso del premier alla Camera. Lei voterà i 5 punti e la fiducia a Berlusconi?
R.“Vedremo cosa c’è nei cinque punti per il Sud. Sarà un voto condizionato al programma e non alle parole o alle chiacchiere. Risorse, scadenze e quant’altro. Credo che per il Sud ci saranno soltanto le parole. Spero di no”. (Alessandra Lanzi)

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Ricorso contro il governatore Cota

Posted by fidest press agency su venerdì, 16 luglio 2010

L’esponente della Lega Roberto Cota rischia la presidenza alla guida del Piemonte. A mettere in discussione la dirigenza dell’ex segretario del Carroccio e il responsabile del Tar piemontese Franco Bianchi, che stanotte ha accolto il ricorso di due liste di centrodestra (“Consumatori” e “Al Centro con Scaderebech”) , determinando che si prosegua entro trenta giorni al riconteggio di 15.000 schede elettorali.“Non metto in discussione il presidente Cota ma è importante dare trasparenza dal punto di vista della legalità ai cittadini onesti, che hanno votato, – commenta Roberto Soldà, vicepresidente dell’Italia dei Diritti – poiché il nostro paese si fonda su principi improntati alla legittimità costituzionale e al rispetto delle regole”. Il Tar della Regione piemontese ha agito con l’intento di capire se gli elettori votando le liste “Al Centro con Scaderebech” e “Consumatori”, hanno esternato anche la preferenza a Cota, eletto alle scorse regionali con 9.372 voti. Sentenza mal digerita dal neo presidente, che ricorrerà al Consiglio di Stato. “Un atto dovuto quello del Tar – conclude Soldà – che ha avuto dei validi motivi per accogliere il ricorso”.

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Nuovo Governatore in Tibet

Posted by fidest press agency su lunedì, 18 gennaio 2010

Con la nomina di un militare di lunga data a nuovo governatore del Tibet, il governo cinese ha reso evidente, secondo l’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) che il Tibet è considerato un problema militare e che in prospettiva aumenterà il ricorso alla violenza. L’aver ora nominato un ex-militare a questa delicata posizione rappresenta un duro colpo per tutti quei politici stranieri, e in particolare europei, che si sono impegnati per favorire un dialogo credibile tra Pechino e il governo in esilio del Dalai Lama. Il tibetano Padma Choling, che tra il 1969 e il 1986 è stato al servizio dell’Esercito di Liberazione popolare cinese, ha ricevuto oggi la nomina dal Parlamento regionale tibetano a successore del vecchio governatore Qiangba Puncog, ritiratosi per motivi di anzianità. Il nuovo governatore ha 58 anni ed è considerato un fedele sostenitore della politica del governo cinese. Dopo gli scontri sanguinosi della primavera del 2008 il Governo cinese probabilmente non ha intenzione di valutare le motivazioni che hanno portato agli scontri ma sembra piuttosto evidente la volontà di continuare con la linea dura della persecuzione degli attivisti per i diritti umani in Tibet. Nel suo discorso dopo la sua nomina il nuovo governatore ha ribadito l’importanza di concetti quali la “stabilità” e “l’unità della Cina”: si opporrà quindi con determinazione ad ogni tentativo di “secessione”.

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Regione Lazio e le donne governatore

Posted by fidest press agency su lunedì, 11 gennaio 2010

Oggi le candidature di segno opposto alla regione Lazio sono al femminile: I radicali hanno messo in campo Emma Bonino e in questo modo hanno spiazzato il Pd che alla fine ha ammesso che possono anche votarla, salvo colpi di mano dell’ultima ora. Il Pdl ha giocato sul carisma e la popolarità di Renata Polverini, una sindacalista di destra che sa il fatto suo e che non è sgradita ad un certo ambiente cattolico e di centro tanto che il segretario dell’Udc Cesa si è affrettato a darle il sostegno del suo partito. Sulla carta la Polverini è vincente di molte lunghezze, se stiamo ai primi sondaggi d’opinione, ma anche a quanto si dice in giro tra la gente. La Bonino, per certuni, è troppo “radicale” in quanto ha da sempre sposato la causa laica e non è certo accettata di buon grado negli ambienti cattolici e che possono contare di un ampio consenso elettorale in specie ora che il Santo Padre non nasconde le sue simpatie per il premier Berlusconi e di riflesso per il suo partito. Sul piano strettamente personale non abbiamo nascosto il nostro interesse per la Polverini e annotate anche le dichiarazioni degli stessi esponenti radicali in suo favore all’indomani dell’annuncio della candidatura della sindacalista. Tanto che lanciammo una proposta: perché non superiamo gli attuali sbarramenti partitici e mettiamo in piedi una coalizione trasversale agli stessi movimenti politici per dare un segnale forte a chi attraverso i partiti alimenta la contrapposizione? Il suggerimento è, ovviamente, caduto nel vuoto. Nella politica italiana prevale il gioco delle tensioni, la reale o fittizia opposizione ritenuti persino essenziali per risvegliare l’attenzione degli elettori. Dovremo, quindi, metterci di buon grado alla finestra per lo spettacolo pirotecnico di due donne al tempo stesso così simili e così diverse. Tutte e due molto battagliere, tutte e due con una grande esperienza, sia pure a livelli politici diversi, tutte e due con un background politico ben radicato ma di diverso segno e intendono rimarcarlo sino in fondo. Chi si pone loro di traverso rischia di ritrovarsi tra l’incudine e il martello e di farsi molto male. (A.R.)

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