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“Fratelli d’Italia considera il Governo Conte una esperienza fallita”

Posted by fidest press agency su sabato, 29 febbraio 2020

“Ed è pronto a presentare una mozione di sfiducia al governo per verificare se ci sia ancora una maggioranza che lo sostiene. Ma insistiamo nel dire che la soluzione per il dopo Conte, a nostro avviso, sono libere elezioni. Non è vero, infatti, come ci viene raccontato da più parti, che oggi non si possa votare, e siamo pronti a dimostrarlo. È inaccettabile che, usando persino il coronavirus, ogni scusa in Italia sia buona per impedire agli italiani di votare. Ogni altra ipotesi che si dovesse mettere in campo non ci troverebbe d’accordo. Dopo due governi nati da un inciucio che non hanno prodotto nulla se non l’immobilismo e i compromessi al ribasso, non crediamo ne serva un terzo, ancora più eterogeneo dei due precedenti. Il giudizio che abbiamo di Conte, Renzi, Di Maio e Zingaretti è lo stesso e coerentemente con il nostro percorso non siamo disponibili a fare accordi con loro. In ogni caso, i voti di Fratelli d’Italia non sono indispensabili per un governo istituzionale, che per noi rimane un inciucio: se altri vogliono possono farlo senza di noi. In quel caso, come abbiamo sempre fatto con qualunque governo, saremo pronti a votare eventuali singoli provvedimenti che dovessimo considerate utili all’Italia». È quanto dichiara il presidente di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni.

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Governo Conte bis: I politici più citati

Posted by fidest press agency su martedì, 24 dicembre 2019

Se Luigi di Maio, ministro degli Affari Esteri e leader del M5S, fa gara a sé risultando il più citato in tv tra i 22 ministri del Governo Conte bis ottenendo ben 13.131 citazioni, alle sue spalle, ben distanziato, c’è il ministro dell’economia ed ex europarlamentare Pd, Roberto Gualtieri (5.864) che, in periodo di manovra finanziaria, è sicuramente al centro dell’agenda politica. Mediamonitor.it, società che gestisce una piattaforma con oltre 1.500 fonti d’informazione online off line utilizzando tecnologia e soluzioni sviluppate da Cedat 85, ha monitorato la presenza sulle principali televisioni nazionali (Rai, Mediaset, La7, SkyTg24) dei ministri dalla costituzione del nuovo esecutivo a guida Giuseppe Conte fino al 4 dicembre scorso. Il titolare del MISE rappresenta in un certo senso una novità nel panorama politico nazionale di primo livello non certo come Dario Franceschini, da tempo nell’agone politico, che guida adesso il ministero dei beni culturali e del turismo ma anche la delegazione governativa del pd, e che si posiziona nel gradino più basso del podio con 2.599 menzioni. Nella classifica di Mediamonitor.it colpisce la presenza al decimo posto della classifica del ministro degli interni Luciana Lamorgese che si ferma a sole 575 citazioni. Nonostante l’importanza del ministero che dirige, Lamorgese, per il suo stesso profilo tecnico, è molto meno esposta sui media, in netta contrapposizione con il suo predecessore Matteo Salvini, oggi leader dell’opposizione. Tra i più citati sulle televisioni nazionali troviamo al quarto e quinto posto due esponenti di rilievo dei 5 stelle: il ministro per lo sviluppo economico Stefano Patuanelli (2.239) seguito da Alfonso Bonafede, ministro della giustizia (1.441). Il primo sospinto dalle numerose crisi aziendali in corso nel nostro Paese e il secondo protagonista della riforma della giustizia a cominciare dal dibattito sul reato di prescrizione. In sesta posizione compare la prima donna: si tratta del ministro delle politiche agricole alimentali e forestali, la renziana Teresa Bellanova con 1.278 menzioni.La segue a distanza Paola De Micheli, ministro delle infrastrutture e trasporti con 794 citazioni. All’ottavo posto c’è il ministro dell’istruzione Lorenzo Fioramonti che, nonostante i cambiamenti apportati all’esame di maturità, si ferma a 661 citazioni. In nona posizione il ministro del sud e della coesione territoriale, Giuseppe Provenzano (611), primo fra i titolari di un dicastero senza portafoglio.
Dopo la Lamorgese, in undicesima posizione troviamo Nunzia Catalfo, ministro delle politiche sociali (538) che precede il ministro della salute Roberto Speranza (454), tra i leader politici di Leu. Anche con l’assegnazione all’Italia delle olimpiadi invernali 2026, il ministro dello sport e delle politiche giovanili Vincenzo Spadafora non va oltre la tredicesima piazza con 428 menzioni. Quattordicesima Elena Bonetti, ministro delle pari opportunità e della famiglia (366) seguita dal ministro della difesa Lorenzo Guerrini (348), tra i leader del Partito democratico.Nonostante la grande attenzione globale verso i temi della sostenibilità e il dibattito sulla plastic tax, l’ex generale dell’Arma Sergio Costa rimasto ancora al ministero dell’ambiente nel Governo giallorosso, si classifica solo sedicesimo con 267 menzioni. Diciassettesimo Francesco Boccia (Pd), ministro degli affari regionali e autonomie (242), quasi a pari merito con Vincenzo Amendola, ministro degli affari europei (240). Chiudono la classifica, Federico D’Inca, ministro dei rapporti con il parlamento (203) e Fabiana Dadone, ministro della pubblica amministrazione (121). Fanalino di coda il ministro per l’innovazione tecnologica e la digitalizzazione, nonché ex assessore del sindaco di Torino Chiara Appendino, Paola Pisano con sole 59 menzioni.

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Governo Conte: Nascita e destino

Posted by fidest press agency su sabato, 14 settembre 2019

By Enrico Cisnetto. Sbaglierebbe di grosso chiunque leggesse il cambio di alleanze di governo, che ha avuto come obiettivo e come conseguenza la marginalizzazione di Matteo Salvini, e ora formulasse il giudizio sul Conte2, senza inquadrare queste vicende nel quadro delle ben più complesse partite che si stanno giocando in Europa, e tra la Ue e gli altri tre grandi player mondiali, Stati Uniti, Russia e Cina. Sarebbe in errore, per esempio, chi dovesse credere che la nomina di Gentiloni a commissario Ue, e per di più agli Affari economici, sia stata una conseguenza, e non invece una delle cause, della nascita della maggioranza 5stelle-Pd. Così come sarebbe fuori strada chi sottovalutasse il significato politico della discesa dello spread iniziata con la rottura del patto 5stelle-Lega, o chi considerasse cosa estranea ai nostri fatti le ultime scelte della Bce e la difficoltà che Draghi ha dovuto registrare nel farle passare. Dunque, cerchiamo dunque di inforcare gli occhiali adatti e di mettere a fuoco la pazza estate italiana nel giusto contesto.Oggi in Europa ci sono almeno tre fronti di guerra lungo i quali si stanno combattendo altrettante battaglie decisive, tra loro fortemente intrecciate. Il primo, e più evidente, è quello che contrappone il mondo europeista a quello sovranista, a far data dal 23 giugno 2016, quando nel Regno Unito il referendum su Brexit ha premiato il leave sul remain. Il secondo è quello che vede l’Europa, e in particolare il paese leader, la Germania, messa in mezzo – fino a rischiare di essere il classico vaso di coccio tra vasi di ferro – nelle ruvide dinamiche mondiali. Il terzo è quello che riguarda l’indirizzo e l’uso della politica monetaria come strumento fondamentale nei rapporti di forza economici, ma anche politici dentro e tra le quattro forze che più comandano nel mondo.Partiamo dal braccio di ferro dentro il Vecchio Continente. La distinzione tra coloro che sono per la sovranità europea e coloro che parteggiano per le sovranità nazionali è un po’ tagliata con l’accetta, ma rende bene l’idea. D’altra parte, basta riavvolgere il film delle elezioni europee di maggio per ricordarsi che lo scontro non è stato tra le quattro forze decisive della politica continentale – le tre famiglie storiche, popolari, socialisti e liberaldemocratici, più i Verdi, ormai consolidati – ma tra queste i nazionalismi di vario genere, specie se di estrema destra (i francesi del Rassemblement National di Marine Le Pen, i tedeschi di Alternative fur Deutschland, gli inglesi di Brexit Party guidati da Nigel Farage, gli spagnoli di Vox) escluso l’ungherese Viktor Orbán, che pur essendo un sovranista doc, è incapsulato dentro il Ppe. Un fronte in cui, negli ultimi tempi, si è prepotentemente inserita la “nuova” Lega di Salvini, che tra l’altro il 26 maggio ha ottenuto la migliore performance politica nazionale. Ma, nonostante il robusto apporto di Salvini e la crescita di altre realtà, la nebulosa nazionalista, però, ha perso.Tuttavia, restava aperta la ferita del governo nazional-populista italiano, cioè di uno dei paesi fondatori della Comunità e il terzo per peso specifico una volta uscita la Gran Bretagna, che a più riprese aveva dato segni di ostilità nei confronti di Bruxelles, oltre che verso Parigi e Berlino. Ferita resa ancor più sanguinante dalla prospettiva di un’ascesa ulteriore di un Salvini che, nel frattempo, si era incautamente spinto da un lato a chiedere agli italiani “pieni poteri” e, dall’altro, a intessere relazioni (qualcuno più prosaicamente dice a trafficare) con il più pericoloso degli interlocutori internazionali, il russo Putin.
Insomma, un pericolo che andava fermato. Legittimamente, aggiungiamo noi, considerato che il processo di integrazione europeo, pur essendo ancora incompleto, è comunque troppo avanti per non cointeressare gli uni alle vicende degli altri. È la nuova dimensione della politica continentale, e tutto si può fare meno che ignorarla o considerarla indebita. Lasciamo dunque alla propaganda e agli stolti l’idea che si sia trattato di ingerenza, e guardiamo ai fatti: in Europa si è fatta politica per mettere all’angolo Salvini. Spingendo i 5stelle prima ad abbandonare l’idea di unire i loro europarlamentari a quelli di Farage (per poi approdare ora, con tutta probabilità, con i Verdi) e poi a schierarsi a favore di Ursula von der Leyen quale nuovo presidente della Commissione Ue. Cosa che il leader della Lega ha considerato un’intollerabile rottura, da cui ha poi fatto discendere, con il concorso di altre cause, l’incredibile suicidio politico dell’apertura della crisi di governo. Un regalo insperato al fronte europeista, che ha subito spinto il Pd ad intavolare la trattativa che poi ha portato al bis di Giuseppe Conte a palazzo Chigi. Che, agli occhi del leader europei, è apparso come l’uomo che stava “normalizzando” il più grande partito populista d’Europa, nato dall’esplosivo mix di anti-politica e rifiuto della democrazia rappresentativa a favore di una non meglio definita democrazia diretta.Basti pensare che Emmanuel Macron aveva telefonato all’allora presidente del Consiglio dimissionario già la mattina dopo il suo intervento al Senato in cui aveva steso il tracotante Salvini, per manifestargli l’apprezzamento per il “coraggio” di quel discorso e offrirgli, anche a nome di Angela Merkel, tutto il sostegno di cui aveva bisogno. Il presidente della Repubblica francese aveva in quella circostanza ribadito che Parigi, al pari di Berlino e Bruxelles, consideravano Salvini “il cigno nero” d’Europa e che se Conte avesse portato fino in fondo l’espulsione del leader della Lega dal governo italiano sarebbe stato “benemerito”. Ergo il nuovo governo avrebbe ottenuto per un esponente di prestigio un incarico di altissimo livello nella Commissione – ecco perché la nomina di Gentiloni, in questo senso per nulla sminuita dalla vicepresidenza con giurisdizione sull’economia data al falco lettone Valdis Dombrovskis, va considerata come uno dei fattori che hanno determinato la nascita del governo M5S-Pd, non una mera conseguenza – e sarebbe stato aiutato a fronteggiare stagnazione e migranti con una disponibilità che non poteva essere offerta a chi aveva dileggiato l’Europa e le maggiori cancellerie continentali, manifestato riserve sulla moneta unica e l’eurosistema. E si era mosso in modo improvvido tanto verso Putin quanto nei confronti di Trump.Ora, però, la partita ha un secondo tempo non meno impegnativo. Perché, come ha spiegato il direttore de La Stampa, Maurizio Molinari, al di là delle sorti di Salvini, Le Pen e degli altri leader sovranisti e populisti, il malessere del ceto medio impoverito dalla recessione, spaventato dai flussi migratori e impreparato di fronte ai nuovi paradigmi imposti dalla globalizzazione e dalla rivoluzione tecnologica digitale, rimane molto alto e chiede risposte che tardano a venire. Ecco perché, al di là dell’influenza che le beghe romane avranno sulla qualità e sulla durata del governo, la vita del Conte2 dipenderà anche e soprattutto dalla convergenza che esso avrà con la Commissione proprio nel gestire il malcontento e nel maneggiare le aspettative del ceto medio e dei ceti produttivi. Così come la premiata ditta “Giuseppe(i) & Ursula” dovrà saper trovare, sul piano della politica estera, la giusta intesa nel fronteggiare la stagione della “nuova guerra fredda” che vede l’Europa – e a maggior ragione l’Italia come paese di frontiera – alle prese con una fedeltà atlantica da ridefinire alla luce delle pazzie di Trump, e con l’aggressività di Russia e Cina, in un contesto multilaterale che non ha le certezze che Yalta aveva dato alla guerra fredda post seconda guerra mondiale. Sul fronte economico, il patto Roma-Bruxelles è agevolato dalla prodigiosa discesa dello spread, ormai a 130 punti – meno della metà di come viaggiava ai tempi giallo-verdi – e avviato a riallinearsi a quello spagnolo (70 punti), come pure dalla nuova fase di “quantitative easing” che Mario Draghi lascia in eredità a Christine Lagarde che gli succede alla guida della Bce e per la quale è fin qui riuscito a superare i freni e gli ostacoli delle componenti europee più ostili alla espansività della politica monetaria, ostilità che rischia di spaccare il fronte europeista proprio ora che sembra riuscire a sconfiggere quello sovranista. Infine, la costruzione di nuovi equilibri europei in materia di politiche di bilancio è agevolata, paradossalmente, anche dalla frenata (con possibilità di recessione) dell’economia tedesca, perché questo potrebbe indurre Berlino a ripensare ad alcune delle (eccessive) rigidità nella gestione della spesa pubblica, spingendo sull’acceleratore degli investimenti comuni europei.Naturalmente l’Italia potrebbe vanificare tutte queste circostanze favorevoli facendo come al solito: omettendo di fare le riforme strutturali, specie quelle che costano – o che tali paiono ad una classe politica debole, pavida e ignorante – in termini elettorali. In questo senso, ciò che più ci ha preoccupato del programma del nuovo governo non è la sua genericità – che in una situazione così fragile pare persino un’opportunità, visto che potrebbe lasciare più spazio al pragmatismo – e neppure la tendenza, su diversi fronti, all’acquiescenza verso alcuni tabù, anzi la somma tra i tabù di una certa sinistra che albergano nel Pd e informano il dna stesso di LeU, e quelli in stile “decrescita (in)felice” o giustizialisti, della prima ora ma duri a morire, dei grillini. No, la cosa che consideriamo più grave è che manca completamente un’analisi – anzi, prima ancora una constatazione – del declino italiano, delle sue cause profonde e delle sue radici lontane nel tempo, e di conseguenza di una proposta su come affrontarlo. Tanta, e pericolosamente illusoria, politica redistributiva – con risorse che non ci sono – e nessuna politica di crescita, al di là della generica necessità di praticarla. Speriamo che Ursula abbia le idee chiare e aiuti Giuseppe (e soprattutto i suoi colleghi) ad averle meno confuse. La sfida è comune, l’auspicio è che lo siano anche i risultati. (fonte: http://www.terzarepubblica.it)

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FederAnziani: buon lavoro al nuovo Governo Conte

Posted by fidest press agency su giovedì, 5 settembre 2019

“A nome dei senior italiani auguriamo buon lavoro al nuovo Governo Conte e al nuovo Ministro della Salute Roberto Speranza”, dichiara il Presidente Senior Italia FederAnziani Roberto Messina. “Il nostro auspicio è che l’impegno del nuovo esecutivo possa dare risposte concrete alle molte emergenze che riguardano il popolo dei senior, colonna portante del nostro sistema sociale e, insieme, categoria su cui incide particolarmente la fragilità”, prosegue Messina, “Per questo chiediamo, in primo luogo, che il lavoro delle istituzioni si erga come continua tutela e garanzia della sanità pubblica e universale, in una costante capacità di ascolto delle istanze reali che provengono dai cittadini. Auspichiamo che il lavoro del nuovo Governo, e del nuovo Ministro della Salute in particolare, vada nella direzione di questo dialogo coi cittadini, impegnandosi ad affrontare snodi cruciali quali il rafforzamento della medicina del territorio, l’aumento del numero dei medici e degli infermieri, il sostegno alla disabilità e alla non autosufficienza, l’implementazione delle politiche di prevenzione ad ogni età. Di fronte a queste emergenze, come Senior Italia FederAnziani, quale organizzazione che rappresenta i senior del nostro paese, siamo pronti, sin da ora, a offrire il nostro contributo, in un dialogo che coinvolga tutti gli attori interessati, con l’obiettivo di promuovere la piena tutela dei diritti”.

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Bene l’avvio del Governo Conte, ora servono nuove risposte per salvare la scuola

Posted by fidest press agency su lunedì, 4 giugno 2018

Anief dà il suo benvenuto al nuovo esecutivo, a quasi tre mesi dalle elezioni che il 4 marzo scorso portarono alla composizione del nuovo Parlamento italiano. È bene, ora, che la maggioranza si impegni con celerità per salvare la scuola dal baratro, iniziando l’opera con la cancellazione del precariato, riaprendo le GaE e assumendo tutti i precari sui 100mila posti vacanti. Da apprezzare, c’è anche la volontà di modificare la Legge Fornero, introducendo quota 100, sempre a patto che quelle della scuola vengano considerate professioni usuranti: a questo proposito, è sempre bene ricordare che si tratterebbe di una norma che riavvicina l’Italia all’Europa, dove l’età media pensionabile è 63 anni, ad iniziare dagli insegnanti.
Marcello Pacifico (Anief-Cisal): Chiediamo di mantenere fede ad alcuni degli obiettivi sulla scuola espressi durante la campagna elettorale e ribaditi nel contratto di governo sottoscritti qualche settimana fa. Ci sono delle parti che se attuate libererebbero la scuola da pesanti fardelli che rischiano di compromettere l’avvio del prossimo anno. Riaprire le GaE, con un decreto d’urgenza, supererebbe la discussa sentenza del Consiglio di Stato che ha messo alla porta oltre 60mila maestri con diploma magistrale. Ma significherebbe anche salvare dal precariato sine die altre decine di migliaia di precari abilitati con i corsi di Scienze della formazione primaria e altre modalità, puree tutti gli abilitati della scuola secondaria. Visto che il nuovo governo ha previsto pure un Ministro dell’Inclusione, mai come ora è giunto il momento di immettere in ruolo i 45mila docenti di sostegno. Dal governo ci aspettiamo che porti anche avanti la volontà di cancellare la chiamata diretta e l’alternanza scuola-lavoro. Ma pure la prevenzione contro il bullismo e l’introduzione dello sport nella primaria, attraverso il laureato in scienze motorie nell’organico di ruolo. Bene pure la volontà espressa di cancellare le classi ‘pollaio’: migliorerebbe le condizioni di apprendimento degli alunni e anche di lavoro dei docenti, oltre a garantire la sicurezza. Viene da sé che anche gli organici del personale subiranno degli incrementi. Sarà un motivo in più per assumere tutti i precari abilitati, ma pure gli Ata con oltre 24 mesi, come ribadito proprio in queste ore dal Parlamento europeo attraverso una risoluzione rivolta a tutti gli Stati membri ma soprattutto in Italia.

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