Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 34 n° 137

Posts Tagged ‘governo monti’

“Più passa il tempo più i disastri del governo Monti vengono alla luce”

Posted by fidest press agency su lunedì, 8 agosto 2016

governo-monti.medium_300L’ultima puntata l’ha scritta la Corte dei Conti, che ha dichiarato illegittimo l’esborso di 3 miliardi di euro a favore della banca d’affari Morgan Stanley inserito frettolosamente da Monti nel decreto cosiddetto “Salva Italia” a dicembre 2011”. Lo afferma, in una nota, il presidente dei deputati di Forza Italia Renato Brunetta.
“Nel pieno della crisi economica – aggiunge –, il principale pensiero dell’allora premier fu infatti pagare i nostri cecchini. Da quel momento lo abbiamo denunciato più volte, e abbiamo agito in Parlamento con interrogazioni e interpellanze al Ministro dell’Economia e delle finanze, Pier Carlo Padoan, chiedendo chiarimenti sul rapporto non del tutto trasparente tra il Tesoro italiano e le banche internazionali che da un lato acquistano i nostri titoli del debito pubblico sul mercato primario e dall’altro – prosegue Brunetta – chiedono in cambio di stipulare costosissimi contratti derivati, con clausole leonine come appunto quella che ha comportato il pagamento di tre miliardi a Morgan Stanley di cui oggi la Corte dei Conti chiede la restituzione. Più volte abbiamo anche interpellato la responsabile del Debito Pubblico italiano, dottoressa Maria Cannata, ponendo gli stessi quesiti posti al ministro e chiedendo l’accesso agli atti. Nessuna risposta ovviamente da nessuno dei due. Né tanto meno è stato possibile visionare alcuno dei contratti incriminati”. Per l’esponente azzurro “Evidentemente sia il ministro Padoan che, forse anche di più, la dottoressa Cannata hanno qualcosa da nascondere. Davanti alla nuova dimostrazione che le nostre richieste non erano peregrine, cosa hanno da dire, quindi, i due interpellati? Cosa ha da dire il disastroso professor Monti? Non dimentichiamo che su questa vicenda indaga la procura di Trani e già molto è venuto alla luce. Ma qualcuno continua a voler nascondere la verità. Noi – continua – non ci arrendiamo e torniamo a chiedere a gran voce al presidente del Consiglio pro-tempore, Matteo Renzi, l’istituzione di una Commissione parlamentare d’inchiesta sui fatti oscuri che nell’estate-autunno del 2011 hanno portato, nel complice silenzio dell’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, alla caduta dell’ultimo governo democraticamente eletto e spalancato le porte al Senatore a vita Monti e ai successivi governi Letta e Renzi. Davanti all’evidenza – conclude Brunetta – non possiamo più tacere”.

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Apertura Governo Monti e dell’AIFA sui nuovi prodotti omeopatici

Posted by fidest press agency su mercoledì, 28 marzo 2012

Disgelo sul tema omeopatia? “Gli emendamenti presentati in Parlamento per sbloccare il dossier omeopatia sono stati stralciati per motivi tecnici, ma per la prima volta ci è sembrato di non percepire particolare ‘ostilità’ da parte del Ministero della Sanità e dell’Agenzia del Farmaco. La speranza che il nuovo corso delle istituzioni inaugurato dal Governo Monti possa finalmente risolvere un empasse che dura da oltre 15 anni, soluzione che è attesa da oltre 10 milioni di italiani che usano questi prodotti, da 20.000 medici che li prescrivono, ed ovviamente da tutte le aziende del settore: un comparto che non conosce crisi e che continua a crescere in fatturato dando sempre maggiori opportunità di lavoro sul territorio in un periodo in generale non felice. Inoltre esiste una convergenza trasversale in Parlamento a favore di questa svolta, la nostra speranza quindi è che presto si possa riaprire questo mercato, ancora penalizzato solo in Italia, allineando il nostro paese alla situazione Europea, e per far questo la qualificata collaborazione dell’Agenzia del Farmaco sarà certamente preziosa” Dr. Alessandro Pizzoccaro, Presidente del CdA di GUNA S.p.A. (Andrea FERRO)

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Governo Monti: il peggiore in assoluto

Posted by fidest press agency su giovedì, 22 marzo 2012

Dall’unità d’Italia non abbiamo memoria di un governo che ha così palesemente messo le mani nelle tasche degli italiani, ma sia chiaro solo riguardo gli italiani che non fanno parte della casta che sono una maggioranza nel paese ma contano quanto un soldo falso.
E’ stato detto: “È inutile chiedere giustizia, diritti e rispetto a un governo come il governo Monti, a Napolitano che lo ha nominato e lo spalleggia. Il governo Monti è illegittimo oltre che illegale e anticostituzionale. Gode della fiducia solo dei banchieri, degli industriali, dei ricchi e dei loro lacchè. È il governo che ignobilmente calpesta la Costituzione e i diritti dei lavoratori, dei precari, dei disoccupati, dei pensionati, dei poveri. Non merita nessun riguardo, nessuna fiducia, nessun rispetto. Inquina il paese, porta la popolazione all’esasperazione e alla disperazione!”
Ma la colpa è soprattutto nostra, per i nostri errori, per la nostra indifferenza. Disprezziamo la politica, ma è pur sempre la politica a governarci e lo farà con sempre maggiore arroganza se noi decidessimo di non andare a votare. Tra qualche anno avremo la “magica” occasione di operare una reale svolta epocale alla politica se concordemente non votassimo gli attuali partiti che ci hanno affossato e che prediligono le candidature di chi ha guai con la giustizia per poterli condizionare a piacimento. Perché non scegliamo i partiti minori della destra e della sinistra e anche del centro scartando il Pd, il pdl e il terzo polo di Casini e di Fini? Si può obiettare: rendete l’Italia ingovernabile. Ma anche se fosse sarebbe meglio del marasma attuale. In effetti non è così perché i partiti così detti minori lo sono proprio perché li votano in pochi per un solo demerito: non hanno soldi, sponsor e contributi pubblici. Ma è un demerito che li rende preziosi perché interessano poco ai soli affaristi della politica e polarizzano, per contro, l’interesse di chi ha un’idea alta della politica e del bene comune. In questo modo si realizza il sogno di quanti vedrebbero una organizzazione delle masse popolari e della loro capacità di prendere in mano il paese e “costituire un governo composto da persone di fiducia disposte a dare forma e forza di legge a provvedimenti che salvaguardino dignità e diritti dei lavoratori e assicurino un lavoro e quanto necessario per vivere a ogni persona disposta a fare la sua parte di lavoro”. E qui si tratta di tutelare due importanti diritti: quello alla vita e a vivere. E vivere significa garantire a tutti l’assistenza, l’istruzione, il lavoro, la sicurezza e una serena vecchiaia. E le risorse non mancherebbero se ci scrollassimo di dosso i parassiti della società che speculano su tutto pur di trarne personale profitto. Ma gli italiani ne avranno la consapevolezza? (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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La “bonaccia” del governo Monti: Quando durerà?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 7 marzo 2012

In questo scenario di crisi dall’esito incerto sono meritevoli le iniziative degli istituti e delle associazioni culturali volte ad approfondire i problemi che abbiamo di fronte a noi. A questo impegno non si è sottratta Koinè, l’Associazione presieduta da Raffaele Morese con una iniziativa di cui richiamiamo le analisi più significative, ritenendo che il loro trasferimento nel pubblico dibattito costituisca l’obiettivo di ogni associazione culturale. La documentazione esaminata ed elaborata dal Fondo Monetario Internazionale in materia dei cosiddetti fondamentali fiscali nel confronto tra i principali paesi tende ad interpretare gli squilibri finanziari di cui soffre il nostro paese non tanto in termini di “deficit” quanto di debito pubblico e dei conseguenti bisogni di rifinanziamento annuo lordo. L’Italia, in altre parole, presenta un indice di “sostenibilità” della spesa pubblica migliore di altri paesi perché gli aggiustamenti fatti in termini di pensione e di sanità (le voci di spesa più importanti) fanno ritenere che gli ulteriori interventi richiesti, in termini di conto economico, per raggiungere l’obiettivo di un rapporto debito pubblico Pil al 60% nel 2030, siano più contenuti rispetto ad altri paesi (Stati Uniti, Francia, Giappone e perfino Germania) che peraltro godono di maggiore credito da parte dei mercati finanziari. Ciò significa che in termini aggregati, il barile della spesa pubblica è stato raschiato per cui lo stereotipo di una Italia sprecona non corrisponde a verità anche se rimangono problemi che riguardano l’efficienza gestionale di questa spesa pubblica che nasconde sprechi e corruzione di cui l’opinione pubblica è ben informata. La vera vulnerabilità del Paese sta nel suo stato patrimoniale, cioè nell’entità del debito pubblico e nelle condizioni imposte dal suo rifinanziamento. Debito pubblico che viene da lontano (anni ’80) e che nel passato non ha mai posto problemi di rifinanziamento, neppure nei periodi di maggiore crisi. Valeva, allora, il principio che i debiti sovrani si rinnovavano in un contesto di compensazione multilaterale dei rischi che garantiva la loro sostenibilità. La novità con cui occorre fare i conti, a partire dal 2008, è l’avvenuta nazionalizzazione dei debiti sovrani per cui ogni paese è sottoposto al giudizio occhiuto dai mercati finanziari e chiamato ad emendarsi, in brevi termini, dei suoi peccati, non potendo contare più sulle garanzie offerte da altri paesi peraltro facenti parte della stessa Comunità economica.Siamo al punto in cui gli squilibri finanziari, per quanti colpevoli, di un Paese piccolo, dal lato economico, quale la Grecia, rischiano di trasformarlo con il suo fallimento nell’”untore” di manzoniana memoria in grado di trasmettere il contagio all’intera Europa e di mettere in pericolo la moneta comune usata da oltre 300 milioni di cittadiniIn questo nuovo scenario si pone anche la vulnerabilità del nostro Paese, il cui debito, detenuto per oltre il 40% dai non residenti, può aprire la falla di una grave crisi fiscale, qualora non si trovassero creditori accondiscendenti. Questo è il contributo di analisi fornito dall’iniziativa della Koiné che ha sollecitato una conseguente riflessione sui possibili interventi correttivi in termini di abbattimento del debito pubblico. Le ipotesi in campo sono molteplici: una patrimoniale o un prestito forzoso sulla ricchezza? Sulla ricchezza immobiliare o mobiliare? Nel primo caso come garantire la liquidità necessaria alle famiglie per fronteggiare i nuovi oneri fiscali? Nel secondo caso si ha una credibile anagrafe dei patrimoni finanziari compresi quelli dispersi nei diversi paradisi fiscali e poi una tale manovra la può fare un solo paese, senza che ciò alimenti una fuga dei capitali? Al di là delle considerazioni economiche si pone anche un problema di legittimità delle eventuali decisioni. Questione centrale della democrazia è quella di difendere il cittadino dal potere costrittivo dello Stato, soprattutto quando interviene sui diritti “acquisiti” per vie legittime, con il proprio lavoro e capacità di iniziativa. I diritti dei cittadini sono sottoposti al potere discrezionale delle maggioranze politiche che si alternano? Si dirà che viviamo in un momento eccezionale, ma sarebbe pericoloso trasformarlo in quello “stato di “eccezione” teorizzato da C. Schmidt che giustifica il mancato rispetto delle regole democratiche. Si dirà che non si è mosso ciglio quando il rigore ha penalizzato pensioni ed altri diritti delle fasce più deboli della popolazione. Se alcuni interventi sono giustificabili, in termini di “equitas”, perché riassorbono grandi o piccoli privilegi o correggono precedenti situazioni di squilibrio tra contributi e prestazioni a favore di alcune categorie e a danno di altre, per gli altri interventi dovrebbe valere la regola generale che quanti sono chiamati a concorrere al salvataggio dello Stato siano considerati “creditori di solidarietà”, con crediti esigibili quando le finanze pubbliche lo renderanno possibile. La certezza del diritto, che è alla base di un ordinamento democratico, non può essere sacrificato da interventi di economia straordinaria di grande aleatorietà, esistendo un “velo di ignoranza” sugli effetti, e soprattutto senza prevedere adeguate compensazioni nei confronti degli interessi legittimi che vengono colpiti. Alla luce di tali considerazioni si conferma l’opzione a favore di una politica ordinaria che mantenga in equilibrio la finanza pubblica e che intervenga, con efficacia sulle cause note della nostra scarsa competitività produttiva. Nello stesso tempo occorre riparare le crepe di una “governace” europea oggi messa di fronte della sua inefficacia per fronteggiare i processi di rinazionalizzazione in atto. Anche in questo caso il percorso segnato è quello di accelerare la costruzione di barriere a tutela dell’euro, affidate al nuovo fondo salva stati (E.S.M.) nella sua versione più efficace nonché di sostenere l’impegno alla crescita in atto nei vari paesi con progetti europei di investimento nel campo delle infrastrutture, dell’energia, della ricerca, per contrastare le tendenze recessive(projet bond nell’ambito del bilancio europeo).In tale direzione sta operando il Governo Monti e si aprono le prime disponibilità di altri paesi europei, Germania compresa. Difficile fare previsioni rispetto ad una situazione complessa quale quella in atto che essendo influenzata dall’interazione di molteplici variabili può portare ad eventi imprevedibili. Il dato culturale da tenere presente, è quello suggerito da K. Popper, per il quale il riformismo è un processo continuo di riforme parziali. L’essenziale è che non diventi un alibi per la conservazione, come spesso avvenuto nel passato. La gestione di discontinuità, benché parziali, richiede a tutte le istituzioni il coraggio di rimettere in gioco le tradizionali strategie oggi volte a tutela degli interessi più forti e rappresentati, per riattivare i meccanismi arrugginiti della crescita. Rimane la contraddizione propria degli ordinamenti democratici, cioè che le istituzioni saprebbero le riforme da fare ma non come ricostruire il consenso, una volta fatte. Senonchè queste stesse istituzioni (partiti, sindacati, ecc.) a livello nazionale ed europeo già si trovano al limite minimo della loro credibilità per cui avrebbero poco da guadagnare dalla difesa del passato mentre potrebbero ritrovare le condizioni di una loro rilegittimazione facendosi carico dei cambiamenti in grado di riportare fiducia e speranza nelle nuove come nelle vecchie generazioni. Dovrebbe essere noto a tutti che non si guida il cane tenendolo per la coda. (prof. Giuseppe Bianchi, presidente isril)

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Governo Monti alias Berlusconi ter

Posted by fidest press agency su venerdì, 24 febbraio 2012

Quanti hanno esultato per le dimissioni di Berlusconi e la nomina al suo posto di Mario Monti ora stanno un poco alla volta chiedendosi se non siano caduti dalla padella nella brace.Scrive tra l’altro Rosario Amico Roxas: “Stanno passando tutte le manovre volute (pretese con il ricatto di far cadere il governo) da Berlusconi: tassisti, farmacie, avvocati, notai, tutti grandi elettori di destra. Quindi ICI al vaticano, promesso dal cavaliere in cambio dei voti cattolici. A breve, anzi brevissimo, sentiremo annunciare il federalismo fiscale, per riacquistare il consenso della Lega. Già non si parla più di patrimoniale, nè delle aste per le frequenze TV; si allenterà la lotta agli evasori fiscali attraverso quello “Stato leggero” tanto caro a Berlusconi. Averci liberato di Berlusconi è stata solo una pia illusione”. Si è proprio così: una pia illusione. Se ne stanno rendendo conto anche molti del Pd per quanto non osino rompere il patto “sciagurato” che li ha legati mani e piedi al carro del trasformismo berlusconiano e ora si trovano come l’asino di Buridano che non sapendo il da farsi stanno perdendo terreno nei consensi popolari a vantaggio di chi dimostra al suo elettorato che riesce ancora a difenderlo con successo. Monti ha dimostrato solo di salvare le aree del privilegio, i ceti benestanti, le conventicole di bassa lega, ma è andato giù pesante con i pensionati, con le famiglie mono reddito, con i lavoratori dipendenti. Non mostra sensibilità al caro vita, all’aumento spropositato dei carburanti, al carrello della spesa impoverendo ancora di più i detentori di redditi medio bassi ovvero la maggioranza assoluta degli italiani. Così abbiamo squalificato il parlamento, la stessa figura del Capo dello Stato, abbiamo indebolito le istituzioni, abbiamo rafforzato il partito del non voto e incrinato il futuro politico dell’Italia. Se questa crisi ha significato immiserire ancor più i poveri e rendere più ricchi i benestanti è giusto e amaro, al tempo stesso, definire gli italiani degli “gnoccoloni” visto e considerato che sembrano avere la vocazione masochistica e la scarsa voglia a reagire davanti a tanta arroganza dei poteri così detti costituiti. E Berlusconi ride e ci pare di sentirlo sogghignare: non mi avete voluto? E ora ve la faccio pagare cara. Alla fine invocherete il mio ritorno o quello dei miei amici il che vuol dire la stessa cosa. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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Governo Monti: Le risorse e le rinunce

Posted by fidest press agency su giovedì, 8 dicembre 2011

Questo governo non è diverso dal precedente. Ci deprime constatare che il Pd abbia riunciato alla sua battaglia accontentandosi di fare da ruota di scorta al governo Monti. Il problema è che non esiste, come non esisteva, una maggioranza alternativa. Berlusconi è uscito dalla porta e si prepara a rientrare dalla finestra con la benedizione di coloro che sono complici di un andazzo nel quale il cocktail preferito è quello di inciuci a ripetizione pur di salvare le poltrone e le posizioni acquisite. E’ di oggi, infatti, la denuncia dell’idv rigurdo la stampella offerta dal governo agli evasori e esportatori illegali di moneta all’estero che hanno fatto perdere, per mancati introiti, ben 13 miliardi di euro alle casse dello Stato. Sono i miliardi che si aggiungono ai 13 per l’scquisto di caccia bombardieri e per continuare a permettere le consulenze milioniarie richieste dalle amministrazioni locali e che sommate avrebbero portato una minore spesa di due miliardi di euro e altri due sarebbero venuti dal dimezzamento delle auto blu. E tutto questo con la faccia tosta di dire che se non si penalizzano le pensioni andremmo a catafascio e ci ridurremmo ad essere come, se non peggio, della Grecia. Non solo. Queste mancati provvedimenti ci avrebbero permesso non tanto d’infierire sui pensionati quanto per stimolare la ripresa economica, industriale e del terziario. Ed invece si va dalla parte opposta aumentando le accise della benzina, l’Iva e tutta una serie di imposte dirette come l’addizionale irpef e indirette come bolli e quanto altro. Ma c’è di peggio. Pur di scongiurare le elezioni politiche anticipate si preferisce essere complici di una macelleria sociale inutile, improvvida e che finisce con il creare solo conflitti intergenerazionali, intercategoriali, di genere e di caccia alle streghe facendo passare i pensionati come coloro che riducono le risorse ai giovani, i giovani per dei prighi e degli sfaccendati, gli immigrati per i “ruba lavoro”,le donne che “rubano” il lavoro agli uomini, il meridione come il paradiso della mafia, del malaffare, della fabbrica mangia risorse. E all’estero si continua a ridere di noi italiani, gnoccoloni, per non dire peggio, che hanno lasciato governare per nove anni un uomo che nessuno si sarebbe sognato mandare alla guida del proprio Paese e che oggi si bevono il catastrofismo del nuovo imbonitore di turno. La Merkel ha commentato con un “impressionante” la cura Monti noi la chiameremmo diversamente perchè inutile, improvvida, mal indirizzata e anche pericolosa per la stabiloità del nostro sistema Paese in terrmini sociali e di ordine pubblico. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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Governo Monti e parti sociali

Posted by fidest press agency su mercoledì, 7 dicembre 2011

Il Governo Monti ha posto al centro della politica governativa la crescita senza la quale anche la sostenibilità del nostro debito pubblico sarebbe a rischio. A tal fine ha delineato una strategia complessiva che si fa carico di rimuovere gli ostacoli che hanno scoraggiato fino ad oggi la partecipazione del nostro paese ai benefici del mercato globale.Tra gli interventi, la riforma delle istituzioni del mercato del lavoro, al duplice scopo di rendere più equo il nostro sistema di tutela del lavoro e della sicurezza sociale, nonché di facilitare la crescita della produttività con cui favorire una riallocazione delle risorse a vantaggio delle imprese e dei settori più espansivi. La stessa linea, peraltro, sostenuta dall’ormai famosa lettera della BCE laddove si propone, sul modello dei paesi più avanzati, “sistemi di assicurazione dalla disoccupazione e politiche attive del lavoro” per una mobilità del lavoro socialmente garantita. Qualcosa che non può essere liquidato con lo slogan dei “licenziamenti facili” quanto piuttosto ascrivibile all’obiettivo di creare nuove e più appropriate opportunità occupazionali per i giovani e per le donne, le categorie sociali più acculturate e disponibili al cambiamento. Lo stesso Governo Monti è però avvertito che per riformare le istituzioni e le regole del lavoro occorre la piena assunzione di responsabilità delle parti sociali perché si è in presenza di materie che in una democrazia pluralistica appartengono alla loro legittima sfera di autonomia. Ciò significa che il ruolo del Governo è quello di promuovere i suoi obiettivi appoggiandosi alle Organizzazioni degli interessi più importanti, ridefinendo il proprio intervento regolativo in forme di indirizzo dell’autoregolazione sociale. Risultato non facile da conseguire nell’attuale situazione di pluralismo sindacale competitivo che proprio sui temi del lavoro ha accentuato le proprie interne divisioni. Se guardiamo al passato, occorre ritornare alla crisi del ’92 contraddistinta da elevata inflazione, bassa crescita, squilibri nella finanza pubblica, deprezzamento del cambio, caduta di credibilità internazionale con l’uscita del Paese dallo SME e la messa a garanzia a vantaggio della Germania (paese creditore) di parte delle nostre riserve auree. In questa circostanza Governo e parti sociali convennero su una politica dei redditi all’interno della quale il collegamento realizzato tra dinamica salariale ed inflazione programmata fu la soluzione che facilitò la fuoriuscita dalla crisi. Questa strategia fu gestita con un forte coordinamento verticistico che ridusse le propensioni inerziali del processo inflazionistico. Il limite di questa esperienza fu il suo trascinamento nel tempo, nonostante il determinarsi di nuove condizioni economiche, ed uno degli effetti negativi fu la lunga stagione della moderazione salariale che, tra l’altro, determinò una caduta dei salari nella loro capacità di stimolare ed accompagnare la crescita della produttività. Un ulteriore fattore “protezionistico” che, con altri, ha scoraggiato l’innovazione nelle imprese ed il ricambio strutturale del nostro apparato produttivo. Ed è questo il tema che è di fronte ora al Governo ed alle parti sociali su come rianimare la ripresa produttiva rimettendo in moto una nuova propensione produttivistica quale condizione per partecipare ai benefici del mercato globale. A partire dal 2000 la dinamica della produttività globale dei fattori è stata, sia pure leggermente, negativa in Italia nelle sue variazioni annue (-0,02 dato ISTAT 2001-2002) a fronte di una crescita intorno all’1% nei paesi a noi più vicini per struttura economica (Gran Bretagna 1,24 – Francia 0,91 – Germania 0,99). Questo significa che il più basso valore aggiunto creato per ogni unità incrementale di lavoro e di capitale è all’origine dell’arretramento relativo del nostro reddito pro-capite rispetto alla media Europea. A questo punto l’interrogativo che viene posto è se il confronto Governo-Parti sociali non possa essere facilitato dall’assumere quale variabile privilegiata la “crescita programmata della produttività”. L’obiettivo di aumentare la dimensione della “zuppiera” non può che essere condiviso purchè tutti ne possano e vogliano partecipare. Si è consapevoli che la produttività è una variabile multifattoriale che incorpora fattori strutturali riconducibili più alle dinamiche del mercato globale che alla volontà delle “istituzioni” nazionali. Ma nello stesso tempo non si può negare che le istituzioni nazionali governano alcune regole, tra cui quelle del lavoro che possono essere riorientate verso l’obiettivo di favorire un riallineamento verso l’alto dei tassi di produttività delle strutture produttive. Quindi l’azione a livello aziendale, sede dello sviluppo effettivo della produttività, è decisiva. L’ipotesi è così quella di prevedere un indirizzo comune con cui Governo e parti sociali individuano aumenti di produttività in linea con quanto avviene nei paesi nostri concorrenti per sostenere la competitività del sistema Italia nella nuova più agguerrita concorrenza.Qualcosa che ci richiama alle pratiche in vigore negli USA nel corso degli anni ’60 che prevedevano un incremento di produttività annuo del 3% su cui si bilanciavano le politiche di impiego e di redistribuzione delle risorse. L’obiettivo è di creare una condivisione sull’obiettivo da realizzare lasciando a ciascun soggetto la responsabilità dei mezzi con cui raggiungerlo. Quanto proposto è sicuramente più complesso rispetto all’esperienza richiamata dell’inflazione programmata in quanto, con riferimento alle responsabilità delle parti sociali, entrano in gioco una pluralità di attori contrattuali e di situazioni economiche produttive, da connettere in un flessibile rapporto tra contrattazione centralizzata e decentrata ed attraverso una rivisitazione delle regole del mercato del lavoro che riducano l’invasività della legge a vantaggio della regolazione sociale. E’ positivo che recenti intese intervenute – come detto – tra i Sindacati si muovano in tale direzione. Questo può essere lo scenario entro cui riconsiderare le regole del lavoro, nel duplice aspetto delle regole del mercato del lavoro e delle tutele contrattuali dei lavoratori perchè una condivisa propensione produttivistica possa riaccendere i motori della crescita. Base per affrontare la riduzione del debito, aumentare i consumi, incentivare gli investimenti. I temi di maggiore rilevanza possono essere così individuati: rimozione delle barriere fra “insider” ed “outsider” che penalizzano la buona occupazione, soprattutto per i giovani e le donne e che scoraggiano, da parte delle imprese, gli investimenti nel capitale umano; una maggiore autorità e responsabilità delle parti sociali nella gestione di una mobilità del lavoro, socialmente garantita, per favorire il ricambio strutturale di un apparato produttivo irrigidito nelle sue specializzazioni settoriali e nelle sue caratteristiche dimensionali; la condivisione di un impegno rivolto al rafforzamento delle rappresentanze collettive, nelle grandi come nelle piccole imprese, tramite la diffusione della contrattazione a livello aziendale e territoriale; l’esclusivo ancoraggio delle politiche salariali alla produttività, rimediando all’attuale rigidità dei differenziali salariali, a livello di settore, di azienda e di territorio; un uso condiviso delle flessibilità del lavoro nelle aziende per contenere l’attuale degrado nella precarietà; criteri trasparenti e partecipati con cui associare il lavoro alla gestione dei progetti produttivistici ed ai benefici economici della maggiore produttività realizzata, valorizzando le agevolazioni fiscali esistenti.Questa ristrutturazione delle politiche del lavoro deve essere ovviamente accompagnata da non meno penetranti interventi del Governo nella ristrutturazione della più generale “regolazione pubblica” rimuovendo quelle patologie del sistema normativo che sono all’origine della scarsa attrattività degli investimenti esterni, del peso sproporzionato delle piccole imprese e del lavoro autonomo nonché della dimensione elevata dell’economia sommersa e dell’evasione fiscale. Ciò che può stimolare questo impegno congiunto di Governo e delle parti sociali è la percezione dell’emergenza che vede il Paese, nonché il progetto europeo di cui è parte, al bivio di un processo di ricostruzione o di decomposizione, dagli sbocchi oggi imprevedibili. Si è avvertiti che i risultati attesi da una strategia di crescita sostenuta da una maggiore produttività può dare risultati non immediati, ma si è anche avvertiti che iniziative in tale direzione costituirebbero pur sempre segnali decisivi in grado di orientare favorevolmente le aspettative degli investitori nei nostri titoli pubblici.
Più tardi si faranno le riforme necessarie più elevati saranno i costi sociali che, ancorché ripartiti con equità, non potranno non colpire le fasce più deboli della popolazione, già provate da anni di contenimento dei loro redditi. Un altro aspetto non secondario è costituito dal valore che può assumere il sostegno delle parti sociali nei confronti di un Governo, politicamente isolato. Le condizioni di eccezionalità che hanno portato alla sua legittimazione richiedono un vasto consenso nell’opinione pubblica che sarà tanto maggiore quanto più ampia è la dimensione delle reti sociali che ne condividono e ne attuano le decisioni. Norberto Bobbio ci ricorda che la democrazia politica, soprattutto nei periodi di crisi, ha bisogno di essere sostenuta da una attivazione convergente degli interessi in grado di rappresentare la composizione pluralistica della società. Una considerazione di alto valore storico che è un indispensabile ingrediente per la tonificazione della fiducia in noi stessi.

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Governo Monti e pubblica amministrazione

Posted by fidest press agency su mercoledì, 30 novembre 2011

Mario Monti - Caricature

Image by DonkeyHotey via Flickr

Roma. Rendere efficiente la pubblica amministrazione: il sogno degli italiani. Il governo Monti dovrebbe affrontare il tema, pena il fallimento delle sue iniziative. L’efficienza e l’efficacia della Pubblica amministrazione e’ disastrosa: siamo agli ultimi posti tra i Paesi occidentali ed e’ andata peggiorando nel corso degli ultimi 15 anni. Purtroppo gli addetti alla PA non hanno come referenti l’utente ma se stessi, sono, come si suol dire, autoreferenziali. L’utente e’ un fastidio, un lavoro in piu’, una aggiunta di problemi. E’ una mentalita’ che si e’ stratificata nel tempo e che e’ difficile sradicare e le innovazioni sono viste con sospetto. Le resistenze al cambiamento, semmai si dovesse avviare una azione di miglioramento, saranno forti. Non tutte le situazioni sono eguali ma il livello delle prestazioni pubbliche e’ del tutto insoddisfacente per i cittadini. Eppure, la riforma della PA e’ un obiettivo fondamentale per portare il nostro Paese fuori dalla palude nella quale si e’ impantanato.(Primo Mastrantoni, segretario Aduc)

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