Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 279

Posts Tagged ‘gran bretagna’

Per un nuovo partenariato tra l’UE e il Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord.

Posted by fidest press agency su lunedì, 1 giugno 2020

L’industria marittima europea manifesta apprezzamento per il parere adottato il 28 maggio dalla Commissione TRAN del Parlamento Europeo, che sarà incluso nelle raccomandazioni finali del PE, che saranno votate a giugno, sui negoziati per un nuovo partenariato tra l’UE e il Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord.Tuttavia, ECSA sottolinea l’esigenza di compiere urgentemente progressi nei negoziati al fine di consentire una transizione graduale nella catena di approvvigionamento.Il testo sottolinea inoltre la necessità di un accesso reciproco e paritario al mercato per i servizi di trasporto marittimo internazionale, nonché di cabotaggio e del settore offshore. Secondo l’ECSA, ciò è molto importante e contribuirà a sostenere l’interdipendenza commerciale e energetica sia dell’UE che del Regno Unito.”A più lungo termine, l’ECSA sottolinea l’esigenza per l’UE e il Regno Unito di mantenere condizioni paritarie per le industrie e si compiace di vedere che tale aspetto viene riconosciuto nel parere TRAN, “Ha continuato Dorsman.Lo shipping è un’attività globale che richiede regole globali e standard comuni. Qualsiasi regionalizzazione è dannosa per il funzionamento regolare, sicuro ed efficiente delle operazioni di navigazione, compreso il movimento dei marittimi e del personale di terra.L’ECSA sostiene pertanto il parere della TRAN che richiede al futuro partenariato di prevedere un approccio comune per quanto riguarda il quadro politico globale dell’IMO, dell’OCSE, dell’ILO e dell’OMC.L’ECSA ritiene che evitare divergenze nella regolamentazione in materia di affari marittimi debba essere riconosciuto come principio guida.Data l’urgenza imposta dalla prossima scadenza, l’ECSA spera – e incoraggia fortemente – che i negoziati procedano rapidamente.L’ECSA avverte inoltre che una transizione graduale non può avvenire fintanto che non vi sia certezza e chiarezza sui termini dei futuri rapporti.Le compagnie di navigazione sono solo una parte dell’intera catena di approvvigionamento e si affidano alla preparazione e alla prontezza di altri, comprese le autorità dell’UE e del Regno Unito.

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Gran Bretagna e Coronavirus: Nelle mani del fatalismo di Boris Johnson, inclusi i nostri connazionali

Posted by fidest press agency su martedì, 17 marzo 2020

Se è vero che il primo compito di uno Stato è quello di tutelare la salute dei suoi cittadini, il modo in cui il Governo e il premier inglese Boris Johnson hanno affrontato la vicenda del Coronavirus è tale che è difficile per noi italiani comprenderne e giustificarne il senso. In sostanza, ha detto Johnson di recente, visto che nulla sembrerebbe possibile fare per contenere l’epidemia, scopo del Governo e delle Autorità dovrebbe essere solo quello di ritardarne (delay) il picco così che, nel tempo, le persone si “autoimmunizzeranno”. Non è certo questa la posizione della OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) che perciò critica aspramente il Governo britannico. Le misure adottate riflettono perfettamente la posizione governativa nel senso che non è previsto di fare proprio nulla al punto che, forse, sarebbe stato addirittura meglio starsene zitti. Non ha molto senso dire – come ha fatto Johnson – che in presenza di sintomi (febbre, tosse ecc.) si dovrà stare a casa. Un qualunque malato (inglese o non inglese) ci arriva da solo a capire di dover stare a casa se si sente male e ha la febbre (anche perché è la malattia stessa a costringerlo).
E’ singolare, poi, il cinismo dell’affermazione del Premier che molte famiglie inglesi, nei prossimi tempi, dovranno attendersi di perdere i loro cari (lose loved ones). Se simili discorsi o prese di posizione fossero accaduti in Italia, ci sarebbero state feroci contestazioni sia sul piano politico che su quello scientifico e tutto avrebbe ricevuto ampia diffusione sulla stampa e, in genere, sul sistema dell’informazione. Non ci sembra che sia accaduto niente del genere in Uk. Il tutto sembra svolgersi nell’alveo di un ordinario dibattito politico: il Times, giornale orientato a favore dei conservatori, ha dato il suo plauso alla linea del Premier avvalorandone le indicazioni degne di un Ponzio Pilato, mentre il Guardian, orientato in senso opposto, ha sostenuto che occorreva ben altro; nè è mancato chi (come può mancare lo stereotipo??) ha detto che gli italiani hanno agito come hanno agito solo perché non hanno voglia di lavorare. Per quanto ci riguarda si potrebbe anche dire che, in fin dei conti sono affari loro e che se il fatalismo e l’inerzia del loro premier gli va bene, se le possono tenere! Il fatto è, purtroppo, che in Inghilterra, ed in particolare a Londra, ci sono centinaia di migliaia di italiani, nostri figli, nostri fratelli e nostre sorelle che, come se niente fosse, sono costretti tutti i giorni a prendere la metropolitana di Londra pigiati come sardine, a frequentare le affollate strade del centro, a lavorare nei locali e negli uffici altrettanto affollati senza alcuna protezione ed esponendosi ad un rischio elevatissimo. E’ per loro che siamo preoccupati e non sappiamo proprio come aiutarli. Anche perché è troppo semplice, come fanno alcuni nostri politici italiani, dire loro di tornare in patria. (Libero Giulietti, legale, consulente Aduc)

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Dichiarazione del Presidente del Parlamento europeo sul voto in Gran Bretagna

Posted by fidest press agency su venerdì, 13 dicembre 2019

“Mi congratulo con Boris Johnson per il successo nel voto di ieri. Adesso ci aspettiamo che il nuovo parlamento di Westminster approvi in fretta l’accordo con la UE per una Brexit ordinata entro il 31 gennaio del 2020. Dopo l’approvazione del Parlamento britannico dell’accordo con la UE sarà il Parlamento Europeo ad esprimere il suo voto a gennaio”.”Saremo vigili -continua il Presidente dell’Europarlamento- sull’attuazione degli accordi, in particolare per quanto riguarda i diritti dei cittadini dell’UE che vivono nel Regno Unito e di quelli del Regno Unito che si trovano in altri Stati membri. Il Parlamento Europeo auspica -conclude David Sassoli- relazioni future molto strette tra Unione europea e Regno Unito e continuerà ad agire in modo responsabile durante la nuova fase negoziale, nel rispetto dei valori fondanti e dei principi della nostra Unione e in ferma difesa degli interessi dei cittadini e degli Stati europei”.

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La Gran Bretagna sceglie la Brexit

Posted by fidest press agency su venerdì, 13 dicembre 2019

Londra. Boris Johnson ha vinto la scommessa. Gli elettori gli hanno dato un’ampia fiducia. In base agli ultimi exit ha ottenuto 368 seggi su 650 alla Camera dei Comuni mentre il suo diretto avversario laburista Jeremy Corbyn non è andato oltre i 191 e segnando un declino peggiore del previsto per i Labour. Ora, ha dichiarato Boris Johnson, usciremo formalmente dall’Ue il 31 gennaio 2020. E la sterlina vola. La proclamazione degli eletti avverrà tra breve e con essi il numero esatto dei componenti dei vari schieramenti. In Italia la prima a congratularsi, per la vittoria dei conservatori britannici, è stata Giorgia Meloni, presidente dei Fratelli d’Italia, scrivendo su Twitter: «Congratulazioni a Boris Johnson per la grande vittoria. Ancora una volta la coerenza paga, ora la volontà del popolo britannico sarà finalmente rispettata. A noi il compito di difendere gli interessi italiani in un nuovo rapporto di cooperazione con il Regno Unito».

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Brexit: dichiarazione del Presidente PE Sassoli dopo voto di Westminster

Posted by fidest press agency su sabato, 26 ottobre 2019

Il Presidente del Parlamento europeo David Sassoli : sul tavolo resta richiesta di estensione. “Dopo il voto del Parlamento Britannico e l’annuncio del Primo Ministro Boris Johnson di bloccare la procedura di ratifica, sul tavolo resta la richiesta del governo britannico di una estensione fino al 31 Gennaio.Penso sia raccomandabile, come richiesto dal Presidente Donald Tusk, che il Consiglio Europeo l’accetti. Tale estensione permetterà al Regno Unito di chiarire la propria situazione e, per quanto riguarda il Parlamento europeo, di esercitare le proprie prerogative.”

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Gran Bretagna: Morti nel Tir

Posted by fidest press agency su mercoledì, 23 ottobre 2019

La scoperta, in Gran Bretagna, di 39 persone, tra cui un adolescente, morte di stenti in un camion, muove a grande commozione. Anche se al momento non si conosce ancora la nazionalità delle vittime, tutto fa pensare a una nuova tragedia dell’immigrazione, inaccettabile per l’Europa dei diritti umani.La Comunità di Sant’Egidio lancia un appello alle istituzioni e ai Paesi europei perché prendano al più presto misure capaci di arginare il triste conteggio delle morti nei viaggi della speranza, in questo caso via terra, probabilmente attraverso la rotta balcanica, oppure nel mare Mediterraneo, come è accaduto nuovamente, pochi giorni fa, davanti alle coste di Lampedusa.Alcuni provvedimenti possono e devono essere presi con urgenza. Il primo riguarda la riapertura di ingressi regolari per motivi di lavoro, data anche la forte domanda esistente di manodopera in diversi settori dell’economia europea e nei servizi alle persone, a partire dai Paesi più afflitti dal calo demografico. In secondo luogo, per chi fugge dalle guerre, occorre incentivare i corridoi umanitari, secondo il modello felicemente sperimentato, dal febbraio 2016, da Sant’Egidio insieme alle Chiese Protestanti e alla Cei, ma anche riprendere in considerazione i ricollocamenti all’interno dell’Europa. Infine riteniamo necessario puntare su una consistente e rinnovata cooperazione con i Paesi di origine dell’immigrazione, per offrire ai giovani un futuro là dove vivono, senza più tentati offrire il loro destino ai trafficanti di uomini.

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Il fronte russo salvò la Gran Bretagna dall’invasione tedesca

Posted by fidest press agency su venerdì, 16 agosto 2019

La circostanza favorì inoltre gli alleati con l’apertura di nuovi fronti da Nord a Sud e da Est a ovest. S’incominciò anche a concepire l’idea della necessità di operare degli sbarchi di truppe per la conquista di determinati territori. I tedeschi a loro volta, non avevano accantonata l’idea d’occupare la Gran Bretagna dopo averla indebolita con massicci bombardamenti aerei ma l’operazione fu accantonata essendosi aperto, nel frattempo, il fronte russo. Ci pensarono in seguito gli alleati sia per sbarcare in Sicilia dalla vicina Africa e poi procedendo alla conquista dell’Italia con altri importanti sbarchi: Salerno, Anzio, Termoli, e poi in Normandia e in Provenza. Di tutti questi sbarchi il più imponente fu, senza dubbio, quello di Normandia. Fu allestita un’enorme flotta d’invasione, la più grande della storia con nove corazzate, 23 incrociatori, 104 cacciatorpediniere, 71 corvette, 6483 navi da sbarco e da appoggio per 133mila fanti da sbarco mentre dall’aria erano stati lanciati nella notte 24 mila paracadutisti (sedicimila americani ed ottomila inglesi). L’ora X scattò alle 6,30 di mattina del 6 giugno 1944. A contrastarli vi erano 208 mila uomini al comando del feldmaresciallo Erwin Rommel. L’impresa, pur necessaria, apparve così azzardata che lo stesso comandante in campo degli alleati generale Eisenhower aveva già preparato il bollettino della… sconfitta: “Lo sbarco è… fallito. L’esercito, l’aviazione e la marina hanno fatto quello che dall’eroismo e dalla dedizione al dovere ci si poteva aspettare. Se c’è una colpa o una responsabilità nel tentativo è mia soltanto”.
A farvi da scenario fu soprattutto Dunkerque. Fu una sorta di vendetta della storia se si pensa che questa cittadina francese di 30.000 abitanti, in buona parte pescatori e marinai, passò alla storia per aver assistito al rientro in Gran Bretagna del corpo di spedizione inglese stretto nella morsa della Wehrmacht e colpito dal cielo da un intenso bombardamento e mitragliamento aereo. La città fu ridotta a un cumulo di macerie e la spiaggia di rena finissima, che si stende a perdita d’occhio fino al confine con il Belgio, fu letteralmente sconvolta dalle esplosioni e insanguinata da migliaia di morti e feriti.
Allora il corpo di spedizione inglese fu sospinto verso il mare, da cui era venuto, dalla possente pressione delle Panzergruppe di von Kleist e dall’armata tedesca che premeva da Nord-est.
I tre porti d’imbarco di Boulogne, Calais e Dunkerque furono ridotti a uno solo: il 23 maggio del 1939 Boulogne cedé seguita da Calais tre giorni dopo. Disperatamente si cercò di tenere aperto un corridoio per consentire il flusso delle truppe verso Dunkerque.
Nonostante queste disperate condizioni il successo dell’operazione di sgombero dimostrò al mondo intero che la Gran Bretagna continuava ad essere la dominatrice dei mari. Vi fu anche un altro motivo di soddisfazione: furono impiegati con successo, e per la prima volta, i nuovi Spitfire, a sostegno degli Hurricane (bombardieri) e si rivelarono degni protagonisti del cielo. Si riuscì in questo modo a riportare in Gran Bretagna 338.226 uomini dei quali 120.000 francesi. La perdita tra morti, feriti e prigionieri fu di circa 69.000 uomini oltre ad un ingente materiale bellico, tra munizioni, cannoni, ecc.
Così passammo, in pochi anni, da una débâcle, dove tutto sembrava congiurare contro gli alleati, a un insperato trionfo militare pur segnato da migliaia di morti e da immani distruzioni. Lo sbarco in Normandia divenne in tal modo un’impresa militare straordinaria per la dimensione dello sforzo, per i suoi riflessi politici militari ed anche civili.
Ma se queste battaglie combattute in terra, in mare ed in cielo possono attrarci a tal punto che la cinematografia, in specie quella di Hollywood, ne fece il suo cavallo di battaglia riproducendo tali eventi in tanti modi diversi e riscuotendo dal pubblico enormi consensi, non devono distrarci dal considerare tutti quegli aspetti che hanno concorso a quel bagno di sangue che costò la vita a decine di milioni di uomini, donne, bambini ed anziani sui campi di battaglia e per le strade delle nostre città e nelle stesse case dove si erano rifugiati nell’estremo tentativo di proteggersi in qualche modo. Fu una sconfitta pagata a caro prezzo ma lo fu anche per i vincitori. (Riccardo Alfonso)

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Il fronte russo salvò la Gran Bretagna dall’invasione tedesca

Posted by fidest press agency su martedì, 21 agosto 2018

La circostanza favorì inoltre gli alleati con l’apertura di nuovi fronti da Nord a Sud e da Est a ovest. S’incominciò anche a concepire l’idea della necessità di operare degli sbarchi di truppe per la conquista di determinati territori. I tedeschi a loro volta, non avevano accantonata l’idea d’occupare la Gran Bretagna dopo averla indebolita con massicci bombardamenti aerei ma l’operazione fu accantonata essendosi aperto, nel frattempo, il fronte russo. Ci pensarono in seguito gli alleati sia per sbarcare in Sicilia dalla vicina Africa e poi procedendo alla conquista dell’Italia con altri importanti sbarchi: Salerno, Anzio, Termoli, e poi in Normandia e in Provenza. Di tutti questi sbarchi il più imponente fu, senza dubbio, quello di Normandia. Fu allestita un’enorme flotta d’invasione, la più grande della storia con nove corazzate, 23 incrociatori, 104 cacciatorpediniere, 71 corvette, 6483 navi da sbarco e da appoggio per 133mila fanti da sbarco mentre dall’aria erano stati lanciati nella notte 24 mila paracadutisti (sedicimila americani ed ottomila inglesi). L’ora X scattò alle 6,30 di mattina del 6 giugno 1944. A contrastarli vi erano 208 mila uomini al comando del feldmaresciallo Erwin Rommel. L’impresa, pur necessaria, apparve così azzardata che lo stesso comandante in campo degli alleati generale Eisenhower aveva già preparato il bollettino della… sconfitta: “Lo sbarco è… fallito. L’esercito, l’aviazione e la marina hanno fatto quello che dall’eroismo e dalla dedizione al dovere ci si poteva aspettare. Se c’è una colpa o una responsabilità nel tentativo è mia soltanto”.
A farvi da scenario fu soprattutto Dunkerque. Fu una sorta di vendetta della storia se si pensa che questa cittadina francese di 30.000 abitanti, in buona parte pescatori e marinai, passò alla storia per aver assistito al rientro in Gran Bretagna del corpo di spedizione inglese stretto nella morsa della Wehrmacht e colpito dal cielo da un intenso bombardamento e mitragliamento aereo. La città fu ridotta a un cumulo di macerie e la spiaggia di rena finissima, che si stende a perdita d’occhio fino al confine con il Belgio, fu letteralmente sconvolta dalle esplosioni e insanguinata da migliaia di morti e feriti.
Allora il corpo di spedizione inglese fu sospinto verso il mare, da cui era venuto, dalla possente pressione delle Panzergruppe di von Kleist e dall’armata tedesca che premeva da Nord-est.
I tre porti d’imbarco di Boulogne, Calais e Dunkerque furono ridotti a uno solo: il 23 maggio del 1939 Boulogne cedé seguita da Calais tre giorni dopo. Disperatamente si cercò di tenere aperto un corridoio per consentire il flusso delle truppe verso Dunkerque.
Nonostante queste disperate condizioni il successo dell’operazione di sgombero dimostrò al mondo intero che la Gran Bretagna continuava ad essere la dominatrice dei mari. Vi fu anche un altro motivo di soddisfazione: furono impiegati con successo, e per la prima volta, i nuovi Spitfire, a sostegno degli Hurricane (bombardieri) e si rivelarono degni protagonisti del cielo. Si riuscì in questo modo a riportare in Gran Bretagna 338.226 uomini dei quali 120.000 francesi. La perdita tra morti, feriti e prigionieri fu di circa 69.000 uomini oltre ad un ingente materiale bellico, tra munizioni, cannoni, ecc.
Così passammo, in pochi anni, da una débâcle, dove tutto sembrava congiurare contro gli alleati, a un insperato trionfo militare pur segnato da migliaia di morti e da immani distruzioni. Lo sbarco in Normandia divenne in tal modo un’impresa militare straordinaria per la dimensione dello sforzo, per i suoi riflessi politici militari ed anche civili.
Ma se queste battaglie combattute in terra, in mare ed in cielo possono attrarci a tal punto che la cinematografia, in specie quella di Hollywood, ne fece il suo cavallo di battaglia riproducendo tali eventi in tanti modi diversi e riscuotendo dal pubblico enormi consensi, non devono distrarci dal considerare tutti quegli aspetti che hanno concorso a quel bagno di sangue che costò la vita a decine di milioni di uomini, donne, bambini ed anziani sui campi di battaglia e per le strade delle nostre città e nelle stesse case dove si erano rifugiati nell’estremo tentativo di proteggersi in qualche modo. Fu una sconfitta pagata a caro prezzo ma lo fu anche per i vincitori. (Riccardo Alfonso)

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Unione europea e Brexit

Posted by fidest press agency su mercoledì, 11 luglio 2018

Non conviene uscire dall’Unione europea. Se qualcuno ha dubbi, può toglierseli osservando quello che succede nel Regno Unito.Sul piano politico la realtà britannica è evidente: l’Ukip, il partito che era nato con l’intento di portare il Regno Unito fuori dalla Unione europea è scomparso, sbugiardato per le falsità distribuite a piene mani durante la campagna referendaria per la Brexit. L’attuale premier Theresa May vede il suo governo sfaldarsi ogni giorno nello scontro tra i duri e i morbidi della Brexit.Nel mondo ci sono due potenze politiche ed economiche, gli Usa e la Cina, ai quali fa da contraltare l’Unione europea, che ha il 7% della popolazione mondiale, produce il 25% della ricchezza mondiale e spende il 50% in welfare. Non crediamo che il Regno Unito voglia diventare il 51esimo Stato degli Stati Uniti, il che sarebbe una sorta di nemesi storica: il colonialista colonizzato; isolarsi, con i processi in atto di globalizzazione, vuol dire essere stritolati (questo vale anche per i nostri sovranisti che sognano ancora la Repubblica Veneta). Dunque, alla premier May non rimane che trattare con l’Unione europea, al meglio, certo, per entrambe le parti. (Primo Mastrantoni, segretario Aduc)

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Gli europei che hanno trascorso cinque anni nel Regno Unito dovranno pagare 73 euro per rimanere dopo la Brexit

Posted by fidest press agency su sabato, 23 giugno 2018

Il Ministero dell’Interno britannico giovedì ha comunicato alcuni dettagli sul futuro dei cittadini dell’UE che vivono nel Regno Unito dopo la Brexit. A partire dal 29 marzo 2019, data di partenza dal paese dell’Unione Europea, gli europei che hanno vissuto nel paese per cinque anni dovranno pagare 65 sterline (73 euro), dare il proprio nome e indirizzo e, inoltre, dimostrare che non hanno una fedina penale sporca per qualificarsi per lo “status regolare” e poter rimanere nel Regno Unito senza limiti. I bambini sotto i 16 anni dovranno pagare solo 32,50 sterline (37,22 euro). “I cittadini dell’UE possono richiedere lo stato di residenza in tre semplici passaggi per un prezzo inferiore al passaporto”, ha dichiarato il ministero dell’Interno in un comunicato stampa. I cittadini europei che hanno vissuto nel Regno Unito per almeno cinque anni devono richiedere lo “status regolare” durante il periodo di transizione concordato tra Londra e Bruxelles. D’altra parte, quelli che sono arrivati ​​più di recente dovrebbero richiedere il pre-sede. I cittadini che ottengono quest’ultimo status possono continuare nel Regno Unito fino a quando non raggiungono l’età di cinque anni, momento in cui devono presentare domanda per il posto. Il Dirigente conservatore ha spiegato che la scadenza per richiedere entrambe le categorie sarà prorogata fino al 30 giugno 2021 – sei mesi dopo la fine del periodo di transizione concordato tra Londra e Bruxelles – e le persone che lo otterranno saranno trattate come cittadini britannici in relazione a assistenza sanitaria, istruzione e pensioni. “I cittadini dell’UE danno un grande contributo alla nostra economia e alla nostra società, sono nostri amici, familiari e colleghi e noi vogliamo che rimangano”, ha dichiarato il ministro dell’Immigrazione, Caroline Nokes. Inoltre, i familiari di queste persone che vivono in un altro paese possono recarsi nel Regno Unito anche dopo la fine del periodo di transizione, a condizione che il rapporto di parentela esistesse prima del 31 dicembre 2020 e continua ad esistere una volta trasferito nel Regno Unito. “Stiamo dimostrando reali progressi e non vedo l’ora di sentire ulteriori dettagli su come l’Unione europea farà accordi reciproci per i cittadini britannici che vivono nell’UE”, ha detto Nokes. L’esecutivo di Theresa May si aspetta che oltre tre milioni di cittadini europei facciano questa richiesta una volta disponibile, prevedibilmente entro la fine dell’anno. L’applicazione, che sarà disponibile nelle 23 lingue dell’UE, evidenzia Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, può essere effettuata online attraverso la pagina Executive o un’applicazione per il telefono cellulare. Una volta che l’applicazione è completata. il Ministero lo studierà e darà una risposta nel “tempo più breve possibile”. ” Non cerchiamo scuse per non concedere questo status, ci deve essere un ottimo motivo per cui non lo si ottiene”, ha detto il ministro dell’Interno Sajid Javid giovedì in una commissione della camera alta del parlamento.

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Tutte le polemiche in Gran Bretagna a cento anni dalla Dichiarazione Balfour

Posted by fidest press agency su giovedì, 2 novembre 2017

lord balfourdi Lorenza Formicola. “Sotto lo stesso soffitto dorato, il 2 novembre 1917 c’era Lord Balfour, il mio predecessore. Nello stesso ufficio del Segretario di Stato da cui scrivo oggi, scriveva una lettera a Lord Rothschild: una frase di sessantasette parole che costituì la “Dichiarazione Balfour“. Parole accuratamente calibrate che furono le fondamenta dello Stato d’Israele”. E’ Boris Johnson che scrive, l’attuale Segretario di Stato per gli Affari esteri del governo May, pubblicato in prima pagina dal Telegraph.
Con “la mia visione per la pace in Medio Oriente tra Israele e un nuovo stato palestinese” Johnson ha voluto, non solo manifestare l’orgoglio “del ruolo che ha giocato la Gran Bretagna nella creazione dello Stato di Israele”, ma annunciare che l’Inghilterra celebrerà eccome i cento anni dalla dichiarazione che cadranno il 2 novembre. Un evento esclusivo a Londra, voluto dalla May, e a cui prenderà parte lo stesso premier israeliano, Benjamin Netanyahu. Ha declinato l’invito, invece, Jeremy Corbyn. E c’era da aspettarselo dato l’entusiasmo pro Israele. Così come c’erano da aspettarsi le tante iniziative dense di acrimonia che, da mesi, i palestinesi organizzano, cercando di boicottare le celebrazioni e aizzare un clima, in un certo senso, – ahi noi! – antisemita. Lo scorso settembre Mahmoud Abbas – Presidente dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, dell’Autorità Nazionale Palestinese e dello Stato di Palestina – in un suo discorso alle Nazioni Unite aveva chiesto le scuse pubbliche da parte dei funzionari britannici per la dichiarazione, e che, quindi, non venisse celebrato alcun centenario. Ad aprile i movimenti palestinesi avevano lanciato una petizione indirizzata al governo inglese perché, – ancora! -, chiedesse pubblicamente scusa ai palestinesi. Petizione fallita miseramente: tredicimila firme raccolte a fronte della soglia delle centomila previste per trasferire il dibattito in Parlamento.
A luglio il Queen Elizabeth II Center ha addirittura ospitato la più grande fiera palestinese d’Europa: il Palestine Expo. “A cento anni dalla Dichiarazione Balfour, a cinquanta dall’occupazione di Israele e a dieci dell’assedio di Gaza“, recitavano le locandine. Tra bandiere di Hezbollah, antisemitismo da spogliatoio e l’imam Ebrahim Bham, il capo del Consiglio dei teologi musulmani del Sud Africa, ospite d’onore – che dal pulpito non ha avuto paura di dire, “un giorno Goebbels (ministro della propaganda nazista, ndr) ha dichiarato che ‘la gente mi dice che gli ebrei sono esseri umani. Sì, so che sono esseri umani. Proprio come le zecche sono animali’” -, la manifestazione ha fatto venire i brividi persino a Sadiq Khan. Il sindaco di Londra, infatti, si è dovuto ridurre, nell’occasione, a chiedere al governo di impedire future manifestazioni di Hezbollah. E’ così che dopo mesi di tensioni, esattamente alla vigilia del centenario, il clima è più teso che mai. I siti palestinesi sono in subbuglio, la stampa inglese è divisa, Johnson si è fatto ospitare in prima pagina da un giornale nazionale e gli studenti delle scuole della Csigiordania e della striscia di Gaza sono stati invitati a scrivere delle lettere al governo inglese su cosa pensano della dichiarazione e come questa abbia influenzato – negativamente – le loro vite. Centomila dovrebbero essere le lettere da consegnare il 2 novembre al console britannico a Gerusalemme. Insomma, per i politicamente corretti, la May dovrebbe avere un po’ di buon gusto, un certo pudore e spessore morale e ritirare i festeggiamenti del momento in cui, con una lettera indirizzata a Lord Rothschild, l’allora ministro degli esteri Balfour, affermava di guardare con favore alla creazione di un “focolare ebraico” in Palestina. D’altronde Israele, che per tanti intellettuali rappresenta una frontiera d’Europa, è solo uno Stato che merita la distruzione – come il movimento palestinese ricorda -, e non di certo la celebrazione di un atto che ha contribuito alla sua fondazione. (Fonte: Formiche.net Emanuel Baroz) (foto: lord balfour)

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Brexit e Articolo 50: Il dado è tratto

Posted by fidest press agency su martedì, 4 aprile 2017

londra

The Bridges Not Walls movement drop a banner reading “Bridges Not Walls’ from Tower Bridge in London to coincide with banner drops all over the UK sending a clear message to Donald Trump the 45th president of the United States to build bridges not walls on the day of his inauguration. (photo by Andrew Aitchison)

Londra. Di Mark Whitehead, Head of Equity Income Martin Currie (Gruppo Legg Mason). La decisione della Gran Bretagna di avviare le procedure previste dall’articolo 50 ufficializza il divorzio dall’Unione Europea e autorizza l’inizio dei negoziati nel più breve tempo possibile. Che cosa significa questo per le imprese britanniche e quali rischi – o quali opportunità – possono nascere dalla Brexit?
Com’era prevedibile, la sterlina è stato il barometro principale sin dal referendum: la debolezza della valuta ha cominciato a impattare l’inflazione e a sollevare timori per le conseguenze sui salari netti. Le vendite al dettaglio hanno registrato buoni risultati nel complesso, ma il periodo di riferimento è secondo noi troppo breve per poter trarre conclusioni.
Nel mercato azionario, i settori dei beni discrezionali, dell’immobiliare (costruzioni edili) e dei servizi di pubblica utilità sono stati particolarmente sensibili, ed è probabile che rimangano tali. I primi due sono particolarmente vulnerabili a qualsiasi ulteriore contrazione sui redditi reali, mentre i margini dei servizi di pubblica utilità hanno risentito di un conto in sterline più salato sulle importazioni dell’energia. I timori di un esodo delle società internazionali, che sarebbero intenzionate a trasferire le proprie sedi centrali, sono forse eccessivi, ma è ingenuo pensare che le condizioni attuali non subiranno alcuna variazione.
Un esempio specifico è il recente avvertimento, arrivato dai piani alti dell’UE, secondo cui le compagnie aeree britanniche dovranno spostare la loro sede centrale se vogliono mantenere le rotte all’interno del continente europeo.Dall’altra parte, gli esportatori hanno beneficiato molto della debolezza della sterlina, ma potrebbe essere un vantaggio effimero se i negoziati si dovessero concludere con l’adozione di una linea dura (tra cui un ritorno dei dazi doganali) – ironicamente, una situazione che il mercato valutario sta già scontando.
Che cosa aspettarsi?La probabilità di una linea dura dei negoziati – ovvero l’uscita dal mercato comune europeo e l’unione doganale – sembra aumentare e i toni adottati finora suggeriscono che i politici stiano preparando i cittadini a uno scenario del genere. L’esatto costo in termini monetari di tale separazione, per il governo di Londra, non è ancora chiaro – anche se i media hanno anticipato delle prime stime – e cresce il rischio che questo tema richieda molti sforzi in futuro, a spese di discussioni più importanti e complesse come quelle inerenti alle relazioni commerciali. Per quanto riguarda l’agenda politica, non c’è alcun dubbio che i negoziati su Brexit distoglieranno l’attenzione dalle problematiche interne, nei due anni in cui questi si svolgeranno. Tra questi emergono gli ambiziosi piani di sviluppo industriale del primo ministro Theresa May, di cui uno dei pilastri è il rilancio degli investimenti infrastrutturali in settori come i trasporti, la banda larga e l’energia.
In breve, l’articolo 50 segna l’inizio di un processo di negoziazioni probabilmente movimentato e ci aspettiamo diversi periodi di volatilità, via via che i mercati inizieranno a comprendere gli impatti sulle imprese. Cercheremo di sfruttare le anomalie di mercato che potrebbero nascere durante questa fase.
Legg Mason è una società di gestione patrimoniale che opera su scala globale, con attivi in gestione (AUM) pari a 722,9 mld USD al 28 febbraio 2017. Legg Mason offre soluzioni di gestione attiva degli asset presso numerosi centri d’investimento presenti in tutto il mondo. La sede ufficiale si trova a Baltimora, Maryland.

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Gran Bretagna: Calo degli studenti europei

Posted by fidest press agency su giovedì, 3 novembre 2016

Business School, University of OxfordRoma. Il numero di candidature degli studenti europei alle università britanniche è in calo del 9% rispetto all’anno precedente. Il dato, diffuso dalla Universities and Colleges Admissions Service (Ucas), organizzazione inglese che si occupa del processo d’iscrizione alle università del Regno Unito, si riferisce ad alcuni corsi universitari: tutti quelli attivi nelle università di Oxford e Cambridge e a quelli di medicina, odontoiatria e veterinaria in tutte le università britanniche. Le candidature degli studenti europei, secondo quanto reso noto, sono 6.240, 620 in meno rispetto all’anno scorso. «Il dato, anche se ancora parziale, rafforza le valutazioni negative emerse subito dopo Brexit. I tempi necessari a far uscire il Regno Unito dall’Europa sono ancora lunghi e soprattutto incerti ma, forse, è proprio questa indeterminatezza che sta generando confusione tra i nostri studenti, spingendoli verso destinazioni che sentono più “accoglienti”», commenta Mario Panizza rettore dell’Università degli Studi Roma Tre e presidente del Crul (Comitato regionale di coordinamento delle università del Lazio). «Bisogna augurarsi che il fenomeno rimanga circoscritto e che la decisione britannica non interrompa quella spinta a viaggiare che ha animato l’intera “generazione Erasmus”. Purtroppo altri segnali, ancora più gravi e marcati, si stanno addensando intorno al tema dell’accoglienza. La facilità a comunicare, e quindi a conoscere, sarà tuttavia il deterrente più sicuro e incisivo per contrastare il contenimento degli scambi e la divulgazione dei risultati scientifici tra le università».

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Brexit: timori finanziari fondati o alibi per interventi eccezionali?

Posted by fidest press agency su sabato, 2 luglio 2016

bankingIl risultato del referendum sulla Brexit avrà certamente un effetto profondo sull’economia britannica, sull’Unione europea e sul suo processo di integrazione. Chi ci ha letto in passato sa che noi siamo sempre stati fautori di un’Europa forte, solidale e sovrana. Nondimeno ci sembra esagerata la reazione sia dei mercati che delle istituzioni finanziarie europee ed internazionali che paventano un nuovo sconquasso finanziario globale. E’ come se l’emergenza Brexit serva a giustificare una probabile adozione di interventi eccezionali e a scaricare su di essa le conseguenze di una crisi già in atto, ma che oggettivamente non ha origine nell’eventuale uscita della Gran Bretagna dall’Ue.Al riguardo è’ interessante notare che le grandi banche too big to fail americane ed internazionali, la Goldman Sachs, la JP Morgan, la Citibank, la Bank of America per nominarne alcune, sono state in prima fila, anche con notevoli donazioni in denaro, per sostenere la campagna “Remain”. Anche speculatori come George Soros sono scesi in campo contro la Brexit paventando cataclismi di ogni sorta.La Federal Reserve ha deciso di lasciare i tassi fermi e ha annunciato che il costo del denaro salirà, ma più lentamente. L’incertezza sul referendum della Brexit “è uno dei fattori che ha pesato sulla decisione” di mantenere invariato il costo del denaro, ha affermato la governatrice Janet Yellen, sottolineando che un eventuale addio della Gran Bretagna all’Ue potrebbe avere ripercussioni sull’economia e sulla finanza globale. Dopo di che anche la Banca Centrale Europea ha affermato di essere pronta ad interventi di emergenza e in ogni caso di voler mantenere i suoi acquisti di asset finanziari pari a 80 miliardi di euro al mese fino a marzo 2017 e anche oltre, se fosse necessario.
Indubbiamente l’uscita dall’Ue avrà un grosso impatto in particolare per la City di Londra. Nella City operano circa 250 banche estere che in questo modo hanno un accesso diretto al mercato Ue. La City rappresenta circa il 10% del Pil britannico e contribuisce per il 12% a tutte le tasse raccolte dal governo. Essa è la prima esportatrice di servizi finanziari del mondo. Servizi che, per 20 miliardi di euro, vanno proprio verso l’Europa.Una delle grandi preoccupazioni riguarda, per esempio, la sorte della Royal Bank of Scotland, che nel biennio 2014-15 ha accumulato perdite per oltre 7 miliardi di euro. Cosa succederebbe a questa banca in caso di un aggravamento della situazione inglese? Secondo noi il nervosismo nella grande finanza riflette un profondo senso di incertezza e anche una vera e proprio paura di effetti a catena, simili a quelli non previsti e non voluti, della bancarotta della Lehman Brothers nel 2008. L’ultimo bollettino della Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea delinea andamenti finanziari e bancari che meritano una attenta disamina. Nell’ultimo trimestre del 2015 i crediti bancari transfrontalieri globali sono diminuiti di 651 miliardi di dollari, di cui 276 verso la zona euro. E’ una tendenza in crescita da tempo. La stessa cosa era avvenuta a seguito della crisi del 2008. E’ indubbiamente uno dei risultati della prolungata stagnazione economica mondiale. E’ anche rilevante notare che il valore nozionale dei derivati otc è finalmente sceso di quasi 200.000 miliardi di dollari, da 700 mila di giugno 2014 ai circa 500 mila di fine 2015. E’ un fatto di indubbia positività.Si tratta di cambiamenti necessari e ulteriormente auspicabili. Noi abbiamo sempre ribadito l’importanza di ‘prosciugare’ la palude dei derivati finanziari speculativi otc e di contenere le operazioni bancarie non produttive. I dati della Bri sono di grandezze eccezionali, però richiedono un attento controllo e anche interventi precisi da parte delle autorità competenti. Se fossero soltanto il risultato di performance autonome dei mercati, allora dietro ai numeri potrebbero nascondersi ‘macerie’. Sarebbe proprio come spesso accade dopo fenomeni alluvionali. Dopo una violenta inondazione si è tutti contenti di vedere che le acque si sono ritirate. Ma prima di permettere il ritorno delle famiglie evacuate o addirittura concedere dei permessi di costruzione è necessario che la Protezione Civile faccia un attento controllo del territorio per determinare se la catastrofe ha minato le fondamenta dei palazzi e la compattezza del terreno.Di certo sono in atto profondi rivolgimenti nei settori finanziari e bancari per cui ogni evento, anche di portata minore, rischia di produrre conseguenze destabilizzanti. Con effetti sistemici! (Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e Paolo Raimondi economista)

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Il Referendum europeo in Gran Bretagna è solo un segno delle crescenti difficoltà dell’Europa

Posted by fidest press agency su sabato, 25 giugno 2016

chiesa evangelica luteranaLa Chiesa Evangelica Luterana in Italia (CELI), che riunisce le comunità luterane dell’intera penisola, rende noto un commento relativo all’esito del referendum svoltosi nel Regno Unito e che ne ha decretato l’uscita dall’Unione Europea.“Il Referendum europeo in Gran Bretagna è solo un segno delle crescenti difficoltà dell’Europa, si legge nella lettera aperta del Consiglio Direttivo della Conferenza delle Chiese Europee. La Chiesa Evangelica Luterana in Italia la condivide, come già accaduto con la precedente dichiarazione delle Chiese Evangeliche in Germania (CEG). Tuttavia gli europei restano indivisibilmente collegati fra loro: non solo nella comune economia di mercato, ma anche nella condivisione di valori per un’Europa forte, solidale e aperta al mondo. Valori che sono citati nei primi articoli della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea: dignità umana, pace, riconciliazione, giustizia, libertà, tolleranza, unanimità, solidarietà, coesione e cooperazione sociale. Questi valori hanno le loro radici anche nella tradizione della fede cristiana, e in ciò le chiese europee sono unite. Nella dichiarazione della CEG si legge altresì: allo spirito europeo e cristiano corrisponde la capacità di aprirsi consapevolmente oltre i confini, per esempio per un sistema di asilo comune europeo con elevati e omogenei standard di protezione. E anche su questo la CELI si associa”, ha dichiarato il Presidente del Sinodo Georg Schedereit.
La Chiesa Evangelica Luterana in Italia, CELI, statutariamente bilingue, italiano e tedesco, è un ente ecclesiastico che attualmente raggruppa 7.000 luterani distribuiti in 15 comunità, dalla Sicilia all’Alto Adige. I suoi rapporti con la Repubblica Italiana sono regolati dalla legge n° 520 del 1995 (Intesa secondo l’art. 8 della Costituzione).
La più antica comunità luterana in Italia è quella di Venezia, risalente alla Riforma attuata dal monaco agostiniano Martin Lutero nel 1517.Capace di evolvere con la società, oggi la CELI è fortemente impegnata non solo nella cura delle anime, ma anche in numerosi ambiti quali cultura, sanità, scuola, assistenza a poveri e immigrati, educazione ambientale, pari opportunità uomo-donna, difesa delle diversità e lotta alle discriminazioni, partecipazione al dibattito etico, religioso e politico.
Proprio per questo impegno, la Chiesa Luterana – una chiesa senza grandi patrimoni – riceve ogni anno la fiducia e il sostegno di tantissimi italiani che scelgono di destinarle l’otto per mille sulla dichiarazione dei redditi: così, nel 2014, sono state, più di 61.000 le firme a favore della CELI, cioè quasi 9 volte il numero dei luterani presenti in Italia. http://www.chiesaluterana.it

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La Brexit della Gran Bretagna

Posted by fidest press agency su venerdì, 24 giugno 2016

Nell’immediato nobrexitn succede nulla dal punto divista giuridico: in base all’Art.50 del Trattato di Lisbona, la GB ha 2 anni di tempo per rinegoziare gli accordi commerciali con i partners europei. Cameron ha già dichiarato di volersi dimettere, ma propone di rimanere in carica per l’ordinaria amministrazione fino al Congresso del partito in ottobre. Nelle prossime settimane vi sarà incertezza in merito all’assetto di un Paese profondamente diviso nel voto a livello regionale e sociale, con conseguenze importanti su economia, politica e mercato.
Conseguenze macroeconomiche. Brexit era stato associato a scenari macroeconomici nefasti soprattutto per la crescita della GB: l’IMF vede effetti negativi sul GDP (-1,5% a quasi -6% in 2-3 anni, il Tesoro inglese anche peggio) sull’inflazione e sulla disoccupazione. La presenza di un forte deficit commerciale unitamente a quello pubblico implica un forte deprezzamento della Sterlina (-10% già testato rispetto a chiusura di ieri). Il probabile calo del commercio internazionale avrà conseguenze asimmetriche e potrebbe resuscitare lo spettro della ‘guerra valutaria’. Per l’Europa, tuttavia, il danno economico sarà ben più contenuto, e per l’Italia particolarmente basso secondo alcune analisi (secondo il Brexit Sensitivity Index di S&P) ma è sul fronte politico e finanziario che le ferite potrebbero bruciare.
Cameron ha fatto un disastro politico che gli costerà molto e favorirà un euroscettico (forse l’ex sindaco di Londra Boris Johnson) come suo successore. Ma a noi interessano soprattutto le implicazioni di questo voto per il processo di integrazione europea. Sembra logico attendersi un’Europa a due velocità: UE che rallenta ed EMU che procede, ma qui si dividono i pareri tra chi si aspetta un contagio negativo del voto inglese attraverso le forze anti-sistema nei vari Paesi del continente – che potrebbero essere incoraggiate a chiedere trattamenti speciali o altri referendum – e chi spera in una ripresa dell’iniziativa da parte dei Paesi che hanno adottato la moneta unica. Anche per la reazione del mercato questo sarà cruciale. La differenza con la fase pre-EMU o della crisi del 2011 è che l’Italia farà quasi certamente parte del gruppo di Paesi che serra i ranghi, qualora l’Europa brexi1trovi una base programmatica minima su cui convergere (per esempio completamento dell’Unione Bancaria).
Durante la notte la pressione del voto negativo si è scaricata pesantemente in acquisto di USD e delle valute rifugio (JPY e CHF) contro quelle più esposte da un punto di vista macro/politico alle implicazioni del voto negativo (GBP e Euro) e contro le valute emergenti, vulnerabili in uno scenario di risk-off e di dollaro forte. Altrettanto violenta la reazione in acquisto sui core bonds con acquisti di duration sui futures US (flight to quality sulla parte lunga e repricing, sulla parte breve, della politica monetaria della FED – nessun rialzo prezzato fino al 2018). L’apertura dei mercati Europei vede pesanti perdite su tutti gli indici azionari (fino a -12% l’Eurostoxx) con il settore bancario maggiormente penalizzato. Sul Fixed Income europeo flight to quality sul Bund e con i mercati periferici in recupero, dopo un’apertura molto debole, su aspettative di interventi in acquisto da parte della BCE.
Fondato a Ginevra nel 1805, il Gruppo Pictet è uno dei principali gestori patrimoniali e del risparmio indipendenti in Europa Il patrimonio gestito ed amministrato ammonta a 480 miliardi di Euro a fine ottobre 2015. Il Gruppo Pictet è controllato e gestito da sette soci e mantiene gli stessi principi di titolarità e successione in essere dalla fondazione. Il Gruppo Pictet, che conta più di 3.700 dipendenti, ha il suo quartier generale a Ginevra e altre sedi nei seguenti centri finanziari: Amsterdam, Barcellona, Basilea, Bruxelles, Dubai, Francoforte, Hong Kong, Losanna, Londra, Lussemburgo, Madrid, Milano, Monaco di Baviera, Montreal, Nassau, Parigi, Roma, Singapore, Torino, Taipei, Tel Aviv, Osaka, Tokyo, Verona e Zurigo.

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Brexit: Un voto storico

Posted by fidest press agency su martedì, 21 giugno 2016

londonQuesto giovedì, il futuro del progetto europeo sarà nelle mani del Regno Unito, dato che i suoi cittadini decideranno se lasciare l’Unione oppure restare uno stato membro. Se il Regno Unito lascerà l’UE, sarà un duro colpo per lo spirito di solidarietà e cooperazione di cui abbiamo bisogno per superare i problemi della nostra generazione.Sappiamo che l’Unione Europea non è perfetta. Ma dobbiamo restare uniti per poter risolvere sfide importantissime come i cambiamenti climatici, il potere delle corporazioni e l’emergenza dei rifugiati. Questi problemi sono troppo grandi per essere gestiti dalle singole nazioni.Ma in questo momento i sondaggi non sembrano molto favorevoli per il fronte di chi vuole rimanere. [1] Sappiamo che le persone che presumibilmente voteranno per rimanere più difficilmente andranno a votare. [2] Dobbiamo lanciare un appello agli europeisti del Regno Unito e chiedere loro di andare a votare! Abbiamo scritto una lettera aperta ai cittadini britannici chiedendo loro di rimanere nell’UE. Martedì distribuiremo questa lettera sul Millenium Bridge di Londra. La invieremo ai nostri membri affinché la diffondano attraverso la loro rete di contatti. Il tuo messaggio di sostegno motiverà e incoraggerà le persone a votare per restare in Europa!
L’UE ci ha aiutato a promuovere la pace e la collaborazione tra quei paesi che sono stati in guerra per la maggior parte della loro storia. Abbiamo bisogno di sfruttare questa collaborazione per combattere i problemi globali del nostro tempo, e non di isolarci come nazioni singole.
WeMove.EU è stata fondata sul principio secondo il quale insieme possiamo creare un’Europa migliore. Un’Europa più giusta. Un’Europa più democratica. Abbiamo appena iniziato ma abbiamo già sfidato il potere delle corporazioni, le multinazionali che evadono il fisco e l’industria del nucleare. Insieme possiamo fare ancora moltissimo. E i nostri vicini europei che vivono nel Regno Unito devono sapere che il nostro movimento ha bisogno di loro.Il voto potrebbe facilmente favorire chi cerca di distruggere l’unità che abbiamo sviluppato negli ultimi decenni. Dobbiamo dire ai cittadini britannici che vogliamo che restino in UE e chiedere loro di andare a votare!

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Sette Business School Britanniche dominano la Top 10

Posted by fidest press agency su giovedì, 25 febbraio 2016

Warwick_Business_School_Scarman_road_viewLondra. La più importante classifica dei corsi online/a distanza di Master of Business Administration – QS Distance Online MBA Rankings – è stata pubblicata oggi dagli analisti della QS Quacquarelli Symonds, esperti di istruzione universitaria e della formazione in business. Dato il crescente numero di professionisti ​​che aspira a bilanciare i propri obiettivi educativi con le proprie carriere e vite personali, i programmi MBA online stanno diventando sempre più popolari tra i candidati e anche i datori di lavoro ormai riconoscono il valore del titolo di studio di un MBA conseguito con il supporto della tecnologia. La classifica QS Distance Online MBA Rankings vuole fornire a queste figure professionali informazioni dettagliate, per aiutarle a prendere la migliore decisione per la propria formazione e carriera.
’offerta online della sale in cima alla classifica, prendendo il primo posto alla spagnola IE Business School. L’edizione di quest’anno è anche la più completa della QS, con trenta MBA online classificati.Delle trenta università in classifica, poche riescono a competere con il duopolio di Regno Unito e Stati Uniti, che contano rispettivamente nove e diciassette presenze. Nove delle prime dieci istituzioni provengono da Stati Uniti o Regno Unito. Questo sottolinea come le università di questi due Paesi abbiano saputo prendere particolari iniziative nel tentativo di aumentare l’accesso alla formazione online di alta qualità. Delle prime trenta posizioni, solo quattro non provengono da Stati Uniti o Regno Unito: il programma della IE (Spagna) rimane il più alto in classifica rispetto all’offerta della CENTRUM Católica Graduate Business School (Perù, quest’anno classificato 14 °), della Deakin Business School (Australia, classificato 16°) e dell’EuroMBA Consortium (18 ° posto).

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Chirurgia plastica, i dati della Gran Bretagna

Posted by fidest press agency su martedì, 9 febbraio 2016

chirurgia esteticaNel Regno Unito la chirurgia plastica sembra non sentire crisi, come dimostrano i dati della British Association of Aesthetic Plastic Surgeons (Baaps) relativi al 2015: «Anche i britannici continuano a sentire, sempre più forte, il richiamo della chirurgia estetica» afferma Pierfrancesco Cirillo, segretario dell’Associazione Italiana di Chirurgia Plastica Estetica (Aicpe), omologa della Baaps, realtà dedicate esclusivamente all’indirizzo estetico della chirurgia plastica.I dati della Gran Bretagna, che segnano una crescita del 12.5 nel 2015 rispetto all’anno precedente, sono un indicatore dell’andamento del settore nell’anno appena terminato anche se i dati relativi al mercato italiano nel 2015, realizzati come ogni anno da Aicpe, saranno resi noti a marzo in occasione del convegno nazionale dell’associazione che si terrà a Firenze. «Dalla Gran Bretagna arrivano segnali importanti – afferma Cirillo -. Come rileva la Baaps, il fatto che molte celebrities, tra cui Sharon Stone, Jamie Lee Curtis, Kelly Rowland e Jane Fonda, abbiano ammesso di essere ricorse al bisturi ha in parte sdoganato l’idea che i risultati della chirurgia plastica siano solo artificiali e hanno dimostrato che, se ben fatto, il cosiddetto “ritocchino” può dare risultati naturali e piacevoli».Ben 7 dei 10 interventi più popolari in Gran Bretagna, nel 2015 ha registrato una crescita a doppia cifra. Secondo il report britannico, l’aumento del seno (mastoplastica additiva) resta l’intervento più praticato con una crescita del 12% rispetto al 2014. «L’era degli eccessi sembra al tramonto: anche in Uk, così come in Italia, le pazienti sembrano preferire taglie più piccole e proporzionate» commenta Cirillo. In crescita anche il lifting facciale (+16%) e la liposuzione (+20%): «Un segno che, dopo anni di ricorso a trattamenti poco invasivi, i pazienti sono giunti alla conclusione che la medicina estetica ha risultati limitati e non comparabili con quelli del bisturi».Un altro trend è la crescita tra gli interventi in pazienti maschi: il lifting di viso e collo è cresciuto del 14%; la blefaroplastica del 15.5% e rinoplastica (+14%), oltre a un 20% di crescita per la liposuzione negli uomini e un aumento del 13% nella riduzione del seno maschile, la ginecomastia. «Come in Italia, anche in Gran Bretagna i pazienti maschi sono una minoranza – si parla del 9% del totale -, ma resta un fatto che stanno aumentando: secondo i dati Baaps gli uomini sono raddoppiati negli ultimi dieci anni» conclude il segretario Aicpe.
AICPE. L’Associazione Italiana Chirurgia Plastica Estetica (www.aicpe.org), l’unica in Italia dedicata esclusivamente alla chirurgia estetica, è nata nel settembre 2011 per dare risposte concrete in termini di servizi, tutela, aggiornamento e rappresentanza. Ad AICPE, gemellata con l’American Society for Aesthetic Plastic Surgery (ASAPS), la più importante società di chirurgia estetica al mondo, hanno aderito oltre 250 chirurghi in tutta Italia. Membri Aicpe possono essere esclusivamente professionisti con una specifica e comprovata formazione in chirurgia plastica estetica, accomunati da un codice etico comportamentale che li distingue dentro e fuori la sala operatoria. L’associazione ha elaborato e pubblicato le prime Linee Guida del settore, consultabili sul sito internet, che stabiliscono i fondamentali parametri operativi dei principali interventi. Scopo di AICPE è tutelare pazienti e chirurghi plastici: disciplinando l’attività professionale con riferimento sia all’attività sanitaria, sia alle norme etiche; rappresentando i chirurghi plastici estetici nelle sedi istituzionali, scientifiche, tecniche e politiche per tutelare la categoria e il ruolo; promuovendo la preparazione culturale e scientifica.

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Dibattito pre-vertice: migrazione e referendum UE del Regno

Posted by fidest press agency su sabato, 30 gennaio 2016

londraStrasburgo 3 febbraio 2016. In vista del Consiglio europeo del 18-19 febbraio prossimi, i deputati esprimeranno, durante il dibattito di mercoledì mattina, le loro posizioni in materia di immigrazione e sull’imminente referendum del Regno Unito per decidere se il Paese debba restare o meno nell’UE. Al dibattito parteciperanno il Presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker e il ministro olandese per gli Affari esteri, Bert Koenders, in nome della Presidenza del Consiglio olandese.

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