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Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 338

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150 anni unità d’Italia: il gravame di un peso

Posted by fidest press agency su sabato, 12 febbraio 2011

Siamo giunti a 150 dall’unità d’Italia. E’ una data che ci induce ad una commemorazione solenne ma non tutti sembrano convinti sulla necessità di farlo. Se mettiamo da parte le ragioni di chi opta per i festeggiamenti alla grande e ci limitiamo a considerare le obiezioni dei critici dobbiamo innanzitutto riconoscere che per il come stanno andando le cose ci sarebbe poco da festeggiare. Pensiamo per esempio alla Lega, notoriamente separatista e alle minoranze tirolesi. Pensiamo ai tanti meridionali che si sentono amareggiati ed esclusi da questa festa che dovrebbe anche dire un rilancio dell’economia del Sud, migliori servizi, trasporti, assistenza sanitaria e via di questo passo. Diciamo che un ricco regno delle Due Sicilie in 150 anni è diventato l’ombra di se stesso. Tutti si sono sentiti in dovere di umiliare la sua crescita industriale, economica e finanziaria. Tutti hanno preferito ignorare un sistema di trasporti e reti di comunicazione disastrate. Non pochi hanno favorito l’espandersi della malavita organizzata. Ora ci troviamo con aree inquinate che colpiscono le falde idriche. Con una disoccupazione giovanile che in alcune località tocca il 50% e una formazione professionale che in parecchi casi è solo apparenza. Oggi si consolida il culto delle grandi migrazioni interne: i malati che vanno al nord per farsi curare. I giovani che vanno a studiare e a lavorare al Nord o a recarsi all’estero. L’agricoltura che è messa in ginocchio da politiche inadeguate di sostegno e si tende ad importare perché non è più conveniente produrre in loco. Tutti costoro che possono trovare di tanto esaltante nei 150 anni dall’unità d’Italia? E’ un bilancio sconfortante che si può rivelare una beffa se affidiamo all’attuale classe politica il compito di magnificare questa storica ricorrenza che è indubbiamente grande se ci ha dato l’unità ma che suona come una offesa per chi l’ha ridotta ad un clamoroso insuccesso. Ci rimane, a mio parere, solo una cosa da fare: cogliere l’occasione per riflettere seriamente e per imprimere una svolta radicale per restituire al meridione la sua dignità offesa e umiliata. Perché il meridione non è il parente povero. Perché il nord non è l’Italia ma solo una parte e se vuole definirsi unitario deve rendersi credibile in concreto o altrimenti lo dica senza remare contro nel sottobosco. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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Cassazione: risarcimento del danno

Posted by fidest press agency su lunedì, 6 dicembre 2010

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con sentenza n. 24233 del 30 novembre 2010 sottolineando che “il risarcimento del danno professionale, biologico ed esistenziale derivante dal demansionamento e dalla dequalificazione del lavoratore postula l’allegazione dell’esistenza del pregiudizio e delle sue caratteristiche, nonché la prova dell’esistenza del danno e del nesso di causalità con l’inadempimento, prova che, quanto al danno esistenziale, può essere fornita anche ricorrendo a presunzioni”.  I Giudici di piazza Cavour, respingendo le doglianze datoriali hanno rigettato la ratio della decisione del giudice del gravame secondo il quale riteneva erroneo il riconoscimento del danno da demansionamento in favore di un proprio dipendente perché non sorretto da idonea prova, hanno ribadito, richiamando la sentenza n. 4652/2009, che “in caso di accertato demansionamento professionale del lavoratore in violazione dell’art. 2103 c.c., il giudice del merito, con apprezzamento di fatto incensurabile in cassazione se adeguatamente motivato, può desumere l’esistenza del relativo danno, avente natura patrimoniale e il cui onere di allegazione incombe sul lavoratore, determinandone anche l’entità in via equitativa, con processo logico-giuridico attinente alla formazione della prova, anche presuntiva, in base agli elementi di fatto relativi alla qualità e quantità della esperienza lavorativa pregressa, al tipo di professionalità colpita, alla durata del demansionamento, all’esito finale della dequalificazione e alle altre circostanze del caso concreto”. Spiegano i Supremi giudici come correttamente, nel caso di specie, la Corte d’appello ha ritenuto che l’onere probatorio posto a carico del lavoratore può essere adempiuto, oltre che mediante prove di natura documentale e testimoniale, anche in via presuntiva. Detta dimostrazione può ritenersi assolta, secondo le regole sancite dall’art. 2727 c.c., “allorché venga offerta una serie concatenata di fatti noti, ossia di tutti gli elementi che puntualmente e nella fattispecie concreta (non in astratto) descrivano: durata, gravità, conoscibilità all’interno ed all’esterno del luogo di lavoro della operata dequalificazione, frustrazione di (precisate e ragionevoli) aspettative di progressione professionale, eventuali reazioni poste in essere nei confronti del datore comprovanti la avvenuta lesione dell’interesse relazionale, gli effetti negativi dispiegati nelle abitudini di vita del soggetto”.  Secondo Giovanni D’Agata componente del Dipartimento Tematico Nazionale “Tutela del Consumatore” e fondatore dello “Sportello Dei Diritti”, tale sentenza certamente una decisione esemplare che potrà invogliare i lavoratori vittime di abusi sul posto di lavoro e costituisce precedente persuasivo e da monito per tutti i datori di lavoro perché possano pensarci non una, ma cento volte prima di umiliare e vessare il proprio dipendente.

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I debiti pubblici di Tremonti

Posted by fidest press agency su sabato, 24 luglio 2010

Tremonti: “Non farei il cambio con chi ha un debito pubblico basso e un debito privato che è quattro volte il nostro” (Buon Giorno Impresa N. 2044 di Venerdì 16 Luglio) – Tremonti é simpatico, credo onesto ‘rara avis’  pieno di buona volontà e … prudente. Con tutto ciò, dato l’ingranaggio nel quale si muove, non tocca il problema dell’incremento del debito pubblico nelle sue cause. Dimentica per esempio di dire che gli ottocento miliardi di Euro che sono grosso modo (dati BCE) il circolante dell’Unione europea, sono tutti gravati di debito (fatta eccezione per le monetine chew, che non sono addebitate agli stati membri). Oltre a ciò dimentica l’altro fattore che é dato dalla presenza dei buoni del Debito Pubblico, tutti ove più ove meno gravati d’interesse. Non denuncia poi l’immenso gravame prodotto dalle riserve frazionarie a vantaggio delle banche, che si fanno così il loro danaro creditizio sulle spalle dei cittadini affamati di danaro con tassi, a cagione di detta riserva, sempre usurai. Non parla dell’M3 e dell’M4, che conducono alla quadratura del cerchio del debito enorme che grava su imprenditori e privati. Che gli sportelli bancari e le banche siano proliferate in modo abnorme indica quanto sia vasto il “territorio di caccia” e …. redditizio. Non ne parla, appunto, perché é un uomo prudente, anche se recentemente, durante una trasmissione per altro non molto qualificata di “Italia 1”, alla fine di un breve discorso ha detto che il problema della impossibilità di risolvere i problemi finanziari – e quindi economici – di questa lunghissima contingenza, é dato dal fatto che gli Stati hanno da troppo tempo rinunziato alla propria sovranità monetaria… Ricordiamo quando Berlusconi, col suo solito accento trionfalistico, disse che avrebbe istituito una “Robin Tax” per colpire i lauti guadagni delle banche e delle compagnie di assicurazione e i petrolieri. L’ha ripetuto due volte. Sono passati anni, ma anche Berlusconi – spesso così imprudente – é in queste cose prudente: “tutto tace”. (Normanno Malaguti fonte j buon giorno impresa)

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