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Coronavirus: immunità di gregge per i mercati?

Posted by fidest press agency su domenica, 29 marzo 2020

A cura di Marco Piersimoni, Senior Portfolio Manager di Pictet Asset Management. Negli Stati Uniti, oltre a quanto già annunciato (fino a 50 miliardi di dollari in aiuti agli Stati per affrontare la pandemia, acquisto di petrolio per la Riserva Strategica Petrolifera nazionale, cancellazione degli interessi sui prestiti studenteschi), è stato approvato dal Congresso un ulteriore pacchetto di stimoli fiscali che potranno arrivare fino a $ 2’000 miliardi, destinati a sostenere il tessuto sociale ed economico del Paese tramite prestiti alle piccole imprese ($ 300 miliardi), trasferimenti diretti ai cittadini ($ 500 miliardi), fondi di stabilizzazione ($ 200 miliardi) e rinvii delle scadenza per il pagamento delle tasse.In Europa, la risposta è stata altrettanto tempestiva. I piani di Germania e Francia, in particolare, stanno assumendo dimensioni massicce. Contemporaneamente, si continua a discutere circa l’opportunità di ricorrere a strumenti centrali quali i cosiddetti Coronabond, su cui Paesi come la Germania e l’Olanda sembrano tuttavia molto restii: a spaventare è la mancanza di condizionalità dei fondi raccolti, ossia la possibilità per i Paesi membri dell’UE di usare tali risorse senza vincoli di finalità, anche per scopi diversi e meno urgenti rispetto a quelli strettamente legati all’emergenza sanitaria. Più semplice, dal punto di vista politico e dell’implementazione, che si vada ad attingere al Fondo salva-Stati, imponendo una qualche forma, seppur lieve, di condizionalità alle risorse erogate.Complessivamente, si tratta di un vero e proprio bazooka fiscale, pari al 2.5% circa del PIL mondiale, con un effetto moltiplicatore sull’economia di 1.5/2 (per un raffronto, quanto fatto nel 2008-2009 ammontava all’1.6% del PIL mondiale).Le banche centrali non sono state da meno, anzi. Hanno tempestivamente dispiegato tutte le proprie forze per cercare di fornire al sistema economico e finanziario il supporto monetario necessario per fronteggiare la mareggiata. Tra tagli dei tassi fino a portarli ai livelli minimi e massicci programmi di acquisti, stanno ricorrendo a tutte le politiche straordinarie diventate popolari nel decennio passato. Prima di arrivare a forme di vero e proprio “helicopter money” (finanziamento diretto a imprese e privati), è possibile che, almeno negli Stati Uniti, si rispolveri un programma di controllo della curva, già sperimentato nel secondo dopoguerra e in linea con quanto avviene in Giappone, volto a mantenere i tassi forzatamente entro livelli prestabiliti, tramite acquisti di bond senza limiti di importo.L’effetto immediato di tali stimoli monetari è stato quello di sostenere le aspettative di inflazione e riportare in territorio negativo i tassi reali, saliti in precedenza di 100 punti base fino ad un doloroso +0.5% e oggi prossimi al -0.25%, un livello sicuramente più adeguato all’attuale contesto economico.Allo stesso tempo, la politica monetaria espansiva, soprattutto qualora si dovesse ricorre al controllo delle curve dei tassi, comporta l’effetto positivo di ridurre drasticamente il costo del debito per i Governi, in un momento in cui la spesa fiscale è inevitabilmente destinata a salire in modo significativo.Tutte insieme, le manovre delle principali banche centrali, tra cui la più timida per il momento è stata proprio la People Bank of China, vincolata dagli obiettivi di medio termine e dalla forza del dollaro, risultano pari ad un 10% circa del PIL mondiale (furono pari al 6.5% nel 2008-2009).In generale, si tratta di un mix ben assortito di misure fiscali e monetarie accomodanti con cui si sta tentando di contenere per quanto possibile i danni economici ed immunizzare i mercati finanziari, che al momento sembrano reagire positivamente alla cura.Tuttavia, trattandosi di una crisi nata non da un problema economico o del sistema finanziario, come successo nel 2007, ma da un’emergenza sanitaria, ciò che i mercati sembrano attendere per invertire con decisione il trend è un flusso di notizie positive nel numero di contagi. Nel frattempo, digeriscono e, anzi, apprezzano le misure di distanziamento sociale, anche drastiche, adottate dai Governi per contenere la diffusione del virus. Sembrerebbe che gli operatori siano disposti ad accettare un forte impatto economico nel breve termine per ridurre al minimo il costo sociale e umano, nella convinzione che, anche grazie agli stimoli monetari e fiscali messi a terra, l’attività economica possa poi ripartire con slancio una volta superata la crisi sanitaria.

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Cosa accade se a guidare un gregge non è un pastore?

Posted by fidest press agency su martedì, 19 giugno 2018

Sembra sia stato questo l’interrogativo che si è posto un noto “tecnico” prestato alla politica. Al che mi viene di rispondergli: perché le pecore non possono farlo? E subito dopo: se per gregge di pecore si allude al popolo non penso che il paragone possa reggere a meno che non vi sia la presunzione che l’umanità si divida necessariamente in due ceti: il suddito a cui non è dato di pensare e il dominus che pensa per lui. In questo caso che senso ha parlare di democrazia e delle stesse istituzioni democratiche? Questo pensiero senza dubbio è molto antico se i nostri antenati hanno cercato di risolverlo in vario modo e persino creando dei pesi e dei contrappesi a livello di “vertici” come nell’antico Egitto tra il faraone e la casta sacerdotale. Ciò non di meno nei governati vi è latente la tendenza a ribellarsi alla pressione e alle imposizioni del potere. E quando il livello diventa “critico” scattano reazioni anarchicheggianti che si traducono nella vita politica dei paesi occidentali in una vera e propria crisi di identità. Ma se questa è, in linea generale, la base del nostro ragionamento e ci caliamo nella realtà italiana, anche se ci limitiamo a considerare solo gli eventi più recenti, ci rendiamo conto che la prima significativa svolta l’abbiamo avuta con l’exploit del Movimento cinque stelle che ha ottenuto il 25% del consenso popolare. Era chiaramente un voto di protesta che il “dominus” di allora non rilevò in tutta la sua ampiezza e consistenza archiviandolo come il solingo belato di una pecora. Se avesse in quel preciso momento tenuto in debito conto il segnale, per quanto significativo, forse avrebbe cercato un antidoto appropriato per evitare ciò che è risultato nelle politiche di cinque anni dopo. E ora la protesta è diventata forza di governo tra i leghisti e i pentastellati che hanno pescato nella stessa mangiatoia del malumore popolare. Ma cosa vuole questo popolo di scontenti se non di essere governati con saggezza e lungimiranza? A questo punto restando al paragone del gregge non credo che alle pecore interessi chi le guidi se non per avere la certezza di essere amministrate con scelte consapevoli e condivise e non per essere tosate dall’alba alla sera e a pascolare in un deserto. Dopo tutto non si governa in nome del popolo? (Riccardo Alfonso)

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