Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 289

Posts Tagged ‘guerra civile’

La guerra civile in Camerun si intensifica

Posted by fidest press agency su mercoledì, 19 febbraio 2020

L’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) è preoccupata per l’intensificarsi della guerra civile in Camerun e chiede una maggiore e più efficace tutela della popolazione civile nel paese. Negli scorsi sei giorni almeno 33 persone sono state uccise durante attacchi a villaggi nella regione anglofona. L’APM è particolarmente preoccupata per la violenza, la mancanza di diritto e l’arbitrarietà imperante nella regione della minoranza anglofona. Tutte le parti in causa, dichiara il direttore dell’APM Ulrich Delius, devono assumersi la responsabilità della tutela della popolazione civile e affinché ciò accada è importante che i responsabili delle violenze vengano perseguiti legalmente. I conflitti scoppiati nel 2017 nelle regione anglofona del paese che invece è a maggioranza francofona, hanno già causato la morte violenta di ca. 3.000 civili. Circa 680.000 persone sono in fuga di cui quasi 60.000 si sono rifugiati nella vicina Nigeria. In seguito agli attacchi armati della scorsa settimana, altre 8.000 persone hanno cercato riparo in Nigeria. Durante l’attacco al villaggio di Ntumbo, avvenuto lo scorso 14 febbraio, sono state uccise 22 persone, di cui 14 erano donne e bambini. In gennaio 2020 il governo del Camerun ha annunciato lo spostamento nella regione di ulteriori 1.000 uomini delle forze di sicurezza con il compito di sedare le rivolte dei movimenti anglofoni. Ancora non è chiaro chi siano i responsabili delle recenti violenze ma secondo l’APM è evidente che l’aumento delle forze di sicurezza non ha comportato maggiore sicurezza per la popolazione. Per l’APM, il conflitto nella
regione abitata dalla minoranza della popolazione anglofona difficilmente potrà essere risolto con la violenza ma necessita di una soluzione politica.

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Italiani in guerra civile

Posted by fidest press agency su sabato, 7 settembre 2019

La guerra civile è un conflitto armato all’interno di uno stesso Paese. L’obiettivo è di annullare il nemico e di diventare unico pretendente al riconoscimento statuale.
Le guerre civili possono scoppiare per motivi diversi: ideologici, religiosi, economici, sociali e nazionalistici.Nel nostro Paese non abbiamo una guerra civile nel senso stretto della parola, cioè dello scontro armato, ma una contrapposizione sociale e politica, spesso utilizzata per fini elettorali, che in questi ultimi anni ha raggiunto livelli eccessivi, non accettabili.Alla base c’è una motivazione economica: la crescita non c’è, il futuro è incerto e le prospettive di miglioramento scarse. Prima si stava meglio, si sente dire.In questo quadro è facile individuare le categorie sulle quali far cadere le responsabilità: la casta dei privilegiati, le élite che si arricchiscono, l’establishment che detiene il potere, gli immigrati che ci tolgono il lavoro, ecc. Si istiga risentimento, ed ecco i “vaffa”, si rimuovono i presunti responsabili, ed ecco la “rottamazione”, si prospettano soluzioni miracolistiche, ed ecco la flat tax, si rincorre la nostalgia, ed ecco la rivendicazione identitaria.In questo quadro di incertezze, la richiesta di protezione arriva di conseguenza. E’ uno stato psicologico che richiede sicurezza. Insomma, si cerca un guscio all’interno del quale chiudersi, il che ci contrappone agli altri: noi e loro. Così, il risentimento si trasforma in rancore e poi in cattiveria. Da vari esponenti politici abbiamo sentito affermazioni da guerra civile, ognuno alla ricerca del consenso elettorale, vendendo illusioni. Non abbiamo capito, però, a cosa sia servito, visto che gli acerrimi nemici hanno finito per mettersi d’accordo. (Primo Mastrantoni, segretario Aduc)

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Sono già 50.000 i rifugiati burundesi fuggiti nei paesi limitrofi

Posted by fidest press agency su sabato, 9 maggio 2015

burundi_mapDopo la fine della guerra civile nel 2005, in Burundi si è assistito ad alcuni degli sviluppi più promettenti nella recente storia dei rifugiati in Africa. Sono state trovatate soluzioni per le molte migliaia di persone sfollate dopo oltre un decennio di conflitto. Tra le soluzioni individuate si annovera uno dei programmi di rimpatrio volontario più grandi e di maggior successo a livello mondiale per i rifugiati burundesi – attraverso il quale l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) ha aiutato il Burundi a gestire il ritorno di quasi mezzo milione di persone. La confinante Tanzania era tra i paesi che hanno ospitato un gran numero di rifugiati burundesi, in fuga dalle violenze del 1972. In questi anni ha offerto la cittadinanza a circa 200.000 rifugiati e ai loro discendenti. Secondo l’esperienza dell’UNHCR si tratta del maggior numero di rifugiati integrati a livello locale da un Paese ospitante. Migliaia di altre persone sono state reinsediati con successo all’estero, tra cui più di 8.000 negli Stati Uniti.
Dopo lo scoppio delle violenze pre-elettorali a metà aprile, tuttavia, segnali allarmanti indicano che questo progresso potrebbe vanificarsi. Nelle ultime settimane più di 50.000 burundesi sono fuggiti nei paesi confinanti: Rwanda, Tanzania e Repubblica Democratica del Congo (RDC). Molti di essi hanno attraversato il confine con il Rwanda (25.004), ma la scorsa settimana l’UNCHR ha anche registrato un forte aumento di persone in cerca di asilo in Tanzania (17.696), dopo che sono state sospsese le restrizioni d’ingresso nello stato. Inoltre, quasi 8.000 persone hanno attraversato il confine raggiungendo la provincia del Sud Kivu, nella Repubblica Democratica del Congo. In tutti questi casi la maggioranza era composta da donne e bambini, tra cui un gran numero di minori non accompagnati.
Nella capitale del Burundi, Bujumbura, le proteste sono riprese da lunedi, e ci sono notizie di violenze quotidiane. I disordini si sono diffusi anche nelle province. In Rwanda, i nuovi arrivati ​​hanno riferito di essere fuggiti dal Burundi a causa di vessazioni e intimidazioni da parte di giovani militanti Imbonerakure, che lasciano segni rossi sulle case delle persone che vogliono prendere di mira. Alcuni hanno deciso di partire, come misura precauzionale, avendo già sperimentato in precedenza i cicli di violenza. Ci sono anche casi di persone che vendono le loro proprietà prima di lasciare il paese – fatto che potrebbe anticipare una condizione di insicurezza prolungata.
Molti dei nuovi arrivati ​​provengono dalle province di Ngozi e Muyinga, nel nord del Burundi. Tuttavia, questa settimana l’Agenzia ha anche assistito all’arrivo di persone provenienti da aree urbane, tra cui un certo numero di studenti delle scuole superiori e delle università. Di concerto con il governo del Rwanda, l’UNCHR sta attualmente trasferendo i rifugiati a Mahama, in un nuovo campo profughi che può ospitare fino a 60.000 rifugiati. Molte persone hanno avuto difficoltà a lasciare il Burundi. Diverse donne hanno raccontato di essere state minacciate di stupro da parte di uomini armati, e di aver dovuto corrompere qualche funzionario per oltrepassare i posti di blocco. Alcuni hanno camminato per ore attraverso la boscaglia con i loro figli. 7.661 burundesi si sono finora registrati come rifugiati nella Repubblica Democratica del Congo. I nuovi arrivati ​​sono stati ospitati da famiglie locali, ma l’aumento degli arrivi mette a dura prova le capacità di supporto. L’UNHCR sta aiutando circa 500 rifugiati vulnerabili in un centro di transito a Kavimvira e in un altro centro a Sange. Si sta lavorando per individuare un sito in cui tutti i rifugiati possano essere trasferiti e dove si possa avere accesso a servizi come scuole e presidi sanitari in adeguate condizioni di sicurezza.
In Tanzania sono state finora registrate quasi 4.000 persone, ma più di 13.000 sono ancora in attesa di veder esaminata la loro richiesta. Si stima che circa 10.000 burundesi siano approdati ​​sull’isola Kagunga sul lago Tanganica. L’Agenzia ha avviato le operazioni di trasferimento servendosi di un vecchio traghetto in grado di trasportare un massimo di 600 persone. Tutti i richiedenti asilo vengono trasportati dai villaggi e dalle isole alla volta del campo profughi di Nyarugusu, dove riceveranno un appezzamento di terreno su cui potranno costruire un riparo e coltivare alcune verdure.
L’UNHCR rivolge un appello alle autorità del Burundi affinché queste consentano la libera circolazione delle persone. È inoltre fondamentale che le frontiere rimangano aperte e l’Agenzia esprime gratitudine per l’impegno in tal senso dimostrato da parte dei paesi confinanti e per il sostegno che le comunità ospitanti stanno offrendo ai rifugiati.

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Numero maggio «Messaggero di sant’Antonio»

Posted by fidest press agency su giovedì, 12 maggio 2011

La rivista edita dai frati della Basilica del Santo ogni mese raggiunge oltre un milione di lettori in tutto il mondo e che si posiziona sempre più nitidamente nel panorama nazionale delle testate di informazione, cercando di garantire una pluralità di argomenti con grande attenzione ai temi riguardanti l’attualità, la cultura, i media, le problematiche sociali, la vita ecclesiale. L’editoriale di questo mese è incentrato sull’afflusso incontrollato, di immigrati dalle coste libiche a seguito della guerra civile che ha tuttora esiti incerti. Il dossier copre i seguenti servizi:
Esiste un’Italia laboriosa, creativa, a volte decisamente geniale – scrive Giulia Cananzi in questo particolare Dossier – un’Italia che sa inventare nei territori opportunità di rilancio economico e sociale e che sa guardare al futuro con le radici in un grande passato. La raccontano in queste pagine gli inviati. In un viaggio entusiasmante nell’Italia che funziona: Se l’unione fa la salute. Cinzia Agostini racconta di un ambulatorio pubblico ad Alassio, in Liguria, efficiente e aperto dieci ore al giorno, che è diventato centro propulsore di servizi e di cultura sanitaria. Lo hanno fortemente voluto nove medici di famiglia, accomunati da un’idea vincente (pag. 33). Il pioniere dell’energia pulita. Alberto Friso riferisce sulla vicenda di Antonio Bertolotto di Cuneo, precursore dell’energia alternativa e della valorizzazione dei rifiuti, che già trent’anni fa trasformava gli scarti zootecnici in elettricità e humus biologico. Forte della sua esperienza ha fondato una società divenuta leader nel settore (pagg. 34-35). Non solo «dar casa». Laura Pisanello scrive di una cooperativa che a Milano ha in gestione 220 alloggi ristrutturati che affitta a canone calmierato. Ma il vero valore aggiunto è l’impegno con gli inquilini immigrati che si traduce in una riqualificazione urbanistica e sociale (pag. 36). Aria nuova in Salento. Nicoletta Masetto espone le attività di un istituto tecnico a Lecce che ha dato vita a una cooperativa di web design in grado di offrire ai neodiplomati l’opportunità di lavorare e di mettersi alla prova, sotto la guida di un professore che crede nella forza delle idee (pag. 37). Quando l’impresa è un gioco da ragazzi. Alessandro Bettero riporta il successo del Gruppo Loccioni di Angeli di Rosora, nelle Marche, e del talento del suo fondatore Enrico Loccioni, che ha saputo fondere tecnologia e tradizione con lo sguardo al futuro e le radici nel capitalismo illuminato europeo, da Olivetti a von Siemens (pagg. 38-39). Luci nella città. Nicola Nicoletti conclude il dossier parlando di alcune attività intraprese nel Rione Sanità a Napoli, il quartiere più bello e dannato della città partenopea, realizzate da un gruppo di giovani guidati dal parroco, tra le quali due cooperative e un B&B, per valorizzare i beni culturali della zona (pagg. 40-41). Seguono altre rubriche e interviste.

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150 anni fa la guerra civile americana

Posted by fidest press agency su lunedì, 11 aprile 2011

Il 12 aprile 1861 con l’attacco dei confederati a Port Sumter nella Carolina del Sud  si apriva la guerra civile americana che per quattro anni avrebbe opposto sul terreno e sui mari le truppe di Lincoln a quelle degli stati secessionisti. Tra le pagine della guerra di secessione ha indagato Donatello Bellomo, scrittore e storico della navigazione, per il suo romanzo Undici lettere all’ammiraglio (Mursia 436 pagine; 18 euro), in cui  rivive la straordinaria figura di Raphael Semmes, ammiraglio confederato che al comando del Sumter e dell’Alabama ingaggiò le navi commerciali unioniste su tutti gli oceani: dal Cile al Brasile, dalla Malacca all’India, dal Sudafrica alla Spagna sino allo scontro finale nel Canale della Manica contro il Kearsage del capitano nordista Winslow. La guerra ai confini del mare condotta da Semmes si intreccia con una controversa storia d’amore – quella tra il falco degli oceani e la possidente inglese Louise Tremlett, – dando vita a una potente narrazione che ha il fascino di romanzi epocali come Via col vento e allo stesso tempo conduce il lettore dietro le quinte dello scontro tra unionisti e confederati.Nel 1861, mentre nasceva l’Italia unita e si apriva la difficile stagione della guerra al brigantaggio del sud che sarebbe costata  centinaia di migliaia di morti in nome dell’unificazione,  l’America si spaccava in una guerra fratricida con un gravissimo tributo di morti e di danni che avrebbero messo in ginocchio le regioni del Sud. E ancora: se il Risorgimento italiano fu segnato dalle gesta del capitano Garibaldi, uomo di mare prima di essere generale e stratega, la guerra civile americana ebbe in Semmes il suo eroe: 83 le navi nemiche conquistate, accusato di aver condotto una guerra da corsa, fu processato e poi liberato grazie alle testimonianze dei comandanti che aveva sconfitti. Undici lettere all’ammiragliocontrappone le regole della marineria agli orrori della guerra, l’amore e l’onore contro il cinismo della ragione politica in una trama che trascina il lettore in mezzo a battaglie navali mozzafiato tra marinai indimenticabili. (bellomo)

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Somalia al Consiglio di Sicurezza dell’ONU

Posted by fidest press agency su sabato, 15 gennaio 2011

In occasione delle odierne consultazioni sulla Somalia, l’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) si è appellata al Consiglio di Sicurezza dell’ONU affinché tenga particolarmente in considerazione la disperata situazione delle vittime della guerra civile che necessitano di una tutela migliore ed efficace. Il perdurare degli scontri armati in particolare nella regione di Mogadiscio spinge migliaia di persone a fuggire. Da luglio 2010 a oggi 109.000 persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case e a fuggire dalla violenza. Molti cercano rifugio nei paesi vicini dove sono però spesso respinti nonostante l’obbligo di accoglienza fissato dalla Convenzione di Ginevra. In considerazione della terribile situazione dei diritti umani in Somalia, la Comunità internazionale dovrebbe aumentare gli aiuti ai paesi vicini affinché possano effettivamente accogliere i profughi somali.
Il 3 gennaio 2011 il Ministero degli interni dello Yemen ha annunciato che espellerà diverse centinaia di Somali entrati illegalmente nel paese. Dal luglio 2010 l’Arabia Saudita ha rimpatriato almeno 4.100 profughi somali e in novembre 2010 il Kenia si è rifiutato di accogliere un gruppo di 8.000 profughi della guerra civile nonostante l’intervento dell’Alto Commissariato per i Profughi delle Nazioni Unite. Secondo l’APM, è ora che il Consiglio di Sicurezza intervenga chiedendo il rispetto della Convenzione di Ginevra. Nel 2010 lo Yemen ha registrato l’arrivo di circa 16.000 nuovi profughi somali. Ufficialmente il paese ha finora accolto 170.000 Somali. Ancora più persone hanno cercato rifugio in Kenia dove i campi profughi attorno a Dadaab ospitano circa 300.000 persone nonostante i campi fossero inizialmente pensati per poterne accogliere circa 90.000. Tra i profughi nei campi in Kenia ci sono oltre 100.000 bambini in età scolastica. Ogni settimana altre 1.500 persone raggiungono i campi profughi. Essi fuggono da una guerra che solo nel 2010 ha fatto 2.200 morti tra civili. Secondo l’APM l’esodo dalla Somalia si intensificherà ulteriormente nei prossimi mesi. Lo stato africano infatti è minacciato dalla carestia a causa delle scarse piogge autunnali che fanno temere enormi perdite agricole. La mancata produzione di beni alimentari renderebbe ancora più problematica la già difficile situazione della popolazione civile.

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Berlusconi: Dopo di me il diluvio…!

Posted by fidest press agency su lunedì, 15 novembre 2010

E’ il motto ispiratore del cavaliere che gli ha ispirato la richiesta di voto anticipato solo per quella delle Camere dove in atto è più fragile, conservando gelosamente la maggioranza nella seconda Camera. Ciò significa cercare l’ingovernabilità e sulla ipotesi di ingovernabilità concentrare la campagna elettorale. Se ciò si avverasse, infatti, una vittoria delle opposizioni nella Camera dei deputati sarebbe una “vittoria di Pirro, escludendosi la governabilità a causa di una diversa maggioranza al Senato Se già scrissi l’urlo del cavaliere lanciato da Seul  “muore Sansone….!” paventando una guerra civile, oggi mostra la sua vera faccia, che è quella del disinteresse delle sorti della nazione a fronte dei suoi personali interessi. Se dovesse perdere, come da più parti si prevede, il cavaliere opterebbe per una scelta di ingovernabilità piuttosto che cedere le redini e lo scudo. Il sogno proibito di scalata al Colle , minaccia di svanire, così come svaniscono i sogni disordinati, quando ci si addormenta dopo una solenne sbornia.  Un antico e saggio proverbio suggerisce, quando si è deciso di prendere una sbornia, di farlo con vino buono; il cavaliere non conosce tale suggerimento; la sua è una sbornia di vino cattivo. (Rosario Amico Roxas)

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Lotta al terrorismo in Somalia

Posted by fidest press agency su mercoledì, 6 gennaio 2010

In seguito all’inasprimento della situazione relativa all’approvvigionamento alimentare in Somalia, l’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) mette in guardia dall’aggravarsi della carestia nel paese del Corno d’Africa. L’aumento degli scontri tra le milizie e l’esercito e delle aggressioni ai cooperanti internazionali rendono l’approvvigionamento della popolazione civile sempre più difficile. L’intensificazione della lotta al terrorismo in Somalia così come annunciata da USA e Gran Bretagna fomenterà ulteriormente la guerra civile e renderà ancora più difficile il lavoro delle organizzazioni umanitarie presenti. In Somalia, circa 3,6 milioni di persone dipendono ormai dagli aiuti internazionali e migliaia di persone rischiano la morte se la comunità internazionale non metterà finalmente a disposizione maggiori mezzi finanziari per gli aiuti umanitari e non pretenderà maggiore sicurezza per i cooperanti internazionali. Nonostante la crisi umanitaria in Somalia sia considerata tra le tre più allarmanti al mondo, la comunità internazionale sembra voler risparmiare proprio sugli aiuti. Nel 2009 la cifra messa a disposizione copre a malapena la metà della somma necessaria all’approvvigionamento minimo della popolazione civile trovatasi suo malgrado vittima dei giochi di potere tra signori della guerra, paesi confinanti, milizie islamiche e potenze occidentali. Con i mezzi finora messi a disposizione dalla comunità internazionale non è pensabile riuscire a evitare la morte per fame di migliaia di persone. La mancanza di sicurezza nel paese è talmente catastrofica da aver costretto molteplici organizzazioni umanitarie a lasciare il paese. Il 28 dicembre scorso nella città di Balad Hawo ignoti hanno assassinato un cooperante internazionale. Si è trattato del decimo cooperante assassinato nel corso del 2009 mentre un’altra decina di cooperanti è stata rapita ed è attualmente in ostaggio. Le organizzazioni umanitarie vengono minacciate ed esortate a lasciare il paese soprattutto dalle milizie islamiche Al Shabaab.Il crescente ritiro delle organizzazioni umanitarie lascia però fasce sempre più ampie di popolazione civile senza alcuna possibilità di sopravvivenza. Attualmente un bambino su cinque soffre di acuta malnutrizione e sempre più neonati muoiono di stenti e malattia. Il 29 dicembre centinaia di profughi nel villaggio di Hawo Abdi hanno protestato contro la sospensione della fornitura di acqua garantita fino ad allora dalle organizzazioni umanitarie. I profughi erano originari della capitale Mogadiscio. Da luglio 2009 ad oggi almeno 123.000 persone sono scappate dagli scontri armati che infuriano a Mogadiscio. Solo nelle scorse due settimane 26 civili sono morti durante attacchi con granate in un quartiere della capitale. Nel 2009 le vittime civili degli scontri armati sono state circa 1.740.

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Per la fine della Guerra Civile spagnola

Posted by fidest press agency su lunedì, 4 maggio 2009

Roma 6 aprile, ore 11’30 all’Antica Biblioteca Valle – Largo teatro Valle, 9 il regista David Trueba e l’attrice Ariadna Gil a Roma per rendere tributo ai 70 anni dalla fine della Guerra Civile spagnola indicono un incontro con i media  per approfondire su una della pagine più importanti forse la più romantica del XX secolo da cui nasce la Spagna di oggi._David Trueba ha ricevuto recentemente il Premio Nazionale di Letteratura in Spagna per il suo ultimo romanzo, Saper perdere, edito da Feltrinelli. Ariadna Gil, la Musa del cinema spagnolo, premiata in tutto il mondo, di recente si è fatta notare in Il labirinto del Fauno (2006); in uscita il suo ultimo lavoro El baile de la victoria di Fernando Trueba, sceneggiato da Skármeta.

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Attivista kurdo rischia l’ergastolo

Posted by fidest press agency su lunedì, 23 marzo 2009

L’Associazione per i Popoli Minacciati si rivolge ai Ministri degli esteri UE: il procedimento contro Maschal Tamo deve essere archiviato! L’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) si è rivolta oggi ai Ministri degli esteri dell’Unione Europea per sostenere un attivista per i diritti umani kurdo in carcere in Siria. Maschal Tamo rischia ai sensi del paragrafo 289 del codice penale siriano, il carcere a vita con lavori forzati o addirittura la pena di morte. Padre di sei figli, Tamo collabora con l’APM informando regolarmente sulla situazione dei diritti umani in Siria. Un tribunale a Damasco sta per decidere il suo destino. Ora Maschal Tamo potrebbe essere messo definitivamente a tacere, sebbene si sia sempre impegnato a favore dei diritti umani in maniera pacifica e con mezzi democratici: gli viene contestato infatti di voler fomentare una guerra civile. Le accuse sono totalmente infondate. Nella lettera ai Ministri degli esteri si chiede di garantire sostegno a questi Kurdi coraggiosi e di far pressione sul governo siriano perché il processo contro di lui possa essere archiviato senza conseguenze.Maschal Tamo è portavoce del Movimento kurdo per il futuro. E’ stato rapito dai servizi segreti siriani nella notte tra il 14 e il 15 agosto 2008 nella città di Ain al-Arab, nella Siria settentrionale. Alla sua famiglia è stata negata per settimane ogni informazione circa il luogo in cui era detenuto. Solo dopo l’interessamento e la richiesta di aiuto dell’APM presso le istituzioni internazionali e i ministeri degli affari esteri dell’UE, le autorità siriane hanno comunicato dove si trovava detenuto Maschal Tamo. Poco dopo, però, è seguita l’incriminazione.

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