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Posts Tagged ‘guerra commerciale’

Gli USA possono vincere la guerra commerciale?

Posted by fidest press agency su venerdì, 10 agosto 2018

Commento di Tim Drayson, Head of Economics di Legal & General Investment Management. L’escalation delle tensioni commerciali è il rischio più grande per la crescita globale nel breve termine. Fino a che punto gli investitori dovrebbero davvero preoccuparsi?
Fino all’inizio di quest’anno, i mercati vedevano di buon occhio il Presidente americano Donald Trump. Gli stimoli fiscali e l’azione di deregulation, in effetti, hanno permesso di sostenere la crescita, sebbene ci chiediamo se i primi possano davvero rappresentare una politica efficace a livello macro nel medio periodo.Negli ultimi mesi, tuttavia, i mercati sono diventati sempre più nervosi rispetto all’agenda protezionista dell’amministrazione Trump. È molto difficile stabilire fino a che punto possa arrivare la loro tolleranza. Finora, abbiamo assistito a ritorsioni proporzionali per ogni misura intrapresa dagli USA e vi sono segnali che indicano che l’amministrazione americana è preparata a regolare la propria retorica e il proprio indirizzo politico in caso di scossoni del mercato azionario.
Finora sono stati introdotti dazi sull’acciaio, alluminio, legname, pannelli solari e lavatrici, fondati su esili motivazioni legate alla sicurezza nazionale e ad altre oscure leggi commerciali. I più alti costi delle importazioni hanno probabilmente fatto più danno agli utilizzatori di queste merci rispetto al valore dei posti di lavoro “salvati” nei settori protetti, ma l’impatto macroeconomico complessivo è minimo. Tutti i prodotti nel loro insieme rappresentano solo una piccola quota dell’economia americana (non più dello 0.2% del PIL).
In questo primo elenco non rientrano molti beni di consumo. La Cina ha annunciato che reagirà in modo proporzionale e all’interno di aree specifiche per infliggere le più aspre conseguenze agli USA. Eppure, a nostro avviso, è improbabile che l’impatto diretto sulla crescita superi lo 0.1%-0.2% del PIL. Si potrebbe pure aggiungere uno 0.1% all’Indice Consumer Price core ma anche in questo caso si dovrebbe supporre che gli USA non riescano, con buona facilità, a procurarsi o produrre i beni altrove. Secondo le previsioni, gli Stati Uniti cresceranno circa del 3% nel 2018, pertanto questo lieve impatto non sarà molto significativo. Le nostre previsioni si basano sul fatto che la guerra commerciale raggiungerà una fragile tregua intorno a questi livelli di dazi, ma temiamo che possa peggiorare nella corsa alle elezioni americane di medio termine a novembre.
Ma non basta: Trump sta inoltre minacciando dazi per ulteriori 200 miliardi di dollari americani se la Cina continua a minacciare reazioni. Ciò coprirebbe virtualmente tutti i 500 miliardi di dollari di beni cinesi esportati verso gli USA e determinerebbe un aumento dei prezzi su beni di consumo di elevato profilo come TV e cellulari. Più la situazione peggiorerà, più v’è il rischio che gli effetti indiretti crescano in maniera sproporzionata, vista la possibilità di una reazione negativa del mercato finanziario e le possibili conseguenze sulla fiducia delle imprese e dei consumatori.
La Cina non può replicare alla minaccia di Trump dollaro per dollaro, in quanto il valore delle sue importazioni di merci americane è solo di 150 miliardi di dollari. Tuttavia il deficit commerciale viene meno se se si considerano le filiali commerciali statunitensi in Cina.
Nel complesso, temiamo la carenza di influenze moderate nell’amministrazione americana e molto dipenderà da come la Cina percepirà le motivazioni degli Stati Uniti. Se la strategia di Trump è solo quella di una negoziazione parziale, si potrebbe trovare un compromesso che potrebbe anche migliorare il sistema commerciale globale. Se tuttavia l’obiettivo è più strategico e orientato a frenare la crescita della Cina come potenza globale, Pechino prenderà una posizione molto più rigida contro qualsiasi prepotenza americana. Per questo motivo e visto l’aumento dei prezzi del petrolio, riteniamo che vi siano rischi di un forte ribasso per la crescita globale rispetto al momentum attuale. (in abstract)

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Mercati emergenti e guerra commerciale

Posted by fidest press agency su giovedì, 12 luglio 2018

By Dara White. Nel primo trimestre del 2018 la volatilità è tornata a farsi sentire. Il timore principale che molti investitori nutrono è legato alla prospettiva di una guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina. Una simile eventualità comprometterebbe gli importanti rapporti commerciali sino-statunitensi, e sussiste il rischio che altri paesi, come la Corea del Sud, possano restare vittime del fuoco incrociato.
Il rallentamento della crescita globale, l’indebolimento del dollaro, il rialzo delle quotazioni petrolifere e la decisione di innalzare i tassi d’interesse presa dalla Federal Reserve a marzo 2018 sono tutti fattori che hanno alimentato la sensazione di trovarci all’inizio di una fase più incerta.
A nostro avviso, però, malgrado la retorica sull’argomento possa sembrare allarmante, le due parti in causa comprendono che una guerra commerciale non avrebbe un vincitore. Il presidente Trump ha già iniziato a ritirare sommessamente alcune sue proposte; per il momento ha escluso dall’applicazione dei dazi sulle importazioni di acciaio e alluminio importanti partner commerciali quali Corea del Sud e Australia, mentre si stringono accordi a più lungo termine.Dieci anni fa la possibilità di una disgregazione dei legami commerciali tra Stati Uniti e Cina, le due principali economie mondiali, avrebbe scatenato con ogni probabilità un’ondata di vendite nei mercati emergenti. Oggi gli investitori sono meno suscettibili, nonostante altri fattori di incertezza come il rialzo dei tassi USA, e benché una sorta di correzione ci sia stata le azioni dei mercati emergenti fanno segnare un rialzo dell’1% da inizio anno, sovraperformando i mercati sviluppati.È importante considerare le implicazioni di un aumento dei dazi nella giusta prospettiva. Da parte nostra, stimiamo che le restrizioni commerciali prospettate dal governo cinese infliggerebbero agli Stati Uniti una perdita di PIL pari allo 0,08%. D’altro canto, i dazi USA peserebbero sul PIL cinese per lo 0,01%. Allo stato attuale, dunque, l’impatto complessivo dei dazi non è certamente allarmante nei fatti come lo sembra nelle parole dei due contendenti.È improbabile che la Cina venga colpita da un esodo di massa dei produttori manifatturieri. Le imprese hanno già iniziato a cercare sedi operative più convenienti in termini di costi in altri paesi asiatici in risposta all’aumento dei salari in Cina. Vietnam, India, Pakistan e Bangladesh hanno tutti beneficiato, finora, di questo trend. La Cina ha assorbito le perdite e creato nuovi posti di lavoro nel settore terziario e in quello manifatturiero di maggior valore, continuando la sua marcia verso l’obiettivo di crescita del 6,5% nel 2018.
Il rischio reale è legato alla minaccia di un aggravarsi della guerra commerciale. Stando a quanto abbiamo osservato, il governo cinese ha adottato risposte misurate, impegnandosi attivamente in negoziati commerciali e tastando il terreno della diplomazia. Il premier cinese Li Keqiang ha dichiarato pubblicamente che la Cina non obbligherà le imprese estere a cedere le proprie tecnologie e che rafforzerà la tutela dei diritti di proprietà intellettuale, dimostrando disponibilità a trovare un compromesso su due temi di grande importanza per gli Stati Uniti. È nostra attuale convinzione che la Cina non voglia rischiare di cadere in una spirale di ritorsioni.Finora la sua risposta è stata abilmente strategica, limitandosi a colpire sei categorie: automobili, soia, materie plastiche, tabacco, sorgo e prodotti chimici. I primi tre settori sono fortemente concentrati negli stati del Midwest, dall’Ohio al Wisconsin, che avevano sostenuto Obama nel 2012 per poi cambiare casacca eleggendo Trump nel 2016. Anche le coltivazioni di tabacco e sorgo tendono a essere localizzate in aree tradizionalmente conservatrici del Sud (Texas, Virginia e North Carolina), dove i Democratici continuano a guadagnare consensi.
Più in generale, alcuni investitori continuano a guardare la Cina con sospetto, facendo notare i costi elevati e la capacità inutilizzata del passato. Le riforme sul lato dell’offerta stanno affrontando questi problemi e molti settori si avviano a registrare nuovamente cash flow positivi. Invece di utilizzare la maggiore disponibilità liquida per espandere la capacità, le imprese ne fanno uso per ripianare i propri debiti, riducendo la propria dipendenza dalla leva finanziaria. Si tratta di una notizia molto positiva per la solidità del sistema bancario e la qualità dei suoi attivi.
La Cina può inoltre trarre indirettamente vantaggio dal ruolo di spicco che potrebbe ricoprire nelle imminenti trattative diplomatiche. Il colosso asiatico potrebbe avere alcuni assi nella manica per risolvere la questione del nucleare coreano, dati i suoi rapporti relativamente buoni sia con gli Stati Uniti che con la Corea del Nord. La recente visita di Kim Jong-un in Cina, in effetti, è stato il suo primo viaggio all’estero nei sette anni trascorsi dalla sua ascesa al potere. Ciò potrebbe ulteriormente avvantaggiare la Cina nei negoziati commerciali con il presidente Trump.
Secondo gli scettici, i rialzi dei tassi negli Stati Uniti e il rafforzamento del dollaro avrebbero potuto provocare una crisi nei mercati emergenti. Ma questo non è accaduto, grazie all’ispessimento dei mercati del debito locale. I mercati emergenti si trovano oggi in una posizione molto più solida rispetto al passato e sono decisamente più capaci di fronteggiare un rafforzamento del dollaro. La Federal Reserve sembra intenzionata ad attuare un programma di rialzo dei tassi lento e graduale; a meno di sorprese improvvise, le difficoltà sono improbabili. È interessante notare che l’ultima volta in cui la Fed ha innalzato i tassi i mercati azionari emergenti hanno registrato un rally, in un contesto caratterizzato da una forte crescita globale sincronizzata. L’evoluzione positiva dei mercati emergenti rende la fase attuale particolarmente interessante per gli stock picker orientati ai fondamentali. La crescita degli utili inizia a consolidarsi, trasformandosi in performance per i titoli azionari.Nel contempo, i titoli appaiono sottovalutati rispetto alla media storica. Se mettiamo a confronto le azioni dei mercati emergenti con le omologhe dei mercati sviluppati, notiamo che i livelli di redditività del capitale proprio sono analoghi. Tuttavia, gli investitori beneficiano di uno sconto valutativo del 20% quando scelgono i mercati emergenti, che sembrano quindi offrire buone opportunità nel 2018. (A cura di Dara White, Responsabile globale azioni mercati emergenti presso Columbia Threadneedle Investments – testo integrale su http://www.columbiathreadneedle.com)

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Commento sulla guerra commerciale e i suoi potenziali effetti

Posted by fidest press agency su lunedì, 9 luglio 2018

A cura di Krishan Selva, Client Portfolio Manager, azionario mercati emergenti presso Columbia Threadneedle Investments. L’impatto delle tariffe del 25% imposte dagli Stati Uniti su $ 50 miliardi di importazioni dalla Cina (introdotte dal 6 luglio) potrebbe essere quello di ridurre la crescita del PIL cinese dello 0,1%, sarebbe quindi piuttosto irrilevante. La recente retorica su ulteriori $ 200 miliardi, così come i commenti di oggi di Trump che alludevano ad un possibile aumento della posta in gioco per coprire tutti i $ 500 miliardi di beni importati dalla Cina sono più preoccupanti per i mercati globali. Inoltre, la crescente incertezza sta causando ritardi e cambiamenti nelle decisioni aziendali e di investimento.
La fine del gioco è difficile da prevedere e le ritorsioni messe in atto da tutte le parti si potrebbero concludere più che altro con impatti nei consumatori e nelle industrie nazionali che finiranno col pagarne il conto. Gli effetti delle varie ritorsioni potrebbero in ogni caso probabilmente danneggiare anche la produzione e l’occupazione USA, nonché la fiducia del mercato. Molte forze politiche ed economiche opposte agli Stati Uniti si potrebbero far sentire se questo scenario estremo dovesse concretizzarsi. Una guerra commerciale è chiaramente pericolosa per il premio al rischio e alla fine potrebbero non esserci vincitori.
In caso di un’accelerazione della guerra commerciale, prevediamo che Pechino adegui le politiche interne per mitigare i rischi al ribasso. Di fatto, la China Central Bank ha appena annunciato un nuovo Requirement Ratio (RRR) ridotto di 50 punti base, che rilascerà più di $ 100 miliardi di liquidità all’economia reale. Molteplici leve politiche potrebbero essere utilizzate da Pechino, ad esempio: ulteriori tagli al RRR; più finanziamenti diretti dalla Banca centrale cinese; accelerare la spesa fiscale; facilitare le restrizioni di finanziamento ai governi locali; e rallentare il ritmo di implementazione del deleveraging più rigoroso. Il governo cinese ha ancora molte carte da giocare per resistere agli imprevisti dell’ambiente esterno.
Per quanto riguarda i nostri portafogli, cerchiamo di non reagire eccessivamente alle dichiarazioni dei politici, e anzi in questo clima riteniamo che il pessimismo del mercato a breve termine possa offrire alcune opportunità – questo approccio è particolarmente vantaggioso per la nostra strategia contraria asiatica – dove possiamo investire in società di crescita qualitativa a prezzi ragionevoli. (fonte: Columbia Threadneedle Investments)

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Guerra commerciale e imballaggi certificati

Posted by fidest press agency su martedì, 20 marzo 2018

La guerra commerciale preannunciata dagli USA minaccia l’economia mondiale con importanti ripercussioni anche sull’Italia. Secondo le stime della Coldiretti, sarebbero a rischio oltre 40 miliardi di esportazioni Made in Italy, soprattutto nell’ambito agroalimentare. Una brusca inversione di tendenza è infatti stata evidenziata dai dati ISTAT che hanno registrato all’inizio del 2018 un calo dell’1,4% delle esportazioni italiane in America.Un fenomeno globale che si manifesta attraverso dazi doganali, svalutazione competitiva e rigida applicazione delle norme. A farne le spese gli imballaggi, prima ancora delle merci trasportate, l’andamento dei quali fornisce una prima indicazione sull’evoluzione del mercato e sullo stato di salute della domanda.
In particolare, secondo il rapporto Imballaggi in cifre del 2017, il mercato degli imballaggi in legno ha registrato nel 2016 un volume d’affari di oltre 1,56 miliardi di euro, con 2.520.000 tonnellate di imballaggi in legno prodotti. Numeri estremamente significativi che testimoniano la lenta ripresa economica degli ultimi anni.“Mai come oggi affermarsi nel panorama globale rappresenta una sfida importante e difficile a causa del rafforzamento generale delle barriere commerciali che ostacolano la libera circolazione delle merci – spiega Daniela Frattoloni, Coordinatrice del Comitato Tecnico FITOK – Il primo passo per contrastare i malumori delle potenze economiche è rappresentato dall’utilizzo di imballaggi certificati, conformi allo standard ISPM n.15 e realizzati con legno legale nel rispetto del Regolamento UE n. 995/2010 (EUTR), che non temono le dogane e garantiscono un trasporto sicuro dei beni di largo consumo. Solo nel 2017 sono stati sottoposti a trattamento fitosanitario quasi 2.550.000 m3 di legname di cui più della metà (58%) è stata impiegata per la realizzazione di pallet nuovi che hanno registrato un incremento del volume del 10% circa rispetto all’anno precedente passando da 1.345.451 m3 del 2016 a 1.477.406 m3.” In risposta all’intensificarsi dei controlli fitosanitari doganali, nel 2017 hanno registrato un incremento significativo anche i metri cubi di legname trattato utilizzato per la costruzione di dunnage (+23%) e i volumi di produzione di semilavorato conforme per la realizzazione di imballaggi (+12,7%). Risultato negativo invece per gli imballaggi industriali che, pur rappresentando quasi il 30% della produzione, perdono il 21,7% del volume, con 194.322 m3 di legname lavorato in meno rispetto al 2016 a causa dell’aumento dell’utilizzo di materiali esenti dall’applicazione dello standard ISPM n.15, come per esempio tavole di compensato e pannelli di OSB.Un imballaggio conforme garantisce quindi un importante vantaggio competitivo a livello internazionale incrementando la propria capacità di penetrazione nei mercati mondiali.In soccorso agli imprenditori che per mancata conformità presunta o reale degli imballaggi si imbattono in blocchi doganali interviene infine Conlegno, Consorzio Servizi Legno Sughero, impegnato da anni ad aiutare le aziende consorziate a dirimere controversie internazionali ricoprendo dal 2005 il ruolo di Soggetto Gestore in Italia del Marchio IPPC/FAO per l’ISPM n. 15, attraverso il Comitato Tecnico FITOK.

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Ritorna lo spettro del protezionismo e della guerra commerciale?

Posted by fidest press agency su venerdì, 28 aprile 2017

Donald TrumpMentre si aspetta ancora di conoscere come intende realizzare il suo annunciato piano di investimenti di mille miliardi di dollari per le infrastrutture, Trump ha dato inizio alla sua politica protezionista dell’ “America First “che rischia di sconvolgere l’intero sistema commerciale mondiale. Ha già firmato due decreti esecutivi per rivedere la politica commerciale finora attuata e osteggiare i partner responsabili degli enormi deficit. Come è noto, nel 2016 il deficit è stato di 500 miliardi di dollari. Preoccupante, in verità, è la parte relativa ai settori manifatturieri che ammonta a oltre 750 miliardi, di cui 347 nei confronti della Cina! E’ stato un trend decennale. Ovviamente ciò ha inciso non poco sui livelli occupazionali. Secondo l’Ufficio di statistica dal 2001 si sarebbero persi ben sei milioni di posti di lavoro nelle sole attività manifatturiere. Secondo Trump il deficit con Cina, Giappone, Messico ed Europa è provocato dal fatto che questi Paesi hanno approfittato della disponibilità degli Stati Uniti. Perciò propone nuovi dazi e tariffe.
Le misure protezionistiche, combinate con la promozione delle produzioni nazionali e del consumo del “made in Usa”, sono una questione estremamente complessa. Una cosa è operare attraverso il sostegno agli investimenti, un’altra è l’imposizione di dazi verso il resto del mondo. Probabilmente una certa forma di protezionismo potrebbe temporaneamente essere accettabile per l’economia di un Paese in via di sviluppo. Ma gli Stati Uniti d’America e il dollaro, invece, a livello mondiale rappresentano l’economia e la moneta dominanti in grado di determinare ogni rapporto commerciale e monetario. Perciò i dazi potrebbero scatenare una guerra commerciale. Secondo Wilbur Ross, il nuovo segretario per il Commercio, saremmo “già in una guerra commerciale” e con un’immagine militaristica ha aggiunto: “Lo siamo stati per decenni. La sola differenza è che i nostri soldati stanno finalmente arrivando al bastione. Non abbiamo un deficit commerciale per caso”.
Intanto Trump ha stracciato i due trattati commerciali, quello con il Pacifico e quello con l’Unione europea, anziché cercare un condiviso modus operandi.
E’ il caso di ricordare che il deficit commerciale americano ha origini lontane. Comincia nel 1975, quando la Cina era ancora un Paese agricolo del terzo mondo, con poche manifatture e senza export. Negli Usa allora c’era la spinta verso la progressiva finanziarizzazione dell’economia nel contesto del processo di globalizzazione. Invece di sviluppare le attività manifatturiere e le nuove tecnologie, nei settori dell’energia, ad esempio, si preferì importare petrolio dai grandi produttori, quali l’Arabia Saudita.
L’accordo di libero scambio del Nafta con il Messico e il Canada del 1994 fu promosso dalle grandi industrie e dalle banche americane che preferivano de localizzare le loro produzioni industriali nelle terribili maquilladoras messicane, città di confine dove si produceva a prezzi stracciati, sfruttando al massimo il lavoro quasi schiavistico e per niente sindacalizzato. Successivamente un processo simile è stato avviato anche con la Cina, che si è assunta l’impegno di acquistare i titoli di stato americani emessi per sostenere i deficit commerciali di Washington. Ancora oggi Pechino detiene oltre mille miliardi di dollari di Treasury bond.La storia insegna che, in un mondo globalizzato, la politica protezionistica provoca effetti negativi anche per il Paese che la inizia.
Così avvenne dopo il crac borsistico del’29, quando gli Usa approvarono la legge Smoot-Hawley Tariff che impose misure e dazi protezionistici alle importazioni di prodotti esteri, accelerando la Grande Depressione.
Di conseguenza dal 1929 al 1933 il commercio mondiale si ridusse di due terzi, da 5,3 a 1,8 miliardi di dollari. Le prospettive, quindi, sono piuttosto preoccupanti, per l’Europa e per l’Italia. L’Amministrazione di Washington sembra voglia già imporre dazi su alcuni prodotti europei, dagli scooter Vespa all’acqua minerale San Pellegrino e Perrier, fino ai formaggi più noti, ecc.
La Cina, essendo un colosso economico e politico, è in grado di trovare i necessari accomodamenti commerciali con gli Usa. Ma l’Europa, divisa e senza una vera politica economica unitaria, è purtroppo assai debole rispetto alle scelte e alle imposizioni americane. E rischia di pagare il conto più salato.(Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e Paolo Raimondi economista)

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