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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 259

Posts Tagged ‘guerra mondiale’

L’occasione perduta alla fine della seconda guerra mondiale

Posted by fidest press agency su giovedì, 23 agosto 2018

L’Europa non sembrò conscia che qualcosa era cambiato. Lo dimostrò il rituale di sempre svoltosi, questa volta, a Yalta. I protagonisti di questa messa in scena, consueta per gli storici per i suoi numerosi precedenti, vollero scientemente ignorare che eravamo giunti al secolo delle ideologie e non a una prosecuzione di un’Europa degli Stati tanto declamata ed esaltata nel secolo XIX. Si negò, di fatto, l’autodeterminazione dei popoli e ponendo così le premesse del confronto che ha portato alla ripartizione del mondo in blocchi e alla corsa agli armamenti.
Si disse che Yalta, in qualche modo, aveva garantito anni di pace dopo la fine della seconda guerra mondiale. Sono stati davvero anni di pace e non di sofferenza? Oggi, purtroppo, non siamo altro che gli eredi di tali calcoli operati a tavolino. Abbiamo esorcizzato una guerra totale, ma ne abbiamo accese molte altre regionali. Abbiamo fondato la libertà sulla sua stessa negazione. Libertà, sviluppo, democrazia, ma su quali basi? A pagarne il prezzo resta l’uomo con i suoi limiti e le sue dottrine aberranti. E’ mancata la voce di chi avrebbe potuto richiamarci alla concretezza della vita fondata su valori intramontabili e che noi abbiamo calpestato in nome di logiche consumistiche e d’ideologie repressive.
L’Italia di oggi, come del resto negli altri Paesi del mondo, è il frutto acerbo di questa civiltà che si rivolge all’uomo per negarlo, si rivolge ai grandi pensatori per strappare a loro, con l’inganno, un consenso che altrimenti non avrebbero, si proietta nel futuro lasciando irrisolti i grandi temi che determineranno il nostro futuro. E’ mancata, in poche parole, così com’è accaduto agli stati maggiori dell’esercito anglo francese, la consapevolezza che i tempi sono mutati e che per vincere la pace e costruire la stabilità politica ed economica di un paese non è più necessario trincerarsi dietro la linea Maginot dei partiti e dei loro interessi di etichetta e corporativi, ma è più efficace una lotta di movimento.
Non dimentichiamo che da qui a qualche anno la parola operaio o impiegato assumerà un significato diverso e non si andrà più in pensione perché si è vecchi a 57 anni o a 62. Stiamo cambiando le cose e la mentalità mentre, d’altro canto, la nostra consapevolezza generazionale giunge tardiva ed è questo il nostro vero motivo di disagio esistenziale.
Un disagio che nasce dal non essere in politica, come in economia, reali e aderenti al modo come viviamo invece di pensare e agire solo e comunque al modo come vorremmo essere o come taluni bramerebbero che fossimo migliori per calcolo e non per passione, per odio e non per amore. (Riccardo Alfonso)

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La vita degli italiani durante la seconda guerra mondiale

Posted by fidest press agency su lunedì, 20 agosto 2018

Nel 1940, scrive Giulia Borghese in un suo servizio sul Corriere della Sera dell’otto giugno del 1980, una famiglia milanese di sette persone (padre, madre, nonna e tre bambini) di cui il più grande faceva la prima elementare, e la donna di servizio fissa, per campare spendeva in un mese (quello di maggio per la precisione) £.4136,45 di cui 1367,20 per il vitto e 1689,65 per la casa.
Il salario della donna era di 160 lire, la luce e il gas costavano 213 lire, 21 il chilo la fesa di vitello, 24 il burro, 11,80 l’olio, cinque lire l’etto il caffè, 360 la fattura di un abito da uomo, un paletot di mezza stagione ne costava 700, ci volevano 200 lire per un paio di pantaloni di flanella, 65 per una dozzina di fazzoletti di lino, 35 per la tintura di un tailleur e sempre 35 per la pulitura delle volpi bianche. Una gardenia costava 3,60, le pantofole dei bambini sette lire, due il sapone, 12,50 una dozzina d’uova, 7,25 un chilo di zucchero, tre lire un biberon e una peretta di gomma. Intanto se gli uomini rispondevano all’appello della mobilitazione generale e si recavano al fronte, dopo un breve addestramento, spettava invece alle donne rimaste a casa a rimboccarsi le maniche per affrontare la vita con questa nuova emergenza che si chiamava guerra. Cominciava così per le italiane una nuova vita di coraggioso arrangiarsi. Venne persino utile – scrive la Borghese – quella pubblicazione rurale che era “L’agenda della massaia rurale”. Da essa s’insegnava come trasformare un angolo di giardino in pollaio, come si poteva essere econome nei mangimi, come si allevavano i pulcini, fra bottiglie di acqua calda e cuscini di piume e poi come si uccidevano i polli, si allevavano i conigli e si conservavano le pelli.
Come si economizzava sul combustibile, come si preparava il sapone, con la potassa caustica e il grasso non salato, come infine si seminava l’orto di guerra piantando cavoli e indivia al posto della petunia e aglio e pomodori al posto della verbena e delle dalie”
Ci s’ingegnava, persino, nel fare la marmellata con i petali di rosa e come si conservavano le uova per l’inverno. E ciò che non si sapeva, o non si riusciva ad apprendere, s’inventava.
Si scuoteva forte la panna dentro una bottiglia per formare, dopo un po’, meravigliose palline di burro e si mettevano i sali tamerici di Montecatini a bollire, in un bacile di rame ben stagnato, per formare degli splendenti cristalli di sale.
Le ultime vacanze la famiglia milanese sfollata le faceva ai bagni “Ro-Ro” di Fiumetto, mentre la mamma ricordava l’ultima gita all’estero, nel luglio del 1939, a Ginevra.
L’orizzonte si restringeva al paese, alla famiglia, all’orticello di guerra, dove si cercava di far crescere persino il tabacco. Un’operaia scrisse: “Mentre i nostri fratelli soldati combattono da prodi noi lavoriamo in silenzio come voi volete (al Duce) per la Patria e la Vittoria”. (Riccardo Alfonso)

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Gli anni post-bellici dell’Italia e della Germania dopo la prima guerra mondiale

Posted by fidest press agency su mercoledì, 15 agosto 2018

Negli anni successivi al 1918 due furono le nazioni più esposte agli umori popolari e alla instabilità del potere esecutivo: la Germania e l’Italia: La prima non riuscì a trovare l’occasione per rinnovare i suoi quadri dirigenti nonostante il regime democratico improvvisato dalla Costituzione di Weimar.
In Italia, dopo l’armistizio del 1919, fummo alla mercé, per tre anni, di gabinetti effimeri: Nitti, Giolitti, Sforza e Facta. Si arrivò, alla fine, al colpo di stato del 30 ottobre del 1922. Incominciò così la stagione delle dittature europee rafforzata, in un certo senso, dall’entrata in gioco negli affari dell’Europa occidentale della Russia che aveva nel frattempo consolidato il suo ruolo egemone in politica interna e ora era in grado, con la Terza internazionale, di estendere lo slancio comunista oltre frontiera.
Così iniziarono i venti anni di pace difficile con la conferenza di Versailles che si tenne dal 12 gennaio al 28 giugno del 1919. Fu alla fine stilato un trattato di 440 paragrafi che aveva la pretesa di aver saputo elaborare un piano globale di pace di cui nessuno restò soddisfatto. La Germania, nello specifico, fu umiliata in misura eccessiva tanto da costituire per gli storici un valido motivo per un risentimento nazionale che sfociò nella dittatura nazista e quella che ne seguì. Gli italiani parlarono di “vittoria mutilata” ed anche qui, con un’accelerazione maggiore, rispetto alla Germania, lo scontento scatenò il 28 ottobre del 1922 la marcia su Roma dei fascisti. La Germania nel 1923 tentò di non pagare i danni di guerra e si ritrovò l’occupazione della Ruhr e dei centri della Renania da parte delle truppe franco-belghe. Il ritiro delle truppe avvenne solo due anni dopo per la Ruhr e nel 1930 (30 giugno) per la Renania. Il 5 luglio del 1932 Antonio de Oliveira Salazar instaurò la dittatura in Portogallo. Intanto anche la Germania si preparò all’ascesa di Hitler. Il 31 luglio del 1932 il partito nazionalsocialista sfiorò il 36% dei consensi elettorali ottenendo 230 seggi. Il 5 marzo dell’anno successivo i nazionalsocialisti vinsero le elezioni e Adolf Hitler il 23 marzo dello stesso anno ottenne dal Reichstag pieni poteri. Il 7 giugno del 1933 su iniziativa di Mussolini, l’Italia, la Francia, la Gran Bretagna e la Germania siglarono un patto a quattro. Il francese Henry de Jouvenel esultò. Vi scorse una pace duratura per almeno dieci anni. Il 19 agosto del 1934, dopo la morte di Hindenburg, avvenuta il 2 agosto, Hitler fu proclamato capo dello stato con voto plebiscitario. Nello stesso anno ebbe inizio l’avventura italiana in Etiopia. (5/6 dicembre). L’anno successivo la Società delle nazioni applicò le sanzioni economiche contro l’Italia. Il 5 maggio del 1936 finì la campagna di Abissinia e il primo novembre Mussolini annunciò, in un discorso a Milano, la costituzione dell’asse Roma-Berlino. Il 12 marzo 1938 la Germania nazista annetté l’Austria. (Anschluss). Fu il primo passo. Quello successivo fu l’ingresso, tra il 14 e il 16 marzo del 1939, delle truppe tedesche a Praga. Nello stesso mese Franco conquistò il potere in Spagna, mentre il 22 maggio dello stesso anno l’alleanza italo-tedesca fu confermata con la firma a Berlino del patto d’acciaio. Giungemmo così alle ultime battute. Ebbe inizio quella che lo stesso Hitler la definì “una guerra terribilmente sanguinosa e feroce”. (Riccardo Alfonso)

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In ricordo della divisione alpina tridentina e la loro impresa in Russia nella seconda guerra mondiale

Posted by fidest press agency su domenica, 8 luglio 2018

Torino. Domenica 15 luglio alle 8,30 si terrà una cerimonia alla stazione di Torino Porta Nuova, al binario da cui alle 9,10 partirà il treno storico. Alle 9,50 il convoglio arriverà ad Avigliana, per la deposizione di una corona d’alloro alla lapide posta all’ingresso della stazione in ricordo della partenza di undici tradotte della “Tridentina”. Seguiranno la cerimonia ufficiale con le autorità e la sfilata lungo corso Laghi e verso piazza del Popolo, dove alle 11 è previsto un concerto della Fanfara Alpina Montenero. Alle 11,45 la Messa in suffragio degli Alpini caduti e dispersi nella campagna di Russia e dei caduti di tutte le guerre, con la partecipazione del coro della sezione ANA di Torino. Il rancio militare sarà preparato dalla cucina da campo del Gruppo Alpini di Giaveno e servito sotto una tensostruttura. Alle 15 allo scalo ferroviario sarà possibile visitare il treno storico e i mezzi militari d’epoca. Sarà rievocata la partenza delle tradotte, con Alpini in divisa, muli, materiali e mezzi militari dell’epoca e la partecipazione di gruppi storici. Alle 17,05 il treno storico ripartirà per Torino, con una sosta intermedia a Collegno alle 17,25 per la deposizione di una corona alla lapide in ricordo della partenza di quattro tradotte. A Rivoli, in contemporanea, si terrà la cerimonia ufficiale di chiusura, con l’ammainabandiera, al monumento degli Alpini in largo Susa.
Nei primi mesi dell’anno sono state poste tre targhe nelle stazioni ferroviarie di Asti, e Chivasso per ricordare la partenza degli alpini da quelle stazioni. A Torino Porta Nuova l’appuntamento è per giovedì 12 luglio alle 10,30 nell’atrio partenze, mentre sabato 14 arriveranno in città i partecipanti a un grande raduno nazionale. Alle 15,30 di sabato 14 si terrà cerimonia di apertura della manifestazione a Rivoli, con l’alzabandiera e la deposizione di una corona al monumento agli Alpini in largo Susa. Alle 16 nella sala consiliare del Comune verrà presentato il libro “La Tridentina in Piemonte. Dalla permanenza tra le genti del Torinese e dell’Astigiano alla tragica ritirata di Russia”, curato da Franco Voghera, Beppe Barbero, Pier Giorgio Longo e dallo storico Gianni Oliva.
Giunti nel nord del Piemonte nel luglio del 1941, di ritorno dalla campagna di Grecia, i militari della Tridentina soggiornarono per quasi tre mesi in alta Valle di Susa, per poi acquartierarsi in pianura nel mese di ottobre, in varie zone del Torinese e dell’Astigiano, dove rimasero fino alla partenza per la Russia. I soldati stabilirono con le popolazioni locali forti rapporti di amicizia e di affetto, vivendo in Piemonte un periodo sereno della vita militare, prima che su di loro si scatenasse nuovamente l’inferno della guerra. Nelle città e nei paesi nacquero anche alcuni amori tra ragazze piemontesi e alpini lombardi e veneti, alcuni dei quali, usciti vivi da quella disastrosa guerra, tornarono in Piemonte per sposarsi.
Si addestrarono sulle Alpi Occidentali prima di affrontare la Campagna di Russia, raccontata in pagine memorabili da scrittori del calibro di Mario Rigoni Stern, Nuto Revelli e Giulio Bedeschi: erano gli Alpini della Divisione Tridentina, che sarebbe stata mandata al massacro dal regime fascista e dalla monarchia sabauda tra le steppe dell’Unione Sovietica, insieme alla Cuneense, alla Julia e al Battaglione Alpini Sciatori “Monte Cervino” del capitano Giuseppe Lamberti. Li mandarono ad affrontare il terribile inverno russo e le truppe sovietiche che difendevano la propria patria. Combatterono con equipaggiamenti, mezzi e armamenti inadeguati, in un teatro di guerra in cui si contrapponevano otto milioni di soldati, nello scontro militare più imponente che la storia avesse mai conosciuto. Quando i sovietici scatenarono l’attacco alla linea difensiva tenuta dai reparti italiani dell’ARMIR gran parte dello schieramento non resse l’urto e gli attaccanti dilagarono nelle retrovie del fronte. I reparti alpini furono trattenuti sulle loro linee di combattimento per espresso ordine di Hitler. Quando lasciarono le postazioni l’intero Corpo d’Armata alpino si trovò accerchiato e il ripiegamento si trasformò in una ritirata caotica e tragica.
Dal 17 al 26 gennaio 1943 gli alpini affrontarono dieci giorni di scontri continui in condizioni ambientali estreme. Le Divisioni Julia e Cuneense non riuscirono a superare gli sbarramenti e furono quasi totalmente annientate, mentre gli uomini della Tridentina, giunti il 26 gennaio alle porte di Nikolajewka, ultimo sbarramento della “sacca” del Don, riuscirono ad aprire un varco per se stessi e per molti altri reparti sbandati italiani, tedeschi e ungheresi.
“Ricordo della Tridentina in Piemonte” è il titolo di una manifestazione commemorativa che il Comitato Tridentina 1942-2018, costituito dalle Sezioni di Torino, Asti e Val Susa dell’Associazione Nazionale Alpini, ha organizzato per il mese di luglio, con il patrocinio e il sostegno della Città Metropolitana di Torino. L’iniziativa che intende tenere viva la memoria del soggiorno degli Alpini della Tridentina in Piemonte e della loro partenza nel luglio 1942 dalle stazioni di Torino, Asti, Avigliana, Collegno e Chivasso alla volta del fronte russo, dopo un anno di impegnativo addestramento.

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Sul Delta del Po postazione radar tedesca della Seconda Guerra Mondiale

Posted by fidest press agency su giovedì, 16 marzo 2017

radarChiereghin – ricercatore: “La scoperta è di queste ore. “Il Delta del Po continua a regalare testimonianze della nostra storia . Ho trovato la postazione radar dei tedeschi risalente alla Seconda Guerra Mondiale . La scoperta è di queste ore . Lungo via XXV Aprile, nel comune di Rosolina, in Veneto, in provincia di Rovigo, ho trovato la postazione radar dei tedeschi . Si tratta di una rarità per l’Italia e di una postazione del radar tedesco del tipo “Würzburg (radar) Fu MO 214” – Würzburg-Riese (Würzburg gigante) che in Italia, verso la fine del Seconda Guerra Mondiale andò ad aggiungersi o a sostituire i pochi radar italiani “Folaga”. La postazione era completamente sepolta dall’alta vegetazione di rovi ed arbusti in un piccolo appezzamento agricolo sul Delta del Po”. Lo ha annunciato Luciano Chiereghin, ricercatore che da ben 15 anni è sulle tracce delle antiche fortificazioni. Chiereghin dopo avere scoperto le Fortificazioni militari della Grande Guerra ma anche quelle Austriache e Napoleoniche, dopo aver rintracciato una linea del telegrafo ottico “Chappe” che per volere di Napoleone era stata installata da Ancona a Venezia lungo il litorale adriatico, adesso ha trovato la postazione radar dei tedeschi risalente alla Seconda Guerra Mondiale. “E’ una delle poche, forse l’unica, postazione radar tedesca rimasta in Italia– ha proseguito Chiereghin – dunque una rarità. Tale postazione radar tedesca era in costante collegamento radio e telefonico con le batterie antiaeree tedesche chiamate Flaktürme (conosciute come il terrore dei piloti dei bombardieri alleati) e italiane, le quali una volta ricevuti i dati rilevati dai radar si preparavano ad aprire il fuoco contraereo. Non escluderei la possibilità di trovare nelle vicinanze, a distanza di pochi km , queste batterie antiaeree . La ricerca è durata mesi ed è stata approfondita con materiale fotografico dettagliato, documenti, analisi storica e militare. Siamo dinanzi ad una postazione radar tedesca con base esagonale con il lato di 2,5 metri che è stata edificata con sasso vivo posato in malta cementizia molto tenace ed è alta sul livello della campagna quanto la lunghezza del suo lato; è sovrastata da un tronco di piramide in calcestruzzo armato sempre a base esagonale e alto circa un paio di metri: su una di queste facce inclinate si apre una finestrella a forma quadrata 80×80 cm da cui si può accedere al suo interno. Due fori da un lato della finestrella fanno arguire che un tempo fosse dotata di un battente che ora è scomparso. Alla base del manufatto vi è un pozzetto a base quadrata sempre in cemento armato, con dimensioni 1,5×1,5 m. e alto 1 m. su uno dei lati vi sono 5 fori da 10 cm. circa di diametro, disposti uno sopra l’altro”.
Fu installata “Dopo l’8 Settembre del ’43 la R.S.I. chiese aiuto ai tedeschi per poter fronteggiare l’avanzata delle forze alleate nel nostro Paese dove già da tempo erano sbarcate, prima in Sicilia, poi a Napoli e infine ad Anzio. Gli alleati, con estrema facilità avevano travolto le esigue difese erette dagli italiani e per giunta queste erano anche mal gestite. L’avanzata progressiva delle forze alleate verso il nord dell’Italia, l’avvio di una resistenza armata e il cambio di fronte del governo monarchico spinsero Hitler a occupare in pochi giorni tutta la parte d’Italia non ancora in mano agli alleati: la Wehrmacht prese così il totale controllo di tutto il centro-nord appoggiandosi allo scarno e inaffidabile esercito repubblichino. Allo scopo, fa velocemente mettere in atto un piano di difesa e prima di tutto fa edificare la cosiddetta Linea Gotica per tentare di bloccare o quantomeno rallentare l’avanzata alleata e per fare questo incarica l’Organizzazione paramilitare Todt, detta anche O.T., che raggiungeva con le sue diramazioni tutta l’Europa occupata, compresa l’Italia, con più di 1.500 ditte costruttrici edili e circa 35.000 operai reclutati in parte volontariamente in parte a forza in loco. Fa quindi edificare, oltre alla Linea Gotica, anche moltissimi manufatti che vanno dagli enormi bunker alle difese antisbarco, dalle difese antiaeree a quelle anticarro e dalle piccole piazzole per mitragliatrici poste nei principali incroci stradali ai basamenti per i grandi radar tedeschi. È necessario sapere che questo tipo di radar era ancora alquanto primordiale e non era certamente paragonabile a quello che avevano in dotazione le forze alleate, molto più sofisticato. Infatti i tedeschi, pur conoscendo tutte le potenzialità di quel mezzo tecnico che negli ultimi anni aveva avuto un avanzato sviluppo tecnologico, non potevano utilizzarlo al meglio, non certo per mancanza di finanziamenti ma per mancanza di componentistica e di strumentazione tecnica all’avanguardia di cui al contrario si erano oramai dotati gli alleati. Già dal ‘42 questi primordiali radar erano stati installati sia in Germania che in tutta l’Europa occupata dai tedeschi.
Potevano usarlo solo come telemetro, cioè si limitavano a rilevare la distanza, l’altitudine e la direzione degli stormi di aerei bombardieri alleati in avvicinamento che in Italia decollavano dalla base di Foggia per andare a bombardare le industrie belliche in Germania e non solo”. (foto: radar)

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73° anniversario secondo bombardamento su Cori

Posted by fidest press agency su lunedì, 6 febbraio 2017

coricori2Cori (Latina) Ricorre oggi il 73° anniversario del secondo bombardamento su Cori. Era il 6 Febbraio 1944 quando le squadriglie di bombardieri alleati colpirono nuovamente il paese distruggendo quanto si era salvato una settimana prima (Foto: scatti della Seconda Guerra Mondiale a Cori – autori vari – dagli album del gruppo Facebook Còri mé bbéglio). Come ricostruito dall’Archivio Storico Comunale, ancora una volta furono prese di mira le chiese, una decina quelle distrutte e danneggiate, e poi i caseggiati di via delle Colonne e piazza Montagna, il cimitero e per finire l’edificio scolastico, dov’era un ospedale militare tedesco, nonostante vi fosse dipinta una grossa croce rossa sul terrazzo in modo ben visibile agli aerei.Altre bombe caddero sulle colline intorno al santuario della Madonna del Soccorso dove si erano rifugiate molte famiglie. Fu colpita in pieno una grande grotta poco distante, detta “Arnale céco”, causando molte vittime e feriti che furono soccorsi con difficoltà, data la tempesta di neve che imperversava quel giorno. Distrutto il paese ed evacuata la popolazione superstite, le continue incursioni aeree e i cannoneggiamenti dal mare riversarono sugli sfollati bombe e granate. Una delle località più duramente colpita fu “L’abboccatora”, nel bosco corese, dove dal 30 Gennaio si erano rifugiate, in capanne e baracche, oltre duemila persone, e qui trovarono la morte molti bambini. (foto: cori)

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Il Delta del Po restituisce reperti della Prima Guerra Mondiale

Posted by fidest press agency su martedì, 11 ottobre 2016

repertiDalle onde del mare emersi come fossero cetacei , i resti di fortificazioni militari , denominati “batterie” che la sabbia per molti anni ha custodito, quasi per far dimenticare quel triste evento. Oggi invece è possibile vederli perché il moto ondoso li ha fatti riemergere sullo scanno di Bonelli, a Porto Tolle, comune di 9000 abitanti in provincia di Rovigo in Veneto”. Lo ha annunciato Isabella Finotti, Guida Ambientale Escursionistica e Consigliere Nazionale dell’Associazione Italiana Guide Escursionistiche Ambientali , riconosciuta dal MISE.Non solo “batterie” ma veri fortini ritrovati su antiche spiagge.”Dalle dune vive, alle dune fossili, entrambi testimonianze di un territorio in continua evoluzione – ha proseguito Finotti – ed ecco che sotto le chiome dei pini, come dei fantasmi abbiamo ritrovato i fortini, liberati da radici che li imbrigliavano, ora sono lì a ricordarci dell’ultimo conflitto mondiale. In questo caso su antiche spiagge oggi arretrate, a poca distanza dall’ antica tenuta degli Estensi a Mesola. Il tutto nelle verdi risaie . Con le Guide Ambientali Escursionistiche , figure professionali in grado di raccontare il territorio in tutte le sue caratteristiche , dalla geologia alla storia , è possibile recarsi in questi luoghi , vederli , conoscerli e capire la nostra storia. Lo scorrere lento del fiume, il fruscio del canneto ed il vento che accarezza le sue fronde, lo sciacquio dell’onda che si infrange sulla sabbia e lo stridio dei gabbiani. Là dove l’acqua non è acqua e la terra non è terra, senza confini. Il blu del martin pescatore, l’arcobaleno dei gruccioni,1000 battiti d’ali. Una barca, il pescatore, un’isola, bellissima, dove il mare ha restituito antiche testimonianze dunque della Grande Guerra, nel cuore del Parco Regionale del Veneto Delta del Po. Potremo percorrere un itinerario che ci condurrà alla scoperta di un delta decisamente alternativo, particolare. Si perché il viaggio è sempre scoperta. Passato e presente. Il delta è anche questo”. (foto: reperti)

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Dalla Siria alla Terza Guerra Mondiale?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 13 luglio 2016

statua libertàassad-putinGiulietto Chiesa nel suo ultimo libro intitolato Putin fobia (Milano, Piemme, 2016) ha scritto che “nell’ottobre del 2015 l’intervento in Siria della Russia di Putin ha modificato tutto il quadro internazionale ed ha mostrato anche all’uomo della strada l’evidenza di una Russia protagonista della guerra contro il terrorismo internazionale” (op. cit., p. 176).“Il rovesciamento del Presidente siriano Bashar al-Assad, obiettivo principale degli stati Uniti, di Israele e dell’Arabia Saudita, è stato impedito [da Putin, ndr]” (p. 159).L’Autore prevede che con la fine della presidenza di Obama [novembre 2016, ndr] il mondo si troverà “sull’orlo di una Terza guerra mondiale” (p. 177).Oramai si è capito che “quasi tutta la coalizione occidentale (sicuramente gli Usa, la Turchia, l’Arabia Saudita e Israele) è stata direttamente coinvolta nel sostegno, nel finanziamento e nella creazione dello Stato islamico (Isis), […] che ha cominciato ad arretrare solo quando è stato colpito pesantemente dai bombardamenti russi” (p. 179).
Siccome la Russia di Putin si oppone alla costruzione del Nuovo Ordine Mondiale a guida israelo/statunitense “due alti esponenti del governo statunitense annunciano l’intenzione di un’escalation in Siria che prevede l’intervento diretto degli Usa, forse insieme alla Turchia, all’interno del territorio siriano. I famosi ‘scarponi sul terreno.’ (n.r. il resto lo rimandiamo alla lettura del libro di Chiesa che presumiamo ci illustrerà il “poi” di questo “olocausto nucleare”.)

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Italia in camicia

Posted by fidest press agency su giovedì, 10 marzo 2011

Boccaccio's statue in Uffizi

Image via Wikipedia

L’unità d’Italia cominciò con le camicie rosse di Garibaldi… Fu vera gloria? Una serie di annessioni, diventate “piemontesizzazioni”, dettero forma ad una nuova nazione, accomunata dalla medesima lingua ufficiale, datata di oltre cinque secoli. Se di unità linguistica si deve parlare allora è giusto riconoscere il merito a Dante, Petrarca e Boccaccio che imposero il nuovo idioma al decadente latino, diventato la lingua dei dotti e della Chiesa di Roma. L’Italia indossò la camicia rossa e si sentì unificata. Passarono gli anni tra guerre ed emigrazioni; i popoli conquistati all’unità furono chiamati a morire per dilatare confini che neppure conoscevano; oggi non esiste neanche un piccolo comune dell’entroterra siciliano, che non esibisca all’ingresso del palazzo municipale, il lungo elenco dei caduti che si conclude con la nota esaltazione di  Armando Diaz, che risultava “Firmato Armando Diaz” e i nuovi patrioti-per-forza battezzarono i loro figli “Firmato Armando” credendo che si trattasse del nome proprio del generale Diaz. Terminata la prima grande guerra con la diatriba tra interventisti e non, l’Italia si ritrovò a cambiare camicia, essendogli stata imposta quella nera. L’entusiasmo per la nuova camicia fece diventare tutti (o quasi) indossatori della nuova divisa, anche perché senza quella camicia nera era difficile anche trovare un posto di lavoro. Quando l’improvvisato sarto, inventore di quella camicia, fece la fine che sappiamo, la folla, prima osannante, gettò alle ortiche quella camicia, giurando sulla testa dei figli, di non averla mai indossata (il vezzo di giurare sulla testa dei figli non è ancora scongiurato). L’Italia, dalla disastrosa seconda guerra mondiale,  uscì  letteralmente senza camicia e chi poteva esibiva il dorso nudo. Ci pensò l’America con il piano Marshall a confezionare per tutti la nuova camicia, questa volta bianca, candida, per neutralizzare nel candore  un passato che di onorevole aveva ben poco. Ma grazie a quella camicia fornita in blocco con il Piano Marshall, l’Italia si rialzò, inventò il miracolo economico e garantì la democrazia, mentre si intrufolava nei gangli della Nazione il virus dell’egoismo liberista. La Nazione divenne Stato, essendosi dotata di una autorevole Costituzione, elaborata dai Padri Costituenti appartenenti a tutte le forze politiche anti-fasciste. La Nazione in camicia rossa, transitando per la camicia nera e, infine, adottando la camicia  bianca, divenne Stato, dichiaratamente democratico in quanto quella Costituzione garantista impose l’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge. La libertà garantita dalla democrazia permise l’affermarsi del capitalismo, che della democrazia necessita per poi superare i concetti di uguaglianza e imporre la sua legge, che è legge economica ma non sociale. E la camicia? E’ cambiata nuovamente! Stavolta è diventata verde e la impone una piccola forza politica locale che è riuscita a diventare l’ago della bilancia del governo, nonché elemento determinante per la sopravvivenza del medesimo. Indossare la camicia verde diventa il viatico della impunità, dell’uso ricattatorio del potere, al punto  che lo stesso presidente del consiglio, invischiato  in una lunga serie di processi  penali, ha esibito una allegro foulard verde per assimilarsi al nuovo colore imposto  da chi lo mantiene in una vita politica artificiale grazie ad un accanimento  di scelte che si concretizza nel voto di fiducia. Ma non è la maggioranza degli italiani che indossa la nuova divisa, anzi la scelta che si vorrebbe imporre ha provocato una regressione storica, con il rifiuto di ogni colore. I governanti si allineano alle nuove esigenze per mantenere saldo lo strapuntino sul quale sono comodamente assisi e non si curano delle mode che imperversano e mutano colore; il colore è un optional, come le idee, per cui cambiano a seconda dello spirare del vento. All’orizzonte sognato dalla stragrande moltitudine degli italiani, compare una nuova camicia da far indossare  a questi governanti piacioni, parolai,  accomodanti, ma per nulla affatto concreti e propositivi; stavolta è il popolo italiano che sceglie ciò che il potere dovrà indossare: la camicia di forza, per liberarci dalla zavorra  e diventare, finalmente “Patria comune”. (Rosario Amico Roxas)

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